sabato 6 agosto 2011
Un articolo di passaggio
Un recente articolo scritto da un'adolescente alle prese con i DCA: "What I wish parents knew about eating disorders". ( <- click sopra per aprire il collegamento)
Sebbene sia scritto in Inglese, ho voluto condividerlo qui perchè penso che molte di noi possano rispecchiarcisi.
Dateci un'occhiata ragazze, genitori, amici, tutti quanti!
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lunedì 1 agosto 2011
"Full Mouse, Empty Mouse": ti stimo
Quando, girovagando su Internet, in siti americani inerenti i DCA, ho scoperto che era stato scritto un libro per ragazzini/e intitolato “Full Mouse, Empty Mouse: A Tale of Food and Feelings”, la mia attenzione si è risvegliata, e l’ho immediatamente ordinato su eBay (QUI potete trovare il link se siete interessate all'acquisto).
Finalmente, dopo mesi di attesa, il libro mi è arrivato. L’ho letto, e di fronte a certe cose che vi erano scritte, mi è veramente salito un groppo in gola.
Ora, non è che questo sia un libro eccessivamente sentimentale. Quello che mi ha colpito, piuttosto, è stato il fatto che attualmente esiste un libro che, seppure scritto in Inglese, riesce a parlare ai ragazzini/e dei DCA e delle sensazioni ad essi correlate.
L’autrice del libro si chiama Dina Zeuckhausen, che è anche la fondatrice e la direttrice esecutiva dell’ Eating Disorder Information Network. Io vorrei farle un applauso perché: 1) Ha scritto questo libro; 2) Ha scritto questo libro con un’estrema sensibilità e appropriatezza per un pubblico di 10 – 14enni; 3) Ha incluso nel libro delle notazioni per i genitori e delle FAQ (sempre rivolte ai genitori di una ragazzina/o che ha un DCA), nonché gl’inidirizzi di diversi siti Internet che si occupano di DCA.
“Full Mouse, Empty Mouse: A Tale of Food and Feelings” è il miglior libro che io abbia mai letto? No. E’ utile e profondo? Sì.
E’ un libro scritto in versi, come se fosse una sorta di lunga poesia, e anche se in alcuni punti sembra un po’ forzato (o, quantomeno, a me sembra un po’ forzato, poi è ovvio che non ho competenze inglesi tali da poter dare grandi giudizi…), in generale mi pare che riesca a comunicare molto bene con i ragazzini/e, per cui centra in pieno il suo obiettivo. Le illustrazioni (di Brian Boyd) completano splendidamente il quadro ed il messaggio.
Quello che mi è piaciuto di più di questo libro è che non è prettamente rivolto verso le ragazze (come la maggior parte di ciò che inerente i DCA), e non si focalizza unicamente sulla restrizione alimentare o sui problemi connessi al cibo. Parla di un topolino e di una topolina che si abbuffano (per arginare sentimenti/situazioni ansiogene) e restringono l’alimentazione (sempre per arginare sentimenti/situazioni ansiogene) rispettivamente.
Non vengono menzionati comportamenti di compensazione come il vomito autoindotto – e penso che questo sia molto saggio. Laddove prova ad aiutare i più giovani che hanno a che fare con un DCA, non suggerisce la possibilità di “riparare” ad un eventuale abbuffata vomitando, qualora la cosa non fosse venuta in mente al lettore/alla lettrice. Del resto, non sarebbe neanche funzionale per questo tipo di libro mettersi a spulciare ogni singolo comportamento di coping relativo ai DCA.
"Listen to your body.
It's not too hard to read.
Go inside and you will find
The answers that you need.
To find out what you're feeling,
Here's the place to start:
Understand the language
Of your Tummy and your Heart.
Speak up if you're angry,
Get a hug if you feel scared,
And if you're sad, just cry those tears,
'Cause feelings should be shared!"
[“Ascolta il tuo corpo. / Non è troppo difficile comprenderlo. / Scava dentro di te e troverai / le risposte di cui hai bisogno.
Per capire quali sono i tuoi veri sentimenti / c’è un modo per cominciare: / ascolta e separa il linguaggio / del tuo stomaco e del tuo cuore.
Grida se sei arrabbiato/a, / fatti abbracciare se hai paura, / e se sei triste, piangi tutte le tue lacrime / perché i sentimenti devono essere buttati fuori!”]
Sono rimasta piuttosto impressionata. Il libro mi è piaciuto, e se qualcuna di vuoi ne avrà la possibilità, consiglio di leggerlo – ai ragazzini/alle ragazzine che hanno un DCA, ai ragazzini/alle ragazzine che non hanno un DCA, a chi non ha ancora chiaro come possano essere intricate le dinamiche di un DCA, e anche agli adulti. E’ comunque un libro toccante. Sono molto contenta che qualcuno abbia deciso di pubblicare un libro per ragazzini/e che metta in evidenza il coraggio che ci vuole per relazionarsi con i propri sentimenti senza nascondersi dietro un DCA, che incoraggia a parlare con la famiglia delle proprie difficoltà alimentari per quanto questo possa essere estremamente difficile, che consiglia di discernere tra il sentire il corpo e il cuore, e che mostra che nessuno che combatte contro un DCA sia da solo.
Finalmente, dopo mesi di attesa, il libro mi è arrivato. L’ho letto, e di fronte a certe cose che vi erano scritte, mi è veramente salito un groppo in gola.
Ora, non è che questo sia un libro eccessivamente sentimentale. Quello che mi ha colpito, piuttosto, è stato il fatto che attualmente esiste un libro che, seppure scritto in Inglese, riesce a parlare ai ragazzini/e dei DCA e delle sensazioni ad essi correlate.
L’autrice del libro si chiama Dina Zeuckhausen, che è anche la fondatrice e la direttrice esecutiva dell’ Eating Disorder Information Network. Io vorrei farle un applauso perché: 1) Ha scritto questo libro; 2) Ha scritto questo libro con un’estrema sensibilità e appropriatezza per un pubblico di 10 – 14enni; 3) Ha incluso nel libro delle notazioni per i genitori e delle FAQ (sempre rivolte ai genitori di una ragazzina/o che ha un DCA), nonché gl’inidirizzi di diversi siti Internet che si occupano di DCA.
“Full Mouse, Empty Mouse: A Tale of Food and Feelings” è il miglior libro che io abbia mai letto? No. E’ utile e profondo? Sì.
E’ un libro scritto in versi, come se fosse una sorta di lunga poesia, e anche se in alcuni punti sembra un po’ forzato (o, quantomeno, a me sembra un po’ forzato, poi è ovvio che non ho competenze inglesi tali da poter dare grandi giudizi…), in generale mi pare che riesca a comunicare molto bene con i ragazzini/e, per cui centra in pieno il suo obiettivo. Le illustrazioni (di Brian Boyd) completano splendidamente il quadro ed il messaggio.
Quello che mi è piaciuto di più di questo libro è che non è prettamente rivolto verso le ragazze (come la maggior parte di ciò che inerente i DCA), e non si focalizza unicamente sulla restrizione alimentare o sui problemi connessi al cibo. Parla di un topolino e di una topolina che si abbuffano (per arginare sentimenti/situazioni ansiogene) e restringono l’alimentazione (sempre per arginare sentimenti/situazioni ansiogene) rispettivamente.
Non vengono menzionati comportamenti di compensazione come il vomito autoindotto – e penso che questo sia molto saggio. Laddove prova ad aiutare i più giovani che hanno a che fare con un DCA, non suggerisce la possibilità di “riparare” ad un eventuale abbuffata vomitando, qualora la cosa non fosse venuta in mente al lettore/alla lettrice. Del resto, non sarebbe neanche funzionale per questo tipo di libro mettersi a spulciare ogni singolo comportamento di coping relativo ai DCA.
"Listen to your body.
It's not too hard to read.
Go inside and you will find
The answers that you need.
To find out what you're feeling,
Here's the place to start:
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Of your Tummy and your Heart.
Speak up if you're angry,
Get a hug if you feel scared,
And if you're sad, just cry those tears,
'Cause feelings should be shared!"
[“Ascolta il tuo corpo. / Non è troppo difficile comprenderlo. / Scava dentro di te e troverai / le risposte di cui hai bisogno.
Per capire quali sono i tuoi veri sentimenti / c’è un modo per cominciare: / ascolta e separa il linguaggio / del tuo stomaco e del tuo cuore.
Grida se sei arrabbiato/a, / fatti abbracciare se hai paura, / e se sei triste, piangi tutte le tue lacrime / perché i sentimenti devono essere buttati fuori!”]
Sono rimasta piuttosto impressionata. Il libro mi è piaciuto, e se qualcuna di vuoi ne avrà la possibilità, consiglio di leggerlo – ai ragazzini/alle ragazzine che hanno un DCA, ai ragazzini/alle ragazzine che non hanno un DCA, a chi non ha ancora chiaro come possano essere intricate le dinamiche di un DCA, e anche agli adulti. E’ comunque un libro toccante. Sono molto contenta che qualcuno abbia deciso di pubblicare un libro per ragazzini/e che metta in evidenza il coraggio che ci vuole per relazionarsi con i propri sentimenti senza nascondersi dietro un DCA, che incoraggia a parlare con la famiglia delle proprie difficoltà alimentari per quanto questo possa essere estremamente difficile, che consiglia di discernere tra il sentire il corpo e il cuore, e che mostra che nessuno che combatte contro un DCA sia da solo.
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mercoledì 27 luglio 2011
Freni al ricovero: Il cambiamento
Concludo con questo post la serie dei freni che l’anoressia pone all’intraprendere la strada del ricovero, poiché la lista sarebbe molto più lunga, ma ho cercato di toccare quelli che per me sono i punti principali. Ne approfitto anche per ringraziare tutte quante per i commenti ai post precedenti che trattano di quest’argomento: i vostri feedback sono estremamente preziosi per me!
Comunque.
L’anoressia è familiare
Come ho scritto nel post precedente, l’anoressia per certi versi semplifica la vita; ma anche le cose difficili possono diventare relativamente più semplici se le ripetiamo abbastanza a lungo. Più che un “semplificatore”, in effetti, l’anoressia finisce per diventare familiare. Io stessa, entrata nell’anoressia quando avevo circa 14 anni, non riesco a capire come facessi, prima, a mangiare senza pensieri. Non me lo ricordo proprio. E penso che questo valga non soltanto per me. Penso che molte si chiedano come facessero a mangiare, prima. Come fosse la routine senza la restrizione alimentare o l’attività fisica compulsiva. E più che l’anoressia reitera, più diventa routinaria, più si fa difficile staccarsene. Perché, per quanto possa essere limitante, distruttiva, per quanto possa avere anche i suoi lati negativi, è un qualcosa cui siamo abituate, un qualcosa che, anche nel male, è ordinaria, abituale, la si può prevedere, e ciò che è prevedibile, in un certo senso, tranquillizza.
È un cambiamento. Il ricovero è un cambiamento. Decidere di percorrere la strada del ricovero significa fare un salto nel buio. Rompere gli schemi. Decidere di lasciare la strada vecchia per la nuova. Questo può essere terrorizzante, se paragonato a un’anoressia che, per quanto distruttiva, è comunque routinaria. Nella crisalide dell’anoressia, ogni accenno di cambiamento fa paura, è destabilizzante. Ci si rifiuta di ascoltare ogni segnale che ci può cambiare anche perché poi si ha paura di quello che dovrebbe succedere se dovessimo sentirci comunque uguali. L’anoressia è predicibile. Si sa quello che si deve dire e fare. Siamo le attrici consumate che recitano una parte sul palcoscenico del mondo. L’applauso finale ce lo facciamo da sole. Dato che programmiamo la vita minuto per minuto, l’ansia svanisce e finiamo per trovare il DCA a suo modo confortevole e familiare.
Ovviamente non è l’anoressia in sè che è un abitudine, però possono diventarlo molti degli atteggiamenti e dei comportamenti legati all’anoressia. Il checking, per esempio. Oppure lo svolgere una determinata attività fisica per un determinato lasso di tempo. Oppure il pesarsi più volte al giorno, o il non pesarsi mai. Oppure il redigere “piani di restrizione alimentare” giornalieri. E la strada del ricovero inizia proprio col rompere questi circoli viziosi: dare un taglio a tutti i comportamenti che reiterano i tipici pensieri dell’anoressia. È ben comprensibile come tutto questo possa essere terrorizzante, e come possiamo cercare scuse di fronte a noi stesse per rimandare.
Salvo gli aspetti emotivi gratificanti, alla lunga l’anoressia è un inferno. Ma è un inferno familiare. È un inferno col quale abbiamo imparato a rapportarci, con il che le fiamme non sono più poi così calde. È un inferno che ha un suo certo ritmo, una ragion d’essere e (posso dirlo?) una sua funzionalità. La restrizione alimentare non è un peso perché ci fa sentire forti e in controllo. E i deficit fisici che la restrizione comporta non sono poi così terribili quando ci abituiamo. Perché un qualcosa di obiettivamente distruttivo come l’anoressia fa provare sentimenti così positivi? Dov’è che l’ingranaggio s’incastra e comincia a girare, come impazzito, verso l’oscurità? L’oscurità fa meno paura del sole, in fin dei conti: dopo un po’ ci si abitua, anche se non si vedono le cose comunque s’intravedono le forme, e non si corre il rischio che la luce possa ferire gli occhi.
Percorrere la strada del ricovero significa intraprendere la strada della luce. Ci vuole un sacco di tempo per capire se questo sia piacevole o meno, è non è sempre facile essere positive al 100% quando si cammina su una strada così difficile. Quello che ci deve mantenere in carreggiata è la consapevolezza che l’altra strada – quella dell’anoressia – è in realtà un vicolo cieco: prima o poi si finisce comunque per sbattere contro un muro. Intraprendere la strada del ricovero significa darsi una possibilità. E nessuno può dire cosa questa possibilità ci possa riservare. Magari il tempo per dedicarci a qualcosa che ci appassiona veramente. Magari la capacità di sederci sul divano e guardare un film dall’inizio alla fine senza avere l’ansia di dover fare ancora un po’ di attività fisica.
Questo è il ricovero. Non tutto il ricovero, ovviamente, ma parte di esso.
Il cambiamento non è necessariamente un qualcosa di negativo. Siamo molto più forti di quello che crediamo, ed abbiamo tutta la capacità di affrontare a testa alta le difficoltà che la vita ci pone davanti anche senza bisogno di ricorrere all’appoggio dell’anoressia. Perché siamo più forti SENZA l’anoressia.
P.S.= E' stata istituita una petizione on-line per istituire una giornata nazionale sui DCA: per firmarla, potete andare a questo link:
Petizione DCA
Io ho già firmato... e voi che aspettate a farlo? Ogni singola firma può essere preziosa! Aggiungetevi alla lista e fate girare la notizia!
Grazie a chiunque lo farà...!
Comunque.
L’anoressia è familiare
Come ho scritto nel post precedente, l’anoressia per certi versi semplifica la vita; ma anche le cose difficili possono diventare relativamente più semplici se le ripetiamo abbastanza a lungo. Più che un “semplificatore”, in effetti, l’anoressia finisce per diventare familiare. Io stessa, entrata nell’anoressia quando avevo circa 14 anni, non riesco a capire come facessi, prima, a mangiare senza pensieri. Non me lo ricordo proprio. E penso che questo valga non soltanto per me. Penso che molte si chiedano come facessero a mangiare, prima. Come fosse la routine senza la restrizione alimentare o l’attività fisica compulsiva. E più che l’anoressia reitera, più diventa routinaria, più si fa difficile staccarsene. Perché, per quanto possa essere limitante, distruttiva, per quanto possa avere anche i suoi lati negativi, è un qualcosa cui siamo abituate, un qualcosa che, anche nel male, è ordinaria, abituale, la si può prevedere, e ciò che è prevedibile, in un certo senso, tranquillizza.
È un cambiamento. Il ricovero è un cambiamento. Decidere di percorrere la strada del ricovero significa fare un salto nel buio. Rompere gli schemi. Decidere di lasciare la strada vecchia per la nuova. Questo può essere terrorizzante, se paragonato a un’anoressia che, per quanto distruttiva, è comunque routinaria. Nella crisalide dell’anoressia, ogni accenno di cambiamento fa paura, è destabilizzante. Ci si rifiuta di ascoltare ogni segnale che ci può cambiare anche perché poi si ha paura di quello che dovrebbe succedere se dovessimo sentirci comunque uguali. L’anoressia è predicibile. Si sa quello che si deve dire e fare. Siamo le attrici consumate che recitano una parte sul palcoscenico del mondo. L’applauso finale ce lo facciamo da sole. Dato che programmiamo la vita minuto per minuto, l’ansia svanisce e finiamo per trovare il DCA a suo modo confortevole e familiare.
Ovviamente non è l’anoressia in sè che è un abitudine, però possono diventarlo molti degli atteggiamenti e dei comportamenti legati all’anoressia. Il checking, per esempio. Oppure lo svolgere una determinata attività fisica per un determinato lasso di tempo. Oppure il pesarsi più volte al giorno, o il non pesarsi mai. Oppure il redigere “piani di restrizione alimentare” giornalieri. E la strada del ricovero inizia proprio col rompere questi circoli viziosi: dare un taglio a tutti i comportamenti che reiterano i tipici pensieri dell’anoressia. È ben comprensibile come tutto questo possa essere terrorizzante, e come possiamo cercare scuse di fronte a noi stesse per rimandare.
Salvo gli aspetti emotivi gratificanti, alla lunga l’anoressia è un inferno. Ma è un inferno familiare. È un inferno col quale abbiamo imparato a rapportarci, con il che le fiamme non sono più poi così calde. È un inferno che ha un suo certo ritmo, una ragion d’essere e (posso dirlo?) una sua funzionalità. La restrizione alimentare non è un peso perché ci fa sentire forti e in controllo. E i deficit fisici che la restrizione comporta non sono poi così terribili quando ci abituiamo. Perché un qualcosa di obiettivamente distruttivo come l’anoressia fa provare sentimenti così positivi? Dov’è che l’ingranaggio s’incastra e comincia a girare, come impazzito, verso l’oscurità? L’oscurità fa meno paura del sole, in fin dei conti: dopo un po’ ci si abitua, anche se non si vedono le cose comunque s’intravedono le forme, e non si corre il rischio che la luce possa ferire gli occhi.
Percorrere la strada del ricovero significa intraprendere la strada della luce. Ci vuole un sacco di tempo per capire se questo sia piacevole o meno, è non è sempre facile essere positive al 100% quando si cammina su una strada così difficile. Quello che ci deve mantenere in carreggiata è la consapevolezza che l’altra strada – quella dell’anoressia – è in realtà un vicolo cieco: prima o poi si finisce comunque per sbattere contro un muro. Intraprendere la strada del ricovero significa darsi una possibilità. E nessuno può dire cosa questa possibilità ci possa riservare. Magari il tempo per dedicarci a qualcosa che ci appassiona veramente. Magari la capacità di sederci sul divano e guardare un film dall’inizio alla fine senza avere l’ansia di dover fare ancora un po’ di attività fisica.
Questo è il ricovero. Non tutto il ricovero, ovviamente, ma parte di esso.
Il cambiamento non è necessariamente un qualcosa di negativo. Siamo molto più forti di quello che crediamo, ed abbiamo tutta la capacità di affrontare a testa alta le difficoltà che la vita ci pone davanti anche senza bisogno di ricorrere all’appoggio dell’anoressia. Perché siamo più forti SENZA l’anoressia.
P.S.= E' stata istituita una petizione on-line per istituire una giornata nazionale sui DCA: per firmarla, potete andare a questo link:
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Grazie a chiunque lo farà...!
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mercoledì 20 luglio 2011
Freni al ricovero: E' complicato
La vita è incredibilmente complicata. Ci sono le relazioni interpersonali (amici, familiari, colleghi di lavoro, compagni di scuola, etc…), c’è il lavoro, c’è la scuola, c’è lo sport, e ci sono comunque un sacco di variabili sulle quali in realtà non possiamo avere alcun controllo. Sebbene l’anoressia non sia solo ed unicamente sinonimo di “controllo”, trovo che la necessità di avere il controllo sia uno dei leit-motive di ogni DCA.
Molto spesso, quando si percorre la strada del ricovero, sebbene non si provi esattamente la “mancanza dei bei tempi andati” quando eravamo completamente in balia dell’anoressia, quando sentiamo la mancanza del DCA sono proprio i momenti in cui la vita sembra farsi più difficile, ed allora sentiamo la mancanza della semplicità connessa all’anoressia. E questo può essere un ulteriore blocco al ricovero.
L'anoressia semplifica la vita
Quando si è nel pieno dell’anoressia, le cose che c’interessano sono essenzialmente 3: perseguire la restrizione alimentare, continuare a provare il senso di controllo e di soddisfazione che ci dà la restrizione alimentare, cercare di nascondere al resto del mondo quello che stiamo facendo. Possiamo anche avere qualche difficoltà nel lavoro o nella scuola – ma va bene comunque, perchè stiamo restringendo l’alimentazione. Possiamo anche avere difficoltà a preparare una gara sportiva – ma va bene comunque, perchè ci sentiamo soddisfatte di noi stesse, sentiamo di avere il controllo e che, perciò, possiamo controllare qualsiasi ambito della nostra vita. Possiamo anche aver litigato con la nostra migliore amica – ma va bene comunque, perché siamo state brave a raccontare bugie e nessuno ha fatto caso a quanto poco anche oggi abbiamo mangiato. Ta-dah! E’ semplice, no?! Fintanto che continuniamo ad esercitare il nostro ferreo controllo alimentare, la vita diventa tremendamente semplice perchè nient’altro conta.
E poiché più si prosegue la restrizione alimentare, più sono gravi le carenze dell’aminoacido triptofano, minore è la produzione di serotonina, peggiore è la neurotrasmissione, maggiore è l’ossessività dei pensieri inerenti il DCA, la semplicità diventa poco a poco sempre più pronunciata. Perché, letteralmente, l’unica cosa cui si diviene capaci di pensare è la restrizione alimentare. Anche se si volesse, anche se si avesse bisogno di pensare a qualcosa di diverso, non ci si riesce. Tutto va a ruotare intorno alla restrizione e al senso di controllo e di soddisfazione che ne derivano. Ci sembra di avere la nostra vita tanto più in mano quanto più ci sta sfuggendo. Certo, la ginnastica mentale che bisogna fare per perseguire la restrizione alimentare è tutt’altro che semplice. Ci si sforza continuamente d’immaginare quali circostanze potrebbero limitare la possibilità di restringere l’alimentazione, e in quale modo fare la cresta a quel che mangiamo. Nonostante questo, tale ginnastica mentale è comunque più semplice di tutte le altre sfide che la vita ci porrebbe davanti se non avessimo lo schermo dell’anoressia. Così s’impara a negare, a isolarci, a mentire, a nascondere, per preservare l’anoressia e l’apparente semplicità e controllo che questa pare, in un primo momento, apportare.
Quando si è nel pieno dell’anoressia, non si è molto preoccupate relativamente a quello che sarà il futuro lontano – non si pensa neanche, per esempio, che l’anoressia possa ucciderci. Non si pensa minimamente ai danni che l’anoressia lascerà sul nostro corpo anche se dovessimo sopravviverle. Fintanto che l’anoressia rimane il nostro asso nella manica, fintanto che quel poco che mangiamo basta a mantenerci in vita, non si dà grande importanza al futuro. Non gli si dà grande peso.
Restrizione alimentare. Controllo. Attività fisica. Queste cose sono molto più facili rispetto a tutto il resto, rispetto alle relazioni interpersonali, al lavoro, allo studio. La vita richiede che ci mettiamo tutte noi stesse per giocare in ruoli differenti, cavarcela in situazioni diverse, rapportarci a persone differenti. E’ difficile. Quando riceviamo un invito a cena da un’amica, dobbiamo determinare come quest’invito possa essere incastrato con i nostri impegni e le nostre responsabilità: dove queste responsabilità possono venire meno, se c’è bisogno di noi a casa, se possiamo organizzare gli altri impegni in modo da farci rientrare anche la cena. Quando si ha un DCA, tutti questi problemi non esistono: si declina l’invito e basta, in quanto cena = cibo = mangiare di fronte ad altri. Egoista, se vogliamo, ma definitivamente semplice.
Percorrere la strada del ricovero significa accettare la vita con tutti i suoi problemi, difficoltà e “catastrofi”. Significa giocare tutte le parti, e le cose non andranno sempre come vorremmo. Significa relazionarsi con le persone correndo il rischio di essere ferite. Significa accettare le nostre imperfezioni, e assumersi la responsabilità di provare a vivere davvero. Ma io credo che ne valga la pena. Che ne valga la pena comunque. Che valga la pena alzare la campana di vetro dell’anoressia, anche solo per respirare un attimo.
Molto spesso, quando si percorre la strada del ricovero, sebbene non si provi esattamente la “mancanza dei bei tempi andati” quando eravamo completamente in balia dell’anoressia, quando sentiamo la mancanza del DCA sono proprio i momenti in cui la vita sembra farsi più difficile, ed allora sentiamo la mancanza della semplicità connessa all’anoressia. E questo può essere un ulteriore blocco al ricovero.
L'anoressia semplifica la vita
Quando si è nel pieno dell’anoressia, le cose che c’interessano sono essenzialmente 3: perseguire la restrizione alimentare, continuare a provare il senso di controllo e di soddisfazione che ci dà la restrizione alimentare, cercare di nascondere al resto del mondo quello che stiamo facendo. Possiamo anche avere qualche difficoltà nel lavoro o nella scuola – ma va bene comunque, perchè stiamo restringendo l’alimentazione. Possiamo anche avere difficoltà a preparare una gara sportiva – ma va bene comunque, perchè ci sentiamo soddisfatte di noi stesse, sentiamo di avere il controllo e che, perciò, possiamo controllare qualsiasi ambito della nostra vita. Possiamo anche aver litigato con la nostra migliore amica – ma va bene comunque, perché siamo state brave a raccontare bugie e nessuno ha fatto caso a quanto poco anche oggi abbiamo mangiato. Ta-dah! E’ semplice, no?! Fintanto che continuniamo ad esercitare il nostro ferreo controllo alimentare, la vita diventa tremendamente semplice perchè nient’altro conta.
E poiché più si prosegue la restrizione alimentare, più sono gravi le carenze dell’aminoacido triptofano, minore è la produzione di serotonina, peggiore è la neurotrasmissione, maggiore è l’ossessività dei pensieri inerenti il DCA, la semplicità diventa poco a poco sempre più pronunciata. Perché, letteralmente, l’unica cosa cui si diviene capaci di pensare è la restrizione alimentare. Anche se si volesse, anche se si avesse bisogno di pensare a qualcosa di diverso, non ci si riesce. Tutto va a ruotare intorno alla restrizione e al senso di controllo e di soddisfazione che ne derivano. Ci sembra di avere la nostra vita tanto più in mano quanto più ci sta sfuggendo. Certo, la ginnastica mentale che bisogna fare per perseguire la restrizione alimentare è tutt’altro che semplice. Ci si sforza continuamente d’immaginare quali circostanze potrebbero limitare la possibilità di restringere l’alimentazione, e in quale modo fare la cresta a quel che mangiamo. Nonostante questo, tale ginnastica mentale è comunque più semplice di tutte le altre sfide che la vita ci porrebbe davanti se non avessimo lo schermo dell’anoressia. Così s’impara a negare, a isolarci, a mentire, a nascondere, per preservare l’anoressia e l’apparente semplicità e controllo che questa pare, in un primo momento, apportare.
Quando si è nel pieno dell’anoressia, non si è molto preoccupate relativamente a quello che sarà il futuro lontano – non si pensa neanche, per esempio, che l’anoressia possa ucciderci. Non si pensa minimamente ai danni che l’anoressia lascerà sul nostro corpo anche se dovessimo sopravviverle. Fintanto che l’anoressia rimane il nostro asso nella manica, fintanto che quel poco che mangiamo basta a mantenerci in vita, non si dà grande importanza al futuro. Non gli si dà grande peso.
Restrizione alimentare. Controllo. Attività fisica. Queste cose sono molto più facili rispetto a tutto il resto, rispetto alle relazioni interpersonali, al lavoro, allo studio. La vita richiede che ci mettiamo tutte noi stesse per giocare in ruoli differenti, cavarcela in situazioni diverse, rapportarci a persone differenti. E’ difficile. Quando riceviamo un invito a cena da un’amica, dobbiamo determinare come quest’invito possa essere incastrato con i nostri impegni e le nostre responsabilità: dove queste responsabilità possono venire meno, se c’è bisogno di noi a casa, se possiamo organizzare gli altri impegni in modo da farci rientrare anche la cena. Quando si ha un DCA, tutti questi problemi non esistono: si declina l’invito e basta, in quanto cena = cibo = mangiare di fronte ad altri. Egoista, se vogliamo, ma definitivamente semplice.
Percorrere la strada del ricovero significa accettare la vita con tutti i suoi problemi, difficoltà e “catastrofi”. Significa giocare tutte le parti, e le cose non andranno sempre come vorremmo. Significa relazionarsi con le persone correndo il rischio di essere ferite. Significa accettare le nostre imperfezioni, e assumersi la responsabilità di provare a vivere davvero. Ma io credo che ne valga la pena. Che ne valga la pena comunque. Che valga la pena alzare la campana di vetro dell’anoressia, anche solo per respirare un attimo.
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mercoledì 13 luglio 2011
Freni al ricovero: L'unica da sola
La solitudine, l’isolamento è un qualcosa con cui chiunque abbia un DCA si ritrova a doversi rapportare. A prescindere dall’effettivo numero di amici posseduti, spesso ci sentiamo come se nessuno potesse capire quello che stiamo provando: siamo in mezzo alla gente, ma ci sentiamo comunque sole. Nessuno che ci capisce, e nessuno che voglia capirci – continuiamo a ripeterci – agli altri non piacciamo, semplicemente ci tollerano. Sommando questi pensieri alla scarsa autostima di base, si fa presto a sentirci outsider. Questa consapevolezza fa male, e quel che è peggio è che molto spesso è accompagnata dal pensiero che non ci si possa far nulla. Siamo noi quelle strane, e questo è tutto.
L’allontanarsi dagli altri per via della sensazione di essere incomprese o sbagliate, porta a riempire i vuoti con la lettura, lo studio, il lavoro, lo sport, senza però permetterci di coltivare rapporti autentici con le persone che ci stanno intorno: tutti schermati dal DCA stesso che costruisce tutt’intorno a noi un muro. Anche se le nostre vite sono superimpegnate ed implicano lo stare in mezzo alla gente, ciò non vuol dire che non siamo comunque sole. Ed ecco che l’anoressia ha un ruolo importantissimo.
L’anoressia è una “cura” per la solitudine
Un DCA è colmo di paradossi e di ironia, e il “fattore solitudine” è parte di ciò. Se ci pensate, infatti, l’anoressia ci isola più che mai: si smettono di fare tante cose con gli altri, perché altrimenti poi avremmo troppo da mentire per giustificare, e di controcanto gli altri, vedendo che noi ci ritiriamo, si allontanano a loro volta, il che ci isola ulteriormente. In sostanza: un circolo vizioso.
Eppure, sebbene siamo più sole che mai, l’anoressia ci fa credere che quella solitudine sia il top. Meglio non avere amici, così non si corre il rischio di essere ferite, non si deve giustificare quello che (non) mangiamo, non bisogna impegnarci in relazioni che potrebbero correre i rischio di farci male. Meglio non avere amici, così nessuno c’inviterà mai a prendere un gelato per merenda, e potremo restringere l’alimentazione senza che nessuno ci dica niente. Sembra proprio ganzo. In un certo senso, lo è veramente.
Ecco perchè l’anoressia rende la solitudine meno pesante, anzi, desiderabile. Capite? Nessuno può farci notare esplicitamente che ci stiamo facendo del male, nessuno può giudicare o commentare quello che facciamo, nessuno può ferirci, nessuno può farci sentire sbagliate. L’anoressia diventa così la nostra unica “amica”. L’ironia in tutto questo è che si finisce per allontanare anche quelle poche vere amicizie che abbiamo, perché non vogliamo correre il rischio di perdere in maniera dolorosa coloro ai quali vogliamo bene. È molto facile arrivare a questo, un po’ per la natura stessa dei DCA (gli altri capirebbero subito che c’è qualcosa che non va, se ci frequentassero abitualmente) un po’ perché il DCA rende più facile l’allontanamento costruendo muri tra le persone. Ma quando si è dentro l’anoressia, tutto questo non c’interessa: abbiamo l’anoressia stessa, del resto, di cos’altro mai potremmo avere bisogno??
Ovviamente, nel momento in cui si decide d’intraprendere un percorso di ricovero, bisogna affrontare il sentimento della solitudine. Sebbene nel ricovero si possa essere meno sole che nel pieno dell’anoressia (facendo una stima delle interazioni con i familiari e con gli amici), ci si sente peggio perché non c’è più l’anoressia a “giustificare” il senso di solitudine che si prova nel momento in cui ci si rende conto che le persone che ci stanno intorno, non avendo vissuto l’anoressia sulla propria pelle, non possono capire realmente quel che proviamo. E allora si prova il desiderio di ritornare all’anoressia perché per lo meno quella ci aveva fatte sentire meno sole. Ma se ci pensate, in realtà, non è che l’anoressia ci rende meno sole: fa solo pesare di meno la solitudine. Certo, riprecipitare nel DCA è piuttosto facile – in parte perché certe cose le abbiamo vissute da così tanti anni che sono diventate abituali, in parte perché ci sono comunque sensazioni positive correlate – ma i momenti in cui percorrere la strada del ricovero diventa più agevole, sono proprio quelli in cui abbiamo vicino persone che possano sostenerci in questo difficile percorso. Non so esattamente quale relazione intercorra tra le amicizie e il percorrere la strada del ricovero, ma ho notato senz’ombra di dubbio che riaprirsi agli altri facilita la lotta contro l’anoressia.
Il ricovero inoltre implica uno slittamento nel modo in cui percepiamo noi stesse. La negatività dell’anoressia si ripercuote inevitabilmente sulla nostra autostima, e non avendo feedback esterni non c’è niente che riesca a cambiare la nostra visione negativa di noi stesse. Relazionaci con gli altri, invece, implica uno scambio, un confronto, che a volte può essere pure doloroso, ma su lunga gittata diventa inevitabilmente costruttivo.
Inoltre, è necessario rendersi conto di due cose: innanzitutto che non siamo le uniche a percorrere la strada del ricovero, e che non siamo da sole, perchè in questo momento ci sono tante alt ragazze che stanno cercando di fare esattamente quel che stiamo cercando di fare noi. In secondo luogo, anche le persone che non hanno un DCA possono sentirsi sole, e sarebbe sciocco credere che percorrere la strada del ricovero significhi che non ci sentiremo mai più sole (anche se questo non sarà bello…). Si sentirà sempre la mancanza di come l’anoressia riusciva a rimuovere il senso di vuoto e di solitudine riempiendolo con le sue ossessioni, ma adesso possiamo essere consapevoli che ci sono anche tante altre cose che possono riempire quel vuoto.
L’allontanarsi dagli altri per via della sensazione di essere incomprese o sbagliate, porta a riempire i vuoti con la lettura, lo studio, il lavoro, lo sport, senza però permetterci di coltivare rapporti autentici con le persone che ci stanno intorno: tutti schermati dal DCA stesso che costruisce tutt’intorno a noi un muro. Anche se le nostre vite sono superimpegnate ed implicano lo stare in mezzo alla gente, ciò non vuol dire che non siamo comunque sole. Ed ecco che l’anoressia ha un ruolo importantissimo.
L’anoressia è una “cura” per la solitudine
Un DCA è colmo di paradossi e di ironia, e il “fattore solitudine” è parte di ciò. Se ci pensate, infatti, l’anoressia ci isola più che mai: si smettono di fare tante cose con gli altri, perché altrimenti poi avremmo troppo da mentire per giustificare, e di controcanto gli altri, vedendo che noi ci ritiriamo, si allontanano a loro volta, il che ci isola ulteriormente. In sostanza: un circolo vizioso.
Eppure, sebbene siamo più sole che mai, l’anoressia ci fa credere che quella solitudine sia il top. Meglio non avere amici, così non si corre il rischio di essere ferite, non si deve giustificare quello che (non) mangiamo, non bisogna impegnarci in relazioni che potrebbero correre i rischio di farci male. Meglio non avere amici, così nessuno c’inviterà mai a prendere un gelato per merenda, e potremo restringere l’alimentazione senza che nessuno ci dica niente. Sembra proprio ganzo. In un certo senso, lo è veramente.
Ecco perchè l’anoressia rende la solitudine meno pesante, anzi, desiderabile. Capite? Nessuno può farci notare esplicitamente che ci stiamo facendo del male, nessuno può giudicare o commentare quello che facciamo, nessuno può ferirci, nessuno può farci sentire sbagliate. L’anoressia diventa così la nostra unica “amica”. L’ironia in tutto questo è che si finisce per allontanare anche quelle poche vere amicizie che abbiamo, perché non vogliamo correre il rischio di perdere in maniera dolorosa coloro ai quali vogliamo bene. È molto facile arrivare a questo, un po’ per la natura stessa dei DCA (gli altri capirebbero subito che c’è qualcosa che non va, se ci frequentassero abitualmente) un po’ perché il DCA rende più facile l’allontanamento costruendo muri tra le persone. Ma quando si è dentro l’anoressia, tutto questo non c’interessa: abbiamo l’anoressia stessa, del resto, di cos’altro mai potremmo avere bisogno??
Ovviamente, nel momento in cui si decide d’intraprendere un percorso di ricovero, bisogna affrontare il sentimento della solitudine. Sebbene nel ricovero si possa essere meno sole che nel pieno dell’anoressia (facendo una stima delle interazioni con i familiari e con gli amici), ci si sente peggio perché non c’è più l’anoressia a “giustificare” il senso di solitudine che si prova nel momento in cui ci si rende conto che le persone che ci stanno intorno, non avendo vissuto l’anoressia sulla propria pelle, non possono capire realmente quel che proviamo. E allora si prova il desiderio di ritornare all’anoressia perché per lo meno quella ci aveva fatte sentire meno sole. Ma se ci pensate, in realtà, non è che l’anoressia ci rende meno sole: fa solo pesare di meno la solitudine. Certo, riprecipitare nel DCA è piuttosto facile – in parte perché certe cose le abbiamo vissute da così tanti anni che sono diventate abituali, in parte perché ci sono comunque sensazioni positive correlate – ma i momenti in cui percorrere la strada del ricovero diventa più agevole, sono proprio quelli in cui abbiamo vicino persone che possano sostenerci in questo difficile percorso. Non so esattamente quale relazione intercorra tra le amicizie e il percorrere la strada del ricovero, ma ho notato senz’ombra di dubbio che riaprirsi agli altri facilita la lotta contro l’anoressia.
Il ricovero inoltre implica uno slittamento nel modo in cui percepiamo noi stesse. La negatività dell’anoressia si ripercuote inevitabilmente sulla nostra autostima, e non avendo feedback esterni non c’è niente che riesca a cambiare la nostra visione negativa di noi stesse. Relazionaci con gli altri, invece, implica uno scambio, un confronto, che a volte può essere pure doloroso, ma su lunga gittata diventa inevitabilmente costruttivo.
Inoltre, è necessario rendersi conto di due cose: innanzitutto che non siamo le uniche a percorrere la strada del ricovero, e che non siamo da sole, perchè in questo momento ci sono tante alt ragazze che stanno cercando di fare esattamente quel che stiamo cercando di fare noi. In secondo luogo, anche le persone che non hanno un DCA possono sentirsi sole, e sarebbe sciocco credere che percorrere la strada del ricovero significhi che non ci sentiremo mai più sole (anche se questo non sarà bello…). Si sentirà sempre la mancanza di come l’anoressia riusciva a rimuovere il senso di vuoto e di solitudine riempiendolo con le sue ossessioni, ma adesso possiamo essere consapevoli che ci sono anche tante altre cose che possono riempire quel vuoto.
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mercoledì 6 luglio 2011
Freni al ricovero: Valium virtuale
Penso che l’ansia, più o meno marcata, sia un vissuto comune a chiunque stia alle prese con l’anoressia. L’ansia rende irritabili, e peggiora ulteriormente le cose che temiamo, un po’ come un serpente che si morde la coda.
Si comincia a star meglio quando ci si rende conto di quanto l’ansia possa pervadere la vita. Questo è il primo passo. Poi però bisogna imparare a mettere in atto strategie di coping contro l’ansia. Ed è proprio questo che mette un freno al percorrere la strada del ricovero:
L’anoressia è un ansiolitico
L’anoressia è una strategia di coping che permette di limitare l’ansia grazie alla sensazione di (illusorio) controllo che fornisce. L’ansia deriva infatti per lo più dal timore che qualcosa non vada come vorremmo, che esca dalla nostra sfera di controllo. L’anoressia sembra fornire la chiave del controllo. Ecco quindi che la malattia diventa la cura. Se possiamo controllare le cose (questo è ciò che l’anoressia ci fa credere), allora possiamo farle andare come vogliamo, ed evitare sorprese indesiderate, quindi possiamo contenere l’ansia. E se proprio, pur controllando l’andamento delle cose, il risultato non fosse conforme alle nostre aspettative, poiché detto risultato deriva comunque dal nostro indirizzamento controllato dei fatti, siamo in grado successivamente di adottare un’altra strategia (sempre controllata!) che ci permetta di dirigere le cose in un’altra maniera, pervenendo ai risultati desiderati.
Se sale il controllo, cala l’ansia. In tal senso, l’anoressia è meglio del Valium. Possiamo controllare le cose, e ci sentiamo bene quando restringiamo l’alimentazione: quale migliore accoppiata potremmo desiderare?
Anche durante le ricadute, si è consapevoli che il ritorno all’anoressia non avrà un lieto fine, e che prima o poi saremo comunque costrette a ricominciare a seguire l’ “equilibrio alimentare” e a riprendere peso. Eppure, ogni volta ci sentiamo raggelate. E non soltanto per il peso da riprendere o per la paura del cambiamento, ma soprattutto per l’aumento dell’ansia che arriva spontaneo quando si rinuncia al “controllo” dell’anoressia. Ci sembra di non essere capaci di gestire quell’ansia senza ricorrere al DCA. Nel pieno dell’anoressia, ci sembra di sapere perfettamente quello che vogliamo: restringere l’alimentazione. In questo frangente, l’ansia si riduce notevolmente perché abbiamo per lo meno un’incrollabile certezza. Il fatto addizionale che l’anoressia sia un ottimo asso nella manica, riduce i livelli di ansia sostanzialmente a zero. Perché anche se tutto andasse a puttane, l’anoressia resta sempre, no?!
Iniziare il percorso di ricovero significa abbandonare tutto questo. Significa rinunciare al nostro Valium virtuale ed imparare ad adottare altre strategie di coping non disfunzionali nei confronti dell’ansia. Il ricovero di per sé – ahimè! – non riduce l’ansia. Ci si sente ansiose come prima e, anzi, forse sembra pure peggio perché siamo appena reduci da un qualcosa che aveva fatto scomparire l’ansia totalmente. Ci sono millemila strategie di coping nei confronti dell’ansia, dallo yoga, alla meditazione, al masticare chewing-gum, al prendere una camomilla, al ricamare, al cercare di distrarsi… e ce ne vogliono a milioni, di queste strategie, perché non tutte sono funzionali per le differenti situazioni. Ovviamente non posso mettermi a prendere una camomilla se sono nel bel mezzo di una gara, ma posso respirare a fondo e dire a me stessa di rimanere concentrata su ciò che sto facendo per impedire alla mia testa di divagare ed essere facile preda dell’ansia. Inoltre, bisogna imparare ad accettare il fatto che la vita non si può controllare, e che quindi l’ansia non potrà mai essere eliminata del tutto, ma che non è così insormontabile da doverla tamponare con l’anoressia. Perciò, quando vi trovate a provare particolare ansia nel percorrere la strada del ricovero e vi viene voglia di rituffarvi nell’anoressia, prendetevi un attimo per pensare: “Quest’ansia l’ho già vissuta, e non ne sono morta. L’anoressia può essere un Valium, un palliativo, ma non la risolve. Perciò, tutto quello che posso fare, è affrontare quest’ansia tal quale. L’ansia non mi ha mai uccisa, quindi ce la posso fare anche stavolta”.
Si comincia a star meglio quando ci si rende conto di quanto l’ansia possa pervadere la vita. Questo è il primo passo. Poi però bisogna imparare a mettere in atto strategie di coping contro l’ansia. Ed è proprio questo che mette un freno al percorrere la strada del ricovero:
L’anoressia è un ansiolitico
L’anoressia è una strategia di coping che permette di limitare l’ansia grazie alla sensazione di (illusorio) controllo che fornisce. L’ansia deriva infatti per lo più dal timore che qualcosa non vada come vorremmo, che esca dalla nostra sfera di controllo. L’anoressia sembra fornire la chiave del controllo. Ecco quindi che la malattia diventa la cura. Se possiamo controllare le cose (questo è ciò che l’anoressia ci fa credere), allora possiamo farle andare come vogliamo, ed evitare sorprese indesiderate, quindi possiamo contenere l’ansia. E se proprio, pur controllando l’andamento delle cose, il risultato non fosse conforme alle nostre aspettative, poiché detto risultato deriva comunque dal nostro indirizzamento controllato dei fatti, siamo in grado successivamente di adottare un’altra strategia (sempre controllata!) che ci permetta di dirigere le cose in un’altra maniera, pervenendo ai risultati desiderati.
Se sale il controllo, cala l’ansia. In tal senso, l’anoressia è meglio del Valium. Possiamo controllare le cose, e ci sentiamo bene quando restringiamo l’alimentazione: quale migliore accoppiata potremmo desiderare?
Anche durante le ricadute, si è consapevoli che il ritorno all’anoressia non avrà un lieto fine, e che prima o poi saremo comunque costrette a ricominciare a seguire l’ “equilibrio alimentare” e a riprendere peso. Eppure, ogni volta ci sentiamo raggelate. E non soltanto per il peso da riprendere o per la paura del cambiamento, ma soprattutto per l’aumento dell’ansia che arriva spontaneo quando si rinuncia al “controllo” dell’anoressia. Ci sembra di non essere capaci di gestire quell’ansia senza ricorrere al DCA. Nel pieno dell’anoressia, ci sembra di sapere perfettamente quello che vogliamo: restringere l’alimentazione. In questo frangente, l’ansia si riduce notevolmente perché abbiamo per lo meno un’incrollabile certezza. Il fatto addizionale che l’anoressia sia un ottimo asso nella manica, riduce i livelli di ansia sostanzialmente a zero. Perché anche se tutto andasse a puttane, l’anoressia resta sempre, no?!
Iniziare il percorso di ricovero significa abbandonare tutto questo. Significa rinunciare al nostro Valium virtuale ed imparare ad adottare altre strategie di coping non disfunzionali nei confronti dell’ansia. Il ricovero di per sé – ahimè! – non riduce l’ansia. Ci si sente ansiose come prima e, anzi, forse sembra pure peggio perché siamo appena reduci da un qualcosa che aveva fatto scomparire l’ansia totalmente. Ci sono millemila strategie di coping nei confronti dell’ansia, dallo yoga, alla meditazione, al masticare chewing-gum, al prendere una camomilla, al ricamare, al cercare di distrarsi… e ce ne vogliono a milioni, di queste strategie, perché non tutte sono funzionali per le differenti situazioni. Ovviamente non posso mettermi a prendere una camomilla se sono nel bel mezzo di una gara, ma posso respirare a fondo e dire a me stessa di rimanere concentrata su ciò che sto facendo per impedire alla mia testa di divagare ed essere facile preda dell’ansia. Inoltre, bisogna imparare ad accettare il fatto che la vita non si può controllare, e che quindi l’ansia non potrà mai essere eliminata del tutto, ma che non è così insormontabile da doverla tamponare con l’anoressia. Perciò, quando vi trovate a provare particolare ansia nel percorrere la strada del ricovero e vi viene voglia di rituffarvi nell’anoressia, prendetevi un attimo per pensare: “Quest’ansia l’ho già vissuta, e non ne sono morta. L’anoressia può essere un Valium, un palliativo, ma non la risolve. Perciò, tutto quello che posso fare, è affrontare quest’ansia tal quale. L’ansia non mi ha mai uccisa, quindi ce la posso fare anche stavolta”.
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mercoledì 29 giugno 2011
Freni al ricovero: Quando la fame (non) colpisce
Sebbene non sempre presente, nello scrivere questa serie di post mi sono resa conto che anche questo freno può avere un ruolo rilevante nel bloccare il percorso sulla strada del ricovero.
(Non) sentirsi affamate
Talvolta, soprattutto quando si studia sodo o si lavora, non conta molto quante ore si va avanti senza mangiare. Non si sente comunque la fame. Molti fattori possono concorrere a questo, per esempio la concentrazione mentale, il fatto che magari si debba stare sedute, e così via. Quando smettiamo di studiare o di lavorare, solo allora ci accorgiamo di aver fame. Ma mentre stiamo studiando o lavorando? Non abbiamo fame. Proprio non ne abbiamo.
Questo può rendere estremamente difficile il seguire l’ “equilibrio alimentare”, perchè per chi sta combattendo contro un DCA non è facile mangiare, e lo è ancora meno il farlo quando non ha fame. Eppure, bisogna razionalizzare. Perché in certe situazioni non ci viene fame? Forse perché qualcuno potrebbe vederci mangiare, e questo c’infastidisce. Forse perché non vogliamo unirci a mensa coi nostri colleghi. O forse perché scatta il richiamo dell’anoressia che ci dice che se ignoriamo la fame, allora siamo più forti (ma più forti di cosa?), e forse non abbiamo neanche bisogno di mangiare e possiamo tranquillamente saltare quel pasto. In fin dei conti, davvero non abbiamo fame! Quindi, perché mangiare? La risposta è: per non farci fregare di nuovo dall’anoressia. Perché dandogliela vita si entra in un trip di pensieri distorti dai quali uscire è sempre più difficile.
Comunque, cosa succede all’appetito, dunque?
Facile dire: “Un DCA altera il metabolismo è il senso di fame/sazietà, perchè quest’aspetto viene completamente controllato dalla testa”, ma non è questo il punto. Il punto è che un DCA fa perdere quello che ogni essere vivente possiede come istinto naturale, fin dalla nascita: l’alimentazione intuitiva (“Intuitive eating”). Non so se sapete di cosa sto parlando (ho trattato l’argomento in QUESTO POST), in ogni caso, per farla estremamente breve, è una cosa del tipo: mangia quando hai fame, smetti quando ti senti piena. Ho sentito diverse dietiste dire alle loro pazienti, che erano terrorizzate all’idea di riprendere peso, di seguire l’alimentazione intuitiva: se avessero mangiato quando erano affamate e avessero smesso quando si sentivano piene, non avrebbero preso peso.
Non penso che quest’affermazione sia del tutto sbagliata, in certi frangenti può essere pure valida, ma credo che non si possa fare di tutta l’erba un fascio, e che questa asserzione non sia applicabile a chi sta cercando di combattere contro un DCA. Perché molto spesso noi ci troviamo a dover mangiare anche se non siamo affamate, per seguire l’ “equilibrio alimentare”. Prima dell’esordio dell’anoressia, non ci si preoccupa particolarmente di quanto o cosa si mangi, ma dopo le cose cambiano radicalmente. È per questo che si ha bisogno di una rieducazione da un punto di vista alimentare, di un riassestamento del metabolismo, di seguire delle linee-guida senza farci giudare unicamente dal nostro istinto. Bisogna lavorare col e sul nostro corpo. E questo significa anche mangiare quando non siamo affamate, e rispettare con rigore l’ “equilibrio alimentare”.
Parte del percorso consiste nel rompere le rigide regole alimentari che ci eravamo auto-imposte per anni ed anni. È difficile relazionarsi al fatto che il nostro corpo non è in grado di darci segnali veritieri su quando abbiamo fame e quando siamo sazie, ed è per questo che l’ “equilibrio alimentare” è estremamente utile: è un sistema che ci permette di mangiare quando ne abbiamo bisogno, ed è abbastanza flessibile da adattarsi alla nostra vita quotidiana.
(Non) sentirsi affamate
Talvolta, soprattutto quando si studia sodo o si lavora, non conta molto quante ore si va avanti senza mangiare. Non si sente comunque la fame. Molti fattori possono concorrere a questo, per esempio la concentrazione mentale, il fatto che magari si debba stare sedute, e così via. Quando smettiamo di studiare o di lavorare, solo allora ci accorgiamo di aver fame. Ma mentre stiamo studiando o lavorando? Non abbiamo fame. Proprio non ne abbiamo.
Questo può rendere estremamente difficile il seguire l’ “equilibrio alimentare”, perchè per chi sta combattendo contro un DCA non è facile mangiare, e lo è ancora meno il farlo quando non ha fame. Eppure, bisogna razionalizzare. Perché in certe situazioni non ci viene fame? Forse perché qualcuno potrebbe vederci mangiare, e questo c’infastidisce. Forse perché non vogliamo unirci a mensa coi nostri colleghi. O forse perché scatta il richiamo dell’anoressia che ci dice che se ignoriamo la fame, allora siamo più forti (ma più forti di cosa?), e forse non abbiamo neanche bisogno di mangiare e possiamo tranquillamente saltare quel pasto. In fin dei conti, davvero non abbiamo fame! Quindi, perché mangiare? La risposta è: per non farci fregare di nuovo dall’anoressia. Perché dandogliela vita si entra in un trip di pensieri distorti dai quali uscire è sempre più difficile.
Comunque, cosa succede all’appetito, dunque?
Facile dire: “Un DCA altera il metabolismo è il senso di fame/sazietà, perchè quest’aspetto viene completamente controllato dalla testa”, ma non è questo il punto. Il punto è che un DCA fa perdere quello che ogni essere vivente possiede come istinto naturale, fin dalla nascita: l’alimentazione intuitiva (“Intuitive eating”). Non so se sapete di cosa sto parlando (ho trattato l’argomento in QUESTO POST), in ogni caso, per farla estremamente breve, è una cosa del tipo: mangia quando hai fame, smetti quando ti senti piena. Ho sentito diverse dietiste dire alle loro pazienti, che erano terrorizzate all’idea di riprendere peso, di seguire l’alimentazione intuitiva: se avessero mangiato quando erano affamate e avessero smesso quando si sentivano piene, non avrebbero preso peso.
Non penso che quest’affermazione sia del tutto sbagliata, in certi frangenti può essere pure valida, ma credo che non si possa fare di tutta l’erba un fascio, e che questa asserzione non sia applicabile a chi sta cercando di combattere contro un DCA. Perché molto spesso noi ci troviamo a dover mangiare anche se non siamo affamate, per seguire l’ “equilibrio alimentare”. Prima dell’esordio dell’anoressia, non ci si preoccupa particolarmente di quanto o cosa si mangi, ma dopo le cose cambiano radicalmente. È per questo che si ha bisogno di una rieducazione da un punto di vista alimentare, di un riassestamento del metabolismo, di seguire delle linee-guida senza farci giudare unicamente dal nostro istinto. Bisogna lavorare col e sul nostro corpo. E questo significa anche mangiare quando non siamo affamate, e rispettare con rigore l’ “equilibrio alimentare”.
Parte del percorso consiste nel rompere le rigide regole alimentari che ci eravamo auto-imposte per anni ed anni. È difficile relazionarsi al fatto che il nostro corpo non è in grado di darci segnali veritieri su quando abbiamo fame e quando siamo sazie, ed è per questo che l’ “equilibrio alimentare” è estremamente utile: è un sistema che ci permette di mangiare quando ne abbiamo bisogno, ed è abbastanza flessibile da adattarsi alla nostra vita quotidiana.
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giovedì 23 giugno 2011
Freni al ricovero: Endorfine
Quel che sto per scrivere non sorprenderà affatto chi ha un DCA, ma forse potrà stupire chi non ha mai vissuto l’anoressia sulla propria pelle: quando si percorre la strada del ricovero si sente la mancanza dell’elevato livello di endorfine che consegue alla restrizione alimentare. Si sente la mancanza del senso di forza, controllo e soddisfazione che solo l’anoressia è in grado di conferire in quel modo particolare. Si sente la mancanza di quel senso di onnipotenza. Se ne sente la mancanza.
Ovviamente, l’anoressia non è solo sensazioni positive: alla lunga finisce per dare più problemi di quanti sembra toglierne. Ma il nostro cervello – studi scientifici alla mano – è bravo a rimuovere le cose negative conservando invece quelle positive. E quindi, quello che rimane è in definitiva la mancanza delle endorfine, la mancanza della sensazione di forza, controllo e benessere che l’anoressia sembrava conferire. Ci manca un sacco. Ma proprio tanto. Non sentiamo la mancanza del fatto che magari a volte non avevamo abbastanza fiato, o abbiamo collassato. Questo non ha importanza, perché non è che la conseguenza della restrizione alimentare. Questo certo non ci manca. Ma quei momenti in cui ci sembrava di essere migliori degli altri, qui momenti in cui riuscivamo a restringere nonostante le pressioni circostanti, quei momenti in cui ci sentivamo forti, soddisfatte, quei momenti in cui ci sembrava di poter controllare tutto, quei momenti in cui sentivamo di avere tutta la vita nelle nostre mani… ecco, quelli ci mancano da morire.
Sebbene le endorfine non siano uno dei maggiori freni al percorso di ricovero, sicuramente possono giocarci la loro parte. Quando si recupera il peso fisiologico, ci si sente sicuramente meglio – da un punto di vista oggettivo – sia fisicamente che mentalmente. Ma il problema di fondo rimane: non si riesce a trovare più niente che ci faccia stare bene quanto ci ha fatte stare bene l’anoressia. Niente che faccia liberare così tante endorfine. All’Università ho studiato che l’unica cosa che faccia rilasciare tante endorfine quante la restrizione alimentare nell’anoressia, è l’utilizzo di droghe. Del resto, penso che gli stupefacenti e l’anoressia abbiano tantissimo in comune. Anche l’anoressia, a suo modo, è una droga: dà dipendenza, assuefazione fisica e mentale, fa sentire “migliori”, conferisce una sensazione di forza, controllo, soddisfazione, onnipotenza. Certo, percorrendo la strada del ricovero ci si rende conto che ci sono tante altre cose belle nella vita: lo sport, gli hobby, le amiche, il lavoro, ma questi non fanno da rimpiazzo alle sensazioni che l’anoressia ci faceva provare. Non stimolano il rilascio di altrettante endorfine.
Da una parte, penso che dovremmo semplicemente smetterla di cercare di trovare un rimpiazzo all’anoressia. Purtroppo il problema è il bisogno di avere quell’elevato livello di endorfine pur non utilizzando mezzi autodistruttivi. Molto, molto arduo. E forse, a ben pensarci, l’anoressia ci faceva sentire così bene proprio perché tutto il resto sembrava andare terribilmente male.
Recentemente, mi sono ritrovata a pensare a cose che ho fatto quand’ero piccola. Per esempio, quando passavo Estati su Estati a giocare a calcio su un campetto che è stato ad oggi spianato per costruire una casa. Oppure quando mi arrampicavo su un ciliegio che è stato poi abbattuto. Oppure quando facevo le “esplorazioni” in un palazzo disabitato che è stato successivamente trasformato in un albergo. Oppure quando ho fatto le mie prime gare di karate, mettendomi la cintura gialla anche se ero ancora cintura bianca. Inizialmente, ripensando a cose di questo tipo, mi è venuta un po’ di nostalgia. Poi però mi sono detta: “Bè, sono state cose davvero divertenti, però adesso sono cresciuta e sono altre le cose che voglio fare” e i pensieri sono a poco a poco sfumati.
Chissà, forse un giorno succederà qualcosa del genere anche per l’anoressia… Saremo in grado di guardare al periodo della restrizione alimentare e dirci: “Sì, è stato grandioso, mi ha fatto sentire speciale, ed è stato bello finché è durato, ma questo è il mio passato, e davanti a me ho un futuro che voglio provare a costruire in maniera differente”.
P.S.= Chiedo un consiglio a chi ci è passata... Alla fine di Agosto mi scadrà il contratto dell'appartamento in affitto in cui abito adesso, e dovrò traslocare... Se vi è capitata una cosa del genere, come avete fatto a trovare un nuovo appartamento? Vi siete rivolte alle agenzie immobiliari? Avete cercato tramite Internet? Avete cercato un "passaparola" tra conoscenti?... Qual è secondo voi il modo migliore in cui procedere per trovare casa in affitto senza perdere troppo tempo?...
Ovviamente, l’anoressia non è solo sensazioni positive: alla lunga finisce per dare più problemi di quanti sembra toglierne. Ma il nostro cervello – studi scientifici alla mano – è bravo a rimuovere le cose negative conservando invece quelle positive. E quindi, quello che rimane è in definitiva la mancanza delle endorfine, la mancanza della sensazione di forza, controllo e benessere che l’anoressia sembrava conferire. Ci manca un sacco. Ma proprio tanto. Non sentiamo la mancanza del fatto che magari a volte non avevamo abbastanza fiato, o abbiamo collassato. Questo non ha importanza, perché non è che la conseguenza della restrizione alimentare. Questo certo non ci manca. Ma quei momenti in cui ci sembrava di essere migliori degli altri, qui momenti in cui riuscivamo a restringere nonostante le pressioni circostanti, quei momenti in cui ci sentivamo forti, soddisfatte, quei momenti in cui ci sembrava di poter controllare tutto, quei momenti in cui sentivamo di avere tutta la vita nelle nostre mani… ecco, quelli ci mancano da morire.
Sebbene le endorfine non siano uno dei maggiori freni al percorso di ricovero, sicuramente possono giocarci la loro parte. Quando si recupera il peso fisiologico, ci si sente sicuramente meglio – da un punto di vista oggettivo – sia fisicamente che mentalmente. Ma il problema di fondo rimane: non si riesce a trovare più niente che ci faccia stare bene quanto ci ha fatte stare bene l’anoressia. Niente che faccia liberare così tante endorfine. All’Università ho studiato che l’unica cosa che faccia rilasciare tante endorfine quante la restrizione alimentare nell’anoressia, è l’utilizzo di droghe. Del resto, penso che gli stupefacenti e l’anoressia abbiano tantissimo in comune. Anche l’anoressia, a suo modo, è una droga: dà dipendenza, assuefazione fisica e mentale, fa sentire “migliori”, conferisce una sensazione di forza, controllo, soddisfazione, onnipotenza. Certo, percorrendo la strada del ricovero ci si rende conto che ci sono tante altre cose belle nella vita: lo sport, gli hobby, le amiche, il lavoro, ma questi non fanno da rimpiazzo alle sensazioni che l’anoressia ci faceva provare. Non stimolano il rilascio di altrettante endorfine.
Da una parte, penso che dovremmo semplicemente smetterla di cercare di trovare un rimpiazzo all’anoressia. Purtroppo il problema è il bisogno di avere quell’elevato livello di endorfine pur non utilizzando mezzi autodistruttivi. Molto, molto arduo. E forse, a ben pensarci, l’anoressia ci faceva sentire così bene proprio perché tutto il resto sembrava andare terribilmente male.
Recentemente, mi sono ritrovata a pensare a cose che ho fatto quand’ero piccola. Per esempio, quando passavo Estati su Estati a giocare a calcio su un campetto che è stato ad oggi spianato per costruire una casa. Oppure quando mi arrampicavo su un ciliegio che è stato poi abbattuto. Oppure quando facevo le “esplorazioni” in un palazzo disabitato che è stato successivamente trasformato in un albergo. Oppure quando ho fatto le mie prime gare di karate, mettendomi la cintura gialla anche se ero ancora cintura bianca. Inizialmente, ripensando a cose di questo tipo, mi è venuta un po’ di nostalgia. Poi però mi sono detta: “Bè, sono state cose davvero divertenti, però adesso sono cresciuta e sono altre le cose che voglio fare” e i pensieri sono a poco a poco sfumati.
Chissà, forse un giorno succederà qualcosa del genere anche per l’anoressia… Saremo in grado di guardare al periodo della restrizione alimentare e dirci: “Sì, è stato grandioso, mi ha fatto sentire speciale, ed è stato bello finché è durato, ma questo è il mio passato, e davanti a me ho un futuro che voglio provare a costruire in maniera differente”.
P.S.= Chiedo un consiglio a chi ci è passata... Alla fine di Agosto mi scadrà il contratto dell'appartamento in affitto in cui abito adesso, e dovrò traslocare... Se vi è capitata una cosa del genere, come avete fatto a trovare un nuovo appartamento? Vi siete rivolte alle agenzie immobiliari? Avete cercato tramite Internet? Avete cercato un "passaparola" tra conoscenti?... Qual è secondo voi il modo migliore in cui procedere per trovare casa in affitto senza perdere troppo tempo?...
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venerdì 17 giugno 2011
Freni al ricovero: Sentirsi normali
Continuando la serie di post che parlano di ciò che ci frena nel percorrere la strada del ricovero, quello che sto per scrivere è abbastanza strettamente correlato al mio ultimo post, ma non è proprio analogo, insomma, è abbastanza differente da meritare un post a se' stante.
Senza l’anoressia, ci si sente semplicemente “normali”
Nella maggior parte dei casi, la nostra altezza è normale. Prima di entrare nella spirale dell’anoressia, molto spesso anche il nostro peso è normale. Il che va benissimo, salvo il fatto che una delle principali ragioni che spinge nelle braccia di un DCA è proprio il fatto che non vogliamo sentirci “normali”. Vorremmo essere piuttosto speciali.
Come molti degli aspetti correlati all’anoressia, gran parte di questo processo inizia ben prima che il DCA tal quale abbia esordito. La maggior parte di noi, infatti, già dai tempi in cui andava a scuola elementare, sente il bisogno di essere “la migliore” quantomeno in ambito scolastico. Non per narcisismo, quanto piuttosto per competitività. Non c’è niente di male, in sé per sé, ad essere competitive, salvo che molto spesso questa competitività diventa “patologica” nel momento in cui, se non si è “le migliori”, allora ci si sente un fallimento totale e si rinuncia a tutto. Lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ricordo che da qualche parte avevo letto una frase che recitava: “Solo una persona può essere la migliore”, e ogni volta che mi dovevo sottoporre ad una prova di qualche tipo, mi chiedevo: “E dunque, perché quella persona non potrei essere IO?”.
Giusto qualche esempio personale per rendere meglio l’idea.
Per entrare a Medicina, la facoltà universitaria che frequento, è necessario passare un test d’ammissione, perché è a numero chiuso: nell’ateneo che frequento ci sono 200 posti, e quindi soltanto le 200 persone che ottengono i punteggi più alti vengono ammesse. Facendo questo test, realizzai 58.50 punti, e fui ammessa: 28esima nella graduatoria d’ammissione (anche se sono passati diversi anni, me lo ricordo ancora benissimo!). 28esima classificata. Per me fu devastante. Per settimane tutto quello a cui riuscii a pensare fu che ben 27 persone erano riuscite a fare il test d’ammissione meglio di me, ottenendo punteggi più elevati. Non aveva nessuna importanza il fatto che gli iscritti al test d’ammissione fossero circa 3000, e che quindi ci fossero state circa 2972 persone che avevano fatto peggio di me. Il punto era solo che io non ero stata la migliore. E quindi, nella mia distorta equazione mentale, significava che se non ero stata la migliore, allora non valevo niente.
Altro esempio, in ambito sportivo. Qualche anno fa, io e gli altri ragazzi che fanno karate insieme a me, facemmo una “gara interna” di kumite (combattimento). Sebbene questa gara non avesse alcuna valenza (era giusto “un’amichevole”, per intendersi), e sebbene tutti i miei compagni di squadra fossero brave persone, e che sapevo già non avrebbero fatto pesare a nessuno la sconfitta, io ero comunque terrorizzata dall’idea di non poter vincere. Non lo feci, in effetti. Mi classificai seconda, ci rimasi estremamente male, ed andai nello spogliatoio pienamente convinta che solo un colpo di fortuna mi avesse salvato dall’arrivare ultima. Non avevo vinto, questo era tutto ciò su cui ero focalizzata, tutto ciò che importava. Bianco o nero. Mentalità dicotomica.
Quello che ci succede nel DCA, in definitiva, è un qualcosa di estremamente simile: quello che ci spinge a vincere non è la gioia della vittoria, ma la paura della sconfitta. E questo è una diretta conseguenza del perfezionismo strettamente correlato all’anoressia stessa. Ovviamente l’anoressia non è solo perfezionismo – ma le due cose sono spesso fortemente legate tra loro.
Ecco, l’anoressia ci fa sentire speciali, in un certo qual modo. Ci fa sentire come se fossimo “le migliori” quando riusciamo a restringere l’alimentazione, perché è un qualcosa che la stragrande maggioranza della gente non riesce a fare. Se qualsiasi cosa va storta, ci barrichiamo in una restrizione ancora più serrata. Per dimostrare (a noi stesse??!) che c’è comunque un campo in cui possiamo far andare tutto dritto perchè siamo “le migliori”, lì. Perché ci sembra che, se non ci fosse l’anoressia, saremo semplicemente “normali”. E la normalità è una qualcosa che non correla bene con una mentalità di tipo perfezionistico e competitivo. La ricerca dell’anoressia non ha molto a che fare con la ricerca della magrezza, è piuttosto una ricerca del sentirsi speciali. Perché se si riesce a controllare tutto – come l’anoressia c’illude di poter fare – allora questo vuol dire “per forza” che siamo speciali.
Percorrere la strada del ricovero, ovviamente, significa in prima battuta mangiare correttamente e riprendere peso. Significa cercare di distaccarsi dai pensieri distorti che l’anoressia mette in testa. Ed è qui che il gioco si fa duro. Perchè l’anoressia ti convince che quello che dice è la verità. Perché non è affatto facile staccarsi di dosso la sensazione di “specialità” che l’anoressia conferiva. Perché liberarsi di un asso nella manica formidabile come l’anoressia, di un qualcosa che per la prima volta nella nostra vita ci ha fatto sentire davvero speciali, per ripiombare in quella normalità che avevamo proprio con l’anoressia cercato di evadere? È estremamente difficile accettare il nostro essere “normali”, e che quest’essere “normale” va comunque bene, dopo aver trascorso anni ed anni con la convinzione che o si è “le migliori”, o non si è niente. Certo, razionalmente sappiamo benissimo che non è essere “la migliore” che ci rende speciali, e non lo è nemmeno la restrizione alimentare… si è speciali perché siamo noi stesse, uniche ed irripetibili, anche se si è “normali”. Emotivamente, però, accettare la cosa richiede molto più tempo. Eppure, è proprio l’essere “normali” che ci rende speciali: perché combattere contro l’anoressia ed accettare il rischio di ricominciare a vivere giorno dopo giorno pur essendo persone “normali”, è davvero un qualcosa di speciale. Del resto, è quando il gioco si fa duro che le dure iniziano a giocare, no?!
Senza l’anoressia, ci si sente semplicemente “normali”
Nella maggior parte dei casi, la nostra altezza è normale. Prima di entrare nella spirale dell’anoressia, molto spesso anche il nostro peso è normale. Il che va benissimo, salvo il fatto che una delle principali ragioni che spinge nelle braccia di un DCA è proprio il fatto che non vogliamo sentirci “normali”. Vorremmo essere piuttosto speciali.
Come molti degli aspetti correlati all’anoressia, gran parte di questo processo inizia ben prima che il DCA tal quale abbia esordito. La maggior parte di noi, infatti, già dai tempi in cui andava a scuola elementare, sente il bisogno di essere “la migliore” quantomeno in ambito scolastico. Non per narcisismo, quanto piuttosto per competitività. Non c’è niente di male, in sé per sé, ad essere competitive, salvo che molto spesso questa competitività diventa “patologica” nel momento in cui, se non si è “le migliori”, allora ci si sente un fallimento totale e si rinuncia a tutto. Lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ricordo che da qualche parte avevo letto una frase che recitava: “Solo una persona può essere la migliore”, e ogni volta che mi dovevo sottoporre ad una prova di qualche tipo, mi chiedevo: “E dunque, perché quella persona non potrei essere IO?”.
Giusto qualche esempio personale per rendere meglio l’idea.
Per entrare a Medicina, la facoltà universitaria che frequento, è necessario passare un test d’ammissione, perché è a numero chiuso: nell’ateneo che frequento ci sono 200 posti, e quindi soltanto le 200 persone che ottengono i punteggi più alti vengono ammesse. Facendo questo test, realizzai 58.50 punti, e fui ammessa: 28esima nella graduatoria d’ammissione (anche se sono passati diversi anni, me lo ricordo ancora benissimo!). 28esima classificata. Per me fu devastante. Per settimane tutto quello a cui riuscii a pensare fu che ben 27 persone erano riuscite a fare il test d’ammissione meglio di me, ottenendo punteggi più elevati. Non aveva nessuna importanza il fatto che gli iscritti al test d’ammissione fossero circa 3000, e che quindi ci fossero state circa 2972 persone che avevano fatto peggio di me. Il punto era solo che io non ero stata la migliore. E quindi, nella mia distorta equazione mentale, significava che se non ero stata la migliore, allora non valevo niente.
Altro esempio, in ambito sportivo. Qualche anno fa, io e gli altri ragazzi che fanno karate insieme a me, facemmo una “gara interna” di kumite (combattimento). Sebbene questa gara non avesse alcuna valenza (era giusto “un’amichevole”, per intendersi), e sebbene tutti i miei compagni di squadra fossero brave persone, e che sapevo già non avrebbero fatto pesare a nessuno la sconfitta, io ero comunque terrorizzata dall’idea di non poter vincere. Non lo feci, in effetti. Mi classificai seconda, ci rimasi estremamente male, ed andai nello spogliatoio pienamente convinta che solo un colpo di fortuna mi avesse salvato dall’arrivare ultima. Non avevo vinto, questo era tutto ciò su cui ero focalizzata, tutto ciò che importava. Bianco o nero. Mentalità dicotomica.
Quello che ci succede nel DCA, in definitiva, è un qualcosa di estremamente simile: quello che ci spinge a vincere non è la gioia della vittoria, ma la paura della sconfitta. E questo è una diretta conseguenza del perfezionismo strettamente correlato all’anoressia stessa. Ovviamente l’anoressia non è solo perfezionismo – ma le due cose sono spesso fortemente legate tra loro.
Ecco, l’anoressia ci fa sentire speciali, in un certo qual modo. Ci fa sentire come se fossimo “le migliori” quando riusciamo a restringere l’alimentazione, perché è un qualcosa che la stragrande maggioranza della gente non riesce a fare. Se qualsiasi cosa va storta, ci barrichiamo in una restrizione ancora più serrata. Per dimostrare (a noi stesse??!) che c’è comunque un campo in cui possiamo far andare tutto dritto perchè siamo “le migliori”, lì. Perché ci sembra che, se non ci fosse l’anoressia, saremo semplicemente “normali”. E la normalità è una qualcosa che non correla bene con una mentalità di tipo perfezionistico e competitivo. La ricerca dell’anoressia non ha molto a che fare con la ricerca della magrezza, è piuttosto una ricerca del sentirsi speciali. Perché se si riesce a controllare tutto – come l’anoressia c’illude di poter fare – allora questo vuol dire “per forza” che siamo speciali.
Percorrere la strada del ricovero, ovviamente, significa in prima battuta mangiare correttamente e riprendere peso. Significa cercare di distaccarsi dai pensieri distorti che l’anoressia mette in testa. Ed è qui che il gioco si fa duro. Perchè l’anoressia ti convince che quello che dice è la verità. Perché non è affatto facile staccarsi di dosso la sensazione di “specialità” che l’anoressia conferiva. Perché liberarsi di un asso nella manica formidabile come l’anoressia, di un qualcosa che per la prima volta nella nostra vita ci ha fatto sentire davvero speciali, per ripiombare in quella normalità che avevamo proprio con l’anoressia cercato di evadere? È estremamente difficile accettare il nostro essere “normali”, e che quest’essere “normale” va comunque bene, dopo aver trascorso anni ed anni con la convinzione che o si è “le migliori”, o non si è niente. Certo, razionalmente sappiamo benissimo che non è essere “la migliore” che ci rende speciali, e non lo è nemmeno la restrizione alimentare… si è speciali perché siamo noi stesse, uniche ed irripetibili, anche se si è “normali”. Emotivamente, però, accettare la cosa richiede molto più tempo. Eppure, è proprio l’essere “normali” che ci rende speciali: perché combattere contro l’anoressia ed accettare il rischio di ricominciare a vivere giorno dopo giorno pur essendo persone “normali”, è davvero un qualcosa di speciale. Del resto, è quando il gioco si fa duro che le dure iniziano a giocare, no?!
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sabato 11 giugno 2011
Freni al ricovero: L'asso nella manica
Molte di voi, scrivendomi tramite e-mail, mi hanno chiesto come mai scegliere d’intraprendere la strada del ricovero sia così difficile, come mai sia così difficile seguirla, e come mai l’anoressia rappresenta comunque una calamita così potente da determinare numerose ricadute; come mai è così difficile staccarsene, e come poterci riuscire. Pertanto, ho deciso di scrivere una serie di post cercando in ognuno di essi di mettere in luce quali sono gli aspetti che ci tengono legate all’anoressia di modo che, prendendone più apertamente coscienza, possiamo essere in grado di contrastarli, dandoci ulteriori chances di percorrere la strada del ricovero. Paragonando il ricovero ad una strada che si percorre in auto, vediamo quali ne sono i freni.
Tanto per cominciare, quindi, il primo ed estremamente importante freno al ricovero, che è:
L’anoressia è un asso nella manica
Cosa intendo dire con questo? Quello che accade con l’anoressia (come ho anche detto sul video che ho fatto per MTVnews, e che, se non l'avete già visto, potete trovare QUI) è un qualcosa del tipo: siamo brave a restringere l’alimentazione senza sgarrare, da questo punto di vista teniamo tutto sotto controllo – cosa che la stragrande maggioranza della gente non sa fare – e, cosa più importante, ne siamo consapevoli. Non c’è bisogno che qualcuno ce lo dica. Certo, sappiamo anche di essere intelligenti, sensibili, brave nello sport o in ambito scolastico o lavorativo, ma lo sappiamo solo nel momento in cui gli altri ce lo dicono, nel momento in cui riceviamo una lode, e comunque non ci fidiamo mai al 100% della sincerità di chi ci dice cose del genere. Lo sappiamo, ma non ne siamo consapevoli, non è una cosa che ci viene da dentro, dobbiamo avere una conferma esterna. Perciò, quando ci si rende conto da sole che siamo brave a restringere l’alimentazione controllandola, per la prima volta la nostra autostima risale e ci rendiamo pienamente conto di possedere almeno un’abilità. Un qualcosa che sembra renderci diverse dagli altri, e speciali. Per la prima volta si trova qualcosa rispetto alla quale non nutriamo alcun dubbio di potercela fare, e sentiamo di possedere una vita.
L’’ironia, ovviamente, sta nel fatto che l’anoressia in realtà distrugge la vita, e ci rende ancora più insicure in merito a tutte le altre nostre abilità. Ma siamo comunque brave a restringere l’alimentazione. Siamo comunque più brave di chiunque altro nel controllare – ci sembra – ogni aspetto della nostra vita. Siamo comunque brave a tirare avanti fino al limite estremo. Ecco perché l’anoressia diventa il nostro asso nella manica. Dunque, il DCA distrugge la nostra già scarsa sicurezza in ogni qualsiasi nostra abilità, eccetto il fatto che siamo di gran lunga migliori degli altri nel controllo. Per dirla in un modo che anche le ragazze pro-ana/mia apprezzerebbero, siamo le Dee del Controllo.
Ovvio quindi che s’inizia ad utilizzare l’anoressia come un anestetico, una strategia di coping, un qualcosa per sentirci meglio quando tutto nella nostra vita sembra andare storto. Si prende un brutto voto ad un compito/interrogazione/esame? Vabbè – vorrà dire che oggi non faremo merenda. Si fa un colloquio di lavoro e non si viene scelte? Okay – abbiamo mangiato solo 3 biscotti e mezzo bicchiere di latte a colazione: fanculo il lavoro. Si ricevono critiche da pare di genitori/amici/colleghi di lavoro/superiori? Pazienza – siamo riuscite a restringere l’alimentazione in ogni singolo pasto della giornata, e questo ci fa stare in pace col mondo. Non importa quanto le cose possano andare storte, non contano i disastri che possono accadere, pazienza!, in fin dei conti, abbiamo comunque l’anoressia. E l’anoressia sorregge e sostiene quel poco che è rimasto della nostra sconquassata e lacerata autostima. In altre parole, l’anoressia funziona davvero come un asso nella manica: rende tutto il resto scarsamente importante di fronte ad essa stessa.
Ora, ovviamente, la domanda è: nel momento in cui si decide di percorrere la strada del ricovero e di combattere contro l’anoressia, come possiamo andare avanti senza il nostro asso nella manica? Come possiamo relazionarci con tutte le cose che ci feriscono senza la protezione dell’anoressia?
Una risposta ovvia è: imparare ad adottare altre strategie di coping non disfunzionali, che ci consentano di relazionarci e di interagire costruttivamente con quello che attualmente ci fa stare male.
Un’altra risposta è: lavorare sulla nostra scarsa autostima, per renderci conto che se qualcosa va storto non è necessariamente colpa nostra, perché non possiamo controllare tutto di tutto; e il fatto che qualcosa non vada come vorremmo non significa che noi siamo delle persone cattive, incapaci, o che tutto ci andrà male per sempre.
Un altro freno alla strada del ricovero in tal senso è che si sente la mancanza dell’anoressia. Ci si sente prive della nostra coperta di Linus, del nostro asso della manica. Ci manca la sensazione di forza, di potenza, di controllo, di soddisfazione che ci derivava dall’intima consapevolezza di essere capaci di fare qualcosa in maniera migliore di tutti gli altri. L’anoressia era, in fin dei conti, la nostra via d’uscita, il nostro getaway, e non c’è modo migliore di fuggire dalla vita che viverne il simulacro che il DCA ci propone, scollegandoci dal resto del mondo. L’anoressia era, dopotutto, il nostro paracadute, il nostro Piano B. C’illudeva con vera maestria convincendoci che con lei la nostra vita sarebbe stata migliore, e ci avrebbe aiutato a far fronte a tutti i nostri problemi. Ma l’anoressia non è una soluzione. Può sembralo, o al più pure esserlo, a breve termine. Ma su lunga gittata, finisce per diventare essa stessa Il Problema. E resta comunque qui, al nostro fianco.
L’anoressia ci accompagna sempre nel nostro percorso di vita. Non scompare semplicemente perché un bel giorno decidiamo di combattere intraprendendo la strada del ricovero, perché le bacchette magiche non esistono, non nella realtà. Rimane sempre la consapevolezza che siamo più brave di chiunque altro a restringere senza sgarrare e a mantenere, da questo punto di vista, il controllo. E perciò, rimane comunque estremamente difficile distinguere quelle che sono le illusioni e le bugie che ci racconta l’anoressia e trovare qualcosa che possa rimpiazzarla. Ma percorrere la strada del ricovero è anche questo: capire che l’anoressia è una bugia e un’illusione, ed è a questo che bisogna rinunciare: all’illusione.
Tanto per cominciare, quindi, il primo ed estremamente importante freno al ricovero, che è:
L’anoressia è un asso nella manica
Cosa intendo dire con questo? Quello che accade con l’anoressia (come ho anche detto sul video che ho fatto per MTVnews, e che, se non l'avete già visto, potete trovare QUI) è un qualcosa del tipo: siamo brave a restringere l’alimentazione senza sgarrare, da questo punto di vista teniamo tutto sotto controllo – cosa che la stragrande maggioranza della gente non sa fare – e, cosa più importante, ne siamo consapevoli. Non c’è bisogno che qualcuno ce lo dica. Certo, sappiamo anche di essere intelligenti, sensibili, brave nello sport o in ambito scolastico o lavorativo, ma lo sappiamo solo nel momento in cui gli altri ce lo dicono, nel momento in cui riceviamo una lode, e comunque non ci fidiamo mai al 100% della sincerità di chi ci dice cose del genere. Lo sappiamo, ma non ne siamo consapevoli, non è una cosa che ci viene da dentro, dobbiamo avere una conferma esterna. Perciò, quando ci si rende conto da sole che siamo brave a restringere l’alimentazione controllandola, per la prima volta la nostra autostima risale e ci rendiamo pienamente conto di possedere almeno un’abilità. Un qualcosa che sembra renderci diverse dagli altri, e speciali. Per la prima volta si trova qualcosa rispetto alla quale non nutriamo alcun dubbio di potercela fare, e sentiamo di possedere una vita.
L’’ironia, ovviamente, sta nel fatto che l’anoressia in realtà distrugge la vita, e ci rende ancora più insicure in merito a tutte le altre nostre abilità. Ma siamo comunque brave a restringere l’alimentazione. Siamo comunque più brave di chiunque altro nel controllare – ci sembra – ogni aspetto della nostra vita. Siamo comunque brave a tirare avanti fino al limite estremo. Ecco perché l’anoressia diventa il nostro asso nella manica. Dunque, il DCA distrugge la nostra già scarsa sicurezza in ogni qualsiasi nostra abilità, eccetto il fatto che siamo di gran lunga migliori degli altri nel controllo. Per dirla in un modo che anche le ragazze pro-ana/mia apprezzerebbero, siamo le Dee del Controllo.
Ovvio quindi che s’inizia ad utilizzare l’anoressia come un anestetico, una strategia di coping, un qualcosa per sentirci meglio quando tutto nella nostra vita sembra andare storto. Si prende un brutto voto ad un compito/interrogazione/esame? Vabbè – vorrà dire che oggi non faremo merenda. Si fa un colloquio di lavoro e non si viene scelte? Okay – abbiamo mangiato solo 3 biscotti e mezzo bicchiere di latte a colazione: fanculo il lavoro. Si ricevono critiche da pare di genitori/amici/colleghi di lavoro/superiori? Pazienza – siamo riuscite a restringere l’alimentazione in ogni singolo pasto della giornata, e questo ci fa stare in pace col mondo. Non importa quanto le cose possano andare storte, non contano i disastri che possono accadere, pazienza!, in fin dei conti, abbiamo comunque l’anoressia. E l’anoressia sorregge e sostiene quel poco che è rimasto della nostra sconquassata e lacerata autostima. In altre parole, l’anoressia funziona davvero come un asso nella manica: rende tutto il resto scarsamente importante di fronte ad essa stessa.
Ora, ovviamente, la domanda è: nel momento in cui si decide di percorrere la strada del ricovero e di combattere contro l’anoressia, come possiamo andare avanti senza il nostro asso nella manica? Come possiamo relazionarci con tutte le cose che ci feriscono senza la protezione dell’anoressia?
Una risposta ovvia è: imparare ad adottare altre strategie di coping non disfunzionali, che ci consentano di relazionarci e di interagire costruttivamente con quello che attualmente ci fa stare male.
Un’altra risposta è: lavorare sulla nostra scarsa autostima, per renderci conto che se qualcosa va storto non è necessariamente colpa nostra, perché non possiamo controllare tutto di tutto; e il fatto che qualcosa non vada come vorremmo non significa che noi siamo delle persone cattive, incapaci, o che tutto ci andrà male per sempre.
Un altro freno alla strada del ricovero in tal senso è che si sente la mancanza dell’anoressia. Ci si sente prive della nostra coperta di Linus, del nostro asso della manica. Ci manca la sensazione di forza, di potenza, di controllo, di soddisfazione che ci derivava dall’intima consapevolezza di essere capaci di fare qualcosa in maniera migliore di tutti gli altri. L’anoressia era, in fin dei conti, la nostra via d’uscita, il nostro getaway, e non c’è modo migliore di fuggire dalla vita che viverne il simulacro che il DCA ci propone, scollegandoci dal resto del mondo. L’anoressia era, dopotutto, il nostro paracadute, il nostro Piano B. C’illudeva con vera maestria convincendoci che con lei la nostra vita sarebbe stata migliore, e ci avrebbe aiutato a far fronte a tutti i nostri problemi. Ma l’anoressia non è una soluzione. Può sembralo, o al più pure esserlo, a breve termine. Ma su lunga gittata, finisce per diventare essa stessa Il Problema. E resta comunque qui, al nostro fianco.
L’anoressia ci accompagna sempre nel nostro percorso di vita. Non scompare semplicemente perché un bel giorno decidiamo di combattere intraprendendo la strada del ricovero, perché le bacchette magiche non esistono, non nella realtà. Rimane sempre la consapevolezza che siamo più brave di chiunque altro a restringere senza sgarrare e a mantenere, da questo punto di vista, il controllo. E perciò, rimane comunque estremamente difficile distinguere quelle che sono le illusioni e le bugie che ci racconta l’anoressia e trovare qualcosa che possa rimpiazzarla. Ma percorrere la strada del ricovero è anche questo: capire che l’anoressia è una bugia e un’illusione, ed è a questo che bisogna rinunciare: all’illusione.
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sabato 4 giugno 2011
"Diglielo"
Un video che io ed Aisling abbiamo realizzato per tutte voi.
Diglielo.
A tua figlia.
A tua sorella.
Alla tua amica.
A tua nipote.
Alla tua collega.
Ad ogni bambina che conosci.
Ad ogni ragazza che conosci.
Ad ogni donna che conosci.
A chiunque stia combattendo contro l’anoressia.
Diglielo.
La soundtrack del video è la base musicale di “Black Star”, di cui vi riporto il testo tradotto.
“Stella cadente, (credi di essere una) stella cadente,
ma sarai sempre una stella splendente, stella splendente.
E potrai essere tutto ciò che vorrai,
anche una vincente, una vincente.
Tu non sarai per sempre una stella cadente, stella cadente,
stella cadente, stella cadente, stella cadente, stella cadente…”
Diglielo.
A tua figlia.
A tua sorella.
Alla tua amica.
A tua nipote.
Alla tua collega.
Ad ogni bambina che conosci.
Ad ogni ragazza che conosci.
Ad ogni donna che conosci.
A chiunque stia combattendo contro l’anoressia.
Diglielo.
La soundtrack del video è la base musicale di “Black Star”, di cui vi riporto il testo tradotto.
“Stella cadente, (credi di essere una) stella cadente,
ma sarai sempre una stella splendente, stella splendente.
E potrai essere tutto ciò che vorrai,
anche una vincente, una vincente.
Tu non sarai per sempre una stella cadente, stella cadente,
stella cadente, stella cadente, stella cadente, stella cadente…”
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sabato 28 maggio 2011
Tutto da perdere... e da riprendere
Cos’è che l’anoressia ci fa perdere?
Ci fa perdere la possibilità di raggiungere quello che avremo potuto raggiungere.
Ci fa perdere la salute fisica (e mentale).
Ci fa perdere il nostro amore per le cose che ci piaceva fare.
Ci fa perdere il corpo “perfetto” che avevamo prima d’introdurci nella spirale discendente dell’anoressia.
Ci fa perdere energia.
Ci fa perdere speranza.
Ci fa perdere integrità e identità.
Ci fa perdere l’amicizia.
Ci fa perdere molte esperienze.
Ci fa perdere anni di studio/lavoro.
Ci fa perdere opportunità.
Ci fa perdere rispetto per noi stesse.
Ci fa perdere autostima.
Ci fa perdere il controllo.
Ci fa perdere la fiducia nel futuro.
Ci fa perdere il desiderio di cambiare le cose.
Ci fa perdere tempo.
Ci fa perdere l’innocenza.
Ci fa perdere la serenità.
Ci fa perdere la capacità di accettarci ed apprezzarci per quello che siamo.
Ci fa perdere la volontà di vivere.
Ci fa perdere una corretta percezione della bellezza.
Ci fa perdere sogni ed obiettivi.
Ci fa perdere la concentrazione.
Ci fa perdere ogni direzione.
Ci fa perdere il desiderio di vivere spensieratamente e in modo divertente.
Ci fa perdere di vista quello che conta veramente nella vita.
Ci fa perdere noi stesse.
Io ci sono passata. Sto ancora combattendo. Ho perso talmente tanto me stessa, nel tentativo di essere quella che non ero, che quando ho ottenuto quello che desideravo mi sono accorta che non era ciò di cui avrei avuto veramente bisogno. E che quindi, in definitiva, avevo perso tutto senza ottenere niente.
Se abbracciate ancora la vostra anoressia e non volete lottare, preparatevi a perdere molto, MOLTO più che qualche semplice chilo. Preparatevi a perdere TUTTO. Preparatevi a perdere. Poiché è questo che è in realtà l’anoressia: una scelta a perdere.
Se invece state combattendo insieme a me, ragazze, bè, allora considerate che tutto quello che l’anoressia si è presa non ce lo renderà indietro… ma che, se lottiamo, giorno dopo giorno, noi possiamo provare a ricostruire qualcosa di nuovo. Qualcosa di veramente nostro. La libertà.
Ci fa perdere la possibilità di raggiungere quello che avremo potuto raggiungere.
Ci fa perdere la salute fisica (e mentale).
Ci fa perdere il nostro amore per le cose che ci piaceva fare.
Ci fa perdere il corpo “perfetto” che avevamo prima d’introdurci nella spirale discendente dell’anoressia.
Ci fa perdere energia.
Ci fa perdere speranza.
Ci fa perdere integrità e identità.
Ci fa perdere l’amicizia.
Ci fa perdere molte esperienze.
Ci fa perdere anni di studio/lavoro.
Ci fa perdere opportunità.
Ci fa perdere rispetto per noi stesse.
Ci fa perdere autostima.
Ci fa perdere il controllo.
Ci fa perdere la fiducia nel futuro.
Ci fa perdere il desiderio di cambiare le cose.
Ci fa perdere tempo.
Ci fa perdere l’innocenza.
Ci fa perdere la serenità.
Ci fa perdere la capacità di accettarci ed apprezzarci per quello che siamo.
Ci fa perdere la volontà di vivere.
Ci fa perdere una corretta percezione della bellezza.
Ci fa perdere sogni ed obiettivi.
Ci fa perdere la concentrazione.
Ci fa perdere ogni direzione.
Ci fa perdere il desiderio di vivere spensieratamente e in modo divertente.
Ci fa perdere di vista quello che conta veramente nella vita.
Ci fa perdere noi stesse.
Io ci sono passata. Sto ancora combattendo. Ho perso talmente tanto me stessa, nel tentativo di essere quella che non ero, che quando ho ottenuto quello che desideravo mi sono accorta che non era ciò di cui avrei avuto veramente bisogno. E che quindi, in definitiva, avevo perso tutto senza ottenere niente.
Se abbracciate ancora la vostra anoressia e non volete lottare, preparatevi a perdere molto, MOLTO più che qualche semplice chilo. Preparatevi a perdere TUTTO. Preparatevi a perdere. Poiché è questo che è in realtà l’anoressia: una scelta a perdere.
Se invece state combattendo insieme a me, ragazze, bè, allora considerate che tutto quello che l’anoressia si è presa non ce lo renderà indietro… ma che, se lottiamo, giorno dopo giorno, noi possiamo provare a ricostruire qualcosa di nuovo. Qualcosa di veramente nostro. La libertà.
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sabato 21 maggio 2011
Vivere con/senza l'anoressia
L’anoressia e la bulimia finiscono, a poco a poco, per invadere ogni singolo aspetto della nostra vita, devastando tutto. Così finiscono per farci dimenticare che cosa significhi vivere davvero, intrappolandoci nella nostra stessa mente.
Nel momento in cui s’inizia a percorrere la strada del ricovero, perciò, penso venga spontaneo chiedersi che cosa significhi vivere veramente.
Di certo non significa lottare costantemente contro il cibo, inquadrandolo come un nemico. Non significa fare attività fisica compulsiva mentre si è sopraffatte dall’angoscia per cercare di bruciare presunte calorie assunte in eccesso. Non significa pesarsi tutti i giorni e lasciare che sia il numero che si legge sulla bilancia a dirci quanto valiamo e ad influenzare l’umore quotidiano. Non significa basare la nostra autovalutazione e la nostra autostima sulla taglia di jeans che indossiamo. Non significa evitare ogni qualsiasi rapporto sociale perché non riusciamo a frenare l’ansia conseguente al dover mangiare mente gli altri ci guardano. Non significa piangersi addosso, autocommiserarsi, perpetrare comportamenti distruttivi raccontando a noi stesse la scusa che non abbiamo altra scelta e speranza. Non significa trascorrere più tempo a pensare al corpo che alle amiche. Non significa avere pensieri ossessivi. Non significa essere preoccupate di essere abbastanza magre (ovvero abbastanza malate) per essere notate. Non significa avere segreti e bugie nei confronti di tutte le persone che ci circondano. Non significa pianificare e seguire rigidamente la restrizione alimentare. Non significa perdere così tanto peso da non essere nemmeno più in grado di pensare con chiarezza. Non significa mutilare i nostri sogni e le nostre aspirazioni.
Alla domanda “Che cosa significa vivere?”, di certo ognuna di noi avrà una risposta peculiare e personale da dare; ma sicuramente vivere non significa fare una qualsiasi delle cose indotte dal DCA.
Ragazze, cercate la vostra ragione per vivere. Cercate quello che volete veramente dalla vita. E poi metteteci tutte voi stesse per realizzare il vostro progetto. Continuate sempre ad andare avanti. Rialzatevi dopo ogni ricaduta, e non permettete alla sconfitta di oggi di offuscare la vittoria di domani. Cercate di ascoltare le Vere Voi Stesse, la vostra vera voce, non quella dell’anoressia. Abbiate cura di voi. Prendetevi con ironia. Ridete. Fate scelte e non abbiate rimpianti. Continuate ad imparare. Tenete stretti per mano i vostri amici. Fate quello che amate fare.
Lottate sempre contro l’anoressia, come se ne andasse della vostra stessa vita… perché, in effetti, è proprio così.
P.S.= Per chi fosse interessata, sul sito www.mtvnews.it , sotto l'etichetta "Storie", c'è il topic "Anoressia" in cui, oltre al mio video che ho linkato nel post precedente, potete trovare altri 4 video di persone che raccontano la loro storia e la loro esperienza...
Nel momento in cui s’inizia a percorrere la strada del ricovero, perciò, penso venga spontaneo chiedersi che cosa significhi vivere veramente.
Di certo non significa lottare costantemente contro il cibo, inquadrandolo come un nemico. Non significa fare attività fisica compulsiva mentre si è sopraffatte dall’angoscia per cercare di bruciare presunte calorie assunte in eccesso. Non significa pesarsi tutti i giorni e lasciare che sia il numero che si legge sulla bilancia a dirci quanto valiamo e ad influenzare l’umore quotidiano. Non significa basare la nostra autovalutazione e la nostra autostima sulla taglia di jeans che indossiamo. Non significa evitare ogni qualsiasi rapporto sociale perché non riusciamo a frenare l’ansia conseguente al dover mangiare mente gli altri ci guardano. Non significa piangersi addosso, autocommiserarsi, perpetrare comportamenti distruttivi raccontando a noi stesse la scusa che non abbiamo altra scelta e speranza. Non significa trascorrere più tempo a pensare al corpo che alle amiche. Non significa avere pensieri ossessivi. Non significa essere preoccupate di essere abbastanza magre (ovvero abbastanza malate) per essere notate. Non significa avere segreti e bugie nei confronti di tutte le persone che ci circondano. Non significa pianificare e seguire rigidamente la restrizione alimentare. Non significa perdere così tanto peso da non essere nemmeno più in grado di pensare con chiarezza. Non significa mutilare i nostri sogni e le nostre aspirazioni.
Alla domanda “Che cosa significa vivere?”, di certo ognuna di noi avrà una risposta peculiare e personale da dare; ma sicuramente vivere non significa fare una qualsiasi delle cose indotte dal DCA.
Ragazze, cercate la vostra ragione per vivere. Cercate quello che volete veramente dalla vita. E poi metteteci tutte voi stesse per realizzare il vostro progetto. Continuate sempre ad andare avanti. Rialzatevi dopo ogni ricaduta, e non permettete alla sconfitta di oggi di offuscare la vittoria di domani. Cercate di ascoltare le Vere Voi Stesse, la vostra vera voce, non quella dell’anoressia. Abbiate cura di voi. Prendetevi con ironia. Ridete. Fate scelte e non abbiate rimpianti. Continuate ad imparare. Tenete stretti per mano i vostri amici. Fate quello che amate fare.
Lottate sempre contro l’anoressia, come se ne andasse della vostra stessa vita… perché, in effetti, è proprio così.
P.S.= Per chi fosse interessata, sul sito www.mtvnews.it , sotto l'etichetta "Storie", c'è il topic "Anoressia" in cui, oltre al mio video che ho linkato nel post precedente, potete trovare altri 4 video di persone che raccontano la loro storia e la loro esperienza...
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sabato 14 maggio 2011
On stage...
MTV news, 13 Maggio 2011
Per me, per voi... per tutte noi.
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sabato 7 maggio 2011
Smetterla di contare le calorie: alcuni trucchi
Fortunatamente, nonostante la mia anoressia, quello di contare le calorie non è mai stato un mio problema perché non l’ho mai fatto. Tuttavia, parlando durante i miei vari ricoveri con altre ragazze nella mia stessa condizione, mi sono accorta che il conteggio ossessivo delle calorie è un problema che riguarda molte ragazze anoressiche.
Trovo perciò che un primo fondamentale passo per straccarsi da quelle che sono le compulsioni che in alcuni casi possono essere proprie dell’anoressia, un primo step per rompere il circolo vizioso in cui l’anoressia ingabbia, possa essere, per chi soffre di questo problema, quello di smetterla di contare le calorie. Questa può diventare infatti un’abitudine ossessiva di cui è difficile liberarsi, ma che non fa altro che reiterare il loop distorto del DCA.
Penso che il percorso di ricovero preveda il provare a riavvicinarsi al cibo sforzandosi di non vederlo come un “mucchietto di calorie”, ma come un qualcosa che ci cerve per nutrirci – e quindi per prenderci cura di noi stesse.
Voglio perciò provare a darvi qualche consiglio su come riuscire a smettere di contare le calorie. Ovvio, nessuna pretesa di soluzioni a prova di bomba. Solo un tentativo che spero possa esservi utile.
1 – Bevete latte/succhi di frutta/etc… da bicchieri di differente forma e volume. Usate un bicchiere di cui non conoscete il volume, e riempitelo secondo quanto avete sete, senza pensare a quante calorie possa contenere quel TOT di bevanda.
2 – Togliete le etichette informative non appena comprate il cibo, scegliendolo secondo i vostri gusti e non secondo l’ammontare delle calorie scritto sull’etichetta. Non conoscere le calorie di quello che si assume non ne cambia l’apporto, e aiuta un sacco da un punto di vista psicologico. Provare per credere!
3 – Cucinate cibo in abbondanza in modo che vi sia sufficiente per alcuni giorni, senza stare a misurare gli ingredienti. Quando il tutto è pronto, fate delle porzioni a occhio e mettetele nel frigorifero. Così saprete più o meno quello che mangiate, senza però conoscerne l’esatto ammontare calorico.
4 – Chiedete a una vostra amica di cucinarvi qualcosa che lei mangia abitualmente. Questo può far paura, lo riconosco, ma se poi mangiate insieme questo può darvi un idea di cosa significhi tornare a mangiare “normalmente”, e la presenza di un’altra persona può distrarvi dall’ansia.
5 – Il cibo non è un nemico. Pensate al cibo come se fosse la vostra medicina: calorie, nutrienti, vitamine e sali minerali vi aiuteranno a riparare il danno che l’anoressia ha inflitto al vostro corpo.
Per esempio: il calcio rinforza le ossa; i carboidrati sono la primaria fonte di energia; i lipidi sono necessari per la protezione termica, per la riserva di energia, per sostenere gli organi, per avere il ciclo, e per migliorare il tono della pelle; etc…
6 – Ricordate che comunque il calcolo delle calorie nelle etichette informative è sempre inaccurato, e che questo può portarvi a fare scelte alimentari scorrette e illogiche. Inoltre 100 calorie di carne non equivalgono a 100 calorie di burro.
7 – Se anche avete imparato a mente le tabelle nutrizionali e conoscete le calorie associate ad ogni singolo alimento che ingerite, la cosa più importante da fare è non sommarle per calcolare il totale. Se vi rendete conto che lo state facendo, cercate di distogliere immediatamente l’attenzione concentrandovi su una qualsiasi altra cosa. Per esempio, un segnale di STOP.
8 – Quando vi vengono dei pensieri relativi alle calorie del cibo e provate ansia, dite a voi stesse: “Ho il diritto di nutrirmi (senza pensare all’apporto calorico!) e di non farmi del male”.
Ragazze, avete sempre una scelta. Fate la scelta giusta, che purtroppo non è mai quella più facile, ma è inevitabilmente quella necessaria. Per smettere di contare le calorie. E per smettere di contare sull’anoressia.
Trovo perciò che un primo fondamentale passo per straccarsi da quelle che sono le compulsioni che in alcuni casi possono essere proprie dell’anoressia, un primo step per rompere il circolo vizioso in cui l’anoressia ingabbia, possa essere, per chi soffre di questo problema, quello di smetterla di contare le calorie. Questa può diventare infatti un’abitudine ossessiva di cui è difficile liberarsi, ma che non fa altro che reiterare il loop distorto del DCA.
Penso che il percorso di ricovero preveda il provare a riavvicinarsi al cibo sforzandosi di non vederlo come un “mucchietto di calorie”, ma come un qualcosa che ci cerve per nutrirci – e quindi per prenderci cura di noi stesse.
Voglio perciò provare a darvi qualche consiglio su come riuscire a smettere di contare le calorie. Ovvio, nessuna pretesa di soluzioni a prova di bomba. Solo un tentativo che spero possa esservi utile.
1 – Bevete latte/succhi di frutta/etc… da bicchieri di differente forma e volume. Usate un bicchiere di cui non conoscete il volume, e riempitelo secondo quanto avete sete, senza pensare a quante calorie possa contenere quel TOT di bevanda.
2 – Togliete le etichette informative non appena comprate il cibo, scegliendolo secondo i vostri gusti e non secondo l’ammontare delle calorie scritto sull’etichetta. Non conoscere le calorie di quello che si assume non ne cambia l’apporto, e aiuta un sacco da un punto di vista psicologico. Provare per credere!
3 – Cucinate cibo in abbondanza in modo che vi sia sufficiente per alcuni giorni, senza stare a misurare gli ingredienti. Quando il tutto è pronto, fate delle porzioni a occhio e mettetele nel frigorifero. Così saprete più o meno quello che mangiate, senza però conoscerne l’esatto ammontare calorico.
4 – Chiedete a una vostra amica di cucinarvi qualcosa che lei mangia abitualmente. Questo può far paura, lo riconosco, ma se poi mangiate insieme questo può darvi un idea di cosa significhi tornare a mangiare “normalmente”, e la presenza di un’altra persona può distrarvi dall’ansia.
5 – Il cibo non è un nemico. Pensate al cibo come se fosse la vostra medicina: calorie, nutrienti, vitamine e sali minerali vi aiuteranno a riparare il danno che l’anoressia ha inflitto al vostro corpo.
Per esempio: il calcio rinforza le ossa; i carboidrati sono la primaria fonte di energia; i lipidi sono necessari per la protezione termica, per la riserva di energia, per sostenere gli organi, per avere il ciclo, e per migliorare il tono della pelle; etc…
6 – Ricordate che comunque il calcolo delle calorie nelle etichette informative è sempre inaccurato, e che questo può portarvi a fare scelte alimentari scorrette e illogiche. Inoltre 100 calorie di carne non equivalgono a 100 calorie di burro.
7 – Se anche avete imparato a mente le tabelle nutrizionali e conoscete le calorie associate ad ogni singolo alimento che ingerite, la cosa più importante da fare è non sommarle per calcolare il totale. Se vi rendete conto che lo state facendo, cercate di distogliere immediatamente l’attenzione concentrandovi su una qualsiasi altra cosa. Per esempio, un segnale di STOP.
8 – Quando vi vengono dei pensieri relativi alle calorie del cibo e provate ansia, dite a voi stesse: “Ho il diritto di nutrirmi (senza pensare all’apporto calorico!) e di non farmi del male”.
Ragazze, avete sempre una scelta. Fate la scelta giusta, che purtroppo non è mai quella più facile, ma è inevitabilmente quella necessaria. Per smettere di contare le calorie. E per smettere di contare sull’anoressia.
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domenica 1 maggio 2011
Educazione e prevenzione (?)
In quanto protomedico, sono una decisa fautrice della prevenzione, che ritengo sia uno strumento d’importanza fondamentale onde limitare l’insorgenza di determinate malattie. Eppure, non ritengo quest’arma particolarmente efficace nel ridurre i casi di anoressia.
E’ bello cullarsi nell’idea di poter prevenire i DCA. Non sto dicendo che non lo dovremmo fare o che non potremmo provare, mi chiedo soltanto come, insegnando alle bambine ad “amare il proprio corpo” e illustrando loro la pericolosità, i danni fisici e mentali che l’anoressia può apportare, si possa effettivamente evitare la comparsa di un DCA.
Recentemente ho letto un articolo scritto dalla terapeuta Judith Brisman, in cui scrive:
* E’ importante parlare a proposito dei DCA e della loro pericolosità. Parlarne nello stesso modo in cui si parla della pericolosità del fumo in quanto adiuvante di neoplasie polmonari – o della possibilità di fare incidenti se ci si mette alla giuda ubriachi. Un DCA è altrettanto pericoloso, non può essere ignorato.
* Aiutate i vostri figli a fare attenzione alla loro vita interiore. Quali sentimenti provano quando mangiano un gelato, o quando saltano la colazione o il pranzo? Siate genuinamente curiosi in merito alle loro paure, sentimenti e timore in merito al loro corpo. Ed educateli al riguardo: insegnategli che saltare pasti alla lunga distrugge il loro metabolismo.
* Insegnate ai vostri figli ad avere un alimentazione responsabile. Questo non significa non permettergli di mangiare snack. Per esempio, può andar bene mangiare della torta – ma quante volte al giorno? E quanta? Parlatene, mostrate curiosità, e fate attenzione. I bambini devono sapere che se entreranno in un DCA non avranno più la possibilità di concentrarsi sullo studio o di fare sport con buoni risultati. I bambini devono temere un DCA come una tossicodipendenza, un alcoolismo cronico. Devono inoltre sapere che ci sono molti supporti che possono fin da subito ricevere, se dicono di avere dei problemi col proprio corpo e con l’alimentazione.
Okay, non penso che ciò che dice questa terapeuta sia sbagliato al 100%. Anzi, la comunicazione tra genitori e figli è molto importante per ogni qualsiasi cosa, ed è ovvio che un genitore debba insegnare ai propri figli come alimentarsi correttamente, così come deve fargli notare quanto possa essere sbagliato fumare o abusare di alcool e stupefacenti.
Ma la mia domanda è: tutto questo potrebbe veramente servire a prevenire l’insorgenza di un DCA?
Credo che la stragrande maggioranza delle ragazze che sviluppa l’anoressia abbia una conoscenza, ovviamente teorica, al riguardo. Io sapevo benissimo che la restrizione alimentare era pericolosa per il mio organismo nel momento in cui ho deciso di adottare questo comportamento, ma questa consapevolezza non mi ha certo fermata: primo, perché l’idea era che comunque tutte quelle complicanze e quei danni fisici non sarebbero toccati proprio a me, secondo, perché le sensazioni positive (in termini di senso di controllo, forza, soddisfazione, sicurezza, etc…) che la restrizione alimentare mi dava, sul momento mi sembravano più importanti e necessarie della consapevolezza che il mio comportamento alimentare, alla lunga, avrebbe potuto essere molto dannoso.
Penso certamente che molte bambine (e donne!) dovrebbero essere messe al corrente dei danni fisici che una restrizione alimentare “fai-da-te” può provocare, e di come invece affidarsi ad una dietista/nutrizionista qualificata possa permettere di perdere ugualmente peso ma in maniera sana, graduale ed equilibrata. Penso che dovrebbero essere date dritte su quale dovrebbe essere un’alimentazione corretta. E vorrei certamente che molte più persone avessero idee più precise sull’attivista fisica – troppa/troppo poca che sia. Penso che tutto questo, in un certo qual modo, potrebbe aiutare.
Ma spiegare a qualcuno quanto l’anoressia possa essere dannosa, non credo ne prevenga l’insorgenza in quei soggetti che, comunque, per quello che è il loro background, vi sono predisposti. Semplicemente perché la prevenzione di cui io sono tanto fautrice è quella inerente le malattie fisiche... ma l’anoressia è una malattia mentale. Sarebbe come dire che se si informa la gente che la depressione può essere pericolosa perchè compromette la qualità della vita, le relazioni sociali, il lavoro, e può portare anche al suicidio, allora il numero di casi di depressione nel mondo si riduce drasticamente. Sarebbe una bella cosa, ma non è così che la depressione funziona. E lo stesso vale per l’anoressia.
I DCA sono sconcertanti e, in un certo senso, terrorizzanti, e probabilmente è bello pensare che se facciamo un po’ di informazione e se diciamo alle piccole Pinca e Pallina che l’anoressia può uccidere, allora sicuramente loro non saranno così stupide da iniziare una restrizione alimentare. Ma non è così. Dopotutto, una volta mi è stato detto (ed in tutta serietà) che nessuno avrebbe mai pensato che sarei diventata anoressica perché ero troppo intelligente per fare una cosa del genere. Perciò, se sapevo che era una cosa sbagliata e pericolosa, e se ero così intelligente, perché ho comunque percorso la strada dell’anoressia?
Perché non sapevo di stare percorrendo la strada dell’anoressia. Quello che si sceglie è il sintomo, la restrizione alimentare, non la malattia, l’anoressia. Non si vuole diventare anoressiche quando si decide di restringere l’alimentazione, ci si vuole sentire forti, in controllo, soddisfatte, sicure di noi stesse. Ci può essere tutta l’educazione alimentare e la consapevolezza razionale del mondo – ed è giusto che ci sia, se fatta adeguatamente – ma questo non previene comunque l’insorgenza dell’anoressia. Perché la scelta dell’anoressia non è una scelta logica. E’ una scelta malata.
E’ bello cullarsi nell’idea di poter prevenire i DCA. Non sto dicendo che non lo dovremmo fare o che non potremmo provare, mi chiedo soltanto come, insegnando alle bambine ad “amare il proprio corpo” e illustrando loro la pericolosità, i danni fisici e mentali che l’anoressia può apportare, si possa effettivamente evitare la comparsa di un DCA.
Recentemente ho letto un articolo scritto dalla terapeuta Judith Brisman, in cui scrive:
* E’ importante parlare a proposito dei DCA e della loro pericolosità. Parlarne nello stesso modo in cui si parla della pericolosità del fumo in quanto adiuvante di neoplasie polmonari – o della possibilità di fare incidenti se ci si mette alla giuda ubriachi. Un DCA è altrettanto pericoloso, non può essere ignorato.
* Aiutate i vostri figli a fare attenzione alla loro vita interiore. Quali sentimenti provano quando mangiano un gelato, o quando saltano la colazione o il pranzo? Siate genuinamente curiosi in merito alle loro paure, sentimenti e timore in merito al loro corpo. Ed educateli al riguardo: insegnategli che saltare pasti alla lunga distrugge il loro metabolismo.
* Insegnate ai vostri figli ad avere un alimentazione responsabile. Questo non significa non permettergli di mangiare snack. Per esempio, può andar bene mangiare della torta – ma quante volte al giorno? E quanta? Parlatene, mostrate curiosità, e fate attenzione. I bambini devono sapere che se entreranno in un DCA non avranno più la possibilità di concentrarsi sullo studio o di fare sport con buoni risultati. I bambini devono temere un DCA come una tossicodipendenza, un alcoolismo cronico. Devono inoltre sapere che ci sono molti supporti che possono fin da subito ricevere, se dicono di avere dei problemi col proprio corpo e con l’alimentazione.
Okay, non penso che ciò che dice questa terapeuta sia sbagliato al 100%. Anzi, la comunicazione tra genitori e figli è molto importante per ogni qualsiasi cosa, ed è ovvio che un genitore debba insegnare ai propri figli come alimentarsi correttamente, così come deve fargli notare quanto possa essere sbagliato fumare o abusare di alcool e stupefacenti.
Ma la mia domanda è: tutto questo potrebbe veramente servire a prevenire l’insorgenza di un DCA?
Credo che la stragrande maggioranza delle ragazze che sviluppa l’anoressia abbia una conoscenza, ovviamente teorica, al riguardo. Io sapevo benissimo che la restrizione alimentare era pericolosa per il mio organismo nel momento in cui ho deciso di adottare questo comportamento, ma questa consapevolezza non mi ha certo fermata: primo, perché l’idea era che comunque tutte quelle complicanze e quei danni fisici non sarebbero toccati proprio a me, secondo, perché le sensazioni positive (in termini di senso di controllo, forza, soddisfazione, sicurezza, etc…) che la restrizione alimentare mi dava, sul momento mi sembravano più importanti e necessarie della consapevolezza che il mio comportamento alimentare, alla lunga, avrebbe potuto essere molto dannoso.
Penso certamente che molte bambine (e donne!) dovrebbero essere messe al corrente dei danni fisici che una restrizione alimentare “fai-da-te” può provocare, e di come invece affidarsi ad una dietista/nutrizionista qualificata possa permettere di perdere ugualmente peso ma in maniera sana, graduale ed equilibrata. Penso che dovrebbero essere date dritte su quale dovrebbe essere un’alimentazione corretta. E vorrei certamente che molte più persone avessero idee più precise sull’attivista fisica – troppa/troppo poca che sia. Penso che tutto questo, in un certo qual modo, potrebbe aiutare.
Ma spiegare a qualcuno quanto l’anoressia possa essere dannosa, non credo ne prevenga l’insorgenza in quei soggetti che, comunque, per quello che è il loro background, vi sono predisposti. Semplicemente perché la prevenzione di cui io sono tanto fautrice è quella inerente le malattie fisiche... ma l’anoressia è una malattia mentale. Sarebbe come dire che se si informa la gente che la depressione può essere pericolosa perchè compromette la qualità della vita, le relazioni sociali, il lavoro, e può portare anche al suicidio, allora il numero di casi di depressione nel mondo si riduce drasticamente. Sarebbe una bella cosa, ma non è così che la depressione funziona. E lo stesso vale per l’anoressia.
I DCA sono sconcertanti e, in un certo senso, terrorizzanti, e probabilmente è bello pensare che se facciamo un po’ di informazione e se diciamo alle piccole Pinca e Pallina che l’anoressia può uccidere, allora sicuramente loro non saranno così stupide da iniziare una restrizione alimentare. Ma non è così. Dopotutto, una volta mi è stato detto (ed in tutta serietà) che nessuno avrebbe mai pensato che sarei diventata anoressica perché ero troppo intelligente per fare una cosa del genere. Perciò, se sapevo che era una cosa sbagliata e pericolosa, e se ero così intelligente, perché ho comunque percorso la strada dell’anoressia?
Perché non sapevo di stare percorrendo la strada dell’anoressia. Quello che si sceglie è il sintomo, la restrizione alimentare, non la malattia, l’anoressia. Non si vuole diventare anoressiche quando si decide di restringere l’alimentazione, ci si vuole sentire forti, in controllo, soddisfatte, sicure di noi stesse. Ci può essere tutta l’educazione alimentare e la consapevolezza razionale del mondo – ed è giusto che ci sia, se fatta adeguatamente – ma questo non previene comunque l’insorgenza dell’anoressia. Perché la scelta dell’anoressia non è una scelta logica. E’ una scelta malata.
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lunedì 25 aprile 2011
Il talento malato dell'anoressia
Qualche giorno fa ho visto in TV un programma in cui due psicoterapeute discutevano a proposito dei DCA, e una sorta di litigio è venuto fuori nel momento in cui la Psicoterapeuta A ha detto che le ragazze anoressiche hanno un’ “inusuale abilità” nel restringere l’alimentazione. La Psicoterapeuta B ha ribattuto che la loro è più una disabilità che un talento; le ragazze anoressiche provano, da un punto di vista emotivo, grossi rinforzi positivi nel momento in cui restringono l’alimentazione, per questo continuano a farlo anche se, razionalmente, si rendono conto che è sbagliato, non è che siano particolarmente capaci di restringere.
La Psicoterapeuta B è arrivata dritta al punto. Un sacco di gente che non ha mai vissuto l’anoressia sulla propria pelle si rifà ai preconcetti che vogliono l’anoressica come una persona particolarmente brava a digiunare. Il che spiega peraltro come mai diverse ragazze mi hanno contattata – sia tramite e-mail, sia tramite YouTube – dicendomi che vorrebbero essere “un po’” anoressiche, o chiedendomi trucchi per dimagrire. In effetti, è vero che possiamo apprendere certe abilità dagli altri. Se osserviamo a lungo qualcuno che fa qualcosa particolarmente bene, possiamo cercare di imitarlo. Possiamo farci insegnare, e fare pratica, e così via…
La restrizione alimentare è un comportamento. Questo è semplicemente un dato di fatto. Ma è un talento o una disabilità?
Indubbiamente c’è una componente biologica in questo “talento” – il che spiega come mai alcune ragazze che entrano nel DCA come anoressiche poi diventano bulimiche, mentre altre rimangono anoressiche e, se non trattate in tempo, possono arrivare all’exitus per inanizione – come numerose ricerche hanno dimostrato esserci una cosa del genere anche per quanto riguarda le capacità atletiche o musicali… ciò ovviamente non significa però che Mozart fosse talentuoso solo ed unicamente grazie al suo DNA.
Le cose tuttavia s’incasinano nel momento in cui: molte donne scelgono deliberatamente di fare periodi di dieta per perdere qualche chilo, magari in vista dell’arrivo dell’Estate. Vista dall’esterno, una persona che segue una dieta particolarmente stretta ha molta affinità con l’anoressia, tant’è che spesso le donne con un DCA e le donne che seguono momentaneamente una dieta usano termini simili per descrivere i loro pensieri e le loro sensazioni a proposito del cibo, del peso e del corpo.
Alcune persone sono molto brave nel seguire una dieta. Altre non lo sono. Secondo me chi è anoressica sarebbe molto brava a seguire una dieta, che e dite?
Ironia a parte, l’anoressia non è una dieta. Può sembrare una dieta per chi la guarda dall’esterno e non l’hai mai vissuta, ma è tutt’altro, in realtà. Dire che chi è anoressica molto brava a seguire una dieta, è come dire che qualcuna che soffre di mania è molto brava ad avere sempre energia, o che qualcuna con un OCD è molto brava a pulire la casa. Certamente, lo saranno, ma non perché hanno una particolare talento: semplicemente perché questo è parte della loro malattia.
Spesso, durante il primo periodo dell’anoressia, noi stesse possiamo aver avuto l’impressione di essere particolarmente brave nel restringere l’alimentazione, di riuscire così a fare qualcosa che nessun’altra intorno a noi riusciva a fare, sentendoci perciò, in un certo qual modo, speciali… in fin dei conti, ci sentivamo così forti: eravamo capaci di resistere alla fame senza toccare cibo, una cosa mica da tutti! Ma col tempo che passa… con la malattia che procede… questo “talento” non se ne va, ma cessa di essere la principale motivazione che ci spinge a mantenere un comportamento alimentare restrittivo. Quel “talento naturale” si trasforma in un “talento malato”… nella vera e propria anoressia.
La Psicoterapeuta B è arrivata dritta al punto. Un sacco di gente che non ha mai vissuto l’anoressia sulla propria pelle si rifà ai preconcetti che vogliono l’anoressica come una persona particolarmente brava a digiunare. Il che spiega peraltro come mai diverse ragazze mi hanno contattata – sia tramite e-mail, sia tramite YouTube – dicendomi che vorrebbero essere “un po’” anoressiche, o chiedendomi trucchi per dimagrire. In effetti, è vero che possiamo apprendere certe abilità dagli altri. Se osserviamo a lungo qualcuno che fa qualcosa particolarmente bene, possiamo cercare di imitarlo. Possiamo farci insegnare, e fare pratica, e così via…
La restrizione alimentare è un comportamento. Questo è semplicemente un dato di fatto. Ma è un talento o una disabilità?
Indubbiamente c’è una componente biologica in questo “talento” – il che spiega come mai alcune ragazze che entrano nel DCA come anoressiche poi diventano bulimiche, mentre altre rimangono anoressiche e, se non trattate in tempo, possono arrivare all’exitus per inanizione – come numerose ricerche hanno dimostrato esserci una cosa del genere anche per quanto riguarda le capacità atletiche o musicali… ciò ovviamente non significa però che Mozart fosse talentuoso solo ed unicamente grazie al suo DNA.
Le cose tuttavia s’incasinano nel momento in cui: molte donne scelgono deliberatamente di fare periodi di dieta per perdere qualche chilo, magari in vista dell’arrivo dell’Estate. Vista dall’esterno, una persona che segue una dieta particolarmente stretta ha molta affinità con l’anoressia, tant’è che spesso le donne con un DCA e le donne che seguono momentaneamente una dieta usano termini simili per descrivere i loro pensieri e le loro sensazioni a proposito del cibo, del peso e del corpo.
Alcune persone sono molto brave nel seguire una dieta. Altre non lo sono. Secondo me chi è anoressica sarebbe molto brava a seguire una dieta, che e dite?
Ironia a parte, l’anoressia non è una dieta. Può sembrare una dieta per chi la guarda dall’esterno e non l’hai mai vissuta, ma è tutt’altro, in realtà. Dire che chi è anoressica molto brava a seguire una dieta, è come dire che qualcuna che soffre di mania è molto brava ad avere sempre energia, o che qualcuna con un OCD è molto brava a pulire la casa. Certamente, lo saranno, ma non perché hanno una particolare talento: semplicemente perché questo è parte della loro malattia.
Spesso, durante il primo periodo dell’anoressia, noi stesse possiamo aver avuto l’impressione di essere particolarmente brave nel restringere l’alimentazione, di riuscire così a fare qualcosa che nessun’altra intorno a noi riusciva a fare, sentendoci perciò, in un certo qual modo, speciali… in fin dei conti, ci sentivamo così forti: eravamo capaci di resistere alla fame senza toccare cibo, una cosa mica da tutti! Ma col tempo che passa… con la malattia che procede… questo “talento” non se ne va, ma cessa di essere la principale motivazione che ci spinge a mantenere un comportamento alimentare restrittivo. Quel “talento naturale” si trasforma in un “talento malato”… nella vera e propria anoressia.
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martedì 19 aprile 2011
Vorrei farvi capire...
Se ancora non riuscite ad abbandonare l’anoressia perché pensate che sia comunque una scelta vantaggiosa, vorrei farvi capire…
Vorrei mostrarvi tutto ciò che adesso non riuscire a vedere. Che la maschera che indossate è in realtà piena di fratture. Che quella che voi chiamate “perfezione” ha più pecche di quelli che definite “fallimenti”.
Vorrei farvi capire che non riuscite a prendere in giro nessuno, a malapena voi stesse. Che il freddo che sentite dentro è quello che viene non dalla malnutrizione ma dalla disperazione.
Vorrei farvi capire che le cose migliori della vita sono quelle che non possono essere misurate o quantificate. Vorrei farvi capire che l’anoressia cui sentite di appartenere non ha nessuno posto al mondo, a differenza della voglia di combattere.
Vorrei farvi capire che per vedere e raggiungere le stelle dovete alzare la testa verso il cielo.
Vorrei farvi capire che meritate molto di più dalla vita. Meritate tutto, ma non certo l’anoressia.
Vorrei farvi capire quel che davvero è VERO.
Disgusto. Vergogna. Tristezza. Disistima. Solitudine. Senso di colpa. Ansia. Fallimento. Perdita. Nessuna speranza. Risentimento. Paura. Dolore. Debolezza. Futilità. Odio verso se stesse. Senso d’inutilità e d’impotenza. Svalutazione. Rimpianti. Soffocamento. Rabbia. Angoscia. Ferite. Oblio. Bugie. Segreti. Morte.
Questo è il vero volto dell’anoressia.
Vorrei farvi capire che non sto scrivendo questo per togliervi qualcosa. Non sto scrivendo questo per togliervi quell’anoressia che ancora sentite come la coperta di Linus. Vorrei farvi capire che sto scrivendo questo perché nessuna di voi merita di vivere con l’anoressia. Anche se in un certo momento della nostra vita abbiamo sentito che era l’anoressia ciò di cui ci sembrava di aver bisogno, in realtà è solo un modo per riuscire a scoprire chi siamo veramente. E la nostra vera personalità non comprende un DCA. Vorrei farvi capire che dovete imparare ad avere rispetto per voi stesse, senza farvi abbindolare dall’idea che siano le vostre misure a stabilire quanto valete da un punto di vista umano.
Per favore, leggete oltre le singole parole e lasciate che io possa allontanare da voi tutte le cose che in questo momento odiate di voi stesse. Lasciate andare l’anoressia. Combattete. È quello che io sto facendo. Vorrei farvi capire che è l’unica cosa che veramente vale la pena di fare. Combattere contro l’anoressia ci conferisce una forza che è molto maggiore di quella che sembrava darci l’anoressia stessa.
Tutto quello che vi chiedo è che nell’attimo in cui avrete la vostra possibilità di brillare, non lasciate che l’anoressia offuschi questo momento. Essere invisibili non è un modo per esistere, è un modo per scomparire. Voi MERITATE di vivere senza l’anoressia.
Vorrei farvi capire che non sarete mai “perfette”, neanche quando toccherete un peso infimo. Ma potete decidere di combattere contro l’anoressia. E, sì, questo, a suo modo, vi renderà “perfette”.
Vorrei mostrarvi tutto ciò che adesso non riuscire a vedere. Che la maschera che indossate è in realtà piena di fratture. Che quella che voi chiamate “perfezione” ha più pecche di quelli che definite “fallimenti”.
Vorrei farvi capire che non riuscite a prendere in giro nessuno, a malapena voi stesse. Che il freddo che sentite dentro è quello che viene non dalla malnutrizione ma dalla disperazione.
Vorrei farvi capire che le cose migliori della vita sono quelle che non possono essere misurate o quantificate. Vorrei farvi capire che l’anoressia cui sentite di appartenere non ha nessuno posto al mondo, a differenza della voglia di combattere.
Vorrei farvi capire che per vedere e raggiungere le stelle dovete alzare la testa verso il cielo.
Vorrei farvi capire che meritate molto di più dalla vita. Meritate tutto, ma non certo l’anoressia.
Vorrei farvi capire quel che davvero è VERO.
Disgusto. Vergogna. Tristezza. Disistima. Solitudine. Senso di colpa. Ansia. Fallimento. Perdita. Nessuna speranza. Risentimento. Paura. Dolore. Debolezza. Futilità. Odio verso se stesse. Senso d’inutilità e d’impotenza. Svalutazione. Rimpianti. Soffocamento. Rabbia. Angoscia. Ferite. Oblio. Bugie. Segreti. Morte.
Questo è il vero volto dell’anoressia.
Vorrei farvi capire che non sto scrivendo questo per togliervi qualcosa. Non sto scrivendo questo per togliervi quell’anoressia che ancora sentite come la coperta di Linus. Vorrei farvi capire che sto scrivendo questo perché nessuna di voi merita di vivere con l’anoressia. Anche se in un certo momento della nostra vita abbiamo sentito che era l’anoressia ciò di cui ci sembrava di aver bisogno, in realtà è solo un modo per riuscire a scoprire chi siamo veramente. E la nostra vera personalità non comprende un DCA. Vorrei farvi capire che dovete imparare ad avere rispetto per voi stesse, senza farvi abbindolare dall’idea che siano le vostre misure a stabilire quanto valete da un punto di vista umano.
Per favore, leggete oltre le singole parole e lasciate che io possa allontanare da voi tutte le cose che in questo momento odiate di voi stesse. Lasciate andare l’anoressia. Combattete. È quello che io sto facendo. Vorrei farvi capire che è l’unica cosa che veramente vale la pena di fare. Combattere contro l’anoressia ci conferisce una forza che è molto maggiore di quella che sembrava darci l’anoressia stessa.
Tutto quello che vi chiedo è che nell’attimo in cui avrete la vostra possibilità di brillare, non lasciate che l’anoressia offuschi questo momento. Essere invisibili non è un modo per esistere, è un modo per scomparire. Voi MERITATE di vivere senza l’anoressia.
Vorrei farvi capire che non sarete mai “perfette”, neanche quando toccherete un peso infimo. Ma potete decidere di combattere contro l’anoressia. E, sì, questo, a suo modo, vi renderà “perfette”.
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mercoledì 13 aprile 2011
"Dea"
In Settembre 2010 partecipai – più per gioco che per altro – ad un concorso letterario che avevo trovato per caso su Internet. Non avendo risaputo niente al riguardo in questi mesi, mi ero completamente scordata di avervi partecipato, ed invece ecco che proprio qualche giorno fa mi è arrivata un’e-mail che mi annunciava di esserne la vincitrice! ^__^
Il racconto con cui ho partecipato a questo concorso, che s’intitola “Dea”, in realtà, è un racconto che avevo scritto nel 2006, proprio durante uno dei miei ricoveri in clinica causa anoressia, e voglio adesso proporvelo: è un racconto un po’ “forte”, credo, ma spero che sappiate prenderlo alla giusta maniera, tenendo conto del fatto che, quando l’ho scritto, ero molto più dentro al sintomo di adesso, sebbene già fossi aperta alla possibilità di qualcosa di diverso, come credo traspaia anche dal paragrafo finale del racconto stesso.
Peraltro, alla luce della mia posizione attuale, rileggendo questo racconto mi è venuto da pensare ad un post che avevo scritto, in cui parlavo delle differenze tra “anoressia” e “pro-ana” (probabilmente molte di voi l’avranno già letto, in ogni caso, per quelle che non l’avessero fatto, potete trovarlo QUI)
Ecco, considerato il contenuto del mio racconto, mi è venuto da aggiungere un altro aspetto: per le ragazze “pro-ana/mia” “Ana” è la personificazione dell’anoressia, un sintomo che viene visto come una dea potente, cui rivolgere invocazioni d’amicizia e preghiere, ci sono blog con i Ten-Thin Commandments. Per le ragazze anoressiche questo dualismo non esiste. Non hanno bisogno di divinità cui relazionarsi: tramite il sintomo, cercano di diventare esse stesse dee. Un qualcosa che viene dall’esterno, e un qualcosa che viene dall’interno. Ci ho scritto un post sopra, ma forse la differenza è tutta qui.
A parte questa riflessione, comunque…
Dedico questa vittoria a: my best BEST friends, Duccia ed Alex.
A Duccia, con tutto l’affetto che c’è stato, c’è, e sempre ci sarà. Perché tu, nonostante tutte le difficoltà di questi anni, non hai mai lasciato la mia mano.
Ad Alex, e tu sai il perché. Anzi, The Reason.
(Forse semplicemente perché sei tu. Sei sempre tu. Grazie. Sarei persa senza di te.)
E dedico questo racconto a: tutte voi, ragazze.
"DEA" --> Download <--
Il racconto con cui ho partecipato a questo concorso, che s’intitola “Dea”, in realtà, è un racconto che avevo scritto nel 2006, proprio durante uno dei miei ricoveri in clinica causa anoressia, e voglio adesso proporvelo: è un racconto un po’ “forte”, credo, ma spero che sappiate prenderlo alla giusta maniera, tenendo conto del fatto che, quando l’ho scritto, ero molto più dentro al sintomo di adesso, sebbene già fossi aperta alla possibilità di qualcosa di diverso, come credo traspaia anche dal paragrafo finale del racconto stesso.
Peraltro, alla luce della mia posizione attuale, rileggendo questo racconto mi è venuto da pensare ad un post che avevo scritto, in cui parlavo delle differenze tra “anoressia” e “pro-ana” (probabilmente molte di voi l’avranno già letto, in ogni caso, per quelle che non l’avessero fatto, potete trovarlo QUI)
Ecco, considerato il contenuto del mio racconto, mi è venuto da aggiungere un altro aspetto: per le ragazze “pro-ana/mia” “Ana” è la personificazione dell’anoressia, un sintomo che viene visto come una dea potente, cui rivolgere invocazioni d’amicizia e preghiere, ci sono blog con i Ten-Thin Commandments. Per le ragazze anoressiche questo dualismo non esiste. Non hanno bisogno di divinità cui relazionarsi: tramite il sintomo, cercano di diventare esse stesse dee. Un qualcosa che viene dall’esterno, e un qualcosa che viene dall’interno. Ci ho scritto un post sopra, ma forse la differenza è tutta qui.
A parte questa riflessione, comunque…
Dedico questa vittoria a: my best BEST friends, Duccia ed Alex.
A Duccia, con tutto l’affetto che c’è stato, c’è, e sempre ci sarà. Perché tu, nonostante tutte le difficoltà di questi anni, non hai mai lasciato la mia mano.
Ad Alex, e tu sai il perché. Anzi, The Reason.
(Forse semplicemente perché sei tu. Sei sempre tu. Grazie. Sarei persa senza di te.)
E dedico questo racconto a: tutte voi, ragazze.
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giovedì 7 aprile 2011
Tsunami
Credo che tutte voi sappiate del terribile terremoto, tsunami e danni della centrale nucleare che in questo periodo hanno colpito il Giappone. Le tragedie di questo tipo, di solito, spingono tutti a riflettere su quanto i propri problemi quotidiani siano, in confronto, tutto sommato abbastanza insignificanti.
Per noi che abbiamo un DCA, può magari farci sentire abbastanza stupide e superficiali l’idea che il nostro problema sia l’anoressia/la bulimia, a fronte di persone che non hanno neanche più un tetto sopra la testa, o a cui sono morti familiari e amici.
Eppure, nonostante riconosciamo che il problema dei giapponesi è di tutt’altra portata rispetto ad un DCA, non è forse vero che per lo più continuiamo a preoccuparci di noi stesse e delle nostre difficoltà con il cibo e il corpo??!...
Ora, non sto assolutamente cercando di fare un paragone – perché si tratta di due cose tra le quali non si può assolutamente fare un paragone, data la loro completa diversità – e non sto cercando di dire che un DCA sia più grave e più importante di una catastrofe naturale. Però, qualche anno fa, sul mio diario cartaceo, ho definito l’anoressia proprio come il mio tsunami personale.
Entrambi – anoressia e tsunami – sono distruttivi. Entrambi richiedono l’aiuto di un sacco di persone per fare piazza pulita del caos, per dare supporto, e le cose non ritornano normali solo perché c’è stata una pulizia massiva e si può tornare a casa. Entrambi arrecano dolore a chi li subisce.
Penso che questo sia un modo per vedere le cose in prospettiva. Non che una catastrofe naturale non sia terribile, ma lo è anche l’anoressia. È un diverso tipo di orrore, valutabile su una scala molto differente. Ma misurare la sofferenza credo sia impossibile e soprattutto inutile. So che tagliarsi con la carta mentre si sfoglia un libro causa una sofferenza diversa rispetto al perdere un braccio per l’esplosione di una bomba. E’ ovvio. È ovvio che perdere la propria casa e i propri cari sia un inferno ben atroce e completamente differente rispetto al non sentirsi a proprio agio col proprio corpo.
Ma se c’è un apice massimo della sofferenza che l’anoressia può provocare, penso che non si possano fare paragoni o dare giudizi di valore. L’anoressia, per chi non ha mai vissuto sulla propria pelle un DCA, può sembrare un problema da poco, una cosa superficiale, il capriccio di ragazzine che vogliono somigliare alle modelle. Ma c’è molta differenza tra l’occasionale “Pensi che questi jeans mi facciano il culo grosso?” e la vera e propria dismorfofobia che, in certi casi, è associata ai DCA.
È relativamente facile sentirsi in colpa per avere un DCA quando ci sono enormi catastrofi nel mondo. Capita di sentirsi così. Ma non serve a niente. Certamente la nostra sofferenza provocata dall’anoressia non può essere comparata a ciò che adesso stanno provando molti giapponesi. Semplicemente, non si può fare paragone. Ma ciò non significa che noi non si stia comunque soffrendo, o che un DCA sia sinonimo di superficialità o vanità. L’anoressia è una malattia. E fa soffrire. Fa soffrire come una qualsiasi altra cosa. E non si possono porre termini di paragone nella sofferenza.
Per noi che abbiamo un DCA, può magari farci sentire abbastanza stupide e superficiali l’idea che il nostro problema sia l’anoressia/la bulimia, a fronte di persone che non hanno neanche più un tetto sopra la testa, o a cui sono morti familiari e amici.
Eppure, nonostante riconosciamo che il problema dei giapponesi è di tutt’altra portata rispetto ad un DCA, non è forse vero che per lo più continuiamo a preoccuparci di noi stesse e delle nostre difficoltà con il cibo e il corpo??!...
Ora, non sto assolutamente cercando di fare un paragone – perché si tratta di due cose tra le quali non si può assolutamente fare un paragone, data la loro completa diversità – e non sto cercando di dire che un DCA sia più grave e più importante di una catastrofe naturale. Però, qualche anno fa, sul mio diario cartaceo, ho definito l’anoressia proprio come il mio tsunami personale.
Entrambi – anoressia e tsunami – sono distruttivi. Entrambi richiedono l’aiuto di un sacco di persone per fare piazza pulita del caos, per dare supporto, e le cose non ritornano normali solo perché c’è stata una pulizia massiva e si può tornare a casa. Entrambi arrecano dolore a chi li subisce.
Penso che questo sia un modo per vedere le cose in prospettiva. Non che una catastrofe naturale non sia terribile, ma lo è anche l’anoressia. È un diverso tipo di orrore, valutabile su una scala molto differente. Ma misurare la sofferenza credo sia impossibile e soprattutto inutile. So che tagliarsi con la carta mentre si sfoglia un libro causa una sofferenza diversa rispetto al perdere un braccio per l’esplosione di una bomba. E’ ovvio. È ovvio che perdere la propria casa e i propri cari sia un inferno ben atroce e completamente differente rispetto al non sentirsi a proprio agio col proprio corpo.
Ma se c’è un apice massimo della sofferenza che l’anoressia può provocare, penso che non si possano fare paragoni o dare giudizi di valore. L’anoressia, per chi non ha mai vissuto sulla propria pelle un DCA, può sembrare un problema da poco, una cosa superficiale, il capriccio di ragazzine che vogliono somigliare alle modelle. Ma c’è molta differenza tra l’occasionale “Pensi che questi jeans mi facciano il culo grosso?” e la vera e propria dismorfofobia che, in certi casi, è associata ai DCA.
È relativamente facile sentirsi in colpa per avere un DCA quando ci sono enormi catastrofi nel mondo. Capita di sentirsi così. Ma non serve a niente. Certamente la nostra sofferenza provocata dall’anoressia non può essere comparata a ciò che adesso stanno provando molti giapponesi. Semplicemente, non si può fare paragone. Ma ciò non significa che noi non si stia comunque soffrendo, o che un DCA sia sinonimo di superficialità o vanità. L’anoressia è una malattia. E fa soffrire. Fa soffrire come una qualsiasi altra cosa. E non si possono porre termini di paragone nella sofferenza.
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venerdì 1 aprile 2011
Pro-Ricovero VS Anti Pro-Ana
Leggendo l’ultimo post di Mari, pubblicato sul suo blog “Amore contro Ana”, ho avuto modo di pensare ancora una volta in merito all’essere “pro-ana/mia”, e al tenere blog in tema.
Nessuna pretesa di verità universale, semplicemente l’opinione che ho elaborato in questi ultimi giorni riflettendo un po’ più approfonditamente sull’argomento.
Indubbiamente molteplici sono le opinioni sui DCA. C’è chi non li ha mai vissuti e si affida ai luoghi comuni, chi li ha vissuti e li combatte, chi ne ha un’idea per sentito dire e decide di dichiararsi “pro-ana/mia” aprendo siti e blog al riguardo, e cercando di coinvolgere quante più persone possibile.
Personalmente, ritengo abbastanza privo di significato professarsi “pro-ana/mia” fingendo di sapere cos’è veramente l’anoressia e pronunciandosi a favore di essa; del resto ultimamente mi sono resa conto che ha pure poco senso provare a combattere il fuoco col fuoco.
La mia conclusione è che: IO SONO PRO-RICOVERO.
Ovviamente non apprezzo, né condivido, né giustifico nella maniera più assoluta quello che le ragazze che si definiscono “pro-ana/mia” dicono e fanno. Non penso che abbiano mai vissuto realmente un DCA per il semplice fatto che chiunque ci sia passata preferirebbe morire tra atroci torture piuttosto che consigliare a qualcun’altra o condividere con qualcun'altra la propria esperienza in meri fatti materiali per indurre qualcuna a sapere come dannarsi con l’anoressia per il resto della sua vita. Penso tuttavia che tra le “pro-ana/mia” ci siano anche delle ragazze che hanno problemi di vario tipo nella loro vita, magari associati a deficit d’autostima, svalutazione, e forse pure di dismorfofobia; ragazze che avrebbero bisogno di essere aiutate professionalmente perchè hanno problemi in qualche modo correlati col cibo e con l’immagine corporea, ma differenti rispetto al problema del DCA.
L’anoressia molto spesso nasce come strategia di coping, la scelta di una male minore rispetto ad un altro male che in un certo momento viene visto come maggiore, la ricerca di un controllo per sentire quella forza e quella soddisfazione che ci fa credere di poter direzionare ogni aspetto della nostra vita.
L’aspetto del controllo, colonna portante dell’anoressia, è solo marginalmente toccato dalle “pro-ana/mia”, che lo intendono meramente come capacità di resistere alle lusinghe del cibo, come se restringere l’alimentazione fosse qualcosa di difficile, mentre in realtà chiunque abbia vissuto/stia vivendo l’anoressia può testimoniare che questa è la cosa più facile da fare. Indubbiamente, però, anche le ragazze che si definiscono “pro-ana/mia” sanno che un vero DCA le provocherebbe un’enorme sofferenza, sebbene si rifiutino di ammetterlo.
Quel che c’è di sbagliato, secondo me, è la possibilità di rendere accessibili a tutti blog, video ed immagini (“thinspo”) che incitano a condotte alimentari scorrette. Ciò non tange chi non è minimamente interessato da un DCA, ma può avere enormi conseguenze negative su chi si trova “sull’orlo del baratro”, su chi è nel pieno dell’anoressia, o su chi sta cercando di percorrere la strada del ricovero. Non mi piace la speculazione su una sofferenza che solo chi ha provato sulla propria pelle l’anoressia è veramente in grado di capire. Ognuna è libera di scegliere come vivere e anche come morire… ma senza coinvolgere gli altri nelle proprie scelte.
Ad ogni modo, riflettendoci ultimamente, mi sono accorta che io mi sono sempre definita sia “anti pro-ana” che “pro-ricovero”. Ecco, in effetti, mi sono resa conto che è abbastanza inutile essere anti-qualcosa: nel momento in cui si cerca di percorrere la strada del ricovero, bisogna cercare di essere quanto più positive possibile, perché questa strada è incredibilmente dura. Quel che sto cercando di dire è che trovo il movimento “pro-ana/mia” completamente sbagliato, cattivo e pericoloso, ma non penso questo delle singole ragazze che si definiscono “pro-ana/mia”. Di loro, penso semplicemente che siano malate, che abbiano bisogno d’aiuto, e che abbiano scelto una strada sbagliata perché non vedevano alternative. Ecco tutto.
Il dolore è dolore, è reale per chi lo vive, a prescindere da cosa esso è provocato. Ciò che per qualcuno può essere una cosa da nulla, per qualcun altro può essere il più grande problema del mondo. Ognuno ha le proprie emozioni e i propri sentimenti, ed è ovvio che gli altri possano non capirli, ma questo non cambia il fatto che la realtà oggettiva non esiste, ma solo un insieme di realtà soggettive, tutti parimenti importanti e… reali.
Perciò, se qualche ragazza che si definisce “pro-ana/mia” stesse leggendo questo post, vorrei semplicemente dirle che io non conosco il suo dolore, però lo so cosa significa stare male. Stare male con se stesse. E so anche che è possibile non sprofondare in questo dolore, non farne il proprio vessillo, non autocommiserarsi, ma combattere per avere la vita che meritiamo. Non raccontatevi la bugia dell’anoressia. Non ne vale la pena. E questo ve lo dico per esperienza.
E per le ragazze che stanno leggendo e che, come me, stanno combattendo contro l’anoressia, voglio solo dire che, come si suol dire, “anger is one letter short of danger”. Capisco e condivido quella che può essere la vostra rabbia nei confronti del movimento “pro-ana/mia”, ma con la rabbia si ottiene veramente qualcosa? Essere pro-ricovero significa semplicemente mettersi a disposizione per dare una mano a chiunque voglia percorrere la strada della luce. Perché la più grande barriera alla scelta del ricovero è proprio la mancata comprensione.
Perciò, con l’affetto e la pazienza verso chiunque abbia mai provato solitudine, dolore, tristezza, inadeguatezza, inaccettazione, rabbia, fallimento, perdita della speranza, desolazione, lacerazione… voglio solo dire che io sono qui, e vi capisco.
Quel che c’è nel nostro passato e quel che sarà il nostro futuro è ben poca cosa in confronto al nostro presente. Ragazze, a modo vostro, siete tutte delle stelle. Non rinchiudetevi nella prigione dell’anoressia. Seguite i vostri sogni, quelli veri, non quelli rotti ed effimeri indotti dall’anoressia. Datevi la possibilità di brillare ed illuminare il vostro angolo di cielo.
Nessuna pretesa di verità universale, semplicemente l’opinione che ho elaborato in questi ultimi giorni riflettendo un po’ più approfonditamente sull’argomento.
Indubbiamente molteplici sono le opinioni sui DCA. C’è chi non li ha mai vissuti e si affida ai luoghi comuni, chi li ha vissuti e li combatte, chi ne ha un’idea per sentito dire e decide di dichiararsi “pro-ana/mia” aprendo siti e blog al riguardo, e cercando di coinvolgere quante più persone possibile.
Personalmente, ritengo abbastanza privo di significato professarsi “pro-ana/mia” fingendo di sapere cos’è veramente l’anoressia e pronunciandosi a favore di essa; del resto ultimamente mi sono resa conto che ha pure poco senso provare a combattere il fuoco col fuoco.
La mia conclusione è che: IO SONO PRO-RICOVERO.
Ovviamente non apprezzo, né condivido, né giustifico nella maniera più assoluta quello che le ragazze che si definiscono “pro-ana/mia” dicono e fanno. Non penso che abbiano mai vissuto realmente un DCA per il semplice fatto che chiunque ci sia passata preferirebbe morire tra atroci torture piuttosto che consigliare a qualcun’altra o condividere con qualcun'altra la propria esperienza in meri fatti materiali per indurre qualcuna a sapere come dannarsi con l’anoressia per il resto della sua vita. Penso tuttavia che tra le “pro-ana/mia” ci siano anche delle ragazze che hanno problemi di vario tipo nella loro vita, magari associati a deficit d’autostima, svalutazione, e forse pure di dismorfofobia; ragazze che avrebbero bisogno di essere aiutate professionalmente perchè hanno problemi in qualche modo correlati col cibo e con l’immagine corporea, ma differenti rispetto al problema del DCA.
L’anoressia molto spesso nasce come strategia di coping, la scelta di una male minore rispetto ad un altro male che in un certo momento viene visto come maggiore, la ricerca di un controllo per sentire quella forza e quella soddisfazione che ci fa credere di poter direzionare ogni aspetto della nostra vita.
L’aspetto del controllo, colonna portante dell’anoressia, è solo marginalmente toccato dalle “pro-ana/mia”, che lo intendono meramente come capacità di resistere alle lusinghe del cibo, come se restringere l’alimentazione fosse qualcosa di difficile, mentre in realtà chiunque abbia vissuto/stia vivendo l’anoressia può testimoniare che questa è la cosa più facile da fare. Indubbiamente, però, anche le ragazze che si definiscono “pro-ana/mia” sanno che un vero DCA le provocherebbe un’enorme sofferenza, sebbene si rifiutino di ammetterlo.
Quel che c’è di sbagliato, secondo me, è la possibilità di rendere accessibili a tutti blog, video ed immagini (“thinspo”) che incitano a condotte alimentari scorrette. Ciò non tange chi non è minimamente interessato da un DCA, ma può avere enormi conseguenze negative su chi si trova “sull’orlo del baratro”, su chi è nel pieno dell’anoressia, o su chi sta cercando di percorrere la strada del ricovero. Non mi piace la speculazione su una sofferenza che solo chi ha provato sulla propria pelle l’anoressia è veramente in grado di capire. Ognuna è libera di scegliere come vivere e anche come morire… ma senza coinvolgere gli altri nelle proprie scelte.
Ad ogni modo, riflettendoci ultimamente, mi sono accorta che io mi sono sempre definita sia “anti pro-ana” che “pro-ricovero”. Ecco, in effetti, mi sono resa conto che è abbastanza inutile essere anti-qualcosa: nel momento in cui si cerca di percorrere la strada del ricovero, bisogna cercare di essere quanto più positive possibile, perché questa strada è incredibilmente dura. Quel che sto cercando di dire è che trovo il movimento “pro-ana/mia” completamente sbagliato, cattivo e pericoloso, ma non penso questo delle singole ragazze che si definiscono “pro-ana/mia”. Di loro, penso semplicemente che siano malate, che abbiano bisogno d’aiuto, e che abbiano scelto una strada sbagliata perché non vedevano alternative. Ecco tutto.
Il dolore è dolore, è reale per chi lo vive, a prescindere da cosa esso è provocato. Ciò che per qualcuno può essere una cosa da nulla, per qualcun altro può essere il più grande problema del mondo. Ognuno ha le proprie emozioni e i propri sentimenti, ed è ovvio che gli altri possano non capirli, ma questo non cambia il fatto che la realtà oggettiva non esiste, ma solo un insieme di realtà soggettive, tutti parimenti importanti e… reali.
Perciò, se qualche ragazza che si definisce “pro-ana/mia” stesse leggendo questo post, vorrei semplicemente dirle che io non conosco il suo dolore, però lo so cosa significa stare male. Stare male con se stesse. E so anche che è possibile non sprofondare in questo dolore, non farne il proprio vessillo, non autocommiserarsi, ma combattere per avere la vita che meritiamo. Non raccontatevi la bugia dell’anoressia. Non ne vale la pena. E questo ve lo dico per esperienza.
E per le ragazze che stanno leggendo e che, come me, stanno combattendo contro l’anoressia, voglio solo dire che, come si suol dire, “anger is one letter short of danger”. Capisco e condivido quella che può essere la vostra rabbia nei confronti del movimento “pro-ana/mia”, ma con la rabbia si ottiene veramente qualcosa? Essere pro-ricovero significa semplicemente mettersi a disposizione per dare una mano a chiunque voglia percorrere la strada della luce. Perché la più grande barriera alla scelta del ricovero è proprio la mancata comprensione.
Perciò, con l’affetto e la pazienza verso chiunque abbia mai provato solitudine, dolore, tristezza, inadeguatezza, inaccettazione, rabbia, fallimento, perdita della speranza, desolazione, lacerazione… voglio solo dire che io sono qui, e vi capisco.
Quel che c’è nel nostro passato e quel che sarà il nostro futuro è ben poca cosa in confronto al nostro presente. Ragazze, a modo vostro, siete tutte delle stelle. Non rinchiudetevi nella prigione dell’anoressia. Seguite i vostri sogni, quelli veri, non quelli rotti ed effimeri indotti dall’anoressia. Datevi la possibilità di brillare ed illuminare il vostro angolo di cielo.
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sabato 26 marzo 2011
"Sentirsi grassa"
Premetto che, pur anoressica, non ho mai sofferto di dismorfofobia, quindi quello che sto per scrivere non scaturisce direttamente dalla mia esperienza personale, ma dalle conclusioni che ho elaborato parlando di quest’argomento con ragazze che ho conosciuto durante i miei vari ricoveri e che invece avevano anche questo problema. Questo semplicemente per dirvi che se scrivo qualcosa di erroneo o che comunque non vi torna, penso di avere qualche attenuante… In ogni caso, se avete vissuto/state vivendo la dismorfofobia e quello che scrivo non vi sembra congruente, mi farebbe davvero piacere se me lo faceste notare.
“Grassa” non è un sentimento. Eppure, anche se sottopeso, ad alcune persone con DCA capita di sentirsi grasse. Improvvisamente, si sentono come se i vestiti che indossano fossero troppo stretti, la loro faccia troppo paffuta, il loro stomaco in via di espansione fino a raggiungere nuove, allarmanti dimensioni. Allora si comincia a pensare di aver ripreso peso, sale l’ansia, e si sente il bisogno ossessivo di fare qualcosa per dimagrire.
Bene, penso che quando ci si trova ad affrontare una situazione del genere, ci siano 2 cose fondamentali da tenere a mente:
1 – Si tratta di una sensazione temporanea.
2 – Si dice: “Mi sento grassa”, ma “grassa” non è un sentimento.
Si può essere arrabbiate, ansiose, frustrate, eccitate, contente, etc… - questi sono sentimenti. “Sentirsi grassa” non è un’emozione. E allora, perché questo sembra un’emozione così reale, angosciosa e stressante?
Secondo me, quando una persona dice che si “sente grassa”, in realtà vuol dire che sta effettivamente sentendo QUALCOSA. Solo che la vera emozione che si prova è così difficile e dolorosa da ammettere che rimane a livello incosciente: la testa allora catalizza la vera emozione e la rielabora trasformandola in negatività che viene focalizzata e riversata sul corpo. Riuscire a proiettare un emozione sul corpo fornisce un nemico concreto.
Se il problema effettivo fosse la “grassezza”, ci sarebbe un’univoca e valida soluzione: andare da un dietista e farsi aiutare a perdere peso in maniera graduale, fisiologica e sana. O, comunque, nell’ottica della persona anoressica, la soluzione a questo problema viene vista come la restrizione alimentare auto-imposta. Questo è molto più semplice che provare a relazionarsi con un problema esterno che potrebbe rischiare di andare completamente fuori controllo. Inoltre, il corpo fornisce una distrazione: se tutta l’attenzione è concentrata sulla fisicità, non c’è più spazio mentale per confrontarsi col vero problema.
Voglio perciò provare a dare qualche consiglio alle ragazze che stanno combattendo contro il loro DCA e che in certi giorni si “sentono grasse”, nella speranza che possano essere d’aiuto…
1 – Non concentratevi sul corpo. Uscite di casa per fare una passeggiata, telefonate ad un’amica… fate di tutto per distrarvi.
2 – State lontane dagli specchi. In quel momento non riflettono la vostra immagine reale ma l’immagine che vi proietta la vostra mente, quindi rischierebbero solo di peggiorare le cose.
3 – Non vi pesate. So che alcune di voi, dopo aver letto questa frase, staranno pensando: “Bè, tanto facile a parole, ma poi coi fatti è tutto un altro paio di maniche!”. Ma lasciate che vi dica una cosa: se vi pesate in uno di questi momenti in cui vi “sentite grasse”, in realtà non state cercando di rassicurarvi sul vostro peso reale. State solo cercando da parte della bilancia una conferma al fatto che vi sentite troppo grasse. Qualsiasi numero leggerete, per quanto basso. lo interpreterete in maniera negativa.
4 – Non adottate comportamenti alimentari restrittivi. Restringere in un momento del genere significa assecondare la distorsione indotta dal DCA. Questo contribuisce solo ad incrementare il problema. Ridurre l’introito calorico infatti porta solo a debolezza, irritabilità, instabilità che fomentano l’anoressia. Probabilmente, più restringerete e più vi “sentirete grasse”, questo perché vi focalizzate di più sul vostro corpo e quindi rinforzate il DCA.
E non dimenticate che, se non vi ci focalizzate troppo, questo “sentirsi grasse” tende ad andarsene spontaneamente. Non vi concentrate sulle bugie che la voce dell’anoressia vi racconta. Prestate fede solo alle vostre verità.
“Grassa” non è un sentimento. Eppure, anche se sottopeso, ad alcune persone con DCA capita di sentirsi grasse. Improvvisamente, si sentono come se i vestiti che indossano fossero troppo stretti, la loro faccia troppo paffuta, il loro stomaco in via di espansione fino a raggiungere nuove, allarmanti dimensioni. Allora si comincia a pensare di aver ripreso peso, sale l’ansia, e si sente il bisogno ossessivo di fare qualcosa per dimagrire.
Bene, penso che quando ci si trova ad affrontare una situazione del genere, ci siano 2 cose fondamentali da tenere a mente:
1 – Si tratta di una sensazione temporanea.
2 – Si dice: “Mi sento grassa”, ma “grassa” non è un sentimento.
Si può essere arrabbiate, ansiose, frustrate, eccitate, contente, etc… - questi sono sentimenti. “Sentirsi grassa” non è un’emozione. E allora, perché questo sembra un’emozione così reale, angosciosa e stressante?
Secondo me, quando una persona dice che si “sente grassa”, in realtà vuol dire che sta effettivamente sentendo QUALCOSA. Solo che la vera emozione che si prova è così difficile e dolorosa da ammettere che rimane a livello incosciente: la testa allora catalizza la vera emozione e la rielabora trasformandola in negatività che viene focalizzata e riversata sul corpo. Riuscire a proiettare un emozione sul corpo fornisce un nemico concreto.
Se il problema effettivo fosse la “grassezza”, ci sarebbe un’univoca e valida soluzione: andare da un dietista e farsi aiutare a perdere peso in maniera graduale, fisiologica e sana. O, comunque, nell’ottica della persona anoressica, la soluzione a questo problema viene vista come la restrizione alimentare auto-imposta. Questo è molto più semplice che provare a relazionarsi con un problema esterno che potrebbe rischiare di andare completamente fuori controllo. Inoltre, il corpo fornisce una distrazione: se tutta l’attenzione è concentrata sulla fisicità, non c’è più spazio mentale per confrontarsi col vero problema.
Voglio perciò provare a dare qualche consiglio alle ragazze che stanno combattendo contro il loro DCA e che in certi giorni si “sentono grasse”, nella speranza che possano essere d’aiuto…
1 – Non concentratevi sul corpo. Uscite di casa per fare una passeggiata, telefonate ad un’amica… fate di tutto per distrarvi.
2 – State lontane dagli specchi. In quel momento non riflettono la vostra immagine reale ma l’immagine che vi proietta la vostra mente, quindi rischierebbero solo di peggiorare le cose.
3 – Non vi pesate. So che alcune di voi, dopo aver letto questa frase, staranno pensando: “Bè, tanto facile a parole, ma poi coi fatti è tutto un altro paio di maniche!”. Ma lasciate che vi dica una cosa: se vi pesate in uno di questi momenti in cui vi “sentite grasse”, in realtà non state cercando di rassicurarvi sul vostro peso reale. State solo cercando da parte della bilancia una conferma al fatto che vi sentite troppo grasse. Qualsiasi numero leggerete, per quanto basso. lo interpreterete in maniera negativa.
4 – Non adottate comportamenti alimentari restrittivi. Restringere in un momento del genere significa assecondare la distorsione indotta dal DCA. Questo contribuisce solo ad incrementare il problema. Ridurre l’introito calorico infatti porta solo a debolezza, irritabilità, instabilità che fomentano l’anoressia. Probabilmente, più restringerete e più vi “sentirete grasse”, questo perché vi focalizzate di più sul vostro corpo e quindi rinforzate il DCA.
E non dimenticate che, se non vi ci focalizzate troppo, questo “sentirsi grasse” tende ad andarsene spontaneamente. Non vi concentrate sulle bugie che la voce dell’anoressia vi racconta. Prestate fede solo alle vostre verità.
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domenica 20 marzo 2011
Chiedere aiuto
Riconoscere di avere un DCA non è un qualcosa d’immediato. Al contrario, molto spesso, sebbene consapevoli che il nostro comportamento alimentare è erroneo, neghiamo persino a noi stesse di poter avere un DCA, di poter essere, in un certo qual modo, “malate”.
In alcuni casi non ci sembra che ci sia niente di sbagliato nel nostro rapporto col cibo o nel nostro pattern di pensieri, ma quel che più spesso accade è che, anche se consapevoli di quello che stiamo facendo, pur di portare avanti le sensazioni positive che l’anoressia ci trasmette, ci illudiamo auto-convincendoci che quello che facciamo non avrà poi chissà quali conseguenze sul nostro corpo, che comunque possiamo smettere quando vogliamo e ricominciare ad alimentarci “normalmente”, ignorando quelli che sono i veri bisogni del nostro corpo.
Le persone che ci circondano, ovviamente, molto spesso sono le prime a rendersi conto che c’è qualcosa che non va e cercando di farcelo notare. Molto spesso nella maniera sbagliata, essendo esterni al problema, ma in buona fede, con l’unico intento di darci una mano. Noi stesse, a volte, sentiamo che forse c’è qualcosa che non va e che magari dovremo parlarne con qualcuno.
Il problema, come saprà bene la maggior parte di noi che si sono trovate in questa situazione, è che in fin dei conti pensiamo di “non essere malate abbastanza”. E così temiamo che, parlandone con qualcuno, non saremmo prese sul serio. Pensiamo che se tutti non si precipitano ad aiutarci, significa che ancora non siamo magre abbastanza. Significa che ancora non siamo diventate invisibili abbastanza da poter essere viste.
NO.
Cosa significa esattamente “essere malate abbastanza”? Come si può definire una “malata abbastanza”? Lo si definisce tramite il peso? Tramite il BMI (IMC)? Tramite la taglia dei jeans?
Non ha nessuna importanza se siamo dentro il tunnel dell’anoressia da 3 giorni, da 3 mesi, da 3 anni o da 30 anni. Il punto è che stiamo MALE. Che ci siamo cadute e che tutto quello che in un primo momento ci sembrava di poter controllare è quello che, successivamente, ci si rivolta contro e ci controlla.
Se abbiamo un DCA, noi meritiamo di ricevere aiuto. E dobbiamo chiederlo. Non dobbiamo vergognarci. Non dobbiamo temere di essere considerate “deboli” per questo. Chiedere aiuto quando si è in difficoltà non è segno di debolezza, anzi, è segno di grande forza, responsabilità, maturità e intelligenza.
Perciò, se vi sentite completamente sole, se la vostra vita è un coacervo di scuse, bugie e segreti, se vi sentite stanche di cercare di nascondere il vostro DCA, se piangete chiuse in camera quando nessuno può sentirvi, se desiderate – nell’angolo più remoto della vostra testa e del vostro cuore – che qualcuno si renda conto che c’è qualcosa che non va, che qualcuno si renda conto che state male… non pensate al vostro peso. Non pensate al tempo da cui ci siete dentro. Pensate soltanto che avete bisogno e che meritate di ricevere aiuto. E dovete darvi perciò il diritto di chiederlo. Ci sono tantissime mani tese verso di voi, anche se magari in questo momento non ve ne rendete conto, pronte ad afferrarvi se solo gliene date la possibilità. Pronte a sostenervi durante il duro e difficile percorso sulla strada del ricovero.
Una diagnosi di DCA non è un qualcosa che si “guadagna” quando siamo magre abbastanza o quando si è vomitato un numero sufficientemente elevato di volte. Non è un qualcosa che si “guadagna” quando teniamo un comportamento alimentare errato da un TOT di anni. Semplicemente perchè non è un qualcosa che si “guadagna”.
Il principale problema dell’anoressia è che questa, col tempo, finisce per diventare la nostra identità. Nel momento in cui ci siamo in mezzo, infatti, l’anoressia prova a convincerci e ci promette che solo quando saremo visibilmente sciupate, quando saremo “malate abbastanza”, soltanto a quel punto valiamo qualcosa e necessitiamo di un riconoscimento.
Lasciate che ve lo dica, ragazze: non c’è promessa più deviata, vana e vuota.
Non cadete in questa trappola. Prima chiederete aiuto, più facile sarà iniziare a combattere. Nessuno merita di vivere con l’anoressia. Neanche voi. Voi meritate, viceversa, di sentirvi di nuovo vive. Dovete ricominciare a vivere. Anche se, lo so, la paura più grande sta proprio nel prendersi il rischio di darsi il permesso di vivere davvero. Ma è l’unica cosa che potete fare per voi stesse. L’unica che vale veramente la pena.
In alcuni casi non ci sembra che ci sia niente di sbagliato nel nostro rapporto col cibo o nel nostro pattern di pensieri, ma quel che più spesso accade è che, anche se consapevoli di quello che stiamo facendo, pur di portare avanti le sensazioni positive che l’anoressia ci trasmette, ci illudiamo auto-convincendoci che quello che facciamo non avrà poi chissà quali conseguenze sul nostro corpo, che comunque possiamo smettere quando vogliamo e ricominciare ad alimentarci “normalmente”, ignorando quelli che sono i veri bisogni del nostro corpo.
Le persone che ci circondano, ovviamente, molto spesso sono le prime a rendersi conto che c’è qualcosa che non va e cercando di farcelo notare. Molto spesso nella maniera sbagliata, essendo esterni al problema, ma in buona fede, con l’unico intento di darci una mano. Noi stesse, a volte, sentiamo che forse c’è qualcosa che non va e che magari dovremo parlarne con qualcuno.
Il problema, come saprà bene la maggior parte di noi che si sono trovate in questa situazione, è che in fin dei conti pensiamo di “non essere malate abbastanza”. E così temiamo che, parlandone con qualcuno, non saremmo prese sul serio. Pensiamo che se tutti non si precipitano ad aiutarci, significa che ancora non siamo magre abbastanza. Significa che ancora non siamo diventate invisibili abbastanza da poter essere viste.
NO.
Cosa significa esattamente “essere malate abbastanza”? Come si può definire una “malata abbastanza”? Lo si definisce tramite il peso? Tramite il BMI (IMC)? Tramite la taglia dei jeans?
Non ha nessuna importanza se siamo dentro il tunnel dell’anoressia da 3 giorni, da 3 mesi, da 3 anni o da 30 anni. Il punto è che stiamo MALE. Che ci siamo cadute e che tutto quello che in un primo momento ci sembrava di poter controllare è quello che, successivamente, ci si rivolta contro e ci controlla.
Se abbiamo un DCA, noi meritiamo di ricevere aiuto. E dobbiamo chiederlo. Non dobbiamo vergognarci. Non dobbiamo temere di essere considerate “deboli” per questo. Chiedere aiuto quando si è in difficoltà non è segno di debolezza, anzi, è segno di grande forza, responsabilità, maturità e intelligenza.
Perciò, se vi sentite completamente sole, se la vostra vita è un coacervo di scuse, bugie e segreti, se vi sentite stanche di cercare di nascondere il vostro DCA, se piangete chiuse in camera quando nessuno può sentirvi, se desiderate – nell’angolo più remoto della vostra testa e del vostro cuore – che qualcuno si renda conto che c’è qualcosa che non va, che qualcuno si renda conto che state male… non pensate al vostro peso. Non pensate al tempo da cui ci siete dentro. Pensate soltanto che avete bisogno e che meritate di ricevere aiuto. E dovete darvi perciò il diritto di chiederlo. Ci sono tantissime mani tese verso di voi, anche se magari in questo momento non ve ne rendete conto, pronte ad afferrarvi se solo gliene date la possibilità. Pronte a sostenervi durante il duro e difficile percorso sulla strada del ricovero.
Una diagnosi di DCA non è un qualcosa che si “guadagna” quando siamo magre abbastanza o quando si è vomitato un numero sufficientemente elevato di volte. Non è un qualcosa che si “guadagna” quando teniamo un comportamento alimentare errato da un TOT di anni. Semplicemente perchè non è un qualcosa che si “guadagna”.
Il principale problema dell’anoressia è che questa, col tempo, finisce per diventare la nostra identità. Nel momento in cui ci siamo in mezzo, infatti, l’anoressia prova a convincerci e ci promette che solo quando saremo visibilmente sciupate, quando saremo “malate abbastanza”, soltanto a quel punto valiamo qualcosa e necessitiamo di un riconoscimento.
Lasciate che ve lo dica, ragazze: non c’è promessa più deviata, vana e vuota.
Non cadete in questa trappola. Prima chiederete aiuto, più facile sarà iniziare a combattere. Nessuno merita di vivere con l’anoressia. Neanche voi. Voi meritate, viceversa, di sentirvi di nuovo vive. Dovete ricominciare a vivere. Anche se, lo so, la paura più grande sta proprio nel prendersi il rischio di darsi il permesso di vivere davvero. Ma è l’unica cosa che potete fare per voi stesse. L’unica che vale veramente la pena.
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lunedì 14 marzo 2011
Iniziare il processo di ricovero
Molto spesso la cosa più difficile da fare è anche la cosa più giusta da fare.
Il ricovero dall’anoressia è una scelta. Una scelta costante. Ogni giorno dobbiamo rinnovare la nostra scelta di continuare a percorrere la strada del ricovero. Perché il ricovero è la nostra unica possibilità di non morire o comunque di non rimanere sedute in un angolo a guardare la nostra vita che scorre senza che noi riusciamo a prenderne le redini e a parteciparvi.
Ovviamente, bisogna fare un passo per volta, e va benissimo se i primi passi sono quelli più difficili, più duri, più piccoli e più lenti. Ma sono comunque passi avanti, passi che vale la pena di compiere.
Parte del processo di ricovero consiste nell’imparare a discernere quali sono i nostri veri pensieri, sogni, desideri, dai pensieri che invece ci ha messo in testa l’anoressia. Ricercare le Vere Noi Stesse. Capire quello che c’è dietro la maschera che il DCA ci costringe ad indossare… e con la quale, alla lunga, finisce per soffocarci. Perché l’anoressia può mentirci per un po’, ma non può farlo per sempre.
È importante chiedere aiuto nei momenti di difficoltà, senza aver timore di poter essere giudicate “deboli” per questo: viceversa, riuscire a chiedere aiuto è segno di grande forza e maturità. È una responsabilità e un dovere che abbiamo verso noi stesse.
Solo decidendo di iniziare il processo di ricovero potremo trovare in noi stesse la forza per combattere giorno dopo giorno l’anoressia, poiché in realtà siamo molto più forti di quel che crediamo.
Nel momento in cui dovesse esserci una ricaduta, dobbiamo immediatamente ricordare a noi stesse perché avevamo intrapreso la strada del ricovero e perché è necessario rialzarsi e ricominciare a combattere.
Altra parte del processo di ricovero consiste, se non nell’amarci, per lo meno nell’accettarci per quello che siamo. E questa è una delle cose più difficile che ci troveremo mai a fare. Ma la bellezza è in tutto, ed è anche dentro di noi. Dobbiamo solo imparare a tirarla fuori, perché è proprio quello che ci rende differenti dagli altri, tutte le nostre piccole imperfezioni, che ci rendono bellissime. Bellezza interiore, ragazze. Certo, la bellezza esteriore cattura l’attenzione degli altri, ma solo la bellezza interiore ne conquista il cuore.
Non abbandonate mai la speranza, non vi scoraggiate: percorrere la strada del ricovero è possibile. Molte ragazze al mondo lo stanno facendo in questo momento. Tutte noi possiamo percorrere questa strada giorno dopo giorno senza arrenderci.
Ricordatevi sempre di sognare. Cercate ogni giorno d’immaginare come diventerà la vostra vita nel momento in cui l’anoressia non ne sarà più la parte preponderante. Perché è solo senza l’anoressia che voi potrete essere qualcuno. Esprimete voi stesse in ogni modo possibile. E nel momento in cui arriverete alla fine della giornata senza aver ceduto alle viscide lusinghe e alle false promesse dell’anoressia, avrete davvero un motivo per festeggiare. Festeggiate ogni vostro progresso. E continuate a farne, continuate ad andare avanti, perché ne vale la pena. Fosse l’unica cosa, questa vale veramente la pena. Vivete la vostra vita. Non fatevi più vivere dall’anoressia. Io ci sto provando, e voi?
Il ricovero dall’anoressia è una scelta. Una scelta costante. Ogni giorno dobbiamo rinnovare la nostra scelta di continuare a percorrere la strada del ricovero. Perché il ricovero è la nostra unica possibilità di non morire o comunque di non rimanere sedute in un angolo a guardare la nostra vita che scorre senza che noi riusciamo a prenderne le redini e a parteciparvi.
Ovviamente, bisogna fare un passo per volta, e va benissimo se i primi passi sono quelli più difficili, più duri, più piccoli e più lenti. Ma sono comunque passi avanti, passi che vale la pena di compiere.
Parte del processo di ricovero consiste nell’imparare a discernere quali sono i nostri veri pensieri, sogni, desideri, dai pensieri che invece ci ha messo in testa l’anoressia. Ricercare le Vere Noi Stesse. Capire quello che c’è dietro la maschera che il DCA ci costringe ad indossare… e con la quale, alla lunga, finisce per soffocarci. Perché l’anoressia può mentirci per un po’, ma non può farlo per sempre.
È importante chiedere aiuto nei momenti di difficoltà, senza aver timore di poter essere giudicate “deboli” per questo: viceversa, riuscire a chiedere aiuto è segno di grande forza e maturità. È una responsabilità e un dovere che abbiamo verso noi stesse.
Solo decidendo di iniziare il processo di ricovero potremo trovare in noi stesse la forza per combattere giorno dopo giorno l’anoressia, poiché in realtà siamo molto più forti di quel che crediamo.
Nel momento in cui dovesse esserci una ricaduta, dobbiamo immediatamente ricordare a noi stesse perché avevamo intrapreso la strada del ricovero e perché è necessario rialzarsi e ricominciare a combattere.
Altra parte del processo di ricovero consiste, se non nell’amarci, per lo meno nell’accettarci per quello che siamo. E questa è una delle cose più difficile che ci troveremo mai a fare. Ma la bellezza è in tutto, ed è anche dentro di noi. Dobbiamo solo imparare a tirarla fuori, perché è proprio quello che ci rende differenti dagli altri, tutte le nostre piccole imperfezioni, che ci rendono bellissime. Bellezza interiore, ragazze. Certo, la bellezza esteriore cattura l’attenzione degli altri, ma solo la bellezza interiore ne conquista il cuore.
Non abbandonate mai la speranza, non vi scoraggiate: percorrere la strada del ricovero è possibile. Molte ragazze al mondo lo stanno facendo in questo momento. Tutte noi possiamo percorrere questa strada giorno dopo giorno senza arrenderci.
Ricordatevi sempre di sognare. Cercate ogni giorno d’immaginare come diventerà la vostra vita nel momento in cui l’anoressia non ne sarà più la parte preponderante. Perché è solo senza l’anoressia che voi potrete essere qualcuno. Esprimete voi stesse in ogni modo possibile. E nel momento in cui arriverete alla fine della giornata senza aver ceduto alle viscide lusinghe e alle false promesse dell’anoressia, avrete davvero un motivo per festeggiare. Festeggiate ogni vostro progresso. E continuate a farne, continuate ad andare avanti, perché ne vale la pena. Fosse l’unica cosa, questa vale veramente la pena. Vivete la vostra vita. Non fatevi più vivere dall’anoressia. Io ci sto provando, e voi?
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