venerdì 25 maggio 2012
Dire "SI"
La parola “NO” è una costante dell’anoressia. “No grazie, ho già mangiato”; “No, adesso non mi va”; “No, stasera ho da fare”. Un sacco di evitamenti. Se si viene poste di fronte a qualcosa che possa interferire con il nostro DCA, diciamo di “no” e scappiamo via. La stessa anoressia, del resto, è un castello di carta le cui fondamenta affondano sulla negazione e sul concetto del “no”: no al cibo in quantità normali, no alla perdita dell’apparente controllo, no alla vita sociale, no al raccontare la verità, niente.
Sarà capitato a tutte di trovarsi di fronte a qualcuno che chiede qual è il gusto di qualcosa, o quali sono le nostre preferenze alimentari. Di solito, di fronte a domande del genere, la risposta più spontanea è: “Non lo so, non l’ho mai assaggiato”, oppure si tira fuori una bugia su quali siano le cose che si preferisce mangiare. In realtà, magari dentro di noi immaginiamo pure quale possa essere il gusto di un certo alimento, o cosa si preferirebbe mangiare, cosa ci piacerebbe di più. L’ironia, qui, è: si può facilmente immaginare il gusto di certi alimenti, ma si fa molta più fatica ad immaginare che noi stesse possiamo mangiare quegli alimenti. Non è il cibo in sé per sé che causa ansia, è l’idea di dire “sì” di fronte alla possibilità di mangiare quel cibo.
Dunque, perchè dire “sì” causa ansia? Penso che questo derivi soprattutto dal timore di non avere più il controllo. Perché in fin dei conti, è questo il tassello fondamentale su cui l’anoressia si basa: il controllo. Finché si dice “no” a qualsiasi cosa, si mantiene il controllo. E se invece il dire “sì” ci strappasse questo controllo? Eccola, la cosa veramente terrorizzante. Ponendo la questione sull’argomento “cibo”, ciò equivale a dire che è relativamente semplice accettare l’idea che si NECESSITA di nutrirsi, ma è molto più difficile accettare l’idea che si VOGLIA nutrirsi.
Credo che la maggior parte delle persone con un DCA siano, per natura, delle persone piuttosto evitanti. La maggior parte dell’evitazione è correlata alla paura. Paura di non poter più controllare tutto quanto, come l’anoressia ci dà l’illusione di poter fare. Questo è ciò che principalmente porta a dire “no”. Dopo un po’, questo rifiutare finisce per diventare un’abitudine – una cattiva abitudine, in effetti – e bisogna lavorarci su per cambiare questa mentalità.
Bisogna perciò combattere contro la tentazione di dire sempre di “no”. Magari mangiando un morso della focaccia che ci offre la nostra amica. Magari rinunciando ad una corsa per rimanere a leggere un libro. Magari riuscendo a seguire l’ “equilibrio alimentare”. Magari mangiando un gelato per merenda se ne abbiamo voglia, senza negarcelo. Bisogna provare a dire di “sì” un po’ più spesso. Sì al cibo, ma soprattutto, sì al cambiamento, sì al sorriso, sì alla voglia di combattere… sì alla vita.
Sarà capitato a tutte di trovarsi di fronte a qualcuno che chiede qual è il gusto di qualcosa, o quali sono le nostre preferenze alimentari. Di solito, di fronte a domande del genere, la risposta più spontanea è: “Non lo so, non l’ho mai assaggiato”, oppure si tira fuori una bugia su quali siano le cose che si preferisce mangiare. In realtà, magari dentro di noi immaginiamo pure quale possa essere il gusto di un certo alimento, o cosa si preferirebbe mangiare, cosa ci piacerebbe di più. L’ironia, qui, è: si può facilmente immaginare il gusto di certi alimenti, ma si fa molta più fatica ad immaginare che noi stesse possiamo mangiare quegli alimenti. Non è il cibo in sé per sé che causa ansia, è l’idea di dire “sì” di fronte alla possibilità di mangiare quel cibo.
Dunque, perchè dire “sì” causa ansia? Penso che questo derivi soprattutto dal timore di non avere più il controllo. Perché in fin dei conti, è questo il tassello fondamentale su cui l’anoressia si basa: il controllo. Finché si dice “no” a qualsiasi cosa, si mantiene il controllo. E se invece il dire “sì” ci strappasse questo controllo? Eccola, la cosa veramente terrorizzante. Ponendo la questione sull’argomento “cibo”, ciò equivale a dire che è relativamente semplice accettare l’idea che si NECESSITA di nutrirsi, ma è molto più difficile accettare l’idea che si VOGLIA nutrirsi.
Credo che la maggior parte delle persone con un DCA siano, per natura, delle persone piuttosto evitanti. La maggior parte dell’evitazione è correlata alla paura. Paura di non poter più controllare tutto quanto, come l’anoressia ci dà l’illusione di poter fare. Questo è ciò che principalmente porta a dire “no”. Dopo un po’, questo rifiutare finisce per diventare un’abitudine – una cattiva abitudine, in effetti – e bisogna lavorarci su per cambiare questa mentalità.
Bisogna perciò combattere contro la tentazione di dire sempre di “no”. Magari mangiando un morso della focaccia che ci offre la nostra amica. Magari rinunciando ad una corsa per rimanere a leggere un libro. Magari riuscendo a seguire l’ “equilibrio alimentare”. Magari mangiando un gelato per merenda se ne abbiamo voglia, senza negarcelo. Bisogna provare a dire di “sì” un po’ più spesso. Sì al cibo, ma soprattutto, sì al cambiamento, sì al sorriso, sì alla voglia di combattere… sì alla vita.
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venerdì 18 maggio 2012
Combattere per la vita
Quando si entra in un DCA, si finisce sempre per arrivare a pensare che l’anoressia sia la nostra migliore amica, senza renderci conto che in realtà è la nostra peggior nemica. Questo perché nel momento in cui l’anoressia entra in noi, ci racconta un sacco di bugie e ce le ripete così tanto spesso e con un tono talmente convincente, che noi stesse finiamo per crederci. Ma sono comunque tutte bugie.
Temiamo di non essere capaci di affrontare il mondo da sole, per questo sentiamo il bisogno del “salvagente” dell’anoressia. La restrizione alimentare dà sicurezza, ci fa sentire come se potessimo tenere tutto sotto controllo, e la soddisfazione che il riuscire a seguire un regime alimentare restrittivo ci genera è un qualcosa d’ineguagliabile. Riuscendo ad avere questo fittizio controllo, si pensa che potremo sentirci più a nostro agio con noi stesse. E poi, l’anoressia è un qualcosa che ci fa sentire speciali. Ho imparato con tutto il dolore del mondo che non c’è gabbia peggiore di ciò che ci fa sentire speciali. Inoltre, in fin dei conti pensiamo spesso di non essere abbastanza, e così si cerca di diventare invisibili solo per poter essere viste. (Il problema è che siamo guardate... ma comunque non viste.) Anche quando le cose volgono al peggio, chiedere aiuto è comunque incredibilmente difficile perché ci fa sentire deboli, perdenti; non come la restrizione alimentare, che invece c’induce tanta forza.
Tutte bugie. Io ho il controllo. Tutte bugie. Io raggiungo quel peso e poi smetto. Tutte bugie. Io posso uscirne quando voglio. Tutte bugie. Restringere l’alimentazione è l’unica cosa che mi dà soddisfazione. Tutte bugie. Se restringo sono forte. Tutte bugie. Se tengo tutto sotto controllo, sono salva. Tutte bugie.
L’anoressia è un vicolo cieco, una strada senza via d’uscita; non ci permetterà mai di ottenere quel che vogliamo, non attenderà mai tutte le sue promesse, non cambierà la nostra vita in meglio, ce la rovinerà. Quindi, l’unica cosa da fare è combatterla. Ma non si può pensare di batterla finché non ci si rende conto di tutto questo. Sottovalutare l’anoressia non aiuta in questa battaglia. Combattere contro l’anoressia significa combattere per la vita. E chiedere aiuto non è segno di debolezza né di fallimento, bensì di intelligenza, maturità e responsabilità. Occorre farsi aiutare da personale specializzato, ma anche dalle persone che ci stanno intorno e che ci vogliono bene, che ci tenderanno sempre le loro mani nel momento in cui saremo pronte ad afferrarle. Occorre mettercela tutta, stringere i denti, rialzarsi dopo ogni ricaduta. Come si suol dire, “Leap and the net will appear”.
L’anoressia non è una cosa che ci rende speciali – è solo una cosa che ci dà sicurezza.
Talvolta, mentre si sta percorrendo la strada del ricovero, può capitare di sentirsi giù, di ricadere e di pensare perciò che non ce la faremo mai perchè non abbiamo nessun tipo di coraggio… ma la verità è che non si può scegliere d’intraprendere la strada del ricovero se non si ha coraggio! Lo so che quando si decide d’intraprendere un percorso di questo tipo, la sensazione prevalente è un vuoto terrificante nel momento in cui si decide di abbandonare il DCA, ma la realtà è che il vuoto terrificante è ciò che abbiamo appena deciso di lasciarci alle spalle!
Temiamo di non essere capaci di affrontare il mondo da sole, per questo sentiamo il bisogno del “salvagente” dell’anoressia. La restrizione alimentare dà sicurezza, ci fa sentire come se potessimo tenere tutto sotto controllo, e la soddisfazione che il riuscire a seguire un regime alimentare restrittivo ci genera è un qualcosa d’ineguagliabile. Riuscendo ad avere questo fittizio controllo, si pensa che potremo sentirci più a nostro agio con noi stesse. E poi, l’anoressia è un qualcosa che ci fa sentire speciali. Ho imparato con tutto il dolore del mondo che non c’è gabbia peggiore di ciò che ci fa sentire speciali. Inoltre, in fin dei conti pensiamo spesso di non essere abbastanza, e così si cerca di diventare invisibili solo per poter essere viste. (Il problema è che siamo guardate... ma comunque non viste.) Anche quando le cose volgono al peggio, chiedere aiuto è comunque incredibilmente difficile perché ci fa sentire deboli, perdenti; non come la restrizione alimentare, che invece c’induce tanta forza.
Tutte bugie. Io ho il controllo. Tutte bugie. Io raggiungo quel peso e poi smetto. Tutte bugie. Io posso uscirne quando voglio. Tutte bugie. Restringere l’alimentazione è l’unica cosa che mi dà soddisfazione. Tutte bugie. Se restringo sono forte. Tutte bugie. Se tengo tutto sotto controllo, sono salva. Tutte bugie.
L’anoressia è un vicolo cieco, una strada senza via d’uscita; non ci permetterà mai di ottenere quel che vogliamo, non attenderà mai tutte le sue promesse, non cambierà la nostra vita in meglio, ce la rovinerà. Quindi, l’unica cosa da fare è combatterla. Ma non si può pensare di batterla finché non ci si rende conto di tutto questo. Sottovalutare l’anoressia non aiuta in questa battaglia. Combattere contro l’anoressia significa combattere per la vita. E chiedere aiuto non è segno di debolezza né di fallimento, bensì di intelligenza, maturità e responsabilità. Occorre farsi aiutare da personale specializzato, ma anche dalle persone che ci stanno intorno e che ci vogliono bene, che ci tenderanno sempre le loro mani nel momento in cui saremo pronte ad afferrarle. Occorre mettercela tutta, stringere i denti, rialzarsi dopo ogni ricaduta. Come si suol dire, “Leap and the net will appear”.
L’anoressia non è una cosa che ci rende speciali – è solo una cosa che ci dà sicurezza.
Talvolta, mentre si sta percorrendo la strada del ricovero, può capitare di sentirsi giù, di ricadere e di pensare perciò che non ce la faremo mai perchè non abbiamo nessun tipo di coraggio… ma la verità è che non si può scegliere d’intraprendere la strada del ricovero se non si ha coraggio! Lo so che quando si decide d’intraprendere un percorso di questo tipo, la sensazione prevalente è un vuoto terrificante nel momento in cui si decide di abbandonare il DCA, ma la realtà è che il vuoto terrificante è ciò che abbiamo appena deciso di lasciarci alle spalle!
venerdì 11 maggio 2012
Braccialetto pro-ricovero
Le ragazze che si definiscono “pro-ana/mia” hanno inventato un segno di riconoscimento: un braccialetto che sia rosso per le “pro-ana” o blu/viola per le “pro-mia”, e che possa identificarle in quanto tali e dare loro la forza di andare avanti per la strada (autodistruttiva) in cui si sono avviate, basandosi anche sul senso di appartenenza ad un gruppo che sostiene le loro stesse idee.
In quanto a quel che penso sul fenomeno “pro-ana/mia”, ho già discusso diffusamente su questo blog. In quanto all’idea del braccialetto credo che, se ribaltata (un po’ come fatto con la "Thinspo Reverse" insomma) possa essere effettivamente efficace.
Quindi, se il ricovero è la nostra scelta, perché non procurarci un braccialetto che ci ricordi in ogni momento la decisione che abbiamo preso e con il quale possiamo sentirci parte di un gruppo pro-ricovero che sostiene questa scelta di vita?!
Pensando così, io ho realizzato il mio braccialetto pro-ricovero.
Arancio, perché è un colore vivace, un colore solare contro il buio dell’anoressia. Arancio anche perché è il nome di un frutto, un qualcosa che si mangia.
Ci ho scritto sopra "I bite back", perché è quello che sto cercando di fare, in modo quindi da poterlo leggere ogni volta che mi sento vacillare per ritrovare un po’ di forza. Il doppio senso della frase “I bite back” è ovviamente assolutamente VOLUTO. (Che ne dite, vi piace l’ironia??!...)
È il mio promemoria giornaliero di forza e determinazione per continuare a percorrere la strada del ricovero e per prendermi cura di me stessa. Simboleggia il viaggio che tutte noi dobbiamo fare alla ricerca delle Vere Noi Stesse.
Perché non realizzate anche voi un braccialetto che, anche se in piccola parte, possa aiutarvi ad andare avanti?! In fin dei conti, sono proprio le piccole cose che possiamo fare per noi stesse tutti i giorni a fare la differenza.
In quanto a quel che penso sul fenomeno “pro-ana/mia”, ho già discusso diffusamente su questo blog. In quanto all’idea del braccialetto credo che, se ribaltata (un po’ come fatto con la "Thinspo Reverse" insomma) possa essere effettivamente efficace.
Quindi, se il ricovero è la nostra scelta, perché non procurarci un braccialetto che ci ricordi in ogni momento la decisione che abbiamo preso e con il quale possiamo sentirci parte di un gruppo pro-ricovero che sostiene questa scelta di vita?!
Pensando così, io ho realizzato il mio braccialetto pro-ricovero.
Arancio, perché è un colore vivace, un colore solare contro il buio dell’anoressia. Arancio anche perché è il nome di un frutto, un qualcosa che si mangia.
Ci ho scritto sopra "I bite back", perché è quello che sto cercando di fare, in modo quindi da poterlo leggere ogni volta che mi sento vacillare per ritrovare un po’ di forza. Il doppio senso della frase “I bite back” è ovviamente assolutamente VOLUTO. (Che ne dite, vi piace l’ironia??!...)
È il mio promemoria giornaliero di forza e determinazione per continuare a percorrere la strada del ricovero e per prendermi cura di me stessa. Simboleggia il viaggio che tutte noi dobbiamo fare alla ricerca delle Vere Noi Stesse.
Perché non realizzate anche voi un braccialetto che, anche se in piccola parte, possa aiutarvi ad andare avanti?! In fin dei conti, sono proprio le piccole cose che possiamo fare per noi stesse tutti i giorni a fare la differenza.
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venerdì 4 maggio 2012
Dentro il ricovero
La scelta di percorrere la strada del ricovero non è affatto una scelta rapida ed immediata. Molte (come me) impiegano anni ed anni prima di compierla. Altre non ci riescono mai. Purtroppo le probabilità giocano a nostro sfavore. Ma nel momento in cui si decide che se ne ha abbastanza di ogni qualsiasi tipo di numero, allora anche la probabilità, che non è espressa da altro che da un numero, può andare a farsi fottere.
Quali consigli posso darvi nel momento in cui dunque scegliere d’intraprendere la strada del ricovero? Per quanto paradossale possa a primo acchito sembrare: non lo fate unicamente per salvare la vostra vita, non sarebbe abbastanza convincente. Mi spiego. La scelta dell’anoressia è una scelta di rinuncia alla vita, ed è difficile convincersi che noi valiamo la pena per avere questa vita. Quindi, più che altro, cercate di trovare una cosa che vi piace, un obiettivo cui mirate. Trovate qualcosa che amate più della vostra stessa vita. E lottate per raggiungerla. Fintanto che avrete una ragione per alzarvi da letto ogni mattina cominciando a combattere contro l’anoressia, vi starete dando un’altra possibilità. Ed è per questo che andrà tutto bene. Forse non oggi, forse non domani, e magari neanche tra una settimana, ma alla fine andrà tutto bene. E se le cose non vanno ancora bene, vuol dire che questa non è ancora la fine.
Altre due cose importanti nella strada del ricovero sono la speranza e la perseveranza, due imperativi per impedire all’anoressia di avere di nuovo la meglio su di noi. Voglio precisare che per come la vedo io avere speranza non significa mettersi sedute senza far niente aspettando che la manna dal cielo risolva tutti i nostri problemi, al contrario, avere speranza significa provare a costruire qualcosa ogni giorno credendo fermamente che questo possa aiutarci ad arrivare un passo dopo l’altro verso la meta. Avere speranza significa sapere che un giorno, da qualche parte, in qualche modo, il nostro duro lavoro sarà servito a qualcosa, e potremo essere più forti.
Infine, un’altra cosa importantissima nel percorrere la strada del ricovero è il coraggio. Il coraggio di dirci la verità, di affrontare la realtà, di accettarci per quello che siamo, anche se non siamo come vorremmo essere. Il coraggio è quello che ci mettiamo ogni giorno quando scegliamo di continuare a percorrere questa strada, solidificando gli obiettivi raggiunti, e proiettandoci verso quelli futuri. Coraggio è sognare il nostro futuro e lottare per realizzarlo. Coraggio è capire quali sono gli obiettivi perseguibili e realizzabili, cercando di fare del nostro meglio per raggiungerli, ma senza scoraggiarsi se le cose non tutti i giorni vanno come desidereremmo. Coraggio è saggiare l’acqua con la punta di un piede… e poi saltare dentro al mare della vita tuffandosi di botto senza avere rimorsi.
Certo, non lo nego, percorrendo la strada del ricovero ci saranno da affrontare momenti estremamente difficili, molto più difficili del ben più semplice abbandonarsi all’anoressia. Ci saranno momenti in cui ci sentiremo stanche, sole, avremo paura e voglia di gettare la spugna, momenti in cui le lacrime sembrano essere l’unica cosa che rimane. Ma è proprio in questi momenti che dobbiamo alzare la testa e ricordare a noi stesse chi siamo e quanto valiamo: se siamo riuscite a scegliere la strada del ricovero, abbiamo allora anche tutta a forza e la determinazione per percorrerla giorno dopo giorno.
Quali consigli posso darvi nel momento in cui dunque scegliere d’intraprendere la strada del ricovero? Per quanto paradossale possa a primo acchito sembrare: non lo fate unicamente per salvare la vostra vita, non sarebbe abbastanza convincente. Mi spiego. La scelta dell’anoressia è una scelta di rinuncia alla vita, ed è difficile convincersi che noi valiamo la pena per avere questa vita. Quindi, più che altro, cercate di trovare una cosa che vi piace, un obiettivo cui mirate. Trovate qualcosa che amate più della vostra stessa vita. E lottate per raggiungerla. Fintanto che avrete una ragione per alzarvi da letto ogni mattina cominciando a combattere contro l’anoressia, vi starete dando un’altra possibilità. Ed è per questo che andrà tutto bene. Forse non oggi, forse non domani, e magari neanche tra una settimana, ma alla fine andrà tutto bene. E se le cose non vanno ancora bene, vuol dire che questa non è ancora la fine.
Altre due cose importanti nella strada del ricovero sono la speranza e la perseveranza, due imperativi per impedire all’anoressia di avere di nuovo la meglio su di noi. Voglio precisare che per come la vedo io avere speranza non significa mettersi sedute senza far niente aspettando che la manna dal cielo risolva tutti i nostri problemi, al contrario, avere speranza significa provare a costruire qualcosa ogni giorno credendo fermamente che questo possa aiutarci ad arrivare un passo dopo l’altro verso la meta. Avere speranza significa sapere che un giorno, da qualche parte, in qualche modo, il nostro duro lavoro sarà servito a qualcosa, e potremo essere più forti.
Infine, un’altra cosa importantissima nel percorrere la strada del ricovero è il coraggio. Il coraggio di dirci la verità, di affrontare la realtà, di accettarci per quello che siamo, anche se non siamo come vorremmo essere. Il coraggio è quello che ci mettiamo ogni giorno quando scegliamo di continuare a percorrere questa strada, solidificando gli obiettivi raggiunti, e proiettandoci verso quelli futuri. Coraggio è sognare il nostro futuro e lottare per realizzarlo. Coraggio è capire quali sono gli obiettivi perseguibili e realizzabili, cercando di fare del nostro meglio per raggiungerli, ma senza scoraggiarsi se le cose non tutti i giorni vanno come desidereremmo. Coraggio è saggiare l’acqua con la punta di un piede… e poi saltare dentro al mare della vita tuffandosi di botto senza avere rimorsi.
Certo, non lo nego, percorrendo la strada del ricovero ci saranno da affrontare momenti estremamente difficili, molto più difficili del ben più semplice abbandonarsi all’anoressia. Ci saranno momenti in cui ci sentiremo stanche, sole, avremo paura e voglia di gettare la spugna, momenti in cui le lacrime sembrano essere l’unica cosa che rimane. Ma è proprio in questi momenti che dobbiamo alzare la testa e ricordare a noi stesse chi siamo e quanto valiamo: se siamo riuscite a scegliere la strada del ricovero, abbiamo allora anche tutta a forza e la determinazione per percorrerla giorno dopo giorno.
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venerdì 27 aprile 2012
Cose peggiori del riprendere peso
Il post di oggi è ispirato a un post che ho letto sul blog di una ragazza americana.
La ragazza in questione, in lotta contro l’anoressia e con il costante timore di prendere troppo peso, ha stilato un lista delle cose che reputa comunque peggiori del riguadagnare chili.
Penso che sia un’idea molto propositiva ed utile: mettere a fuoco che, per quanto riprendere peso possa essere, a suo modo, certamente ansiogeno, ci sono molte cose che sono peggiori di qualche chilo in più. E sono cose che accadono se si resta qualche chilo in meno. Perché è vero: a volte quando si è nel pieno di un DCA si ha l’erronea sensazione che è l’essere “troppo grasse” che ci impedisce di fare tutto nella vita… eppure, in effetti – e lo dico per esperienza personale – anche l’essere troppo magra impedisce di fare tutto.
Credo sia davvero importante renderci conto di questo, e perciò quello che vi invito a fare oggi è stilare la vostra personale lista di ciò che c’è di peggio del dover riprendere peso.
Se vi va, lasciate la vostra lista nei commenti di questo post!
Comincio io, con la mia lista, e dunque…
50 cose peggiori del riprendere peso
1) Non andare in pizzeria con gli amici
2) Non andare fuori con gli amici
3) Non avere amici
4) Essere costantemente in ansia
5) Pianificare tutto quello ciò che c’è da fare nel corso della giornata
6) Pianificare cosa, dove e quanto mangiare
7) Andare nel panico se il piano non è rispettato
8) Realizzare che un piatto di spaghetti aveva più controllo sulla mia vita di quanto non ne avessi io stessa
9) Essere fissata con disgusto da qualcuno per l’eccessiva magrezza
10) Fregarsene di essere fissata con disgusto da qualcuno per l’eccessiva magrezza
11) Rompere le promesse con tutti, specialmente con me stessa
12) Dire bugie a tutti, specialmente a me stessa
13) Non andare al mare/in piscina per la vergogna di dovermi mettere in costume
14) La persona che mi piace che mi dice che non sono un granché perchè sono troppo magra
15) Non poter fare sport per l'eccessivo sottopeso
16) Osteoporosi
17) Infertilità
18) Controlli su controlli dalla dietista
19) Non riuscire a guardarmi allo specchio...
20) ...ma guardarmi in ogni superficie riflettente attraversata
21) Sentirmi in colpa
22) Sentirmi in colpa perchè mi sentivo in colpa
23) Inventare scuse
24) Odiarmi
25) Farmi del male
26) Far preoccupare gli altri per me
27) Essere in fondo preoccupata anch’io per me stessa
28) Vivere secondo regole arbitrarie imposte da me stessa
29) Litigare costantemente con me stessa
30) Non riuscire a badare a me stessa
31) Digestione a puttane
32) Metabolismo idem
33) Perdere la mia identità per l’anoressia
34) Abbassare le aspettative
35) Nascondere e negare
36) Deludere tutti, soprattutto me stessa
37) Miglioramento-ricaduta, miglioramento-ricaduta, miglioramento-ricaduta…
38) Dover rispondere sempre alle stesse domande…
39) … e dare sempre le stesse risposte
40) Basare l’autostima sulla capacità di restringere l’alimentazione
41) Andare a fare tirocinio in ospedale e sembrare più malata dei pazienti
42) Perdere la sanità mentale
43) Non sapere se mi sarei svegliata la mattina successiva
44) Non sapere se avrei voluto svegliarmi la mattina successiva
45) Perdere la libertà
46) Perdere l'autonomia
47) Perdere il controllo
48) Perdere tutto ciò che rende la vita degna d'essere vissuta
49) Perdere me stessa
50) Perdere la vita
Cara anoressia, alla faccia tua, io sono ancora qui che combatto affinchè tu non possa avere la meglio su di me. Perché, sì, la mia morte è un’arte… ma la mia vita è un capolavoro.
Penso che sia un’idea molto propositiva ed utile: mettere a fuoco che, per quanto riprendere peso possa essere, a suo modo, certamente ansiogeno, ci sono molte cose che sono peggiori di qualche chilo in più. E sono cose che accadono se si resta qualche chilo in meno. Perché è vero: a volte quando si è nel pieno di un DCA si ha l’erronea sensazione che è l’essere “troppo grasse” che ci impedisce di fare tutto nella vita… eppure, in effetti – e lo dico per esperienza personale – anche l’essere troppo magra impedisce di fare tutto.
Credo sia davvero importante renderci conto di questo, e perciò quello che vi invito a fare oggi è stilare la vostra personale lista di ciò che c’è di peggio del dover riprendere peso.
Se vi va, lasciate la vostra lista nei commenti di questo post!
Comincio io, con la mia lista, e dunque…
50 cose peggiori del riprendere peso
1) Non andare in pizzeria con gli amici
2) Non andare fuori con gli amici
3) Non avere amici
4) Essere costantemente in ansia
5) Pianificare tutto quello ciò che c’è da fare nel corso della giornata
6) Pianificare cosa, dove e quanto mangiare
7) Andare nel panico se il piano non è rispettato
8) Realizzare che un piatto di spaghetti aveva più controllo sulla mia vita di quanto non ne avessi io stessa
9) Essere fissata con disgusto da qualcuno per l’eccessiva magrezza
10) Fregarsene di essere fissata con disgusto da qualcuno per l’eccessiva magrezza
11) Rompere le promesse con tutti, specialmente con me stessa
12) Dire bugie a tutti, specialmente a me stessa
13) Non andare al mare/in piscina per la vergogna di dovermi mettere in costume
14) La persona che mi piace che mi dice che non sono un granché perchè sono troppo magra
15) Non poter fare sport per l'eccessivo sottopeso
16) Osteoporosi
17) Infertilità
18) Controlli su controlli dalla dietista
19) Non riuscire a guardarmi allo specchio...
20) ...ma guardarmi in ogni superficie riflettente attraversata
21) Sentirmi in colpa
22) Sentirmi in colpa perchè mi sentivo in colpa
23) Inventare scuse
24) Odiarmi
25) Farmi del male
26) Far preoccupare gli altri per me
27) Essere in fondo preoccupata anch’io per me stessa
28) Vivere secondo regole arbitrarie imposte da me stessa
29) Litigare costantemente con me stessa
30) Non riuscire a badare a me stessa
31) Digestione a puttane
32) Metabolismo idem
33) Perdere la mia identità per l’anoressia
34) Abbassare le aspettative
35) Nascondere e negare
36) Deludere tutti, soprattutto me stessa
37) Miglioramento-ricaduta, miglioramento-ricaduta, miglioramento-ricaduta…
38) Dover rispondere sempre alle stesse domande…
39) … e dare sempre le stesse risposte
40) Basare l’autostima sulla capacità di restringere l’alimentazione
41) Andare a fare tirocinio in ospedale e sembrare più malata dei pazienti
42) Perdere la sanità mentale
43) Non sapere se mi sarei svegliata la mattina successiva
44) Non sapere se avrei voluto svegliarmi la mattina successiva
45) Perdere la libertà
46) Perdere l'autonomia
47) Perdere il controllo
48) Perdere tutto ciò che rende la vita degna d'essere vissuta
49) Perdere me stessa
50) Perdere la vita
Cara anoressia, alla faccia tua, io sono ancora qui che combatto affinchè tu non possa avere la meglio su di me. Perché, sì, la mia morte è un’arte… ma la mia vita è un capolavoro.
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venerdì 20 aprile 2012
DCA maschili
Anche i ragazzi, gli uomini possono sviluppare un DCA. Ho appena scoperto che esiste anche un sito e un account di Twitter (anche io ho un account di Twitter, tra l'altro) che si occupano proprio di questa problematica. Informazioni di questo tipo si possono trovare anche QUI, un’ulteriore dimostrazione del fatto che anoressia e bulimia non sono un vissuto esclusivamente femminile.
Facendo qualche ricerca su Internet, ho scoperto che una delle prime descrizioni cliniche dell’anoressia è stata fatta in un ragazzo adolescente. Nel 1689, credeteci o meno. Perciò, l’idea spesso diffusa che i DCA siano un problema sostanzialmente femminile, non è del tutto vera.
Il problema nasce nel momento in cui, dopo che Richiard Morton descrisse per la prima volta l’anoressia nel 1688, altri medici suoi successori associarono la parola “anoressia” ad “isteria”. Il termine “isteria” deriva dalla parola greca utilizzata per indicare l’utero (ecco perché l’operazione di asportazione dell’utero si chiama “isterectomia”) che significa, automaticamente, che gli uomini, non avendo un utero, non possono essere “isterici” nel senso tecnico del termine che veniva già fatto in quel secolo. Ed ecco come il concetto di anoressia è stato distorto.
Anche in tempi più recenti, la società stessa ha continuato a concettualizzare i DCA in maniera tale da escludere la popolazione maschile, perché i disturbi alimentari vengono (erroneamente) visti dall’opinione comune come un qualcosa di legato all’aspetto fisico o a una dieta che poi viene esasperata. L’opinione generale è che gli uomini non siano sottoposti ad una tale pressione sociale, e che non abbiano canoni fissi di bellezza fisica a cui dover rispondere; pertanto, dato che l’uomo non ha una pressione, in merito alla sua immagine corporea, pesante come quella che ha la donna, non svilupperà un DCA.
Sbagliato. Che è uno dei motivi per i quali anche in passato ho scritto che la società e i canoni di bellezza hanno – secondo me – ben poco a che vedere con lo sviluppo di un DCA. Se sei un essere umano, a prescindere dal tuo sesso, allora puoi sviluppare un disordine alimentare.
Scrivo di questo non semplicemente perchè mi è capitato recentemente di leggere alcune cose riguardo allo sviluppo di DCA nei maschi, ma anche perchè ho letto che la IAEDP ha tenuto una conferenza circa 25 giorni fa (21-25 Marzo 2012), che si apriva con l’affermazione:
“Le nostre ultime ricerche mostrano che, tristemente, un uomo su 3 sarebbe disposto a ridurre il proprio lifespan (durata della vita) soltanto per incarnare l’immagine dell’uomo “ideale” per la società attuale”
Eh??...
Voglio dire, penso che ci siano un sacco di cose sbagliate in quest’affermazione. Prima di tutto, I disturbi alimentari esistono da molto più tempo rispetto alla concezione attuale di “aspetto fisico ideale”, perciò non può esserne questa la causa. In secondo luogo, avere un DCA non significa “essere disposti a ridurre la durata della propria vita”: sarebbe come dire che c’è qualcuno che desidera ammalarsi di tumore, per poter perdere peso grazie alla chemioterapia. Un disturbo alimentare non è una scelta consapevole di morte. Non è un qualcosa che ha prettamente a che fare con l’aspetto fisico o con la vanità. E’ una malattia mentale che può uccidere, non perché i messaggi sulla bellezza mandati dai mass-media orientano in una direzione tale per cui la persona non è più in grado di accettare la sua fisicità per quello che è, ma perché c’è di base una patologia ansiosa, un disturbo ossessivo-compulsivo, una mania di controllo, che dev’essere trattata in maniera adeguata.
Inoltre, non sarei affatto sicura della validità scientifica di un’ipotetica “sarebbe disposto a” nel valutare come viene percepita l’immagine corporea o il disturbo alimentare in una qualsiasi popolazione. Perché non è che ci siano persone che “sarebbero disposte a prendersi l’anoressia/la bulimia”. Sono malattie, lo sapevate?
Voglio precisare che non ho assistito alla conferenza succitata, quindi non ne conosco i contenuti, tranne che per quel poco che ho avuto modo di leggere sul web. Quindi quelle che scrivo sono semplicemente mie considerazioni basate su quel poco che ho letto a proposito dell’impostazione di questa conferenza basata sui DCA maschili.
Ritengo semplicemente che l’aspetto relative ai DCA maschili dovrebbe godere della giusta luce, e che la generale opinione diffusa sul fatto che anoressia e bulimia siano malattie prettamente femminili, non aiuta affatto quei pochi – ma pur presenti!! – maschi che invece ne sono affetti. Sì, penso che i DCA maschili dovrebbero godere di più attenzione, e non potremmo cominciare da quello che ho scritto?!
Facendo qualche ricerca su Internet, ho scoperto che una delle prime descrizioni cliniche dell’anoressia è stata fatta in un ragazzo adolescente. Nel 1689, credeteci o meno. Perciò, l’idea spesso diffusa che i DCA siano un problema sostanzialmente femminile, non è del tutto vera.
Il problema nasce nel momento in cui, dopo che Richiard Morton descrisse per la prima volta l’anoressia nel 1688, altri medici suoi successori associarono la parola “anoressia” ad “isteria”. Il termine “isteria” deriva dalla parola greca utilizzata per indicare l’utero (ecco perché l’operazione di asportazione dell’utero si chiama “isterectomia”) che significa, automaticamente, che gli uomini, non avendo un utero, non possono essere “isterici” nel senso tecnico del termine che veniva già fatto in quel secolo. Ed ecco come il concetto di anoressia è stato distorto.
Anche in tempi più recenti, la società stessa ha continuato a concettualizzare i DCA in maniera tale da escludere la popolazione maschile, perché i disturbi alimentari vengono (erroneamente) visti dall’opinione comune come un qualcosa di legato all’aspetto fisico o a una dieta che poi viene esasperata. L’opinione generale è che gli uomini non siano sottoposti ad una tale pressione sociale, e che non abbiano canoni fissi di bellezza fisica a cui dover rispondere; pertanto, dato che l’uomo non ha una pressione, in merito alla sua immagine corporea, pesante come quella che ha la donna, non svilupperà un DCA.
Sbagliato. Che è uno dei motivi per i quali anche in passato ho scritto che la società e i canoni di bellezza hanno – secondo me – ben poco a che vedere con lo sviluppo di un DCA. Se sei un essere umano, a prescindere dal tuo sesso, allora puoi sviluppare un disordine alimentare.
Scrivo di questo non semplicemente perchè mi è capitato recentemente di leggere alcune cose riguardo allo sviluppo di DCA nei maschi, ma anche perchè ho letto che la IAEDP ha tenuto una conferenza circa 25 giorni fa (21-25 Marzo 2012), che si apriva con l’affermazione:
“Le nostre ultime ricerche mostrano che, tristemente, un uomo su 3 sarebbe disposto a ridurre il proprio lifespan (durata della vita) soltanto per incarnare l’immagine dell’uomo “ideale” per la società attuale”
Eh??...
Voglio dire, penso che ci siano un sacco di cose sbagliate in quest’affermazione. Prima di tutto, I disturbi alimentari esistono da molto più tempo rispetto alla concezione attuale di “aspetto fisico ideale”, perciò non può esserne questa la causa. In secondo luogo, avere un DCA non significa “essere disposti a ridurre la durata della propria vita”: sarebbe come dire che c’è qualcuno che desidera ammalarsi di tumore, per poter perdere peso grazie alla chemioterapia. Un disturbo alimentare non è una scelta consapevole di morte. Non è un qualcosa che ha prettamente a che fare con l’aspetto fisico o con la vanità. E’ una malattia mentale che può uccidere, non perché i messaggi sulla bellezza mandati dai mass-media orientano in una direzione tale per cui la persona non è più in grado di accettare la sua fisicità per quello che è, ma perché c’è di base una patologia ansiosa, un disturbo ossessivo-compulsivo, una mania di controllo, che dev’essere trattata in maniera adeguata.
Inoltre, non sarei affatto sicura della validità scientifica di un’ipotetica “sarebbe disposto a” nel valutare come viene percepita l’immagine corporea o il disturbo alimentare in una qualsiasi popolazione. Perché non è che ci siano persone che “sarebbero disposte a prendersi l’anoressia/la bulimia”. Sono malattie, lo sapevate?
Voglio precisare che non ho assistito alla conferenza succitata, quindi non ne conosco i contenuti, tranne che per quel poco che ho avuto modo di leggere sul web. Quindi quelle che scrivo sono semplicemente mie considerazioni basate su quel poco che ho letto a proposito dell’impostazione di questa conferenza basata sui DCA maschili.
Ritengo semplicemente che l’aspetto relative ai DCA maschili dovrebbe godere della giusta luce, e che la generale opinione diffusa sul fatto che anoressia e bulimia siano malattie prettamente femminili, non aiuta affatto quei pochi – ma pur presenti!! – maschi che invece ne sono affetti. Sì, penso che i DCA maschili dovrebbero godere di più attenzione, e non potremmo cominciare da quello che ho scritto?!
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venerdì 13 aprile 2012
Cronicità e DCA non trattabili
Nel post precedente ho scritto che “non complianti” è una delle etichette che può essere assegnata a chi ha un DCA, e che mi fa indispettire non poco. Un’altra etichetta che ci becchiamo noi anoressiche o bulimiche? “Cronica”.
Okay, certo, da un punto di vista strettamente medico i disturbi alimentari sono patologie croniche, indicando come cronica (cito un mio libro universitario) “un’affezione che non guarisce nel giro di alcuni mesi”. Molte malattie psichiatriche sono in effetti croniche, e i DCA non fanno eccezione. Le statistiche dicono che le adolescenti con anoressia/bulimia/binge/DCAnas che ricevono il tradizionale pacchetto psicoterapia + visite con dietista necessitano comunque dai 5 ai 7 anni per avere un netto miglioramento. Ad oggi, con le più moderne tipologie di terapie psicologiche, questi tempi possono essersi un po’ ridotti, ma non c’è nessun dato certo a tal proposito. Non è che una, semplicemente, “guarisce” dall’anoressia – non è come prendersi l’influenza.
Il problema del beccarsi l’etichetta di “cronica”, è che questa parola generalmente sta per un’altra: “non trattabile”. È un po’ la maniera che la Medicina – gli psichiatri nella fattispecie – ha per dire “non vogliamo avere a che fare con te”, ovvero: “pensiamo che non ci siano speranze di miglioramento per te”. Un’etichettatura di questo tipo non può che scoraggiare una paziente che soffre di anoressia/bulimia: chi avrebbe la tempra di proseguire una psicoterapia con qualcuno che gli ha detto una cosa del genere? Chi continuerebbe a fare psicoterapia quando qualcuno gli ha detto che il tempo impiegato con loro è visto come una perdita di tempo? “Devi solo imparare a vivere con un DCA” viene detto a queste pazienti.
Quel che non viene detto è che un’affermazione del genere essenzialmente sottintende: “Tutto quello che succederà è che morirai lentamente a causa del tuo DCA”.
Il che è – devo proprio dirlo – una cafonata.
Non credo che possa riuscirci in maniera estremamente efficace in tempi brevi. Ma ci sono un sacco di malattie delle quali la gente continua a morire perché ancora non abbiamo le competenze scientifiche per combatterle, e cionnonostante non viene mai rifiutato il tentativo di provare a curarle. Che è ciò che invece viene fatto con i DCA: gli psicoterapeuti, se la paziente è particolarmente resistente, si sdanno. Rinunciano. Prescrivono cure palliative.
Francamente, credo che questo sia sbagliato. Penso sia il frutto di scelte erronee di terapeuti che non conoscono bene l’intrinseca natura di un disturbo alimentare, o che non vogliono affrontare una simile difficoltà che li porterebbe a mettere in discussione la loro stessa capacità professionale. È certamente più facile per un terapeuta “incolpare” la paziente di un mancato miglioramento, che non ammettere che ci sono delle situazioni con cui non si sa relazionare, e delle risposte che non riesce a fornire.
L’etichetta “cronica”, inoltre, può diventare per chi soffre di DCA come una sorta di profezia che si auto-avvera. Le ragazze anoressiche/bulimiche spesso pensano di non meritare aiuto, o che possono farcela da sole anche senza bisogno d’aiuto (sono tutti auto-inganni indotti dalla malattia stessa, ovviamente); per cui vedersi classificate come “croniche” non può che rafforzare questa visione che le anoressiche/bulimiche hanno di se stesse, confermando la loro sensazione d’inutilità, di mancato valore, e la loro incapacità di stare meglio. Personalmente ritengo che barriere di questo tipo possano contribuire nel determinare l’alto tasso di suicidi correlato ai DCA: le cose non andranno mai meglio e non c’è nessuno disposto ad aiutarmi. Sono qui, da sola, nell’oscurità, a notte fonda, insonne, il cuscino ancora una volta rigato dalle mie lacrime. Questa non è vita e non lo sarà mai, dunque non mi resta altro da fare che darci un taglio. Alle vene.
Il punto è che: anche le persone che sono state etichettate come “croniche” hanno la possibilità di fare enormi passi avanti nella loro lotta contro l’anoressia. Anch’io. Anche tutte voi che mi state leggendo. Con la voglia di non arrendersi e il giusto supporto terapeutico, tutte noi possiamo migliorare nettamente la nostra condizione, e continuare a combattere contro l’anoressia.
Ci vorrebbe una maggiore e soprattutto corretta informazione a livello della popolazione in generale affinché possano essere colte le manifestazioni più precoci di un DCA, e la terapia possa essere iniziata quanto più rapidamente possibile perché, come in tutte le malattie, più un DCA viene preso sul nascere, maggiori sono le possibilità di successo terapeutico. Ci vorrebbero anche più opzioni terapeutiche, affinché ciascuna di noi potesse scegliere quella che le va più a genio. E soprattutto, non dovremmo mai dimenticarci che, al di là di ogni possibile etichettatura, siamo prima di tutto persone, e l’essere tali significa avere un’arma enorme a nostra disposizione: la forza di volontà di cambiare le cose, di lottare contro l’anoressia. E questa consapevolezza deve non farci mai perdere la speranza. Neppure a chi è stata definita “cronica”.
Okay, certo, da un punto di vista strettamente medico i disturbi alimentari sono patologie croniche, indicando come cronica (cito un mio libro universitario) “un’affezione che non guarisce nel giro di alcuni mesi”. Molte malattie psichiatriche sono in effetti croniche, e i DCA non fanno eccezione. Le statistiche dicono che le adolescenti con anoressia/bulimia/binge/DCAnas che ricevono il tradizionale pacchetto psicoterapia + visite con dietista necessitano comunque dai 5 ai 7 anni per avere un netto miglioramento. Ad oggi, con le più moderne tipologie di terapie psicologiche, questi tempi possono essersi un po’ ridotti, ma non c’è nessun dato certo a tal proposito. Non è che una, semplicemente, “guarisce” dall’anoressia – non è come prendersi l’influenza.
Il problema del beccarsi l’etichetta di “cronica”, è che questa parola generalmente sta per un’altra: “non trattabile”. È un po’ la maniera che la Medicina – gli psichiatri nella fattispecie – ha per dire “non vogliamo avere a che fare con te”, ovvero: “pensiamo che non ci siano speranze di miglioramento per te”. Un’etichettatura di questo tipo non può che scoraggiare una paziente che soffre di anoressia/bulimia: chi avrebbe la tempra di proseguire una psicoterapia con qualcuno che gli ha detto una cosa del genere? Chi continuerebbe a fare psicoterapia quando qualcuno gli ha detto che il tempo impiegato con loro è visto come una perdita di tempo? “Devi solo imparare a vivere con un DCA” viene detto a queste pazienti.
Quel che non viene detto è che un’affermazione del genere essenzialmente sottintende: “Tutto quello che succederà è che morirai lentamente a causa del tuo DCA”.
Il che è – devo proprio dirlo – una cafonata.
Non credo che possa riuscirci in maniera estremamente efficace in tempi brevi. Ma ci sono un sacco di malattie delle quali la gente continua a morire perché ancora non abbiamo le competenze scientifiche per combatterle, e cionnonostante non viene mai rifiutato il tentativo di provare a curarle. Che è ciò che invece viene fatto con i DCA: gli psicoterapeuti, se la paziente è particolarmente resistente, si sdanno. Rinunciano. Prescrivono cure palliative.
Francamente, credo che questo sia sbagliato. Penso sia il frutto di scelte erronee di terapeuti che non conoscono bene l’intrinseca natura di un disturbo alimentare, o che non vogliono affrontare una simile difficoltà che li porterebbe a mettere in discussione la loro stessa capacità professionale. È certamente più facile per un terapeuta “incolpare” la paziente di un mancato miglioramento, che non ammettere che ci sono delle situazioni con cui non si sa relazionare, e delle risposte che non riesce a fornire.
L’etichetta “cronica”, inoltre, può diventare per chi soffre di DCA come una sorta di profezia che si auto-avvera. Le ragazze anoressiche/bulimiche spesso pensano di non meritare aiuto, o che possono farcela da sole anche senza bisogno d’aiuto (sono tutti auto-inganni indotti dalla malattia stessa, ovviamente); per cui vedersi classificate come “croniche” non può che rafforzare questa visione che le anoressiche/bulimiche hanno di se stesse, confermando la loro sensazione d’inutilità, di mancato valore, e la loro incapacità di stare meglio. Personalmente ritengo che barriere di questo tipo possano contribuire nel determinare l’alto tasso di suicidi correlato ai DCA: le cose non andranno mai meglio e non c’è nessuno disposto ad aiutarmi. Sono qui, da sola, nell’oscurità, a notte fonda, insonne, il cuscino ancora una volta rigato dalle mie lacrime. Questa non è vita e non lo sarà mai, dunque non mi resta altro da fare che darci un taglio. Alle vene.
Il punto è che: anche le persone che sono state etichettate come “croniche” hanno la possibilità di fare enormi passi avanti nella loro lotta contro l’anoressia. Anch’io. Anche tutte voi che mi state leggendo. Con la voglia di non arrendersi e il giusto supporto terapeutico, tutte noi possiamo migliorare nettamente la nostra condizione, e continuare a combattere contro l’anoressia.
Ci vorrebbe una maggiore e soprattutto corretta informazione a livello della popolazione in generale affinché possano essere colte le manifestazioni più precoci di un DCA, e la terapia possa essere iniziata quanto più rapidamente possibile perché, come in tutte le malattie, più un DCA viene preso sul nascere, maggiori sono le possibilità di successo terapeutico. Ci vorrebbero anche più opzioni terapeutiche, affinché ciascuna di noi potesse scegliere quella che le va più a genio. E soprattutto, non dovremmo mai dimenticarci che, al di là di ogni possibile etichettatura, siamo prima di tutto persone, e l’essere tali significa avere un’arma enorme a nostra disposizione: la forza di volontà di cambiare le cose, di lottare contro l’anoressia. E questa consapevolezza deve non farci mai perdere la speranza. Neppure a chi è stata definita “cronica”.
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venerdì 6 aprile 2012
Pazienti "non complianti"
“Si definisce “non compliante” un paziente che non partecipi attivamente al proprio trattamento terapeutico. La "non-compliance" costituisce, in frequenti occasioni, uno dei più rilevanti problemi terapeutici poiché ha ricadute sull'efficacia del trattamento, sui costi terapeutici, sul rapporto medico-paziente e sul rapporto dei pazienti con la loro malattia. La sua incidenza è sorprendentemente elevata soprattutto nelle patologie croniche e in psichiatria.” (Dott. Vittorio Ghetti)
Conversando tramite e-mail con molte di voi che hanno un DCA, una delle cose che mi è balzata all’attenzione recentemente è il fatto che molte persone anoressiche/bulimiche vengono frequentemente etichettate come “non complianti” dai medici e dagli psichiatri che le seguono, e quindi abbandonate a se stesse, e questa rappresenta una delle principali motivazioni all’interruzione del trattamento psicoterapeutico.
Il mio primo pensiero, quando ho letto cose del genere, è stato: ma dove diamine stanno le pazienti con un DCA che siano complianti??...
Ho discusso per la prima volta della compliance durante il corso di Farmacologia, al 4° anno di università. Parte del problema, diceva un professore, è che la maggior parte dei dottori pensa al paziente come a una persona che ha un singolo problema, ovvero quello per cui si reca da lui, e ritiene perciò che i pazienti debbano fare automaticamente quello che gli viene detto di fare, senza valutare il più ampio contesto della persona.
Per fare un esempio banale, io ho un’ipercolesterolemia familiare ereditaria. Dunque, secondo un medico da cui mi ero recata qualche anno fa, io avrei dovuto eliminare alcuni cibi dalla mia alimentazione e fare più esercizio fisico per cercare di tenere per quanto possibile un po’ più basso il mio colesterolo. Ovviamente, dato il mio passato/presente di anoressica, questa non era certo la cosa più giusta da fare. Perciò, no, non sempre i medici hanno ragione. La compliance ad una determinata terapia non può prescindere dal quadro globale del paziente.
Con il professore di Farmacologia non abbiamo ovviamente discusso della questione della compliance relativa al contesto dei disturbi alimentari o, più in generale, delle malattie mentali, ma penso che il discorso della compliance alla terapia sia un qualcosa di molto sentito nel contesto della psichiatria. Non dovrebbero le persone essere libere di scegliere se vogliono o meno essere curate? Scegliere un particolare tipo di percorso terapeutico? Scegliere di non seguire nessun tipo di percorso terapeutico?
Sì. Tecnicamente, assolutamente sì. Il problema (e il contenzioso) sta nella capacità delle persone di prendere decisioni senzienti e di essere capaci di seguirle fino in fondo. Perciò, la risposta alle mie domande, in effetti, è: dipende.
((Quel che intendo dire è: quante di noi, magari al lavoro o a scuola, si sono dette con convinzione che una volta tornate a casa avrebbero fatto quella tal cosa, ma poi non l’hanno effettivamente svolta? Eh. Si chiama “parking lot motivation”: l’essere motivate finché non si arriva a salire in macchina al parcheggio, dopodichè la suddetta motivazione è sommersa dall’ansia o da qualsiasi altra cosa che la fa scomparire.))
Non sono certo la persona più qualificata per poter parlare di malattie mentali, ma per quella che è la mia personale esperienza, posso asserire questo: dire che una paziente è “non compliante” è comune in molte diagnosi del DSM-IV. Oltre ad essere stata clinicamente classificata come “anoressica”, io mi porto dietro anche altri problemi, altre potenziali diagnosi, ma non sono mai stata farmacologicamente trattata per questi, perché ho sempre ritenuto di essere in grado di gestirli autonomamente (a differenza dell’anoressia) quindi in effetti anch’io sono stata considerata una paziente “non compilante” dagli psichiatri che mi hanno fatto queste diagnosi, visto che avevo detto loro che non intendevo assumere psicofarmaci. Dire che una paziente non è compilante, in effetti, assolve il medico dalla responsabilità di trattarla: “Non è che io non la curi, è lei che si rifiuta di farsi curare!”. Quando tutto il resto fallisce, è colpa del paziente. A prova di scemo!
Anche i disturbi alimentari sono oggetto di questo tipo di trattamento. Conosco diverse persone che sono state estromesse dai programmi ospedalieri di riabilitazione alimentare perché non riuscivano ad evitare di nascondere il cibo, perché continuavano a perdere peso, o perché avevano problemi ad attenersi al protocollo terapeutico (cose più che normali all’inizio di un percorso di ricovero). Essere estromesse da una struttura terapeutica suona più come una punizione inflitta ad una bambina disobbediente che non come il modo in cui dovrebbe essere trattata una ragazza che ha un DCA. Certo, avere a che fare con una paziente ancora indecisa che ha appena iniziato a lottare contro il suo DCA e che pertanto tende ancora ad auto-sabotarsi è tutt’altro che semplice, ma credo sarebbe dovere del medico cercare di stare ancor più vicino ad una paziente di questo tipo, piuttosto che lavarsene le mani etichettandola come “non compliante”.
Io credo che determinati comportamenti non siano, nella maggior parte dei casi, risultato di una non-volontà di migliorare della paziente, ma siano dovuti solo al fatto che, soprattutto all’inizio, è più facile che l’anoressia e i suoi comportamenti malati abbiano il sopravvento sulla volontà non ancora perfettamente delineata al miglioramento della paziente. La paziente tenta, tenta eccome, solo che la malattia è ancora più forte di lei, perché da tempo radicata. Voglio dire, nessuno si aspetta che un tumore smetta di crescere solo perché un oncologo ha visitato il paziente affetto, così come non è colpa del paziente se il cancro non risponde alle terapie di prima linea. Nessuno penalizza un paziente oncologico se non reagisce adeguatamente alla terapia, se il suo tumore non regredisce o se ha manifestazioni patologiche associate alla chemio. I dottori non smettono di fare la chemioterapia ad un bambino perché quello piange, o fa una bizza, o si nasconde sotto al letto perché ha paura dell’iniezione. Un comportamento del genere non significa che il bambino non è compliante, ma semplicemente che è un essere umano. La comparsa di un tumore non è colpa del soggetto che lo contrae, e se non riesce a liberarsene non è che lo faccia intenzionalmente. E lo stesso vale per chi ha un DCA.
Ogni medico, ogni psicoterapeuta, nel momento in cui prende in cura una paziente anoressica/bulimica, dovrebbe aspettarsi che questa possa essere (o diventare) non compliante. Dovrebbe aspettarsi un’enorme ansia, il fatto che il cibo possa essere nascosto, il fatto che la paziente faccia attività fisica extra di nascosto, il fatto che la paziente vada a vomitare di nascosto, e così via, in una lista diversa eppure simile per ognuna di noi. Sono tutti sintomi del disturbo alimentare, semplicemente. I DCA sono molto, molto difficili da trattare, questo è il messaggio che vorrei trasmettere a medici e pazienti. So di essere stata piacevole quanto un gatto appeso con le unghie ai coglioni per gli psicoterapeuti che mi hanno avuta in cura. Sono stata arrogante, sfrontata, ho fatto resistenza, ci ho litigato, li ho mandati a fanculo più e più volte, e ho fatto tutto il possibile per rimanere aggrappata all’anoressia. Ma non perché fossi “non compliante”. Bensì perché ero malata. Molto più di adesso. Quando sono stata meglio e quindi sono stata in grado di pensare più lucidamente, mi sono resa conto che già in quei momenti volevo davvero stare meglio, ma dopo anni di malattia l’anoressia era così egosintonica con la mia persona, che non ero in grado di discernerne i sintomi dalla mia personalità.
I medici e gli psichiatri dovrebbero rivedere quest’etichetta di “non compliante”. Molte ragazze che hanno un DCA si aggravano e in alcuni casi addirittura muoiono perché certi medici se ne sono lavati le mani, quando quelle persone avevano disperatamente bisogno del loro aiuto, anche se magari non lo riconoscevano o addirittura lo negavano. È certamente conveniente per il medico semplicemente ignorare le pazienti con disordini alimentari particolarmente difficili da trattare, ma il punto è che, cari medici, noi siamo malate. Noi necessitiamo e meritiamo il vostro aiuto, non importa quanto tentiamo, allo stesso tempo, di combattervi, di opporci a voi. Questa, anche, è parte della malattia. Perciò, non ce ne vogliate. Non la prendete sul personale. Non è per un qualcosa contro di voi. E’ solo un altro sintomo dell’anoressia.
Conversando tramite e-mail con molte di voi che hanno un DCA, una delle cose che mi è balzata all’attenzione recentemente è il fatto che molte persone anoressiche/bulimiche vengono frequentemente etichettate come “non complianti” dai medici e dagli psichiatri che le seguono, e quindi abbandonate a se stesse, e questa rappresenta una delle principali motivazioni all’interruzione del trattamento psicoterapeutico.
Il mio primo pensiero, quando ho letto cose del genere, è stato: ma dove diamine stanno le pazienti con un DCA che siano complianti??...
Ho discusso per la prima volta della compliance durante il corso di Farmacologia, al 4° anno di università. Parte del problema, diceva un professore, è che la maggior parte dei dottori pensa al paziente come a una persona che ha un singolo problema, ovvero quello per cui si reca da lui, e ritiene perciò che i pazienti debbano fare automaticamente quello che gli viene detto di fare, senza valutare il più ampio contesto della persona.
Per fare un esempio banale, io ho un’ipercolesterolemia familiare ereditaria. Dunque, secondo un medico da cui mi ero recata qualche anno fa, io avrei dovuto eliminare alcuni cibi dalla mia alimentazione e fare più esercizio fisico per cercare di tenere per quanto possibile un po’ più basso il mio colesterolo. Ovviamente, dato il mio passato/presente di anoressica, questa non era certo la cosa più giusta da fare. Perciò, no, non sempre i medici hanno ragione. La compliance ad una determinata terapia non può prescindere dal quadro globale del paziente.
Con il professore di Farmacologia non abbiamo ovviamente discusso della questione della compliance relativa al contesto dei disturbi alimentari o, più in generale, delle malattie mentali, ma penso che il discorso della compliance alla terapia sia un qualcosa di molto sentito nel contesto della psichiatria. Non dovrebbero le persone essere libere di scegliere se vogliono o meno essere curate? Scegliere un particolare tipo di percorso terapeutico? Scegliere di non seguire nessun tipo di percorso terapeutico?
Sì. Tecnicamente, assolutamente sì. Il problema (e il contenzioso) sta nella capacità delle persone di prendere decisioni senzienti e di essere capaci di seguirle fino in fondo. Perciò, la risposta alle mie domande, in effetti, è: dipende.
((Quel che intendo dire è: quante di noi, magari al lavoro o a scuola, si sono dette con convinzione che una volta tornate a casa avrebbero fatto quella tal cosa, ma poi non l’hanno effettivamente svolta? Eh. Si chiama “parking lot motivation”: l’essere motivate finché non si arriva a salire in macchina al parcheggio, dopodichè la suddetta motivazione è sommersa dall’ansia o da qualsiasi altra cosa che la fa scomparire.))
Non sono certo la persona più qualificata per poter parlare di malattie mentali, ma per quella che è la mia personale esperienza, posso asserire questo: dire che una paziente è “non compliante” è comune in molte diagnosi del DSM-IV. Oltre ad essere stata clinicamente classificata come “anoressica”, io mi porto dietro anche altri problemi, altre potenziali diagnosi, ma non sono mai stata farmacologicamente trattata per questi, perché ho sempre ritenuto di essere in grado di gestirli autonomamente (a differenza dell’anoressia) quindi in effetti anch’io sono stata considerata una paziente “non compilante” dagli psichiatri che mi hanno fatto queste diagnosi, visto che avevo detto loro che non intendevo assumere psicofarmaci. Dire che una paziente non è compilante, in effetti, assolve il medico dalla responsabilità di trattarla: “Non è che io non la curi, è lei che si rifiuta di farsi curare!”. Quando tutto il resto fallisce, è colpa del paziente. A prova di scemo!
Anche i disturbi alimentari sono oggetto di questo tipo di trattamento. Conosco diverse persone che sono state estromesse dai programmi ospedalieri di riabilitazione alimentare perché non riuscivano ad evitare di nascondere il cibo, perché continuavano a perdere peso, o perché avevano problemi ad attenersi al protocollo terapeutico (cose più che normali all’inizio di un percorso di ricovero). Essere estromesse da una struttura terapeutica suona più come una punizione inflitta ad una bambina disobbediente che non come il modo in cui dovrebbe essere trattata una ragazza che ha un DCA. Certo, avere a che fare con una paziente ancora indecisa che ha appena iniziato a lottare contro il suo DCA e che pertanto tende ancora ad auto-sabotarsi è tutt’altro che semplice, ma credo sarebbe dovere del medico cercare di stare ancor più vicino ad una paziente di questo tipo, piuttosto che lavarsene le mani etichettandola come “non compliante”.
Io credo che determinati comportamenti non siano, nella maggior parte dei casi, risultato di una non-volontà di migliorare della paziente, ma siano dovuti solo al fatto che, soprattutto all’inizio, è più facile che l’anoressia e i suoi comportamenti malati abbiano il sopravvento sulla volontà non ancora perfettamente delineata al miglioramento della paziente. La paziente tenta, tenta eccome, solo che la malattia è ancora più forte di lei, perché da tempo radicata. Voglio dire, nessuno si aspetta che un tumore smetta di crescere solo perché un oncologo ha visitato il paziente affetto, così come non è colpa del paziente se il cancro non risponde alle terapie di prima linea. Nessuno penalizza un paziente oncologico se non reagisce adeguatamente alla terapia, se il suo tumore non regredisce o se ha manifestazioni patologiche associate alla chemio. I dottori non smettono di fare la chemioterapia ad un bambino perché quello piange, o fa una bizza, o si nasconde sotto al letto perché ha paura dell’iniezione. Un comportamento del genere non significa che il bambino non è compliante, ma semplicemente che è un essere umano. La comparsa di un tumore non è colpa del soggetto che lo contrae, e se non riesce a liberarsene non è che lo faccia intenzionalmente. E lo stesso vale per chi ha un DCA.
Ogni medico, ogni psicoterapeuta, nel momento in cui prende in cura una paziente anoressica/bulimica, dovrebbe aspettarsi che questa possa essere (o diventare) non compliante. Dovrebbe aspettarsi un’enorme ansia, il fatto che il cibo possa essere nascosto, il fatto che la paziente faccia attività fisica extra di nascosto, il fatto che la paziente vada a vomitare di nascosto, e così via, in una lista diversa eppure simile per ognuna di noi. Sono tutti sintomi del disturbo alimentare, semplicemente. I DCA sono molto, molto difficili da trattare, questo è il messaggio che vorrei trasmettere a medici e pazienti. So di essere stata piacevole quanto un gatto appeso con le unghie ai coglioni per gli psicoterapeuti che mi hanno avuta in cura. Sono stata arrogante, sfrontata, ho fatto resistenza, ci ho litigato, li ho mandati a fanculo più e più volte, e ho fatto tutto il possibile per rimanere aggrappata all’anoressia. Ma non perché fossi “non compliante”. Bensì perché ero malata. Molto più di adesso. Quando sono stata meglio e quindi sono stata in grado di pensare più lucidamente, mi sono resa conto che già in quei momenti volevo davvero stare meglio, ma dopo anni di malattia l’anoressia era così egosintonica con la mia persona, che non ero in grado di discernerne i sintomi dalla mia personalità.
I medici e gli psichiatri dovrebbero rivedere quest’etichetta di “non compliante”. Molte ragazze che hanno un DCA si aggravano e in alcuni casi addirittura muoiono perché certi medici se ne sono lavati le mani, quando quelle persone avevano disperatamente bisogno del loro aiuto, anche se magari non lo riconoscevano o addirittura lo negavano. È certamente conveniente per il medico semplicemente ignorare le pazienti con disordini alimentari particolarmente difficili da trattare, ma il punto è che, cari medici, noi siamo malate. Noi necessitiamo e meritiamo il vostro aiuto, non importa quanto tentiamo, allo stesso tempo, di combattervi, di opporci a voi. Questa, anche, è parte della malattia. Perciò, non ce ne vogliate. Non la prendete sul personale. Non è per un qualcosa contro di voi. E’ solo un altro sintomo dell’anoressia.
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venerdì 30 marzo 2012
Prevenzione delle ricadute: Riempire la vita
So che può sembrare una frase fatta, ma è la verità: la miglior forma di prevenzione nei confronti delle ricadute nel disturbo alimentare consiste nel riempire la propria vita con un insieme di cose che vadano al di là della mera anoressia. Ciò non significa, ovviamente, che non si possa essere sempre a rischio ricaduta – un rischio impossibile da estirpare – o che non si avranno mai più ricadute – questo sarebbe esageratamente ottimistico – ma significa semplicemente che riempiendo d’altro la nostra vita ci si rende conto che avremmo molto da perdere se ci facessimo ricatturare in pieno dall’anoressia. Se la nostra vita la percepiamo come vuota, priva di senso e di interessi, è chiaro che non troviamo nulla a cui aggrapparci quando vacilliamo, e quindi è più facile e più frequente avere una ricaduta. Ciò che frena la ricaduta, invece, è proprio la consapevolezza che se si tornasse nelle braccia dell’anoressia avremo, sì, qualcosa – fosse anche una cosa sola – da perdere.
Uno dei motivi per cui in questi anni sono stata capace di combattere contro l’anoressia è stato il mio lavoro come istruttrice ed arbitro di karate. Ho trovato un qualcosa che mi piace e mi appassiona. Mi sono resa conto che solo se fossi stata in salute avrei potuto continuare a svolgere il mio ruolo. E stare in salute significava seguire correttamente l’ “equilibrio alimentare”, non restringere, non perdermi nei meandri mentali dell’anoressia. Questo non significa ovviamente che io mi sia liberata dell’anoressia. Tuttora combatto giorno dopo giorno per rimanere in carreggiata sulla strada del ricovero e per accettare il fatto che devo mantenere un certo peso, con cui pure non mi sento a mio agio, per stare bene. Ho avuto numerose ricadute, (sebbene una sola particolarmente grave sotto ogni punto di vista), e sto ancora cercando di tenere a bada i miei demoni. Finché continuo a combattere, mi sto dando una possibilità.
Tuttavia, l’anoressia tende a farla da padrona ogni qualvolta abbiamo una delusione, veniamo ferite, ci sentiamo disorientate. Ci sembra che il futuro sia nero, e allora abbiamo paura ad andare avanti perché temiamo di non essere capaci di sopportare ciò che ci aspetta, ed un tuffo nelle braccia dell’anoressia comincia ad apparire molto più rassicurante di un futuro ignoto. Si perde la motivazione per combattere. Riscivolare nell’anoressia diventa la regola piuttosto che l’eccezione, e le cose si deteriorano progressivamente. La vita diventa dominata completamente, in parte dall’anoressia in parte dal senso di vuoto che l’anoressia stessa ci pare essere l’unica cosa che riesce a colmare.
Quel che bisogna trarre da una ricaduta, perciò, è la voglia di rimettersi in piedi e di ricominciare a combattere: perché veramente non si ha più niente da perdere. L’anoressia ci ha già portato via tutto. E non lo restituisce. L’anoressia è un vicolo cieco: cosa ci porterà, se non a sbattere contro un muro? E poi? Non ci sono possibilità di scelta. Ma è proprio quando non si ha più niente da perdere che si apre una possibilità: quella di combattere. E questa, sì, questa è una possibilità di scelta.
Avere qualcosa a cui teniamo davvero è un importante appiglio per limitare le ricadute. Non le eviterà completamente, ma può contenerle. Perciò, nel momento in cui ci rendiamo conto di essere di nuovo tentate dall’anoressia, o di adottare comportamenti e pensieri tipici del DCA, cerchiamo di concentrarci su quelle cose positive che si trovano nel nostro percorso, e concretizziamo il fatto che una ricaduta c’impedirebbe di dedicarci a pieno a ciò che ci piace fare. Certo, dedicarci a ciò che ci piace non ci libererà magicamente dall’anoressia, ma aiuta a mantenere il DCA confinato. Perché si comincia a desiderare di fare determinate cose (nel mio caso, di fare karate, di allenare altri ragazzi/e, di andare ad arbitrare le gare) molto più di quanto non si desideri l’illusorio comfort dell’anoressia, della restrizione alimentare, dell’attività fisica compulsiva e, infine, della morte.
Percorrere la strada del ricovero e prevenire le ricadute non significa soltanto smettere di restringere l’alimentazione, ma anche e soprattutto, ricominciare a vivere davvero. Questo è l’obiettivo e, allo stesso tempo, la strada per l’obiettivo.
Uno dei motivi per cui in questi anni sono stata capace di combattere contro l’anoressia è stato il mio lavoro come istruttrice ed arbitro di karate. Ho trovato un qualcosa che mi piace e mi appassiona. Mi sono resa conto che solo se fossi stata in salute avrei potuto continuare a svolgere il mio ruolo. E stare in salute significava seguire correttamente l’ “equilibrio alimentare”, non restringere, non perdermi nei meandri mentali dell’anoressia. Questo non significa ovviamente che io mi sia liberata dell’anoressia. Tuttora combatto giorno dopo giorno per rimanere in carreggiata sulla strada del ricovero e per accettare il fatto che devo mantenere un certo peso, con cui pure non mi sento a mio agio, per stare bene. Ho avuto numerose ricadute, (sebbene una sola particolarmente grave sotto ogni punto di vista), e sto ancora cercando di tenere a bada i miei demoni. Finché continuo a combattere, mi sto dando una possibilità.
Tuttavia, l’anoressia tende a farla da padrona ogni qualvolta abbiamo una delusione, veniamo ferite, ci sentiamo disorientate. Ci sembra che il futuro sia nero, e allora abbiamo paura ad andare avanti perché temiamo di non essere capaci di sopportare ciò che ci aspetta, ed un tuffo nelle braccia dell’anoressia comincia ad apparire molto più rassicurante di un futuro ignoto. Si perde la motivazione per combattere. Riscivolare nell’anoressia diventa la regola piuttosto che l’eccezione, e le cose si deteriorano progressivamente. La vita diventa dominata completamente, in parte dall’anoressia in parte dal senso di vuoto che l’anoressia stessa ci pare essere l’unica cosa che riesce a colmare.
Quel che bisogna trarre da una ricaduta, perciò, è la voglia di rimettersi in piedi e di ricominciare a combattere: perché veramente non si ha più niente da perdere. L’anoressia ci ha già portato via tutto. E non lo restituisce. L’anoressia è un vicolo cieco: cosa ci porterà, se non a sbattere contro un muro? E poi? Non ci sono possibilità di scelta. Ma è proprio quando non si ha più niente da perdere che si apre una possibilità: quella di combattere. E questa, sì, questa è una possibilità di scelta.
Avere qualcosa a cui teniamo davvero è un importante appiglio per limitare le ricadute. Non le eviterà completamente, ma può contenerle. Perciò, nel momento in cui ci rendiamo conto di essere di nuovo tentate dall’anoressia, o di adottare comportamenti e pensieri tipici del DCA, cerchiamo di concentrarci su quelle cose positive che si trovano nel nostro percorso, e concretizziamo il fatto che una ricaduta c’impedirebbe di dedicarci a pieno a ciò che ci piace fare. Certo, dedicarci a ciò che ci piace non ci libererà magicamente dall’anoressia, ma aiuta a mantenere il DCA confinato. Perché si comincia a desiderare di fare determinate cose (nel mio caso, di fare karate, di allenare altri ragazzi/e, di andare ad arbitrare le gare) molto più di quanto non si desideri l’illusorio comfort dell’anoressia, della restrizione alimentare, dell’attività fisica compulsiva e, infine, della morte.
Percorrere la strada del ricovero e prevenire le ricadute non significa soltanto smettere di restringere l’alimentazione, ma anche e soprattutto, ricominciare a vivere davvero. Questo è l’obiettivo e, allo stesso tempo, la strada per l’obiettivo.
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venerdì 23 marzo 2012
Prevenzione delle ricadute: Codice Rosso
Anche il miglior piano di prevenzione, talvolta, purtroppo non riesce ad impedire una completa ricaduta. Forse perché certi segnali ci sfuggono, forse perché vogliamo farceli sfuggire, forse perché ne sottovalutiamo l’importanza e pensiamo di potercela fare da sole, fatto sta che talvolta si ricade in pieno nell’anoressia. Il punto qui è identificare concreti, specifici criteri che spronano all’azione evitando di percorrere la china fino in fondo. L’importanza dell’identificazione dei segnali da “Codice Rosso” non sta tanto nel capire quando siamo di nuovo nel pieno dell’anoressia con tutti gli annessi rischi di compromissione fisica. L’importanza sta nel comprendere quando è necessario DARE UN TAGLIO NETTO a qualsiasi cosa stiamo facendo perché ci stiamo infilando nei casini. Significa che la ricaduta ormai c’è stata, e che è necessario (re)agire ADESSO. Non tra una settimana, non tra 3 giorni, non domani: ADESSO.
E’ così anche al Pronto Soccorso: su un paziente “Codice Rosso” bisogna intervenire immediatamente sospendendo ogni qualsiasi altra attività, perché aspettare anche solo 5 minuti potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte.
Non è immediato individuare segnali da “Codice Rosso”, specie quando siamo proprio nel pieno dell’anoressia. Si tende a pensare che la situazione sia critica solo quando si scende sotto i XX chili di peso. In realtà, il peso non è un indicatore molto affidabile in tal senso, poiché il DCA è una questione mentale, e si può essere in piena ricaduta pur conservando il normopeso. Quando si ricade, a prescindere dal peso, si ha bisogno di supporto, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Bisogna rimboccarci le maniche e darci da fare nell’immediato.
Fingere d’ignorare i segnali di ricaduta non rende più lieve la ricaduta stessa. E, più importante, non evita la ricaduta. Basta sederci di fronte a una tavolta imbandita per capire che, anche dopo anni ed anni di ricovero, l’anoressia è un qualcosa che non ci abbandonerà mai completamente e – per citare “Malocchio” Moody di Harry Potter – il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Perciò, è molto importante non nasconderci dietro a un dito ed ammettere la ricaduta in maniera tale da poter intervenire efficacemente e tempestivamente. Parlare di quello che non va, affrontarlo, agire in maniera adeguata. Significa prendere le distanze dalle bugie che l’anoressia racconta (per esempio che non stiamo poi così male, che non siamo poi così gravi, che abbiamo comunque avuto un peso minore e abbiamo ristretto di più l’aliemntazione, che non abbiamo fame o mangeremo qualcosa di più domani, etc…). Significa essere aperte all’ascolto del parere altrui, perché quando siamo ricadute nel mezzo dell’anoressia non siamo in grado di giudicarci con obiettività.
Questo detto, alcuni esempi di segnali da “Codice Rosso”:
-Restrizione alimentare marcata ed evitamento sistematico di alcuni pasi (spesso merenda e spuntino)
- Significativa perdita di peso
- Rifiuto totale di mangiare in presenza di altre persone
- Nascondere il cibo
- Fare attività fisica eccessiva di nascosto
- Continuare a fare attività fisica anche quando si sente che non ce la si fa più
- Mentire agli altri su quello che facciamo e mangiamo
- Estrema riduzione delle ore di sonno/Insonnia (dipende in parte dal DCA, in parte da altro, ma è comunque un chiaro segnale di ricaduta)
- Iperattività estrema
- Amenorrea conclamata
- Checking sistematico associato a forte ansia
- Vomito autoindotto in maniera sistematica (solo per chi presenta questo tipo di sintomo, ovviamente)
- Attuazione di svariati tipi di condotte di compensazione a seguito dei pasti
- Evitamento di certi cibi ritenuti “ansiogeni”
- Dismorfofobia marcata (solo per chi, naturalmente, presenta questo sintomo)
- Sensazione di freddo (anche quando tutti gli altri stanno bene o hanno caldo)
- Ansia mitigata dalla restrizione
- Ossessività/Impossibilità di guardarsi allo specchio
- Affaticabilità, astenia (non dipendente al 100% dal DCA, ma strettissimamente correlato)
- Mentalità “tanto sono incapace di percorrere la strada del ricovero, quindi chi se ne frega”
- Etc…
(Se vi va, potete aggiungere ai miei esempi generali, i vostri segnali di “Codice Rosso” nei commenti!)
Personalmente, come credo molte di voi stiano facendo, io seguo un “equilibrio alimentare” che mi ha dato la mia dietista che mi aiuta a mantenere più o meno il mio peso attuale, e sto lavorando su me stessa per cercare di acquisire una maggiore flessibilità in maniera tale da poter, un giorno, utilizzare l’ “equilibrio alimentare” non più come una regola, ma piuttosto come una guida. Ora, la stretta aderenza a un “equilibrio alimentare” può essere un segno sia buono che cattivo. Perché cattivo? Ovviamente perché siginifica che l’atteggiamento verso il cibo è innaturale e condizionato. Ma è anche un buon segno: assicura un margine di sicurezza nei confronti nelle ricadute. Io sono consapevole che, se seguo il mio “equilibrio alimentare” con scrupolosa precisione, non perderò né prenderò peso. Pesare gli alimenti costringe infatti a porre più attenzione a quello che mangiamo, a smussare gli angoli, a prenderci cura di noi stesse… a nutrirci.
Cosa fare coi segnali di “Codice Rosso” credo vari in funzione del tipo, della quantità e dell’entità dei segni che si presentano. La loro presenza può siginificare una telefonata immediata allo psicoterapeuta o al dietista per avere supporto psichico ed alimentare, ma anche il chiedere a un’amica di fare insieme a noi colazione/pranzo/cena/spuntino/merenda per aiutarci coi pasti, o il chiedere a un genitore di prepararci tutti i pasti affinché noi non possiamo fare la cresta alle dosi, fino a che non ci saremo riprese abbastanza da poter tornare ad occuparci da sole di noi stesse.
E’ così anche al Pronto Soccorso: su un paziente “Codice Rosso” bisogna intervenire immediatamente sospendendo ogni qualsiasi altra attività, perché aspettare anche solo 5 minuti potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte.
Non è immediato individuare segnali da “Codice Rosso”, specie quando siamo proprio nel pieno dell’anoressia. Si tende a pensare che la situazione sia critica solo quando si scende sotto i XX chili di peso. In realtà, il peso non è un indicatore molto affidabile in tal senso, poiché il DCA è una questione mentale, e si può essere in piena ricaduta pur conservando il normopeso. Quando si ricade, a prescindere dal peso, si ha bisogno di supporto, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Bisogna rimboccarci le maniche e darci da fare nell’immediato.
Fingere d’ignorare i segnali di ricaduta non rende più lieve la ricaduta stessa. E, più importante, non evita la ricaduta. Basta sederci di fronte a una tavolta imbandita per capire che, anche dopo anni ed anni di ricovero, l’anoressia è un qualcosa che non ci abbandonerà mai completamente e – per citare “Malocchio” Moody di Harry Potter – il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Perciò, è molto importante non nasconderci dietro a un dito ed ammettere la ricaduta in maniera tale da poter intervenire efficacemente e tempestivamente. Parlare di quello che non va, affrontarlo, agire in maniera adeguata. Significa prendere le distanze dalle bugie che l’anoressia racconta (per esempio che non stiamo poi così male, che non siamo poi così gravi, che abbiamo comunque avuto un peso minore e abbiamo ristretto di più l’aliemntazione, che non abbiamo fame o mangeremo qualcosa di più domani, etc…). Significa essere aperte all’ascolto del parere altrui, perché quando siamo ricadute nel mezzo dell’anoressia non siamo in grado di giudicarci con obiettività.
Questo detto, alcuni esempi di segnali da “Codice Rosso”:
-Restrizione alimentare marcata ed evitamento sistematico di alcuni pasi (spesso merenda e spuntino)
- Significativa perdita di peso
- Rifiuto totale di mangiare in presenza di altre persone
- Nascondere il cibo
- Fare attività fisica eccessiva di nascosto
- Continuare a fare attività fisica anche quando si sente che non ce la si fa più
- Mentire agli altri su quello che facciamo e mangiamo
- Estrema riduzione delle ore di sonno/Insonnia (dipende in parte dal DCA, in parte da altro, ma è comunque un chiaro segnale di ricaduta)
- Iperattività estrema
- Amenorrea conclamata
- Checking sistematico associato a forte ansia
- Vomito autoindotto in maniera sistematica (solo per chi presenta questo tipo di sintomo, ovviamente)
- Attuazione di svariati tipi di condotte di compensazione a seguito dei pasti
- Evitamento di certi cibi ritenuti “ansiogeni”
- Dismorfofobia marcata (solo per chi, naturalmente, presenta questo sintomo)
- Sensazione di freddo (anche quando tutti gli altri stanno bene o hanno caldo)
- Ansia mitigata dalla restrizione
- Ossessività/Impossibilità di guardarsi allo specchio
- Affaticabilità, astenia (non dipendente al 100% dal DCA, ma strettissimamente correlato)
- Mentalità “tanto sono incapace di percorrere la strada del ricovero, quindi chi se ne frega”
- Etc…
(Se vi va, potete aggiungere ai miei esempi generali, i vostri segnali di “Codice Rosso” nei commenti!)
Personalmente, come credo molte di voi stiano facendo, io seguo un “equilibrio alimentare” che mi ha dato la mia dietista che mi aiuta a mantenere più o meno il mio peso attuale, e sto lavorando su me stessa per cercare di acquisire una maggiore flessibilità in maniera tale da poter, un giorno, utilizzare l’ “equilibrio alimentare” non più come una regola, ma piuttosto come una guida. Ora, la stretta aderenza a un “equilibrio alimentare” può essere un segno sia buono che cattivo. Perché cattivo? Ovviamente perché siginifica che l’atteggiamento verso il cibo è innaturale e condizionato. Ma è anche un buon segno: assicura un margine di sicurezza nei confronti nelle ricadute. Io sono consapevole che, se seguo il mio “equilibrio alimentare” con scrupolosa precisione, non perderò né prenderò peso. Pesare gli alimenti costringe infatti a porre più attenzione a quello che mangiamo, a smussare gli angoli, a prenderci cura di noi stesse… a nutrirci.
Cosa fare coi segnali di “Codice Rosso” credo vari in funzione del tipo, della quantità e dell’entità dei segni che si presentano. La loro presenza può siginificare una telefonata immediata allo psicoterapeuta o al dietista per avere supporto psichico ed alimentare, ma anche il chiedere a un’amica di fare insieme a noi colazione/pranzo/cena/spuntino/merenda per aiutarci coi pasti, o il chiedere a un genitore di prepararci tutti i pasti affinché noi non possiamo fare la cresta alle dosi, fino a che non ci saremo riprese abbastanza da poter tornare ad occuparci da sole di noi stesse.
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venerdì 16 marzo 2012
Prevenzione delle ricadute: Codice Giallo
Oltre ai codici identificativi del Pronto Soccorso, anche le luci del semaforo presentano i medesimi 3 colori: rosso, giallo e verde. Tecnicamente, quando si sta guidando e si vede che la luce del semaforo passa da verde a gialla, bisognerebbe rallentare per poi fermarsi. Sì, esatto. Non so voi, ma personalmente, quando sono in auto e vedo che si accende la luce gialla del semaforo, il mio impulso istintivo è quello di pigiare sull’acceleratore per cercare di passare prima che la luce diventi rossa. (Don’t try it at home, gals!)
Nella maggior parte dei casi, questo è il medesimo comportamento che si tiene anche nei confronti dell’anoressia. Si vedono i primi allarmanti segni della ricaduta, e si preme l’acceleratore del DCA rituffandoci dritte dritte nell’anoressia. Parte di questo comportamento è legato alla neurofisiologia dei disturbi alimentari – il famoso circolo vizioso – ma in parte si tende davvero a pensare che quello che facciamo non oltrepasserà certi limiti, e che saremo in grado di riprenderci non appena lo vorremo.
Purtroppo, non è così che funziona. Quando si fa un pensiero del genere, siamo di nuovo sulla strada dell’anoressia. Se si oltrepassa la linea dello stop quando la luce del semaforo passa da gialla a rossa, si rischia l’incidente. Che è esattamente quello che accade con un DCA. Non ci si ferma.
In Pronto Soccorso, un paziente “Codice Giallo” presuppone un intervento piuttosto rapido. È quindi necessario identificare con prontezza segni e sintomi, in maniera tale da poter agire nella giusta maniera, per evitare che il caso si trasformi in un “Codice Rosso”. Lo stesso vale per l’anoressia. Quando si notano segnali da “Codice Giallo”, bisogna intervenire subito per evitare le sirene dell’ambulanza e il ricovero in terapia intensiva. Questo perché, mentre la remissione dell’anoressia è incredibilmente lenta e richiede un sacco di forza di volontà e di pazienza; la velocità con cui questa torna ad impossessarsi di noi in una ricaduta è spaventosamente rapida. Erroneamente, io in certi momenti ho pensato di sapere un sacco di cose sulla mia anoressia e sul mio rapporto con essa perciò, mi dicevo, non è necessario che mi preoccupi troppo, no?!
Sottovalutare il nemico è una delle maggiori armi che l’anoressia va ad usare contro di noi.
I segnali da “Codice Giallo” presentano delle differenze rispetto a quelli da “Codice Azzurro”, perchè sono più specificatamente legati al DCA in sé. Ovviamente non consistono solo in un’acuizzazione dei pensieri e dei comportamenti connessi all’anoressia, ma molto spesso si tratta comunque di fatti che risultano essere strettamente correlati al disturbo alimentare. In parecchi casi, segnali premonitori sono l’aumento dell’ansia, il calo dell’autostima, l’irrequietezza fisica e mentale, che sono causa e conseguenza della ricaduta in sè. In tal senso, “Codice Giallo” e “Codice Azzurro” sono molto vicini tra loro.
Dunque, i segnali di “Codice Giallo” stanno a significare che bisogna decelerare e guardare a lungo e con attenzione ciò che abbiamo intorno prima di sfrecciare in avanti. Sono i segnali di ritorno dell’anoressia. Se mi perdonate l’ennesima analogia automobilistica, possono essere paragonati alla lucetta che avverte che siamo entrati in riserva di benzina. L’auto corre ancora, naturalmente, e si può anche non notare niente di diverso dal solito, ma la lucetta è un indicatore del fatto che le cose in realtà non vanno proprio così bene, e che se non facciamo rifornimento al prossimo distributore di benzina rimarremo a piedi.
Qualche esempio di segnale da “Codice Giallo”:
- Aumento delle paranoie inerenti il cibo (per esempio, il non fidarsi più dei genitori che ci preparano il pranzo, cominciando a chiederci se davvero hanno rispettato le dosi dell’ “equilibrio alimentare”, o se invece hanno aggiunto qualcosa)
- Cominciare a pensare a quali sono i nutrienti che compongono i vari alimenti
- Difficoltà pressanti a mangiare in presenza di qualsiasi altra persona
- Isolamento, riduzione dei contatti anche con gli amici più cari
- Autoinduzione del vomito (solo per chi presenta tale sintomo, ovviamente)
- Aumento marcato dell’ansia, subito seguito da una riduzione netta della stessa a seguito della messa in atto di comportamenti alimentari restrittivi
- Restringere l’alimentazione in maniera piuttosto marcata (magari saltando anche lo spuntino o la merenda)
- Rigidità ferrea in merito all’esercizio fisico che aumenta sempre più
- Accentuazione marcata della dismorfdofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Rarefazione o scomparsa del ciclo
- Aumento delle paranoie inerenti il proprio aspetto fisico
- Abituale ricorso al checking
- Aumento dell’irritabilità, del nervosismo
- Dubbiosità spiccate sulla nostra capacità di portare avanti il percorso di ricovero, nonché sulla necessità di farlo (è ciò che precede la fase: “Ricovero del cazzo!”…)
- Episodi di autolesionismo sempre più frequenti
- Voglia di arrendersi e di mollare per riscivolare nell’anoressia
- Comparsa della sensazione di riuscire a controllare tutto, e del pensiero che potremo fermarci non appena lo vorremo (ma non lo vorremo mai, è questo il problema…)
- Etc… (continuate voi la lista lasciando un commento!)
Quel che è difficile nell’identificare i segnali di “Codice Giallo”, è che l’anoressia ha spesso una natura di “tutto o nulla”, un’intrinseca dicotomia. I primi segni di ricaduta sfrecciano da 0 a 100 in pochissimo tempo, e non c’è neanche un pit-stop nel mezzo. Si passa dai segnali di “Codice Verde” a quelli di “Codice Rosso” anche solo in una decina di giorni. Perciò identificare i segnali di “Codice Giallo” è tanto complicato quanto cruciale. La seconda difficoltà cui si viene poste a fronte, nel momento in cui si identificano, è quella di passare all’azione. Spesso si tende a minimizzare di fronte a noi stesse la serietà dei segnali di “Codice Giallo”, si pensa che se ne andranno spontaneamente o che, comunque, possiamo farcela da sole a venirne fuori rapidamente. Bugie. Tutte bugie. È dura e difficile. È tremendamente difficile, questa è la verità. E poiché tutto si gioca nella nostra mente, NON siamo propriamente capaci di venirne fuori da sole, perché in una battaglia contro noi stesse se vinciamo perdiamo. Dobbiamo allora armarci di una buona dose di umiltà e chiedere aiuto per non sprofondare in quel principio di ricaduta, perché chiedere aiuto non è segno di debolezza, viceversa, è segno di grande intelligenza, maturità e responsabilità.
Nella maggior parte dei casi, questo è il medesimo comportamento che si tiene anche nei confronti dell’anoressia. Si vedono i primi allarmanti segni della ricaduta, e si preme l’acceleratore del DCA rituffandoci dritte dritte nell’anoressia. Parte di questo comportamento è legato alla neurofisiologia dei disturbi alimentari – il famoso circolo vizioso – ma in parte si tende davvero a pensare che quello che facciamo non oltrepasserà certi limiti, e che saremo in grado di riprenderci non appena lo vorremo.
Purtroppo, non è così che funziona. Quando si fa un pensiero del genere, siamo di nuovo sulla strada dell’anoressia. Se si oltrepassa la linea dello stop quando la luce del semaforo passa da gialla a rossa, si rischia l’incidente. Che è esattamente quello che accade con un DCA. Non ci si ferma.
In Pronto Soccorso, un paziente “Codice Giallo” presuppone un intervento piuttosto rapido. È quindi necessario identificare con prontezza segni e sintomi, in maniera tale da poter agire nella giusta maniera, per evitare che il caso si trasformi in un “Codice Rosso”. Lo stesso vale per l’anoressia. Quando si notano segnali da “Codice Giallo”, bisogna intervenire subito per evitare le sirene dell’ambulanza e il ricovero in terapia intensiva. Questo perché, mentre la remissione dell’anoressia è incredibilmente lenta e richiede un sacco di forza di volontà e di pazienza; la velocità con cui questa torna ad impossessarsi di noi in una ricaduta è spaventosamente rapida. Erroneamente, io in certi momenti ho pensato di sapere un sacco di cose sulla mia anoressia e sul mio rapporto con essa perciò, mi dicevo, non è necessario che mi preoccupi troppo, no?!
Sottovalutare il nemico è una delle maggiori armi che l’anoressia va ad usare contro di noi.
I segnali da “Codice Giallo” presentano delle differenze rispetto a quelli da “Codice Azzurro”, perchè sono più specificatamente legati al DCA in sé. Ovviamente non consistono solo in un’acuizzazione dei pensieri e dei comportamenti connessi all’anoressia, ma molto spesso si tratta comunque di fatti che risultano essere strettamente correlati al disturbo alimentare. In parecchi casi, segnali premonitori sono l’aumento dell’ansia, il calo dell’autostima, l’irrequietezza fisica e mentale, che sono causa e conseguenza della ricaduta in sè. In tal senso, “Codice Giallo” e “Codice Azzurro” sono molto vicini tra loro.
Dunque, i segnali di “Codice Giallo” stanno a significare che bisogna decelerare e guardare a lungo e con attenzione ciò che abbiamo intorno prima di sfrecciare in avanti. Sono i segnali di ritorno dell’anoressia. Se mi perdonate l’ennesima analogia automobilistica, possono essere paragonati alla lucetta che avverte che siamo entrati in riserva di benzina. L’auto corre ancora, naturalmente, e si può anche non notare niente di diverso dal solito, ma la lucetta è un indicatore del fatto che le cose in realtà non vanno proprio così bene, e che se non facciamo rifornimento al prossimo distributore di benzina rimarremo a piedi.
Qualche esempio di segnale da “Codice Giallo”:
- Aumento delle paranoie inerenti il cibo (per esempio, il non fidarsi più dei genitori che ci preparano il pranzo, cominciando a chiederci se davvero hanno rispettato le dosi dell’ “equilibrio alimentare”, o se invece hanno aggiunto qualcosa)
- Cominciare a pensare a quali sono i nutrienti che compongono i vari alimenti
- Difficoltà pressanti a mangiare in presenza di qualsiasi altra persona
- Isolamento, riduzione dei contatti anche con gli amici più cari
- Autoinduzione del vomito (solo per chi presenta tale sintomo, ovviamente)
- Aumento marcato dell’ansia, subito seguito da una riduzione netta della stessa a seguito della messa in atto di comportamenti alimentari restrittivi
- Restringere l’alimentazione in maniera piuttosto marcata (magari saltando anche lo spuntino o la merenda)
- Rigidità ferrea in merito all’esercizio fisico che aumenta sempre più
- Accentuazione marcata della dismorfdofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Rarefazione o scomparsa del ciclo
- Aumento delle paranoie inerenti il proprio aspetto fisico
- Abituale ricorso al checking
- Aumento dell’irritabilità, del nervosismo
- Dubbiosità spiccate sulla nostra capacità di portare avanti il percorso di ricovero, nonché sulla necessità di farlo (è ciò che precede la fase: “Ricovero del cazzo!”…)
- Episodi di autolesionismo sempre più frequenti
- Voglia di arrendersi e di mollare per riscivolare nell’anoressia
- Comparsa della sensazione di riuscire a controllare tutto, e del pensiero che potremo fermarci non appena lo vorremo (ma non lo vorremo mai, è questo il problema…)
- Etc… (continuate voi la lista lasciando un commento!)
Quel che è difficile nell’identificare i segnali di “Codice Giallo”, è che l’anoressia ha spesso una natura di “tutto o nulla”, un’intrinseca dicotomia. I primi segni di ricaduta sfrecciano da 0 a 100 in pochissimo tempo, e non c’è neanche un pit-stop nel mezzo. Si passa dai segnali di “Codice Verde” a quelli di “Codice Rosso” anche solo in una decina di giorni. Perciò identificare i segnali di “Codice Giallo” è tanto complicato quanto cruciale. La seconda difficoltà cui si viene poste a fronte, nel momento in cui si identificano, è quella di passare all’azione. Spesso si tende a minimizzare di fronte a noi stesse la serietà dei segnali di “Codice Giallo”, si pensa che se ne andranno spontaneamente o che, comunque, possiamo farcela da sole a venirne fuori rapidamente. Bugie. Tutte bugie. È dura e difficile. È tremendamente difficile, questa è la verità. E poiché tutto si gioca nella nostra mente, NON siamo propriamente capaci di venirne fuori da sole, perché in una battaglia contro noi stesse se vinciamo perdiamo. Dobbiamo allora armarci di una buona dose di umiltà e chiedere aiuto per non sprofondare in quel principio di ricaduta, perché chiedere aiuto non è segno di debolezza, viceversa, è segno di grande intelligenza, maturità e responsabilità.
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venerdì 9 marzo 2012
Prevenzione delle ricadute: Codice... Azzurro?!!
Dopo aver scritto il post precedente, avevo intenzione di procedere parlando delle situazioni da “Codice Giallo” e da “Codice Rosso” in merito alle ricadute nell’anoressia. Tuttavia ieri ho pensato al fatto che, in Inglese, il termine “ricaduta” viene tradotto come “relapse”. Ed esiste un’altra parola, letteralmente intraducibile, che è “prelapse”. E’, come dire, una sorta di “pre-ricaduta”. Ho detto che il “Codice Verde” è sinonimo di “va tutto bene”, e che il “Codice Giallo” sta per “ci sono allarmanti segni di imminente ricaduta”. Ecco, io penso che da qualche parte tra i segnali da “Codice Verde” e quelli da “Codice Giallo”, ci stanno i segnali di “prelapse”. Un po’ oltre il verde, ma un po’ prima del giallo, una sorta di fusione dei due… un azzurro? Insomma, se i segnali da “Codice Giallo” precedono immediatamente una ricaduta, quelli da “Codice Azzurro” sono i segnali che precedono immediatamente i segnali che precedono la ricaduta.
Okay, mi rendo conto che non sono stata esattamente limpida nella definizione dei termini quindi, giusto per avere tutte lo stesso concetto nel momento in cui uso determinate parole, ecco alcune (brevissime) definizioni:
Caduta: un’unica ed isolata deroga al percorso di ricovero, ovvero un unico riutilizzo di un comportamento tipico del DCA (come per esempio restringere solo una volta un pasto, eccedere solo un giorno nell’attività fisica, vomitare una sola volta, etc…)
Ricaduta: riutilizzo prolungato e persistente dei comportamenti tipici del DCA, che riportano in pieno auge il DCA stesso.
“Prelapse”: L’indicazione che si è sulla strada della caduta, o che si è ad alto rischio di caduta. Non è necessariamente preludio di una ricaduta, sebbene possa esserlo.
Molti segni di “Codice Azzurro” – di “prelapse” – sono strettamente connessi all'anoressia stessa (riduzione dell’alimentazione, riattuazione del checking, etc…), ma altri non lo sono affatto. Sebbene un DCA sia connesso al cibo, molto spesso la nostra vulnerabilità all’anoressia e il nostro ritorno all’anoressia hanno poco e nulla a che vedere col cibo stesso. Per questo bisogna stare molto attente a questi segni: per non farci cogliere impreparate da un’eventuale ricaduta, battendola sul tempo, ed iniziando a lavorare su noi stesse prima che il meccanismo dell’anoressia si sia rimesso in moto.
Qualche esempio di segnali da “Codice Azzurro”, dunque:
- Lieve preoccupazione in merito a quel che si deve mangiare
- Evitamento di situazioni sociali che coinvolgono i pasti
- Sensazione di dover attuare comportamenti compensatori a seguito di un pasto
- Aumento della rigidità nel controllo di varie attività e di vari ambiti della vita
- Ricomparsa/Aumento della dismorfofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Lieve restrizione alimentare
- Aumento della preoccupazione in merito all’immagine corporea
- Inizio di una “visione pessimistica” del futuro
- Aumento dell’ansia
- Ritorno di episodi di autolesionismo
- Difficoltà nel sonno
- Sensi di colpa e calo dell’autostima
- Etc…
Dunque, cosa possiamo fare quando si presentano i segnali di “Codice Azzurro”? Per lo più, le medesime cose che ho scritto nel post dedicato all’identificazione di punti di forza & difficoltà.
Qualche altra cosa può essere rappresentata, per esempio, da:
- Respirare profondamente e cercare di discernere ciò che è reale dalle bugie raccontate dall’anoressia
- Cercare di placare l’ansia e lo stress emotivo
- Riposarci se sentiamo che è ciò di cui si ha bisogno, senza tirare all’estremo
- Uscire con gli amici anche se ci sembra che questo vada contro ciò che ci sentiremo di fare
- Leggere e ripetersi frasi positive
- Lavorare su progetti creativi (disegnare, scrivere, fare un video, etc…)
- Fare un’azione di opposizione (per esempio, guardare un film comico quando ci sentiamo giù di morale)
- Rispettare l’ “equilibrio alimentare” dato dal dietista/nutrizionista
- Essere più indulgenti con noi stesse
- Parlare del problema in questione in psicoterapia (ma anche con amici e familiari supportivi)
- Scavare dentro di noi per risalire alla vera natura del problema che determina l’impulso a riadattare i comportamenti tipici dell’anoressia
- Etc…
Se vi va, scrivete nei commenti quali sono i vostri segnali da “Codice Azzurro”!
Okay, mi rendo conto che non sono stata esattamente limpida nella definizione dei termini quindi, giusto per avere tutte lo stesso concetto nel momento in cui uso determinate parole, ecco alcune (brevissime) definizioni:
Caduta: un’unica ed isolata deroga al percorso di ricovero, ovvero un unico riutilizzo di un comportamento tipico del DCA (come per esempio restringere solo una volta un pasto, eccedere solo un giorno nell’attività fisica, vomitare una sola volta, etc…)
Ricaduta: riutilizzo prolungato e persistente dei comportamenti tipici del DCA, che riportano in pieno auge il DCA stesso.
“Prelapse”: L’indicazione che si è sulla strada della caduta, o che si è ad alto rischio di caduta. Non è necessariamente preludio di una ricaduta, sebbene possa esserlo.
Molti segni di “Codice Azzurro” – di “prelapse” – sono strettamente connessi all'anoressia stessa (riduzione dell’alimentazione, riattuazione del checking, etc…), ma altri non lo sono affatto. Sebbene un DCA sia connesso al cibo, molto spesso la nostra vulnerabilità all’anoressia e il nostro ritorno all’anoressia hanno poco e nulla a che vedere col cibo stesso. Per questo bisogna stare molto attente a questi segni: per non farci cogliere impreparate da un’eventuale ricaduta, battendola sul tempo, ed iniziando a lavorare su noi stesse prima che il meccanismo dell’anoressia si sia rimesso in moto.
Qualche esempio di segnali da “Codice Azzurro”, dunque:
- Lieve preoccupazione in merito a quel che si deve mangiare
- Evitamento di situazioni sociali che coinvolgono i pasti
- Sensazione di dover attuare comportamenti compensatori a seguito di un pasto
- Aumento della rigidità nel controllo di varie attività e di vari ambiti della vita
- Ricomparsa/Aumento della dismorfofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Lieve restrizione alimentare
- Aumento della preoccupazione in merito all’immagine corporea
- Inizio di una “visione pessimistica” del futuro
- Aumento dell’ansia
- Ritorno di episodi di autolesionismo
- Difficoltà nel sonno
- Sensi di colpa e calo dell’autostima
- Etc…
Dunque, cosa possiamo fare quando si presentano i segnali di “Codice Azzurro”? Per lo più, le medesime cose che ho scritto nel post dedicato all’identificazione di punti di forza & difficoltà.
Qualche altra cosa può essere rappresentata, per esempio, da:
- Respirare profondamente e cercare di discernere ciò che è reale dalle bugie raccontate dall’anoressia
- Cercare di placare l’ansia e lo stress emotivo
- Riposarci se sentiamo che è ciò di cui si ha bisogno, senza tirare all’estremo
- Uscire con gli amici anche se ci sembra che questo vada contro ciò che ci sentiremo di fare
- Leggere e ripetersi frasi positive
- Lavorare su progetti creativi (disegnare, scrivere, fare un video, etc…)
- Fare un’azione di opposizione (per esempio, guardare un film comico quando ci sentiamo giù di morale)
- Rispettare l’ “equilibrio alimentare” dato dal dietista/nutrizionista
- Essere più indulgenti con noi stesse
- Parlare del problema in questione in psicoterapia (ma anche con amici e familiari supportivi)
- Scavare dentro di noi per risalire alla vera natura del problema che determina l’impulso a riadattare i comportamenti tipici dell’anoressia
- Etc…
Se vi va, scrivete nei commenti quali sono i vostri segnali da “Codice Azzurro”!
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venerdì 2 marzo 2012
Prevenzione delle ricadute: Codice Verde
Facendo tirocinio al Pronto Soccorso, ho imparato che il triage assegna a tutti i pazienti che si presentano un codice colore differente in funzione della gravità della loro patologia, e quindi dell’urgenza con cui devono essere visitati dai medici. Dato che mi sembra funzionale, ho deciso di adottare questa stessa partizione per i segnali di ricaduta nell’anoressia. “Codice Verde” significa che i segnali indicano che si percorre la strada del ricovero. “Codice Giallo” significa che i segnali indicano che le cose si fanno più dure e il percorso s’incrina, con il che si tende ad adottare comportamenti che possono coadiuvare la ricaduta nell’anoressia. “Codice Rosso” significa che i segnali indicano che si è in piena ricaduta. È proprio di questo che ho intenzione di parlare in questo post e nei prossimi: individuare quali situazioni corrispondo ai codici di quale colore, e capire qual è la soglia, il limite in cui cominciamo a mentire a noi stesse per poterci giustificare la riadozione dei comportamenti tipici dell’anoressia.
Quindi, cominciamo dal “Codice Verde”.
Trovare le condizioni che simboleggiano un “Codice Verde”, ovvero tutti quei segnali che ci dicono che stiamo percorrendo correttamente la strada del ricovero – per quanto la cosa possa sembrare paradossale – è il compito più arduo. Perché? Perché siamo talmente abituate all’anoressia che non ci si rende ben conto di cosa poter fare per il nostro ricovero. Inoltre siamo talmente abituate a barcamenarci tra le difficoltà, siamo talmente abituate alla routine tipica dell’anoressia, che non si capisce più come di facesse, prima del suo esordio, a “vivere normalmente”. Non si capisce più cosa significhi vivere una vita “normale”.
Perciò, come individuare le situazioni da “Codice Verde”? Come si può vedere che stiamo effettivamente percorrendo la strada del ricovero? Innanzitutto, credo sia necessario ripensare al periodo in cui l’anoressia non era ancora entrata nella nostra vita, a quello che facevamo, a quelle che erano le nostre speranze, i nostri desideri. Credo che, come me, molte delle persone che stanno leggendo questo post abbiano difficoltà a ricordare come fosse la propria vita prima dell’anoressia, o hanno ricordi negativi della propria vita prima del DCA. In tal caso, provate a pensare a come adesso vorreste che la vostra vita fosse, senza l’anoressia, a tutto quello che potreste fare senza avere ansia. Ecco, quello che avete in mente è ciò che rientra nella categoria “Codice Verde”.
Qualche esempio di “Codice Verde”…
- Flessibilità nei confronti dei pasti (nelle quantità, nelle porzioni, nella varietà, etc…)
- Riduzione dell’ansia a fronte di una cena in pizzeria con gli amici
- Mantenimento di contatti regolari con amici e familiari
- Capacità di controllare lo svolgimento di attività fisica in modo da non esagerare
- Riduzione dei pensieri ossessivi
- Riduzione dell’ansia nell’acquisto dei vestiti
- Capacità di mangiare qualcosa semplicemente perché se ne ha voglia
- Cessazione del checking
- Cessazione del bisogno di pesarsi e di conoscere il proprio peso/Cessazione dell’evitamento a tutti i costi della bilancia
- Aumento del tempo dedicato alle attività di svago e agli hobby
- Riduzione della necessità di mettere in atto comportamenti autolesivi o tipicamente anoressici
- Riuscire a seguire correttamente l’ “equilibrio alimentare”
- Non essere più “terrorizzate” di fronte a certi cibi o a certe situazioni
- Etc…
Vi accorgerete che ci sono molti segnali di “Codice Verde” che passano sotto silenzio, ma che si possono per lo più ascrivere all’assenza di tutti quei pensieri e comportamenti che sono tipici dell’anoressia. I segni e sintomi tipici del DCA tendono infatti a regredire progressivamente man mano che si fanno passi avanti sulla strada del ricovero, questo spesso avviene con una lentezza tale che sul momento non ci se ne rende conto, ma non scoraggiatevi: alla lunga i progressi saranno evidenti!
Se vi va, lasciate un commento su quali sono i vostri segnali di “Codice Verde”!
Quindi, cominciamo dal “Codice Verde”.
Trovare le condizioni che simboleggiano un “Codice Verde”, ovvero tutti quei segnali che ci dicono che stiamo percorrendo correttamente la strada del ricovero – per quanto la cosa possa sembrare paradossale – è il compito più arduo. Perché? Perché siamo talmente abituate all’anoressia che non ci si rende ben conto di cosa poter fare per il nostro ricovero. Inoltre siamo talmente abituate a barcamenarci tra le difficoltà, siamo talmente abituate alla routine tipica dell’anoressia, che non si capisce più come di facesse, prima del suo esordio, a “vivere normalmente”. Non si capisce più cosa significhi vivere una vita “normale”.
Perciò, come individuare le situazioni da “Codice Verde”? Come si può vedere che stiamo effettivamente percorrendo la strada del ricovero? Innanzitutto, credo sia necessario ripensare al periodo in cui l’anoressia non era ancora entrata nella nostra vita, a quello che facevamo, a quelle che erano le nostre speranze, i nostri desideri. Credo che, come me, molte delle persone che stanno leggendo questo post abbiano difficoltà a ricordare come fosse la propria vita prima dell’anoressia, o hanno ricordi negativi della propria vita prima del DCA. In tal caso, provate a pensare a come adesso vorreste che la vostra vita fosse, senza l’anoressia, a tutto quello che potreste fare senza avere ansia. Ecco, quello che avete in mente è ciò che rientra nella categoria “Codice Verde”.
Qualche esempio di “Codice Verde”…
- Flessibilità nei confronti dei pasti (nelle quantità, nelle porzioni, nella varietà, etc…)
- Riduzione dell’ansia a fronte di una cena in pizzeria con gli amici
- Mantenimento di contatti regolari con amici e familiari
- Capacità di controllare lo svolgimento di attività fisica in modo da non esagerare
- Riduzione dei pensieri ossessivi
- Riduzione dell’ansia nell’acquisto dei vestiti
- Capacità di mangiare qualcosa semplicemente perché se ne ha voglia
- Cessazione del checking
- Cessazione del bisogno di pesarsi e di conoscere il proprio peso/Cessazione dell’evitamento a tutti i costi della bilancia
- Aumento del tempo dedicato alle attività di svago e agli hobby
- Riduzione della necessità di mettere in atto comportamenti autolesivi o tipicamente anoressici
- Riuscire a seguire correttamente l’ “equilibrio alimentare”
- Non essere più “terrorizzate” di fronte a certi cibi o a certe situazioni
- Etc…
Vi accorgerete che ci sono molti segnali di “Codice Verde” che passano sotto silenzio, ma che si possono per lo più ascrivere all’assenza di tutti quei pensieri e comportamenti che sono tipici dell’anoressia. I segni e sintomi tipici del DCA tendono infatti a regredire progressivamente man mano che si fanno passi avanti sulla strada del ricovero, questo spesso avviene con una lentezza tale che sul momento non ci se ne rende conto, ma non scoraggiatevi: alla lunga i progressi saranno evidenti!
Se vi va, lasciate un commento su quali sono i vostri segnali di “Codice Verde”!
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venerdì 24 febbraio 2012
Prevenzione delle ricadute: Identificare le situazioni di rischio
Eh sì. Identificare le situazioni di rischio. Quando si è nel pieno dell’anoressia, praticamente qualsiasi cosa rimanda all’anoressia stessa. Anche durante i primi passi sulla strada del ricovero la situazione persiste. Un piccolo sbaglio può farci venire voglia di punirci, di prendercela con noi stesse. Una minima critica che qualcuno ci rivolge può ributtarci nella spirale. Ogni situazione ansiogena fa scattare la molla della restrizione alimentare.
Anche se alcune cose riusciamo a tenerle sotto controllo, ci sono un mucchio di situazioni che possono amplificare i tipici pensieri del DCA e rendere più vulnerabili alle ricadute. Una parte importante nell’identificare le situazioni di rischio consiste nell’anticipare la situazioni in cui potremmo aver bisogno di un supporto extra. L’altra parte consta di costruire quello che mi piace chiamare “un piano di mitigazione” (in realtà è un termine che ho rubato all’ospedale, veniva usato quando facevo tirocinio al Pronto Soccorso, però secondo me si adatta bene anche alla prevenzione delle ricadute nell’anoressia), in maniera tale da poter sopravvivere all’evento avverso con il minimo danno possibile.
Le situazioni di rischio possono essere molteplici, e sono comunque estremamente variabili da persona a persona. Tanto per fare qualche esempio estremamente limitato, situazioni di rischio possono essere date da:
- Malattie fisiche che comportano una riduzione dell’appetito
- Cambiamenti in un qualche ambito della vita
- Vedere che un’amica ha avuto una ricaduta o ha perso peso
- Un aumento di peso (specie se rapido)
- Un nuovo lavoro/Una nuova esperienza scolastica
- Una sconfitta in un qualsiasi ambito della vita
- Una critica ricevuta da qualcuno
- Il dover comprare vestiti nuovi
- Il dover mangiare senza poter seguire l’ “equilibrio alimentare” prescritto dal dietista
- Fare qualcosa che spezza la routine quotidiana (per esempio, una cena di lavoro al ristorante)
- Aumento dell’ansia e dello stress
- Difficoltà nelle relazioni interpersonali
- Delusioni e ferite
- Etc…
Alcune di queste situazioni di rischio possono essere evitate, ma non tutte e non sempre. Analogamente, alcune di queste situazioni di rischio possono essere anticipate, anche se non tutte e non sempre. Detto questo, se non possiamo evitare le situazioni di rischio e non possiamo anticiparle, che altro possiamo fare? Come facevo quando tirocinavo al Pronto Soccorso, bisogna elaborare un piano (un piano di mitigazione!) che ci aiuti a relazionarci con queste situazioni difficili senza farci ricadere a pieno nell’anoressia.
È possible creare un “piano di mitigazione” generale per tutte le situazioni di rischio, e addizionarvi qualcosa per farlo aderire alla particolare situazione in cui ci si viene a trovare.
In generale, un “piano di mitigazione” può comprendere i seguenti aspetti:
- Utilizzare tutti i sistemi di supporto che si hanno a disposizione: psicoterapeuti/dietisti/familiari/amici
- Aumentare la frequenza degli appuntamenti con gli psicoterapeuti/dietisti
- Parlare di ciò che ci porta a ricadere, cercando di trovare insieme agli altri una soluzione
- Cercare di fare il meglio che si può per affrontare quella difficile situazione
- Rispettare rigorosamente le dosi dell’ “equilibrio alimentare” per ogni cibo, imponendosi di non sgarrare neanche di un grammo
- Essere oneste con noi stesse sulla reale natura del problema
- Avere la consapevolezza che le ricadute sono parte integrante del percorso di ricovero, e non fanno di noi delle fallite
- Ascoltare la voce della razionalità e non la spinta verso i comportamenti anoressici data dall’emotività
- Prendere le distanze dalle persone che consideriamo ansiogene
- Ricercare l’auto-aiuto e il supporto che si può avere tramite Internet
- Avere la consapevolezza che il proprio “equilibrio alimentare” e la propria attività fisica è quella GIUSTA PER NOI STESSE, a prescindere da ciò che fanno gli altri
- Evitare di fare cose che potrebbero aumentare l’ansia e il disagio
- Etc...
Alcuni di questi punti sono applicabili in svariate situazioni, mentre altri hanno una maggiore specificità. L’idea è quella di costruire un “piano di mitigazione” che sia flessibile e che possa essere applicato a molteplici situazioni che ci vedono a rischio ricaduta, una sorta di “linee guida” da utilizzare quando ci rendiamo conto che l’anoressia rischia di nuovo di avere la meglio su di noi.
Sapere e volere è potere, si dice dalle mie parti, e nel caso della prevenzione delle ricadute credo sia assolutamente vero. La frase “uomo avvisato, mezzo salvato” calza a pennello. Se, per esempio, si riesce ad anticipare una situazione di rischio (per esempio, un invito a cena da parte di amici), si può cominciare ad applicare il “piano di mitigazione” prima che l’evento abbia luogo. Sebbene questo non possa magari evitare del tutto ogni slittamento all’indietro, può comunque essere importante per contenere i danni.
Anche se alcune cose riusciamo a tenerle sotto controllo, ci sono un mucchio di situazioni che possono amplificare i tipici pensieri del DCA e rendere più vulnerabili alle ricadute. Una parte importante nell’identificare le situazioni di rischio consiste nell’anticipare la situazioni in cui potremmo aver bisogno di un supporto extra. L’altra parte consta di costruire quello che mi piace chiamare “un piano di mitigazione” (in realtà è un termine che ho rubato all’ospedale, veniva usato quando facevo tirocinio al Pronto Soccorso, però secondo me si adatta bene anche alla prevenzione delle ricadute nell’anoressia), in maniera tale da poter sopravvivere all’evento avverso con il minimo danno possibile.
Le situazioni di rischio possono essere molteplici, e sono comunque estremamente variabili da persona a persona. Tanto per fare qualche esempio estremamente limitato, situazioni di rischio possono essere date da:
- Malattie fisiche che comportano una riduzione dell’appetito
- Cambiamenti in un qualche ambito della vita
- Vedere che un’amica ha avuto una ricaduta o ha perso peso
- Un aumento di peso (specie se rapido)
- Un nuovo lavoro/Una nuova esperienza scolastica
- Una sconfitta in un qualsiasi ambito della vita
- Una critica ricevuta da qualcuno
- Il dover comprare vestiti nuovi
- Il dover mangiare senza poter seguire l’ “equilibrio alimentare” prescritto dal dietista
- Fare qualcosa che spezza la routine quotidiana (per esempio, una cena di lavoro al ristorante)
- Aumento dell’ansia e dello stress
- Difficoltà nelle relazioni interpersonali
- Delusioni e ferite
- Etc…
Alcune di queste situazioni di rischio possono essere evitate, ma non tutte e non sempre. Analogamente, alcune di queste situazioni di rischio possono essere anticipate, anche se non tutte e non sempre. Detto questo, se non possiamo evitare le situazioni di rischio e non possiamo anticiparle, che altro possiamo fare? Come facevo quando tirocinavo al Pronto Soccorso, bisogna elaborare un piano (un piano di mitigazione!) che ci aiuti a relazionarci con queste situazioni difficili senza farci ricadere a pieno nell’anoressia.
È possible creare un “piano di mitigazione” generale per tutte le situazioni di rischio, e addizionarvi qualcosa per farlo aderire alla particolare situazione in cui ci si viene a trovare.
In generale, un “piano di mitigazione” può comprendere i seguenti aspetti:
- Utilizzare tutti i sistemi di supporto che si hanno a disposizione: psicoterapeuti/dietisti/familiari/amici
- Aumentare la frequenza degli appuntamenti con gli psicoterapeuti/dietisti
- Parlare di ciò che ci porta a ricadere, cercando di trovare insieme agli altri una soluzione
- Cercare di fare il meglio che si può per affrontare quella difficile situazione
- Rispettare rigorosamente le dosi dell’ “equilibrio alimentare” per ogni cibo, imponendosi di non sgarrare neanche di un grammo
- Essere oneste con noi stesse sulla reale natura del problema
- Avere la consapevolezza che le ricadute sono parte integrante del percorso di ricovero, e non fanno di noi delle fallite
- Ascoltare la voce della razionalità e non la spinta verso i comportamenti anoressici data dall’emotività
- Prendere le distanze dalle persone che consideriamo ansiogene
- Ricercare l’auto-aiuto e il supporto che si può avere tramite Internet
- Avere la consapevolezza che il proprio “equilibrio alimentare” e la propria attività fisica è quella GIUSTA PER NOI STESSE, a prescindere da ciò che fanno gli altri
- Evitare di fare cose che potrebbero aumentare l’ansia e il disagio
- Etc...
Alcuni di questi punti sono applicabili in svariate situazioni, mentre altri hanno una maggiore specificità. L’idea è quella di costruire un “piano di mitigazione” che sia flessibile e che possa essere applicato a molteplici situazioni che ci vedono a rischio ricaduta, una sorta di “linee guida” da utilizzare quando ci rendiamo conto che l’anoressia rischia di nuovo di avere la meglio su di noi.
Sapere e volere è potere, si dice dalle mie parti, e nel caso della prevenzione delle ricadute credo sia assolutamente vero. La frase “uomo avvisato, mezzo salvato” calza a pennello. Se, per esempio, si riesce ad anticipare una situazione di rischio (per esempio, un invito a cena da parte di amici), si può cominciare ad applicare il “piano di mitigazione” prima che l’evento abbia luogo. Sebbene questo non possa magari evitare del tutto ogni slittamento all’indietro, può comunque essere importante per contenere i danni.
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venerdì 17 febbraio 2012
Prevenzione delle ricadute: Punti di forza & difficoltà
Inizio oggi un nuovo ciclo di post, sempre in risposta a una domanda che, con sfumature differenti, mi è stata rivolta da molte di voi: come prevenire/evitare le ricadute nel DCA quando si sta percorrendo la strada del ricovero? Dato che questo è un argomento di cruciale importanza per tutte noi, comincerò dalle fondamenta.
Uno dei punti principali nella prevenzione delle ricadute consiste nell’individuare quali sono le difficoltà che spingono a ricadere nel DCA che potremmo dover affrontare, in modo da anticiparle, creando preventivamente un piano che ci permetta di affrontarle senza sbatterle immediatamente sul versante dell’anoressia restringendo l’alimentazione, ma cercando d’individuare altre strategie di coping. Un altro aspetto fondamentale nella prevenzione delle ricadute consiste nel valutare quali siano i nostri punti di forza. Cosa possiamo fare quando ci troviamo immerse nelle difficoltà e tutto ci spinge verso una ricaduta nei comportamenti tipici dell’anoressia?
Per prima cosa, possiamo stendere una lista in merito a quelli che sono i nostri punti di forza e le nostre difficoltà: una rete di sicurezza per il nostro piano di prevenzione per le ricadute.
Tanto per fare qualche esempio.
Punti di forza:
- Avere vicino familiari e amici supportivi
- Avere la possibilità di consultare psicologi/psichiatri/dietisti
- Lavorare su noi stesse per identificare ed analizzare ciò che spinge a ricadere
- Motivazione a stare meglio
- Capacità di ritagliarsi altre possibilità oltre l’anoressia
- Capacità di direzionare il pensiero distogliendolo dall’ossessività del DCA
- Forza di volontà e determinazione
- Etc…
Difficoltà:
- Solitudine
- Ansia
- Perfezionismo
- Dismorfofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Competitività
- Paura del cambiamento
- Disagio con la propria fisicità
- Tendenza ad assecondare le ossessioni del DCA
- Etc…
Dopo aver redatto una lista di questo tipo, bisogna prendere in considerazione ognuna delle difficoltà, e scrivere un’altra lista in cui ad ogni difficoltà si associa una strategia di coping che sia diversa dall’adottare i comportamenti tipici dell’anoressia. Tanto per fare un esempio prendendo un aspetto che credo interessi chiunque abbia un DCA, come relazionarci con il disagio che proviamo rispetto al nostro corpo senza restringere l’alimentazione.
Piano contro il disagio per la fisicità
- Focalizzarci su quello che il nostro corpo può fare, piuttosto che su quello che il nostro corpo è
- Fare sport insieme a un’amica piuttosto che da sole
- Ripetere più e più volte: “Il mio corpo sta bene ed è in salute se io mantengo questo peso, e non quando pesavo XX chili in meno”
- Parlarne con familiari/amici/terapeuti per cercare di stemperare le sensazioni che proviamo
- Non fare checking e stare il meno possibile davanti allo specchio
- Non pesarsi
- Accettare il fatto che il nostro corpo non è come vorremmo che fosse, ma che può andar bene comunque
- Ricordare: restringere l’alimentazione è una soluzione-placebo, poiché di fatto non serve a nulla, non risolve veramente quello che ci sta sotto. L’anoressia è una soluzione a breve termine che diventa un problema a lungo termine
Ovviamente questa lista non ha la pretesa di essere esaustiva, né di risolvere completamente il problema della difficile accettazione della nostra fisicità, né evitare che si abbiano ricadute, tuttavia penso possa essere un buon punto di partenza… e potete elaborarla per qualsiasi punto della vostra lista di difficoltà.
Uno dei punti principali nella prevenzione delle ricadute consiste nell’individuare quali sono le difficoltà che spingono a ricadere nel DCA che potremmo dover affrontare, in modo da anticiparle, creando preventivamente un piano che ci permetta di affrontarle senza sbatterle immediatamente sul versante dell’anoressia restringendo l’alimentazione, ma cercando d’individuare altre strategie di coping. Un altro aspetto fondamentale nella prevenzione delle ricadute consiste nel valutare quali siano i nostri punti di forza. Cosa possiamo fare quando ci troviamo immerse nelle difficoltà e tutto ci spinge verso una ricaduta nei comportamenti tipici dell’anoressia?
Per prima cosa, possiamo stendere una lista in merito a quelli che sono i nostri punti di forza e le nostre difficoltà: una rete di sicurezza per il nostro piano di prevenzione per le ricadute.
Tanto per fare qualche esempio.
Punti di forza:
- Avere vicino familiari e amici supportivi
- Avere la possibilità di consultare psicologi/psichiatri/dietisti
- Lavorare su noi stesse per identificare ed analizzare ciò che spinge a ricadere
- Motivazione a stare meglio
- Capacità di ritagliarsi altre possibilità oltre l’anoressia
- Capacità di direzionare il pensiero distogliendolo dall’ossessività del DCA
- Forza di volontà e determinazione
- Etc…
Difficoltà:
- Solitudine
- Ansia
- Perfezionismo
- Dismorfofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Competitività
- Paura del cambiamento
- Disagio con la propria fisicità
- Tendenza ad assecondare le ossessioni del DCA
- Etc…
Dopo aver redatto una lista di questo tipo, bisogna prendere in considerazione ognuna delle difficoltà, e scrivere un’altra lista in cui ad ogni difficoltà si associa una strategia di coping che sia diversa dall’adottare i comportamenti tipici dell’anoressia. Tanto per fare un esempio prendendo un aspetto che credo interessi chiunque abbia un DCA, come relazionarci con il disagio che proviamo rispetto al nostro corpo senza restringere l’alimentazione.
Piano contro il disagio per la fisicità
- Focalizzarci su quello che il nostro corpo può fare, piuttosto che su quello che il nostro corpo è
- Fare sport insieme a un’amica piuttosto che da sole
- Ripetere più e più volte: “Il mio corpo sta bene ed è in salute se io mantengo questo peso, e non quando pesavo XX chili in meno”
- Parlarne con familiari/amici/terapeuti per cercare di stemperare le sensazioni che proviamo
- Non fare checking e stare il meno possibile davanti allo specchio
- Non pesarsi
- Accettare il fatto che il nostro corpo non è come vorremmo che fosse, ma che può andar bene comunque
- Ricordare: restringere l’alimentazione è una soluzione-placebo, poiché di fatto non serve a nulla, non risolve veramente quello che ci sta sotto. L’anoressia è una soluzione a breve termine che diventa un problema a lungo termine
Ovviamente questa lista non ha la pretesa di essere esaustiva, né di risolvere completamente il problema della difficile accettazione della nostra fisicità, né evitare che si abbiano ricadute, tuttavia penso possa essere un buon punto di partenza… e potete elaborarla per qualsiasi punto della vostra lista di difficoltà.
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venerdì 10 febbraio 2012
La metafora della maratona
Ed eccomi qui a completare le mie risposte, concludendo con il commento di justvicky che scrive: “Perchè durante la scalata , nel momento in cui sei appeso alla roccia e tenti con tutte le forze di non cadere, la vetta sembra sempre il doppio della distanza reale. I compagni di arrampicata sembrano sempre km sopra di te, più bravi, quasi ti volessero lasciare indietro. E tu , appeso a quella roccia che non sai bene dove appigliarti per procedere allo step sucessivo, ti senti bersaglio di tutto.[…]”.
Il ricovero, direi, oltre che una scalata, è anche una corsa. Ed è più una maratona che uno sprint di 100 metri. È lungo. È duro. È difficile. È faticoso. È snervante. Ed è necessario tenere il passo.
Proprio stamattina, cercando il modo migliore per rispondere alle parole di justvicky, pensavo alla metafora ricovero = maratona, e mi è tornata in mente una cosa che il mio maestro di karate (che una volta, quand’era più giovane, ha corso la maratona di New York) era solito dire. Lui diceva che, ovviamente, dato che detta maratona consiste nel percorrere 42 Km, i 21 Km rappresentano la metà della gara. Una volta superato il 21° chilometro, tecnicamente, si è scollinato.
Il mio maestro di karate diceva anche che chiunque abbia corso una maratona direbbe che la corsa non è a metà una volta raggiunto il 21° chilometro. No, quando si arriva al 22° chilometro, ci si considera ancora all’inizio. Molti maratoneti non considerano se stessi a metà della corsa fino a che non superano il 30° chilometro. Il mio maestro? Lui diceva che si sentiva a metà corsa quando si era lasciato alle spalle 34 Km.
Anche un bambino capirebbe che arrivare al 30° chilometro o addirittura al 34° significa aver compiuto ben più di metà della corsa. Non è che il mio maestro di karate sia una tale schiappa in matematica, semplicemente lui diceva che gli ultimi 8 Km gli sembravano tanto lunghi e faticosi quanto i primi 34.
Questo, secondo me, è perfettamente aderente alla strada del ricovero. È un po’ come se stessimo arrancando, e guardando i chilometri che a poco a poco ci lasciamo alle spalle, ci sentissimo come se fossimo ancora bel lontane dal traguardo. “Eppure è così tanto che sto camminando” pensiamo “che sono vicina alla fine. Devo essere vicina alla fine”. Ma mancano ancora 3, 7, 10 chilometri se non di più. Come diamine si può continuare a tener duro così a lungo??
Gli ultimi passi sulla strada del ricovero sembrano i più lunghi di tutti, e tutto quello che si può fare è impegnarsi al massimo e stringere i denti. Quegli ultimi 8 Km – quella che sembra la parte terminale della strada del ricovero – sono tanto lunghi, duri e faticosi come i primi 34 Km messi tutti insieme. Ed è difficile per chi non ha mai provato un DCA sulla propria pelle comprendere questo. Chi non è mai stata anoressica misura le distanze matematicamente: la metà della maratona è al 21° chilometro. Non fa una piega. Ma per chi è anoressica la calcolatrice non funziona, perché nessuna macchinetta può misurare l’intensità della fatica, dei sentimenti, dell’impegno, della determinazione, della forza che il percorrere la strada del ricovero richiede.
Personalmente, non penso di essere ancora arrivata al 34° chilometro. Però continuo a correre. E le parole del mio maestro di karate mi fanno capire meglio perché la strada del ricovero mi sembri ancora così dannatamente lunga, anche se talvolta mi viene da pensare che, dopo tutti questi anni e questi sforzi, dovrei avere già tagliato il traguardo da un pezzo.
Il ricovero, direi, oltre che una scalata, è anche una corsa. Ed è più una maratona che uno sprint di 100 metri. È lungo. È duro. È difficile. È faticoso. È snervante. Ed è necessario tenere il passo.
Proprio stamattina, cercando il modo migliore per rispondere alle parole di justvicky, pensavo alla metafora ricovero = maratona, e mi è tornata in mente una cosa che il mio maestro di karate (che una volta, quand’era più giovane, ha corso la maratona di New York) era solito dire. Lui diceva che, ovviamente, dato che detta maratona consiste nel percorrere 42 Km, i 21 Km rappresentano la metà della gara. Una volta superato il 21° chilometro, tecnicamente, si è scollinato.
Il mio maestro di karate diceva anche che chiunque abbia corso una maratona direbbe che la corsa non è a metà una volta raggiunto il 21° chilometro. No, quando si arriva al 22° chilometro, ci si considera ancora all’inizio. Molti maratoneti non considerano se stessi a metà della corsa fino a che non superano il 30° chilometro. Il mio maestro? Lui diceva che si sentiva a metà corsa quando si era lasciato alle spalle 34 Km.
Anche un bambino capirebbe che arrivare al 30° chilometro o addirittura al 34° significa aver compiuto ben più di metà della corsa. Non è che il mio maestro di karate sia una tale schiappa in matematica, semplicemente lui diceva che gli ultimi 8 Km gli sembravano tanto lunghi e faticosi quanto i primi 34.
Questo, secondo me, è perfettamente aderente alla strada del ricovero. È un po’ come se stessimo arrancando, e guardando i chilometri che a poco a poco ci lasciamo alle spalle, ci sentissimo come se fossimo ancora bel lontane dal traguardo. “Eppure è così tanto che sto camminando” pensiamo “che sono vicina alla fine. Devo essere vicina alla fine”. Ma mancano ancora 3, 7, 10 chilometri se non di più. Come diamine si può continuare a tener duro così a lungo??
Gli ultimi passi sulla strada del ricovero sembrano i più lunghi di tutti, e tutto quello che si può fare è impegnarsi al massimo e stringere i denti. Quegli ultimi 8 Km – quella che sembra la parte terminale della strada del ricovero – sono tanto lunghi, duri e faticosi come i primi 34 Km messi tutti insieme. Ed è difficile per chi non ha mai provato un DCA sulla propria pelle comprendere questo. Chi non è mai stata anoressica misura le distanze matematicamente: la metà della maratona è al 21° chilometro. Non fa una piega. Ma per chi è anoressica la calcolatrice non funziona, perché nessuna macchinetta può misurare l’intensità della fatica, dei sentimenti, dell’impegno, della determinazione, della forza che il percorrere la strada del ricovero richiede.
Personalmente, non penso di essere ancora arrivata al 34° chilometro. Però continuo a correre. E le parole del mio maestro di karate mi fanno capire meglio perché la strada del ricovero mi sembri ancora così dannatamente lunga, anche se talvolta mi viene da pensare che, dopo tutti questi anni e questi sforzi, dovrei avere già tagliato il traguardo da un pezzo.
venerdì 3 febbraio 2012
"Perché?": Le mie risposte
Ringraziandovi per le numerose risposte che avete lasciato al mio post precedente, come promesso adesso risponderò a ciò che ciascuna di voi ha scritto.
In quanto al commento di justvicky, le sue parole richiedono una trattazione più articolata che affronterò nel post di Venerdì prossimo.
Per tutte le altre, per comodità di trattazione, ho scelto di raggruppare alcuni dei commenti che hanno un contenuto simile… bè, veniamo a noi, dunque!
Alice sostiene che la sensazione di fallimento e d’incapacità di progredire nel percorso di ricovero sia legata al fatto che chi ha un DCA ha anche problemi di bassa autostima, e quindi non ha fiducia nelle proprie capacità di combattere riportando passi avanti e successi.
Questo è a suo modo certamente vero: molte ragazze che soffrono di DCA hanno un’autostima sotto ai piedi. Io credo però che la bassa autostima non sia tra le cause, ma tra le conseguenze del DCA. Se ci pensate, normalmente la gente basa la propria autostima sui successi che consegue nei vari ambiti della vita in cui si applica: l’aspetto fisico, il lavoro, lo studio, lo sport, la famiglia, le relazioni interpersonali, etc… Dal successo o meno in ciascuno di questi ambiti dipende un aumento o una riduzione dell’autostima. Nel momento in cui però viene fuori un DCA, l’unico ambito su cui la persona si focalizza è quello alimentare. Per cui, la persona giudica se stessa al 90% rispetto a quanto riesce a controllare l’alimentazione, e al 10% rispetto a tutti gli altri aspetti sopraelencati. Ovvio perciò che uno sgarro nel comportamento alimentare comprometta gran parte dell’autostima, visto che tutto è centrato lì. Ma il fatto che voi vediate magari in questo momento solo l’aspetto alimentare di voi stesse, non significa che non ci sia nient’altro, in realtà. Ci sono sempre anche tutte le altre cose. Re-imparare a dare il giusto valore ad ogni ambito della vita è indubbiamente un buon modo per progredire sulla strada del ricovero.
Withoutexit(?) e la ragazza che ha commentato anonimamente mettono l’accento sulla difficoltà nel fare passi avanti quando viene meno o comunque non è adeguato il supporto medico e familiare, facendo notale come questo possa intralciare il percorso di ricovero.
E’ vero, sicuramente un ambiente non supportivo non rende facile il muoversi nella lotta contro un DCA. Aumenta il senso d’insicurezza, e la falsa sensazione di non poter essere in grado di farcela. Ma è una falsa sensazione. Non è vero che non siete forti, volitive e determinate, è solo che state attraversando un momento in cui le circostanze e le persone sbagliate che avete incrociato finora vi stanno remando contro. Ma il fatto che non abbiate avuto molta fortuna finora con i terapeuti con cui avete avuto a che fare, non significa che non possiate trovare in futuro persone in grado di aiutarvi davvero. E’ difficile trovarle – e lo dice una che ha cambiato millemila terapeuti – ma esistono persone che possono darvi una mano a combattere, a trovare strategie di coping più funzionali e meno dannose. Semplicemente, non dovete arrendervi e continuare a cercarle.
Sonia riferisce a proposito della difficoltà di capire cosa voglia fare veramente e quale sia la strada giusta da intraprendere, considerate le difficoltà dell’affidarsi ai medici.
Quando si è ancora dentro l’anoressia, la “confusione nella testa” – citando – che si avverte, è proprio legata al fatto che, pur avendo iniziato un percorso di ricovero, l’anoressia è ancora presente nella nostra vita. Non si può pretendere che le cose cambino dall’oggi al domani, non si può pretendere che sia tutto facile e chiaro fin dal primo momento. Bisogna armarci di pazienza e saper aspettare, perché il una lotta come quella contro i DCA, i progressi si vedono solo su lunga gittata. È normale, soprattutto all’inizio, essere confuse. La nebbia si dirada man mano che si va avanti. Capisco anche come all’inizio possa essere difficile accettare il “controllo” proveniente dai medici, ma è necessario (e anche temporaneo, don’t worry, non c’è monitoraggio medico vita natural durante) perché quando siamo nell’anoressia non abbiamo più alcun controllo autonomo. È la malattia che ci controlla spietatamente. Dite che non è vero? Pensateci: non è forse vero che un piatto di spaghetti al pomodoro ha più controllo sulla vostra vita di quanto non ne abbiate voi stesse?!!...
Vale mette in luce l’aspetto legato all’immagine corporea, sottolineando quanto sia difficile in riuscire ad accettare l’aumento di peso, e come il vedere il peso che si alza possa precludere ogni volta ad una ricaduta in un loop senza fine.
Questo mi fa pensare ai ricoveri ospedalieri, o comunque in strutture non specializzate, dove l’obiettivo primario è il recupero del peso, a prescindere dal tempo necessario per farlo, per cui può accadere che una ragazza si veda costretta a prendere diversi chili in poche settimane, e questo rappresenta veramente un fattore di rischio ricaduta. Ma, in realtà, non esistono tempi standardizzati per il recupero del peso. Anzi, con l’eccezione delle situazioni ove c’è reale rischio di vita, penso che il peso debba essere ripreso in maniera estremamente graduale. Questo aiuta ad abituarsi in maniera naturale a una situazione che procede così lentamente da essere, sul momento, quasi impercettibile. Così non è solo il corpo che si riprende, ma anche la testa (per questo è importante abbinare la psicoterapia alla rialimentazione), e questo permette di non avere troppi sbalzi e riuscire a tollerare gli incrementi riducendo il margine di ricaduta. Ci vuole un dietista specializzato che aiuti, in questo, ovviamente, che sappia afferrare per mano ogni volta che ci sentiamo sul punto di ricadere.
Ilaria lega il suo senso di fallimento e di mancata progressione ai giudizi che gli altri lanciano addosso in caso di insuccesso, facendoci sentire sbagliate e imperfette.
E’ vero, non siamo perfette. E menomale che non lo siamo. Perché nell’acqua perfettamente limpida i pesci non ci sono. E dato che non viviamo in una bolla di sapone ma in un contesto sociale, è normale essere circondate da persone che “guardano” e giudicano quello che facciamo. Non soltanto relativamente al nostro percorso di ricovero, ma rispetto ad ogni singolo aspetto della nostra vita. Anche solo dopo aver detto questo, risulta palese che per non essere giudicate dagli altri, dovremo chiuderci in una stanza e non fare assolutamente niente. Il mondo ci giudica e noi – più o meno consapevolmente – giudichiamo il mondo. Quando si decide di fare un tentativo di percorrere la strada del ricovero, inevitabilmente ci si espone. Ed esporsi significa accettare non solo il bel tempo, ma anche le critiche e i giudizi. Ma quello che si fa, lo dobbiamo fare per noi stesse, non per gli altri. Perché se cerchiamo la comprensione, la compassione, le coccole altrui, aspetteremo una vita e ci ritroveremo con il niente in mano. Perciò, è solo per noi stesse che dobbiamo decidere cosa si vuole fare, perché siamo noi le uniche che possono veramente prenderci cura di noi stesse. Nel momento in cui scegliamo di tentare la strada del ricovero, sappiamo a priori che potremo fallire. E che, dunque, potremo essere giudicate, schernite, derise, infamate da chiunque. Però noi dobbiamo essere convinte che percorrere quella strada è la cosa giusta da fare: dobbiamo crederci fino in fondo. E proprio nel momento in cui ci crederemo al 100%, i giudizi altrui non saranno più in grado di scalfirci.
Wolfie e Victoria parlano della routinarietà del DCA, e della conseguente paura a lasciarlo andare, nella sensazione che dopo rimanga un “vuoto” troppo difficile da colmare.
È inevitabile che dopo tanti anni passati con un DCA, questo diventi in un certo senso parte integrante della nostra vita. E ciò rende difficile il lasciarlo andare, perché si ha sempre timore a “lasciare la strada vecchia per la nuova”. In fin dei conti, un DCA è una malattia ma, paradossalmente, si rivela un meccanismo di coping così efficace da rappresentare, sebbene in maniera distorta, anche una cura. Nel momento in cui si sceglie un sintomo, è come se si scegliesse di andare a piantare una bandiera sulla cima dell’Everest, per dimostrare a noi stesse e agli altri che siamo capaci di portare a termine un progetto. Dimostrare che siamo capaci di non avere fame, sete, freddo, bisogno, desiderio è ciò che spinge a salire sempre più in alto. Certo, poi ci si rende conto che quello che avevamo intrapreso era un progetto fallimentare, che era una strategia che non conduceva da nessuna parte. Però è in quel progetto fallimentare che abbiamo investito tutte noi stesse. Perciò, forse, quel che serve per abbandonare la posizione, è che vengano riconosciute la sofferenza e il coraggio. E dunque, ragazze, voglio dirvi che la vostra sofferenza ed il vostro coraggio mi sono chiari, palesi, evidenti. Che scorgo la vostra dolorosa arrampicata e posso sentire la lotta disperata verso una vita che ogni giorno incanta e sotterra. Voglio dirvi che il vostro coraggio potete adesso usarlo per fare qualcosa per voi stesse, non più contro voi stesse. E che lo sforzo che farete per percorrere la strada del ricovero, data la vostra volontà, si rivelerà sicuramente, alla lunga, un successo.
Jonny ammette che la sua non-progressione nel percorso di ricovero, è legata a una sua attuale non-volontà di fare passi avanti. ShadeOfTheSun quota le sue parole.
Di fronte a un commento del genere (e, Jonny, l’ho riletto un’infinità di volte) non posso che dire: rispetto. So che tutti i momenti della vita non sono uguali. Se anche solo 6 anni fa qualcuno mi avesse detto che un giorno io mi sarei dedicata a questo blog, avrei telefonato al CIM. Questo solo per dire che non tutti i momenti della vita effettivamente sono adatti per iniziare un percorso di ricovero. Ed è giusto che ciascuna si prenda i propri tempi ed inizi questo percorso nel momento in cui si sente pronta ad accettarlo senza riserve, altresì ne conseguirebbero inevitabili ricadute che servirebbero solo a rafforzare l’idea di fallimento e ad allontanare dalla strada del ricovero. Perciò, se sentite che adesso non siete pronte, aspettate il vostro momento. Ma, mi raccomando, non utilizzate l’attesa come una scusa. Il “momento giusto” non arriva dal cielo. Non è che vi svegliate una mattina e dite: “Oh, guarda un po’, oggi è la mia giornata, vai che inizio a combattere contro l’anoressia!”… no, non succede purtroppo. Siete voi che dovete crearvi il vostro “momento giusto”. Darvi un’opportunità. Perché in realtà non è vero che non volete combattere. Non è vero che volete passare il resto della vostra vita con l’anoressia. Perché nessuno sceglie e convive con un male percependolo come tale, ma solo se, per sbaglio, lo viene a considerare un bene rispetto a qualcos’altro che viene percepito come un male maggiore. È questo su cui dovete lavorare: su ciò che ci sta dietro. Perché sarà questa la chiave che darà l’avvio al vostro processo di cambiamento, alla vostra strada di ricovero. So cosa significa avere la vita dentro che avete voi, ragazze. È così tanta, talmente tanta che a volte sembra abbia il paradossale potere di uccidere.
In quanto al commento di justvicky, le sue parole richiedono una trattazione più articolata che affronterò nel post di Venerdì prossimo.
Per tutte le altre, per comodità di trattazione, ho scelto di raggruppare alcuni dei commenti che hanno un contenuto simile… bè, veniamo a noi, dunque!
Alice sostiene che la sensazione di fallimento e d’incapacità di progredire nel percorso di ricovero sia legata al fatto che chi ha un DCA ha anche problemi di bassa autostima, e quindi non ha fiducia nelle proprie capacità di combattere riportando passi avanti e successi.
Questo è a suo modo certamente vero: molte ragazze che soffrono di DCA hanno un’autostima sotto ai piedi. Io credo però che la bassa autostima non sia tra le cause, ma tra le conseguenze del DCA. Se ci pensate, normalmente la gente basa la propria autostima sui successi che consegue nei vari ambiti della vita in cui si applica: l’aspetto fisico, il lavoro, lo studio, lo sport, la famiglia, le relazioni interpersonali, etc… Dal successo o meno in ciascuno di questi ambiti dipende un aumento o una riduzione dell’autostima. Nel momento in cui però viene fuori un DCA, l’unico ambito su cui la persona si focalizza è quello alimentare. Per cui, la persona giudica se stessa al 90% rispetto a quanto riesce a controllare l’alimentazione, e al 10% rispetto a tutti gli altri aspetti sopraelencati. Ovvio perciò che uno sgarro nel comportamento alimentare comprometta gran parte dell’autostima, visto che tutto è centrato lì. Ma il fatto che voi vediate magari in questo momento solo l’aspetto alimentare di voi stesse, non significa che non ci sia nient’altro, in realtà. Ci sono sempre anche tutte le altre cose. Re-imparare a dare il giusto valore ad ogni ambito della vita è indubbiamente un buon modo per progredire sulla strada del ricovero.
Withoutexit(?) e la ragazza che ha commentato anonimamente mettono l’accento sulla difficoltà nel fare passi avanti quando viene meno o comunque non è adeguato il supporto medico e familiare, facendo notale come questo possa intralciare il percorso di ricovero.
E’ vero, sicuramente un ambiente non supportivo non rende facile il muoversi nella lotta contro un DCA. Aumenta il senso d’insicurezza, e la falsa sensazione di non poter essere in grado di farcela. Ma è una falsa sensazione. Non è vero che non siete forti, volitive e determinate, è solo che state attraversando un momento in cui le circostanze e le persone sbagliate che avete incrociato finora vi stanno remando contro. Ma il fatto che non abbiate avuto molta fortuna finora con i terapeuti con cui avete avuto a che fare, non significa che non possiate trovare in futuro persone in grado di aiutarvi davvero. E’ difficile trovarle – e lo dice una che ha cambiato millemila terapeuti – ma esistono persone che possono darvi una mano a combattere, a trovare strategie di coping più funzionali e meno dannose. Semplicemente, non dovete arrendervi e continuare a cercarle.
Sonia riferisce a proposito della difficoltà di capire cosa voglia fare veramente e quale sia la strada giusta da intraprendere, considerate le difficoltà dell’affidarsi ai medici.
Quando si è ancora dentro l’anoressia, la “confusione nella testa” – citando – che si avverte, è proprio legata al fatto che, pur avendo iniziato un percorso di ricovero, l’anoressia è ancora presente nella nostra vita. Non si può pretendere che le cose cambino dall’oggi al domani, non si può pretendere che sia tutto facile e chiaro fin dal primo momento. Bisogna armarci di pazienza e saper aspettare, perché il una lotta come quella contro i DCA, i progressi si vedono solo su lunga gittata. È normale, soprattutto all’inizio, essere confuse. La nebbia si dirada man mano che si va avanti. Capisco anche come all’inizio possa essere difficile accettare il “controllo” proveniente dai medici, ma è necessario (e anche temporaneo, don’t worry, non c’è monitoraggio medico vita natural durante) perché quando siamo nell’anoressia non abbiamo più alcun controllo autonomo. È la malattia che ci controlla spietatamente. Dite che non è vero? Pensateci: non è forse vero che un piatto di spaghetti al pomodoro ha più controllo sulla vostra vita di quanto non ne abbiate voi stesse?!!...
Vale mette in luce l’aspetto legato all’immagine corporea, sottolineando quanto sia difficile in riuscire ad accettare l’aumento di peso, e come il vedere il peso che si alza possa precludere ogni volta ad una ricaduta in un loop senza fine.
Questo mi fa pensare ai ricoveri ospedalieri, o comunque in strutture non specializzate, dove l’obiettivo primario è il recupero del peso, a prescindere dal tempo necessario per farlo, per cui può accadere che una ragazza si veda costretta a prendere diversi chili in poche settimane, e questo rappresenta veramente un fattore di rischio ricaduta. Ma, in realtà, non esistono tempi standardizzati per il recupero del peso. Anzi, con l’eccezione delle situazioni ove c’è reale rischio di vita, penso che il peso debba essere ripreso in maniera estremamente graduale. Questo aiuta ad abituarsi in maniera naturale a una situazione che procede così lentamente da essere, sul momento, quasi impercettibile. Così non è solo il corpo che si riprende, ma anche la testa (per questo è importante abbinare la psicoterapia alla rialimentazione), e questo permette di non avere troppi sbalzi e riuscire a tollerare gli incrementi riducendo il margine di ricaduta. Ci vuole un dietista specializzato che aiuti, in questo, ovviamente, che sappia afferrare per mano ogni volta che ci sentiamo sul punto di ricadere.
Ilaria lega il suo senso di fallimento e di mancata progressione ai giudizi che gli altri lanciano addosso in caso di insuccesso, facendoci sentire sbagliate e imperfette.
E’ vero, non siamo perfette. E menomale che non lo siamo. Perché nell’acqua perfettamente limpida i pesci non ci sono. E dato che non viviamo in una bolla di sapone ma in un contesto sociale, è normale essere circondate da persone che “guardano” e giudicano quello che facciamo. Non soltanto relativamente al nostro percorso di ricovero, ma rispetto ad ogni singolo aspetto della nostra vita. Anche solo dopo aver detto questo, risulta palese che per non essere giudicate dagli altri, dovremo chiuderci in una stanza e non fare assolutamente niente. Il mondo ci giudica e noi – più o meno consapevolmente – giudichiamo il mondo. Quando si decide di fare un tentativo di percorrere la strada del ricovero, inevitabilmente ci si espone. Ed esporsi significa accettare non solo il bel tempo, ma anche le critiche e i giudizi. Ma quello che si fa, lo dobbiamo fare per noi stesse, non per gli altri. Perché se cerchiamo la comprensione, la compassione, le coccole altrui, aspetteremo una vita e ci ritroveremo con il niente in mano. Perciò, è solo per noi stesse che dobbiamo decidere cosa si vuole fare, perché siamo noi le uniche che possono veramente prenderci cura di noi stesse. Nel momento in cui scegliamo di tentare la strada del ricovero, sappiamo a priori che potremo fallire. E che, dunque, potremo essere giudicate, schernite, derise, infamate da chiunque. Però noi dobbiamo essere convinte che percorrere quella strada è la cosa giusta da fare: dobbiamo crederci fino in fondo. E proprio nel momento in cui ci crederemo al 100%, i giudizi altrui non saranno più in grado di scalfirci.
Wolfie e Victoria parlano della routinarietà del DCA, e della conseguente paura a lasciarlo andare, nella sensazione che dopo rimanga un “vuoto” troppo difficile da colmare.
È inevitabile che dopo tanti anni passati con un DCA, questo diventi in un certo senso parte integrante della nostra vita. E ciò rende difficile il lasciarlo andare, perché si ha sempre timore a “lasciare la strada vecchia per la nuova”. In fin dei conti, un DCA è una malattia ma, paradossalmente, si rivela un meccanismo di coping così efficace da rappresentare, sebbene in maniera distorta, anche una cura. Nel momento in cui si sceglie un sintomo, è come se si scegliesse di andare a piantare una bandiera sulla cima dell’Everest, per dimostrare a noi stesse e agli altri che siamo capaci di portare a termine un progetto. Dimostrare che siamo capaci di non avere fame, sete, freddo, bisogno, desiderio è ciò che spinge a salire sempre più in alto. Certo, poi ci si rende conto che quello che avevamo intrapreso era un progetto fallimentare, che era una strategia che non conduceva da nessuna parte. Però è in quel progetto fallimentare che abbiamo investito tutte noi stesse. Perciò, forse, quel che serve per abbandonare la posizione, è che vengano riconosciute la sofferenza e il coraggio. E dunque, ragazze, voglio dirvi che la vostra sofferenza ed il vostro coraggio mi sono chiari, palesi, evidenti. Che scorgo la vostra dolorosa arrampicata e posso sentire la lotta disperata verso una vita che ogni giorno incanta e sotterra. Voglio dirvi che il vostro coraggio potete adesso usarlo per fare qualcosa per voi stesse, non più contro voi stesse. E che lo sforzo che farete per percorrere la strada del ricovero, data la vostra volontà, si rivelerà sicuramente, alla lunga, un successo.
Jonny ammette che la sua non-progressione nel percorso di ricovero, è legata a una sua attuale non-volontà di fare passi avanti. ShadeOfTheSun quota le sue parole.
Di fronte a un commento del genere (e, Jonny, l’ho riletto un’infinità di volte) non posso che dire: rispetto. So che tutti i momenti della vita non sono uguali. Se anche solo 6 anni fa qualcuno mi avesse detto che un giorno io mi sarei dedicata a questo blog, avrei telefonato al CIM. Questo solo per dire che non tutti i momenti della vita effettivamente sono adatti per iniziare un percorso di ricovero. Ed è giusto che ciascuna si prenda i propri tempi ed inizi questo percorso nel momento in cui si sente pronta ad accettarlo senza riserve, altresì ne conseguirebbero inevitabili ricadute che servirebbero solo a rafforzare l’idea di fallimento e ad allontanare dalla strada del ricovero. Perciò, se sentite che adesso non siete pronte, aspettate il vostro momento. Ma, mi raccomando, non utilizzate l’attesa come una scusa. Il “momento giusto” non arriva dal cielo. Non è che vi svegliate una mattina e dite: “Oh, guarda un po’, oggi è la mia giornata, vai che inizio a combattere contro l’anoressia!”… no, non succede purtroppo. Siete voi che dovete crearvi il vostro “momento giusto”. Darvi un’opportunità. Perché in realtà non è vero che non volete combattere. Non è vero che volete passare il resto della vostra vita con l’anoressia. Perché nessuno sceglie e convive con un male percependolo come tale, ma solo se, per sbaglio, lo viene a considerare un bene rispetto a qualcos’altro che viene percepito come un male maggiore. È questo su cui dovete lavorare: su ciò che ci sta dietro. Perché sarà questa la chiave che darà l’avvio al vostro processo di cambiamento, alla vostra strada di ricovero. So cosa significa avere la vita dentro che avete voi, ragazze. È così tanta, talmente tanta che a volte sembra abbia il paradossale potere di uccidere.
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venerdì 27 gennaio 2012
Una domanda per voi: Perchè?
Ciao a tutte, ragazze!
Il post che scrivo oggi è diretta conseguenza dell’ultimo che ho pubblicato lo scorso Venerdì.
Perciò, voglio aprire questo post con una domanda. E la domanda è: cos’è che vi fa pensare che siete un fallimento e che non potrete mai raggiungere il livello di ricovero cui io sono adesso?
Il motivo per cui vi rivolgo questa domanda è perché dopo aver letto i vostri commenti a proposito del mio post precedente, e dopo aver letto anche alcune e-mail che mi sono arrivate al riguardo, nonché, più in generale, parlando, vuoi direttamente, vuoi tramite e-mail, con ragazze meravigliose, intelligenti, sensibili, creative, conosciute sia tramite blog sia nella vita di tutti i giorni, che stanno attivamente combattendo contro l’anoressia, che sono pienamente convinte di non voler rimanere impantanate nella melma di un DCA, mi sono ritrovata a sentire e a leggere cose come: “Io non riuscirò mai ad arrivare al punto in cui sei arrivata tu, perché non riesco neanche ad immaginare me stessa mentre mangio quel cibo o bevo quella bevanda; ed è bellissimo che tu invece ci riesca, ma io non penso proprio che ci riuscirò mai”, oppure “Non sentirsi un fallimento è una missione ardua... soprattutto per chi, come me, non accetta vie di mezzo. O è bianco o è nero, il grigio non esiste nella mia mente contorta”, o ancora “Tu sei molto più avanti di me nel percorso di ricovero, io mi sento un po’ una fallita perché mi sembra di non riuscire a fare passi avanti, e anche quando li faccio sono comunque troppo piccoli per portarmi da qualche parte”.
Questo mi ha fatto pensare molto, perché io ho sempre creduto (e detto anche qui sul blog) che un DCA è completamente diverso da persona a persona, perché ognuna di noi ha un diverso carattere e un diverso background, e ho detto anche più volte che pure il ricovero dall’anoressia è un qualcosa di diverso per ognuna di noi. È un processo, è un viaggio, più o meno lungo, che porta a dover fronteggiare problemi e situazioni differenti per ciascuna di noi, proprio perché ognuna di noi ha maturato l’anoressia per ragioni differenti. Certamente ognuna di noi avrà le sue motivazioni e le sue modalità d’intraprendere la strada del ricovero ma se cominciate a fare paragoni e soprattutto a pensare che il vostro “livello di ricovero” sia inferiore rispetto a quello di qualcun’altra, significa che non avete il giusto rispetto per voi stesse e per lo sforzo che state facendo, che sminuite il lavoro che siete riuscite a fare finora, e che non avete fiducia nelle vostre capacità di poter migliorare ulteriormente la vostra situazione… che non avete fiducia in voi stesse.
Perciò,vorrei innanzitutto dirvi che, invece, dovete avere fiducia in voi stesse perché è quello che avete bisogno di avere e che vi meritate. Conosco un sacco di persone che hanno fiducia in qualcun altro, e scommetto che ci sono un sacco di persone che hanno fiducia in voi e nella vostra capacità di combattere l’anoressia perciò, perché non volete essere voi le prime ad avere fiducia in voi stesse?
Inoltre, vorrei anche dirvi che non ha alcun senso che compariate la vostra strada del ricovero con quella di qualcun altro… semplicemente, è impossibile fare un tale tipo di comparazione. Si possono comparare due cose solo quando queste sono uguali. Posso comparare, per esempio, due penne biro e stabilire quale sia la migliore, vuoi per l’impugnatura, vuoi per il tipo d’inchiostro. Ma non posso comparare il ricovero di due persone, potrei farlo solo se queste persone avessero lo stesso background, gli stessi vissuti, la stessa situazione familiare, lo stesso carattere, lo stesso supporto medico e familiare… cosa, ovviamente, impossibile. E, dunque, anche il confronto è impossibile. È sempre impossibile, sempre.
Ma, allo stesso tempo, come non potete confrontare il vostro percorso di ricovero con quello di qualcun’altra, dovete riconoscere che ognuna di voi ha il potenziale di portare il proprio ricovero al livello di quello di qualsiasi altra persona. E se pensate che questo non sia vero, allora voglio che mi diciate il perché. Perché pensate che voi non ce la potete fare ad arrivare a un certo punto? Ecco quello che vi chiedo: cos’è che vi fa pensare che voi non arriverete mai al livello di ricovero cui sono io adesso? Perché quello che mi sento dire, o quello che leggo nelle mail e nei commenti del blog è: “Ma io non arriverò mai al punto cui sei arrivata tu”, oppure, soprattutto: “Grazie, grazie, grazie, grazie per questo tuo blog, grazie per il tuo aiuto, grazie per aver risposto alla mia e-mail, grazie per i tuoi consigli, grazie per quello che dici, grazie per quello che fai, il tuo blog e le tue parole mi aiutano moltissimo a combattere l’anoressia”, ma poi arriva l’inevitabile constatazione: “Tu sei forte, determinata e volitiva, ma io non lo sono tanto quanto te e quindi non riuscirò mai ad arrivare al punto cui sei arrivata te”.
Bene, penso che questo sia assolutamente falso. Se la pensate così, vi sbagliate. E perciò, vorrei che rivolgeste a voi stesse questa domanda, perché se la pensate davvero così, allora avete veramente bisogno di capire il perché. Perché la pensate così? Perché vi sentite così? Mi farebbe molto piacere se, nei commenti relativi a questo post o via e-mail, rispondeste a questa mia domanda.
In ogni caso, sappiate che non c’è alcuna ragione per cui percorrere la strada del ricovero non sia assolutamente possibile per ciascuna di noi. Perché è una strada dura e difficile, e tutte incontreremo problemi e difficoltà, ma tutte possiamo tirare fuori la grinta necessaria per superarle. Paradossalmente, è proprio il pensare “non ce la posso fare” che non vi permetterà di farcela, anche se ne avreste tutte le possibilità. Ma se riuscite a capire cos’è che vi spinge a pensare “non ce la posso fare”, ecco, allora avete in mano la chiave per superarlo.
Perciò, se vi va, rispondete alla mia domanda, nei commenti o via e-mail (veggie.any@gmail.com). Nel prossimo post, toccherò ciascuno dei punti che mi direte nelle vostre risposte.
Il post che scrivo oggi è diretta conseguenza dell’ultimo che ho pubblicato lo scorso Venerdì.
Perciò, voglio aprire questo post con una domanda. E la domanda è: cos’è che vi fa pensare che siete un fallimento e che non potrete mai raggiungere il livello di ricovero cui io sono adesso?
Il motivo per cui vi rivolgo questa domanda è perché dopo aver letto i vostri commenti a proposito del mio post precedente, e dopo aver letto anche alcune e-mail che mi sono arrivate al riguardo, nonché, più in generale, parlando, vuoi direttamente, vuoi tramite e-mail, con ragazze meravigliose, intelligenti, sensibili, creative, conosciute sia tramite blog sia nella vita di tutti i giorni, che stanno attivamente combattendo contro l’anoressia, che sono pienamente convinte di non voler rimanere impantanate nella melma di un DCA, mi sono ritrovata a sentire e a leggere cose come: “Io non riuscirò mai ad arrivare al punto in cui sei arrivata tu, perché non riesco neanche ad immaginare me stessa mentre mangio quel cibo o bevo quella bevanda; ed è bellissimo che tu invece ci riesca, ma io non penso proprio che ci riuscirò mai”, oppure “Non sentirsi un fallimento è una missione ardua... soprattutto per chi, come me, non accetta vie di mezzo. O è bianco o è nero, il grigio non esiste nella mia mente contorta”, o ancora “Tu sei molto più avanti di me nel percorso di ricovero, io mi sento un po’ una fallita perché mi sembra di non riuscire a fare passi avanti, e anche quando li faccio sono comunque troppo piccoli per portarmi da qualche parte”.
Questo mi ha fatto pensare molto, perché io ho sempre creduto (e detto anche qui sul blog) che un DCA è completamente diverso da persona a persona, perché ognuna di noi ha un diverso carattere e un diverso background, e ho detto anche più volte che pure il ricovero dall’anoressia è un qualcosa di diverso per ognuna di noi. È un processo, è un viaggio, più o meno lungo, che porta a dover fronteggiare problemi e situazioni differenti per ciascuna di noi, proprio perché ognuna di noi ha maturato l’anoressia per ragioni differenti. Certamente ognuna di noi avrà le sue motivazioni e le sue modalità d’intraprendere la strada del ricovero ma se cominciate a fare paragoni e soprattutto a pensare che il vostro “livello di ricovero” sia inferiore rispetto a quello di qualcun’altra, significa che non avete il giusto rispetto per voi stesse e per lo sforzo che state facendo, che sminuite il lavoro che siete riuscite a fare finora, e che non avete fiducia nelle vostre capacità di poter migliorare ulteriormente la vostra situazione… che non avete fiducia in voi stesse.
Perciò,vorrei innanzitutto dirvi che, invece, dovete avere fiducia in voi stesse perché è quello che avete bisogno di avere e che vi meritate. Conosco un sacco di persone che hanno fiducia in qualcun altro, e scommetto che ci sono un sacco di persone che hanno fiducia in voi e nella vostra capacità di combattere l’anoressia perciò, perché non volete essere voi le prime ad avere fiducia in voi stesse?
Inoltre, vorrei anche dirvi che non ha alcun senso che compariate la vostra strada del ricovero con quella di qualcun altro… semplicemente, è impossibile fare un tale tipo di comparazione. Si possono comparare due cose solo quando queste sono uguali. Posso comparare, per esempio, due penne biro e stabilire quale sia la migliore, vuoi per l’impugnatura, vuoi per il tipo d’inchiostro. Ma non posso comparare il ricovero di due persone, potrei farlo solo se queste persone avessero lo stesso background, gli stessi vissuti, la stessa situazione familiare, lo stesso carattere, lo stesso supporto medico e familiare… cosa, ovviamente, impossibile. E, dunque, anche il confronto è impossibile. È sempre impossibile, sempre.
Ma, allo stesso tempo, come non potete confrontare il vostro percorso di ricovero con quello di qualcun’altra, dovete riconoscere che ognuna di voi ha il potenziale di portare il proprio ricovero al livello di quello di qualsiasi altra persona. E se pensate che questo non sia vero, allora voglio che mi diciate il perché. Perché pensate che voi non ce la potete fare ad arrivare a un certo punto? Ecco quello che vi chiedo: cos’è che vi fa pensare che voi non arriverete mai al livello di ricovero cui sono io adesso? Perché quello che mi sento dire, o quello che leggo nelle mail e nei commenti del blog è: “Ma io non arriverò mai al punto cui sei arrivata tu”, oppure, soprattutto: “Grazie, grazie, grazie, grazie per questo tuo blog, grazie per il tuo aiuto, grazie per aver risposto alla mia e-mail, grazie per i tuoi consigli, grazie per quello che dici, grazie per quello che fai, il tuo blog e le tue parole mi aiutano moltissimo a combattere l’anoressia”, ma poi arriva l’inevitabile constatazione: “Tu sei forte, determinata e volitiva, ma io non lo sono tanto quanto te e quindi non riuscirò mai ad arrivare al punto cui sei arrivata te”.
Bene, penso che questo sia assolutamente falso. Se la pensate così, vi sbagliate. E perciò, vorrei che rivolgeste a voi stesse questa domanda, perché se la pensate davvero così, allora avete veramente bisogno di capire il perché. Perché la pensate così? Perché vi sentite così? Mi farebbe molto piacere se, nei commenti relativi a questo post o via e-mail, rispondeste a questa mia domanda.
In ogni caso, sappiate che non c’è alcuna ragione per cui percorrere la strada del ricovero non sia assolutamente possibile per ciascuna di noi. Perché è una strada dura e difficile, e tutte incontreremo problemi e difficoltà, ma tutte possiamo tirare fuori la grinta necessaria per superarle. Paradossalmente, è proprio il pensare “non ce la posso fare” che non vi permetterà di farcela, anche se ne avreste tutte le possibilità. Ma se riuscite a capire cos’è che vi spinge a pensare “non ce la posso fare”, ecco, allora avete in mano la chiave per superarlo.
Perciò, se vi va, rispondete alla mia domanda, nei commenti o via e-mail (veggie.any@gmail.com). Nel prossimo post, toccherò ciascuno dei punti che mi direte nelle vostre risposte.
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