Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 27 settembre 2013

Il trauma di avere un DCA

Pochi giorni fa, una lettrice di questo blog (che preferisce rimanere anonima) che mi ha dato il permesso di scrivere questo post utilizzando una parte di una e-mail che mi ha scritto, mi ha raccontato di un incubo ricorrente che la perseguita da alcune settimane. Riprendendo dunque quel che mi ha scritto:  

“[…] in sostanza sogno di essere ritornata al punto di partenza. Non succedono chissà quali disgrazie, chissà quali tragedie, ma provo una fortissima ansia poichè in questo sogno ci sono io che sono ricoverata nel reparto di psichiatria dell’ospedale della mia città, laddove ho svolto il mio primo ricovero. Ho toccato il fondo di nuovo. Ho avuto una ricaduta, anche se non saprei dire come o perché. So solo che mi sogno di nuovo in quella camera d’ospedale, con il personale che mi dice cosa, quando e quanto mangiare, che mi segue se vado in bagno, che si accerta costantemente che non faccia movimento, che dice a me, donna ventiseienne, quando andare a letto. Sempre lo stesso incubo, notte dopo notte. Mi sento intrappolata in quell’ospedale, completamente priva di speranza, e poi mi sveglio in preda all’ansia. Mi dovrei preoccupare? […]”

Un disturbo alimentare generalmente non viene considerato un Trauma-con-la-T-maiuscola. Perché è comunque in qualcosa cui possiamo opporci, contro cui possiamo combattere, che possiamo allontanare sempre un po’ di più dalle nostre vite, in funzione della nostra volontà, con adeguato supporto terapeutico. Dunque un DCA non rappresenta un trauma nel senso canonico del termine. Eppure, a suo modo, io credo che lo sia. No, non genera un disturbo post-traumatico da stress (DPTS), questo è vero, ma ciò non significa che una persona con un DCA non stia vivendo comunque un’esperienza traumatica.

Se cercate su Internet qualsiasi cosa metta in relazione l’anoressia/la bulimia con i traumatismi, vedrete che tutta la letteratura si concentra sul DPTS e sugli eventi traumatici che possono aver rappresentato la matrice di un DCA. Questa correlazione può essere assolutamente vera, e vale la pena che vengano condotti studi al riguardo, ma tutto ciò non risponde ad una domanda: quanto i DCA stessi possono essere considerati un evento traumatico?

Una persona che viene ricoverata o seguita ambulatorialmente deve mangiare quando non vorrebbe farlo, e mangiare alimenti che non vorrebbe assumere. Viene violato il suo bisogno di controllo assoluto. Ci sono medici pronti a pesarla, valutarla, rivoltarla come un calzino. Ci sono i ricoveri in ospedali o cliniche, ci sono i millemila commenti da parte di genitori, parenti, amici, colleghi, e completi estranei. C’è la perdita di anni di scuola o di lavoro, la perdita della possibilità di fare sport. La perdita di amicizie. E così via. Per alcune persone tutto questo rappresenta un Trauma-con-la-T-maiuscola, che conseguentemente genera un DPTS. Per altre persone, questo è soltanto un trauma-con-la-t-minuscola. Si trovano in difficoltà sul momento, ma non ne risentono particolarmente a lungo termine.

E questo non vale solo per chi vive l’esperienza dell’anoressia/bulimia, ma anche per i familiari: mi è capitato di parlare con i genitori di ragazze con un DCA, ed è venuto fuori che diversi di loro presentavano un DPTS in conseguenza del timore che avevano avuto di perdere le loro figlie, delle lotte quotidiane contro il loro rifiuto di alimentarsi adeguatamente, delle difficoltà della psicoterapia familiare.

Uno psichiatra, Mark Epstein, ha pubblicato un articolo sul “New York Times”relativo al “Trauma del sopravvissuto”.  

“Mentre noi siamo avvezzi a pensare ai traumatismi come inevitabile conseguenza di grandi sconvolgimenti,” scrive lo psichiatra “la vita quotidiana è piena di infiniti piccoli traumi. Le cose si rompono. Le persone possono ferire. Le zecche provocano la malattia di Lyme. Gli animali domestici scappano. Gli amici si ammalano, e talora possono anche morire.

Un trauma non è semplicemente il risultato di una serie di tragedie e disastri. Non colpisce solo una ristretta gamma di persone. Una corrente sotterranea di piccoli traumi è presente nella vita di tutti i giorni, e questi colpiscono in maniera subdola ma s’impregnano a fondo nelle persone. Mi piace dire che se non stiamo tutti soffrendo di un disturbo da stress post-traumatico, allora stiamo soffrendo di un disturbo da stress pre-traumatico. È impossibile vivere senza avere la consapevolezza di tutti i potenziali disastri. In un modo o nell’altro, la morte (o i suoi parenti: l’anzianità, la malattia, gli incidenti, le perdite, le separazioni…) incombe su tutti noi. Nessuno ne è immune. Il nostro mondo è instabile e imprevedibile, e funziona – in larga misura e nonostante l’incredibile progresso scientifico – senza che noi abbiamo alcuna possibilità di controllarlo.”
(mia traduzione) 

Capire che un DCA in sè per sè può essere un trauma, è un qualcosa che può richiedere anni. Perché non sembra un qualcosa di così grosso da poter essere definito, ipso fasto, traumatico. Certo, avere un DCA può essere apparentemente meno terribile rispetto ad altre esperienze (come per esempio la perdita di una persona cara), ma questo non significa che non lasci cicatrici.

Avere l’anoressia/la bulimia e vivere un ricovero, e dover combattere giorno dopo giorno è, a suo modo, profondamente traumatizzante, e non c’è poi granché altro da aggiungere. Non è un trauma come quelli che ci sono stati inculcati essere tali (stupro, violenza, abuso, perdita…), per cui tendiamo a non configurarlo come tale. Ma resta il fatto che, come l’e-mail che ho ricevuto da parte di questa ragazza conferma, alcune persone che pure sono ad un buon punto nella loro strada del ricovero dall’anoressia/bulimia, hanno comunque delle memorie traumatiche. È un qualcosa di reale, e le persone che lo vivono necessitano di aiuto esattamente come chi ha vissuto ogni qualsiasi altro tipo di traumatismo.

venerdì 20 settembre 2013

Quando ad avere un DCA è una mamma

Uno dei (falsi) luoghi comuni più diffusi a proposito dei DCA, è che queste patologie colpiscano soltanto le adolescenti. Certo, è vero che in molti casi l’esordio di un disturbo alimentare coincide proprio con l’età adolescenziale, ma la vita non si esaurisce nell’adolescenza. E allora, cosa succede quando queste adolescenti crescono? Il DCA non sparisce magicamente, e così la ragazzina continua a tirarsi dietro la patologia all’università, dopo la laurea, nell’età adulta, nelle relazioni, nella convivenza e durante un’eventuale gravidanza. Già, anche durante la gravidanza. Se c’è qualcuno che sta pensando che mettere al mondo un figlio trasformi istantaneamente una donna in una madre, mi sa tanto che si sbaglia di grosso. Ci sono alcune persone in cui l’esperienza di una gravidanza aiuta a combattere il DCA, altre in cui invece peggiora la situazione.

Dunque, cosa succede quando una donna torna a casa dall’ospedale insieme al suo partner, a suo figlio, e al suo DCA?

Prima di mettermi a scrivere questo post ho dato un’occhiata agli articoli che parlano di anoressia e gravidanza, e mi sono così accorta che nella maggior parte dei casi le donne incinta con un DCA vengono considerate delle egoiste. La premessa è che sono queste stesse donne che scelgono di essere malate, e quindi dovrebbero concentrarsi sul loro DCA e non pensare ad avere un figlio.

Okay, diciamo come la penso io: sì, una madre è responsabile della salute e della sicurezza dei propri figli; ma una donna non è soltanto una madre dal momento in cui partorisce. È una PERSONA, con tutti i suoi ghiribizzi e idiosincrasie e tutto quello che una persona può avere, per cui non deve sembrare una cosa così egoista e fuori dal mondo che una persona con figli possa avere anche un DCA.

Altra cosa: potremmo per favore smetterla con l’idea che le persone scelgano scientemente di quale malattia mentale ammalarsi, e di rimanere malate? Anche basta, eh.

E dunque, tra tutti questi falsi miti sulla femminiltà, maternità, e disturbi alimentari, com’è che si sente veramente una madre che ha un DCA? Dato che io non sono (né sarò) madre, per rispondere a questa domanda ho trovato un interessante articolo scritto dagli psicologi australiani Stitt e Reupert, che hanno intervistato 9 madri affette da DCA, per capire come possa essere barcamenarsi tra figli, lavoro, vita e una malattia mentale potenzialmente letale.

Cominciamo dal titolo. Il titolo mi ha fatto storcere il naso parecchio, però devo dire che il resto dell’articolo era interessante. Il titolo recita: “Madri con un disturbo alimentare: il cibo viene prima di tutto”. Quando l’ho letto, mi è venuto l’impulso di prendere a testate il monitor del computer. Ma che diamine… Certo, sicuramente il cibo condiziona la vita di una persona che ha un disturbo alimentare, ne altera le relazioni sociali e interferisce nella relazione madre-figli, ma non è in alcun modo totalmente rappresentativo di una persona che ha un DCA. Anzi, immagino che una madre con un DCA faccia di tutto per cercare di tener testa all’anoressia/bulimia/binge/DCAnas, nasconderla agli occhi dei propri figli, e cercare di conservare un’apparenza normale.

A parte questa considerazione sul titolo, l’articolo mi è piaciuto perché vengono intervistate queste madri, e credo che le esperienze di vita in presa diretta siano veramente utili ed importanti per documentare una realtà e farla comprendere.

Di queste 9 donne intervistate, 4 sono affette da anoressia, 4 da bulimia e 1 da DCAnas. Hanno tra 1 e 4 figli e tutte in passato hanno in qualche modo cercato di curare il loro DCA ricercando un aiuto professionale.

Ci sono 6 punti principali che vengono toccati nelle interviste:

• L’impatto che il DCA della madre ha sui figli
• Il modello proposto ai figli di un’alimentazione disturbata
• La priorità che il DCA riveste nella vita delle madri
• La motivazione al ricovero che può dare il fatto di avere dei figli
• La segretezza che circoscrive il DCA
• I trattamenti necessari

Tutte le donne dichiarano di avere difficoltà a stabilire dei limiti tra il loro DCA, i loro figli, e le loro relazioni sociali.

Una di queste donne dice: “Ho speso un sacco di tempo dietro alle ossessioni sempre presenti nella mia testa, tempo che ho rubato alla possibilità di fare cose insieme ai miei figli. Mi chiedo quanto tempo ho realmente perso, quante attenzioni gli ho sottratto, quante volte sono stata una madre assente?”

Tutte le donne intervistate, inoltre, dichiarano di sperare che il DCA non colpisca anche i loro figli, ma allo stesso tempo tutte ammettono che sono preoccupate all’idea che i loro figli possano copiare i loro erronei comportamenti alimentari.

Una mamma dice: “La mia più grande paura è cosa potrebbe succedere se mia figlia mi copiasse… Il DCA è la mia strategia di coping, e sono terrorizzata all’idea che lei possa rendersene conto e pensare qualcosa come: “Okay, la mamma fa così quando si trova di fronte a certe situazioni, quindi lo faro anch’io””.

Sebbene i figli accrescano le ansie materne per come possono influenzarli col loro DCA, è anche vero che per alcune di loro essi rappresentano una motivazione per mettercela tutta nel combattere contro il proprio DCA.

“Non voglio che le mie figlie crescano con una madre che sia in qualche modo disfunzionale” dice una delle intervistate “Sto cercando di combattere contro il DCA proprio per questo. Vorrei stare meglio per permettere alle mie figlie di crescere in un ambiente sano. Se non fosse stato per loro, onestamente o sarei morta, o sarei alle prese con una ricaduta dietro l’altra.”

Ci sono tuttavia delle difficoltà per queste madri per ricevere un trattamento adeguato: la maggior parte di esse nota come la stragrande maggioranza dei servizi offerti sia diretto alle adolescenti, a chi non ha una propria famiglia, e quanto sia difficile trovare un appuntamento per una donna che ha dei figli e lavora, e quindi ha dei tempi diversi rispetto a quelli di una ragazzina.

Una donna dice: “I terapeuti spesso non si rendono conto che non tutti hanno una babysitter, e che quindi la possibilità di seguire costantemente una terapia è condizionata dale necessità dei figli. Uno psicoterapeuta mi ha detto: “Se non puoi venire almeno una volta alla settimana, non si può lavorare in maniera efficace”. Io gli ho risposto: “Ci provo, ma se i miei figli sono malati e devo stare con loro, che ci posso fare?””

La conclusione dell’articolo (conclusione che, come il titolo, non mi piace) è che le donne con un DCA non riescono a gestire adeguatamente ed efficacemente né il loro DCA, né il loro ruolo di madre.

Penso che questa conclusione sia molto superficiale, e che sarebbe necessario andare più in profondità.

Per quanto le 9 madri intervistate riconoscano l’impatto avverso che un DCA può avere sui loro figli/e, alcune lo minimizzano. Tuttavia, è interessante notare come una di queste madri sottolinei il fatto che questa minimizzazione fa parte del proprio diniego relativo al DCA stesso. La vergogna associata all’avere un DCA in età adulta, e la conseguente necessità di nascondere il proprio disturbo alimentare agli occhi dei propri figli, è forse associato a questo diniego. Alcune madri sentono che per certe cose il DCA è prioritario ai loro figli ma, allo stesso tempo, trovano nei figli la spinta per continuare a combattere contro il DCA. Questo significa che queste madri cercando di destreggiarsi tra le richieste del DCA e quelle dei propri figli, e vengono sballottate dalle une alle altre, il che rende molto difficile uscire dall’impasse. Eppure, credo sia proprio su questa ambivalenza che gli psicoterapeuti potrebbero proprio efficacemente lavorare.

Pur non avendo vissuto in prima persona quest’esperienza, io credo che una madre con un DCA faccia del suo meglio per gestire sia il suo DCA, sia la sua responsabilità in quanto genitore. E il fatto che persista il falso luogo comune che le madri malate di anoressia/bulimia siano infantili, capricciose, egoiste, prive di voglia di guarire, non aiuta proprio per niente. Le madri con un DCA avrebbero bisogno di un trattamento costruito sulle loro necessità, sui loro tempi ridotti, sulla necessità di gestire lavoro, partner, figli, vita, contemporaneamente. Vivere con un DCA è estremamente difficile, sia per la persona malata, sia per i suoi familiari, ed è troppo facile scaricare la colpa su chi ne soffre. Un genitore con un disturbo alimentare ha un grosso impatto sui propri figli, e questo non può e non dev’essere ignorato. Una madre con un DCA sta male, e non dovrebbe essere indicata a dito come esempio di egoismo, ma aiutata. (Così come i suoi figli, non sto cercando di minimizzare le sofferenze di un figlio/a di una persona che ha un DCA, che certo si trova a dover sostenere una situazione difficilissima.) Penso che, a tal proposito, potrebbe essere molto utile la creazione di centri di terapia di gruppo sia per le madri che hanno un DCA, sia per i loro figli che risentono della situazione.

Ci vorrebbe più comprensione e supporto, e meno luoghi comuni e giudizi.

venerdì 13 settembre 2013

Perchè chi ha un DCA è (generalmente) un disastro nell'alimentazione intuitiva

Come ho scritto nel post di Venerdì scorso, credo che tutte le persone che hanno un DCA abbiano problemi con la corretta percezione delle sensazioni di pienezza/sazietà. Penso che ci siano molteplici fattori che rendono ragione di ciò, non ultimo il fatto che il DCA sia parte della propria vita da molto tempo. Ma immagino che questa non sia l’unica ragione.

Per cui, benvenute nello strano mondo dell’ “interocezione compromessa”. Per chi se lo stesse chiedendo, l’interocezione è la percezione dello stato interno del nostro corpo, della nostra interiorità. Comprende sensazioni come la fame, la stanchezza, l’emozione, il dolore, il disgusto, etc, ed è generalmente processata ed integrata in una regione del nostro cervello chiamata insula.

Vi riporto una breve descrizione dell’interocezione e dell’insula tratta da “Scientific American Mind”:  

“Siamo consapevoli se si è affamati o sazi, se ci fa caldo o freddo, se abbiamo prurito o sentiamo dolore quando i recettori presenti sulla pelle, sui muscoli e negli organi interni mandano segnali ad una regione del cervello chiamata insula. Questa piccola porzione di tessuto neurale è localizzata in una profonda piega del tessuto cerebrale più esterno, vicino alle orecchie. Essa coltiva al consapevolezza dello stato del corpo e, così facendo, riveste un importante ruolo nella consapevolezza di sé e nell’esperienza emotiva. I dati interocettivi si combinano a livello dell’insula con le informazioni che provengono dall’esterno dell’organismo: quest’area cerebrale, per esempio, connette il dolore acuto che proviamo quando tocchiamo una pentola incandescente, con il segno dell’ustione che compare sul palmo della mano”.
(mia traduzione) 

Numerosi studi hanno connesso l’ “interocezione compromessa” con lo sviluppo e il mantenimento di anoressia/bulimia. Uno studio recente pubblicato sulla rivista “Appetite”, ha scoperto che l’interocezione è correlata alla capacità che ha una persona di riuscire con successo nell’alimentazione intuitiva (“intuitive eating” – forse ne avete sentito parlare con questo nome). Migliore è la propria interocezione, migliore è la propria capacità di alimentarsi intuitivamente. (Herbert et al., 2013)

Il che spiega molto bene perché la stragrande maggioranza delle persone con un DCA (io in prima fila) sono un disastro con l’alimentazione intuitiva.

Personalmente, non ho mai formalmente messo alla prova la mia capacità di interocezione (sebbene esista un test per farlo – ve ne parlerò tra qualche minuto. Se conoscete il numero delle vostre pulsazioni cardiache a riposo perché praticate qualche sport a livello agonistico, e quindi fate spesso dei controlli per le visite medico-sportive (cosa che io faccio per lavoro), il risultato del test vi verrà falsato. Ma se non le conoscete, allora potrebbe essere divertente fare questo test.) ma conoscendo la mia generale incapacità in questo genere di cose, posso facilmente immaginare come la mia interocezione faccia più o meno schifo.

Comunque, tornando allo studio di cui vi accennavo, ecco cos’hanno scoperto i ricercatori.

Sono state valutate 111 studentesse universitarie della University of Tubingen, valutando la loro attitudine all’alimentazione intuitiva, i loro livelli di ansia nell’immediato e a lungo termine, e la loro interocezione. L’alimentazione intuitiva, per chi non lo sapesse, è definita come la capacità di: mangiare in risposta alla sensazione fisica (e non emotiva!!) di fame, scegliere liberamente cosa mangiare, e smettere di mangiare nel momento in cui si avverte la sensazione di sazietà. La cosiddetta “Intuitive Eating Scale” misura proprio questi 3 specifici aspetti dell’alimentazione intuitiva:

• permesso incondizionato a mangiare quando viene percepita la sensazione di fame qualsiasi cibo sia desiderato
• capacità di mangiare per fame fisica e non emotiva
• dipendenza da stimoli interni della fame su quando e quanto mangiare

È evidente che la corretta percezione degli stimoli interocettivi quali fame/sazietà è un elemento-chiave dell’alimentazione intuitiva. Ma nessuno prima d’ora aveva misurato la connessione tra le due cose.

Per testare l’interocezione, i ricercatori utilizzano il “Test del Battito Cardiaco” dove la persona che vi si sottopone è chiamata a sentire le proprie pulsazioni cardiache, senza misurarle formalmente. Le persone che hanno una buona consapevolezza interocettiva realizzano ottimi risultati riuscendo a valutare con ottima approssimazione il loro numero di battiti cardiaci al minuto, perché riescono in qualche modo a sentire il tu-tum del proprio cuore. Studi condotti in precedenza avevano svelato che il “Test del Battito Cardiaco” era molto buono per valutare i molti aspetti dell’interocezione come le sensazioni di fame/sazietà (Herbert et al., 2012), e che le persone affette da anoressia ottenevano a questo test risultati significativamente peggiori di tutte le altre donne (Pollatos et al., 2008).  

Testa la tua interocezione!! 

Gentile lettrice/lettore, questo è un semplice test che ti consentirà di valutare la tua capacità interocettiva – ovvero la tua capacità di valutare la tua fame, il tuo dolore, la tua temperatura corporea, etc. Per eseguirlo ti servono un cronometro (i cellulari hanno spesso questa funzione) e una calcolatrice. Adesso siediti su una comoda poltrona e respira profondamente. Quando ti senti rilassata, dai il via al cronometro e conta i tuoi battiti cardiaci per un minuto cercando semplicemente di sentirne il ritmo. (Non cercare il polso radiale o il polso carotideo toccandoti il polso o il collo, sennò non vale!) Scrivi su un foglio il numero di pulsazioni cardiache che ti pare di aver sentito in un minuto.

Poi, misura le tue pulsazioni cardiache al minuto normalmente: sentendoti il polso oppure appoggiando le dita sul collo. Aspetta 2 minuti, poi fai un’altra misurazione di questo tipo. Fai la media tra le 2 misurazioni ottenute in questo modo.

Calcola la differenza tra i battiti cardiaci al minuto che avevi stimato sentendoli, e quelli che hai effettivamente misurato. Prendi il valore assoluto di questa differenza, e dividilo per i battiti cardiaci al minuto effettivamente misurati. Togli da 1 il risultato ottenuto.
La formula è questa:

1 – ( |battiti cardiaci al minuto stimati – battiti cardiaci al minuto effettivi| / battiti cardiaci al minuto effettivi)  

Interpretazione del tuo risultato

Se il tuo risultato è maggiore o uguale a 0,80, la tua abilità interocettiva è molto buona.
Un risultato compreso tra 0,60 e 0,79 indica una moderata capacità interocettiva.
Un risultato inferiore a 0,59 è sinonimo di una scarsa capacità interocettiva.

Gli studi di cui vi parlavo prima hanno documentato che le persone capaci di ottenere buoni risultati al “Test del Battito Cardiaco” erano le stesse persone che se la cavavano bene con l’alimentazione intuitiva e ottenevano ottime prestazioni in termini di: mangiare per fame fisica e non emotiva, e capacità di rispondere agli stimoli interni.

Non sorprendentemente, le persone che riuscivano peggio nell’alimentazione intuitive erano le persone con un B.M.I. particolarmente basso o particolarmente alto. Il che correla molto bene con l’idea che le persone affette da un DCA che altera significativamente il loro peso corporeo sono le meno capaci di ascoltare i segnali di fame/sazietà del proprio corpo e che, viceversa, le persone che non hanno un DCA (e che, generalmente, hanno un B.M.I. compreso tra 18 e 25) e che mangiano quanto/quando hanno fame, mantengono più o meno il proprio peso anche se non ci pensano.

La capacità di realizzare un’alimentazione intuitiva viene spesso e volentieri vista come una sorta di apogeo nella “guarigione” da un DCA. Io penso invece che la flessibilità nell’alimentarsi sia una buona cosa, come può esserlo il cercare di capire quando si sia più o meno affamate/sazie, ma che una persona con anoressia/bulimia abbia bisogno di un aiuto un po’ maggiore di quello che l’alimentazione intuitiva potrebbe offrire naturalmente. È vero che sarebbe bello ricominciare ad alimentarsi con naturalezza però, nel momento in cui non ci riusciamo, penso sia giusto affidarsi ad un dietista/nutrizionista, che ci fornisca uno schema alimentare che ci consenta di mangiare in maniera adeguata senza far mancare niente al nostro organismo, sia in termini di energia che in termini di nutrienti.  

Voi cosa ne pensate?

venerdì 6 settembre 2013

L'altra faccia della medaglia della sensazione di fame: la sensazione di pienezza

Quando sono stata ricoverata in clinica sentivo un sacco parlare nella necessità per chi ha un DCA d’imparare a gestire la sensazione di fame. Non dico che parlare di questo sia inutile, assolutamente, ma ritengo che non sia l’unica variabile in gioco. La sensazione di pienezza rappresenta l’altra faccia della medaglia della sensazione di fame, eppure non riceve la medesima attenzione. Eppure io ho sempre trovato la sensazione di pienezza decisamente più difficile da gestire.

Uno dei più noti luoghi comuni che circolano a proposito dei DCA è che le persone affette da anoressia non abbiano fame. Non è difficile crederlo, poiché una frase che viene comunemente ripetuta dalle ragazze che hanno questo DCA, soprattutto quando la malattia è agli esordi, è: “No grazie, non ho fame adesso”. Penso che tutte non l’abbiamo detto almeno una volta, non è vero?!

Un’altra cosa interessante dei DCA, è che molte persone affette da anoressia riportano spesso, durante il loro percorso di riabilitazione nutrizionale, di avvertire la sensazione di sazietà precoce.

Partendo da questo dato di fatto, sono stati condotti numerosi studi di imaging cerebrale, ed è venuto fuori che esiste una base neurale che determina la comparsa di questa sensazione; non è dunque sorprendente il fatto che molte persone affette da DCA non riescano a percepire correttamente le sensazioni di fame e di pienezza.

Se ci pensate, vi accorgerete che quando si inizia un percorso di riabilitazione nutrizionale, la sensazione di fame si ripristina in tempi relativamente brevi. Questo non significa che si diventi rapidamente in grado di rispondere adeguatamente a questa sensazione: molto spesso infatti il senso di controllo indotto dall’anoressia è tale che anche se si sente la fame ci si impone di non mangiare. Sul non assecondare pensieri indotti dall’anoressia è naturalmente necessario lavorare con la psicoterapia. Il punto è che, a prescindere dal fatto che l’assecondiamo o meno, la sensazione di fame ricompare in modo relativamente rapido.

Viceversa, per quanto riguarda la sensazione di pienezza le cose sono più complesse. Per molto tempo si avverte una sensazione di sazietà precoce, che in un primo momento ha una base fisica perché il nostro apparato digerente è disabituato ad alimentarsi normalmente e regolarmente, poi ha senz’altro una base neurologica, e io credo che in parte abbia anche una base psicologica: il sentirsi piene giustifica lo smettere di mangiare senza sentirsi troppo in colpa perché non si sta seguendo l’ “equilibrio alimentare”: non mangio altro non perché non voglia seguire lo schema, ma perché davvero sono piena e non ce la faccio a mangiare nient’altro. Ovviamente, è un pensiero generato dall’anoressia: non si è veramente sazie, è solo che il DCA altera il senso di sazietà sia a livello fisico che a livello mentale.

Il problema è questo: anche dopo aver mangiato poco ci si sente come se avessimo già mangiato abbastanza. In realtà, non ci rendiamo veramente conto di quanto abbiamo mangiato: la sensazione di sazietà che si avverte non risponde ad un bisogno fisico, ma a uno stimolo mentale (patologico).

Questa tipologia di sensazioni può rendere molto difficile seguire il proprio “equilibrio alimentare” prescritto dalla propria dietista/nutrizionista, per cui, secondo me, quello che dobbiamo fare quando ci troviamo in una situazione del genere è cercare di ascoltare la parte razionale della nostra testa: in fin dei conti, sappiamo benissimo che il nostro schema alimentare è tarato perfettamente su di noi, è elaborato da una professionista ed è individualizzato, per cui quello che vi è scritto, quello che dobbiamo mangiare, è esattamente quanto ci serve per recuperare il peso perso (in un primo momento), o per mantenere il peso raggiunto (in un secondo momento). Non neghiamo le sensazioni di fame/sazietà che proviamo, ci sono e non ha senso ignorarle, però mettiamole momentaneamente da una parte, e ritiriamole fuori durante la psicoterapia, quando avremo modo di sviscerare con la nostra psicoterapeuta quali sono i problemi e le difficoltà che effettivamente nascondiamo dietro queste sensazioni correlate all’alimentazione. Mentre mangiamo, cerchiamo di far prevalere la razionalità, e di mangiare tutto quanto prescritto dal nostro “equilibrio alimentare”, anche perché più ci si riabitua a mangiare normalmente, meno queste sensazioni disagevoli si fanno sentire.

Quella che ho appena scritto è la mia opinione personale. Per la cronaca, il gold standard per la riabilitazione nutrizionale nelle prime fasi di un DCA quando c’è bisogno di recuperare peso è l’alimentazione meccanica, mentre il gold standard per l’alimentazione quando bisogna mantenere il peso raggiunto è la cosiddetta intuitive eating (alimentazione intuitiva). Su di me, nessuna delle due cose ha funzionato. E immagino di non essere la sola. Tuttora io seguo uno schema alimentare di mantenimento del peso che mi ha prescritto la dietista che mi segue. Se fossi lasciata a fare di testa mia, molto probabilmente ricomincerei a restringere. Non volontariamente, non intenzionalmente, ma credo proprio che lo farei. Ho bisogno di seguire il mio schema per avere un corpo sano. Questo è ciò che funziona su di me. So anche essere flessibile se è necessario, ma preferisco comunque, quando posso, mangiare seguendo il mio schema.

In realtà non ci sono ancora risposte scientifiche del tutto certe sulle sensazioni di fame e sazietà durante la riabilitazione nutrizionale. In ogni caso, resta il fatto che viene molto meno sottolineato (per lo meno, così mi è parso) l’aspetto della gestione della sazietà precoce rispetto all’aspetto di gestione della fame. Io penso che ambo le cose siano importanti, perché possono entrambe creare difficoltà a chi ha un DCA.

E voi cosa ne pensate? Avete mai avuto difficoltà nel riconoscere correttamente le vostre sensazioni di fame/sazietà? Come riuscite a gestire la vostra alimentazione? Se vi va, fatemi sapere come la pensate nei commenti.

venerdì 30 agosto 2013

Anoressia: Frasi positive

L’avevo realizzato qualche tempo fa, e salvato in una chiavetta USB che poi non ero più riuscita a ritrovare. Adesso è risbucata fuori, e dunque ecco qua: video per tutte/i voi in arrivo! ^___^ 

So che complessivamente non è un granché (a partire dalla telecamerina utilizzata per registralo, che avrà avuto 3 pixel a dir tanto…), però quello che conta non è la forma ma la sostanza, no?!...

Un abbraccio collettivo…

venerdì 23 agosto 2013

Dire di no alla campagna "Just say no (to anorexia)"

Come tutti/e i/le ragazzi/e nati/e negli anni ’80, ricordo molto bene la campagna “Dire di No alla Droga” che era molto in voga (per lo meno dalle mie parti) quando frequentavo le scuole medie. In seconda media mi ero messa anche a distribuire i volantini che erano stati portati dagli psicologi che tenevano questa campagna di prevenzione alle varie classi. Nell’ingenuità dei miei 12 anni, ero convinta che stavo facendo la cosa giusta, che avrei protetto tutti i miei compagni di classe da quei cattivoni dei pusher che avrebbero avuto la meglio su di loro se solo non si fossero messi a Dire di No alla Droga.

Ero una ragazzina tutto sommato aderente alle regole sociali più basilari. L’idea di fare qualcosa di palesemente illegale (a parte il non rispettare mai i limiti di velocità quando guido la macchina) non era nelle mie corde allora come non lo è adesso. Non mi è mai mancata una certa vena ribelle, soprattutto quando qualcuno mi provocava dicendomi che non ero capace di fare qualcosa – nel qual caso ce la mettevo tutta per dimostrare a chi me l’aveva detto che si sbagliava – ma se mi veniva detto che fare una certa cosa non era permesso, alla fin fine non la facevo. O, tutt’al più, trovavo giustificazioni semi-etiche per aggirare l’ostacolo. Ma la Veggie dodicenne non si rendeva conto che la tossicodipendenza era ben più del semplice essersi rifiutati di “Dire di No alla Droga”.

Dopo tutti questi anni, ne ho viste abbastanza per rendermi conto che le campagne di questo tipo non funzionano. Certo, la decisione di assumere sostanze stupefacenti o di bere alcoolici è una scelta, ma una dipendenza non è più una scelta. È ovvio che le persone che hanno maggiore probabilità di diventare dipendenti sono quelle che decidono di provare ad assumere queste sostanze, ed è su questo che agiscono tutte le molteplici campagne “Dire di No” che vengono proposte a scuola – sullo scoraggiare le persone ad assumere certe sostanze ancor prima che lo facciano. Ma la maggior parte delle persone magari inizialmente assume sostanze stupefacenti a cuor leggero, pensando che lo farà solo una volta, che non gli succederà mai di perdere il controllo e diventare dipendente. È qui che questo tipo di campagne falliscono: perché non riescono a far capire veramente quanto sia facile diventare dipendenti, e soprattutto come sia difficile staccarsene e quanto una tossicodipendenza possa devastare la vita.

Questo è noto da anni, non è cosa nuova. E allora perché, acciperbaccolina, esistono ancora persone nel mondo dei DCA che decidono di dar vita a una campagna “Dire di NO all’Anoressia”?!?

Mi riferisco alla campagna “Just Say No (to anorexia)" che è stata varata da un’importnte agenzia di moda brasiliana. Quest’agenzia di moda ha iniziato questa campagna che sta riscuotendo molto interesse. Accanto allo slogan “You are not a sketch. Just say no to anorexia” (“Non sei un disegno. Di’ di no all’anoressia”), appaiono due immagini: il disegno, il bozzetto disegnato da uno stilista, di una donna estremamente magra, affiancato alla fotografia di una modella, trattata col Photoshop in modo da farla apparire emaciata. A parole non rende bene, quindi vi posto l’immagine per farvi vedere esattamente cosa intendo.


Immagine tratta da: http://www.buzzfeed.com/copyranter/alarming-anorexia-ads-via-brazil

(click sull'immagine per ingrandirla)

(Sulla sinistra: il disegno di una donna magrissima. Sulla destra: una modella dimagrita artificialmente grazie al fotoritocco.)

Al di là del fatto che una campagna del genere proposta da un’agenzia di moda mi pare largamente ipocrita – per la serie “predico bene e razzolo male” – e di cattivo gusto, poiché non ha senso che le agenzie di moda si mettano a criticare una fisicità che loro stesse contribuiscono a creare, c’è un problema sottostante ben più grosso, a cui forse nessuno pensa abbastanza: è veramente possibile “Dire di No” in maniera fredda e sciente all’anoressia?

Sia attraverso i 5 ricoveri che ho fatto, sia tramite questo blog, ho avuto modo di conoscere molte persone con un DCA. La stragrande maggioranza di queste ragazze sapevano perfettamente, ancor prima di ammalarsi, quanto anoressia e bulimia fossero malattie pericolose, fisicamente e psicologicamente.

Io stessa, anche se fin dall’inizio ero perfettamente consapevole di quanto fosse anomala e insana la mia progressiva restrizione alimentare, pensavo che comunque andasse tutto bene perché comunque non adottavo nessuna condotta di compensazione, come credevo tutte le anoressiche facessero, perché io non volevo questo, volevo solo avere il controllo. Certo, all’epoca le mie conoscenze relative a quanto le persone con anoressia effettivamente mangiassero/vomitassero/facessero attività fisica compulsivamente/assumessero lassativi, erano senz’altro estremamente limitate, ma non è questo il punto. Anche quando ero proprio nel pieno dell’anoressia, non pensavo che una malattia del genere potesse veramente capitare a me. Pensavo che, se l’avessi deciso, avrei potuto smettere di restringere l’alimentazione in ogni qualsiasi momento e far tornare il mio rapporto col cibo spontaneo com’era prima. Pensavo che non ci sarebbero stati danni psicofisici residui. Pensavo di avere sempre e comunque quel controllo che tanto bramavo, e che l’anoressia stessa illusoriamente mi trasmetteva. Pensavo di essere troppo dannatamente intelligente per lasciarmi controllare dall’anoressia.

Questo è poi un po’ quello che mi hanno detto quelle pochissime persone che mi conoscevano che sono venute a conoscenza della mia anoressia nel momento in cui mi è stata diagnosticata: “Ho sempre pensato che tu fossi troppo intelligente per ammalarti di anoressia” (*). Nessuno lo ha detto con l’intenzione di ferirmi, ma il messaggio era chiaro: avrei dovuto saperlo meglio. Avrei dovuto tirarmene fuori prima. Niente di nuovo rispetto a quello che io stessa mi ero ripetuta millemila volte.

Per un po’ di tempo, l’ho pensato spesso: se solo avessi conosciuto veramente tutte le implicazioni mentali dell’anoressia, se solo avessi saputo cosa significasse avere la mente piena di ossessioni, se solo avessi avuto cognizione di quanto avrei danneggiato la mia salute, se solo avessi avuto la consapevolezza di quanto avrei mandato a puttane la mia vita con questo disturbo alimentare, non avrei mai provato a restringere l’alimentazione come se questo fosse il miglior modo per sentire che avevo il controllo su tutto, fame compresa. Tuttavia, adesso ho smesso di pensarla così. Perché? Perché so benissimo che l’avrei fatto ugualmente a prescindere da quante e quali informazioni avessi avuto. Perché nel momento in cui ho iniziato a restringere l’alimentazione avevo comunque bisogno di avere la sensazione di poter controllare ogni singolo aspetto della mia vita. Perché non si sceglie un male sapendolo tale, ma solo se, per sbaglio, lo si vede come un bene rispetto ad un qualcos’altro che viene percepito come un male maggiore. A scuola avevo assistito anche a delle campagne di sensibilizzazione relative ai disturbi alimentari, per cui teoricamente conoscevo i danni fisici e mentali prodotti dall’anoressia. Cionnonostante, non avrei mai pensato che mi sarei ritrovata, a poco più di 16 anni, a subire un ricovero coatto a causa della massiva perdita di peso che avevo realizzato nel giro di 2 anni. Pensavo che sarei riuscita in qualsiasi momento a “Dire di No”.

Il punto è: NON SI PUO’ SEMPRE “DIRE DI NO”.

Penso che sarebbe sciocco creare una campagna “Dire di No” alla schizofrenia o al disturbo bipolare. La canzone “Don’t Worry, Be Happy” non è un grido di battaglia anti-depressione, ed è giusto così.

Inoltre, le campagne come questa “Just Say No (to anorexia)" spostano il carico dell’anoressia totalmente sulle spalle di chi ne soffre. Come tutti hanno sempre pensato, il mio problema è stato che non sono stata capace di dire di no all’anoressia. Il problema, dunque, è la malata, non la malattia. Il problema, come ho già scritto più e più volte, non ha niente a che vedere con i cosiddetti “ideali di magrezza” proposti dai mass media, che possono dunque facilmente affrancarsi da ogni qualsiasi contributo gli possa essere ascritto in merito alla patogenesi dei DCA. Il problema è che, se le stesse agenzie di moda elaborano campagne anti-anoressia sul modello di quella di cui ho parlato in questo post, sottolineano il fatto (erroneo!) che l’anoressia sia tutta colpa delle malate che sono state troppo dementi non riuscendo a “Dire di No”.

Ma non è così che funziona un DCA. Perciò, e non sto facendo dell'ironia, se qualcuno riesce a capire l’utilità di campagne come questa “Just Say No(to anorexia)", allora gentilmente me la spieghi, perché io proprio non ci arrivo.


(*) Giusto per mettere i puntini sulle “i”, vorrei chiarire cosa credo pensassero le persone che mi hanno detto una cosa del genere. Io immagino che queste persone volessero dire che loro pensavano che, dal momento che io ero consapevole di quanto fosse pericolosa l’anoressia, avrei dovuto prevenirla e non ammalarmene. E che per loro era frustrante il vedere quanto fossi malata, consapevole di esserlo, e allo stesso tempo incapace di uscirne fuori. Per chi non abbia vissuto l’anoressia sulla propria pelle, sembra ovvio che se restringere l’alimentazione comprometteva la mia salute fisica e mentale, io avrei dovuto smettere di farlo, punto e basta. Ma un DCA non è matematica. Mentre parlavamo utilizzando frasi del genere, non credo che né io né gli altri avessimo smesso di pensare all’anoressia come ad una scelta totalmente sciente.

venerdì 16 agosto 2013

“Può una persona che ha attraversato un DCA, e ne porterà i segni, approcciarsi alla professione di psicoterapeuta con successo?”

Come promesso nel post precedente, lo spazio di oggi è dedicato alle vostre risposte alla domanda di LookingForM, ovvero: “Può una persona che ha attraversato un DCA , e ne porterà i segni, approcciarsi alla professione di psicoterapeuta con successo?”. 

La domanda si apre ad un’estrema soggettività d’interpretazione e di risposta, ed infatti le vostre opinioni che mi sono pervenute (ringrazio tutte coloro che hanno risposto: siete state gentilissime, GRAZIE!!), sono inevitabilmente molto eterogenee. 

In effetti, credo che sia una tematica sulla quale è impossibile dare una risposta unitaria ed oggettiva.

Se mi venisse chiesto: “Veggie, pensi che tu potresti approcciarti alla professione di psicoterapeuta con successo?” La, mia risposta sarebbe: “No.” Ma questa è una risposta che vale solo e soltanto per me. Personalmente (ripeto: personalmente) non credo proprio che potrei mai lavorare come psicoterapeuta nel campo dei DCA, e questo proprio perché ho vissuto/sto vivendo in prima persona l’anoressia. Mi spiego: da quando mi sono laureata ed ho iniziato a fare tirocinio per almeno 8 ore al giorno, mi sono resa conto che, per l’efficacia terapeutica, una certa tipologia di rapporto medico-paziente è fondamentale. La compliance terapeutica è tanto maggiore quanto più il paziente riconosce la competenza del medico, ergo si fida di lui/lei. Il riconoscere un medico come “competente”, presuppone che, più o meno inconsciamente, il paziente si ponga su un livello diverso rispetto a quello del medico stesso (diverso, NON inferiore!!). Il che, a sua volta, presuppone che il medico comprenda il vissuto del paziente, ma non lo capisca, sia presente insomma un distacco emotivo – non inteso nel senso che il medico dev’essere un cubetto di ghiaccio alla Dottor House, anzi, a mio avviso un buon medico dev’essere sempre gentile, disponibile, pronto a spiegare sempre le cose al paziente, e comprensivo… ma non si deve spingere oltre un certo limite di “socievolezza”, ci dev'essere un certo distacco emotivo, che permette al medico di ragionare ed agire con lucidità ed in maniera mirata. [Il che spiega, banalmente, come mai i propri famigliari/parenti/amici, spesso e volentieri non sono effettivamente i migliori/medici psicoterapeuti per una persona.] Viceversa se io, che ho vissuto/vivo l’anoressia, mi mettessi in relazione con una paziente che ha il mio stesso background di malattia, il rapporto che c’instaurerei, per come sono fatta, sarebbe più un rapporto “amicale” perché ci riconosceremmo come “simili”, data la grande entità di quello che ci accomuna, e questo farebbe sì che la relazione terapeutica ne risentirebbe negativamente. Per questo affermo con convinzione che io non sarei una buona psicoterapeuta per chi ha un DCA. Però ovviamente questo vale solo e soltanto per me stessa. 

Detto questo, le vostre risposte (nell’ordine in cui mi sono pervenute). 

Sarah995 
Io credo che, chiunque abbia attraversato un DCA, possa poi dedicarsi alla professione di psicoterapeuta con successo e che, anzi, forse riuscirebbe ad avere più empatia con i propri pazienti dato che sarà passato anche lui dalle stesse situazioni prima di uscire dall'anoressia. Inoltre, credo eviterebbe di fare qualche domanda scomoda o avere qualche comportamento che prima risultava a lui fastidioso. In pratica, a mio parere, uno psicoterapeuta che ce l'ha fatta a lottare contro l'anoressia sarebbe in grado di comprendere maggiormente chi sta aiutando. 

Hellie 
Sì, si può. Freud diceva che l'analista procede con la terapia fin dove non incontra le proprie resistenze. Ciascuno di noi, dca o meno, è sensibile ad alcune tematiche, ma ciò non vuol dire non poter riuscire a coronare i nostri sogni. Il primo lavoro da fare è su di noi, per superare i nostri limiti, i nostri punti oscuri. L'unica cosa che ci impedisce di riuscire è la paura.  

Lauretta 
La mia risposta alla domanda è "lo spero" dato che sto studiando per diventare psicologa, e ho attualmente un dca non meglio identificato…  

MughettoV 
A mio parere, sì, è possibile. Ci sono tante persone che si avviano alla carriera sociale o comunque sanitaria proprio perché hanno vissuto in prima persona tali problematiche. Piena comprensione, pieno supporto. Specie per questo tipo di problema, si sente subito la differenza da una persona che l'ha vissuta con una che non l'ha vissuta. Lo psicologo deve poter capire A FONDO il malessere del paziente, e quindi non basta studiare su qualche libro. Ci vogliono doti umane, quali l'empatia. Beh, ragazze mie... chi più di noi ha empatia? 

Wolfie 
Di fronte a questa domanda, mi viene spontaneamente da rispondere con un’altra domanda: perché mai una persona che ha vissuto sulla propria pelle l’inferno di un dca dovrebbe aver voglia di continuare a stare immersa in quella sofferenza? Credo che già da questo sia intuibile come la penso sull’argomento. Penso che sia molto, molto difficile che una persona che ha avuto un dca possa poi essere una buona psicoterapeuta. Perché certe cose le abbiamo vissute su di noi, e ci hanno fatto male. Poi, se per lavoro dobbiamo avere quotidianamente a che fare con persone che portano su di sé quello stesso dolore, e cerchiamo di farcene carico, ci arriva addosso una “bomba emotiva”. Quindi io m’immagino che, se una persona che ha vissuto un dolore grande come quello di un dca si immerge per lavoro tra persone che hanno quello stesso dolore, nel giro di poco tempo avrà bisogno lei stessa di una psicoterapia, perché è sottoposta ad un carico emotivo troppo grande. Di certo una persona che ha avuto un dca avrà una grande capacità di capire ciò che provano le sue pazienti, e questo sarebbe anche positivo, però poi secondo me questa grande capacità le si ritorce contro, facendola soffrire non solo per sé, ma anche per tutte le ragazze di cui si deve far carico, che stanno soffrendo, perché vedere sugli altri le stesse sofferenze che abbiamo vissuto noi è micidialmente doloroso. 

Jonny 
È indubbio che una persona che abbia vissuto un disturbo alimentare possieda capacità di empatia proprie di chi ha un determinato vissuto sulle spalle, un’empatia che deriva dall’esperienza vissuta, e non da una mera lettura di testi universitari, che permette di permeare realmente a fondo il sentire delle proprie pazienti. Tuttavia, mi chiedo quanto questo mestiere possa giovare alla persona stessa che lo svolge. Mi pare che per una persona che ha avuto un disturbo alimentare, scegliersi un lavoro in quel campo sia un modo per rimanere comunque vincolata alla malattia. Quando la propria vita ruota per tanto tempo intorno all’anoressia, quando l’anoressia – seppure in maniera patologica – diviene il centro della propria vita per tanti anni, diventa veramente difficile il riuscire a concepire un futuro senza il dannato disturbo alimentare. Per cui, una persona che ha avuto problemi alimentari, e che poi vuol fare la psicoterapeuta, mi fa pensare a una persona che vuole rimanere in qualche modo attaccata all’anoressia, pur magari non restringendo più l’alimentazione. Insomma, una sorta di scusa per continuare una vita coll’anoressia, ma in maniera apparentemente più “sana”, una auto-giustificazione, una auto-presa-per-il-culo ben congegnata per restare comunque, in un certo qual modo, entro il problema. Peraltro, mi sembra pure un po’ presuntuoso da parte di una persona che “si porta ancora addosso i segni di un DCA”, decidere di “curare” per professione gli altri, pur non essendo neanche stata pienamente in grado di curare se stessa. Infine, lavorare come psicoterapeuta significa far girare gran parte della propria vita attorno alla malattia, interagire costantemente con persone malate, reiterare più e più volte nell’ascolto dei soliti discorsi patologici, e non penso proprio che questo giovi a chi in passato ha già avuto problemi d’anoressia, anzi, mi pare un trigger di portata non indifferente per favorire le ricadute. Poi, cazzo, questa è solo la mia opinione, e ognuno sceglie per la propria vita, ci mancherebbe altro, solo che l’idea di fare la psicoterapeuta non mi sembra proprio la più brillante che una persona con problemi d’anoressia o di bulimia potrebbe avere. 

Connie 
Per rispondere a questa domanda spiegando come la penso, inizio citando un’autrice giapponese che mi piace tantissimo: “Sai, si dice che gli essere umani siano divisi in sunshine, le persone solari, e moonshine, quelle lunari. I sunshine emettono luce propria, e riescono persino ad illuminare le altre persone. I moonshine riescono a splendere per la prima volta solo grazie alla presenza dei sunshine. Sia io, sia lei, siamo come la luna. Io posso capire i suoi sentimenti ma non ho la forza per cambiarla. Penso che invece tu, dicendo "così non va bene" abbia la forza necessaria per trascinarla.” Io credo che questo discorso, completamente decontestualizzato, valga anche per i DCA. Ed è per questo che credo che una persona che ha avuto un DCA difficilmente potrà essere una psicoterapeuta veramente valida. Di certo chi ha vissuto queste malattie avrà una sensibilità ed un’empatia estremamente spiccate, ma quello che veramente conta secondo me in una psicoterapia, non è quanto la terapeuta mi capisce, ma quanto riesce ad aiutarmi a trovare soluzioni che mi permettano per lo meno di raggiungere un equilibrio. Se io vado da una terapeuta e le riferisco un mio vissuto, non m’importa sentirmi dire un “Ti capisco, perché ci sono passata anch’io”. Se voglio sentirmi dire una cosa del genere, vengo su questo blog (o su altri simili) poiché è fondamentalmente improntato alla condivisione, senza alcuna pretesa terapeutica. Ma se vado in terapia, è perché voglio sentirmi dire “Okay, su questo problema possiamo provare a lavorarci così e cosà”, voglio qualcuno che sappia darmi un aiuto concreto. Qualcuno mi dirà che le due cose, comprensione e aiuto concreto, possono coesistere, ma io non credo che sia così scontato. Con le persone anoressiche o bulimiche che ho avuto modo di conoscere durante un ricovero, mi sento profondamente affine, ma ho sempre tracciato una linea di confine nel mio relazionarmi a loro. “Più avanti di così non vado”: ecco cosa penso. A relazionarsi con persone che hanno vissuto questa malattia, anche se poi magari hanno studiato per poter legittimamente diventare psicoterapeute, si finisce comunque per rimestare nella malattia. La psicoterapeuta che mi segue attualmente non ha mai avuto un DCA. So che, perciò, non può capire veramente e fino in fondo quello che le dico quando le parlo dell’anoressia. Ma proprio perché si tratta di una persona che non è in grado di identificarsi in questa malattia, forse è in grado di scovare quelle risposte che una terapeuta “interna” alla malattia, che guarda nella mia stessa direzione, con i miei stessi occhi, non potrebbe mai riuscire a trovare. 

Volendo stilare una conclusione, direi che non esiste risposta oggettiva per la domanda di LookingForM. 

Cara LookingForM, la risposta alla tua domanda, dunque, potrai svelarla soltanto tu stessa, un domani. Non si può sapere a priori se una persona che ha vissuto un DCA possa essere o mano una buona psicoterapeuta… se è però questo il mestiere che pensa le piacerebbe svolgere, dovrebbe comunque provarci. Poi sarà la vita, passo per passo, a svelare se quella scelta professionale si è rivelata buona o meno. E, in tutti i casi, esiste sempre e comunque la possibilità di proseguire per la strada che si è intrapreso – se si vede che è proprio ciò che calza a pennello – o di cambiare spostandosi su qualcos’altro. Non penso che esistano delle “Certezze” per antonomasia… penso solo che bisogna andare avanti facendo quello che riteniamo migliore per noi stesse… e sarà un domani la vita a stabilire quello che di certo il futuro potrà riservarci.

venerdì 9 agosto 2013

Una lettera per chi sta combattendo

Mie care guerriere della luce che state combattendo contro l’anoressia/la bulimia/il binge/un DCAnas,

forse in questo momento state male. Vi sembra che il vostro DCA sia più forte di voi. Non sapete da che parte sbattere la testa. Lo leggo spesso nei vostri blog, sento spesso questa sensazione d’impotenza nei confronti del disturbo alimentare. Ma penso che, se nonostante tutto siete qui a leggermi, vuol dire che state cercando di tenere duro. Che la vostra scintilla non si è spenta. Sono preoccupata per voi? Sì. Ma credo che ce la possiate fare? SI. Sempre. Perché? Perché so che siete forti abbastanza. E so che lo siete perché continuate a combattere, perché non vi arrendete. So che quello che si sceglie è il sintomo, ma nessuno sceglie il disturbo alimentare in sé, con tutte le devastanti conseguenze che esso ha nella vita quotidiana… però tutte possiamo scegliere la strada del ricovero. Siate coraggiose, siate forti, fatelo per voi stesse: fate questa scelta. Il mondo ha bisogno di voi – delle vere voi stesse, quelle bellissime e meravigliose, non quelle malate e compromesse.

Sono assolutamente certa che ciascuna di voi sia ben più forte del suo DCA. So che siete delle guerriere. Ve lo siete dimenticato?

 Non posso lasciarvelo dimenticare. Non ve lo lascerò dimenticare. Non dovete permettere a qualche ricaduta di affossare tutti i progressi che nel frattempo avete fatto. Voi meritate il meglio, e combattere contro l’anoressia è l’unico “meglio” possibile. Credetemi. So quant’è difficile – so che a volte si vorrebbe mandare tutti e tutto a fanculo, e ricominciare a restringere l’alimentazione perché così tutto sembra più facile. Ma voi non siete delle perdenti. E l’anoressia può anche sussurrarvi che restringere l’alimentazione è l’unico mezzo che avete a disposizione per controllare tutto della vostra vita, ma è nient’altro che una delle tante bugie che essa racconta. È tutta fuffa.

So quali traguardi potete raggiungere – anche se ci vorrà un sacco di tempo e un sacco di fatica. So che potete fare tanto grazie alla vostra volontà, grazie all’aiuto professionale di psicologi, psichiatri e dietisti, e grazie al supporto delle persone che vi vogliono bene. Perché intorno a voi ci sono veramente persone che vi vogliono bene… ma non per la vostra fisicità, il vostro peso, quanto (non) mangiate, o quanta attività fisica fate; ma persone che vi vogliono bene per la vostra determinazione, il vostro coraggio, la vostra bellezza interiore, la vostra intelligenza, la vostra simpatia, la vostra realtività e la vostra ironia.

E la sapete una cosa? Se continuate a combattere, poco a poco le cose andranno meglio. C’è una parte di voi che magari continua a pensare che starà meglio solo se continuerà con la restrizione alimentare e con tutti i pensieri tipici del DCA… ma è sbagliato. Semplicemente. E non voglio che pensiate che possa essere così, perché se lo pensate allora è l’anoressia che vi fa ragionare in questo modo, non siete voi.

So che a volte tutto sembra essere troppo. So che a volte percorrere la strada del ricovero sembra una cosa troppo dura, troppo difficile, troppo faticosa, troppo invasiva, troppo opprimente. E so che vorreste gridare: “Non è quello che voglio! Io voglio continuare a restringere l’alimentazione! Voglio avere il controllo!” – ma è l’anoressia che vi fa parlare così. E ogni volta che credete che l’anoressia vi stia dicendo la verità, ogni volta che cedete alla malattia, state perdendo una parte di voi stesse.

E io non voglio che vi danniate per una malattia. Non voglio che vi perdiate per l’anoressia.

Per questo continuerò a ripetervi di tenere duro e di mandare a fanculo l’anoressia, di farle mangiare merda. E continuerò a credere in voi anche quando avrete delle ricadute – perché credo che abbiate tutta la forza e la volontà per rialzarvi. E sappiate che, se avete voglia di sfogarvi, di piangere, di gridare, di arrabbiarvi, di sclerare, le mie spalle sono grandi abbastanza per tutte voi. Qualsiasi cosa, purchè non vi facciate fregare dalle bugie che racconta l’anoressia. D’accordo?

So che è dura. So che è dannatamente dura. So che a volte è un inferno. Ma il giorno giusto per combattere è “oggi”. E voi ce la potete fare.

No, ce la potete fare.

No, CE LA POTETE FARE. 

Okay?

Vi voglio bene. Continuiamo a combattere.

Tutto il mio amore,

Veggie 

P.S.= Ho ricevuto tramite e-mail un’interessantissima domanda da parte di LookingForM, che chiede: “Può una persona che ha attraversato un DCA , e ne porterà i segni, approcciarsi alla professione di psicoterapeuta con successo?”. Poiché penso che la risposta a questa domanda sia soggettiva, la giro a voi: che ne pensate?
Se vi va, mi farebbe molto piacere se mi rispondeste tramite mail all’indirizzo: veggie.any@gmail.com
Nel post di Venerdì prossimo riunirò e pubblicherò tutte le vostre risposte!
Grazie in anticipo a chi risponderà!!

venerdì 2 agosto 2013

Le cose che possono rimpiazzare l'anoressia

Scoprendo l’acqua calda, una delle cose che credo possa aiutare di più nella lotta quotidiana contro l’anoressia, è il trovare qualcosa che sia per noi interessante e coinvolgente come lo è stata a lungo l’anoressia stessa. Nel momento in cui si decide di combattere contro l’anoressia, infatti, c’è bisogno di avere per lo meno una ragione che mantenga la nostra motivazione. È relativamente facile rimanere “recovery-oriented” fino a che siamo ricoverate in una clinica, non lo è altrettanto quando ci troviamo, al momento della dimissione, a re-immergerci nella nostra vita quotidiana. Una delle cose che rende più difficile il mantenere la motivazione nel momento in cui si viene dimesse è l’improvviso venire meno del supporto fornito sia da tutti i medici che lavorano nella clinica, sia dalle altre ragazze ricoverate. L’altra cosa che manca, spesso, è un qualcosa di concreto per cui poter dire che vale la pena combattere contro l’anoressia. Ed è questo qualcosa che sarebbe importante riuscissimo a trovare.

In parole povere: occorre cercare di dare più importanza ad altre cose, quali che siano, e cercare poco a poco di costruirsi una vita autonoma al di là dell'anoressia, poiché nel momento in cui si arriva ad avere una vita che compendia numerosi interessi “sani” e positivi, ci si rende conto che l’anoressia non ci serve più poi così tanto.

Non fraintendetemi, non penso che questa sia la cura tout-court per l’anoressia. Anzi, credo che pur trovando interessi che non hanno niente a che vedere col DCA, si abbiano comunque ricadute più o meno pesanti (per lo meno, questa è stata la mia esperienza). Trovare cose da fare che derogano completamente dall’anoressia non è la bacchetta magica della guarigione né la panacea, ma penso che possano aiutare ad allontanare la testa da certi pensieri ossessivi, nonché a scoprire un angolo di mondo che ci offre opportunità positive che ci possano far sentire che allora vale veramente la pena il cercare di distaccarsi quanto più possibile dal DCA per poterci dedicare ad altro. Trovare un qualcosa che ci faccia sentire che, ributtandoci del tutto nell’anoressia, avremmo qualcosa da perdere. Trovare qualcosa che ci stia veramente a cuore. Perché questo può fare una significativa differenza.

Personalmente, il mio lavoro come istruttrice ed arbitro di karate, e i miei studi e tirocini universitari, si sono col tempo rivelati cose in grado di prendere il posto dell’anoressia. Vuoi perché mi hanno dato qualcosa da pensare al di là del DCA, vuoi perché sono attività che mi hanno veramente interessata e presa molto. In poche parole, sono cose che mi piace tantissimo fare, e che mi danno soddisfazione.

Penso che questa possa essere universalmente considerata una buona cosa.

Tuttavia.

(c'è sempre un "tuttavia" in tutto ciò che faccio... ^__^")

Fin da piccola ho sempre avuto un carattere molto “quadrato”, analitico e tendente al controllo, ben prima dell’anoressia. E ho avuto un carattere “quadrato”, analitico e tendente al controllo durante il periodo peggiore dell’anoressia. Per cui, penso che nessuno si sorprenderà se dico che sono ancora oggi fatta così.

La differenza sta nel fatto che prima concentravo tutti questi miei aspetti caratteriali solo ed esclusivamente sull’anoressia, rinfocolando continuamente la malattia, adesso ho la possibilità di spaziare su cose decisamente più sane.

La principale difficoltà del trovare interessi che non abbiano niente a che vedere con l’anoressia sta nel fatto che siamo noi a dover decidere tutto, come se fossimo delle lavoratrici freelance: siamo noi a dover ripartire i nostri impegni durante la giornata. Certo, se una persona studia ci sono delle date in cui si svolge la sessione di esami (o il compito in classe, o l’interrogazione), e se una persona lavora ci sono delle scadenze da rispettare, ma in generale si è libere di scegliere come ripartirci quel che c’è da fare quotidianamente. E qui può nascere un problema, ovvero il non aver abbastanza da fare. Perché non si lavora/studia/fa sport 24 ore su 24, e quindi rimangono dei tempi morti in cui il DCA torna all’attacco.

L’anoressia non muore, non svanisce come per magia, bisogna tenerle testa.

Ed è proprio quando l’anoressia ci suggerisce di restringere l'alimentazione, che essa si sta mangiando noi, la nostra vita, la nostra libertà. E in quei momenti in cui non si ha niente da fare, perciò, tornano i soliti pensieri, il timore che non saremo mai abbastanza, che prima o poi manderemo tutto a puttane e ricadremo in pieno nel DCA, che lo studio finirà e non sapremo più come riempire il tempo. Perciò, dobbiamo acquisire la consapevolezza che questi sono solo pensieri indotti dal disturbo alimentare: capire che non siamo destinate a niente, ma siamo noi che ci costruiamo il nostro futuro giorno dopo giorno. Capire che quegli spazi ancora vuoti possiamo riempirli con qualcos’altro, perché l’unica cosa veramente vuota è l’anoressia stessa.

L’unica cosa cui bisogna stare attente è che il lavoro/lo studio/lo sport non prenda il posto dell’anoressia anche per quello che concerne gli aspetti negativi: perché se l’ansia che prima riversavamo sull’anoressia finiamo per riversarla sull’attività che la sostituisce, il lavoro/lo studio/lo sport diventerà un inferno e non sarà di alcun aiuto. Bisogna approcciarci ad altre attività/hobby NON con la smania di dedicarsi ad esse come delle ossesse, e di ottenere solo i risultati migliori possibili, perché sennò non se ne scaturiranno altro che frustrazioni; occorrerebbe piuttosto scegliere cose che ci interessano e che svolgiamo con piacere, cercando di non fissarci sui risultati.

Non voglio dire che questo sia facile, anzi, tutt’altro: io per trovare cose che veramente m’interessassero e potessero fornirmi una valida alternativa all’anoressia ci ho impiegato anni ed anni, con un bel po’ di ricadute in mezzo. Però alla fine sono riuscita a trovare delle cose che quotidianamente mi motivano a non mollare la presa, e a continuare a combattere contro l’anoressia, perché se mi arrendessi ora avrei veramente tanto da perdere. Per cui quel che dico, semplicemente, è che non è facile, ma ne vale la pena. 

È lontanissimo dall’avere una bacchetta magica, ma io credo che impegnarci per ricercare cose che c’interessano e dedicarci ad esse, è una cosa che TUTTE possiamo fare, nessuna esclusa. Non cambia la vita, non fa sparire l’anoressia dall’oggi al domani, ma sicuramente è una cosa che aiuta: provato & confermato.

venerdì 26 luglio 2013

Ansia, anoressia ed estrogeni: uno studio da prendere con le pinzze

Recentemente – stranamente attraverso Twitter! – ho scoperto un report su una recente scoperta che parrebbe mostrare come un incremento della concentrazione ematica di estrogeni riduca i livelli di ansia nelle persone affette da disturbi alimentari. A primo acchito, sembra una scoperta grandiosa: l’ansia è senz’altro un fattore molto importante nello sviluppo e nella perpetuazione dell’anoressia/bulimia, per cui riuscire a trovare qualcosa che la riduce sarebbe tanta roba!

Di per sè, il discorso non fa una piega.

Il problema è che, indagando un po’ più a fondo, salta fuori che questo studio ha poche e punte basi scientifiche, ed è viceversa molto empirico. Spiacente, ma devo rompere le uova nel paniere di chi, dopo aver letto le prime righe di questo post, si era già precipitata dal medico a farsi prescrivere millemila chili di estrogeni.

Ma lasciate che approfondisca un attimo cos’è saltato fuori da questa ricerca, cos’hanno trovato i ricercatori e (cosa più importante) cosa NON hanno trovato.

Primi due punti, giusto note a margine che mi sono venute in mente non appena ho letto l’abstract di questo “studio” (sono mie considerazioni, non hanno valenza oggettiva, prendetele per quello che sono, ma magari qualcosa di sensato c'è...):

1) Questo studio non è stato pubblicato in nessuna rivista scientifica. Sembra una sottigliezza, ed invece è importantissimo per diverse ragioni: personalmente non conosco tutti i dettagli riguardo a ciò che hanno fatto gli autori dello “studio”, quindi la mia analisi non sarà buona né completa come potrebbe essere se fossi a conoscenza di tutti i particolari. Certo è che parla di endocrinologia, quindi sarà senz’altro stato fatto valutare da degli endocrinologi: se questi ultimi non hanno dato il “via libera” alla pubblicazione, evidentemente vi hanno trovato delle cose non attendibili o comunque stonate.

2) La terapia con estrogeni e la pillola anticoncezionale non sono la stessa cosa. Leggendo alcuni dei commenti pubblicati dagli utenti di Internet in merito a questo “studio”, ho visto che alcune donne affermavano che effettivamente da quando prendevano la pillola anticoncezionale si sentivano meno ansiose. Eh certo, perché da quando prendete la pillola potete chiavare da mane a sera senza correre il rischio di restare incinta, lo credo che siete meno in ansia! (Perdonate la schiettezza, ma talvolta la gente scrive cose che mi fanno cascare le p… braccia). Vorrei peraltro far notare alle ragazzuole pronte ad affermare che da quando prendono la pillola si sentono meno in ansia, che i contraccettivi orali sono una combinazione di estrogeni + progesterone, oppure, nella maggior parte dei casi, progesterone e basta.

 Detto questo, ecco come è stato condotto lo “studio”.

Un team guidato da Madhusmita Misra (medico del Massachusetts General Hospital), ha raccolto un gruppo costituito da 72 ragazze di età compresa tra i 13 e i 18 anni, cui era stata diagnosticata anoressia. Metà di queste ragazze hanno ricevuto una terapia con estrogeni, l’altra metà una terapia con placebo. Le partecipanti sono state seguite per 18 mesi. Sia all’inizio che alla fine della ricerca sono stati dati alle ragazze dei questionari da compilare per valutare le cosiddette “state and trait anxiety” (in mancanza di una traduzione letterale che renda bene in Italiano, direi che si definisce “state anxiety” quanto una persona è ansiosa di fronte ad un evento specifico, e “trait anxiety” quanto una persona è caratterialmente ed in generale ansiosa), nonché la loro percezione della propria immagine corporea.

Da notare che metà delle partecipanti hanno abbandonato lo “studio” prima della fine. Non è insolito che una certa quota delle persone con anoressia/bulimia che vengono coinvolte in degli studi scientifici inerenti la loro malattia decida di uscirne prima della conclusione per svariate ragioni (è per questo che è così difficile trovare studi scientifici completi su malattie come i DCA – i campioni che completano lo studio sono piccoli e quindi statisticamente poco significativi), ma in questo “studio” ha mollato quasi il 50% delle persone coinvolte, che già erano poche, e penso che chiunque capisca che un studio condotto su 37 persone ha una valenza ESTREMAMENTE limitata. Comunque… alla fine dello studio erano rimaste 20 ragazze trattate con estrogeni, e 17 ragazze trattate con placebo. Dunque, numero di persone più o meno equivalente in ambo i gruppi.

Dalle conclusioni tratte da coloro che hanno condotto lo “studio”, pare che le ragazze che sono state trattate con estrogeni abbiano avuto una riduzione dell’ansia maggiore rispetto a quelle trattate col placebo. Anche se, mi verrebbe da aggiungere, dato l’esiguo numero di ragazze residue, penso che non ci siano state abbastanza parteciparti per capire se sia stato un caso fortuito, o se effettivamente gli estrogeni avevano fatto effetto.

È peraltro abbastanza interessante notare come, pur teoricamente riducendo i livelli di ansia, la terapia con estrogeni NON abbia cambiato in alcun modo i comportamenti alimentari, i comportamenti in generale, o la percezione dell’immagine corporea di queste ragazze. I ricercatori sostengono che la terapia estrogenica abbia prevenuto un peggioramento della percezione dell’immagine corporea associato al recupero del peso. Però non specificano quante delle partecipanti abbiano effettivamente ripreso peso (e quanto) durante i 18 mesi dell’esperimento, e non specificano neanche quali psicoterapia e/o terapia di riabilitazione nutrizionale queste ragazze abbiano concomitantemente seguito.

“L’identificazione delle terapie che riducono l’ansia e l’insoddisfazione per il proprio corpo con l’aumento del peso, possono avere un forte impatto in merito alla riduzione delle ricadute” afferma Misra in un’intervista che ha rilasciato QUI. “Queste scoperte hanno un forte impatto sulla terapia dell’anoressia nervosa, perché è possibile iniziare una terapia ormonale con estrogeni fin da subito in ragazze che ne sono carenti”. 
(mia traduzione)

[Nota a margine. TUTTE le donne con anoressia sono carenti di estrogeni: è uno dei principali motivi per cui a un certo punto sparisce il ciclo, e talora non torna neanche dopo aver recuperato peso.] 

Certo, una riduzione dell’ansia può essere importante, ed è senz’altro positiva Il problema è che questo “studio” non dimostra in alcun modo che la riduzione dell’ansia sia efficace nel guarire dall’anoressia, che era l’obiettivo che lo “studio” si poneva di dimostrare. Se si riuscisse veramente a dimostrare che una riduzione dei livelli di ansia migliora anche l’aspetto DCA, sarebbe veramente una gran cosa. Bisognerebbe quantomeno ripetere lo studio su un gruppo numericamente molto più ampio, e fare un follow-up più prolungato, anche per vedere se questo presunto abbassamento del livello di ansia si traduce anche in una riduzione dei comportamenti e dei pensieri tipici del DCA. Anche l’idea che una terapia estrogenica possa ridurre numericamente le ricadute è interessante ma, di nuovo, è necessario un lungo follow-up per vedere se questo sia effettivamente vero, o soltanto un’ipotesi.

È interessante, presumibilmente anche promettente, ma per ora, a mio parere, non credo possa essere considerato un significativo passo avanti.

venerdì 19 luglio 2013

Alla ricerca dei geni: La "Anorexia Nervosa Genetic Initiative"

Recentemente, il centro per DCA dell’Università del Nord Carolina ha annnunciato l’esordio dell’ANGI, acronimo che sta per Anorexia Nervosa Genetic Initative. L’obiettivo del progetto è quello di cercare di capire se e come sono coinvolti i geni nella comparsa dell’anoressia.

Quando ho letto questa cosa, mi è immediatamente venuta voglia di saperne di più. Così ho letto tutto il materiale contenuto nel sito, e penso che questo possa essere riassunto in una serie di interessantissimi punti.

1) Cos’è l’ANGI? Perchè c’è bisogno di uno studio di questo tipo? 

ANGI sta per Anorexia Nervosa Genetic Initiative. Si tratta di una collaborazione internazionale volta ad identificare l’eventuale presenza di geni che possono incrementare il rischio d’insorgenza dell’anoressia, che coinvolge ricercatori americani, australiani, svedesi e danesi.

È noto che l’anoressia è caratterizzata da una severa restrizione alimentare che porta ad una drastica perdita di peso, e che può essere letale. È noto anche che colpisce circa l’1% della popolazione, soprattutto di sesso femminile, ma non si sa propriamente il perché. Poiché non abbiamo una completa conoscenza dell’eziologia dell’anoressia, è difficile elaborare nuove terapie effettivamente efficaci. I ricercatori aderenti a questo progetto ritengono che se si riuscisse ad identificare l’eventuale presenza di geni che aumentano il rischio di comparsa dell’anoressia, si potrebbe capire meglio perché questa malattia si sviluppa, quali potrebbero essere le strategie di prevenzione più efficaci, quali le terapie più mirate.

Per rendere questo studio statisticamente attendibile, i ricercatori hanno deciso di avviare questo progetto quando avranno raggiunto circa 16.000 partecipanti, sia con anoressia, sia senza anoressia (in maniera tale da poter avere un gruppo di controllo, per raffronto.).

2) A quali domande potrebbe rispondere lo studio ANGI? 

Il principale obiettivo di questo studio è quello di identificare aree nel genoma che potrebbero contribuire ad aumentare il rischio d’insorgenza dell’anoressia. Questa è già un’enorme domanda a cui rispondere! Quando questi geni saranno stati eventualmente scoperti, i ricercatori potranno approfondire in merito alla biologia dei DCA esaminando le modalità con cui questi geni interagiscono tra di loro e con i fattori ambientali. Potranno anche cercare di valutare in quali periodi della vita questi geni si esprimono maggiormente, che saranno poi quelli sui quali sarà opportuno focalizzare eventuali interventi di prevenzione.

3) Perchè sono necessarie così tante partecipanti? 

Per l’accuratezza statistica dello studio. Quando si esaminano un numero estremamente elevato di geni contemporaneamente, può capitare che l’associazione tra 2 o più geni e una patologia sembri avere una qualche ricorrenza, ma può essere anche un fatto banalmente casuale. Per cui, tanto maggiore è il numero delle partecipanti, tanto più si aumenta la possibilità che l’associazione tra geni e patologia, se costantemente presente, sia reale. È stato fatto uno studio simile sulla schizofrenia circa 6 anni fa, ed è stato notato che tanto più si ampliava numericamente il campione studiato, tanto più si scoprivano varianti di geni che contribuivano alla comparsa della malattia. Per questo potrebbe essere molto interessante e promettente uno studio del genere condotto su larghi numeri a proposito dei DCA.

4) La maggior parte della gente non crede che i DCA possano avere influenze genetiche perché non esiste un “gene-anoressia”.

Il progetto si propone di spiegare come non debba necessariamente esistere un gene-anoressia per avere comunque delle influenze genetiche sulla comparsa dei DCA.

Durante gli ultimi 20 anni, sono stati condotti numerosissimi studi miranti a dimostrare che l’anoressia fosse una malattia ereditaria. Alcuni di questi studi facevano vedere come il rischio di una persona con anoressia di avere parenti di primo grado affette da questa malattia fosse molto più elevato rispetto a quello della popolazione generale. Il che significa, in parole povere, che se una persona ha una mamma/sorella/fratello affetta da anoressia, ha un rischio di contrarre a sua volta l’anoressia molto maggiore rispetto a chi non ha nessun familiare con questa malattia. Anche le coppie di gemelle sono state utilizzate per cercare di avvalorare quest’ipotesi. Gemelle omozigotiche (omologia genetica del 100%) sono state comparate a gemelle dizigotiche (omologia genetica del 50%). È stato visto che la possibilità che ambo le gemelle si ammalino di un DCA è maggiore nelle coppie di gemelle omozigotiche, nella fattispecie, se di 2 gemelle omozigotiche una si ammalava di anoressia, lo faceva anche l’altra nel 60% dei casi. Ma le gemelle omozigotiche hanno un DNA assolutamente uguale… e dunque, che fine fa l’altro 40%? Questa è una domanda cui gli studi fatti finora non sono riusciti a rispondere.

L’unica spiegazione plausibile è che, di fatto, non esista un “gene-anoressia” (sennò in TUTTE le coppie di gemelle omozigotiche in cui una si ammala, anche l’altra dovrebbe ammalarsi). Però si suppone che, come tutte le malattie psichiatriche, anche i DCA siano influenzati da molteplici geni, forse persino centinaia, che interagiscono in maniera complessa gli uni con gli altri, ciascuno dando il suo piccolo apporto. Riunendo tutti questi geni, ed aggiungendo l’effetto che su di essi possono avere i fattori ambientali, ci può essere un incremento significativo del rischio di comparsa dei DCA.

5) Avere delle informazioni genetiche più dettagliate può portare a migliori terapie? Se sì, come? 

Ovviamente non è un qualcosa che succederà dall’oggi al domani, ma di certo avere più competenze da un punto di vista genetico permetterà di trattare i DCA in maniera migliore. Le informazioni genetiche eventualmente evinte da questo studio, potrebbero aiutare a capire chi è più a rischio di sviluppare un DCA, e di conseguenza permettere una migliore prevenzione e diagnosi precoce. Questo è un primo passo critico nella comprensione della biologia dell’anoressia. Però potrebbe essere molto utile per i futuri ricercatori nell’ambito delle neuroscienze, per sviluppare terapie più efficaci, farmacologiche e non. Sarà uno studio lungo, ma chiunque parteciperà darà sicuramente un grande contributo alla comunità scientifica.

6) Come potranno i risultati di questo studio aiutare nella prevenzione dei DCA? 

I risultati di questo studio rappresenteranno una base per le future ricerche. La prevenzione è il primo passo, ed ogni passo è comunque un progresso. Se i ricercatori riusciranno ad identificare geni eventualmente connessi ad un aumento del rischio di sviluppare un DCA, sarà possibile creare un profilo di rischio genetico che può aiutare a capire chi (geneticamente parlando) ha maggiore possibilità di ammalarsi di anoressia/bulimia.

venerdì 12 luglio 2013

A proposito del Mindfulness nel trattamento dei DCA

Sapete cos’è il “Mindfulness”? Wikipedia lo definisce come: “modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc, intenzionalmente e in modo non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.” È una modalità terapeutica di cui ho sentito molto parlare, ultimamente. Sta prendendo sempre più campo, e ci sono molteplici ricerche che cercano di dimostrare quanto questa sia utile nel trattamento di disturbi d’ansia, depressione, DOC, somatizzazioni e patologie correlate. Nessuna sorpresa dunque che il Mindfulness sia diventato popolare anche nel campo dei disturbi alimentari. Secondo questa tecnica terapeutica dovremmo cercare di imparare a “vivere il momento” e cercare di essere delle osservatrici neutre della nostra stessa vita. Personalmente (mia opinione, e dunque opinabile per antonomasia) su di me NON ho trovato utile l’applicare questa metodica terapeutica. C’è chi dice che invece sia utile eccome, sicuramente è molto utilizzata, ma gli studi scientifici che cercando di dimostrare l’efficacia di questa terapia nel trattamento dei DCA, soprattutto anoressia, sono numericamente molto limitati, condotti su piccoli campioni, e comunque parziali. Cionnonostante, sono a conoscenza del fatto (riferitomi da alcune lettrici di questo blog) che alcune cliniche utilizzano il Mindfulness come un qualcosa di perfettamente integrato al loro protocollo terapeutico. Nell’ambito dei DCA, infatti, questa tecnica consiste nel cercare di non “fuggire” mentalmente dal cibo, ma concentrarsi su quello che si ha nel piatto, senza pensare ad altro, e cercando di tenere bassi i livelli di ansia nella consapevolezza che quello che si mangia è quanto previsto dal proprio “equilibrio alimentare”.
La domanda da porsi, dunque, è: il Mindfulness funziona? E, se sì, chi può trarne beneficio?

Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda, ed hanno impostato uno studio cercando di valutare l’efficacia delle tecniche del Mindfulness attuate sia prima che durante i pasti, su un gruppo di pazienti affette da DCA ricoverate in una clinica. In breve, hanno scoperto che il Mindfulness non è sempre una modalità efficace (né tantomeno la migliore) per aiutare le persone con un DCA durante la fase di ri-alimentazione. (Marek et al., 2013)

Spesso il termine Mindfulness viene utilizzato come se fosse un qualcosa che tutti conoscono, un qualcosa di ovvio. Non lo è, naturalmente. L’utilizzo colloquiale del termine Mindfulness non rispecchia esattamente quello che gli psicologi intendono quando utilizzano questo termine. In una non recentissima dichiarazione consensuale (Bishop et al., 2004), gli psicologi scrivono che il Mindfulness è:  

“un processo che permette di regolare la propria attenzione, al fine di ottenere una consapevolezza non elaborativa dell’evento corrente, e la capacità di relazionarsi all’evento in questione con un orientamento di curiosità, apertura mentale, e accettazione. Il Mindfulness è inoltre un processo di approfondimento della conoscenza sulla natura della propria mente, e l’adozione di una prospettiva decentrata sui pensieri e sui sentimenti, in maniera tale che possano essere vissuti per quella che è la loro soggettività (VS la loro necessaria validazione) e la loro natura transitoria (VS la loro permanenza).”
(mia traduzione) 

Considerato che la maggior parte delle persone con un DCA tendono fortemente a giudicare se stesse (penso di essere il CEO di questo club!) nonché tentano disperatamente di controllare i propri sentimenti e il modo in cui gli eventi esterni le influenzano (perché c’è quella sensazione che se si riesce a controllare allora non succederà niente di male, o di ansiogeno... di questo club sono il CEO dei CEO!!), il Mindfulness teoricamente potrebbe essere visto come un ottimo modo per arginare questi sintomi. Finora, la maggior parte del lavoro che è stato fatto col Mindfulness si è concentrato sulla bulimia e sul binge. Immagino che questo sia successo perché credo che (ma vado a naso, perché non mi è mai successo, quindi se a qualcuna è successo ed è diverso da quello che sto per scrivere, mi smentisca pure!) durante un’abbuffata la persona bulimica/con binge non è concentrata e lucidamente consapevole di quello che sta mangiando e delle sensazioni che sta provando (giusto??). E immagino che questo sia un punto molto importante per chi ha questo tipo di DCA.

Sempre in linea teorica, se una persona con bulimia/binge attuasse il Mindfulness, sarebbe meno propensa ad abbuffarsi, e forse non si sentirebbe troppo in colpa dopo averlo fatto (immagino, poi non so). Anche se gli studi scientifici al riguardo forniscono dati imprecisi, e spesso i campioni utilizzati sono troppo piccoli per poter parlare di statistica efficace, pare che i trattamenti in cui è integrato il Mindfulness siano promettenti soprattutto per la bulimia e il binge. Pare che questa metodica terapeutica sia efficace anche per persone con problemi di obesità. Ma i risultati ottenuti non ci dicono comunque che il Mindfulness sia assolutamente sempre efficace per ogni qualsiasi tipo di DCA, e per ogni qualsiasi persona.

Cos’hanno trovato i ricercatori?

In uno studio coinvolgente 17 donne affette da DCA ricoverate in una clinica, e 23 donne-controllo, ovvero donne senza DCA, Ryan Marek e i suoi colleghi hanno diviso ciascun gruppo circa a metà. Metà delle persone di ciascun gruppo è stata sottoposta a distrazioni durante il pasto. L’altra metà invece è stata sottoposta a Mindfulness. Alle partecipanti allo studio è stato anche chiesto di rispondere ad un questionario relativo al proprio umore (per esempio: tristezza, paura, vergogna, serenità, disgusto, depressione, ansia, rabbia, emozione) e alle proprie sensazioni di fame/sazietà. Inoltre, dovevano scrivere delle annotazioni relativamente a cosa ne pensassero (quanto gradissero o meno) quel tipo di trattamento.

Delle 17 pazienti affette da DCA, una aveva l’anoressia, 8 la bulimia, e 8 dei DCAnas. A tutte le partecipanti allo studio è stata fatta mangiare una fetta di torta ai mirtilli e al caffè, e gli è stato fatto compilare il questionario sull’umore prima e dopo averla mangiata. Questo è stato fatto per due volte.

Per il gruppo di controllo (quello formato da ragazze senza DCA) il Mindfulness riduceva significativamente le eventuali sensazioni negative post-pasto. Per il gruppo delle ragazze con DCA, invece, l’effetto era più scarso: coloro che erano state sottoposte a Mindfulness provavano più ansia, tristezza, depressione e senso di colpa post-pasto rispetto a quelle che erano state sottoposte a distrazioni. Le ragazze con DCA, inoltre, scrivevano di aver gradito il Mindfulness molto meno rispetto a quanto fosse stato gradito dalle ragazze senza DCA.

Gli autori hanno scritto:  

“Dato che il Mindfulness è stato applicato su pazienti che hanno una forte ansia a fronte dell’idea di dover mangiare, nonché alterate sensazioni di fame/sazietà, quello che è venuto fuori forse non è sorprendente. Poiché molte delle pazienti affette da DCA sono malnutrite da molto tempo, le loro sensazioni di fame/sazietà non sono più biologiche. Consequenzialmente, esse riferiscono eccessiva pienezza, gonfiore, dolore addominale anche dopo aver consumato piccole quantità di cibo. Per cui, non si può dire che il Mindfulness sia inefficace nelle pazienti che hanno un DCA, ma semplicemente che dovrebbe essere una tecnica applicata più a lungo, affinchè le pazienti possano padroneggiarla, e quindi trovarla funzionale.”
(mia traduzione)

Come la penso io?
Per quello che mi riguarda personalmente, le distrazioni sono sempre state e sono tuttora un toccasana quando devo mangiare. Più mi concentro su quello che sto mangiando e sulle sensazioni che sto provando, più mi si chiude lo stomaco e non riesco più a mangiare. Se mi ci dovessi concentrare ad ogni pasto per prenderci l’abitudine, comincerei immediatamente di nuovo a restringere. Per questo mentre mangio preferisco leggere un libro o guardare la TV.

Ovviamente, la distrazione durante il pasto non dev’essere considerata una stampella perenne e assoluta. Non c’è niente di sbagliato nel pensare a quello che si sta mangiando, magari per qualcuna di voi può essere anche utile per sapere che sta mangiando quanto deve, e non si sta abbuffando. Ma se il pensiero dev’essere puntato su quante calorie contiene l’alimento che si ha nel piatto, su quanta attività fisica dovrebbe essere fatta per smaltirlo, su quanto sarebbe bello poter restringere, allora il rimedio diventa peggiore del male. Meglio allora lasciar perdere il Mindfulness, e invitare a pranzo un amico con cui fare due chiacchiere.

E voi, come la pensate?

venerdì 5 luglio 2013

ACT: una nuova possibile terapia per l'anoressia

[Innanzitutto, vi ringrazio per aver risposto al P.S. del mio post precedente. Riassumendo per grandi linee, le tematiche che più v’interessano sono relative alle nuove scoperte e ai nuovi studi (anche relativamente all’aspetto genetico) che vengono fatti sull’anoressia, alle novità terapeutiche per i DCA, alle strategie di auto-aiuto, agli adattamenti del nostro organismo alla restrizione alimentare, nonché alla mia esperienza personale. Okay, prometto che toccherò tutti questi punti nei prossimi post… cominciando da quello che mi sta più a cuore, ovvero le novità relativamente alla terapia dei DCA. (Dato che fare prevenzione è d’estrema difficoltà, diagnosi precoce e terapia sono le principali armi che dovrebbero essere affinate contro i DCA…)]



Per molte malattie – fisiche e psichiche – ad oggi esiste una terapia ben precisa e validata da tutto il mondo scientifico. Ciò non vale per l’anoressia: attualmente non si conosce alcuna terapia (né farmacologica ne psicologica) che permetta in maniera mirata di guarire dall’anoressia. Esistono molti approcci differenti, che consentono di fare dei passi avanti sulla strada del ricovero, ma nessuna terapia univocamente efficace. Pertanto, numerose sono le ricerche tuttora in atto per cercare di trovare approcci terapeutici sempre più efficaci ai DCA. Tra quelle che ho letto, la prospettiva terapeutica che mi pare più promettente ed interessante è la cosiddetta “AC-Therapy” (Acceptance and Commitment Therapy). Come la DBT (Dialectical Behavioral Therapy), anche la ACT è in un certo senso un derivato della terapia cognitivo-comportamentale (che, a me personalmente, non piace granchè come approccio ai DCA – mia opinione personale), rispetto alla quale presenta però diverse importanti differenze.

Sono da poco usciti 2 nuovi studi (uno pubblicato in una rivista scientifica americana, l’altro presentato alla “London Conference on Eating Disorders") che comparano la ACT ai più comuni approcci terapeutici all’anoressia. Nessuno dei 2 studi rivela che la ACT porti ad una significativa riduzione dei pensieri e di comportamenti tipici dei DCA, sebbene venga evidenziato che la ACT riduce significativamente le ricadute durante i 6 mesi successivi ad un ricovero.

Okay, ma in che cosa consiste questa ACT?, vi starete chiedendo.

La ACT è una terapia il cui obiettivo primario, diversamente dalle terapie più frequentemente applicate, non è quello di ridurre i sintomi dell’anoressia/bulimia. Piuttosto che ridurre i sintomi in se, la ACT ritiene che la riduzione dei comportamenti patologici possa essere la conseguenza spontanea dell’essere riusciti a ridurre l’ansia sottostante. Come? Accettando le cose che non possiamo controllare, e cercando di cambiare quello che possiamo cambiare. Osservare e considerare se stesse e il mondo circostante nel presente è uno degli elementi-chiave di questo tipo di terapia, che si basa sul dare priorità a ciò che per la persona è veramente importante nella vita, a prescindere da ciò che l’anoressia le suggerisce. Per esempio, se noi consideriamo l’amicizia come una priorità nella nostra vita, e un amico c’invita ad andare a mangiare una pizza insieme, noi dovremmo andarci, senza validare la voce dell’anoressia che ci dice di restare a casa per poter continuare a restringere l’alimentazione, o per non derogare dall’ “equilibrio alimentare”. Questo significa accettare il fatto che andare a mangiare quella pizza ci farà sentire in ansia e sarà psicologicamente stressante, ma validare l’importanza dell’amicizia. Scrivono gli autori dello studio che ho menzionato prima e che è stato pubblicato poche settimane fa su “Behavior Modification” (Juarascio et al., 2013) 

“L’evitamento, ovvero il cercare di negare e rimuovere le esperienze dolore vissute, nonché il sottrarsi a certe situazioni, anche quando il farlo è inefficace o riduce la capacità d’impegnarsi in comportamenti desiderati, si pensa stia alla base di molta sofferenza psicologica (Hayes et al., 2004). In definitiva, la priorità di evitare pensieri angoscianti, sentimenti ansiogeni, o eventi che mettono in difficoltà, riduce la capacità di adottare misure comportamentali che sono necessarie per vivere una vita degna. Pertanto, la ACT insegna alle pazienti come ottenere distanza psicologica da esperienze dolorose interne, chiarire quali sono veramente le cose che ognuno considera come prioritarie nella propria vita oltre il DCA, e creare obiettivi che possono aiutare le pazienti a vivere la propria vita più appagante, ad avere una vita piena di significato, e aumentare la volontà di sperimentare esperienze interne negative al fine di ottenere risultati che possono comunque migliorare la qualità della vita.
Poichè l’evitamento (di persone, situazioni, cibi, etc…) è un qualcosa con cui le persone affette da anoressia hanno frequentemente a che fare (è uno dei nodi focali dei DCA, in effetti), questo spiega come mai la ACT possa essere una buona terapia per i disturbi alimentari.”
(mia traduzione) 

Cos’hanno scoperto i ricercatori? 

In breve, i ricercatori hanno reclutato 140 donne affette da DCA, che erano state ricoverate al “The Renfrew Center” di Philadelphia, e hanno comparato il normale trattamento ricevuto in questo centro, con lo stesso normale trattamento a cui erano state aggiunti 2 incontri ogni settimana di terapia ACT di gruppo. Circa metà delle donne erano affette da anoressia, l’altra metà da bulimia. Età per lo più intorno ai 26 – 27 anni, la più giovane una 18enne, la più grande una 55enne. I ricercatori hanno valutato le variazioni del B.M.I. tanto quanto le variazioni dei comportamenti e dei pensieri tipici dei DCA, nonché la capacità di riuscire a prendere le distanze dai pensieri ansiogeni, l’accettazione del venir meno del senso di controllo, e la regolarizzazione delle emozioni.

Le donne che erano state sottoposte alla terapia ACT, avevano fatto 6 incontri di gruppo (per un totale di 3 settimane di durata della terapia, facendo 2 incontri ogni settimana). Il che mi fa pensare ad un uso non particolarmente forte di questa terapia. 6 incontri? Tutto qui? Secondo me non si può neanche propriamente parlare di terapia, se il tutto si riduce a 6 incontri. È come guardare uno spot pubblicitario sulle vacanze alle Bahamas, e poi dire che ci si è state.

Comunque, al di là della mia opinione personale sulla durata della terapia, entrambi i gruppi (sia quello che non era stato sottoposto alla ACT, sia quello che c’era stato sottoposto) avevano mostrato miglioramenti significativi rispetto alla patologia. Questo però non sorprende, visto che la valutazione era stata fatta rispetto ai comportamenti che queste donne presentavano al momento dell’ingresso in clinica, per cui è abbastanza ovvio che dopo il ricovero ci fosse stata una riduzione della restrizione alimentare, del vomito auto-indotto, delle abbuffate, anche se la terapia in se fosse stata inefficace. Non c’era stata una riduzione superiore di questi comportamenti nelle donne che avevano seguito anche la ACT. Tuttavia, queste ultime riuscivano a gestire meglio la propria alimentazione dopo la dimissione dalla clinica, e avevano un tasso di ricadute decisamente inferiore (3,5% contro il 18%). E questo mi sembra un dato decisamente importante e significativo.

Altri aspetti sono stati considerati “trending towards statistical significance”, il che significa che hanno avuto una certa rilevanza, ma statisticamente parlando non abbastanza. Questo potrebbe voler dire sia che lo studio dovrebbe essere ripetuto su un numero maggiore di partecipanti per incrementarne la rilevanza statistica, sia che i ricercatori hanno cercato di glissare su dati che non corrispondevano propriamente alle loro aspettative.

Nell’altro studio, quello presentato alla “London Eating Disorder Conference” diretta da Ata Ghaderi, i ricercatori hanno randomizzato 43 donne affette da anoressia sottoponendole o a terapia tradizionale, o ad ACT, in ambo i casi facendo 19 sedute, e affiancandole con psicoterapia settimanale, corretto regime alimentare, e controlli medici occasionali. I ricercatori hanno poi comparato B.M.I., qualità della vita, strategie di coping, e pensieri e comportamenti tipici del DCA tra i 2 gruppi al termine del trattamento. (Piccola precisazione: solo il 58% delle partecipanti ha portato a termine lo studio.)

Entrambi i gruppi hanno mostrato un più o meno equivalente incremento del B.M.I. durante il trattamento, ma la frequenza delle ricadute post-trattamento è stata un po’ inferiore nelle donne che avevano seguito la ACT.

In conclusione, mi sa tanto che la ACT non è la terapia rivoluzionaria e risolutiva per guarire sempre e definitivamente dall’anoressia… del resto, ma quale terapia lo è? Penso però che sia un buon punto di partenza, la trovo una terapia valida, e credo che dovrebbe essere condotto un maggior numero di studi scientifici al riguardo, più che altro per capire quale tipologia di pazienti potrebbero giovare maggiormente di questo tipo di terapia, e se potesse essere utile l’impiegarla in associazione ad altri tipi di terapia tuttora già in uso per il trattamento dei DCA.
 
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