Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 15 febbraio 2013

Una malattia potenzialmente letale

Una domanda che mi sento spesso rivolgere da chi mi scrive via e-mail è: ma un DCA è davvero una malattia così grave? È veramente una patologia potenzialmente letale?

Quindi, ecco qui la mia risposta affinchè tutte possiate leggerla.

No, non tutte le persone che hanno un disturbo alimentare sono immediatamente a rischio di morire per le complicanze fisiche determinate da anoressia e bulimia, o per suicidio. Allo stesso modo, non tutte le persone con un DCA vanno incontro alla morte come diretto risultato del DCA. Eppure, statistiche alla mano, un’adolescente affetta da anoressia ha una probabilità di morire 12 volte maggiore rispetto alla sua compagna di banco che non ha un DCA. Questa stessa adolescente ha anche una probabilità 60 volte maggiore della compagna di banco di tentare il suicidio.

In termini prettamente medici, si utilizza la parola “life-threatening”. Tra le varie traduzioni letterali potrei metterci “che può uccidere”, “che minaccia la vita”, “potenzialmente mortale”, “molto grave, pericolosa, critica”. Si tratta, in buona sostanza, di una parola che viene associata a tutte quelle diagnosi, sindromi o condizioni patologiche in cui il rischio di mortalità è considerato elevato – soprattutto se, quando la patologia in questione non viene trattata, c’è un altissimo rischio che il paziente muoia. Non bisogna fare confusione con i cosiddetti ALTEs – apparent life threatening events (eventi che mettono apparentemente in rischio di vita). Questo temine si usa infatti per indicare quelle situazioni in cui c’è un improvviso arresto respiratorio, o un’ostruzione delle vie aeree, o anomalie a livello della funzionalità cardiaca e neurologica. Una delle cose che permette di classificare un DCA come una malattia “life-threatening” è rappresentata dal fatto che chi segue attivamente comportamenti tipici del disturbo alimentare (restrizione alimentare, vomito auto-indotto, abuso di lassativi, etc…) è sostanzialmente a rischio per un ALTEs.

E c’è da ricordare che uno dei veri problemi con un DCA e che noi (noi affette da un DCA, tanto quanto i medici, tanto quanto i genitori) non possiamo dire quando un evento ALTEs sta per accadere. Il modo in cui il nostro corpo reagisce alle modificazioni indotte dai comportamenti tipici di un DCA consiste nel cercare di mantenere l’omeostasi delle funzioni vitali quanto più a lungo possibile, prendendo le risorse necessarie dalle funzioni non vitali (ecco perché quando si scende sotto un certo peso in genere compare l’amenorrea). E continua a farlo fino a che tutte le riserve biologiche non si sono esaurite. Il che spesso non si nota, fino al momento in cui compare l’emergenza, l’ALTEs.

Gli squilibri elettrolitici acuti che fanno seguito ad un episodio di vomito auto-indotto e che possono provocare eventi sincopali o cardiopatie sono un esempio di rischio. E anche se un paziente venisse monitorato 24 ore su 24, non sempre questi eventi sono comunque prevedibili.

La potenziale letalità di un DCA è, ovviamente, relativa e soggettiva. Però, se si considera che la mortalità annua nella popolazione di affette da anoressia/bulimia è circa dell’1%, quando nella popolazione di pari ma senza un DCA è sull’ordine dello 0.012%/anno, si capisce bene che stiamo parlando di un GROSSO incremento del rischio di morte. E se infine si considera che la sopravvivenza a 15 anni dall’esordio di un DCA è inferiore rispetto a quella della maggior parte delle leucemie infantili, direi che i DCA sono decisamente malattie potenzialmente letali, “life-threatening”, appunto.

Il fatto che le persone non reagiscano ad un DCA nello stesso modo in cui reagiscono ad un tumore, rappresenta un problema non indifferente.

E’ per questo che, anche in post precedenti, ho scritto che l’anoressia e la bulimia sono patologie potenzialmente letali. Chi è “esterno” a un DCA tende a vedere alla malattia come alla scelta del singolo di non mangiare, e non si rende conto invece che i DCA sono malattie mortalmente serie.

Detto questo, vorrei fare un’ulteriore riflessione. Dire che un DCA è una malattia potenzialmente letale non rende l’enorme mole di sofferenza che il DCA provoca a chi ne soffre.

Molte persone con disturbi alimentari hanno dei sintomi che non le mettono immediatamente in pericolo di vita. Questi sintomi, a lunga gittata, possono portare a osteoporosi, disfunzioni epatiche, renali e digestive, problemi cardiaci… che sono quelle che poi mettono effettivamente a rischio di vita. Ma, per lo più, si tende ad ignorare queste cose.

Quando scrivo “si tende” mi riferisco ovviamente a chi ha un DCA, che generalmente non si sente mai malata abbastanza da giustificare una diagnosi e tanto meno la consapevolezza che il loro disturbo le sta lentamente uccidendo; ma mi riferisco anche alla comunità medica, che dimette una paziente anoressica dall’ospedale non appena i valori di Potassio rientrano nel range della normalità, o che non ricovera una persona fino a che non è oggettivamente a rischio di morte nelle successive 48 ore. Il “si tende” include inoltre anche i familiari benintenzionati che pensano che stai bene perché la tua testa non è perennemente infilata in una tazza del cesso o perché hai ripreso qualche chilo.

Volendo fare un esempio, supponiamo che una persona soffra di attacchi di panico. Quando gli attacchi di panico si sono già verificati una, due, dieci, venti volte, la persona comincia a saperli gestire con (relativa) calma. Più gli attacchi di panico si verificano, più la persona vi fa assuefazione. Ci si abitua. Ci si adatta. Sa cosa succederà, per cui questi attacchi non sono più un enorme problema come lo erano le prime volte che si presentavano. (Per lo meno, questo mi ha detto una persona che conosco e che soffre di questa problematica…) Non si può vivere in perenne allarme, quindi ci si adatta. Ecco, io penso che nel caso dei DCA accada un po’ la stessa cosa. Ci sono stati momenti, in passato, in cui mi dicevo che non potevo essere così malata per pesavo comunque X chili in più rispetto al minimo peso che avessi raggiunto. Non consideravo il fatto che la mia alimentazione aveva comunque ancora un trait restrittivo, e che il mio corpo non avrebbe potuto sopportare a lungo una situazione del genere. Dopo tanti anni di restrizione alimentare, per me la restrizione era diventata “normale”, e quando qualcuno mi faceva notare che non lo era, m’infastidivo. In fin dei conti stavo continuando a studiare, facevo sport, dunque dovevo necessariamente stare bene.

Ovviamente ci sono stati periodi in cui la restrizione alimentare era meno pressante, e non mi metteva immediatamente in pericolo di vita, fisica o psicologica. Ma la sofferenza, anche se non la vedevo, era comunque presente. La sofferenza è sempre presente. È quel tipo di sofferenza che lentamente logora il corpo e la mente. Quel tipo di quieta sofferenza attorno alla quale arriviamo ad organizzare tutta la nostra vita. Tutto comincia a ruotare attorno all’anoressia o alla bulimia: niente più amicizie, hobby, studio, lavoro… niente. Solo noi stesse e il DCA, avviluppate in un abbraccio soffocante. Quei momenti in cui il nostro peso non è così lontano dalla norma, in cui per lo più abbiamo pure il ciclo, e in cui nessuno fa più commenti circa la nostra eccessiva magrezza, ma in cui onestamente non ce ne frega un tubo: continuiamo comunque ad odiare noi stesse e la nostra vita. In cui non capiamo come fanno le persone a starci vicino senza scappare via urlando disgustate di fronte alle persone orribili che siamo.

Perciò, come si può misurare questo tipo di sofferenza? Ma si può davvero misurare?

Si possono valutare le statistiche inerenti la qualità della vita, sono chiare, semplici, è facile analizzarle. Ma sono solo numeri. Non tengono conto della soggiacente sofferenza. Si può dire che un DCA ha un impatto negativo sulla qualità della vita, ed è importante dirlo. Ma questo non è che il punto di partenza.

Citando Stalin: “Una morte è una tragedia. Un milione di morti sono una statistica”. 

Io sono una sorta di nerd della statistica. Mi piacciono le schematizzazioni e la matematica. Ma è anche facile sorvolare su ciò che significano realmente queste statistiche. Si può parlare di quante persone muoiono a causa di un disturbo alimentare, ma questo dato non si avvicina neanche lontanamente a quantificare le sofferenze causate dalla malattia. E’ un dato che non tiene conto delle amicizie infrante, delle famiglie lacerate, e più in generale di quell’inferno fisico e mentale che l’anoressia genera.

E’ un pensiero che fa riflettere, davvero.

17 commenti:

Ima Sickone ha detto...

Finalmente qualcuno che scrive queste cose! Veggie, questi pensieri sono davvero illuminanti, ma mi permetto di aggiungere un ulteriore elemento: sono riflessioni che solo chi è "dentro" a un DCA può fare e di conseguenza capire. Per tutti coloro che ne sono fuori si tratta, per l'appunto, di statistiche. Ed è anche per questo, a mio parere, che si tende a sottovalutare i DCA. Non dimenticherò mai le parole di mio padre, che parlò della mia anoressia come di "un capriccio da modella" e della bulimia come di "un vizio da ingorda". I DCA non sono questo, non hanno a che fare con l'esterno, eppure anche quando vengono trattati con terapie di vario genere, come hai giustamente sottolineato, spesso ci si limita a recuperare l'esteriorità, il dato, dimenticando che questa è solo una componente del tutto, e che in fondo si può benissimo pensare e soffrire come un'anoressica pur essendo normopeso. Ma tutto questo difficilmente sarà mai compreso. Perchè non c'è niente, nessuna malattia che possa lontanamente assomigliare ai DCA, niente che possa giustificarli, spiegarli... senza sorvolare sul fatto che in ogni persona ci siano sfumature diverse. Siamo ben lontani da avere soluzioni o manuali al riguardo, troppo lontani da sciogliere i pregiudizi, e sono convinta che il più delle volte è proprio per questo che si decide di adattarsi al DCA. Per chi è più debole tutto questo rischia di adombrare quella piccola forza, un minuscolo residuo di istinto vitale che era rimasto per risalire.
Ti ringrazio per darmi questi spunti di riflessione, ti abbraccio.
Ima

caffè amaro ha detto...

Mi piacciono molto questi tuoi ultimi articoli con taglio scientifico ;) complimenti ;)

Pulce ha detto...

Davanti a questo post, non posso fare altro che pensare a due ragazze, conosciute durante i miei percorsi, e mancate...una per arresto cardiaco e una per suicidio. E non faccio altro che pensare a alcune mie amiche che stanno lottando contro la malattia e sono davvero sul filo del rasoio. Nonostante io continui a spronarle, stargli vicine , non riescono a reagire... lo so che purtroppo non posso farci niente, perché la malattia è più forte . Tocca a loro lottare.
Ma io non le lascerò mai sole, e non dimenticherò mai le persone mancate a causa di questa bestia maligna.
Vi voglio bene

Vele Ivy ha detto...

Mi ha colpita molto il commento di Pulce. E' vero, è importante non lasciarle mai sole... quanto dolore per le persone scomparse, eppure bisogna lottare per quelle che stanno combattendo.

Anonimo ha detto...

M.M.
pensare che questa malattia possa portare alla morte .... per molto tempo ho stentato a crederlo ....

Poi ho cominciato a sentire di ragazze decedute .... e ho cominciato a spaventarmi ... ho sempre pensato " a me non succederà mai", ma quando mi hanno detto che ero a rischio, che non c'era tempo da perdere ... bè ... mi sono rimboccata le maniche ...
Certo, ricado ... perchè c'è una voce che mi tenta e che mi dice ... "tanto a te non può mai accadere, stai tranquilla".
Non è certo bello a dirsi .. ma queste tragiche situazioni ci devono far capire che la vita è una e dobbiamo viverla al meglio, affrontando i nostri mostri ... questa sarà la vera vittoria e non resistere alla fame!
Sono cose che dico prima di tutto a me, non vorrei dar fastidio a nessuna.
Grazie! M.

loie ha detto...

C'è un piccolo pensiero- premio per te sulla mia bacheca se ti va di passare ^_^

Francesca ha detto...

Sì,fa riflettere.
ed è terribile e confortante al tempo stesso sapere che i dca portano alla morte e che qualcuno,spero il prima possibile,s'accorgerà di noi e riformerà questo sistema malato.
un abbraccio <3

Wolfie ha detto...

Sicuramente i dca sono malattie letali, e vorrei aggiungere un’ulteriore riflessione: a volte anche una persona che non muore a causa del suo dca, ha comunque una vita disastrata per quelle che sono le conseguenze fisiche e psicologiche che il dca ha nella vita. Perché ci sono delle complicanze che non sono reversibili solo perché si abbandona il comportamento alimentare errato, ci sono cose che volenti o nolenti ci si porte dietro per tutta la vita, e in alcuni casi possono essere anche estremamente invalidanti. Mi viene da pensare, per esempio, ad una donna che appunto ha avuto problemi di anoressia e che è in cura dalla psicologa che segue anche me: questa donna ora mangia normalmente, però parlando con lei mi ha detto che lei è stata anoressica (e in parte anche bulimica) per tanti anni, e adesso ha un’osteoporosi piuttosto grave che le impedisce di fare molte cose anche della normale vita quotidiana, e ha anche avuto una frattura costale spontanea proprio a causa di quest’osteoporosi. Quindi io credo che non è solo morire che è grave, ma lo è anche vivere con un organismo e, soprattutto, una mente disastrata dagli effetti del dca. Mi sa che le statistiche non tengono conto di questo. Eppure è anche questa una cosa che fa riflettere.

Lucy May ha detto...

i dca sono letali, perché anche se non muori fisicamente sei morta dentro... vorrei tanto che qualcuno che è veramente guarito ci illuminasse. Guarire per sempre e davvero è il punto che ci interessa. Stare meglio è fondamentale, se non solo importante, ma il punto chiave è tornare veramente libere dai dca, riappropriarci delle nostre vite e della gioia e del piacere di esistere. La vita non può essere un eterno ricovero, la malattia dovrebbe avere FINE e rimanere solo un ricordo... Che ne pensate, secondo voi è possibile? Io non ci credevo affatto al poter guarire completamente, ma invece ho capito - a fatica - che è sul serio possibile, però ancora non ci sono riuscita... Se ce la farò mai, vi dirò!
p.s.: Veggie, ti ho scritto in pvt... Ti voglio bene!!!

Sara Gioie ha detto...

Oltre ad essere disturbi pericolosi, che provocano complicazioni e gravi problemi di salute, i DCA sono letali a livello mentale, psicologicamente creano nella nostra mente una distorisione della realta', del proprio corpo ,delle proprio capacita', della vita. Arrivati ad un certo punto non sappiamo piu' che fare, dove arriveremo, io per esempio ho iniziato a scrivere,dunque una visita sul mio blog mi farebbe molto piacere http://ananotajoke.blogspot.it/

justvicky ha detto...

È una statistica veggie, l oggettività per antonomasia. Il dolore è inquantificabile e indescrivibile anche tra le persone coinvolte nello stesso male. Se personalmente dovessi dare un idea di cos è, direi che è una sorta di radiazione di fondo. Più o meno forte. A volte non fa sentire nient altro , altre quasi non te ne accorgi. Come hai scritto, diventa normale. Solo a volte magari senti che dice -sono qui . Sono qui nei vestiti, nel cucchiaino di zucchero, nella passeggiata , nel libro che stai leggendo. Sono qui nella scelta del come hai fatto andare questa giornata e piano piano in come stai facendo andare la tua vita. E il paradosso sta che il dolore viene dopo, viene quando questo rumore di fondo sciama di intensità , quando come scrivevi il peso X tutto sommato è " normale".
Il dca è davvero così grave? Si. Si al di la delle conseguenze mediche che hai elencato, si al di la del fatto fisico. Si perché è una decostruzione completa e devastante, perché perdi ogni allaccio con la realtà e perché comunque sia non lo cancellerai mai veramente.

justvicky ha detto...

Ps scusa l ortografia da cani ma sono dal telefono!!!

Veggie ha detto...

@ Ima – E devo dire che il tuo ulteriore elemento che hai aggiunto è assolutamente azzeccato, un perfetto completamento a quanto ho scritto nel post. Io credo che, chi osserva un DCA dall’esterno senza averlo provato sulla propria pelle, per forza di cose non lo può veramente sondare fino in fondo, e si focalizza sulla fisicità perché è l’unica cosa tangibile, l’unica cosa che si riesce a vedere… I pregiudizi esistono, è innegabile, ma io credo che dobbiamo trarre forza proprio dalla consapevolezza che si tratta di nient’altro che di questo: di pregiudizi. E che la nostra lotta, perciò, anche a questo dev’essere mirata… ad abbattere la barriera del pregiudizio, per poter essere con tutto il nostro dolore interiore, ma anche la voglia e la forza di andare avanti…

@ caffè amaro – Grazie!... E’ che studiando e tirocinando nel campo scientifico, poi mi viene spontaneo riproporre anche sul blog le cose che mi circondano nella vita quotidiana…

@ Pulce – Capisco bene come ti senti, perché anche io, negli anni, ho perso delle “compagne di viaggio”… E se è vero che, purtroppo, non possiamo direttamente fare niente per queste persone… possiamo comunque continuare a combattere per noi stesse. E a tenere i nostri blog, a provare a diffondere la nostra comune battaglia… perché questa è già una bella rivincita che ci prendiamo sulla malattia…

@ Vele/Ivy – E’ vero… non si può purtroppo cambiare quello che è già successo… ma si può cercare di fare di tutto affinché certe cose possano non ripetersi…

@ M.M. – Ma figurati se dai fastidio, M., sentiti pure libera di scrivere tutto quello che vuoi, nessun fastidio!... Comunque hai ragione, si pensa sempre che certe cosa a noi non possano accadere… anche prima di ammalarci di anoressia, si pensa sempre che l’anoressia è un qualcosa che non potrà mai succederci… e poi invece ci succede. E allora, tutto quello che possiamo fare è cercare di combattere… per ricostruire, dopo tutto quello che la malattia ci ha tolto. E se capita di ricadere, bè, credo che anche le ricadute facciano parte del percorso di ricovero… L’importante è rialzarsi dopo ogni singola ricaduta… E per quanto possa essere dura, difficile… continuare a combattere. Ti abbraccio…

@ loie – Sei un tesoro, ti ringrazio, sono onorata... troppo per me!...

@ Francesca – Io spero proprio che non ci sia bisogno della morte di nessuno per capire quanto i DCA possano essere devastanti!!... Purtroppo è vero che, anche solo all’interno dell’Italia, di regione in regione, ci sono delle grosse disparità in merito ai servizi sanitari inerenti il trattamento dei DCA… e la mia speranza è quella che, in un futuro quanto più prossimo possibile, laddove gli standard sono bassi, vengano adeguati alle necessità…

Veggie ha detto...

@ Wolfie – Hai ragione, Wolfie, i DCA sono sicuramente estremamente devastanti anche per chi non muore… hanno un impatto spaventoso sul peggioramento della qualità della vita. Ma, come scrivevo anche nel post, purtroppo le statistiche tengono conto di meri dati materiali… del numero di persone vive/morte… E perciò non viene posto l’accento su quello che succede alle persone che rimangono in vita, ma sono sempre alle prese col loro DCA…

@ Lucy May – Sollevi una questione interessante, perciò ti rispondo con un’altra domanda: cosa intendi esattamente tu dicendo “guarire per sempre e davvero”?... Cosa implica, secondo te, questo?...
P.S.= Ti rispondo appena posso!... Ti abbraccio forte!...

@ Sara Gioie – Ciao Sara, passerò volentieri dal tuo blog, grazie per avermelo segnalato!... Hai ragione in quello che hai scritto a proposito della letalità fisica e mentale di un DCA, ed è proprio per questo che, arrivate ad un certo punto, pur disorientate e senza sapere bene cosa fare, si può iniziare a combattere… e qui su blogger possiamo provare a darci una mano a vicenda!... Ti abbraccio…

@ justvicky – Sì, mi piace la metafora della radiazione di fondo, credo che descriva bene cosa possa essere un DCA… perché è fuor di dubbio che un DCA sia un qualcosa che ti condiziona la vita in maniera incredibile, limitando significativamente opportunità e scelte da compiere. Non è tanto il mero discorso del peso, che può essere recuperato con più o meno tempo, con più o meno facilità… è proprio la compromissione della qualità della vita. Quello che ti resta dentro a prescindere dal tuo peso…

Vanessa ha detto...

Cara Veggie,
il tuo post mi ha spinta a rileggere il “De brevitate vitae” di Seneca, che avevo letto al liceo. Un libro a dir poco illuminante, e pensare che l’ha scritto un filosofo vissuto 2000 anni fa... Eppure ciò che dice è estremamente attuale, e calza perfettamente con la situazione che vive una ragazza anoressica. Avere un DCA implica essere condannati ad una “non-vita”: il tempo viene bruciato in occupazioni assolutamente inutili. Sport eccessivo, restrizione alimentare, calorie contate fino all’ultima briciola... E in ognuna di queste attività vuote il tempo passa inesorabilmente, senza che a volte la persona affetta da un DCA se ne accorga. Ogni giorno in cui ci affamiamo e rinunciamo a stare con i nostri amici, a studiare o a lavorare, perché tutti i nostri pensieri ruotano attorno al cibo e alla magrezza patologica, è un giorno in meno della nostra vita che è andato sprecato. Se dessimo valore al tempo come lo diamo ad altri beni materiali più facilmente “visibili”, probabilmente non lo sprecheremmo nell’isolamento e nelle rinunce. A volte siamo tentate di procrastinare il momento in cui decideremo di “cambiare vita”, e ci ripetiamo “un giorno, forse…”. Ma non sappiamo quanto tempo ci è concesso. Ecco perché è importante decidere subito, oggi, di intraprendere un percorso di guarigione. Per non avere rimorsi in futuro. E per non trascorrere una vita intera “dormendo”, anziché viverla appieno. “Imparare a vivere - dice Seneca - è la cosa più difficile.[…] E il primo passo consiste nella capacità di prendersi cura di sé, ascoltare i propri bisogni, prendersi il giusto tempo per riflettere sulla propria vita, esercitare la mente e sviluppare le proprie conoscenze. […] Colui che non è in grado di provvedere ai propri bisogni naturali ma necessita di qualcun altro che gli ricordi che è ora di pranzare, di fare il bagno o di dormire - continua Seneca - è malato, anzi è già morto”.

Marta ha detto...

@ Lucy May: 'guarire x sempre e davvero, la malattia solo un ricordo'...questione interessante! come dici tu è possibile, solo che difficile a credersi quando ci si è nel mezzo. Io non lo pensavo per un po', temevo che avrei sempre usato il non mangiare quando fossi stata triste o in difficoltà, oppure che avrei sempre avuto il terrore di abbuffarmi di fronte alle angosce, invece arriva un momento in cui metti la parola "fine", e pensa un po' sono persino arrivata a fare questo lavoro che faccio...impensabile!! quindi lascio una parola di incoraggiamento a te e a tutte: ce la farete a guarire completamente! solo che penso sia una strada lunga e tortuosa, c'è un lungo tratto di convalescenza per così dire, in cui si sta bene, ma c'è qualche strascico di malattia, di pensieri non sani che a volte si impossessano della testa. Forse Veggie potrà dire parole sagge come sempre al riguardo. Intanto io vi faccio il tifo, e se qualcuno vuole scrivermi ne sono lieta (info@spazioaiuto.it), in particolare Lucy May che mi hai dato lo spunto x queste parole, grazie :-)

Veggie ha detto...

@ Vanessa – Cara Vanessa, ti ringrazio per questa tua piccola testimonianza. Io non ho fatto il liceo, quindi non conoscevo l’opera di Seneca che citi, perciò ti ringrazio davvero per averla condivisa… Hai ragione, spesso si esita ad iniziare a percorrere la strada del ricovero… e questo credo dipenda principalmente dal fatto che fa paura l’ignoto, quello che non si conosce… fa paura l’idea di lasciare la strada vecchia per la nuova, anche se la vecchia comporta tantissime limitazioni, perché comunque è una strada che conosciamo e dalla quale sappiamo cosa aspettarci. E perciò inizialmente ci rifiutiamo di ascoltare ogni segnale che ci può cambiare… perché ci fa paura quello che potrebbe succedere se poi dovessimo sentirci uguali. Ma il punto è che, comunque, vale la pena di fare un tentativo. Perché quando nella vita rimane solo l’anoressia, non si ha più niente da perdere. E perché, in fin dei conti, non sappiamo quello che la strada nuova potrebbe riservarci… certo, le cose potrebbero non migliorare… ma potrebbero anche farlo, no?!... Quindi, credo che valga assolutamente la pena il provare!...

 
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