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venerdì 2 novembre 2012
Evitare la verità
Sebbene si senta frequentemente parlare del potere della conoscenza, molto spesso l’ignoranza pare comunque preferibile. Soprattutto se si ha un DCA, e si arriva al punto in cui bisogna guardarci in faccia e dirci la verità.
Mi sono chiesta perchè sia così difficile ammettere di avere un DCA e soprattutto raccontarci la verità a proposito di quelli che sono i veri problemi sottostanti che si sono concretizzati clinicamente sotto forma di disturbo alimentare. Sono arrivata alla conclusione che ci siano 3 motivi principali:
1. Ammettere che si ha un DCA richiede un cambiamento di ciò in cui si crede. A ben pensarci, infatti, si ricercano sempre input che confermino quelle che sono le nostre credenze, e si escludono automaticamente quelli che le contrastano.
2. Ammettere che si ha un DCA richiede il successivo compimento di azioni indesiderate. Poiché razionalmente si è consapevoli che il DCA è un qualcosa di pericoloso per la salute, ammetterlo significa, in coscienza, iniziare a combatterlo: andare dai medici, mettere al corrente i familiari, talora andare in clinica… tutte cose estremamente ansiogene. Allora si preferisce continuare a tenere gli occhi chiusi.
3. Ammettere che si ha un DCA ci fa provare emozioni negative. In netto contrasto con tutte le sensazioni emotivamente piacevoli che invece l’anoressia stessa ci aveva fatto provare.
Penso che questi 3 punti, per quanto semplicistici, centrino bene il motivo tale per cui è così difficile iniziare il percorso di ricovero. Per farlo, infatti, bisogna affrontare la verità ammettendo che si è malate, che non si ha il controllo del nostro DCA (e di nessun ambito della nostra vita), che bisognerà iniziare un percorso mirato a porre fine a questi comportamenti alimentari dannosi per la nostra salute. È tanta roba.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa dover accettare un sacco di verità tutt’altro che piacevoli, e non sempre si è pronte a questo. Il problema è che continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) la verità, non la rende comunque meno vera.
L’essere umano presenta una sorta di peculiare cecità selettiva verso i problemi che lo riguardano. Da tener presente, peraltro, che questa cecità è individuale, e che gli esterni vendono invece come stanno le cose. Possiamo evitare la verità creandoci il nostro universo alternativo, e talvolta le differenze sono veramente sottili. Non siamo poi così in ritardo, oh, insomma, non troppo in ritardo, oh, insomma, non quando è veramente importante arrivare in orario. E che diamine, in fin dei conti, chi non ha peculiarità riguardo la propria alimentazione? Ci sono un sacco di persone che pesano meno di noi e che sono comunque in salute…. Ma man mano che il DCA procede, l’universo alternativo comincia a diventare sempre più simile alla Zona d’Ombra. Chiunque può mangiare questo gelato senza prendere peso, tranne noi. Il thè verde potrebbe essere calorico, quindi meglio non usarlo. Se si smette adesso di correre di sicuro si prenderà un sacco di peso. E altri pensieri simili.
Se veramente iniziassimo a chiederci quanto davvero sia “normale” il comportamento alimentare di un DCA, e cosa succederebbe se decidessimo di apportarvi un reale cambiamento, dovremo affrontare il fatto che il nostro DCA è molto più problematico di quel che credevano (o volevamo ostinarci a credere) che fosse. Aggiungiamo il fatto che un DCA apporta una buona dose di anosognosia (termine medico che indica l’incapacità d’ammettere che siamo malate), e il nostro cervello potrà continuare a bersi una buona dose di bugie e mezze verità per anni ed anni.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa ammettere che per tanti anni abbiamo vissuto una bugia. Significa affrontare di petto tutti i problemi che veramente abbiamo dentro e che hanno portato all’insorgenza del disturbo alimentare, e rompere la routine che, per quanto malata, era comunque in grado di lenire l’ansia. Significa entrare nel mondo di ciò da cui per tanto tempo eravamo scappate.
È molto più semplice, perciò, evitare la verità, mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, ed continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) tutto quanto.
Certo, la verità prima o poi finisce comunque per venire a galla, quando si sta fisicamente/mentalmente troppo male per tirare avanti con l’anoressia. Ma fa così paura che si preferisce evitarla fino all’ultimo.
C’è però un qualcosa che forse molte di voi non sanno, o comunque più che non saperlo non lo concretizzano: affrontare la verità e andare avanti a testa alta non è così terribile come crediamo sia prima di farlo. Ovvio, non è certo piacevole, ma estirpare le bugie che l’anoressia ci fa raccontare agli altri e, soprattutto, a noi stesse, ci dà la possibilità di affrontare la vita per quello che è veramente. E ci fa vedere che possiamo riuscirci e che, perciò, siamo molto più forti di quel che credevamo di essere.
Mi sono chiesta perchè sia così difficile ammettere di avere un DCA e soprattutto raccontarci la verità a proposito di quelli che sono i veri problemi sottostanti che si sono concretizzati clinicamente sotto forma di disturbo alimentare. Sono arrivata alla conclusione che ci siano 3 motivi principali:
1. Ammettere che si ha un DCA richiede un cambiamento di ciò in cui si crede. A ben pensarci, infatti, si ricercano sempre input che confermino quelle che sono le nostre credenze, e si escludono automaticamente quelli che le contrastano.
2. Ammettere che si ha un DCA richiede il successivo compimento di azioni indesiderate. Poiché razionalmente si è consapevoli che il DCA è un qualcosa di pericoloso per la salute, ammetterlo significa, in coscienza, iniziare a combatterlo: andare dai medici, mettere al corrente i familiari, talora andare in clinica… tutte cose estremamente ansiogene. Allora si preferisce continuare a tenere gli occhi chiusi.
3. Ammettere che si ha un DCA ci fa provare emozioni negative. In netto contrasto con tutte le sensazioni emotivamente piacevoli che invece l’anoressia stessa ci aveva fatto provare.
Penso che questi 3 punti, per quanto semplicistici, centrino bene il motivo tale per cui è così difficile iniziare il percorso di ricovero. Per farlo, infatti, bisogna affrontare la verità ammettendo che si è malate, che non si ha il controllo del nostro DCA (e di nessun ambito della nostra vita), che bisognerà iniziare un percorso mirato a porre fine a questi comportamenti alimentari dannosi per la nostra salute. È tanta roba.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa dover accettare un sacco di verità tutt’altro che piacevoli, e non sempre si è pronte a questo. Il problema è che continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) la verità, non la rende comunque meno vera.
L’essere umano presenta una sorta di peculiare cecità selettiva verso i problemi che lo riguardano. Da tener presente, peraltro, che questa cecità è individuale, e che gli esterni vendono invece come stanno le cose. Possiamo evitare la verità creandoci il nostro universo alternativo, e talvolta le differenze sono veramente sottili. Non siamo poi così in ritardo, oh, insomma, non troppo in ritardo, oh, insomma, non quando è veramente importante arrivare in orario. E che diamine, in fin dei conti, chi non ha peculiarità riguardo la propria alimentazione? Ci sono un sacco di persone che pesano meno di noi e che sono comunque in salute…. Ma man mano che il DCA procede, l’universo alternativo comincia a diventare sempre più simile alla Zona d’Ombra. Chiunque può mangiare questo gelato senza prendere peso, tranne noi. Il thè verde potrebbe essere calorico, quindi meglio non usarlo. Se si smette adesso di correre di sicuro si prenderà un sacco di peso. E altri pensieri simili.
Se veramente iniziassimo a chiederci quanto davvero sia “normale” il comportamento alimentare di un DCA, e cosa succederebbe se decidessimo di apportarvi un reale cambiamento, dovremo affrontare il fatto che il nostro DCA è molto più problematico di quel che credevano (o volevamo ostinarci a credere) che fosse. Aggiungiamo il fatto che un DCA apporta una buona dose di anosognosia (termine medico che indica l’incapacità d’ammettere che siamo malate), e il nostro cervello potrà continuare a bersi una buona dose di bugie e mezze verità per anni ed anni.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa ammettere che per tanti anni abbiamo vissuto una bugia. Significa affrontare di petto tutti i problemi che veramente abbiamo dentro e che hanno portato all’insorgenza del disturbo alimentare, e rompere la routine che, per quanto malata, era comunque in grado di lenire l’ansia. Significa entrare nel mondo di ciò da cui per tanto tempo eravamo scappate.
È molto più semplice, perciò, evitare la verità, mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, ed continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) tutto quanto.
Certo, la verità prima o poi finisce comunque per venire a galla, quando si sta fisicamente/mentalmente troppo male per tirare avanti con l’anoressia. Ma fa così paura che si preferisce evitarla fino all’ultimo.
C’è però un qualcosa che forse molte di voi non sanno, o comunque più che non saperlo non lo concretizzano: affrontare la verità e andare avanti a testa alta non è così terribile come crediamo sia prima di farlo. Ovvio, non è certo piacevole, ma estirpare le bugie che l’anoressia ci fa raccontare agli altri e, soprattutto, a noi stesse, ci dà la possibilità di affrontare la vita per quello che è veramente. E ci fa vedere che possiamo riuscirci e che, perciò, siamo molto più forti di quel che credevamo di essere.
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