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venerdì 3 ottobre 2014
Immagine corporea: è un concetto utile? (Ma anche no!)
In un articolo di PubMed che ho letto qualche giorno fa, veniva menzionato uno studio condotto abbastanza recentemente in merito alla percezione della propria immagine corporea in chi ha un DCA. Mi sono incuriosita, e così ho deciso di scaricare l’articolo in questione, scritto da Kate Gleeson e Hannah Frith nel 2006. Il punto focale di questo studio infatti è proprio il cercare di rispondere alla domanda: il concetto di “immagine corporea”, per com’è attualmente articolato, è effettivamente utile per valutare chi ha un DCA?
Questa apparentemente semplice domanda cela in realtà una questione piuttosto controversa: dopotutto, all’immagine corporea viene ascritta una significativa centralità in molti studi (e strategie terapeutiche) relativi ai DCA. Credo che chiunque di noi che abbia un DCA si sia sentita dire almeno una volta nella propria vita, da un qualche medico/psichiatra/psicologo/dietista/nutrizionista che è importante migliorare la percezione della propria immagine corporea, che così facendo si può riuscire a far pace col cibo, con l’esercizio fisico, con gli altri, col DCA. Insomma, per come la mettono alcuni specialisti, sembrerebbe che lavorare sulla propria immagine corporea rappresenti la panacea per la guarigione dall’anoressia, che imparare ad amare il proprio corpo per com’è costituisca la chiave di volta per vincere i DCA.
Mi perdonino suddetti specialisti, ma io non sono d’accordo. Voglio mettere in chiaro che io penso che le intenzioni che stanno dietro la retorica dell’ “immagine corporea positiva” siano fondamentalmente buone, forse persino ammirevoli (sebbene un tantinello utopiche, a mio avviso). Tuttavia, mi ha colpito molto il modo in cui le autrici del suddetto studio hanno esplicitato che le ipotesi che stanno alla base della corrente concettualizzazione dell’ “immagine corporea” possono limitare la comprensione di come gli individui vi si relaziono, e di come agiscono con e sul proprio corpo.
Quali sono i postulati che stanno alla base dell’attuale concetto di “immagine corporea”?
1 - Che l’immagine corporea “esiste”.
2 – Che l’immagine corporea è un prodotto (socialmente mediato) della percezione.
3 – Che l’immagine corporea è un qualcosa di interiore.
4 – Che l’immagine corporea può essere trattata come se fosse reale, ed accuratamente valutata.
5 – Che le persone forniscano risposte neutre in merito all’immagine corporea di sé che hanno nella propria testa.
1. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA “ESISTE”
Pensateci bene: questo in realtà non è così strano come potrebbe sembrare. Poiché l’immagine corporea è compresa e studiata, si presume che sia una “cosa” che tutti gli individui possiedono e cui si relazionano. Che questa “immagine” sia accurata o meno, i ricercatori danno per scontato che ogni singola persona ce l’abbia. Altrimenti, che senso avrebbe valutare l’immagine corporea?
Tradizionalmente, l’immagine corporea viene definita come: “l'immagine del nostro corpo che formiamo nella nostra mente, vale a dire, il modo in cui il corpo appare a noi stessi” (Schilder, 1950). Rudd & Lennon (2000), espandono questa definizione includendo le percezioni e gli atteggiamenti tenuti verso il proprio corpo.
Proprio come altri costrutti, questo postulato (l’esistenza dell’immagine corporea) rende l’immagine corporea misurabile, valutabile, e idealmente ci permettono di spiegare perché le persone si comportano in un certo modo nei confronti del proprio corpo. Per esempio, alcuni ricercatori avevano ipotizzato che una sostanziale inaccuratezza della percezione dell’immagine corporea fosse ciò che spingeva le persone con un DCA a cercare di dimagrire costantemente, a prescindere dal loro peso reale. (Non è in realtà così.)
2. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN PRODOTTO (SOCIALMENTE MEDIATO) DELLA PERCEZIONE
Se si parte dall’assunto che l’immagine corporea è una “cosa” che si genera nella mente umana, ecco che viene spontaneo concludere che allora essa è creata attraverso la nostra percezione. Delle vecchissime ricerche sui DCA erano innamorate dell’idea dell’esistenza di una discrepanza nella percezione dell’immagine corporea. Mi riferisco agli studi di psicologi quali Bruch (1962) e Slade & Russell (1973), che non la smettevano più di insistere su quanto le persone malate di anoressia non riuscissero a vedere il proprio corpo per quello che realmente era. (L’anoressia non è una malattia della vista, buongiorno!) Questi sono meramente 2 esempi del modo in cui la psicologia si è sempre concentrata (eccessivamente!) sulla percezione dell’immagine corporea.
Nonostante tutti questi tentativi di mettere ampiamente in risalto la centralità dell’immagine corporea nei DCA, nessuno degli studi di questo tipo è mai riuscito a trovare una relazione statisticamente significativa tra stima delle proprie dimensioni corporee ed insoddisfazione per il proprio aspetto. Nessuno. L'attenzione percettiva pone anche l'accento sulle cose che "distorcono" la percezione, come le pressioni culturali e psicologiche. Ricerche più recenti si sono concentrate sulle discrepanze nella percezione dell’immagine corporea, per esempio chiedendo a delle donne di scegliere quale corpo tra vari esempi mostrati sarebbe stato il loro "ideale", trovando spesso che le donne scelgono corpi più magri del proprio; ma nessuna di queste ricerche riesce a dimostrare se e quanto questo abbia un impatto sui pensieri, comportamenti e relazioni.
3. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN QUALCOSA DI INTERIORE
L’immagine corporea viene spesso descritta come un qualcosa che “appartiene” all’individuo. Gli individui, naturalmente, agiscono ed impattano nel mondo che li circonda. Tuttavia, alla fine della fiera, ci sono una serie di forze che vengono viste come agenti sull’individuo, ed influenzanti l’immagine mentale che essi hanno sul proprio corpo. Nonostante la raffica di ricerche mirate a valutare l’influenza dei fattori esterni sull’immagine corporea, non abbiamo in realtà alcuna certezza o conferma su come esattamente le immagini proposte dai Mass Media, possano impattare sulla percezione dell’immagine corporea.
4. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA PUO’ ESSERE TRATTATA COME SE FOSSE REALE, ED ACCURATAMENTE VALUTATA
Questo postulato riecheggia il primo della lista, e fa fiorire una marea di critiche sulle modalità con cui l’immagine corporea viene valutata.
• L’immagine corporea dev’essere semplificata per poter essere valutata: per esempio, con gli studi che chiedono alle partecipanti di scegliere il proprio corpo ideale tra 9 diverse shilouettes proposte, che possono o meno includere l’immagine corporea “ideale” presente nella testa delle partecipati.
• Le risposte differenti e di un numero limitatissimo di donne vengono considerate rappresentative delle differenze percettive “reali”.
• Queste diverse risposte vengono trattate come se fossero intrinsecamente significative: ogni discrepanza da esse viene valutata come “insoddisfazione”.
5. POSTULATO: LE PERSONE FORNISCONO RIPOSTE NEUTRE IN MERITO ALL’IMMAGINE CORPOREA DI SE’ CHE HANNO NELLA PROPRIA TESTA
Le persone sono generalmente consapevoli che la loro esistenza è inscritta in un particolare ambiente culturale. Se anche un individuo può rispondere ad un questionario affermando che la sua immagine corporea “ideale” è più magra del loro corpo ideale, questo non dice sostanzialmente niente su quanto questo incida nella lista delle priorità di vita dell’individuo.
La maggior parte delle donne potrebbe dire di voler essere, in misura più o meno ampia, più magra di quello che è, ma solo un’irrisoria percentuale di esse si ammala di anoressia. Ergo, non esiste alcuna correlazione diretta tra le 2 cose, perché se ci fosse una reazione causa-effetto, tutte quelle donne si ammalerebbero. E questa è la dimostrazione del fatto che i DCA sono malattie multifattoriali determinate da così tante cause che eventuali discrepanze sulla percezione dell’immagine corporea possono avere un ruolo minimale o addirittura nullo sullo sviluppo di un DCA.
Quello che secondo me dovremmo fare, perciò, è ri-concettualizzare i problemi.
1. Focus di ricerca ristretto
L’immagine corporea è un qualcosa di estremamente complesso e variegato. Se diamo per scontato che l’immagine corporea sia semplicemente il mediatore tra pensiero ed azione, tagliamo fuori moltissime importanti domande, quali per esempio:
• Com’è che la percezione dell’immagine corporea è diversa in persone diverse?
• Come si può capire quale sia l’influenza che ha la percezione della propria immagine corporea sul singolo individuo, e come questa moduli la vita quotidiana e le interazioni con gli altri?
• Ci sono altre modalità d’interpretare le problematiche comportamentali, al di là del banale scaricare la colpa sull’immagine corporea?
2. Sottovalutazione del contesto
Come precedentemente detto, le persone sono immerse nell’ambiente esterno che le circonda. Ma finora, tutte le indagini sono state solo ed esclusivamente mirate a valutare come le immagini proposte dai Mass Media potessero influenzare la percezione della propria immagine corporea.
Fortunatamente, sembra che alcuni recentissimi studi stanno cercando di mettere in relazione come l’immagine corporea del singolo possa condizionare di partenza la sua relazione con mondo circostante, ancor prima di ricevere input esterni. Questi studi stanno mettendo in evidenza il fatto che la percezione dell’immagine corporea del singolo individuo non è univoca ed unitaria, ma varia in base al contesto in cui il soggetto si trova (se è in giro con gli amici, se a al lavoro/a scuola, etc…) e in base alle persone con cui interagisce.
3. De-enfatizzare la produzione discorsiva dell’immagine corporea
Quando consideriamo l’immagine corporea come una “cosa reale”, dimentichiamo che c’è un divario tra il modo in cui essa viene percepita, e il modo in cui viene esplicitata. Per cui, anche il fatto che i Mass Media propongano certi tipi di immagine, non ha per tutti la stessa risonanza, e non necessariamente scalfisce la percezione del singolo.
4. Ignorare la natura sociale della percezione
La percezione dei corpi, e del proprio corpo in particolare, può essere valutata comparandola a corpi altrui o al proprio. Inoltre, piuttosto che essere un tutto unitario, l’immagine corporea può concentrarsi su singole parti del corpo.
Dentro uno “schema dell’immagine corporea” i singoli individui possono concentrarsi su certi aspetti, che possono essere diversi da persona a persona. Una persona può anche accettare di avere dei fianchi più ampi, purchè questo comporti l’avere un seno più grosso, se quella è una parte del corpo su cui centra particolarmente la sua attenzione.
5. Distrazione dalla natura dialogica dell’immagine corporea
E’ opinione erronea ma comune che l’influenza dei Mass Media sull’immagine corporea sia unidirezionale. Quest’erronea convinzione sottovaluta significativamente la capacità delle persone di essere senzienti e critiche nei confronti delle immagini trasmesse dai Mass Media.
Lo studio di cui vi parlavo mette in evidenza come le adolescenti, leggendo una rivista modaiola, possano allo stesso tempo gradirla, comparare il proprio corpo a quello delle cover girl, e allo stesso tempo essere consapevoli dell’esistenza del fotoritocco, e criticare quella bellezza del tutto artificiosa. Il che è decisamente il prodotto di una mente senziente.
6. Individuazione delle preoccupazioni per il proprio corpo
Di nuovo, occorre considerare il fatto che noi interagiamo con altre persone. Noi non siamo affatto dei burattini, dei corpi passivi: ci impegnamo nelle relazioni con gli altri, e ci chiediamo cosa loro pensino di noi.
Inoltre, le modalità con cui le persone si relazionano alla propria immagine corporea, variano da individuo ad individuo. Non tutti recepiscono uno stesso messaggio allo stesso modo, e questa è una verità che molto spesso viene considerata ovvia, scontata, e quindi viene sottovalutata.
Dopo tutto ciò con cui vi ho tediato finora, tiriamo le somme: in che modo possiamo relazionarci all’immagine corporea, e rendere questo costrutto più utile? Le autrici dello studio suggeriscono che l’immagine corporea potrebbe essere compresa in maniera migliore se considerata come un attivo, variegato e continuo processo di raffigurazione di se stessi. Tant’è che preferiscono utilizzare il termine “body imaging” anziché “body image”, perché cattura splendidamente la fluidità e la continuatività della costruzione/decostruzione dell’immagine corporea.
Per concettualizzare l’immagine corporea in questo modo, bisogna intenderla come “un processo attivo che l'individuo si impegna a modificare, migliorare, e venire a patti con il proprio corpo in specifici contesti temporali, vitali e relazionali”.
Anziché essere un “prodotto”, l’immagine corporea viene considerate come un’ “attività”, una distinzione che le autrici sottolineano perchè può aiutare a catturare l’esperienza complessissima e riflessiva di essere nel proprio corpo.
Devo dire che il modo in cui quest’articolo reinterpreta l’immagine corporea non mi dispiace affatto. Quel che penso sia particolarmente importante in questo approccio è che, nonostante la resistente retorica dell’ "immagine corporea positiva", quest’articolo sembra fare piccoli progressi in merito alle modalità in cui gli individui che hanno un DCA si possono relazionare al proprio corpo. Questo mi porta a credere che manchi decisamente qualcosa in merito alla comprensione di come ogni singolo individuo si relazioni al proprio corpo, e se, in effetti, l’ “immagine corporea” sia un concetto che è universalmente e uniformemente rilevante per tutte coloro che hanno un DCA.
Questa apparentemente semplice domanda cela in realtà una questione piuttosto controversa: dopotutto, all’immagine corporea viene ascritta una significativa centralità in molti studi (e strategie terapeutiche) relativi ai DCA. Credo che chiunque di noi che abbia un DCA si sia sentita dire almeno una volta nella propria vita, da un qualche medico/psichiatra/psicologo/dietista/nutrizionista che è importante migliorare la percezione della propria immagine corporea, che così facendo si può riuscire a far pace col cibo, con l’esercizio fisico, con gli altri, col DCA. Insomma, per come la mettono alcuni specialisti, sembrerebbe che lavorare sulla propria immagine corporea rappresenti la panacea per la guarigione dall’anoressia, che imparare ad amare il proprio corpo per com’è costituisca la chiave di volta per vincere i DCA.
Mi perdonino suddetti specialisti, ma io non sono d’accordo. Voglio mettere in chiaro che io penso che le intenzioni che stanno dietro la retorica dell’ “immagine corporea positiva” siano fondamentalmente buone, forse persino ammirevoli (sebbene un tantinello utopiche, a mio avviso). Tuttavia, mi ha colpito molto il modo in cui le autrici del suddetto studio hanno esplicitato che le ipotesi che stanno alla base della corrente concettualizzazione dell’ “immagine corporea” possono limitare la comprensione di come gli individui vi si relaziono, e di come agiscono con e sul proprio corpo.
Quali sono i postulati che stanno alla base dell’attuale concetto di “immagine corporea”?
1 - Che l’immagine corporea “esiste”.
2 – Che l’immagine corporea è un prodotto (socialmente mediato) della percezione.
3 – Che l’immagine corporea è un qualcosa di interiore.
4 – Che l’immagine corporea può essere trattata come se fosse reale, ed accuratamente valutata.
5 – Che le persone forniscano risposte neutre in merito all’immagine corporea di sé che hanno nella propria testa.
1. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA “ESISTE”
Pensateci bene: questo in realtà non è così strano come potrebbe sembrare. Poiché l’immagine corporea è compresa e studiata, si presume che sia una “cosa” che tutti gli individui possiedono e cui si relazionano. Che questa “immagine” sia accurata o meno, i ricercatori danno per scontato che ogni singola persona ce l’abbia. Altrimenti, che senso avrebbe valutare l’immagine corporea?
Tradizionalmente, l’immagine corporea viene definita come: “l'immagine del nostro corpo che formiamo nella nostra mente, vale a dire, il modo in cui il corpo appare a noi stessi” (Schilder, 1950). Rudd & Lennon (2000), espandono questa definizione includendo le percezioni e gli atteggiamenti tenuti verso il proprio corpo.
Proprio come altri costrutti, questo postulato (l’esistenza dell’immagine corporea) rende l’immagine corporea misurabile, valutabile, e idealmente ci permettono di spiegare perché le persone si comportano in un certo modo nei confronti del proprio corpo. Per esempio, alcuni ricercatori avevano ipotizzato che una sostanziale inaccuratezza della percezione dell’immagine corporea fosse ciò che spingeva le persone con un DCA a cercare di dimagrire costantemente, a prescindere dal loro peso reale. (Non è in realtà così.)
2. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN PRODOTTO (SOCIALMENTE MEDIATO) DELLA PERCEZIONE
Se si parte dall’assunto che l’immagine corporea è una “cosa” che si genera nella mente umana, ecco che viene spontaneo concludere che allora essa è creata attraverso la nostra percezione. Delle vecchissime ricerche sui DCA erano innamorate dell’idea dell’esistenza di una discrepanza nella percezione dell’immagine corporea. Mi riferisco agli studi di psicologi quali Bruch (1962) e Slade & Russell (1973), che non la smettevano più di insistere su quanto le persone malate di anoressia non riuscissero a vedere il proprio corpo per quello che realmente era. (L’anoressia non è una malattia della vista, buongiorno!) Questi sono meramente 2 esempi del modo in cui la psicologia si è sempre concentrata (eccessivamente!) sulla percezione dell’immagine corporea.
Nonostante tutti questi tentativi di mettere ampiamente in risalto la centralità dell’immagine corporea nei DCA, nessuno degli studi di questo tipo è mai riuscito a trovare una relazione statisticamente significativa tra stima delle proprie dimensioni corporee ed insoddisfazione per il proprio aspetto. Nessuno. L'attenzione percettiva pone anche l'accento sulle cose che "distorcono" la percezione, come le pressioni culturali e psicologiche. Ricerche più recenti si sono concentrate sulle discrepanze nella percezione dell’immagine corporea, per esempio chiedendo a delle donne di scegliere quale corpo tra vari esempi mostrati sarebbe stato il loro "ideale", trovando spesso che le donne scelgono corpi più magri del proprio; ma nessuna di queste ricerche riesce a dimostrare se e quanto questo abbia un impatto sui pensieri, comportamenti e relazioni.
3. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN QUALCOSA DI INTERIORE
L’immagine corporea viene spesso descritta come un qualcosa che “appartiene” all’individuo. Gli individui, naturalmente, agiscono ed impattano nel mondo che li circonda. Tuttavia, alla fine della fiera, ci sono una serie di forze che vengono viste come agenti sull’individuo, ed influenzanti l’immagine mentale che essi hanno sul proprio corpo. Nonostante la raffica di ricerche mirate a valutare l’influenza dei fattori esterni sull’immagine corporea, non abbiamo in realtà alcuna certezza o conferma su come esattamente le immagini proposte dai Mass Media, possano impattare sulla percezione dell’immagine corporea.
4. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA PUO’ ESSERE TRATTATA COME SE FOSSE REALE, ED ACCURATAMENTE VALUTATA
Questo postulato riecheggia il primo della lista, e fa fiorire una marea di critiche sulle modalità con cui l’immagine corporea viene valutata.
• L’immagine corporea dev’essere semplificata per poter essere valutata: per esempio, con gli studi che chiedono alle partecipanti di scegliere il proprio corpo ideale tra 9 diverse shilouettes proposte, che possono o meno includere l’immagine corporea “ideale” presente nella testa delle partecipati.
• Le risposte differenti e di un numero limitatissimo di donne vengono considerate rappresentative delle differenze percettive “reali”.
• Queste diverse risposte vengono trattate come se fossero intrinsecamente significative: ogni discrepanza da esse viene valutata come “insoddisfazione”.
5. POSTULATO: LE PERSONE FORNISCONO RIPOSTE NEUTRE IN MERITO ALL’IMMAGINE CORPOREA DI SE’ CHE HANNO NELLA PROPRIA TESTA
Le persone sono generalmente consapevoli che la loro esistenza è inscritta in un particolare ambiente culturale. Se anche un individuo può rispondere ad un questionario affermando che la sua immagine corporea “ideale” è più magra del loro corpo ideale, questo non dice sostanzialmente niente su quanto questo incida nella lista delle priorità di vita dell’individuo.
La maggior parte delle donne potrebbe dire di voler essere, in misura più o meno ampia, più magra di quello che è, ma solo un’irrisoria percentuale di esse si ammala di anoressia. Ergo, non esiste alcuna correlazione diretta tra le 2 cose, perché se ci fosse una reazione causa-effetto, tutte quelle donne si ammalerebbero. E questa è la dimostrazione del fatto che i DCA sono malattie multifattoriali determinate da così tante cause che eventuali discrepanze sulla percezione dell’immagine corporea possono avere un ruolo minimale o addirittura nullo sullo sviluppo di un DCA.
Quello che secondo me dovremmo fare, perciò, è ri-concettualizzare i problemi.
1. Focus di ricerca ristretto
L’immagine corporea è un qualcosa di estremamente complesso e variegato. Se diamo per scontato che l’immagine corporea sia semplicemente il mediatore tra pensiero ed azione, tagliamo fuori moltissime importanti domande, quali per esempio:
• Com’è che la percezione dell’immagine corporea è diversa in persone diverse?
• Come si può capire quale sia l’influenza che ha la percezione della propria immagine corporea sul singolo individuo, e come questa moduli la vita quotidiana e le interazioni con gli altri?
• Ci sono altre modalità d’interpretare le problematiche comportamentali, al di là del banale scaricare la colpa sull’immagine corporea?
2. Sottovalutazione del contesto
Come precedentemente detto, le persone sono immerse nell’ambiente esterno che le circonda. Ma finora, tutte le indagini sono state solo ed esclusivamente mirate a valutare come le immagini proposte dai Mass Media potessero influenzare la percezione della propria immagine corporea.
Fortunatamente, sembra che alcuni recentissimi studi stanno cercando di mettere in relazione come l’immagine corporea del singolo possa condizionare di partenza la sua relazione con mondo circostante, ancor prima di ricevere input esterni. Questi studi stanno mettendo in evidenza il fatto che la percezione dell’immagine corporea del singolo individuo non è univoca ed unitaria, ma varia in base al contesto in cui il soggetto si trova (se è in giro con gli amici, se a al lavoro/a scuola, etc…) e in base alle persone con cui interagisce.
3. De-enfatizzare la produzione discorsiva dell’immagine corporea
Quando consideriamo l’immagine corporea come una “cosa reale”, dimentichiamo che c’è un divario tra il modo in cui essa viene percepita, e il modo in cui viene esplicitata. Per cui, anche il fatto che i Mass Media propongano certi tipi di immagine, non ha per tutti la stessa risonanza, e non necessariamente scalfisce la percezione del singolo.
4. Ignorare la natura sociale della percezione
La percezione dei corpi, e del proprio corpo in particolare, può essere valutata comparandola a corpi altrui o al proprio. Inoltre, piuttosto che essere un tutto unitario, l’immagine corporea può concentrarsi su singole parti del corpo.
Dentro uno “schema dell’immagine corporea” i singoli individui possono concentrarsi su certi aspetti, che possono essere diversi da persona a persona. Una persona può anche accettare di avere dei fianchi più ampi, purchè questo comporti l’avere un seno più grosso, se quella è una parte del corpo su cui centra particolarmente la sua attenzione.
5. Distrazione dalla natura dialogica dell’immagine corporea
E’ opinione erronea ma comune che l’influenza dei Mass Media sull’immagine corporea sia unidirezionale. Quest’erronea convinzione sottovaluta significativamente la capacità delle persone di essere senzienti e critiche nei confronti delle immagini trasmesse dai Mass Media.
Lo studio di cui vi parlavo mette in evidenza come le adolescenti, leggendo una rivista modaiola, possano allo stesso tempo gradirla, comparare il proprio corpo a quello delle cover girl, e allo stesso tempo essere consapevoli dell’esistenza del fotoritocco, e criticare quella bellezza del tutto artificiosa. Il che è decisamente il prodotto di una mente senziente.
6. Individuazione delle preoccupazioni per il proprio corpo
Di nuovo, occorre considerare il fatto che noi interagiamo con altre persone. Noi non siamo affatto dei burattini, dei corpi passivi: ci impegnamo nelle relazioni con gli altri, e ci chiediamo cosa loro pensino di noi.
Inoltre, le modalità con cui le persone si relazionano alla propria immagine corporea, variano da individuo ad individuo. Non tutti recepiscono uno stesso messaggio allo stesso modo, e questa è una verità che molto spesso viene considerata ovvia, scontata, e quindi viene sottovalutata.
Dopo tutto ciò con cui vi ho tediato finora, tiriamo le somme: in che modo possiamo relazionarci all’immagine corporea, e rendere questo costrutto più utile? Le autrici dello studio suggeriscono che l’immagine corporea potrebbe essere compresa in maniera migliore se considerata come un attivo, variegato e continuo processo di raffigurazione di se stessi. Tant’è che preferiscono utilizzare il termine “body imaging” anziché “body image”, perché cattura splendidamente la fluidità e la continuatività della costruzione/decostruzione dell’immagine corporea.
Per concettualizzare l’immagine corporea in questo modo, bisogna intenderla come “un processo attivo che l'individuo si impegna a modificare, migliorare, e venire a patti con il proprio corpo in specifici contesti temporali, vitali e relazionali”.
Anziché essere un “prodotto”, l’immagine corporea viene considerate come un’ “attività”, una distinzione che le autrici sottolineano perchè può aiutare a catturare l’esperienza complessissima e riflessiva di essere nel proprio corpo.
Devo dire che il modo in cui quest’articolo reinterpreta l’immagine corporea non mi dispiace affatto. Quel che penso sia particolarmente importante in questo approccio è che, nonostante la resistente retorica dell’ "immagine corporea positiva", quest’articolo sembra fare piccoli progressi in merito alle modalità in cui gli individui che hanno un DCA si possono relazionare al proprio corpo. Questo mi porta a credere che manchi decisamente qualcosa in merito alla comprensione di come ogni singolo individuo si relazioni al proprio corpo, e se, in effetti, l’ “immagine corporea” sia un concetto che è universalmente e uniformemente rilevante per tutte coloro che hanno un DCA.
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