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venerdì 20 settembre 2013
Quando ad avere un DCA è una mamma
Uno dei (falsi) luoghi comuni più diffusi a proposito dei DCA, è che queste patologie colpiscano soltanto le adolescenti. Certo, è vero che in molti casi l’esordio di un disturbo alimentare coincide proprio con l’età adolescenziale, ma la vita non si esaurisce nell’adolescenza. E allora, cosa succede quando queste adolescenti crescono? Il DCA non sparisce magicamente, e così la ragazzina continua a tirarsi dietro la patologia all’università, dopo la laurea, nell’età adulta, nelle relazioni, nella convivenza e durante un’eventuale gravidanza. Già, anche durante la gravidanza. Se c’è qualcuno che sta pensando che mettere al mondo un figlio trasformi istantaneamente una donna in una madre, mi sa tanto che si sbaglia di grosso. Ci sono alcune persone in cui l’esperienza di una gravidanza aiuta a combattere il DCA, altre in cui invece peggiora la situazione.
Dunque, cosa succede quando una donna torna a casa dall’ospedale insieme al suo partner, a suo figlio, e al suo DCA?
Prima di mettermi a scrivere questo post ho dato un’occhiata agli articoli che parlano di anoressia e gravidanza, e mi sono così accorta che nella maggior parte dei casi le donne incinta con un DCA vengono considerate delle egoiste. La premessa è che sono queste stesse donne che scelgono di essere malate, e quindi dovrebbero concentrarsi sul loro DCA e non pensare ad avere un figlio.
Okay, diciamo come la penso io: sì, una madre è responsabile della salute e della sicurezza dei propri figli; ma una donna non è soltanto una madre dal momento in cui partorisce. È una PERSONA, con tutti i suoi ghiribizzi e idiosincrasie e tutto quello che una persona può avere, per cui non deve sembrare una cosa così egoista e fuori dal mondo che una persona con figli possa avere anche un DCA.
Altra cosa: potremmo per favore smetterla con l’idea che le persone scelgano scientemente di quale malattia mentale ammalarsi, e di rimanere malate? Anche basta, eh.
E dunque, tra tutti questi falsi miti sulla femminiltà, maternità, e disturbi alimentari, com’è che si sente veramente una madre che ha un DCA? Dato che io non sono (né sarò) madre, per rispondere a questa domanda ho trovato un interessante articolo scritto dagli psicologi australiani Stitt e Reupert, che hanno intervistato 9 madri affette da DCA, per capire come possa essere barcamenarsi tra figli, lavoro, vita e una malattia mentale potenzialmente letale.
Cominciamo dal titolo. Il titolo mi ha fatto storcere il naso parecchio, però devo dire che il resto dell’articolo era interessante. Il titolo recita: “Madri con un disturbo alimentare: il cibo viene prima di tutto”. Quando l’ho letto, mi è venuto l’impulso di prendere a testate il monitor del computer. Ma che diamine… Certo, sicuramente il cibo condiziona la vita di una persona che ha un disturbo alimentare, ne altera le relazioni sociali e interferisce nella relazione madre-figli, ma non è in alcun modo totalmente rappresentativo di una persona che ha un DCA. Anzi, immagino che una madre con un DCA faccia di tutto per cercare di tener testa all’anoressia/bulimia/binge/DCAnas, nasconderla agli occhi dei propri figli, e cercare di conservare un’apparenza normale.
A parte questa considerazione sul titolo, l’articolo mi è piaciuto perché vengono intervistate queste madri, e credo che le esperienze di vita in presa diretta siano veramente utili ed importanti per documentare una realtà e farla comprendere.
Di queste 9 donne intervistate, 4 sono affette da anoressia, 4 da bulimia e 1 da DCAnas. Hanno tra 1 e 4 figli e tutte in passato hanno in qualche modo cercato di curare il loro DCA ricercando un aiuto professionale.
Ci sono 6 punti principali che vengono toccati nelle interviste:
• L’impatto che il DCA della madre ha sui figli
• Il modello proposto ai figli di un’alimentazione disturbata
• La priorità che il DCA riveste nella vita delle madri
• La motivazione al ricovero che può dare il fatto di avere dei figli
• La segretezza che circoscrive il DCA
• I trattamenti necessari
Tutte le donne dichiarano di avere difficoltà a stabilire dei limiti tra il loro DCA, i loro figli, e le loro relazioni sociali.
Una di queste donne dice: “Ho speso un sacco di tempo dietro alle ossessioni sempre presenti nella mia testa, tempo che ho rubato alla possibilità di fare cose insieme ai miei figli. Mi chiedo quanto tempo ho realmente perso, quante attenzioni gli ho sottratto, quante volte sono stata una madre assente?”
Tutte le donne intervistate, inoltre, dichiarano di sperare che il DCA non colpisca anche i loro figli, ma allo stesso tempo tutte ammettono che sono preoccupate all’idea che i loro figli possano copiare i loro erronei comportamenti alimentari.
Una mamma dice: “La mia più grande paura è cosa potrebbe succedere se mia figlia mi copiasse… Il DCA è la mia strategia di coping, e sono terrorizzata all’idea che lei possa rendersene conto e pensare qualcosa come: “Okay, la mamma fa così quando si trova di fronte a certe situazioni, quindi lo faro anch’io””.
Sebbene i figli accrescano le ansie materne per come possono influenzarli col loro DCA, è anche vero che per alcune di loro essi rappresentano una motivazione per mettercela tutta nel combattere contro il proprio DCA.
“Non voglio che le mie figlie crescano con una madre che sia in qualche modo disfunzionale” dice una delle intervistate “Sto cercando di combattere contro il DCA proprio per questo. Vorrei stare meglio per permettere alle mie figlie di crescere in un ambiente sano. Se non fosse stato per loro, onestamente o sarei morta, o sarei alle prese con una ricaduta dietro l’altra.”
Ci sono tuttavia delle difficoltà per queste madri per ricevere un trattamento adeguato: la maggior parte di esse nota come la stragrande maggioranza dei servizi offerti sia diretto alle adolescenti, a chi non ha una propria famiglia, e quanto sia difficile trovare un appuntamento per una donna che ha dei figli e lavora, e quindi ha dei tempi diversi rispetto a quelli di una ragazzina.
Una donna dice: “I terapeuti spesso non si rendono conto che non tutti hanno una babysitter, e che quindi la possibilità di seguire costantemente una terapia è condizionata dale necessità dei figli. Uno psicoterapeuta mi ha detto: “Se non puoi venire almeno una volta alla settimana, non si può lavorare in maniera efficace”. Io gli ho risposto: “Ci provo, ma se i miei figli sono malati e devo stare con loro, che ci posso fare?””
La conclusione dell’articolo (conclusione che, come il titolo, non mi piace) è che le donne con un DCA non riescono a gestire adeguatamente ed efficacemente né il loro DCA, né il loro ruolo di madre.
Penso che questa conclusione sia molto superficiale, e che sarebbe necessario andare più in profondità.
Per quanto le 9 madri intervistate riconoscano l’impatto avverso che un DCA può avere sui loro figli/e, alcune lo minimizzano. Tuttavia, è interessante notare come una di queste madri sottolinei il fatto che questa minimizzazione fa parte del proprio diniego relativo al DCA stesso. La vergogna associata all’avere un DCA in età adulta, e la conseguente necessità di nascondere il proprio disturbo alimentare agli occhi dei propri figli, è forse associato a questo diniego. Alcune madri sentono che per certe cose il DCA è prioritario ai loro figli ma, allo stesso tempo, trovano nei figli la spinta per continuare a combattere contro il DCA. Questo significa che queste madri cercando di destreggiarsi tra le richieste del DCA e quelle dei propri figli, e vengono sballottate dalle une alle altre, il che rende molto difficile uscire dall’impasse. Eppure, credo sia proprio su questa ambivalenza che gli psicoterapeuti potrebbero proprio efficacemente lavorare.
Pur non avendo vissuto in prima persona quest’esperienza, io credo che una madre con un DCA faccia del suo meglio per gestire sia il suo DCA, sia la sua responsabilità in quanto genitore. E il fatto che persista il falso luogo comune che le madri malate di anoressia/bulimia siano infantili, capricciose, egoiste, prive di voglia di guarire, non aiuta proprio per niente. Le madri con un DCA avrebbero bisogno di un trattamento costruito sulle loro necessità, sui loro tempi ridotti, sulla necessità di gestire lavoro, partner, figli, vita, contemporaneamente. Vivere con un DCA è estremamente difficile, sia per la persona malata, sia per i suoi familiari, ed è troppo facile scaricare la colpa su chi ne soffre. Un genitore con un disturbo alimentare ha un grosso impatto sui propri figli, e questo non può e non dev’essere ignorato. Una madre con un DCA sta male, e non dovrebbe essere indicata a dito come esempio di egoismo, ma aiutata. (Così come i suoi figli, non sto cercando di minimizzare le sofferenze di un figlio/a di una persona che ha un DCA, che certo si trova a dover sostenere una situazione difficilissima.) Penso che, a tal proposito, potrebbe essere molto utile la creazione di centri di terapia di gruppo sia per le madri che hanno un DCA, sia per i loro figli che risentono della situazione.
Ci vorrebbe più comprensione e supporto, e meno luoghi comuni e giudizi.
Dunque, cosa succede quando una donna torna a casa dall’ospedale insieme al suo partner, a suo figlio, e al suo DCA?
Prima di mettermi a scrivere questo post ho dato un’occhiata agli articoli che parlano di anoressia e gravidanza, e mi sono così accorta che nella maggior parte dei casi le donne incinta con un DCA vengono considerate delle egoiste. La premessa è che sono queste stesse donne che scelgono di essere malate, e quindi dovrebbero concentrarsi sul loro DCA e non pensare ad avere un figlio.
Okay, diciamo come la penso io: sì, una madre è responsabile della salute e della sicurezza dei propri figli; ma una donna non è soltanto una madre dal momento in cui partorisce. È una PERSONA, con tutti i suoi ghiribizzi e idiosincrasie e tutto quello che una persona può avere, per cui non deve sembrare una cosa così egoista e fuori dal mondo che una persona con figli possa avere anche un DCA.
Altra cosa: potremmo per favore smetterla con l’idea che le persone scelgano scientemente di quale malattia mentale ammalarsi, e di rimanere malate? Anche basta, eh.
E dunque, tra tutti questi falsi miti sulla femminiltà, maternità, e disturbi alimentari, com’è che si sente veramente una madre che ha un DCA? Dato che io non sono (né sarò) madre, per rispondere a questa domanda ho trovato un interessante articolo scritto dagli psicologi australiani Stitt e Reupert, che hanno intervistato 9 madri affette da DCA, per capire come possa essere barcamenarsi tra figli, lavoro, vita e una malattia mentale potenzialmente letale.
Cominciamo dal titolo. Il titolo mi ha fatto storcere il naso parecchio, però devo dire che il resto dell’articolo era interessante. Il titolo recita: “Madri con un disturbo alimentare: il cibo viene prima di tutto”. Quando l’ho letto, mi è venuto l’impulso di prendere a testate il monitor del computer. Ma che diamine… Certo, sicuramente il cibo condiziona la vita di una persona che ha un disturbo alimentare, ne altera le relazioni sociali e interferisce nella relazione madre-figli, ma non è in alcun modo totalmente rappresentativo di una persona che ha un DCA. Anzi, immagino che una madre con un DCA faccia di tutto per cercare di tener testa all’anoressia/bulimia/binge/DCAnas, nasconderla agli occhi dei propri figli, e cercare di conservare un’apparenza normale.
A parte questa considerazione sul titolo, l’articolo mi è piaciuto perché vengono intervistate queste madri, e credo che le esperienze di vita in presa diretta siano veramente utili ed importanti per documentare una realtà e farla comprendere.
Di queste 9 donne intervistate, 4 sono affette da anoressia, 4 da bulimia e 1 da DCAnas. Hanno tra 1 e 4 figli e tutte in passato hanno in qualche modo cercato di curare il loro DCA ricercando un aiuto professionale.
Ci sono 6 punti principali che vengono toccati nelle interviste:
• L’impatto che il DCA della madre ha sui figli
• Il modello proposto ai figli di un’alimentazione disturbata
• La priorità che il DCA riveste nella vita delle madri
• La motivazione al ricovero che può dare il fatto di avere dei figli
• La segretezza che circoscrive il DCA
• I trattamenti necessari
Tutte le donne dichiarano di avere difficoltà a stabilire dei limiti tra il loro DCA, i loro figli, e le loro relazioni sociali.
Una di queste donne dice: “Ho speso un sacco di tempo dietro alle ossessioni sempre presenti nella mia testa, tempo che ho rubato alla possibilità di fare cose insieme ai miei figli. Mi chiedo quanto tempo ho realmente perso, quante attenzioni gli ho sottratto, quante volte sono stata una madre assente?”
Tutte le donne intervistate, inoltre, dichiarano di sperare che il DCA non colpisca anche i loro figli, ma allo stesso tempo tutte ammettono che sono preoccupate all’idea che i loro figli possano copiare i loro erronei comportamenti alimentari.
Una mamma dice: “La mia più grande paura è cosa potrebbe succedere se mia figlia mi copiasse… Il DCA è la mia strategia di coping, e sono terrorizzata all’idea che lei possa rendersene conto e pensare qualcosa come: “Okay, la mamma fa così quando si trova di fronte a certe situazioni, quindi lo faro anch’io””.
Sebbene i figli accrescano le ansie materne per come possono influenzarli col loro DCA, è anche vero che per alcune di loro essi rappresentano una motivazione per mettercela tutta nel combattere contro il proprio DCA.
“Non voglio che le mie figlie crescano con una madre che sia in qualche modo disfunzionale” dice una delle intervistate “Sto cercando di combattere contro il DCA proprio per questo. Vorrei stare meglio per permettere alle mie figlie di crescere in un ambiente sano. Se non fosse stato per loro, onestamente o sarei morta, o sarei alle prese con una ricaduta dietro l’altra.”
Ci sono tuttavia delle difficoltà per queste madri per ricevere un trattamento adeguato: la maggior parte di esse nota come la stragrande maggioranza dei servizi offerti sia diretto alle adolescenti, a chi non ha una propria famiglia, e quanto sia difficile trovare un appuntamento per una donna che ha dei figli e lavora, e quindi ha dei tempi diversi rispetto a quelli di una ragazzina.
Una donna dice: “I terapeuti spesso non si rendono conto che non tutti hanno una babysitter, e che quindi la possibilità di seguire costantemente una terapia è condizionata dale necessità dei figli. Uno psicoterapeuta mi ha detto: “Se non puoi venire almeno una volta alla settimana, non si può lavorare in maniera efficace”. Io gli ho risposto: “Ci provo, ma se i miei figli sono malati e devo stare con loro, che ci posso fare?””
La conclusione dell’articolo (conclusione che, come il titolo, non mi piace) è che le donne con un DCA non riescono a gestire adeguatamente ed efficacemente né il loro DCA, né il loro ruolo di madre.
Penso che questa conclusione sia molto superficiale, e che sarebbe necessario andare più in profondità.
Per quanto le 9 madri intervistate riconoscano l’impatto avverso che un DCA può avere sui loro figli/e, alcune lo minimizzano. Tuttavia, è interessante notare come una di queste madri sottolinei il fatto che questa minimizzazione fa parte del proprio diniego relativo al DCA stesso. La vergogna associata all’avere un DCA in età adulta, e la conseguente necessità di nascondere il proprio disturbo alimentare agli occhi dei propri figli, è forse associato a questo diniego. Alcune madri sentono che per certe cose il DCA è prioritario ai loro figli ma, allo stesso tempo, trovano nei figli la spinta per continuare a combattere contro il DCA. Questo significa che queste madri cercando di destreggiarsi tra le richieste del DCA e quelle dei propri figli, e vengono sballottate dalle une alle altre, il che rende molto difficile uscire dall’impasse. Eppure, credo sia proprio su questa ambivalenza che gli psicoterapeuti potrebbero proprio efficacemente lavorare.
Pur non avendo vissuto in prima persona quest’esperienza, io credo che una madre con un DCA faccia del suo meglio per gestire sia il suo DCA, sia la sua responsabilità in quanto genitore. E il fatto che persista il falso luogo comune che le madri malate di anoressia/bulimia siano infantili, capricciose, egoiste, prive di voglia di guarire, non aiuta proprio per niente. Le madri con un DCA avrebbero bisogno di un trattamento costruito sulle loro necessità, sui loro tempi ridotti, sulla necessità di gestire lavoro, partner, figli, vita, contemporaneamente. Vivere con un DCA è estremamente difficile, sia per la persona malata, sia per i suoi familiari, ed è troppo facile scaricare la colpa su chi ne soffre. Un genitore con un disturbo alimentare ha un grosso impatto sui propri figli, e questo non può e non dev’essere ignorato. Una madre con un DCA sta male, e non dovrebbe essere indicata a dito come esempio di egoismo, ma aiutata. (Così come i suoi figli, non sto cercando di minimizzare le sofferenze di un figlio/a di una persona che ha un DCA, che certo si trova a dover sostenere una situazione difficilissima.) Penso che, a tal proposito, potrebbe essere molto utile la creazione di centri di terapia di gruppo sia per le madri che hanno un DCA, sia per i loro figli che risentono della situazione.
Ci vorrebbe più comprensione e supporto, e meno luoghi comuni e giudizi.
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