Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 2 gennaio 2015

Quando i medici fanno peggio che meglio

Se avete un DCA, vi sarà capitato quasi sicuramente di avere a che fare con psicoterapeuti con cui vi siete trovate male, o di aver cessato di seguire una psicoterapia in conseguenza del comportamento che determinati psicoterapeuti hanno tenuto nei vostri confronti.

Anch'io ci sono passata, molteplici volte: giusto per fare un esempio, quando ho terminato il mio quarto ricovero in una clinica specializzata per il trattamento dei DCA, la psicoterapeuta che mi aveva seguito durante i mesi di ricovero si era rifiutata di continuare a seguirmi come esterna, perchè secondo lei ero pronta per andare avanti da sola (probabilmente perchè avevo un elevato livello di consapevolezza della malattia, e forti capacità di autocontrollo ed autoimposizione). Ma io mi sentivo tutt'altro che pronta, e dunque mi ero cercata un'altra psicoterapeuta, che fortunatamente aveva compreso che l'anoressia era un problema per me ancora molto presente, sebbene non rientrassi più strettamente nei criteri diagnostici del DSM per questa patologia. (Okay, poi successivamente ho mollato anche questa psicoterapeuta... così come molte altre psicoterapeute successive... ma questa è un'altra storia.)

Atteggiamenti come quello tenuto dalla psicologa della clinica, ad ogni modo, urtano le pazienti. Le urtano un sacco

Da qui mi sono posta una domanda: ma cosa pensano gli psicoterapeuti quando si relazionano ad una persona che ha un DCA? Per rispondere a questa domanda ho trovato ciò che hanno pubblicato Thompson-Brenner e i suoi colleghi, che consiste in una review di tutti gli studi pubblicati a proposito di come il personale sanitario reagisce quando si relaziona con persone che hanno un DCA. Sono stati trovati 20 di questi studi, condotti tra il 1984 e il 2010. Il sommario della loro analisi rivela:

“Le reazioni negative del personale sanitario nei confronti di chi ha un DCA, riflettono tipicamente frustrazione, sfiducia, mancanza di competenze e preoccupazione. I medici inesperti sono quelli che più frequentemente hanno un comportamento negativo nei confronti di chi ha un DCA piuttosto che nei confronti di altri pazienti. Viceversa, i medici che lavorano da molti anni nel campo dei DCA non vanno incontro ad altrettante reazioni negative nei confronti delle pazienti con un DCA. I tirocinanti spesso affermano di sentirti scarsamente competenti nel trattare persone affette da DCA. […] La maggior parte di questi medici sostiene che le reazioni negative di chi ha un DCA nei loro confronti siano dovute ad una mancanza di miglioramenti, ad una personalità patologica, e a pregiudizi che queste pazienti hanno nei confronti della stigmatizzazione, delle convinzioni, dell'inesperienza, del sesso del medico stesso.”
(mia traduzione) 

Questo è un rapido sunto di ciò che Thompson-Brenner e suoi colleghi hanno estrapolato:

Flash su studi condotti su personale sanitario e tirocinanti hanno rivelato: 
• I medici che lavorano da meno di un anno e i tirocinanti hanno un comportamento peggiore nei confronti delle pazienti che hanno l'anoressia piuttosto che nei confronti delle pazienti che hanno problemi di binge.
• Tirocinanti e studenti di Medicina e di Sc ienze Infermieristiche considerano le pazienti affette da DCA molto più responsabili della propria patologia rispetto ai pazienti affetti da schizofrenia.
• Il 31% dei terapeuti (psichiatri, psicologi, psicoterapeuti) preferiscono NON seguire persone che hanno un DCA.
• I sentimenti più comuni che i terapeuti provano nei confronti delle pazienti con DCA comprendono rabbia, incomprensione e frustrazione.
• Gli infermieri che lavorano a stretto contatto con persone malate di DCA riferiscono che le loro impressioni nei confronti di queste ragazze sono tanto più negative quanto più a lungo vi si relazionano.

Gli specialisti e gli psicoterapeuti che lavorano nel campo dei DCA da molti anni hanno feedback migliori: 
• I medici appartenenti a questa categoria non provano lo stesso grado di sentimenti negativi nei confronti delle pazienti con DCA, rispetto a quello provato dalle altre categorie di sanitari.
• Una buona alleanza medico-paziente si riscontra nel lavoro di molti specialisti.
• I sentimenti più comuni che questi terapeuti provano nei confronti delle pazienti con DCA comprendono: frustrazione, preoccupazione, noia.
• Le principali difficoltà riportate dagli specialisti nel lavorare con pazienti affette da DCA: scarsa prontezza al cambiamento resistenza al cambiamento, natura controversa della patologia, chiusura.

Ricerche condotte su medici e operatori sanitari che non lavorano specificatamente nel campo dei DCA rilevano: 
• I medici spesso si sentono scarsamente competenti e non sufficientemente in confidenza con la malattia da interagire con persone che ce l'hanno.
• Uno studio condotto nel 1990 rivela che il 54% dei medici generici si sente incompetente nel trattare con persone che hanno un DCA.
• Molti medici e operatori sanitari si dichiarano interessati a saperne di più sui DCA.  

Perchè i medici reagiscono in un certo modo di fronte a chi ha un DCA? 
Thompson-Brenner e i suoi colleghi hanno cercato di identificate fattori predittivi le reazioni negative dei medici di fronte a pazienti affette da DCA.

“Le reazioni dei medici alle pazienti con DCA variano in funzione di: come essi percepiscono la risposta delle pazienti al loro trattamento; quanto ritengono che le pazienti siano personalmente responsabili dell'insorgenza della propria malattia; l'entità dell'esperienza che hanno nel campo dei DCA; il loro sesso (i medici uomini si relazionano peggio alle ragazze che hanno un DCA rispetto ai medici donne); le caratteristiche di personalità delle pazienti stesse (le reazioni erano peggiori con le pazienti con disordini di personalità dell'asse II).” 
(mia traduzione) 

Cosa molto importante (e questo io ritengo sia vero per ogni qualsiasi patologia, mentale o fisica che sia):

“I medici che hanno una visione stereotipata, da manuale, dei DCA, e che sono convinti della veridicità di alcuni dei luoghi comuni che circolano sui DCA, sono quelli nei confronti dei quali le pazienti abbandonano più rapidamente il trattamento. Viceversa, i medici che non si fanno confondere dai cliché ma interpretano la malattia sulla base di ciò che gli viene portato dalle pazienti sono quelli con cui le pazienti stabiliscono relazioni terapeutiche più durature, e conseguono risultati migliori nell'allontanarsi dal DCA stesso. […] Dunque l'atteggiamento, le competenze, e il portare o meno luoghi comuni sono fattori che condizionano significativamente la qualità della psicoterapia con le pazienti affette da DCA.” 
(mia trduzione) 

Leggendo questa review, c'è da tenere conto del fatto che gli studi riportati fanno riferimento a ricerche condotte in un lasso di tempo di circa 3 decadi, e che in tutto questo tempo molto è (fortunatamente) cambiato nella comprensione collettiva della natura dei DCA, e su come trattarli. Quanto degli studi condotti in passato è vero a tutt'oggi? Io non saprei dirlo – sarebbe necessario condurre nuovi studi.

In alcuni studi si scoprono cose veramente deprimenti, come questa:

“I dati ci indicano che abbastanza comunemente i medici stigmatizzano i DCA, e si basano su molti luoghi comuni quando si relazionano con pazienti affette da queste patologie. Quando, nel 1992, è stato chiesto ad un campione di medici di prendere in considerazione l'origine della psicopatologia in pazienti affette da anoressia, schizofrenia e disturbo bipolare, molti hanno affermato di ritenere le pazienti malate di anoressia maggiormente responsabili della propria malattia rispetto alle pazienti con schizofrenia o con disturbo bipolare. Inoltre, questo studio ha dimostrato che quest'idea dei medici rimaneva invariata nonostante l'aumento degli anni d'esercizio della loro professione.” 
(mia traduzione) 

Cosa possiamo fare di fronte ad una cosa del genere? 
Penso sia palese che tutti gli operatori sanitari – medici, infermieri, terapeuti, dietisti, nutrizionisti, etc... - trarrebbero beneficio dal relazionarsi più frequentemente con persone che hanno un DCA. L'esperienza di acquisisce con la pratica, mi sembra che questo non faccia una piega. Le prime esperienze lavorative, nella fattispecie, penso siano un evento critico per enfatizzare realmente l'importanza di prendere sul serio le malattie mentali, e i DCA nella fattispecie. Secondo me, il modo migliore per ottenere questo consiste nell'educare gli studenti alla conoscenza della reale eziologia dei DCA (sebbene queste patologie siano multifattoriali, e le cause possano variare da persona a persona), su quali siano le modalità terapeutiche disponibili e quando sia meglio applicarle e su quali tipologie di persone, sul perchè le pazienti si comportano nel modo in cui si comportano, e su come interagire con le pazienti in maniera tale da validare il modo in cui si sentono, facendo in modo che il terapeuta diventi un alleato e non un nemico. Magari facendoli parlare con persone che hanno avuto un DCA ma che stanno attraversando un periodo di remissione. Per quella che è stata la mia esperienza quando sono stata una studentessa universitaria, di DCA si è parlato pochissimo, ed in maniera del tutto “da manuale”. E l'ho trovato buffo, a suo modo, perchè ci sono malattie rarissime (per esempio alcune malattie genetiche) che vengono trattate molto nello specifico, mentre i DCA che hanno una prevalenza di gran lunga superiore vengono abbastanza tralasciati.

Tra l'altro, la mia opinione personale è che la maggior parte dell'educazione ai DCA dovrebbe essere condotta durante i primi 2 anni di Università, e non durante un'ipotetica scuola di specializzazione. Perchè? Perchè l'imprinting si prende durante i primi anni di studio. Quando si arriva ad un'ipotetica scuola si specializzazione, la forma mentis è già consolidata, ed è difficile modificarla. È molto più facile insegnare una cosa da zero che non ri-insegnarla quando si è già presa un'impostazione. Per cui, tutto quello che viene appreso fin dall'inizio della carriera universitaria impatterà sulla qualità delle interazioni medico-paziente. In secondo luogo, i DCA sono patologie che comportano conseguenze deleterie tanto a livello psicologico quanto a livello fisico, e talora queste ultime sono anche piuttosto gravi: dalle erosioni dentali, ai numerosi problemi gastroenterologici e cardiaci, all'amenorrea con conseguente osteoporosi e possibile infertilità. Ed è importante che I medici vengano formati tenendo conto di questo, perchè se una ragazza con un DCA viene resa oggetto di pregiudizi, preconcetti e luoghi comuni, e dunque non trattata adeguatamente, le conseguenze, anche sul piano prettamente fisico, possono essere veramente deleterie.

Tutto quello che ho appena scritto, naturalmente, non vuole essere un'accusa nei confronti dei medici o della psicoterapia, anzi: io sono dell'assoluta convinzione (anche sulla base della mia personale esperienza) che la psicoterapia sia di fondamentale importanza per riuscire a combattere adeguatamente contro l'anoressia. E, pertanto, sollecito vivamente chiunque mi legga a farsi seguire da degli specialisti, se già non lo sta facendo. Quello che ho scritto è semplicemente per dire che, purtroppo, non tutti i medici sono uguali: ci sono alcuni psicoterapeuti che non sono granchè competenti in materia di DCA, e che dunque rischiano di fare peggio che meglio (e ne so qualcosa personalmente, ho avuto a che fare con gente così, purtroppo...). Però, a fronte di questi, ci sono anche terapeuti veramente in gamba e che sono seriamente in grado di dare una mano. Ergo, se avete avuto delle esperienze psicoterapeutiche negative, non mollate la presa: mandate a quel paese il terapeuta che non vi è stato di alcun aiuto, e continuate a cercare altre persone che invece possono veramente darvi una mano. Magari incoccerete psicoterapeuti non in grado di aiutarvi millemila volte, ma ogni volta che vi darete un'opportunità di cercare ancora... avrete almeno una possibilità che quella volta sia la volta buona. Se invece vi arrendete... sicuramente avete già perso in partenza. E non scoraggiatevi: il fatto che ci siano delle “mele marce”, non implica automaticamente in nessun modo che non esistano “mele buone”. Ce ne sono eccome, ma bisogna avere la pazienza di cercarle rovistando in ogni angolo.

E voi, che esperienze psicoterapeutiche avete vissuto? Siete incappate in psicoterapeuti in gamba od incapaci? Cosa pensate si potrebbe fare per migliorare la situazione? Se vi va, scrivetemelo nei commenti!

21 commenti:

ButterflyAnna ha detto...

Post molto interessante come sempre veggie!io come sai in tutti questi anni non mi sono mai rivolta a uno psicologo o psicoterapeuta ne tanto meno ho avuto a che fare con medici per i miei disturbi alimentari,non sono mai stata così grave per fortuna (o per sfortuna,perché forse questo vuol dire che non ho ancora toccato il fondo) però ho una grande sfibucia verso tutte queste figure forse perchè sopratutto qua in sardegna non ci sono tanti casi di dca o comunque non se ne parla molto o quasi per niente..infatti come hai evidenziato tu il problema è propio la disinformazione e tutti i pregiudizi che ci sono dietro i dca ,non ho avuto esperienze personali con degli specialisti ma anche solo parlandone con le persone praticamente tutti pensano che tu sia la causa della tua malattia,sono appunto frustrati dal fatto che per loro la soluzione è così semplice,basta mangiare!insomma penso che dovrebbe esserci un informazione più accurata e specifica sopratutto per le persone del settore che devono avere a che fare con casi di dca!
purtroppo,e non riesco a capire il perché visto che ormai i dca si stanno diffondendo come un epidemia,non c'è ancora abbastanza attenzione e consapevolezza sul fatto che questa è una malattia come può essere la schizofrenia o il bopolarismo non una cosa che ci andiamo a cercare non un brutto vizio da togliere o un capriccio!

Mary ha detto...

Bel post e assolutamente vero...ci sono tanti pregiudizi anche da parte di (alcuni) medici psichiatri sulle persone che hanno un DCA, soprattutto l'anoressia. E' il solito discorso, no? Se ti occupi della malattia e non della persona che ce l'ha non può andare a buon fine, il fallimento terapeutico è solo questione di tempo.
Per quanto mi riguarda ho iniziato una terapia al liceo, piantata in asso per il mio poco insight e perché la psicoterapeuta (che, a posteriori, posso dire aveva centrato il punto) cercava di arrivare troppo velocemente agli argomenti delicati, provocando delle mie grosse chiusure. Insomma, non mi metteva nelle condizioni di capire e abituarmi alle cose.
La seconda psicoterapia l'ho iniziata 4 anni dopo e va avanti da altrettanti. L'ho iniziata per altri problemi, ho voluto più volte abbandonarla, ma lei non mi ha mai lasciato fare. Ho avuto una fortuna sfacciata, perché mi son sempre trovata bene, con i ovvi alti e bassi della terapia. Le devo tantissimo, perché mi sta restituendo la mia vita.
Dietologi e nutrizionisti ne ho visti a bizzeffe; tanti piccoli disastri e dolori, non era la strategia giusta. Chi procedeva per la sua strada come un treno, chi affermava di capire tutto e dimostrava di non capire niente.
Per quanto riguarda i medici, mi sono sempre tenuta alla larga fino a qualche mese fa. L'estate scorsa ho avuto un po' un tracollo, che non ho ancora capito se è stata una ricaduta o solo l'estremo tentativo di togliermi di dosso il problema. Allora sono approdata da questo psichiatra. Che a colloquio è molto bravo, si occupa nello specifico di DCA. Però è un disastro. Ha una latenza di risposta alle mail pazzesca, probabilmente ha troppe pazienti e io ne risento. Non sono una che rompa troppo i coglioni, ma nel momento più nero avrei bisogno di quelle due parole. E dover aspettare molto per ottenerle...alla fine fa sì che me la debba cavare da sola. E quindi mi chiedo che differenza faccia, andare da lui oppure no. Sto valutando, ho deciso di concedergli tempo.
La cosa veramente frustrante è che, in generale, una persona con un DCA chiede aiuto con molta difficoltà, mi sembra un problema comune. Quando lo fa, andrebbe aiutata in tutti i modi. Bisognerebbe approfittare di quel momento, perché potrebbe restituire una vita dimenticata. E' una precisa responsabilità di medici e psicologi, questa. Ed è troppo facile addossare un fallimento terapeutico ai pazienti come categoria.

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Non sapevo che avessi incontrato una psicoterapeuta così, che si è rifiutata di seguirti! Mi viene il nervoso solo al pensiero. Per certi ruoli ci vuole motivazione e passione, ma molte persone evidentemente non hanno né una né l'altra.

Christiane ha detto...

Le conclusioni della rassegna che proponi in questo post sono di una verità, per chi vive un'esperienza di DCA, tristemente lapalissiana... come prevedibile, il personale sanitario in genere porta nel proprio approccio alle persone che ne sono affette, in modo più o meno palese, tutta la colluvie di stereotipi e pregiudizi di cui abbiamo discusso nei mesi scorsi: colpevolizzazione, minimizzazione, appiglio cieco a teorie vetuste (la celeberrima relazione con la figura materna è ancora un must have nel kit di molte figure del settore).

Esiste, come la tua esperienza di studentessa di Medicina documenta, un bias già nel momento formativo, che secondo me dipende in larga misura dalla tendenza a considerare i DCA come disturbi di serie B, come fole da sciacquette viziate (riedizione in chiave moderna delle crisi di nervi di cui cadevano preda le giovinette borghesi), e quindi non meritevoli di particolare approfondimento.
Così in molti non hanno strumenti per sostenere la persona affetta da DCA nel percorso di ricovero, e, come si sa, fra a) l'armarsi di santa pazienza e olio di gomito, istruirsi e apprendere, e b) scaricare il paziente, spesso tacciato di "scarsa compliance", la seconda opzione è rasserenante per il medico/terapeuta, permettendogli di non sentirsi incompetente (cosa che, almeno nel campo dei DCA, è).

E per quanto riguarda quei pochi che si interessano al tema e si specializzano nel trattamento dei DCA, il rischio è proprio quello illustrato da Mary: una ratio medico:paziente così sproporzionata da rendere difficile mantenere una relazione di qualità, e incrementare le probabilità di uscita dalla terapia del paziente, con tutte le conseguenze del caso: ulteriore sfiducia nel supporto psichiatrico/psicologico, rischio di ricadute ecc.
-continua...

Christiane ha detto...

-...continua
Credo che il terapeuta che si arrende dinanzi a un paziente in DCA, oltre a comportarsi in maniera discutibile in termini, concedetemelo, etici (e in questo senso, mi associo in tutto e per tutto alla conclusione del commento di Mary), si privi della possibilità di vivere un'esperienza immensamente gratificante da un punto di vista professionale e umano... la capacità e l'entusiasmo di affinare lo sguardo, intravedere attraverso il fango muto delle manifestazioni comportamentali l'essenza della persona in tutte le sue sfumature, riportarla alla luce con la dedita pazienza dell'archeologo... indicare al paziente tutta la bellezza, tutta l'esperienza di vita (nei suoi picchi e abissi) che cela dietro la malattia; aiutarlo ad innamorarsene, o almeno a provare una timida scintilla di affetto; insegnargli infine, passo per passo, a detergere l'anima dalla mota dei sensi di colpa, dei segreti, dei silenzi...e a vestirsene con serenità.
Davvero, credo che questo processo di (ri)scoperta di una persona valga da solo tutte le frustrazioni del mondo (che trovo umanissime, peraltro).

E quando ciò non bastasse, pensino almeno all'investimento monetario che il dedicarsi alla terapia dei DCA rappresenta: siamo sempre più visibili (ma non di più, come strombazzano i salotti mediatici per riempire di distratta angoscia il pubblico del pomeriggio), abbiamo una voce e vogliamo che si senta.
I DCA hanno mercato, purtroppo o per fortuna.

Ma qui ritorniamo all'assioma del DCA come non-malattia: sì, è vero, la fenilchetonuria o la distrofia muscolare di Duchenne sono più rare, ma quelle almeno sono malattie, diamine!.

Mi piacerebbe vivere in un mondo dove per essere ascoltati basti dire: io soffro.

Ilaria ha detto...

Che bel post Veggie, tutti sono belli, ma questo offro modo di creare tanti spunti di riflessione e dialogo, utilissimi ed interessanti!
Capita proprio a fagiolo ciò che hai scritto... Ho iniziato un percorso di cure con psicologa, nutrizionista e psicoterapeuta a luglio del 2014. Psicologa e nutrizionista sono pagati privatamente, mentre la psicoterapeuta è la ragazza che mi ha seguito durante il mio primo ed unico ricovero di agosto. Diciamo che non mi sto trovando male, anche se non riesco bene a giudicare, non avendo visto il modo di operare di altri specialisti. Ho molti dubbi in questo periodo.. Dato che vedo che le cose si stanno affrontando molto lentamente, troppo, e, a dir la verità, mi pare che "ci stiano un pò marciando sopra". Sopratutto per la psicologa, essendo privata, e recandomici una volta a settimana spendo fior di quattrini... Mi ritrovo a volte ad aver più bisogno di parlare in questo mese, magari di iniziare a parlare di certe problematiche, ma il tempo è "poco" e io rimango pensierosa, nelle mie paranoie senza un conforto specialistico. Ecco perchè sto valutando l'idea idea di andare in un centro apposito, pubblico, che è specializzato proprio per i DCA, abbastanza vicino a casa mia (40 km)
Ne ho sentito parlare benissimo... La cosa che mi spaventa É il fatto di dover ricominciare da capo le visite, le conoscenze, l' approccio, il racconto della mia storia... E poi penso sempre alla frase: "si sa quel che si lascia, non si sa quel che si trova..."

Per quanto riguardo ciò che hai riportato degli studi fatti su tali disturbi bè ci sarebbe tanto da dire. Mi limito ad affermare che tutte le patologie della mente sono qualcosa di difficile da comprendere sia dalla persona che ne è affetta, sia da chi è all' esterno. Persino da un medico poichè è pur sempre un essere umano con limiti caratteriali e personali, quindi è "normale" che i dottori si trovino in difficoltà dinanzi a questi disturbi, rispetto ad altri e, a mio modesto parere, posso immaginare la "fatica" di aiutare e convincere, senza essere troppo rigido, entrante e ripetitivo verso chi é in cura. Che ci sia più difficoltà a relazionarsi con pazienti affetti da DCA rispetto a chi ha un disturbo bipolare o schizofrenia non lo so, non penso però, penso che dipenda molto da chi si ha davanti.
Poi bè non sono da giustificare i dottori che "criticano" chi soffre di DCA sostenendo l'assurda tesi per cui un ragazzo (ho voluto parlare sia al maschile che al femminile visto che in una parte che avevi citato si indicava soltanto il sesso femminile, cosa troppo generica secondo me) ragazza anoressico/a (o altro) sia un pò colpevole della sua malattia rispetto a chi soffre di disturbi mentali diversi! Queste persone non sono dei bravi medici a parer mio... Non mi farei mai curare da loro!
Ovviamente discorsi come questi sono sbagliati e controproducenti verso chi ha davvero bisogno di aiuto, possono far svolgere il lavoro di riabilitazione in maniera errata e magari far sì che il paziente si scoraggi e diffidi sempre di più della psicoterapia.
Trovo completamente vero ciò che affermi in merito al percorso di studio. Gli studi universitari nel campo medico dovrebbero essere rivisti... In modo da far conoscere maggiormente la problematica del DCA, apprenderla per poterla affrontare da bravo futuro medico, per ottenere più consapevolezza del disturbo, senza fidarsi dei pregiudizi che ci sono in giro. E sì, i primi due anni dovrebbero essere i migliori per la formazione intellettuale, magari studiarli ampiamente fin da subito per poi approfondirli dopo con esami opzionali o comunque con altri esami degli anni successivi.
Spero tanto che ci siano molti progressi in tale ambito in questi anni, dopotutto ce ne sono stati vari, eppure c'è ancora tanto bisogno di capire a fondo questi disturbi, disturbi sempre più diffusi e divenuti una realtà vicina a tutti noi, ma che, spesso, la gente guarda con occhi indiscreti e Cerca di discostarmene....

Ciao Veggie!!!

PIEKNA_LALKA_38 ha detto...

Veggie...cm faccio a riassumerti 21 di "abusi" medici? Da 1 presunta asma mai avuta ai 12 anni filati cn 3 pastiglie di cortisone al giorno snz mai alcuna messa in discussione xk "è la terapia e bisogna continuare tanto ha l'asma"...(ora fortunatamente ho smesso xk nn miglioravo 1 cavolo...e cosa c'era da migliorare???????), a tutte le saccenze ke mi sn sorbita, le diagnosi accanite e INVALICABILI, tanti "tu nn puoi e potrai mai fare" su cose ke faccio tutte....io fin dalla nascita ero inserita su 1 programma di studio sui prematuri classe 93 dell'ospedale di Padova (oddio....sai ke credo ke verrò richiamata al rapporto x "verificare la completa "evoluzione")....me ne hanno fatte di tutti i colori insomma...da qnt "invalida" dovevo essere mi arrampicavo sull'incubatrice e tiravo di biberon cm 1 tricheco qnd tutti i miei compagni di sventura si erano beccati 1 virus (io compresa) ed era inspiegabile la mia forza. Direi poi ke l'ultimo anno a livello di indecenza medica è stato estremamente fruttuoso (dietologo sedicente e delirante, ginecologa ke sembrava dovesse farmi passare da uomo a donna cn 1 terapia ormonale da cavallo -poi totalmente smentita dall'endocrinologa ke ho trovato <3 e dalla successiva ginecologa: entrambe scioccate dall' immotivato accanimento precedentemente prescrittomi- al mio medico di base da cui sn andata pochi giorni fa ke ha banalizzato la mia richiesta d'aiuto x la depressione cm "lacrima facile e stress da esami", lo stesso ke mi disse: "io cn te nn so mai ke fare, mi metti in crisi...." potrei citarti altro e altro ancora.. Ma sai cosa mi è sembrato alla fine? La maggior parte dei medici ke ho incontrato sembrano vestire i panni dell'eroe contro la malattia del paziente e perdere di vista la presenza umana ke hanno davanti. Farmaci, esami, diagnosi, sgridate, tanta onnipotenza snz ricordare il benessere psicologico/conforto del paziente. Il paziente diviene involucro di malattia, da catalogare, etichettare e sperimentare con farmaci, l'ennesima sfida accattivante alla loro preparazione. Come già ti avevo scritto: bestie/ leoni in camice bianco??? Mi dicevi di nn arrendermi xk le mele buone esistono....certo! Le ho trovate pure io x fortuna senno' nn so in ke stato psicofisico sarei...ma.....su qnt alberi mi devo arrampicare prima??? Se x 3-4-5 volte di fila trovo coglioni ki ci rimette? Io in soldi e salute!! Appunto 12 anni di pesante cortisone ho fatto, pura follia, e tanti impedimenti cn cui stereotiparmi, oppure prescrizioni di farmaci ke, letto bene il bugiardino, erano x la prostata......orrori su orrori....la perseveranza nel cercare mi sembra 1 roulette russa. Ki troverò in quell'ambulatorio? E soprattutto...cm ne usciro'? Ci sarà il proiettile in canna oppure.....???

Anonimo ha detto...

Salve a tutte, a seguire un sunto del mio lungo viaggio.. Otto anni ho iniziato a controllare l'alimentazione, mia madre l'ha notato e si è tempestivamente rivolta ad un neuropsichiatra infantile che l'ha liquidata dandole della paranoica; nove anni il controllo diventa gradualmente restrizione sempre più severa, mia madre si rivolge a varie strutture ospedaliere pubbliche per avere un consulto ma non viene presa in considerazione poiché i segni del mio comportamento alimentare non erano evidenti; dieci anni la restrizione nel giro di poche settimane diventa digiuno così vengo ricoverata in neuropsichiatria infantile e dato il mio stato di grave disidratazione e considerato il mio ostinato rifiuto di alimentarmi autonomamente vengo alimentata per via endovenosa; nel giro di un mese e mezzo riprendo alcuni chili e quindi vengo dimessa con la diagnosi di anoressia nervosa restrittiva; eccetto i colloqui settimanali con i miei genitori nel corso del ricovero il personale medico non ha mai ritenuto di farmi seguire da una psicologa, da una dietista e da una nutrizionista poiché ero "troppo giovane"; nei seguenti mesi ho intrapreso una psicoterapia con una dottoressa che in ha impiegato un anno circa a scrivere la mia anamnesi e si è mostrata interessata quasi esclusivamente alla mia attività onirica; nel frattempo nonostante i dayhospital le mie condizioni fisiche si sono nuovamente aggravate; undici anni i miei genitori decidono di intraprendere una terapia di coppia per la gestione del mio disturbo e dell'equilibrio familiare e la psicoterapeuta che li seguiva propose di seguire me dal punto di vista nutrizionale e la cosa funzionò; dai dodici ai sedici anni il mio disturbo resta latente e in famiglia ci si affida al tempo.. "che guarisce tutte le ferite"; sedici anni arrivano le mestruazioni e inizio a non accettare il mio corpo quindi di nuovo inizialmente a controllare e successivamente a restringere l'alimentazione anche se in modo non grave; diciotto anni decido di rivolgermi all'ambulatorio per i dca della mia città dove vengo affidata ad una psicologa con la quale "mi sfogo settimanalmente"; nel corso del trattamento psicoterapeutico le mie condizioni psico-fisiche si aggravano, al punto che mi viene imposto un parallelo percorso endocrinologico e nutrizionale che io rifiuto.. quindi mi viene tolta dal capo dell'equipè la possibilità di continuare i colloqui settimanali; ventun anni chiedo un consulto psichiatrico privato e mi viene diagnosticata una depressione e confermata l'anoressia nervosa; mia madre trova un bravo analista con il quale inizio un percorso psicoterapeutico settimanale interrotto dal decesso di lui; dopo cinque anni di terapia il senso di smarrimento e disperazione e le condizioni fisiche debilitate mi portano ad avere alcuni incidenti piuttosto gravi; fortunatamente entro pochi mesi dal decesso del mio analista riesco a contattare un suo collega con il quale continuo il percorso di analisi da un anno.
Considerazioni: basandomi sulla mia lunga esperienza personale ho riscontrato che da parte delle strutture pubbliche e quindi dei vari medici specialisti e psicologi ho avuto più danni che benefici, da parte di queste il mio problema è stato minimizzato, gestito male, talvolta addirittura ignorato. Per quanto riguarda gli specialisti privati invece nel mio caso è andata piuttosto male quando ero piccola e in generale le volte che mi sono rivolta a semplici psicologi e psicoterapeuti e decisamente meglio in seguito suppongo soprattutto grazie alla decisione di rivolgermi esclusivamente a psichiatri psicoanalisti.

Wolfie ha detto...

Le mie esperienze in merito alla psicoterapia sono state del tutto alternanti: da quanto ho iniziato un percorso terapeutico, dopo anni di malattia, ho incontrato persone con cui mi sono trovata decisamente male, ed altre che invece mi hanno aiutata. All'inizio effettivamente è andata malissimo: sono capitata tra le grinfie di una psicologa che "sapeva tutto lei", secondo me lei era profondamente convinta di essere una guru dei dca, e di saperne di tutto e di più. Il problema è che secondo me ne sapeva veramente poco, aveva imparato dei libri a mente e pensava che quelli racchiudessero ogni verità sui dca, e che si potessero applicare indiscriminatamente su ogni paziente. Lei faceva le domande e poi si aspettava che io rispondessi in un certo modo, perché in quanto malata di bulimia dovevo rispondere allo schema della "bulimica da manuale", e se io rispondevo invece altre cose rispetto a quelle che aveva in mente lei, si spazientiva subito e mi diceva che stavo mentendo persino a me stessa. Insomma, mi voleva mettere in bocca pensieri e parole che non erano i miei. Indovinate quanto giovamento ho tratto da questa psicoterapia????????? Mi ha fatto peggio che meglio anche perché essendo la mia prima esperienza, non avevo elementi di confronto, quindi mi venivano dei sensi di colpa enormi perché mi veniva da pensa che se non rispondevo come la psicologa diceva che avrei dovuto rispondere allora era colpa mia che avevo qualcosa che non andava. Fortunatamente ad un certo punto ho trovato la forza per chiudere questa terapia, centrandomi sul pensiero che una psicoterapia è una cosa che deve farti bene, e invece quella mi buttava ancora più giù, quindi ho concluso quella terapia e mi sono rivolta altrove. Adesso non voglio annoiare nessuno con la cronistoria delle mie esperienze più o meno negative della psicoterapia, quindi arrivo subito all'epilogo dicendovi che ora come ora sono seguita (da diversi anni) da una psicologa che alla fine sono riuscita a trovare, e con cui mi sono trovata molto bene, e con cui lavoro bene su me stessa, perché è una persona che rispetta i miei tempi e le mie idee, ma allo stesso tempo non mi tratta con i guanti, e non si fa problemi a farmelo notare quando qualcosa che faccio non va bene. Però, come dicevo, per arrivare a lei sono passata attraverso una serie di esperienze negative che non mi hanno aiutato per niente, anzi, in certi momenti, secondo me, mi han fatta sprofondare ancora di più nella bulimia. Però, con il senno di poi, sono contenta di non essermi arresa, nonostante i numerosi tentennamenti e la voglia di rinunciare: perché, se l'avessi fatto, no avrei trovato la psicologa (e anche la nutrizionista) che mi segue adesso, e con la quale mi trovo bene, e che mi ha concretamente dato una mano. Se non ci fosse stata lei, non starei così adesso.



Più in generale, sono d'accordo sul fatto che sui dca gravino ancora numerosissimi luoghi comuni, dai quali purtroppo i medici non sono immuni. Ed è un peccato, perché questi luoghi comuni secondo me influenzano tantissimo l'approccio che il medico ha nei confronti della paziente. Il problema secondo me è che nei dca viene vista una maggior componente di intenzionalità rispetto alle altre malattie psichiatriche: un po' come dire che lo schizofrenico non sceglie di avere le allucinazioni, gli capitano all'improvviso e basta, mentre una con un dca può comunque decidere quanto e come mangiare. Da qui secondo me la difficoltà di alcuni medici di vedere i dca come una vera e propria malattia, e il pensare che basti alimentarsi correttamente per guarire. Pur essendo un disturbo psichico, i dca hanno una componente fortemente visiva (soprattutto anoressia e binge, ovviamente), per cui alcuni medici si lasciano ingannare dall'apparenza e si fermano lì, non rendendosi conto dei molto più complessi meccanismi mentali sottostanti.

Anonimo ha detto...

Mi sento come se desiderassi che il mio DCA peggiori, così da poter essere ricoverata. È un pensiero strano, vero?

Anonimo ha detto...

@ anonimo secondo me non è affatto strano..

Christiane ha detto...

@ Anonime qui sopra: no, non lo è. E' una delle possibili, tragiche normalità dei DCA.
Ma rifletti, Anonima delle 16.28: se giungi a desiderare qualcosa di sgradevole e oggettificante come un ricovero ospedaliero, come puoi "non stare abbastanza male".
Non troverai mai nel corpo un'espressione lontanamente proporzionale al male dell'anima...la più sporgente delle ossa non racconta che un frammento di tanta sofferenza.

Ilaria ha detto...

@anonimo anche io l'ho pensato piú volte, volevo essere ricoverata perchè mi sentivo completamente malata, totalmente immersa nella malattia da non riuscire a fermarla, a contrastarla... Credevo che peggiorare sarebbe stata la mia salvezza, il ricovero rappresentava il modo per uscire dal DCA.. In realtà un ricovero può essere di aiuto nei casi estremi, è stato un ausilio a livello fisico per me, mentalmente mi ha solo fatto sprofondare di più...., terminato ti sbatti di nuovo davanti al mondo reale, alla vita di tutti i giorni.. Ed ecco che hai bisogno di combattere tu stessa contro questo inferno... Evitando di peggiorare la situazione perché poi la fatica sarà ancora maggiore..
(È la mia esperienza, può essere sbagliato il ragionamento!)

PIEKNA_LALKA_38 ha detto...

Ah dimenticavo, sn fuori tema..allora visto ke leghiamo medici e dca ti riassumo la mia grottesca esperienza cn il dietologo: mi ci mando' mia madre in complotto con il mio medico di base x in 9 anni dal menarca poi nn ho avuto più ciclo (Nb sn sempre stata sovrappeso) oppure scarsissimo e imprevedibile (poteva arrivare 1 volta ogni 2-1-4 anni...e mia madre ipotizzò ke ora fosse dovuto al repentino dimagrimento (14 kg in 2 mesi e mezzo e intensa attività fisica) quell'estremo incompetente le diede ascolto giusto. Io nn volevo andarci ma appunto mi ci ritrovai. Sola. Il sedicente dietologo dp avermi preso le varie misure e letto quello ke gli manda a scritto il mio medico di base sentenziò ke SOLO lui poteva risolvere il mio problema e ke da 47 kg ke ero avrei dovuto ingrassare fino ai 53-55 (sn 156 cm bada bene)....se ancora il ciclo nn si fosse presentato mi avrebbe portato a 56-58 e allora da lì era certissimo ke sarebbe tornato tutto apposto x sempre (prima ero 60 kg!!! Cosa cambia dunque??? E lui mi disse ke 60 nn sn 57 o 53....al kg magico tutto sarebbe stato apposto. Rassegnata tornai la seconda volta da lui a 51.6 kg cn la dieta da 1600 kcal e lui ne fu felicissimo...lo avvisai delle crisi bulimiche ke mi prendevano OGNI sera (1 pacco intero di pastine, affettati, panini, formaggio, cola, arraffavo tutto pur rispettando x tutta la giornata la sua dieta) lui ne fu ancora più felice!! Voleva dire ke mi era tornato l'appetito e ke cmq io dovevo mangiare tutto quello ke mi pareva e se sforavo le 1600 kcal al giorno era meglio!! Io nn mi sn lasciata convincere e alla terza visita tornai da lui a 46 kg, riperdendo in 2 mesi i kg ke avevo preso e abbandonando la sua dieta notando ke le crisi bulimiche si diradarono palesemente e iniziando a sua insaputa la pillola x regolare gli ormoni sotto controllo di 1 endocrinologa ke effettivamente notò il mio testosterone altissimo ma asintomatico a parte x l'amenorrea). Fu la FINE. in quei 40 minuti con lui mi devastò. Diventò paonazzo e furibondo notando la perdita di peso e venendo a sapere dell'inizio di 1 altra terapia e la presenza di qst altra dottoressa. Volle ke gli dessi il suo nome mi giurò ke l'avrebbe obbligata a nn seguirmi più, ke io nn dovevo rivolgermi assolutamente ad altri medici e ke la pillola mi avrebbe rovinato il fisico con fibromi e tumori entro i primi anni...dovevo smetterla senno' sarei stata molto male e nn era assolutamente la terapia da seguire. Lui solo Sapeva. Io più. Volte gli chiesi xk allora se x lui è tutta questione del preciso kg magico in sovrappeso nn avessi mai ciclo...e lui mi disse ke dovevo starmene zitta e fare quello ke diceva lui e ke cmq solo al kg preciso stabilito da lui tutto si sistemava. Ti giuro veggie ke avevo paura ke mi mettesse le mani addosso e sn sicura ke se fossi tornata lo avrebbe fatto. Appunto nn ho piu' prenotato altri controlli da lui!!!! Le crisi bulimiche si sn ridotte, e continuo con la mia restrizione....e...ora ho 1 gran paura dei dietologi e ripeto, aldilà della rabbia...tantaaaaaa PAURA!!!

Veggie ha detto...

@ ButterflyAnna – Grazie Anna, mi fa piacere che il mio post ti sia sembrato interessante…! Leggendo il tuo commento, però, mi viene voglia di lanciarti una provocazione: come puoi valutare una psicoterapia meramente sulla base del “sentito dire”, senza alcuna esperienza personale?... Non ti sembra di commettere lo stesso errore di cui accusi gli psicoterapeuti, ovvero di essere molto superficiale?... Dato che ogni persona è una storia a sé, come puoi valutare un insight psicoterapeutico se non lo tari su te stessa?... Se io ti dicessi, per esempio, che il basket è uno sport bruttissimo (è solo un esempio, non lo penso veramente) tu mi daresti ragione a testa bassa anche senza sapere cos’è il basket, o vorresti documentarti per farti un’opinione personale?... Sono tutte provocazioni, ovviamente, il mio vuole essere una banale invito a farti riflettere su questo punto…
È vero, la gente comune ha una serie di opinioni assolutamente superficiali e basate su cliché in merito ai DCA… ma l’opinione della gente comune non dovrebbe essere la medesima di uno specialista. Che poi ci siano medici/psicoterapeuti che continuino ad avere un’opinione un po’ stereotipata sull’anoressia, non lo metto in dubbio… ma di certo non sono tutti così. E allora occorre scartare i primi, e cercare i secondi, che sono gli unici in grado si aiutarci veramente…
P.S.= Non pensare che il tuo DCA non sia grave: ti fa stare male, e la tua qualità della vita ne risente negativamente… ergo, E’ GRAVE. Non ci sono scale di valore nella gravità di un DCA.

@ Mary – La frase che apre il tuo commento mi ha fatto pensare ad una frase dell’ormai arcinoto film di Robin Williams “Patch Adams”, quando lui dice una cosa del tipo: “Se curi una malattia puoi vincere o perdere, ma se ti prendi cura di una persona puoi solo vincere” (magari non erano queste le parole precise, ma il senso sì…) Ed è assolutamente vero, sono d’accordo con te. Certo, nessuno mette in dubbio che una malattia in quanto tale necessiti di cure, altro ci mancherebbe!, però penso che dette cure non debbano essere sterili ed asettiche, analoghe per chiunque, ma plasmate sulla persona stessa che le riceve, per essere massimalmente efficaci.
Per quanto riguarda quel che hai scritto a proposito della tua personale esperienza… sugli psicoterapeuti ti capisco, perché anch’io ho incocciato in varie persone più o meni sbagliate, prima di trovare la psicologa che mi segue tuttora da circa 2 anni… E leggendo quello che hai scritto in merito allo psichiatra, mi viene semplicemente da dirti: okay, dagli tempo, è giusto… ma non tempo infinito. Per carità, è encomiabile che, in assenza della sua risposta, tu cerchi di gestire da te le situazioni difficili, ed anche con discreto successo… se questa può essere una sorta di strategia terapeutica, ben venga… però, non devi alla fine essere tu a risentire negativamente del suo iperlavoro con millemila pazienti. Valuta in fatto che non è l’unico specialista bravo al mondo… Metti le 2 cose sui 2 piatti di una bilancia, e valuta un po’ cosa ti convenga fare… cosa senti essere più utile per te stessa… perché nessuno meglio di te lo sa.
Hai ragione, per chi ha un DCA chiedere aiuto è difficile… e proprio per questo sarebbe importante cogliere fresca questa richiesta, e farla maturare… Io non credo che il fallimento terapeutico dipenda esclusivamente dalle pazienti… viceversa, quando c’è qualcosa che non va, secondo me c’è sempre una corresponsabilità medico-paziente, che in qualche modo non son riusciti a far funzionare la relazione terapeutica…

@ Vele/Ivy – Hai pienamente ragione. E difatti non ci ho pensato 2 volte a mollare quella psicologa e a cercarmi qualcun altro…

Veggie ha detto...

@ Christiane – E’ tristemente vero quanto scrivi in merito alla marea dei luoghi comuni che ancora aleggiano sui DCA, vuoi da parte della gente più in generale, vuoi da parte purtroppo anche di specialisti che invece dovrebbero avere conoscenze e competenze più veritiere per quel che concerne l’intima natura dei DCA. Del resto, è molto più facile mandare a mente un testo universitario per cercare di prendere 30 al relativo esame, che non impiegare il proprio tempo per cercare di scoprire cosa ci sta al didietro delle algide parole di un manuale, cosa alberga realmente nell’emotività di una persona che ha un DCA… e questo non solo perché richiede tempo, ma secondo me anche perché implica comunque una sorta di “viaggio interiore”, che ben pochi hanno voglia di compiere. E di certo l’orgoglio professionale non aiuta, poiché purtroppo in un mondo competitivo fino all’estremo come quello della Medicina le statistiche sono d’importanza preminente per andare avanti con la professione… ed avere pazienti che non si riescono a gestire, incrina negativamente le proprie statistiche personali. Da qui, secondo me, parte della tendenza di fare scaricabarile da parte dei medici che devono avere a che fare con chi ha un DCA. Che poi sia cosa pessima, credo non ci sia bisogno di discuterne ulteriormente.
Purtroppo sono ben pochi i professionisti che hanno la voglia ed il coraggio di scardinare gli schemi… e altrettanto poche, dunque, le persone che riescono a raggiungerli. Alla base di una maggior professionalità, come scrivevo nel post, a mio avviso dovrebbe esserci prima la consapevolezza che le malattie psichiche vivono in par condito con quelle fisiche: non perché queste ultime sono tangibili, e dunque apprezzabili da chiunque, allora possono essere elevate al rango di patologia, relegando invece quel che accade nella testa a mero capriccio isterico o, peggio ancora, ad una cura prettamente sintomatica (come mi fanno arrabbiare quegli “specialisti” – virgolette d’obbligo – che pensano che la “guarigione” dall’anoressia si realizzi nel momento in cui la persona riesce di nuovo a “mangiare normalmente” e a recuperare il peso perso). Il punto, secondo me, è questo: gli esseri umani sono animali imitativi. Fin da piccoli si impara copiando: a parlare, a camminare, e così via… perciò, la malattia fisica che si vede, è un qualcosa che viene interiorizzato e riconosciuto. Viceversa, la malattia psichica non esiste tangibilmente all’atto pratico… il che ne rende particolarmente difficile la comprensione, e da qui la tendenza a non considerarla reale.
E’ vero, il numero assoluto delle persone affette da DCA, come alcuni recenti studi dimostrano, non è particolarmente aumentato… è aumentata l’attenzione mediatica, e dunque con essa la visibilità, ma purtroppo anche l’interpretazione del tutto superficiale di queste malattie…

@ Ilaria – Cara Ilaria, è per vero che “si sa quel che si lascia, ma non si sa quel che si trova”… però, se ben ci pensi, è altrettanto vero che quella della psicoterapia non è una strada a senso unico, fortunatamente. C’è qualcosa che non ti convince del percorso che stai facendo attualmente: il mio consiglio è che, dopo esserti chiesta se questo rifiuto è un vero e proprio rifiuto tuo personale, o un rifiuto pungolato dalla malattia (io mi rendo conto che a volte ho mollato terapie giustificandomi con: “Non è la persona giusta per me”… ma la realtà era che in quei momenti era l’anoressia a non voler essere scardinata, quindi me la raccontavo…), tu possa provare a battere anche l’altra strada, quella del Centro specializzato.
(continua...)

Veggie ha detto...

(...continua)
Nessuno ti vieta di fare un tentativo, e vedere come va: immagina che lì trovi persone che veramente ti aiutano nel modo in cui tu necessiti… ti ringrazierai per aver avuto il coraggio di cambiare. E se invece il nuovo Centro poi non ti convince, e vedi che era comunque più produttivo il tuo percorso attuale… trattandosi di specialiste private, per le quali dunque non devi sopportare lunghe liste d’attesa, puoi sempre tornare da loro. Questa ovviamente è solo la mia mera opinione, magari pure mi sbaglio… però non ci vedo nulla di male a tentare, nella migliore delle ipotesi, avrai trovato un percorso più utile dell’attuale. Nella peggiore, ritornerai sui tuoi passi. Io credo che l’anoressia sia una malattia che, in generale, oppone grande resistenza ad ogni qualsiasi tipo di cambiamento… quindi, non ti limitare solo per questo. In ogni caso, dato che in questo momento stai seguendo un percorso che comunque, mi pare di capire, non ti dispiace, ti consiglierei almeno di provare a parlare con le persone che ti seguono in merito a quello che hai scritto nel tuo commento: le tue perplessità, i tuoi dubbi in merito alla tempistica e alle tematiche affrontate… A naso mi verrebbe da dirti che le cose fatte in fretta son tirate via e durano poco, è un po’ come bruciare le tappe… e quindi le tue terapeute hanno scelto di seguire una linea più prudenziale… Però poi ovviamente non lo so, questa è tutta una mia interpretazione, occorre che tu chieda a loro e ne discuta, per decidere del tuo futuro terapeutico con la piena consapevolezza…
Riguardo la seconda parte del tuo commento, ti rimando a quello che ho scritto sopra a Christiane… E aggiungo che, per quel che concerne il percorso di studi, Medicina secondo me (almeno dove l’ho fatta io, e quando l’ho fatta io… non so se ci son stati cambiamenti nel frattempo…) è malstrutturata: Psichiatria è un esamino del 6° anno, trattato molto superficialmente, e con una visione puramente manualistica… Ti stupisce dunque il fatto che i medici non sia correttamente formati in merito ai DCA?!...

@ PIEKNA_LALKA_38 – Ti chiedo una cosa che va fuori tema rispetto al commento in sé: lo studio di cui accenni in merito ai nati prematuri classe 1993 lo posso trovare da qualche parte, su PubMed o qualcosa del genere?... Penso sarebbe interessante poterlo leggere…
Okay, ritorno al commento stesso, chiedo venia per la digressione… In realtà ti capisco molto bene in merito all’essere incappata in medici/specialisti non particolarmente competenti, che hanno fatto più casino che rena, poiché anch’io, nei miei ormai circa 15 anni di malattia ho cambiato circa una ventina di psicoterapeuti (un po’ perché non mi sembravano particolarmente competenti, un po’ perché non mi ci trovavo bene io che ho un certo caratterino…), fino ad approdare all psicologa che mi segue tuttora. Perciò, credimi, comprendo e condivido pienamente il tuo scoramento perché l’ho provato sulla mia stessa pelle. Posso solo dirti che, se mi fossi arresa nella ricerca, lasciando che fosse l’anoressia a farla da padrona, 99 su 100 che io ora non sarei più qui. Se mi fossi fermata a sentire quelli che dicevano che l’anoressia era la malattia del cibo ridotto, e che bastava mangiare normalmente per guarirne, cavolata enorme così come lo è quella di chi dice che la depressione è equivalente a lacrima facile e stress da esami, l’avrebbero avuta vinta questa barca di ignoranti, nonché la malattia stessa. Ti posso assicurare che è stato altamente frustrante e tutt’altro che facile… ma credo che questo tu lo sappia benissimo. Però, col senno di poi, ti posso semplicemente dire che è valsa la pena di non mollare. Che è valsa assolutamente la pena di prendere millemila inculate a sangue per approdare poi alla psicologa che mi segue tuttora. Perché adesso ho una qualità della vita che prima non mi sognavo neanche nei sogni più rosei. Hai ragione, se per 3, 4, 5 volte di fila incappi in dei medici coglioni, sicuramente sei tu che ci rimetti in salute, nulla da eccepire.
(continua...)

Veggie ha detto...

(...continua)
Ma se in conseguenza di questo smetti di cercare e ti abbandoni alla depressione dandogliela vinta, ci rimetti in salute millemila volte di più. Ergo, sta a te la scelta se correre il rischio di cercare qualche altro psicoterapeuta, o evitare da farlo. Ma considera che, nel secondo caso, la statistica gioca contro di te: se provi a vedere come va con un nuovo terapeuta, hai il 50% di possibilità che vada bene, e il 50% che vada male. Se invece eviti del tutto di fare il tentativo, hai il 100% di probabilità che vada male, che non cambi niente, che la depressione renda la tua vita ancor più miserabile. Siamo a 50 contro 100… oggettivamente, fossi in te io me la giocherei. Alle domande finali del tuo commento, è ovviamente impossibile poter rispondere a priori… puoi saperlo solo provando. Un tentativo più portare al successo o al fallimento. Un mancato tentativo è un fallimento sicuro. E se di colpi in canna si tratta… credo che tu sia sufficientemente forte, adesso, da restituirne a dovere, e ad andare avanti laddove non ci sia nessuna guerra, ma qualcuno che possa concretamente aiutarti a trovare una maggiore serenità interiore.
P.S.= Per quanto riguarda il tuo secondo commento… Quel dietologo mi sembra il perfetto esempio di persona incompetente da un punto di vista professionale, e aridissima da un punto di vista umano. Insomma, in parole povere: uno che non sa neanche stare al mondo, figuriamoci lavorarci. Hai fatto più che bene a non tornare più da un individuo del genere! Orientati su altri lidi, cerca altrove, poiché è palese che un individuo del genere non è da considerare manco di striscio. Credo tu non faresti proprio alcuna fatica a trovare qualcuno di meglio rispetto ad uno così. Anche un criceto morto d’ictus sarebbe meglio.

@ Anonima (04 Gennaio 2015, ore 23.49) - Ciao, innanzitutto ti ringrazio per aver voluto condividere qui la tua esperienza... Sì, è innegabile che in tenera età il tuo DCA sia stato misconosciuto e malgestito... ed è stata una vera cavolata, da parte dei medici che hai incrociato in quella fase della tua vita e della tua malattia, perché io credo che data la sostanziale impossibilità di fare prevenzione primaria su malattie ad eziologia multifattoriale quali i DCA, è di basilare importanza la prevenzione secondaria, ovvero la diagnosi precoce... e mi arrischio a credere che, se fin dall'inizio la tua anoressia fossa stata riconosciuta a trattata adeguatamente, probabilmente il tuo calvario non si sarebbe protratto così a lungo. Sebbene tua madre sia stata straordinariamente lungimirante fin dal principio - e, da quello che leggo sui vari blog, mi pare di capire che non è da tutte - purtroppo il suo slancio non è stato colto dai medici... ed è veramente una vergogna per la categoria, dal momento che ti ha portata a subire un lungo calvario. Hai ragione quando asserisci che le strutture pubbliche sono meno preparate per trattare i DCA: l'ho riscontrato anch'io, e credo sia dovuto al fatto che devono gestire un gran numero di pazienti con patologie psichiche molto diverse tra loro, e dunque si viene a generare una sorta di confusione generalizzata che non permette alla fine della fiera di gestire in maniera efficace alcun paziente. Però, nonostante tutto, anche se non ti conosco, ti stimo (per quel poco e niente che può valere la stima di una sconosciuta...): ti stimo perché hai avuto l'intelligenza e la perseveranza di andare avanti, di cercare, di non arrenderti di fronte a specialisti non in grado di fornirti il supporto di cui avevi bisogno... e la tua perseveranza, mi pare di capire, negli ultimi anni è stata premiata. Posso solo augurarti di aver intrapreso la strada giusta che, pur con gli alti e bassi inevitabili in un percorso di ricovero, possa portarti a stare sempre meglio, e sempre più lontana dall'anoressia...

Veggie ha detto...

@ Wolfie - Quello che hai scritto a proposito della tua prima psicologa fa a dir poco rabbrividire... Io scarsamente tollero la gente che crede di essere depositaria di chissà quali verità assolute... a maggior ragione se la sua competenza deriva non dall'esperienza diretta, ma da un mero percorso teorico di studi... Hai fatto ovviamente benissimo a mollarla, ci mancherebbe altro che ti facesse sentire in colpa quado era lei quella di una presunzione enorme... In ogni caso, a prescindere dalle varie peripezie che credo in fondo ognuna di noi abbia vissuto, quel che conta è che alla fine tu abbia trovato professioniste in gamba che ti seguono tuttora... e che possono attivamente sostenerti in questo difficile percorso.
hai ragione quando dici che forse c'è chi può vedere nei DCA una sorta di componente intenzionale... ma io vorrei far notare a quella gente che il bisogno di controllo (nel mio caso) da cui si scaturisce il comportamento intenzionale, è su base del tutto psichica...

@ Anonima (07 Gennaio 2015, ore: 16.28) – Ti ho risposto nel post odierno!... Un abbraccio forte…

Anonimo ha detto...

Salve Veggie, nonostante conosca il tuo blog da più di 4 anni ormai solo adesso mi sono decisa a lasciarti un commento. Nutro grande rispetto e stima per il lavoro di lotta e prevenzione che conduci contro il mondo dei dca, e tutti i tuoi post sono infinitamente apprezzabili. Io sono una studentessa di psicologia, mi sto laureando..e si anche io ci sono passata..attraverso ana, anoressia, dca..tutti nomi diversi che esprimono comunque tutti la sofferenza. Quando ho cominciato a stare male e sono dimagrita i miei genitori mi hanno costretta ad affrontare un colloquio a tre con lo psicologo dell'asl della mia città, e non è stata un'esperienza piacevole. Per fortuna successivamente ho avuto modo di incontrare uno psicoterapeuta che mi ha saputa ascoltare, e che sopratutto mi ha insegnato una cosa che credo faccia la differenza in questi casi: che il disturbo alimentare non ero io. Studiando psicologica, ma soprattutto grazie alla terapia ho capito che spesso i disturbi alimentari sono manifestazioni, dal punto di vista clinico, appartenenti a dei quadri psicologici molto più "grandi". Con questo non voglio lasciare un'etichetta per abbracciarne un'altra, voglio soltanto dire una cosa che sicuramente tu, e tutte le altre ragazze che hanno purtroppo fatto questo percorso, sapete..cioè che l'anoressia, come la bulimia, spesso sono nomi che ci vogliamo dare, che ci fanno sentire uniche e speciali, e che ci mettono in pace con noi stesse perchè ci permettono di definirci. Spogliandoci di questi nomi, forse abbiamo paura di guardarci per quelle che siamo...pensiamo di essere senza forma, e così cadiamo nell'errore di poter decidere noi la forma da dare a noi stesse. Credo profondamente che dietro i dca, che ogni paziente puù sviluppare per innumerevoli e soggettive ragioni, ci sia però un elemento comune in tutte le situazioni, ovvero una ricerca di identità...ed è per questo che spesso anoressia e bulimia vengono spesso diagnosticate dagli psicologici clinici come manifestazioni di un quadro borderline. Ma bulimia, binge, anoressia, borderline, disturbo bipolare sono e rimangono solo etichette: è giusto che vengano usate come linee guida, ma chi ha a cuore la salute dei pazienti non ha a cuore la risoluzione di un dca..l'unica cosa a cui dovrebbe tenere a mio avviso, è quella di riuscire a conoscere davvero chi ha davanti. Se non hai il coraggio tu di guardare in faccia la parte del paziente ancora sana, quella senza forma, quel piccolo spazietto che non si è omologato alla forma imposta dall'anoressia, come puoi pretendere che sia il paziente ad accettare di guardarla? l'autenticità è per me la risposta. UN caro Saluto. L.

αrilù ha detto...

Ciao Veggie :) ti racconto in breve la mia: ho avuto due tipologie di psicologi: una generica e uno specializzato in DCA. La generica mi è servita a praticamente nulla (la utilizzavo solo come valvola di sfogo) mentre lo specializzato mi è stato più utile per soffermarmi su alcuni problemi, ma dopo un po' l'ho mollato e preferisco auto analizzarmi da sola :) volevo chiederti anche un'altra cosa. Molte ragazze sono convinte che per guarire bisogna per forza mangiare più di 2000 kcal, io mi reputo ormai fuori pericolo ma mi mantengo sulle 1800 e vengo criticata (anche se ciò è tutto fatto in accordo con la mia dietista che reputa non ci sia più il bisogno di aumentare di peso!!!!) tu cosa ne pensi? Faccio anche palestra 2 volte a settimana. Nei confronti del cibo ormai mi sono rimasti pochi tabù (ortoressici), non sento il bisogno di mangiare di più perche non ho fame (se non alla mattina a digiuno ovviamente) e mi sento bene nel seguire il piano alimentare datomi (ovviamente molto equilibrato e che cerco di seguire alternando tra cibi salutari e meno salutari per appunto combattere pensieri ortoressici subentrati dopo l'anoressia). io non so più cosa pensare

 
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