(Mi viene anche da pensare che i libri in fondo sono un oggetto commerciale. La cosa più importante per farsi pubblicare un libro è perciò convincere l’editore che le persone lo compreranno. Nessuna garanzia sul fatto che le notizie riportate su un qualsiasi libro siano corrette. E magari spesso e volentieri non lo sono, solo che uno si legge il libro e non si prende la briga di verificare.)
Se state pensando: e chi se ne frega?, io credo che dovrebbe importarvene, perché un sacco di volte si prendono per oro colato cose assolutamente non vere. E ci può anche stare. Ma Naomi Wolf è una consulente politica, una giornalista, una scrittrice, un’attivista femminista statunitense, dunque un personaggio pubblico: ergo i dati che riporta nei suoi libri sono spesso e volentieri citati dai mass media americani, e si sa che i mass media hanno un forte impatto nel determinare come e cosa la gente recepirà in merito ai DCA, e forse influenzano anche l’attitudine che i medici possono avere nei confronti di queste malattie. Pertanto, non penso che Naomi Wolf aiuti né la causa femminista né la corretta informazione sui DCA scrivendo cose non vere.
Citando informazioni che ho trovato su Internet:
“Nel suo primo libro, “Il mito della bellezza”, l’autrice afferma che la seconda ondata di femministe non ha avuto molto successo. Nel 1990 le donne erano sottopagate, e non giudicate in base alla qualità del loro lavoro, ma in base al loro aspetto fisico. La maggior parte delle donne lavoranti perciò soffriva di anoressia e bulimia, ed era forzata a concludere il proprio percorso di studi. Le restanti donne che non si mettevano a dieta, spendevano tutto il loro denaro in cosmetici e chirurgia plastica. E la causa di tutto ciò era proprio rappresentata dal “mito della bellezza”.
Grazie al suo debutto con questo libro, la Wolf ha ottenuto istantaneo successo in tutto il mondo. Ha viaggiato, fatto letture, preso parte a discussioni, è apparsa in TV. Il suo libro è diventato un best seller. Nei dibattiti pubblici le statistiche sull’anoressia riportate nel capitolo “Fame” sono state spesso citate. Secondo i dati riportati dalla Wolf, il 20% delle studentesse americane soffre di anoressia, e il 60% di bulimia. Solo una piccola percentuale non ha alcun DCA. La sua asserzione: “150000 morti per anoressia ogni anno” è ciò che più ha catturato l’attenzione dei mass media.
Nel 1994, la professoressa Christina Hoff Sommers – certo non un’esperta di DCA – le ha risposto nel suo libro “Who stole feminism?” Questa professoressa è risalita alla fonte dei dati sulla mortalità per anoressia, ed ha così scoperto che la Wolf aveva citato un libro di Brumberg, che si riferiva a sua volta ad una newsletter della American Anorexia And Bulimia Association (AABA). Brumberg aveva tuttavia frainteso questa newsletter: la AABA palrava infatti di 150000 affette (NON decedute!) da anoressia”.
In ogni caso, Naomi Wolf ha corretto quest’affermazione nelle riedizioni successive del libro. Ma è tutto qui? Un ricercatore (tale Schoemaker), accortosi dell’errore, ha voluto approfondire tutte le altre statistiche che Naomi Wolf aveva citato nel suo libro (nell’ULTIMA edizione del suo libro) confrontandole con quelle che si evincevano dalla letteratura scientifica.
La maggior parte delle ricerche scientifiche cui Schoemaker ha fatto riferimento erano quelle condotte da Hoek e Van Hoeken nel 2002-2003. E per quantificare l’entità dell’assurdità delle statistiche di Naomi Wolf, ha ideato un indice che ha chiamato WOLF (come acronimo di Wolf’s Overdo and Lie Factor). Un esempio: prendendo l’originale affermazione di Naomi Wolf, secondo la quale ci sono 150000 decessi annui per anoressia, e dividendo questa cifra per il reale numero di decessi che si sono verificati in un anno causa anoressia (circa lo 0,56% di tutte le malate di anoressia muore in un anno, il che significa, partendo da un totale di malate pari a 150000, che ne muoiono effettivamente circa 525 ogni anno), si ottiene 286.
Ergo: la statistica riportata da Naomi Wolf sovrastima di circa 300 volte il numero reale di persone morte per anoressia in un anno.
Questa è una tabella tratta da “A critical appraisal of the anorexia statistics in The Baeuty Myth: introducing WOLF” (C. Schoemaker, 2004) che mostra l’entità degli sfondoni tirati da Naomi Wolf in merito alle statistiche citate nel suo libro. Insomma, l’ha padellata.
Schoemaker afferma che:
“La media dello WOLF nelle 23 statistiche sull’anoressia considerate è 8,28. E questo dopo le correzioni che la Wolf ha apportato all’ultima edizione del suo libro (riguardo al tasso di mortalità annuale) […] In sintesi: in media, ogni statistica sull’anoressia riportata anche sull’ultima edizione de “Il mito della bellezza” dev’essere divisa per 8 per potersi anche solo avvicinare al dato reale”.
(mia traduzione)
Nel suo articolo Schoemaker affronta anche altri punti salienti, ma il principale è relativo al fatto che Naomi Wolf non aiuta nessuno pompando i numeri, nè asserendo che l’anoressia è una malattia epidemica. Non è affatto epidemica, ma questo certo non significa che allora ce ne possiamo sbattere. L’anoressia è una malattia seria e grave, sia dal punto di vista fisico che psichico. Non perché colpisce un numero “epidemico” di persone, bensì per quelli che sono i devastanti effetti che questa malattia ha sulla vita di chi se ne ammala.
Questo è. I medici, gli psichiatri, gli psicologi ed i dietisti non dovrebbero, e fortunatamente non lo fanno, curarsi delle malattie solo quando esse raggiungono dimensioni epidemiche. Ci sono un sacco di malattie che sono più rare dell’anoressia, e che sono oggetto di numerose ricerche e di attenzione medica. Ed è giusto che sia così, perché l’impatto che le malattie hanno sul paziente, sulla sua famiglia, e sulla sanità in toto, è massivo. I pazienti non dovrebbero essere scagati perché le loro patologie sono così rare che non è conveniente, da un punto di vista economico, spendere soldi sulla ricerca di cause e terapie. Le cose fortunatamente non funzionano così. Perciò non c’è alcun bisogno (almeno spero!) di pompare le statistiche in un maldestro tentativo di aumentare l’attenzione.
La mia opinione è che, anziché incrementare assurdamente i numeri basandosi sul niente, solo al fine di fare scena, dovremmo semplicemente parlare più spesso (e molto più correttamente di quanto purtroppo generalmente non venga fatto) dell’anoressia. Bisognerebbe esaltare la qualità, non la quantità. A tal proposito, l’indice WOLF mi sembra un semplice ed utile strumento per quantificare le esagerazioni tirate fuori dai mass media. Il suo acronimo si rifà infatti ad una scrittrice che non dovrebbe più essere creduta se tirasse fuori altre statistiche sull’anoressia.

