Visualizzazione post con etichetta introspezione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta introspezione. Mostra tutti i post
venerdì 6 dicembre 2013
Gestire la consapevolezza di sè
La consapevolezza di sè è un qualcosa d’interessante. Ci modella, ci rende quelle che siamo, c’insegna e ha un notevole impatto sulle nostre vite. Senza la consapevolezza di sé non possiamo imparare niente su noi stesse. Se non impariamo niente su noi stesse, non possiamo crescere interiormente. E senza crescita interiore, si rimane stagnanti nell’impasse.
La consapevolezza di sè non sempre è una cosa piacevole, e chi ha un DCA lo sa bene. Talvolta si notano cose di noi stesse che vorremmo soltanto spazzare sotto il tappeto. Altre volte scopriamo cose che ci fanno dire “A-ha!”, e delle vere e proprie rivelazioni spezzano la sofferenza indotta dal DCA. Altre volte ancora, la consapevolezza di sé è scomoda. Ci rendiamo conto, forse a malincuore... forse anche accidentalmente... e poi dobbiamo affrontare quello cui ci siamo messe faccia a faccia. Dobbiamo guardare nello specchio della nostra mente e decidere cosa farne di ciò che vediamo lì.
Per chi ha un DCA, non è sempre facile acquisire la consapevolezza di sè. Occorre impegnarsi contro le resistente poste in essere dalla malattia per riuscire a vederci veramente, a conoscere noi stesse, a capire quello che vogliamo dalla vita e come poterlo ottenere. Molto spesso, la consapevolezza di sé e l’introspezione vanno di pari passo: combattere contro l’anoressia infatti significa anche discernere quella che è la parte malata dalla parte sana e razionale di noi, e cercare di far prevalere quest’ultima.
In un certo senso, la consapevolezza di sè equivale al raccontare a noi stesse la nostra propria storia – ma senza parole smielate, senza soffermarsi sui dettagli insignificanti, e smettendola d’indossare gli occhiali dalle lenti rosa dell’anoressia. “Siediti un po’ qui, Veggie, e lascia che ti racconti la storia di te stessa in questa giornata. Lascia che ti spieghi come gli eventi t’influenzano, e cosa tutto questo potrebbe significare”. Ecco, è così che la mia mente lavora quando cerco di fare introspezione. A volte devo usare tutta la mia forza per spingere via un masso che mi ostruisce il passaggio, così da poter vedere la luce dietro di esso. A volte è come cercare di districare nodi incasinatissimi. A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa.
Ma la consapevolezza di sè ci rende delle persone migliori, ci rende più forti e dunque più in grado di combattere attivamente contro l’anoressia, per questo dobbiamo prenderla come se fosse un’avventura: qualche volta è piacevole, qualche volta no, ma è comunque una strada che si sta percorrendo e che ci porta avanti. Talvolta è un’arrampicata ripidissima. Talvolta è una tranquilla strada pianeggiante. E noi siamo, allo stesso tempo, le autiste e le passeggere.
Sebbene tutti i giorni la vita c’impartisca delle lezioni, è bene cercare sempre di guardare dentro noi stesse. Perché? Consapevolezza di sé. Se non possiamo essere esperte in nient’altro, possiamo almeno cercare di essere esperte di NOI STESSE.
Torniamo un attimo all’analogia della porta. “A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa” ho scritto. Siamo individui complessi – tutte noi, nessuna eccezione – ed è perciò perfettamente naturale, anche per le persone più sicure di se stesse, tutte d’un pezzo, o sempre allegre e sorridenti voler rifuggire dalla consapevolezza di sé, a volte. Figuriamoci quindi chi ha un DCA. Eppure, ogni piccola cosa che costituisce la nostra vita quotidiana contribuisce a costruire la nostra consapevolezza di sé. La consapevolezza di sé non deve alterare la propria vita né cambiare le proprie decisioni. Non deve neanche riguardare necessariamente i nostri problemi alimentari. Al cuore, la consapevolezza di sé riguarda più che altro la capacità di gestire le emozioni. Questo è: la capacità di gestire le emozioni.
Le emozioni alimentano le reazioni.
Le emozioni alimentano le azioni.
Le emozioni determinano l’umore.
Le emozioni possono guidare le decisioni.
Dunque, le emozioni che con l’anoressia ci affanniamo tanto a soffocare, sono in realtà estremamente importanti.
Ma a volte ci sembra che queste emozioni siano più grandi di noi. Ci sembra di non riuscire a tollerarle. Così mettiamo la maschera dell’anoressia per fingere che non esistano. Abbracciamo il nostro disturbo alimentare proprio per fuggire dalle emozioni, soprattutto da quelle che ci fanno paura. Ci sono tanti possibili scenari quante sono le emozioni stesse.
Ma, come delle avventuriere della nostra interiorità, dobbiamo resistere dall’indossare la maschera dell’anoressia, ed andare avanti. Così, decidiamo di aprire quella porta che avremmo preferito rimanesse chiusa. E la si richiude di scatto, ci si allontana da essa, non abbastanza pronte ad affrontare ciò che potremmo trovarvi dietro. Si rimane così in disparte, ascoltando quello che fingiamo di non ascoltare. O forse è il contrario - forse si fa finta di ascoltare cosa c'è dietro quella porta, per tutto il tempo in cui non ci sentiamo ancora pronte. Si continua a mantenere la distanza, ma abbiamo già aperto la porta, quindi non è come se non avessimo fatto attenzione, giusto?
Ma poi, c’è qualcosa che ci chiama. Non lo si vuole ancora affrontare, ma siamo pronte ad ascoltare. Così ci si riavvicina cautamente alla porta, e si appoggia su di essa un orecchio.
Ed ecco che ci troviamo trascinate nel viaggio. Aspettiamo, ascoltiamo, forse dialogando con noi stesse: “Mi sento davvero così?”. “No, certo che non mi sento così”. “O mi sento così?”. “Ma non è così che mi comporto!”. “Può essere vero quell che provo, allora?”. “Non voglio provare questo, ho scelto l’anoressia proprio per non dover provare più niente!”. Siamo abbastanza vicine all’avventurare la testa al di là della porta, per concedere a quello che ci attende di occupare un pezzetto della nostra mente. Ma l’anoressia ci fa ancora pensare che è ingiusto dover affrontare certe cose… perché non tutte le emozioni sono positive come sembrano quando si stringe quella coperta di Linus che è l’anoressia.
Tuttavia, alla fine, mettendoci tutto il nostro coraggio e trattenendo il fiato, ci permettiamo non solo di ascoltare ciò che si sussurra dietro la porta, ma anche di riconoscerlo, qualsiasi cosa sia. “Ci sono delle cose di me che non mi piacciono, e per coprirle sto adottando una strategia di coping che mi farà più male che bene a lunga gittata: un DCA”. “Il vero problema non è il mio aspetto fisico né cosa/quanto mangio, i veri problemi sono quelli che mi tengo dentro e che fingo d’ignorare scaricando tutte le mie preoccupazioni sul comodo capro espiatorio del comportamento alimentare errato”. “Ecco, l’anoressia mi fa pensare questa cosa e me la fa passare per vera, ma in realtà sono consapevole che si tratta di una balla bella e buona”. Così, riuscendo finalmente ad aprire gli occhi, possiamo iniziare a vedere uno spiraglio di luce.
E adesso sappiamo quel che dobbiamo fare. Cominciamo ad essere consapevoli di noi stesse e delle bugie che l’anoressia ci racconta. Abbiamo aperto la porta: siamo pronte a fronteggiare qualsiasi cosa ci aspetti al di là di essa.
Molto probabilmente quello che troveremo dietro la porta non ci farà strillare dalla gioia, ma non sarà mai così terribile come ce lo faceva immaginare l’anoressia quando la porta stava ancora chiusa. E, fissando quella porta e tutto ciò che si trova oltre essa, con 1) un po’ di fiducia in noi stesse, 2) la consapevolezza che siamo umane, e 3) il desiderio di conoscere le vere noi stesse oltre alle maschere create dall’anoressia, ci aiuta ad incrementare giorno dopo giorno la nostra consapevolezza di sé.
L’intricatissimo lavoro d’introspezione che è necessario per prendere le distanze dall’anoressia richiede tempo, attenzione, dedizione, pazienza, coraggio e cura. Non possiamo pare passi avanti sulla strada del ricovero se continuiamo ostinatamente a sbattere contro una porta che ci rifiutiamo di aprire. Dobbiamo prendere viceversa il coraggio a quattro mani, e aprirla. Buttarla giù. E, prendendoci tutto il tempo che ci è necessario, riuscire a guardare oltre quella porta senza il timore di non essere capaci di affrontare ciò che ci attende. Perché lo siamo.
La consapevolezza di sè non sempre è una cosa piacevole, e chi ha un DCA lo sa bene. Talvolta si notano cose di noi stesse che vorremmo soltanto spazzare sotto il tappeto. Altre volte scopriamo cose che ci fanno dire “A-ha!”, e delle vere e proprie rivelazioni spezzano la sofferenza indotta dal DCA. Altre volte ancora, la consapevolezza di sé è scomoda. Ci rendiamo conto, forse a malincuore... forse anche accidentalmente... e poi dobbiamo affrontare quello cui ci siamo messe faccia a faccia. Dobbiamo guardare nello specchio della nostra mente e decidere cosa farne di ciò che vediamo lì.
Per chi ha un DCA, non è sempre facile acquisire la consapevolezza di sè. Occorre impegnarsi contro le resistente poste in essere dalla malattia per riuscire a vederci veramente, a conoscere noi stesse, a capire quello che vogliamo dalla vita e come poterlo ottenere. Molto spesso, la consapevolezza di sé e l’introspezione vanno di pari passo: combattere contro l’anoressia infatti significa anche discernere quella che è la parte malata dalla parte sana e razionale di noi, e cercare di far prevalere quest’ultima.
In un certo senso, la consapevolezza di sè equivale al raccontare a noi stesse la nostra propria storia – ma senza parole smielate, senza soffermarsi sui dettagli insignificanti, e smettendola d’indossare gli occhiali dalle lenti rosa dell’anoressia. “Siediti un po’ qui, Veggie, e lascia che ti racconti la storia di te stessa in questa giornata. Lascia che ti spieghi come gli eventi t’influenzano, e cosa tutto questo potrebbe significare”. Ecco, è così che la mia mente lavora quando cerco di fare introspezione. A volte devo usare tutta la mia forza per spingere via un masso che mi ostruisce il passaggio, così da poter vedere la luce dietro di esso. A volte è come cercare di districare nodi incasinatissimi. A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa.
Ma la consapevolezza di sè ci rende delle persone migliori, ci rende più forti e dunque più in grado di combattere attivamente contro l’anoressia, per questo dobbiamo prenderla come se fosse un’avventura: qualche volta è piacevole, qualche volta no, ma è comunque una strada che si sta percorrendo e che ci porta avanti. Talvolta è un’arrampicata ripidissima. Talvolta è una tranquilla strada pianeggiante. E noi siamo, allo stesso tempo, le autiste e le passeggere.
Sebbene tutti i giorni la vita c’impartisca delle lezioni, è bene cercare sempre di guardare dentro noi stesse. Perché? Consapevolezza di sé. Se non possiamo essere esperte in nient’altro, possiamo almeno cercare di essere esperte di NOI STESSE.
Torniamo un attimo all’analogia della porta. “A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa” ho scritto. Siamo individui complessi – tutte noi, nessuna eccezione – ed è perciò perfettamente naturale, anche per le persone più sicure di se stesse, tutte d’un pezzo, o sempre allegre e sorridenti voler rifuggire dalla consapevolezza di sé, a volte. Figuriamoci quindi chi ha un DCA. Eppure, ogni piccola cosa che costituisce la nostra vita quotidiana contribuisce a costruire la nostra consapevolezza di sé. La consapevolezza di sé non deve alterare la propria vita né cambiare le proprie decisioni. Non deve neanche riguardare necessariamente i nostri problemi alimentari. Al cuore, la consapevolezza di sé riguarda più che altro la capacità di gestire le emozioni. Questo è: la capacità di gestire le emozioni.
Le emozioni alimentano le reazioni.
Le emozioni alimentano le azioni.
Le emozioni determinano l’umore.
Le emozioni possono guidare le decisioni.
Dunque, le emozioni che con l’anoressia ci affanniamo tanto a soffocare, sono in realtà estremamente importanti.
Ma a volte ci sembra che queste emozioni siano più grandi di noi. Ci sembra di non riuscire a tollerarle. Così mettiamo la maschera dell’anoressia per fingere che non esistano. Abbracciamo il nostro disturbo alimentare proprio per fuggire dalle emozioni, soprattutto da quelle che ci fanno paura. Ci sono tanti possibili scenari quante sono le emozioni stesse.
Ma, come delle avventuriere della nostra interiorità, dobbiamo resistere dall’indossare la maschera dell’anoressia, ed andare avanti. Così, decidiamo di aprire quella porta che avremmo preferito rimanesse chiusa. E la si richiude di scatto, ci si allontana da essa, non abbastanza pronte ad affrontare ciò che potremmo trovarvi dietro. Si rimane così in disparte, ascoltando quello che fingiamo di non ascoltare. O forse è il contrario - forse si fa finta di ascoltare cosa c'è dietro quella porta, per tutto il tempo in cui non ci sentiamo ancora pronte. Si continua a mantenere la distanza, ma abbiamo già aperto la porta, quindi non è come se non avessimo fatto attenzione, giusto?
Ma poi, c’è qualcosa che ci chiama. Non lo si vuole ancora affrontare, ma siamo pronte ad ascoltare. Così ci si riavvicina cautamente alla porta, e si appoggia su di essa un orecchio.
Ed ecco che ci troviamo trascinate nel viaggio. Aspettiamo, ascoltiamo, forse dialogando con noi stesse: “Mi sento davvero così?”. “No, certo che non mi sento così”. “O mi sento così?”. “Ma non è così che mi comporto!”. “Può essere vero quell che provo, allora?”. “Non voglio provare questo, ho scelto l’anoressia proprio per non dover provare più niente!”. Siamo abbastanza vicine all’avventurare la testa al di là della porta, per concedere a quello che ci attende di occupare un pezzetto della nostra mente. Ma l’anoressia ci fa ancora pensare che è ingiusto dover affrontare certe cose… perché non tutte le emozioni sono positive come sembrano quando si stringe quella coperta di Linus che è l’anoressia.
Tuttavia, alla fine, mettendoci tutto il nostro coraggio e trattenendo il fiato, ci permettiamo non solo di ascoltare ciò che si sussurra dietro la porta, ma anche di riconoscerlo, qualsiasi cosa sia. “Ci sono delle cose di me che non mi piacciono, e per coprirle sto adottando una strategia di coping che mi farà più male che bene a lunga gittata: un DCA”. “Il vero problema non è il mio aspetto fisico né cosa/quanto mangio, i veri problemi sono quelli che mi tengo dentro e che fingo d’ignorare scaricando tutte le mie preoccupazioni sul comodo capro espiatorio del comportamento alimentare errato”. “Ecco, l’anoressia mi fa pensare questa cosa e me la fa passare per vera, ma in realtà sono consapevole che si tratta di una balla bella e buona”. Così, riuscendo finalmente ad aprire gli occhi, possiamo iniziare a vedere uno spiraglio di luce.
E adesso sappiamo quel che dobbiamo fare. Cominciamo ad essere consapevoli di noi stesse e delle bugie che l’anoressia ci racconta. Abbiamo aperto la porta: siamo pronte a fronteggiare qualsiasi cosa ci aspetti al di là di essa.
Molto probabilmente quello che troveremo dietro la porta non ci farà strillare dalla gioia, ma non sarà mai così terribile come ce lo faceva immaginare l’anoressia quando la porta stava ancora chiusa. E, fissando quella porta e tutto ciò che si trova oltre essa, con 1) un po’ di fiducia in noi stesse, 2) la consapevolezza che siamo umane, e 3) il desiderio di conoscere le vere noi stesse oltre alle maschere create dall’anoressia, ci aiuta ad incrementare giorno dopo giorno la nostra consapevolezza di sé.
L’intricatissimo lavoro d’introspezione che è necessario per prendere le distanze dall’anoressia richiede tempo, attenzione, dedizione, pazienza, coraggio e cura. Non possiamo pare passi avanti sulla strada del ricovero se continuiamo ostinatamente a sbattere contro una porta che ci rifiutiamo di aprire. Dobbiamo prendere viceversa il coraggio a quattro mani, e aprirla. Buttarla giù. E, prendendoci tutto il tempo che ci è necessario, riuscire a guardare oltre quella porta senza il timore di non essere capaci di affrontare ciò che ci attende. Perché lo siamo.
Etichette:
anoressia,
autostima,
binge,
bulimia,
combattere,
consapevolezza di sé,
dca,
fiducia,
introspezione,
no pro ana,
ricovero
venerdì 30 settembre 2011
Trovare la radice
Non è mai facile capire da che cosa sia determinata e causata l’anoressia.
Trattandosi di un sintomo multifattoriale, in effetti, le cause determinanti sono molteplici, e per la maggior parte sommerse. Occorre un lungo e duro lavoro d’introspezione su noi stesse per risalire all’origine di un DCA, e questo può essere estremamente difficile e logorante, poiché ci pone di fronte ad aspetti del nostro passato e della nostra personalità che non vogliamo vedere ed accettare, e che sviluppare l’anoressia ci ha per l’appunto permesso di coprire.
Eppure, penso che sia un “percorso a ritroso” parimenti necessario per andare avanti nella strada del ricovero. Proprio così, ragazze: tornare indietro per poter andare avanti. Perché tornare indietro ci permetterà di prendere la rincorsa. Del resto, è noto che per capire le ragioni del male bisogna ritornare all’origine.
Come riuscire dunque a capire quali sono state le cause e gli eventi scatenanti l’anoressia? Ovviamente non esiste un libretto delle istruzioni, anche perché ogni persona (ed ogni anoressia) è una storia a sé, tuttavia voglio provare ad offrivi delle semplici strategie, nella speranza che queste possano servirvi come spunto di riflessione per rielaborare il passato e cercare d’individuare quello che può stare alla base dell’anoressia.
1) Parlatene. Parlate con qualcuno del vostro DCA. Che sia uno psicoterapeuta, un dietista, un’amica, i vostri genitori… chiunque. Se è una persona di cui sapete di potervi fidare, va bene chiunque. Non tenete i vostri pensieri chiusi dentro di voi, ma esternateli. Raccontate la vostra storia e la vostra interiorità. Questo vi darà modo di rielaborare la vostra esperienza e di vedere più a fondo, magari anche grazie agli input che la persona con cui state conversando sarà in grado di restituirvi.
2) Scrivetene. Va bene un diario, un quaderno, un documento Word su un computer. Ogni qualvolta vi viene in mente qualche pensiero relativo al vostro DCA, mettetelo nero su bianco. Questo vi aiuterà a fare introspezione e ad essere sincere con voi stesse riguardo al vostro vissuto e ai vostri sentimenti. Poi, qualche giorno più tardi, rileggete quello che avete scritto e provate a ragionarci su.
3) Ricordate. Cercate di aprire le porte che in passato vi siete chiuse alle spalle per il timore di quello che vi stava dietro. Aprite quelle porte e cercate di ricordare senza farvi travolgere dal ricordo. Ispezionate, scandagliate il vostro passato alla luce della vostra attuale esperienza e consapevolezza. Vedrete che sarete capaci di trovare utili tracce.
4) Lasciate andare la paura. La paura è controproducente, induce a piangersi addosso, chiude in se stesse e non permette di arrivare da nessuna parte. Ricordatevi che non avete niente da temere, perché nel momento in cui avete deciso di combattere l’anoressia, siete già sulla strada della vittoria.
5) Non fissatevi. Non andate a ricercare qualcosa in particolare, e non aspettatevi di trovare tracce in maniera rapida e semplice. L’introspezione è tutto un lavoro di gomito. Bisogna sudare, ma bisogna anche capire quando è il momento di tirare il freno e pensare ad altro. Questo non annulla il lavoro che avete in precedenza compiuto: una volta recuperate le energie, potrete riprendere a lavorare su ciò che avevate lasciato in stand-by.
6) Trovare la radice dell’anoressia è importante, ma non dimenticate che è molto più importante concentrarvi sulla vostra battaglia quotidiana. Quello che potete fare per voi stesse e che vi proietterà nel futuro, è quello che fate oggi.
7) Non sottovalutatevi. Non sottostimate le vostre capacità. Non pensate di non essere in grado di vederci chiaro o di ragionare. Potete arrivare al cuore di tutto, se solo riuscite a tirare fuori abbastanza determinazione per continuare a scavare e abbastanza coraggio per affrontare il vostro passato.
8) Siate consapevoli che quello che troverete nel vostro percorso d’introspezione alla ricerca delle radici dell’anoressia, molto spesso non vi piacerà affatto. Ma affrontare quello che è stato è l’unica cosa che vi permetterà e vi aiuterà ad andare avanti nella strada del ricovero.
Trattandosi di un sintomo multifattoriale, in effetti, le cause determinanti sono molteplici, e per la maggior parte sommerse. Occorre un lungo e duro lavoro d’introspezione su noi stesse per risalire all’origine di un DCA, e questo può essere estremamente difficile e logorante, poiché ci pone di fronte ad aspetti del nostro passato e della nostra personalità che non vogliamo vedere ed accettare, e che sviluppare l’anoressia ci ha per l’appunto permesso di coprire.
Eppure, penso che sia un “percorso a ritroso” parimenti necessario per andare avanti nella strada del ricovero. Proprio così, ragazze: tornare indietro per poter andare avanti. Perché tornare indietro ci permetterà di prendere la rincorsa. Del resto, è noto che per capire le ragioni del male bisogna ritornare all’origine.
Come riuscire dunque a capire quali sono state le cause e gli eventi scatenanti l’anoressia? Ovviamente non esiste un libretto delle istruzioni, anche perché ogni persona (ed ogni anoressia) è una storia a sé, tuttavia voglio provare ad offrivi delle semplici strategie, nella speranza che queste possano servirvi come spunto di riflessione per rielaborare il passato e cercare d’individuare quello che può stare alla base dell’anoressia.
1) Parlatene. Parlate con qualcuno del vostro DCA. Che sia uno psicoterapeuta, un dietista, un’amica, i vostri genitori… chiunque. Se è una persona di cui sapete di potervi fidare, va bene chiunque. Non tenete i vostri pensieri chiusi dentro di voi, ma esternateli. Raccontate la vostra storia e la vostra interiorità. Questo vi darà modo di rielaborare la vostra esperienza e di vedere più a fondo, magari anche grazie agli input che la persona con cui state conversando sarà in grado di restituirvi.
2) Scrivetene. Va bene un diario, un quaderno, un documento Word su un computer. Ogni qualvolta vi viene in mente qualche pensiero relativo al vostro DCA, mettetelo nero su bianco. Questo vi aiuterà a fare introspezione e ad essere sincere con voi stesse riguardo al vostro vissuto e ai vostri sentimenti. Poi, qualche giorno più tardi, rileggete quello che avete scritto e provate a ragionarci su.
3) Ricordate. Cercate di aprire le porte che in passato vi siete chiuse alle spalle per il timore di quello che vi stava dietro. Aprite quelle porte e cercate di ricordare senza farvi travolgere dal ricordo. Ispezionate, scandagliate il vostro passato alla luce della vostra attuale esperienza e consapevolezza. Vedrete che sarete capaci di trovare utili tracce.
4) Lasciate andare la paura. La paura è controproducente, induce a piangersi addosso, chiude in se stesse e non permette di arrivare da nessuna parte. Ricordatevi che non avete niente da temere, perché nel momento in cui avete deciso di combattere l’anoressia, siete già sulla strada della vittoria.
5) Non fissatevi. Non andate a ricercare qualcosa in particolare, e non aspettatevi di trovare tracce in maniera rapida e semplice. L’introspezione è tutto un lavoro di gomito. Bisogna sudare, ma bisogna anche capire quando è il momento di tirare il freno e pensare ad altro. Questo non annulla il lavoro che avete in precedenza compiuto: una volta recuperate le energie, potrete riprendere a lavorare su ciò che avevate lasciato in stand-by.
6) Trovare la radice dell’anoressia è importante, ma non dimenticate che è molto più importante concentrarvi sulla vostra battaglia quotidiana. Quello che potete fare per voi stesse e che vi proietterà nel futuro, è quello che fate oggi.
7) Non sottovalutatevi. Non sottostimate le vostre capacità. Non pensate di non essere in grado di vederci chiaro o di ragionare. Potete arrivare al cuore di tutto, se solo riuscite a tirare fuori abbastanza determinazione per continuare a scavare e abbastanza coraggio per affrontare il vostro passato.
8) Siate consapevoli che quello che troverete nel vostro percorso d’introspezione alla ricerca delle radici dell’anoressia, molto spesso non vi piacerà affatto. Ma affrontare quello che è stato è l’unica cosa che vi permetterà e vi aiuterà ad andare avanti nella strada del ricovero.
Etichette:
anoressia,
bulimia,
combattere,
dca,
disturbi alimentari,
introspezione,
no pro-ana,
origini,
pensare,
radice,
ricovero,
sintomo
Iscriviti a:
Post (Atom)
