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venerdì 6 dicembre 2013
Gestire la consapevolezza di sè
La consapevolezza di sè è un qualcosa d’interessante. Ci modella, ci rende quelle che siamo, c’insegna e ha un notevole impatto sulle nostre vite. Senza la consapevolezza di sé non possiamo imparare niente su noi stesse. Se non impariamo niente su noi stesse, non possiamo crescere interiormente. E senza crescita interiore, si rimane stagnanti nell’impasse.
La consapevolezza di sè non sempre è una cosa piacevole, e chi ha un DCA lo sa bene. Talvolta si notano cose di noi stesse che vorremmo soltanto spazzare sotto il tappeto. Altre volte scopriamo cose che ci fanno dire “A-ha!”, e delle vere e proprie rivelazioni spezzano la sofferenza indotta dal DCA. Altre volte ancora, la consapevolezza di sé è scomoda. Ci rendiamo conto, forse a malincuore... forse anche accidentalmente... e poi dobbiamo affrontare quello cui ci siamo messe faccia a faccia. Dobbiamo guardare nello specchio della nostra mente e decidere cosa farne di ciò che vediamo lì.
Per chi ha un DCA, non è sempre facile acquisire la consapevolezza di sè. Occorre impegnarsi contro le resistente poste in essere dalla malattia per riuscire a vederci veramente, a conoscere noi stesse, a capire quello che vogliamo dalla vita e come poterlo ottenere. Molto spesso, la consapevolezza di sé e l’introspezione vanno di pari passo: combattere contro l’anoressia infatti significa anche discernere quella che è la parte malata dalla parte sana e razionale di noi, e cercare di far prevalere quest’ultima.
In un certo senso, la consapevolezza di sè equivale al raccontare a noi stesse la nostra propria storia – ma senza parole smielate, senza soffermarsi sui dettagli insignificanti, e smettendola d’indossare gli occhiali dalle lenti rosa dell’anoressia. “Siediti un po’ qui, Veggie, e lascia che ti racconti la storia di te stessa in questa giornata. Lascia che ti spieghi come gli eventi t’influenzano, e cosa tutto questo potrebbe significare”. Ecco, è così che la mia mente lavora quando cerco di fare introspezione. A volte devo usare tutta la mia forza per spingere via un masso che mi ostruisce il passaggio, così da poter vedere la luce dietro di esso. A volte è come cercare di districare nodi incasinatissimi. A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa.
Ma la consapevolezza di sè ci rende delle persone migliori, ci rende più forti e dunque più in grado di combattere attivamente contro l’anoressia, per questo dobbiamo prenderla come se fosse un’avventura: qualche volta è piacevole, qualche volta no, ma è comunque una strada che si sta percorrendo e che ci porta avanti. Talvolta è un’arrampicata ripidissima. Talvolta è una tranquilla strada pianeggiante. E noi siamo, allo stesso tempo, le autiste e le passeggere.
Sebbene tutti i giorni la vita c’impartisca delle lezioni, è bene cercare sempre di guardare dentro noi stesse. Perché? Consapevolezza di sé. Se non possiamo essere esperte in nient’altro, possiamo almeno cercare di essere esperte di NOI STESSE.
Torniamo un attimo all’analogia della porta. “A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa” ho scritto. Siamo individui complessi – tutte noi, nessuna eccezione – ed è perciò perfettamente naturale, anche per le persone più sicure di se stesse, tutte d’un pezzo, o sempre allegre e sorridenti voler rifuggire dalla consapevolezza di sé, a volte. Figuriamoci quindi chi ha un DCA. Eppure, ogni piccola cosa che costituisce la nostra vita quotidiana contribuisce a costruire la nostra consapevolezza di sé. La consapevolezza di sé non deve alterare la propria vita né cambiare le proprie decisioni. Non deve neanche riguardare necessariamente i nostri problemi alimentari. Al cuore, la consapevolezza di sé riguarda più che altro la capacità di gestire le emozioni. Questo è: la capacità di gestire le emozioni.
Le emozioni alimentano le reazioni.
Le emozioni alimentano le azioni.
Le emozioni determinano l’umore.
Le emozioni possono guidare le decisioni.
Dunque, le emozioni che con l’anoressia ci affanniamo tanto a soffocare, sono in realtà estremamente importanti.
Ma a volte ci sembra che queste emozioni siano più grandi di noi. Ci sembra di non riuscire a tollerarle. Così mettiamo la maschera dell’anoressia per fingere che non esistano. Abbracciamo il nostro disturbo alimentare proprio per fuggire dalle emozioni, soprattutto da quelle che ci fanno paura. Ci sono tanti possibili scenari quante sono le emozioni stesse.
Ma, come delle avventuriere della nostra interiorità, dobbiamo resistere dall’indossare la maschera dell’anoressia, ed andare avanti. Così, decidiamo di aprire quella porta che avremmo preferito rimanesse chiusa. E la si richiude di scatto, ci si allontana da essa, non abbastanza pronte ad affrontare ciò che potremmo trovarvi dietro. Si rimane così in disparte, ascoltando quello che fingiamo di non ascoltare. O forse è il contrario - forse si fa finta di ascoltare cosa c'è dietro quella porta, per tutto il tempo in cui non ci sentiamo ancora pronte. Si continua a mantenere la distanza, ma abbiamo già aperto la porta, quindi non è come se non avessimo fatto attenzione, giusto?
Ma poi, c’è qualcosa che ci chiama. Non lo si vuole ancora affrontare, ma siamo pronte ad ascoltare. Così ci si riavvicina cautamente alla porta, e si appoggia su di essa un orecchio.
Ed ecco che ci troviamo trascinate nel viaggio. Aspettiamo, ascoltiamo, forse dialogando con noi stesse: “Mi sento davvero così?”. “No, certo che non mi sento così”. “O mi sento così?”. “Ma non è così che mi comporto!”. “Può essere vero quell che provo, allora?”. “Non voglio provare questo, ho scelto l’anoressia proprio per non dover provare più niente!”. Siamo abbastanza vicine all’avventurare la testa al di là della porta, per concedere a quello che ci attende di occupare un pezzetto della nostra mente. Ma l’anoressia ci fa ancora pensare che è ingiusto dover affrontare certe cose… perché non tutte le emozioni sono positive come sembrano quando si stringe quella coperta di Linus che è l’anoressia.
Tuttavia, alla fine, mettendoci tutto il nostro coraggio e trattenendo il fiato, ci permettiamo non solo di ascoltare ciò che si sussurra dietro la porta, ma anche di riconoscerlo, qualsiasi cosa sia. “Ci sono delle cose di me che non mi piacciono, e per coprirle sto adottando una strategia di coping che mi farà più male che bene a lunga gittata: un DCA”. “Il vero problema non è il mio aspetto fisico né cosa/quanto mangio, i veri problemi sono quelli che mi tengo dentro e che fingo d’ignorare scaricando tutte le mie preoccupazioni sul comodo capro espiatorio del comportamento alimentare errato”. “Ecco, l’anoressia mi fa pensare questa cosa e me la fa passare per vera, ma in realtà sono consapevole che si tratta di una balla bella e buona”. Così, riuscendo finalmente ad aprire gli occhi, possiamo iniziare a vedere uno spiraglio di luce.
E adesso sappiamo quel che dobbiamo fare. Cominciamo ad essere consapevoli di noi stesse e delle bugie che l’anoressia ci racconta. Abbiamo aperto la porta: siamo pronte a fronteggiare qualsiasi cosa ci aspetti al di là di essa.
Molto probabilmente quello che troveremo dietro la porta non ci farà strillare dalla gioia, ma non sarà mai così terribile come ce lo faceva immaginare l’anoressia quando la porta stava ancora chiusa. E, fissando quella porta e tutto ciò che si trova oltre essa, con 1) un po’ di fiducia in noi stesse, 2) la consapevolezza che siamo umane, e 3) il desiderio di conoscere le vere noi stesse oltre alle maschere create dall’anoressia, ci aiuta ad incrementare giorno dopo giorno la nostra consapevolezza di sé.
L’intricatissimo lavoro d’introspezione che è necessario per prendere le distanze dall’anoressia richiede tempo, attenzione, dedizione, pazienza, coraggio e cura. Non possiamo pare passi avanti sulla strada del ricovero se continuiamo ostinatamente a sbattere contro una porta che ci rifiutiamo di aprire. Dobbiamo prendere viceversa il coraggio a quattro mani, e aprirla. Buttarla giù. E, prendendoci tutto il tempo che ci è necessario, riuscire a guardare oltre quella porta senza il timore di non essere capaci di affrontare ciò che ci attende. Perché lo siamo.
La consapevolezza di sè non sempre è una cosa piacevole, e chi ha un DCA lo sa bene. Talvolta si notano cose di noi stesse che vorremmo soltanto spazzare sotto il tappeto. Altre volte scopriamo cose che ci fanno dire “A-ha!”, e delle vere e proprie rivelazioni spezzano la sofferenza indotta dal DCA. Altre volte ancora, la consapevolezza di sé è scomoda. Ci rendiamo conto, forse a malincuore... forse anche accidentalmente... e poi dobbiamo affrontare quello cui ci siamo messe faccia a faccia. Dobbiamo guardare nello specchio della nostra mente e decidere cosa farne di ciò che vediamo lì.
Per chi ha un DCA, non è sempre facile acquisire la consapevolezza di sè. Occorre impegnarsi contro le resistente poste in essere dalla malattia per riuscire a vederci veramente, a conoscere noi stesse, a capire quello che vogliamo dalla vita e come poterlo ottenere. Molto spesso, la consapevolezza di sé e l’introspezione vanno di pari passo: combattere contro l’anoressia infatti significa anche discernere quella che è la parte malata dalla parte sana e razionale di noi, e cercare di far prevalere quest’ultima.
In un certo senso, la consapevolezza di sè equivale al raccontare a noi stesse la nostra propria storia – ma senza parole smielate, senza soffermarsi sui dettagli insignificanti, e smettendola d’indossare gli occhiali dalle lenti rosa dell’anoressia. “Siediti un po’ qui, Veggie, e lascia che ti racconti la storia di te stessa in questa giornata. Lascia che ti spieghi come gli eventi t’influenzano, e cosa tutto questo potrebbe significare”. Ecco, è così che la mia mente lavora quando cerco di fare introspezione. A volte devo usare tutta la mia forza per spingere via un masso che mi ostruisce il passaggio, così da poter vedere la luce dietro di esso. A volte è come cercare di districare nodi incasinatissimi. A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa.
Ma la consapevolezza di sè ci rende delle persone migliori, ci rende più forti e dunque più in grado di combattere attivamente contro l’anoressia, per questo dobbiamo prenderla come se fosse un’avventura: qualche volta è piacevole, qualche volta no, ma è comunque una strada che si sta percorrendo e che ci porta avanti. Talvolta è un’arrampicata ripidissima. Talvolta è una tranquilla strada pianeggiante. E noi siamo, allo stesso tempo, le autiste e le passeggere.
Sebbene tutti i giorni la vita c’impartisca delle lezioni, è bene cercare sempre di guardare dentro noi stesse. Perché? Consapevolezza di sé. Se non possiamo essere esperte in nient’altro, possiamo almeno cercare di essere esperte di NOI STESSE.
Torniamo un attimo all’analogia della porta. “A volte mi vedo costretta ad aprire una porta che avrei preferito tenere chiusa” ho scritto. Siamo individui complessi – tutte noi, nessuna eccezione – ed è perciò perfettamente naturale, anche per le persone più sicure di se stesse, tutte d’un pezzo, o sempre allegre e sorridenti voler rifuggire dalla consapevolezza di sé, a volte. Figuriamoci quindi chi ha un DCA. Eppure, ogni piccola cosa che costituisce la nostra vita quotidiana contribuisce a costruire la nostra consapevolezza di sé. La consapevolezza di sé non deve alterare la propria vita né cambiare le proprie decisioni. Non deve neanche riguardare necessariamente i nostri problemi alimentari. Al cuore, la consapevolezza di sé riguarda più che altro la capacità di gestire le emozioni. Questo è: la capacità di gestire le emozioni.
Le emozioni alimentano le reazioni.
Le emozioni alimentano le azioni.
Le emozioni determinano l’umore.
Le emozioni possono guidare le decisioni.
Dunque, le emozioni che con l’anoressia ci affanniamo tanto a soffocare, sono in realtà estremamente importanti.
Ma a volte ci sembra che queste emozioni siano più grandi di noi. Ci sembra di non riuscire a tollerarle. Così mettiamo la maschera dell’anoressia per fingere che non esistano. Abbracciamo il nostro disturbo alimentare proprio per fuggire dalle emozioni, soprattutto da quelle che ci fanno paura. Ci sono tanti possibili scenari quante sono le emozioni stesse.
Ma, come delle avventuriere della nostra interiorità, dobbiamo resistere dall’indossare la maschera dell’anoressia, ed andare avanti. Così, decidiamo di aprire quella porta che avremmo preferito rimanesse chiusa. E la si richiude di scatto, ci si allontana da essa, non abbastanza pronte ad affrontare ciò che potremmo trovarvi dietro. Si rimane così in disparte, ascoltando quello che fingiamo di non ascoltare. O forse è il contrario - forse si fa finta di ascoltare cosa c'è dietro quella porta, per tutto il tempo in cui non ci sentiamo ancora pronte. Si continua a mantenere la distanza, ma abbiamo già aperto la porta, quindi non è come se non avessimo fatto attenzione, giusto?
Ma poi, c’è qualcosa che ci chiama. Non lo si vuole ancora affrontare, ma siamo pronte ad ascoltare. Così ci si riavvicina cautamente alla porta, e si appoggia su di essa un orecchio.
Ed ecco che ci troviamo trascinate nel viaggio. Aspettiamo, ascoltiamo, forse dialogando con noi stesse: “Mi sento davvero così?”. “No, certo che non mi sento così”. “O mi sento così?”. “Ma non è così che mi comporto!”. “Può essere vero quell che provo, allora?”. “Non voglio provare questo, ho scelto l’anoressia proprio per non dover provare più niente!”. Siamo abbastanza vicine all’avventurare la testa al di là della porta, per concedere a quello che ci attende di occupare un pezzetto della nostra mente. Ma l’anoressia ci fa ancora pensare che è ingiusto dover affrontare certe cose… perché non tutte le emozioni sono positive come sembrano quando si stringe quella coperta di Linus che è l’anoressia.
Tuttavia, alla fine, mettendoci tutto il nostro coraggio e trattenendo il fiato, ci permettiamo non solo di ascoltare ciò che si sussurra dietro la porta, ma anche di riconoscerlo, qualsiasi cosa sia. “Ci sono delle cose di me che non mi piacciono, e per coprirle sto adottando una strategia di coping che mi farà più male che bene a lunga gittata: un DCA”. “Il vero problema non è il mio aspetto fisico né cosa/quanto mangio, i veri problemi sono quelli che mi tengo dentro e che fingo d’ignorare scaricando tutte le mie preoccupazioni sul comodo capro espiatorio del comportamento alimentare errato”. “Ecco, l’anoressia mi fa pensare questa cosa e me la fa passare per vera, ma in realtà sono consapevole che si tratta di una balla bella e buona”. Così, riuscendo finalmente ad aprire gli occhi, possiamo iniziare a vedere uno spiraglio di luce.
E adesso sappiamo quel che dobbiamo fare. Cominciamo ad essere consapevoli di noi stesse e delle bugie che l’anoressia ci racconta. Abbiamo aperto la porta: siamo pronte a fronteggiare qualsiasi cosa ci aspetti al di là di essa.
Molto probabilmente quello che troveremo dietro la porta non ci farà strillare dalla gioia, ma non sarà mai così terribile come ce lo faceva immaginare l’anoressia quando la porta stava ancora chiusa. E, fissando quella porta e tutto ciò che si trova oltre essa, con 1) un po’ di fiducia in noi stesse, 2) la consapevolezza che siamo umane, e 3) il desiderio di conoscere le vere noi stesse oltre alle maschere create dall’anoressia, ci aiuta ad incrementare giorno dopo giorno la nostra consapevolezza di sé.
L’intricatissimo lavoro d’introspezione che è necessario per prendere le distanze dall’anoressia richiede tempo, attenzione, dedizione, pazienza, coraggio e cura. Non possiamo pare passi avanti sulla strada del ricovero se continuiamo ostinatamente a sbattere contro una porta che ci rifiutiamo di aprire. Dobbiamo prendere viceversa il coraggio a quattro mani, e aprirla. Buttarla giù. E, prendendoci tutto il tempo che ci è necessario, riuscire a guardare oltre quella porta senza il timore di non essere capaci di affrontare ciò che ci attende. Perché lo siamo.
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martedì 28 luglio 2009
Amicizia contro l'anoressia
Giuro che non me l'aspettavo.
Quando ero nel pieno dell’anoressia, quando lei riempiva tutta la mia vita, non c’era spazio per nient’altro, per nessuna emozione. E questo è durato così a lungo che anche adesso sentire il cuore battere forte è una gran sorpresa.
Ma oggi batte più forte del solito, e batte per la persona più importante della mia vita che oggi compie gli anni: la mia migliore amica del cuore, Duccia.
Sono un po' preoccupata per quello che è stato ed è tutto il mio rapporto con il sentimento dell'amicizia, se è di questo che si tratta.
La verità è che ho una paura incredibile di stare di nuovo male.
Durante la mia ultima ricaduta nella restrizione alimentare, poco più di un anno fa, sul mio diario scrivevo di aver seppellito il mio cuore da qualche parte.
Ma forse è così che vanno le cose, e il bello della vita forse sono proprio gli imprevisti.
Proprio così, quest’amicizia è stata un imprevisto, eppure è stata anche un qualcosa che mi ha aiutata a rompere il circolo vizioso dell’anoressia, cambiando completamente il mio futuro.
L’anoressia è stata talmente tanto a lungo l’unico fulcro attorno al quale era imperniata tutta la mia vita, che quando la mia strada si è incrociata con quella di Duccia la prima cosa che ho pensato è stata che non potevo permettermi una simile distrazione. Eppure, inconsapevolmente, la mia testa aveva già cominciato a divagare, lentamente distaccandosi dall’ossessione. È stato un rapporto difficile. In certi momenti, per me lo è ancora; perché penso ancora che non va bene. (Perché l’anoressia mi fa pensare ancora che non va bene).
Ma allo stesso tempo sono felice perchè per lo meno posso contare su qualcuno che rappresenti per me un punto di riferimento. Certo, non posso smettere di pensare alla possibile disfatta, non ci riesco. Ognuna vorrebbe che le cose belle durino in eterno, ma si sa che prima o poi tutto finisce.
E quello che fino a un attimo prima era dolce, tutto d'un tratto diventa amaro. E costa caro.
A questo punto c'è da chiedersi se il gioco vale la candela. Se tutto si riduce a questo, quanto vale un attimo di gioia? Questo meraviglioso attimo, fuggente, intenso e breve ha senso di fronte alla sofferenza a cui andrei incontro se tutto finisse?
L'amicizia è davvero una follia. Fidarsi di qualcuno è completamente pazzoide. È una cosa insensata. Forse è pensando così che, per tanto tempo, ho permesso solo all’anoressia di essere mia amica: avevo la certezza che almeno lei non mi avrebbe tradita, non mi avrebbe abbandonata, non mi avrebbe mai lasciata sola. In fin dei conti, lei non era altri che me. Forse anche questo era distorto ma, l’ho già detto, è l’amicizia stessa ad essere una follia.
E quindi, potrei dire che Duccia è la mia attuale follia. Ma forse è proprio questa follia a stabilire una nuova misura nella mia vita. Quando sono con lei la voce dell’anoressia si fa più lieve, e c’è una nuova voce che mi dice che non devo mollare, che devo combattere, che devo continuare ad andar avanti sulla strada del ricovero, e devo farlo anche per lei. Perché lei è mia amica, e si fida di me. E io non voglio tradire la sua fiducia.
Devo avere coraggio e buttarmi. È con Duccia al mio fianco che inizia la mia nuova misura. Una nuova spinta. Una continua lotta all’anoressia.
Coraggio.
La paura può essere sconfitta solo se si oltrepassa il limite che ci sembra invalicabile.
Forse i limiti non esistono se non nella mia testa.
Davvero sono in grado di vincere? Davvero sono in grado di continuare a lottare contro l’anoressia? Davvero, nonostante tutta mia distruttività, sono in grado di non spaventare troppo Duccia e di farla rimanere accanto a me?
Quando ero nel pieno dell’anoressia credevo di camminare, anzi, di più, di correre, invece ero sola, ero sdraiata a terra nell'attesa di una nuova motivazione per rialzarmi e andare avanti.
Giacevo nella “comoda” fossa che mi ero scavata.
Ora, invece?
Ora, invece... sono di nuovo in piedi.
E mi accorgo di aver imparato qualcosa di nuovo.
Non sono ancora sicura, ma credo che se dovessi cadere di nuovo saprei evitare l'impatto.
Cadrei in ginocchio, non più di faccia nel fango.
Non più.
E' giunta l'ora di correre davvero.
E' giunta l'ora di crescere.
Coraggio, è questa la nuova parola d'ordine.
Avanti a tutta, tenendo per mano la mia migliora amica del cuore, la persona cui voglio più bene al mondo. Non più l’anoressia. Ma Duccia.
VEGGIE & DUCCIA

(click sulla foto per ingrandire)
Quando ero nel pieno dell’anoressia, quando lei riempiva tutta la mia vita, non c’era spazio per nient’altro, per nessuna emozione. E questo è durato così a lungo che anche adesso sentire il cuore battere forte è una gran sorpresa.
Ma oggi batte più forte del solito, e batte per la persona più importante della mia vita che oggi compie gli anni: la mia migliore amica del cuore, Duccia.
Sono un po' preoccupata per quello che è stato ed è tutto il mio rapporto con il sentimento dell'amicizia, se è di questo che si tratta.
La verità è che ho una paura incredibile di stare di nuovo male.
Durante la mia ultima ricaduta nella restrizione alimentare, poco più di un anno fa, sul mio diario scrivevo di aver seppellito il mio cuore da qualche parte.
Ma forse è così che vanno le cose, e il bello della vita forse sono proprio gli imprevisti.
Proprio così, quest’amicizia è stata un imprevisto, eppure è stata anche un qualcosa che mi ha aiutata a rompere il circolo vizioso dell’anoressia, cambiando completamente il mio futuro.
L’anoressia è stata talmente tanto a lungo l’unico fulcro attorno al quale era imperniata tutta la mia vita, che quando la mia strada si è incrociata con quella di Duccia la prima cosa che ho pensato è stata che non potevo permettermi una simile distrazione. Eppure, inconsapevolmente, la mia testa aveva già cominciato a divagare, lentamente distaccandosi dall’ossessione. È stato un rapporto difficile. In certi momenti, per me lo è ancora; perché penso ancora che non va bene. (Perché l’anoressia mi fa pensare ancora che non va bene).
Ma allo stesso tempo sono felice perchè per lo meno posso contare su qualcuno che rappresenti per me un punto di riferimento. Certo, non posso smettere di pensare alla possibile disfatta, non ci riesco. Ognuna vorrebbe che le cose belle durino in eterno, ma si sa che prima o poi tutto finisce.
E quello che fino a un attimo prima era dolce, tutto d'un tratto diventa amaro. E costa caro.
A questo punto c'è da chiedersi se il gioco vale la candela. Se tutto si riduce a questo, quanto vale un attimo di gioia? Questo meraviglioso attimo, fuggente, intenso e breve ha senso di fronte alla sofferenza a cui andrei incontro se tutto finisse?
L'amicizia è davvero una follia. Fidarsi di qualcuno è completamente pazzoide. È una cosa insensata. Forse è pensando così che, per tanto tempo, ho permesso solo all’anoressia di essere mia amica: avevo la certezza che almeno lei non mi avrebbe tradita, non mi avrebbe abbandonata, non mi avrebbe mai lasciata sola. In fin dei conti, lei non era altri che me. Forse anche questo era distorto ma, l’ho già detto, è l’amicizia stessa ad essere una follia.
E quindi, potrei dire che Duccia è la mia attuale follia. Ma forse è proprio questa follia a stabilire una nuova misura nella mia vita. Quando sono con lei la voce dell’anoressia si fa più lieve, e c’è una nuova voce che mi dice che non devo mollare, che devo combattere, che devo continuare ad andar avanti sulla strada del ricovero, e devo farlo anche per lei. Perché lei è mia amica, e si fida di me. E io non voglio tradire la sua fiducia.
Devo avere coraggio e buttarmi. È con Duccia al mio fianco che inizia la mia nuova misura. Una nuova spinta. Una continua lotta all’anoressia.
Coraggio.
La paura può essere sconfitta solo se si oltrepassa il limite che ci sembra invalicabile.
Forse i limiti non esistono se non nella mia testa.
Davvero sono in grado di vincere? Davvero sono in grado di continuare a lottare contro l’anoressia? Davvero, nonostante tutta mia distruttività, sono in grado di non spaventare troppo Duccia e di farla rimanere accanto a me?
Quando ero nel pieno dell’anoressia credevo di camminare, anzi, di più, di correre, invece ero sola, ero sdraiata a terra nell'attesa di una nuova motivazione per rialzarmi e andare avanti.
Giacevo nella “comoda” fossa che mi ero scavata.
Ora, invece?
Ora, invece... sono di nuovo in piedi.
E mi accorgo di aver imparato qualcosa di nuovo.
Non sono ancora sicura, ma credo che se dovessi cadere di nuovo saprei evitare l'impatto.
Cadrei in ginocchio, non più di faccia nel fango.
Non più.
E' giunta l'ora di correre davvero.
E' giunta l'ora di crescere.
Coraggio, è questa la nuova parola d'ordine.
Avanti a tutta, tenendo per mano la mia migliora amica del cuore, la persona cui voglio più bene al mondo. Non più l’anoressia. Ma Duccia.
VEGGIE & DUCCIA

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