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venerdì 17 giugno 2011
Freni al ricovero: Sentirsi normali
Continuando la serie di post che parlano di ciò che ci frena nel percorrere la strada del ricovero, quello che sto per scrivere è abbastanza strettamente correlato al mio ultimo post, ma non è proprio analogo, insomma, è abbastanza differente da meritare un post a se' stante.
Senza l’anoressia, ci si sente semplicemente “normali”
Nella maggior parte dei casi, la nostra altezza è normale. Prima di entrare nella spirale dell’anoressia, molto spesso anche il nostro peso è normale. Il che va benissimo, salvo il fatto che una delle principali ragioni che spinge nelle braccia di un DCA è proprio il fatto che non vogliamo sentirci “normali”. Vorremmo essere piuttosto speciali.
Come molti degli aspetti correlati all’anoressia, gran parte di questo processo inizia ben prima che il DCA tal quale abbia esordito. La maggior parte di noi, infatti, già dai tempi in cui andava a scuola elementare, sente il bisogno di essere “la migliore” quantomeno in ambito scolastico. Non per narcisismo, quanto piuttosto per competitività. Non c’è niente di male, in sé per sé, ad essere competitive, salvo che molto spesso questa competitività diventa “patologica” nel momento in cui, se non si è “le migliori”, allora ci si sente un fallimento totale e si rinuncia a tutto. Lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ricordo che da qualche parte avevo letto una frase che recitava: “Solo una persona può essere la migliore”, e ogni volta che mi dovevo sottoporre ad una prova di qualche tipo, mi chiedevo: “E dunque, perché quella persona non potrei essere IO?”.
Giusto qualche esempio personale per rendere meglio l’idea.
Per entrare a Medicina, la facoltà universitaria che frequento, è necessario passare un test d’ammissione, perché è a numero chiuso: nell’ateneo che frequento ci sono 200 posti, e quindi soltanto le 200 persone che ottengono i punteggi più alti vengono ammesse. Facendo questo test, realizzai 58.50 punti, e fui ammessa: 28esima nella graduatoria d’ammissione (anche se sono passati diversi anni, me lo ricordo ancora benissimo!). 28esima classificata. Per me fu devastante. Per settimane tutto quello a cui riuscii a pensare fu che ben 27 persone erano riuscite a fare il test d’ammissione meglio di me, ottenendo punteggi più elevati. Non aveva nessuna importanza il fatto che gli iscritti al test d’ammissione fossero circa 3000, e che quindi ci fossero state circa 2972 persone che avevano fatto peggio di me. Il punto era solo che io non ero stata la migliore. E quindi, nella mia distorta equazione mentale, significava che se non ero stata la migliore, allora non valevo niente.
Altro esempio, in ambito sportivo. Qualche anno fa, io e gli altri ragazzi che fanno karate insieme a me, facemmo una “gara interna” di kumite (combattimento). Sebbene questa gara non avesse alcuna valenza (era giusto “un’amichevole”, per intendersi), e sebbene tutti i miei compagni di squadra fossero brave persone, e che sapevo già non avrebbero fatto pesare a nessuno la sconfitta, io ero comunque terrorizzata dall’idea di non poter vincere. Non lo feci, in effetti. Mi classificai seconda, ci rimasi estremamente male, ed andai nello spogliatoio pienamente convinta che solo un colpo di fortuna mi avesse salvato dall’arrivare ultima. Non avevo vinto, questo era tutto ciò su cui ero focalizzata, tutto ciò che importava. Bianco o nero. Mentalità dicotomica.
Quello che ci succede nel DCA, in definitiva, è un qualcosa di estremamente simile: quello che ci spinge a vincere non è la gioia della vittoria, ma la paura della sconfitta. E questo è una diretta conseguenza del perfezionismo strettamente correlato all’anoressia stessa. Ovviamente l’anoressia non è solo perfezionismo – ma le due cose sono spesso fortemente legate tra loro.
Ecco, l’anoressia ci fa sentire speciali, in un certo qual modo. Ci fa sentire come se fossimo “le migliori” quando riusciamo a restringere l’alimentazione, perché è un qualcosa che la stragrande maggioranza della gente non riesce a fare. Se qualsiasi cosa va storta, ci barrichiamo in una restrizione ancora più serrata. Per dimostrare (a noi stesse??!) che c’è comunque un campo in cui possiamo far andare tutto dritto perchè siamo “le migliori”, lì. Perché ci sembra che, se non ci fosse l’anoressia, saremo semplicemente “normali”. E la normalità è una qualcosa che non correla bene con una mentalità di tipo perfezionistico e competitivo. La ricerca dell’anoressia non ha molto a che fare con la ricerca della magrezza, è piuttosto una ricerca del sentirsi speciali. Perché se si riesce a controllare tutto – come l’anoressia c’illude di poter fare – allora questo vuol dire “per forza” che siamo speciali.
Percorrere la strada del ricovero, ovviamente, significa in prima battuta mangiare correttamente e riprendere peso. Significa cercare di distaccarsi dai pensieri distorti che l’anoressia mette in testa. Ed è qui che il gioco si fa duro. Perchè l’anoressia ti convince che quello che dice è la verità. Perché non è affatto facile staccarsi di dosso la sensazione di “specialità” che l’anoressia conferiva. Perché liberarsi di un asso nella manica formidabile come l’anoressia, di un qualcosa che per la prima volta nella nostra vita ci ha fatto sentire davvero speciali, per ripiombare in quella normalità che avevamo proprio con l’anoressia cercato di evadere? È estremamente difficile accettare il nostro essere “normali”, e che quest’essere “normale” va comunque bene, dopo aver trascorso anni ed anni con la convinzione che o si è “le migliori”, o non si è niente. Certo, razionalmente sappiamo benissimo che non è essere “la migliore” che ci rende speciali, e non lo è nemmeno la restrizione alimentare… si è speciali perché siamo noi stesse, uniche ed irripetibili, anche se si è “normali”. Emotivamente, però, accettare la cosa richiede molto più tempo. Eppure, è proprio l’essere “normali” che ci rende speciali: perché combattere contro l’anoressia ed accettare il rischio di ricominciare a vivere giorno dopo giorno pur essendo persone “normali”, è davvero un qualcosa di speciale. Del resto, è quando il gioco si fa duro che le dure iniziano a giocare, no?!
Senza l’anoressia, ci si sente semplicemente “normali”
Nella maggior parte dei casi, la nostra altezza è normale. Prima di entrare nella spirale dell’anoressia, molto spesso anche il nostro peso è normale. Il che va benissimo, salvo il fatto che una delle principali ragioni che spinge nelle braccia di un DCA è proprio il fatto che non vogliamo sentirci “normali”. Vorremmo essere piuttosto speciali.
Come molti degli aspetti correlati all’anoressia, gran parte di questo processo inizia ben prima che il DCA tal quale abbia esordito. La maggior parte di noi, infatti, già dai tempi in cui andava a scuola elementare, sente il bisogno di essere “la migliore” quantomeno in ambito scolastico. Non per narcisismo, quanto piuttosto per competitività. Non c’è niente di male, in sé per sé, ad essere competitive, salvo che molto spesso questa competitività diventa “patologica” nel momento in cui, se non si è “le migliori”, allora ci si sente un fallimento totale e si rinuncia a tutto. Lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ricordo che da qualche parte avevo letto una frase che recitava: “Solo una persona può essere la migliore”, e ogni volta che mi dovevo sottoporre ad una prova di qualche tipo, mi chiedevo: “E dunque, perché quella persona non potrei essere IO?”.
Giusto qualche esempio personale per rendere meglio l’idea.
Per entrare a Medicina, la facoltà universitaria che frequento, è necessario passare un test d’ammissione, perché è a numero chiuso: nell’ateneo che frequento ci sono 200 posti, e quindi soltanto le 200 persone che ottengono i punteggi più alti vengono ammesse. Facendo questo test, realizzai 58.50 punti, e fui ammessa: 28esima nella graduatoria d’ammissione (anche se sono passati diversi anni, me lo ricordo ancora benissimo!). 28esima classificata. Per me fu devastante. Per settimane tutto quello a cui riuscii a pensare fu che ben 27 persone erano riuscite a fare il test d’ammissione meglio di me, ottenendo punteggi più elevati. Non aveva nessuna importanza il fatto che gli iscritti al test d’ammissione fossero circa 3000, e che quindi ci fossero state circa 2972 persone che avevano fatto peggio di me. Il punto era solo che io non ero stata la migliore. E quindi, nella mia distorta equazione mentale, significava che se non ero stata la migliore, allora non valevo niente.
Altro esempio, in ambito sportivo. Qualche anno fa, io e gli altri ragazzi che fanno karate insieme a me, facemmo una “gara interna” di kumite (combattimento). Sebbene questa gara non avesse alcuna valenza (era giusto “un’amichevole”, per intendersi), e sebbene tutti i miei compagni di squadra fossero brave persone, e che sapevo già non avrebbero fatto pesare a nessuno la sconfitta, io ero comunque terrorizzata dall’idea di non poter vincere. Non lo feci, in effetti. Mi classificai seconda, ci rimasi estremamente male, ed andai nello spogliatoio pienamente convinta che solo un colpo di fortuna mi avesse salvato dall’arrivare ultima. Non avevo vinto, questo era tutto ciò su cui ero focalizzata, tutto ciò che importava. Bianco o nero. Mentalità dicotomica.
Quello che ci succede nel DCA, in definitiva, è un qualcosa di estremamente simile: quello che ci spinge a vincere non è la gioia della vittoria, ma la paura della sconfitta. E questo è una diretta conseguenza del perfezionismo strettamente correlato all’anoressia stessa. Ovviamente l’anoressia non è solo perfezionismo – ma le due cose sono spesso fortemente legate tra loro.
Ecco, l’anoressia ci fa sentire speciali, in un certo qual modo. Ci fa sentire come se fossimo “le migliori” quando riusciamo a restringere l’alimentazione, perché è un qualcosa che la stragrande maggioranza della gente non riesce a fare. Se qualsiasi cosa va storta, ci barrichiamo in una restrizione ancora più serrata. Per dimostrare (a noi stesse??!) che c’è comunque un campo in cui possiamo far andare tutto dritto perchè siamo “le migliori”, lì. Perché ci sembra che, se non ci fosse l’anoressia, saremo semplicemente “normali”. E la normalità è una qualcosa che non correla bene con una mentalità di tipo perfezionistico e competitivo. La ricerca dell’anoressia non ha molto a che fare con la ricerca della magrezza, è piuttosto una ricerca del sentirsi speciali. Perché se si riesce a controllare tutto – come l’anoressia c’illude di poter fare – allora questo vuol dire “per forza” che siamo speciali.
Percorrere la strada del ricovero, ovviamente, significa in prima battuta mangiare correttamente e riprendere peso. Significa cercare di distaccarsi dai pensieri distorti che l’anoressia mette in testa. Ed è qui che il gioco si fa duro. Perchè l’anoressia ti convince che quello che dice è la verità. Perché non è affatto facile staccarsi di dosso la sensazione di “specialità” che l’anoressia conferiva. Perché liberarsi di un asso nella manica formidabile come l’anoressia, di un qualcosa che per la prima volta nella nostra vita ci ha fatto sentire davvero speciali, per ripiombare in quella normalità che avevamo proprio con l’anoressia cercato di evadere? È estremamente difficile accettare il nostro essere “normali”, e che quest’essere “normale” va comunque bene, dopo aver trascorso anni ed anni con la convinzione che o si è “le migliori”, o non si è niente. Certo, razionalmente sappiamo benissimo che non è essere “la migliore” che ci rende speciali, e non lo è nemmeno la restrizione alimentare… si è speciali perché siamo noi stesse, uniche ed irripetibili, anche se si è “normali”. Emotivamente, però, accettare la cosa richiede molto più tempo. Eppure, è proprio l’essere “normali” che ci rende speciali: perché combattere contro l’anoressia ed accettare il rischio di ricominciare a vivere giorno dopo giorno pur essendo persone “normali”, è davvero un qualcosa di speciale. Del resto, è quando il gioco si fa duro che le dure iniziano a giocare, no?!
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lunedì 11 ottobre 2010
Domanda #18: Normale VS Normalità
La domanda di oggi è quella di Kia, che mi chiede:
“Dopo tanti anni di anoressia, ho iniziato una psicoterapia in un centro per persone che hanno DCA. Mi chiedo però quanto tempo ci vorrà affinché la mia vita torni ad essere di nuovo normale. Quand’è che la mia vita smetterà di essere regolata da un disturbo alimentare? Quando comincerò a sentirmi di nuovo normale?”
Quel che si definisce “normale”, come si suol dire, è relativo. Io credo che questa parola – “normale” – dovrebbe essere cancellata dal vocabolario. “Normale”, per me, è al più il settaggio su cui si può impostare la lavatrice quando si va a fare il bucato. Di certo, io non sono “normale” – non sono neanche sicura di essere psicologicamente capace di essere “normale”. Ma va bene anche così. Continuo a cercare di essere “normale”, qualsiasi cosa questa parola possa significare. Anche perché, oggettivamente, cosa è “normale”? Niente, nessuno lo è. Ognuno usa le proprie regole per definire la realtà circostante, e poiché ognuno ha i propri criteri di valutazione e di percezione, ritengo sia impossibile stabilire un criterio assoluto su ciò che può essere etichettato come “normale”.
Io credo che essere “normale” non è quello che esattamente vogliamo. Non vogliamo in effetti una vita “normale”. Più che altro, io credo che vogliamo un senso di “normalità” nelle nostre vite.
Penso che pure la definizione di “normalità” sia variabile di persona in persona ma che, in generale, chi ha vissuto (e vive) l’anoressia, con questo termine intendo indicare la scomparsa della sensazione che la propria vita sia completamente preda dell’anoressia e di tutte le sue ossessioni; nel senso di vivere una vita autentica, piuttosto che essere ossessionata dalle bugie che l’anoressia racconta.
Certo, credo sia impossibile guardarsi intorno e pensare: “Accipicchia, questa è proprio la vita che desideravo vivere!”. Però è possibile non stare 24 ore su 24 a farci ossessionare dai ricorrenti pensieri tipici del DCA, cercando di fare in modo di prenderci cura di noi stesse e tentando di fare quelle cose che possono permetterci di tornare a vivere davvero. Poiché con l’anoressia non si vive, al più, si sopravvive. Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ovvero quella piccola cosa fastidiosa chiamata “realtà”. Tuttavia, la normalità nella nostra vita aumenta man mano che si va avanti sulla strada del ricovero e ci si rende conto di quanto, in precedenza, l’anoressia regolava tutti i nostri pensieri e le nostre azioni.
Uno dei maggiori vantaggi di questo viraggio verso la normalità è la consapevolezza che non c’è più bisogno di trincearci in un mare di bugie per giustificare agli occhi degli altri il nostro comportamento. La normalità non è il fare quello che fanno gli altri, l’adeguarsi ai canoni, ma semplicemente lasciando il DCA alle spalle ci si può sentire più libere, meno ossessionate da certi pensieri. Normalità significa fare sport senza pensare al dispendio energetico, andare al mare mettendosi in costume, rilassarsi facendo un giro in centro chiacchierando con le amiche. Quando si è all’inizio di un percorso di ricovero si tende sempre a pensare che non rivedremo più la normalità… ma andando avanti, anche senza che noi ce ne accorgiamo sarà essa stessa a scivolare a poco a poco nelle nostre vite.
No, Kia, molto probabilmente non sarai mai “normale”. Così come molto probabilmente anch’io non sarò mai “normale”, così come nessuna di noi lo sarà, ma percorrendo la strada del ricovero è possibile cominciare a trovare sprazzi di normalità.
“Dopo tanti anni di anoressia, ho iniziato una psicoterapia in un centro per persone che hanno DCA. Mi chiedo però quanto tempo ci vorrà affinché la mia vita torni ad essere di nuovo normale. Quand’è che la mia vita smetterà di essere regolata da un disturbo alimentare? Quando comincerò a sentirmi di nuovo normale?”
Quel che si definisce “normale”, come si suol dire, è relativo. Io credo che questa parola – “normale” – dovrebbe essere cancellata dal vocabolario. “Normale”, per me, è al più il settaggio su cui si può impostare la lavatrice quando si va a fare il bucato. Di certo, io non sono “normale” – non sono neanche sicura di essere psicologicamente capace di essere “normale”. Ma va bene anche così. Continuo a cercare di essere “normale”, qualsiasi cosa questa parola possa significare. Anche perché, oggettivamente, cosa è “normale”? Niente, nessuno lo è. Ognuno usa le proprie regole per definire la realtà circostante, e poiché ognuno ha i propri criteri di valutazione e di percezione, ritengo sia impossibile stabilire un criterio assoluto su ciò che può essere etichettato come “normale”.
Io credo che essere “normale” non è quello che esattamente vogliamo. Non vogliamo in effetti una vita “normale”. Più che altro, io credo che vogliamo un senso di “normalità” nelle nostre vite.
Penso che pure la definizione di “normalità” sia variabile di persona in persona ma che, in generale, chi ha vissuto (e vive) l’anoressia, con questo termine intendo indicare la scomparsa della sensazione che la propria vita sia completamente preda dell’anoressia e di tutte le sue ossessioni; nel senso di vivere una vita autentica, piuttosto che essere ossessionata dalle bugie che l’anoressia racconta.
Certo, credo sia impossibile guardarsi intorno e pensare: “Accipicchia, questa è proprio la vita che desideravo vivere!”. Però è possibile non stare 24 ore su 24 a farci ossessionare dai ricorrenti pensieri tipici del DCA, cercando di fare in modo di prenderci cura di noi stesse e tentando di fare quelle cose che possono permetterci di tornare a vivere davvero. Poiché con l’anoressia non si vive, al più, si sopravvive. Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ovvero quella piccola cosa fastidiosa chiamata “realtà”. Tuttavia, la normalità nella nostra vita aumenta man mano che si va avanti sulla strada del ricovero e ci si rende conto di quanto, in precedenza, l’anoressia regolava tutti i nostri pensieri e le nostre azioni.
Uno dei maggiori vantaggi di questo viraggio verso la normalità è la consapevolezza che non c’è più bisogno di trincearci in un mare di bugie per giustificare agli occhi degli altri il nostro comportamento. La normalità non è il fare quello che fanno gli altri, l’adeguarsi ai canoni, ma semplicemente lasciando il DCA alle spalle ci si può sentire più libere, meno ossessionate da certi pensieri. Normalità significa fare sport senza pensare al dispendio energetico, andare al mare mettendosi in costume, rilassarsi facendo un giro in centro chiacchierando con le amiche. Quando si è all’inizio di un percorso di ricovero si tende sempre a pensare che non rivedremo più la normalità… ma andando avanti, anche senza che noi ce ne accorgiamo sarà essa stessa a scivolare a poco a poco nelle nostre vite.
No, Kia, molto probabilmente non sarai mai “normale”. Così come molto probabilmente anch’io non sarò mai “normale”, così come nessuna di noi lo sarà, ma percorrendo la strada del ricovero è possibile cominciare a trovare sprazzi di normalità.
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