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giovedì 16 dicembre 2010
Domanda #20: Fare un cambiamento
Vorrei rispondere oggi alla domanda di Stellina, nella speranza che tutte coloro che stanno lottando contro l’anoressia possano pensarci su e trarne un incoraggiamento.
“Le cose sono andate meglio per alcuni giorni, poi per alcune settimane, fino a che non mi sono ritrovata a farmi una domanda: io VOGLIO DAVVERO stare meglio di così e andare avanti abbandonando l’anoressia? Combatto l’anoressia ogni giorno, e alcuni giorni vinco, riesco a mangiare, altri mi arrendo e perdo, digiuno. Non posso permetterlo. Come si fa a cambiare le cose? Mi sembra di non riuscire a trovare una via di mezzo, e neppure un pavimento solido su cui poggiarmi. È sempre tutto o niente, bianco o nero…”
La mentalità dicotomica del “tutto o niente” è un qualcosa che posso capire molto bene. Penso che la maggior parte di noi abbia sperimentato qualcosa del genere. Perciò, per prima cosa, sappi che non sei sola. Certo, è comunque frustrante.
Ma, punto primo: se mi hai scritto questa e-mail – se segui il mio blog – in effetti, ti sei già risposta da sola: tu VUOI stare meglio di così ed abbandonare l’anoressia. Certo, magari nei “giorni neri” ti sembra di non volerlo, ma i “giorni neri” non sono che giorni, non eternità. Se mi scrivi, se leggi questo blog, sei al punto di partenza. O, forse, a un punto mediano. O, ancora meglio, a un punto di rottura.
E puoi andare oltre. Ma devi credere che puoi farcela. Devi prenderti per le spalle, guardarti dritta negli occhi, e dirti: “Tu puoi farcela, e CE LA FARAI”. Niente può avvenire se tu non gli dai l’avvio.
Il ricovero è un qualcosa che si realizza giorno dopo giorno. È un processo. È un viaggio. È dura. Ma si va avanti. Perchè non si rimane a sedere, ma giorno dopo giorno si compie un passo, per quanto piccolo esso possa essere. Ti fai domande. Vacilli. Provi. Ti senti ferita. Hai paura. Combatti. Ma stai andando da qualche parte. Non stai ferma. Capisci quel che intendo dire?
Può essere al momento (comprensibilmente) frustrante vedere che i giorni si tramutano in settimane senza avere miglioramenti tangibili e quantificabili, può farti sentire come se tu fossi sempre al punto di partenza. Questo scoraggia. Dà fastidio. Non ti fa venire voglia di andare avanti, di provare ancora. Ti capisco perfettamente su questo punto. Ma ti stai dimenticando una cosa molto importante: non ricominci ogni volta dall’inizio. I passi in avanti che hai fatto non sono svalutati o negati dal fatto che adesso ti trovi nuovamente ad un punto di stallo. Se tu parti dal punto A per arrivare al punto B, puoi fare delle pause durante il percorso, ma se ti fermi a metà strada non significa che sei tornata al punto A, giusto?!
È così.
Significa semplicemente che sei in mezzo, e che stai aspettando. Magari sei in un momento particolare in cui non senti di avere abbastanza forza e determinazione per andare avanti. Ma quando deciderai di riprendere il cammino verso il punto B, non ricomincerai a muoverti dal punto A… basta che tu non ceda all’anoressia, che ti farà fare marcia indietro.
Ricordati di darti la fiducia che meriti. Ma tornando alla domanda che mi rivolgi… Come si fa a cambiare le cose?
La risposta più semplice (e nondimeno la più vera!) è: GRADUALMENTE.
E’ un processo, come la maggior parte delle cose che nella nostra vita dobbiamo affrontare. E devi sempre cercare di tenere la guardia alzata. Hai tutte le capacità per avere la meglio sull’anoressia, data la tua grande forza interiore, ma devi imparare a canalizzarla. Cambierai le cose nel momento in cui deciderai che quella che l’anoressia ti dà non è la vita che desideri. È perfettamente normale che tu non sappia come ottenere la vita che desideri; ma tutto comincia nel momento in cui la desideri.
Pensa a tutte quelle che sono le limitazioni che l’anoressia t’impone, e a tutto ciò che potresti invece fare se percorressi la strada del ricovero. Pensa a questo ogni volta che vorrai trovare forza e motivazione. Scrivi una lettera a te stessa. Sii gentile con te stessa, aiutati, prova a capire cosa ti piacerebbe essere capace di fare per te stessa. Leggi e rileggi quella lettera. Pensaci su. Interiorizzala.
Un’ultima cosa che è importante tenere a mente: finché deciderai di darti una possibilità, avrai sempre una possibilità. Non mollare. Non arrenderti mai. Io sto combattendo insieme a te.
“Le cose sono andate meglio per alcuni giorni, poi per alcune settimane, fino a che non mi sono ritrovata a farmi una domanda: io VOGLIO DAVVERO stare meglio di così e andare avanti abbandonando l’anoressia? Combatto l’anoressia ogni giorno, e alcuni giorni vinco, riesco a mangiare, altri mi arrendo e perdo, digiuno. Non posso permetterlo. Come si fa a cambiare le cose? Mi sembra di non riuscire a trovare una via di mezzo, e neppure un pavimento solido su cui poggiarmi. È sempre tutto o niente, bianco o nero…”
La mentalità dicotomica del “tutto o niente” è un qualcosa che posso capire molto bene. Penso che la maggior parte di noi abbia sperimentato qualcosa del genere. Perciò, per prima cosa, sappi che non sei sola. Certo, è comunque frustrante.
Ma, punto primo: se mi hai scritto questa e-mail – se segui il mio blog – in effetti, ti sei già risposta da sola: tu VUOI stare meglio di così ed abbandonare l’anoressia. Certo, magari nei “giorni neri” ti sembra di non volerlo, ma i “giorni neri” non sono che giorni, non eternità. Se mi scrivi, se leggi questo blog, sei al punto di partenza. O, forse, a un punto mediano. O, ancora meglio, a un punto di rottura.
E puoi andare oltre. Ma devi credere che puoi farcela. Devi prenderti per le spalle, guardarti dritta negli occhi, e dirti: “Tu puoi farcela, e CE LA FARAI”. Niente può avvenire se tu non gli dai l’avvio.
Il ricovero è un qualcosa che si realizza giorno dopo giorno. È un processo. È un viaggio. È dura. Ma si va avanti. Perchè non si rimane a sedere, ma giorno dopo giorno si compie un passo, per quanto piccolo esso possa essere. Ti fai domande. Vacilli. Provi. Ti senti ferita. Hai paura. Combatti. Ma stai andando da qualche parte. Non stai ferma. Capisci quel che intendo dire?
Può essere al momento (comprensibilmente) frustrante vedere che i giorni si tramutano in settimane senza avere miglioramenti tangibili e quantificabili, può farti sentire come se tu fossi sempre al punto di partenza. Questo scoraggia. Dà fastidio. Non ti fa venire voglia di andare avanti, di provare ancora. Ti capisco perfettamente su questo punto. Ma ti stai dimenticando una cosa molto importante: non ricominci ogni volta dall’inizio. I passi in avanti che hai fatto non sono svalutati o negati dal fatto che adesso ti trovi nuovamente ad un punto di stallo. Se tu parti dal punto A per arrivare al punto B, puoi fare delle pause durante il percorso, ma se ti fermi a metà strada non significa che sei tornata al punto A, giusto?!
È così.
Significa semplicemente che sei in mezzo, e che stai aspettando. Magari sei in un momento particolare in cui non senti di avere abbastanza forza e determinazione per andare avanti. Ma quando deciderai di riprendere il cammino verso il punto B, non ricomincerai a muoverti dal punto A… basta che tu non ceda all’anoressia, che ti farà fare marcia indietro.
Ricordati di darti la fiducia che meriti. Ma tornando alla domanda che mi rivolgi… Come si fa a cambiare le cose?
La risposta più semplice (e nondimeno la più vera!) è: GRADUALMENTE.
E’ un processo, come la maggior parte delle cose che nella nostra vita dobbiamo affrontare. E devi sempre cercare di tenere la guardia alzata. Hai tutte le capacità per avere la meglio sull’anoressia, data la tua grande forza interiore, ma devi imparare a canalizzarla. Cambierai le cose nel momento in cui deciderai che quella che l’anoressia ti dà non è la vita che desideri. È perfettamente normale che tu non sappia come ottenere la vita che desideri; ma tutto comincia nel momento in cui la desideri.
Pensa a tutte quelle che sono le limitazioni che l’anoressia t’impone, e a tutto ciò che potresti invece fare se percorressi la strada del ricovero. Pensa a questo ogni volta che vorrai trovare forza e motivazione. Scrivi una lettera a te stessa. Sii gentile con te stessa, aiutati, prova a capire cosa ti piacerebbe essere capace di fare per te stessa. Leggi e rileggi quella lettera. Pensaci su. Interiorizzala.
Un’ultima cosa che è importante tenere a mente: finché deciderai di darti una possibilità, avrai sempre una possibilità. Non mollare. Non arrenderti mai. Io sto combattendo insieme a te.
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lunedì 11 ottobre 2010
Domanda #18: Normale VS Normalità
La domanda di oggi è quella di Kia, che mi chiede:
“Dopo tanti anni di anoressia, ho iniziato una psicoterapia in un centro per persone che hanno DCA. Mi chiedo però quanto tempo ci vorrà affinché la mia vita torni ad essere di nuovo normale. Quand’è che la mia vita smetterà di essere regolata da un disturbo alimentare? Quando comincerò a sentirmi di nuovo normale?”
Quel che si definisce “normale”, come si suol dire, è relativo. Io credo che questa parola – “normale” – dovrebbe essere cancellata dal vocabolario. “Normale”, per me, è al più il settaggio su cui si può impostare la lavatrice quando si va a fare il bucato. Di certo, io non sono “normale” – non sono neanche sicura di essere psicologicamente capace di essere “normale”. Ma va bene anche così. Continuo a cercare di essere “normale”, qualsiasi cosa questa parola possa significare. Anche perché, oggettivamente, cosa è “normale”? Niente, nessuno lo è. Ognuno usa le proprie regole per definire la realtà circostante, e poiché ognuno ha i propri criteri di valutazione e di percezione, ritengo sia impossibile stabilire un criterio assoluto su ciò che può essere etichettato come “normale”.
Io credo che essere “normale” non è quello che esattamente vogliamo. Non vogliamo in effetti una vita “normale”. Più che altro, io credo che vogliamo un senso di “normalità” nelle nostre vite.
Penso che pure la definizione di “normalità” sia variabile di persona in persona ma che, in generale, chi ha vissuto (e vive) l’anoressia, con questo termine intendo indicare la scomparsa della sensazione che la propria vita sia completamente preda dell’anoressia e di tutte le sue ossessioni; nel senso di vivere una vita autentica, piuttosto che essere ossessionata dalle bugie che l’anoressia racconta.
Certo, credo sia impossibile guardarsi intorno e pensare: “Accipicchia, questa è proprio la vita che desideravo vivere!”. Però è possibile non stare 24 ore su 24 a farci ossessionare dai ricorrenti pensieri tipici del DCA, cercando di fare in modo di prenderci cura di noi stesse e tentando di fare quelle cose che possono permetterci di tornare a vivere davvero. Poiché con l’anoressia non si vive, al più, si sopravvive. Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ovvero quella piccola cosa fastidiosa chiamata “realtà”. Tuttavia, la normalità nella nostra vita aumenta man mano che si va avanti sulla strada del ricovero e ci si rende conto di quanto, in precedenza, l’anoressia regolava tutti i nostri pensieri e le nostre azioni.
Uno dei maggiori vantaggi di questo viraggio verso la normalità è la consapevolezza che non c’è più bisogno di trincearci in un mare di bugie per giustificare agli occhi degli altri il nostro comportamento. La normalità non è il fare quello che fanno gli altri, l’adeguarsi ai canoni, ma semplicemente lasciando il DCA alle spalle ci si può sentire più libere, meno ossessionate da certi pensieri. Normalità significa fare sport senza pensare al dispendio energetico, andare al mare mettendosi in costume, rilassarsi facendo un giro in centro chiacchierando con le amiche. Quando si è all’inizio di un percorso di ricovero si tende sempre a pensare che non rivedremo più la normalità… ma andando avanti, anche senza che noi ce ne accorgiamo sarà essa stessa a scivolare a poco a poco nelle nostre vite.
No, Kia, molto probabilmente non sarai mai “normale”. Così come molto probabilmente anch’io non sarò mai “normale”, così come nessuna di noi lo sarà, ma percorrendo la strada del ricovero è possibile cominciare a trovare sprazzi di normalità.
“Dopo tanti anni di anoressia, ho iniziato una psicoterapia in un centro per persone che hanno DCA. Mi chiedo però quanto tempo ci vorrà affinché la mia vita torni ad essere di nuovo normale. Quand’è che la mia vita smetterà di essere regolata da un disturbo alimentare? Quando comincerò a sentirmi di nuovo normale?”
Quel che si definisce “normale”, come si suol dire, è relativo. Io credo che questa parola – “normale” – dovrebbe essere cancellata dal vocabolario. “Normale”, per me, è al più il settaggio su cui si può impostare la lavatrice quando si va a fare il bucato. Di certo, io non sono “normale” – non sono neanche sicura di essere psicologicamente capace di essere “normale”. Ma va bene anche così. Continuo a cercare di essere “normale”, qualsiasi cosa questa parola possa significare. Anche perché, oggettivamente, cosa è “normale”? Niente, nessuno lo è. Ognuno usa le proprie regole per definire la realtà circostante, e poiché ognuno ha i propri criteri di valutazione e di percezione, ritengo sia impossibile stabilire un criterio assoluto su ciò che può essere etichettato come “normale”.
Io credo che essere “normale” non è quello che esattamente vogliamo. Non vogliamo in effetti una vita “normale”. Più che altro, io credo che vogliamo un senso di “normalità” nelle nostre vite.
Penso che pure la definizione di “normalità” sia variabile di persona in persona ma che, in generale, chi ha vissuto (e vive) l’anoressia, con questo termine intendo indicare la scomparsa della sensazione che la propria vita sia completamente preda dell’anoressia e di tutte le sue ossessioni; nel senso di vivere una vita autentica, piuttosto che essere ossessionata dalle bugie che l’anoressia racconta.
Certo, credo sia impossibile guardarsi intorno e pensare: “Accipicchia, questa è proprio la vita che desideravo vivere!”. Però è possibile non stare 24 ore su 24 a farci ossessionare dai ricorrenti pensieri tipici del DCA, cercando di fare in modo di prenderci cura di noi stesse e tentando di fare quelle cose che possono permetterci di tornare a vivere davvero. Poiché con l’anoressia non si vive, al più, si sopravvive. Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ovvero quella piccola cosa fastidiosa chiamata “realtà”. Tuttavia, la normalità nella nostra vita aumenta man mano che si va avanti sulla strada del ricovero e ci si rende conto di quanto, in precedenza, l’anoressia regolava tutti i nostri pensieri e le nostre azioni.
Uno dei maggiori vantaggi di questo viraggio verso la normalità è la consapevolezza che non c’è più bisogno di trincearci in un mare di bugie per giustificare agli occhi degli altri il nostro comportamento. La normalità non è il fare quello che fanno gli altri, l’adeguarsi ai canoni, ma semplicemente lasciando il DCA alle spalle ci si può sentire più libere, meno ossessionate da certi pensieri. Normalità significa fare sport senza pensare al dispendio energetico, andare al mare mettendosi in costume, rilassarsi facendo un giro in centro chiacchierando con le amiche. Quando si è all’inizio di un percorso di ricovero si tende sempre a pensare che non rivedremo più la normalità… ma andando avanti, anche senza che noi ce ne accorgiamo sarà essa stessa a scivolare a poco a poco nelle nostre vite.
No, Kia, molto probabilmente non sarai mai “normale”. Così come molto probabilmente anch’io non sarò mai “normale”, così come nessuna di noi lo sarà, ma percorrendo la strada del ricovero è possibile cominciare a trovare sprazzi di normalità.
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giovedì 16 settembre 2010
Domanda #17: Come fare a mangiare fuori?
Spuntando la lista delle domande che mi avete rivolto, oggi è la volta di Jade, che spero di poter aiutare. Jade mi ha scritto una mail in cui mi chiede:
“[…] La mia migliore amica AMA mangiare. Ovviamente è a conoscenza del mio DCA, ma abbiamo progettato di andare a fare qualche gita insieme nei prossimi week-end, e vuole che mangiamo sempre fuori. Io mi sento in ansia. Fino a che si tratta di fare al massimo un pasto al giorno fuori casa, riesco a farcela, non ho particolare ansia. Certo, posso anche fare tutti i pasti fuori, ma ci sto davvero male. Mi chiedevo soltanto, come potrei affrontare questa situazione?”
Sì, Jade, capisco cosa intendi dire quando scrivi che mangiare fuori ti dà ansia. Dover mangiare senza le “sicurezze alimentari” che l’ambiente domestico ci dà, in effetti può far venire molta ansia, e può togliere il piacere e il divertimento dell’essere in gita.
Cosa puoi fare?
1 – Avere un’idea precisa di quello che ti aspetta ai pasti può essere un buon modo per tenere a bada l’ansia. Perciò, se ne hai la possibilità, potresti provare a: A) informarti su dove mangerete, e che tipo di cibo viene servito e B) se questo non è possibile, scegli tu per prima i posti in cui andrete a mangiare. Non è come avere l’ “equilibrio alimentare” sottomano, ma possedere quantomeno un piano generico su cosa mangerai ad ogni pasto può aiutarti a sentirti più sicura e a contenere l’ “ansia da menù”.
2 – Tieni presente il fatto che se la tua amica è al corrente del tuo DCA, può aiutarti a realizzare il punto numero 1. Dille che hai bisogno di scegliere e pianificare i pasti che farete fuori, così che tu possa sentirti più a tuo agio… non credo che un’amica non ti aiuterebbe da questo punto di vista!
3 – Mangiare fuori non è sinonimo di mangiare male. Perciò, dissocia questi due aspetti dell’alimentazione e ti sentirai più tranquilla. D’accordo, qualche volta potrà capitare che mangi un po’ “pesante” e questo potrà non farti sentire bene, ma oggettivamente mangiare a un ristorante, se scegli i piatti giusti, può essere tanto salutare quanto mangiare a casa. Perciò, prova a vedere la cosa sotto questa differente luce.
4 – Accordati con la tua amica per fare almeno un pasto “sicuro” al giorno. Portati qualcosa da casa. Scegli tu il posto. Ti sentirai più tranquilla e sarà più facile sopportare l’ansia derivante dai pasti che devi fare fuori. E se riesci a stare più serena sul versante alimentare, vedrai che ti godrai molto di più anche le gite!
“[…] La mia migliore amica AMA mangiare. Ovviamente è a conoscenza del mio DCA, ma abbiamo progettato di andare a fare qualche gita insieme nei prossimi week-end, e vuole che mangiamo sempre fuori. Io mi sento in ansia. Fino a che si tratta di fare al massimo un pasto al giorno fuori casa, riesco a farcela, non ho particolare ansia. Certo, posso anche fare tutti i pasti fuori, ma ci sto davvero male. Mi chiedevo soltanto, come potrei affrontare questa situazione?”
Sì, Jade, capisco cosa intendi dire quando scrivi che mangiare fuori ti dà ansia. Dover mangiare senza le “sicurezze alimentari” che l’ambiente domestico ci dà, in effetti può far venire molta ansia, e può togliere il piacere e il divertimento dell’essere in gita.
Cosa puoi fare?
1 – Avere un’idea precisa di quello che ti aspetta ai pasti può essere un buon modo per tenere a bada l’ansia. Perciò, se ne hai la possibilità, potresti provare a: A) informarti su dove mangerete, e che tipo di cibo viene servito e B) se questo non è possibile, scegli tu per prima i posti in cui andrete a mangiare. Non è come avere l’ “equilibrio alimentare” sottomano, ma possedere quantomeno un piano generico su cosa mangerai ad ogni pasto può aiutarti a sentirti più sicura e a contenere l’ “ansia da menù”.
2 – Tieni presente il fatto che se la tua amica è al corrente del tuo DCA, può aiutarti a realizzare il punto numero 1. Dille che hai bisogno di scegliere e pianificare i pasti che farete fuori, così che tu possa sentirti più a tuo agio… non credo che un’amica non ti aiuterebbe da questo punto di vista!
3 – Mangiare fuori non è sinonimo di mangiare male. Perciò, dissocia questi due aspetti dell’alimentazione e ti sentirai più tranquilla. D’accordo, qualche volta potrà capitare che mangi un po’ “pesante” e questo potrà non farti sentire bene, ma oggettivamente mangiare a un ristorante, se scegli i piatti giusti, può essere tanto salutare quanto mangiare a casa. Perciò, prova a vedere la cosa sotto questa differente luce.
4 – Accordati con la tua amica per fare almeno un pasto “sicuro” al giorno. Portati qualcosa da casa. Scegli tu il posto. Ti sentirai più tranquilla e sarà più facile sopportare l’ansia derivante dai pasti che devi fare fuori. E se riesci a stare più serena sul versante alimentare, vedrai che ti godrai molto di più anche le gite!
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lunedì 6 settembre 2010
Domanda #16: Trovare amore per noi stesse
La domanda cui rispondo oggi è tratta da un’e-mail che mi ha scritto Emanuela. Vorrei condividere le sue parole e la mia risposta con tutte voi, nella speranza che possano esservi d’aiuto.
Emanuela mi ha scritto, in sintesi:
“Leggendo i tuoi post, sembra davvero che scegliere la strada del ricovero valga la pena. So che il processo di ricovero dall’anoressia è un qualcosa che si verifica gradualmente, ma come si può scegliere la strada del ricovero quando non si ha amore per se stesse, quando si è abbandonato l’amore necessario per salvare se stesse? Bisogna trarre il coraggio necessario dalle persone che ci stanno intorno e che ci vogliono bene? È possibile odiarsi più di quanto già non facciamo nel momento in cui scegliamo un DCA? I tuoi post mi hanno davvero dato molto da pensare rispetto al mio vissuto. E ti ringrazio per essere riuscita a parlare di quest’orrore silenzioso. Spero che un giorno tutte noi potremo guardare all’anoressia come a una nemica da cui dobbiamo difenderci, e non come un qualcosa per cui avere vergogna di noi stesse. Forse, quando avremo acquisito questa consapevolezza, sarà più facile chiedere aiuto e conseguentemente combattere”.
Emanuela, credimi, non sai quanto spero che un giorno i DCA non vengano più considerai dalla società un marchio d’infamia, un qualcosa di cui dobbiamo vergognarci. E spero altrettanto che tutte le ragazze che ne sono attualmente prigioniere possano trovare quanto prima la forza e il coraggio necessari per chiedere aiuto. Rompere il silenzio è certamente un primo passo nella giusta direzione. Tutte noi abbiamo una voce e possiamo usarla se decidiamo di farlo. Non è facile, ma la prima parola è sempre la più ardua: dopo, diventerà più semplice ad ogni parola pronunciata.
Innanzitutto, comunque, lascia che te lo dica: scegliere la strada del ricovero VALE LA PENA. Talvolta la decisione d’intraprendere la strada del ricovero è repentina e illuminante, altre volte è un lento processo di realizzazione. Talvolta è un momento “A-ha!”, altre volte ti rendi conto che è successo, che hai intrapreso la strada senza neanche rendertene conto. Ma, per venire alla tua domanda – Come si può scegliere la strada del ricovero quando non si ha amore per se stesse? Bè, si può cominciare cercando di capire quello che si può fare per volere bene a noi stesse. Dimentica il ricovero per un momento, e focalizzati su te stessa.
Innanzitutto, è importante circondarsi di rinforzi positivi. Attaccare nella propria stanza frasi positive, mettersi davanti allo specchio e ripetersi frasi incoraggianti, e così via. Non importa se in quelle parole non ci credi. Chiaro? Non importa. Fallo comunque. Circonda te stessa con qualsiasi cosa possa spingerti verso la strada del ricovero. Continua a ripetere quelle parole tipo mantra. Obbligati a crederci. E vedrai che, un giorno, ti accorgerai che non c’è più bisogno di nessuna costrizione… perché ti renderai conto da sola che quelle parole corrispondono a nient’altro che alla verità.
All’inizio tutto questo ti farà sentire un po’ scema, me ne rendo conto. Ma è comunque… necessario. Ho attaccato all’armadio della mia camera un Post-It con su scritto: “I like myself”. Ogni mattina, quando mi sveglio ed apro gli occhi, leggo “I like myself”. E’ il mio armadio che mi dice che devo cercare di apprezzarmi per quello che sono. Sono io che mi dico che devo cercare di apprezzarmi per quello che sono. E non devo più odiarmi, Emanuela. E non lo stacco, quel Post-It. Perché ho ancora bisogno di leggere quel messaggio.
Prova a fare qualcosa del genere. Attacca un foglietto sul tuo specchio in modo che ogni mattina, quando lo guardi, leggi qualcosa di positivo. Qualcosa che ti dice che devi piacerti per come sei, perché non c’è niente di meglio al mondo. Che devi amarti per come sei. Che stai andando bene. Potrebbe non essere vero. Potresti non piacerti o non amarti in prima battuta, ma a forza di leggerle quelle parole ti scivoleranno dentro. Lascia che questo succeda.
Pensi che non sia vero?, che non sia possibile? Bene, prova a vedere la cosa dall’altra parte, allora. Se tu ti senti ripetere più volte ogni giorno della tua vita: “Sei brutta” o “Sei stupida”, prima o poi comincerai a credere che sia vero, non è così? Okay, se tu ti sentirai ripetere più volte ogni giorno della tua vita: “Sei una persona che vale” e “Sei una persona che merita affetto”, comincerai a credere che anche questo sia vero. Ganzo, no?! Fai inversione di marcia. Se all’inizio ti viene da sorridere per la stupidità del messaggio… bè, è già un primo passo: per lo meno adesso stai sorridendo.
E, tra l’altro, sì, puoi trarre il coraggio necessario dalle persone che ti stanno accanto e che ti vogliono bene ma, in ultima analisi, il coraggio che ti deriva dagli altri deve incentivare il tuo proprio coraggio. Si può fare qualcosa per gli altri per un po’ di tempo, ma se non c’è una motivazione forte sottostante che viene da noi stesse, non durerà a lungo. Sei tu la prima che deve decidere cosa vuole per se stessa e darsi da fare per ottenerlo. Il coraggio di base dev’essere il tuo, non è sufficiente un rimpiazzo. Però, il supporto degli altri indubbiamente aiuta.
Pertanto, cerca di circondarti di persone che ti vogliano bene e siano disposte ad aiutarti. Il supporto è vitale. Lascia che loro siano il tuo salvagente, e stringi la loro mano quando le acque si fanno particolarmente agitate, in maniera tale che ti aiutino a non affondare e a ricominciare a nuotare nella giusta direzione. Col tempo, poi, ti accorgerai che avrai acquisito forze abbastanza per poter passare incolume la tempesta anche da sola.
Una mano testa non va mai allontanata. Ricorda soltanto che l’obiettivo finale è quello di aiutarti ad aiutare te stessa.
Rispondendo all’altra tua domanda, è sempre possibile odiarsi di più. Ma è anche sempre possibile amarsi di più. Non scegliere il lato sbagliato del muro. La scelta di per sé è un qualcosa di semplice. È il seguirla che diventa difficile, ma tu devi comunque continuare a credere che ce a puoi fare. Non puoi mollare con te stessa – anche se in questo momento questa Te Stessa non ti piace.
Spero di averti fornito qualche elemento in più su cui riflettere. Lo so che, per come l’ho messa giù, sembra tutto molto semplice… ma so anche che non lo è affatto. E non potrò mai dire che lo sia. Ma ricordati sempre: le cose più semplici sono sempre le cose migliori che possiamo fare per noi stesse. Perciò, non trovarti più scuse: oggi è il giorno perfetto per iniziare a combattere.
Tutto il mio amore,
Veggie
Emanuela mi ha scritto, in sintesi:
“Leggendo i tuoi post, sembra davvero che scegliere la strada del ricovero valga la pena. So che il processo di ricovero dall’anoressia è un qualcosa che si verifica gradualmente, ma come si può scegliere la strada del ricovero quando non si ha amore per se stesse, quando si è abbandonato l’amore necessario per salvare se stesse? Bisogna trarre il coraggio necessario dalle persone che ci stanno intorno e che ci vogliono bene? È possibile odiarsi più di quanto già non facciamo nel momento in cui scegliamo un DCA? I tuoi post mi hanno davvero dato molto da pensare rispetto al mio vissuto. E ti ringrazio per essere riuscita a parlare di quest’orrore silenzioso. Spero che un giorno tutte noi potremo guardare all’anoressia come a una nemica da cui dobbiamo difenderci, e non come un qualcosa per cui avere vergogna di noi stesse. Forse, quando avremo acquisito questa consapevolezza, sarà più facile chiedere aiuto e conseguentemente combattere”.
Emanuela, credimi, non sai quanto spero che un giorno i DCA non vengano più considerai dalla società un marchio d’infamia, un qualcosa di cui dobbiamo vergognarci. E spero altrettanto che tutte le ragazze che ne sono attualmente prigioniere possano trovare quanto prima la forza e il coraggio necessari per chiedere aiuto. Rompere il silenzio è certamente un primo passo nella giusta direzione. Tutte noi abbiamo una voce e possiamo usarla se decidiamo di farlo. Non è facile, ma la prima parola è sempre la più ardua: dopo, diventerà più semplice ad ogni parola pronunciata.
Innanzitutto, comunque, lascia che te lo dica: scegliere la strada del ricovero VALE LA PENA. Talvolta la decisione d’intraprendere la strada del ricovero è repentina e illuminante, altre volte è un lento processo di realizzazione. Talvolta è un momento “A-ha!”, altre volte ti rendi conto che è successo, che hai intrapreso la strada senza neanche rendertene conto. Ma, per venire alla tua domanda – Come si può scegliere la strada del ricovero quando non si ha amore per se stesse? Bè, si può cominciare cercando di capire quello che si può fare per volere bene a noi stesse. Dimentica il ricovero per un momento, e focalizzati su te stessa.
Innanzitutto, è importante circondarsi di rinforzi positivi. Attaccare nella propria stanza frasi positive, mettersi davanti allo specchio e ripetersi frasi incoraggianti, e così via. Non importa se in quelle parole non ci credi. Chiaro? Non importa. Fallo comunque. Circonda te stessa con qualsiasi cosa possa spingerti verso la strada del ricovero. Continua a ripetere quelle parole tipo mantra. Obbligati a crederci. E vedrai che, un giorno, ti accorgerai che non c’è più bisogno di nessuna costrizione… perché ti renderai conto da sola che quelle parole corrispondono a nient’altro che alla verità.
All’inizio tutto questo ti farà sentire un po’ scema, me ne rendo conto. Ma è comunque… necessario. Ho attaccato all’armadio della mia camera un Post-It con su scritto: “I like myself”. Ogni mattina, quando mi sveglio ed apro gli occhi, leggo “I like myself”. E’ il mio armadio che mi dice che devo cercare di apprezzarmi per quello che sono. Sono io che mi dico che devo cercare di apprezzarmi per quello che sono. E non devo più odiarmi, Emanuela. E non lo stacco, quel Post-It. Perché ho ancora bisogno di leggere quel messaggio.
Prova a fare qualcosa del genere. Attacca un foglietto sul tuo specchio in modo che ogni mattina, quando lo guardi, leggi qualcosa di positivo. Qualcosa che ti dice che devi piacerti per come sei, perché non c’è niente di meglio al mondo. Che devi amarti per come sei. Che stai andando bene. Potrebbe non essere vero. Potresti non piacerti o non amarti in prima battuta, ma a forza di leggerle quelle parole ti scivoleranno dentro. Lascia che questo succeda.
Pensi che non sia vero?, che non sia possibile? Bene, prova a vedere la cosa dall’altra parte, allora. Se tu ti senti ripetere più volte ogni giorno della tua vita: “Sei brutta” o “Sei stupida”, prima o poi comincerai a credere che sia vero, non è così? Okay, se tu ti sentirai ripetere più volte ogni giorno della tua vita: “Sei una persona che vale” e “Sei una persona che merita affetto”, comincerai a credere che anche questo sia vero. Ganzo, no?! Fai inversione di marcia. Se all’inizio ti viene da sorridere per la stupidità del messaggio… bè, è già un primo passo: per lo meno adesso stai sorridendo.
E, tra l’altro, sì, puoi trarre il coraggio necessario dalle persone che ti stanno accanto e che ti vogliono bene ma, in ultima analisi, il coraggio che ti deriva dagli altri deve incentivare il tuo proprio coraggio. Si può fare qualcosa per gli altri per un po’ di tempo, ma se non c’è una motivazione forte sottostante che viene da noi stesse, non durerà a lungo. Sei tu la prima che deve decidere cosa vuole per se stessa e darsi da fare per ottenerlo. Il coraggio di base dev’essere il tuo, non è sufficiente un rimpiazzo. Però, il supporto degli altri indubbiamente aiuta.
Pertanto, cerca di circondarti di persone che ti vogliano bene e siano disposte ad aiutarti. Il supporto è vitale. Lascia che loro siano il tuo salvagente, e stringi la loro mano quando le acque si fanno particolarmente agitate, in maniera tale che ti aiutino a non affondare e a ricominciare a nuotare nella giusta direzione. Col tempo, poi, ti accorgerai che avrai acquisito forze abbastanza per poter passare incolume la tempesta anche da sola.
Una mano testa non va mai allontanata. Ricorda soltanto che l’obiettivo finale è quello di aiutarti ad aiutare te stessa.
Rispondendo all’altra tua domanda, è sempre possibile odiarsi di più. Ma è anche sempre possibile amarsi di più. Non scegliere il lato sbagliato del muro. La scelta di per sé è un qualcosa di semplice. È il seguirla che diventa difficile, ma tu devi comunque continuare a credere che ce a puoi fare. Non puoi mollare con te stessa – anche se in questo momento questa Te Stessa non ti piace.
Spero di averti fornito qualche elemento in più su cui riflettere. Lo so che, per come l’ho messa giù, sembra tutto molto semplice… ma so anche che non lo è affatto. E non potrò mai dire che lo sia. Ma ricordati sempre: le cose più semplici sono sempre le cose migliori che possiamo fare per noi stesse. Perciò, non trovarti più scuse: oggi è il giorno perfetto per iniziare a combattere.
Tutto il mio amore,
Veggie
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lunedì 12 luglio 2010
Domanda #15: Quando pensi che hai scocciato abbastanza
P. mi ha chiesto:
“Mi piacerebbe molto se tu potessi darmi qualche consiglio su cosa fare quando pensi che hai già scocciato abbastanza un amico, un’amica, un familiare – nel mio caso il mio ragazzo – a forza di parlargli della tua anoressia, ma senti ancora il bisogno di parlarne, soprattutto in certi momenti”.
Tanto per cominciare, P., sono io che rivolgo a te qualche domanda.
Perchè pensi di aver “scocciato abbastanza”? E’ a causa di una reazione che hai ricevuto? Qualcuno ti ha detto di smetterla di scocciarlo? O è a causa di una reazione che temi di ricevere? O è perché hai paura che qualcuno ti dica di smettere di scocciarlo?... Non lasciare che la paura metta i bastoni tra le ruote dei tuoi bisogni.
Inoltre: Ti senti incompresa? Ti sembra che nessuno ti stia a sentire adeguatamente? Pensi che l’anoressia stia compromettendo la tua relazione col tuo ragazzo, o hai solo paura che possa comprometterla?
Cerca di essere sicura di come stanno effettivamente le cose. È molto importante.
Parlare della tua anoressia non è un qualcosa cui puoi darti un limite preciso. Non puoi dire “Ne parlerò solo 3 volte la settimana, e quando l’avrò fatto anche se sentirò il bisogno/la voglia di parlane di nuovo, me lo impedirò”. Non funziona così.
Se senti che ti stai tenendo qualcosa dentro, qualcosa di non detto, questo comprometterà molto di più la tua relazione col tuo ragazzo (o con un qualsiasi tuo amico/amica) che non il parlarne.
Ricorda che avere un DCA non è molto diverso dall’avere un qualsiasi altro tipo di problema. Se qualcuna torna a casa tutti i giorni e dice: “Ho avuto proprio una giornataccia!” perchè per esempio si trova male al lavoro, anche se lo ripete tutti i giorni, non credo che nessuno le direbbe di starsene zitta e sopportare a denti stretti.
È verissimo che per chi non ha vissuto sulla propria pelle l’anoressia (o un qualsiasi DCA) può essere dura e difficile sentirne parlare costantemente. Ma per ovviare a questo basta semplicemente stare attente a quanto spesso se ne parla e a come gli altri potrebbero sentirsi al riguardo. Soprattutto, cerca di evitare di fare dell’anoressia il tuo unico argomento di conversazione. Focalizzarsi solo ed unicamente su quella, rafforza l’ossessione… e poi, dove penseresti di arrivare reiterando continuamente gli stessi pensieri sul DCA?
Sai benissimo che sentire qualcuno che parla solo ed unicamente di qualcosa di difficile non è esattamente divertente. Perciò, chiedi a te stessa se i tuoi discorsi sull’anoressia ti servono effettivamente per capire meglio te stessa, per aiutarti a combatterla e per sviscerare i problemi sottostanti. Perché se quello che prevale è invece l’aspetto ai autocommiserazione e di ossessione, questo non aiuterà né te né chi ti ascolta.
Ricorda inoltre che il tuo fidanzato o i tuoi amici non sono i tuoi psicoterapeuti. Di determinate cose, è meglio discuterne durante le sedute di psicoterapia. C’è una bella differenza tra il richiedere il supporto e l’appoggio delle persone vicine, e l’essere guidata in un percorso da una psicoterapeuta. Per le persone è più difficile ascoltare cose che gli psicoterapeuti sono più propensi ad accogliere. Non tutti sono ugualmente equipaggiati per relazionarsi con un DCA. Non so se stai seguendo una psicoterapia, ma se non lo stai facendo, ti consiglio di prendere quest’idea in considerazione. Forse hai bisogno anche di questo “getaway” per i tuoi pensieri sull’anoressia, e magari parlandone con uno psicoterapeuta puoi sgravare parte dell’impegno nell’ascolto del tuo fidanzato.
Detto questo, sentire il bisogno di parlare con persone fidate dell’anoressia è un qualcosa di normale, anche perchè tenersi le cose dentro e rimanere in silenzio non porta molto lontano sulla strada del ricovero. Se esiti a parlarne quando ne senti il bisogno perché temi di scocciare l’altra persona, forse dovresti riconsiderare il tuo rapporto con quella persona. Se quella persona ti manda un segnale di “scocciatura” quando parli di certe cose o non capisce perché tu senta il bisogno di parlarne, il problema potrebbe essere il rapporto con quella persona, non tanto il parlare dell’anoressia in sé.
Chiunque cerchi di percorrere la strada del ricovero ha bisogno di supporto, e se senti che in questo momento non stai ricevendo un sostegno adeguato, devi chiedere e concederti quello di cui senti di aver bisogno.
Per alcune persone scrivere i propri pensieri su un diario o su un blog le aiuta a stare meglio. Per altre, parlare della propria battaglia e dei propri pensieri è necessario. Se senti continuamente il bisogno di parlare di qualcosa con qualcuno, forse in quel rapporto c’è qualcosa che non va… e c’è qualcosa che non va, quindi, nel tuo percorso di ricovero.
Tutti i buoni rapporti richiedono un’adeguata comunicazione. E tutti i buoni rapporti richiedono supporto e comprensione da ambo le parti. Pensi di averne?
Magari il problema non è tuo, è della persona che ti sta vicino perchè in questo momento non è capace di darti il supporto che cerchi. Capita. Ci sono persone che non riescono a darci quel che vorremmo. Non è necessariamente colpa di quella persona, e non è necessario che tu faccia per forza qualcosa che cambi la dinamica di quel rapporto. Talvolta certe cose vanno accettate per quello che sono, il che, lo so, è veramente difficile. Magari prova a cercare di metterti nei panni altrui e a cercare di comprendere come può farli sentire quello che tu gli dici. Ma non limitare quello che senti il bisogno di dire solo per gli altri, perché questo andrebbe a tuo discapito. Perciò, per favore, ricorda che il compromesso può essere una soluzione; non può invece esserlo il piegare completamente le proprie necessità a quelle di un’altra persona. Se pensi che non devi parlare perché “hai scocciato abbastanza” a qualcuno, finisci solo per fare del male a te stessa.
Fai attenzione.
Pensaci bene.
Sii disponibile al compromesso.
Ma non restare in silenzio se senti che hai ancora bisogno di dire qualcosa sulla tua anoressia.
Il tuo percorso di ricovero ne soffrirebbe.
“Mi piacerebbe molto se tu potessi darmi qualche consiglio su cosa fare quando pensi che hai già scocciato abbastanza un amico, un’amica, un familiare – nel mio caso il mio ragazzo – a forza di parlargli della tua anoressia, ma senti ancora il bisogno di parlarne, soprattutto in certi momenti”.
Tanto per cominciare, P., sono io che rivolgo a te qualche domanda.
Perchè pensi di aver “scocciato abbastanza”? E’ a causa di una reazione che hai ricevuto? Qualcuno ti ha detto di smetterla di scocciarlo? O è a causa di una reazione che temi di ricevere? O è perché hai paura che qualcuno ti dica di smettere di scocciarlo?... Non lasciare che la paura metta i bastoni tra le ruote dei tuoi bisogni.
Inoltre: Ti senti incompresa? Ti sembra che nessuno ti stia a sentire adeguatamente? Pensi che l’anoressia stia compromettendo la tua relazione col tuo ragazzo, o hai solo paura che possa comprometterla?
Cerca di essere sicura di come stanno effettivamente le cose. È molto importante.
Parlare della tua anoressia non è un qualcosa cui puoi darti un limite preciso. Non puoi dire “Ne parlerò solo 3 volte la settimana, e quando l’avrò fatto anche se sentirò il bisogno/la voglia di parlane di nuovo, me lo impedirò”. Non funziona così.
Se senti che ti stai tenendo qualcosa dentro, qualcosa di non detto, questo comprometterà molto di più la tua relazione col tuo ragazzo (o con un qualsiasi tuo amico/amica) che non il parlarne.
Ricorda che avere un DCA non è molto diverso dall’avere un qualsiasi altro tipo di problema. Se qualcuna torna a casa tutti i giorni e dice: “Ho avuto proprio una giornataccia!” perchè per esempio si trova male al lavoro, anche se lo ripete tutti i giorni, non credo che nessuno le direbbe di starsene zitta e sopportare a denti stretti.
È verissimo che per chi non ha vissuto sulla propria pelle l’anoressia (o un qualsiasi DCA) può essere dura e difficile sentirne parlare costantemente. Ma per ovviare a questo basta semplicemente stare attente a quanto spesso se ne parla e a come gli altri potrebbero sentirsi al riguardo. Soprattutto, cerca di evitare di fare dell’anoressia il tuo unico argomento di conversazione. Focalizzarsi solo ed unicamente su quella, rafforza l’ossessione… e poi, dove penseresti di arrivare reiterando continuamente gli stessi pensieri sul DCA?
Sai benissimo che sentire qualcuno che parla solo ed unicamente di qualcosa di difficile non è esattamente divertente. Perciò, chiedi a te stessa se i tuoi discorsi sull’anoressia ti servono effettivamente per capire meglio te stessa, per aiutarti a combatterla e per sviscerare i problemi sottostanti. Perché se quello che prevale è invece l’aspetto ai autocommiserazione e di ossessione, questo non aiuterà né te né chi ti ascolta.
Ricorda inoltre che il tuo fidanzato o i tuoi amici non sono i tuoi psicoterapeuti. Di determinate cose, è meglio discuterne durante le sedute di psicoterapia. C’è una bella differenza tra il richiedere il supporto e l’appoggio delle persone vicine, e l’essere guidata in un percorso da una psicoterapeuta. Per le persone è più difficile ascoltare cose che gli psicoterapeuti sono più propensi ad accogliere. Non tutti sono ugualmente equipaggiati per relazionarsi con un DCA. Non so se stai seguendo una psicoterapia, ma se non lo stai facendo, ti consiglio di prendere quest’idea in considerazione. Forse hai bisogno anche di questo “getaway” per i tuoi pensieri sull’anoressia, e magari parlandone con uno psicoterapeuta puoi sgravare parte dell’impegno nell’ascolto del tuo fidanzato.
Detto questo, sentire il bisogno di parlare con persone fidate dell’anoressia è un qualcosa di normale, anche perchè tenersi le cose dentro e rimanere in silenzio non porta molto lontano sulla strada del ricovero. Se esiti a parlarne quando ne senti il bisogno perché temi di scocciare l’altra persona, forse dovresti riconsiderare il tuo rapporto con quella persona. Se quella persona ti manda un segnale di “scocciatura” quando parli di certe cose o non capisce perché tu senta il bisogno di parlarne, il problema potrebbe essere il rapporto con quella persona, non tanto il parlare dell’anoressia in sé.
Chiunque cerchi di percorrere la strada del ricovero ha bisogno di supporto, e se senti che in questo momento non stai ricevendo un sostegno adeguato, devi chiedere e concederti quello di cui senti di aver bisogno.
Per alcune persone scrivere i propri pensieri su un diario o su un blog le aiuta a stare meglio. Per altre, parlare della propria battaglia e dei propri pensieri è necessario. Se senti continuamente il bisogno di parlare di qualcosa con qualcuno, forse in quel rapporto c’è qualcosa che non va… e c’è qualcosa che non va, quindi, nel tuo percorso di ricovero.
Tutti i buoni rapporti richiedono un’adeguata comunicazione. E tutti i buoni rapporti richiedono supporto e comprensione da ambo le parti. Pensi di averne?
Magari il problema non è tuo, è della persona che ti sta vicino perchè in questo momento non è capace di darti il supporto che cerchi. Capita. Ci sono persone che non riescono a darci quel che vorremmo. Non è necessariamente colpa di quella persona, e non è necessario che tu faccia per forza qualcosa che cambi la dinamica di quel rapporto. Talvolta certe cose vanno accettate per quello che sono, il che, lo so, è veramente difficile. Magari prova a cercare di metterti nei panni altrui e a cercare di comprendere come può farli sentire quello che tu gli dici. Ma non limitare quello che senti il bisogno di dire solo per gli altri, perché questo andrebbe a tuo discapito. Perciò, per favore, ricorda che il compromesso può essere una soluzione; non può invece esserlo il piegare completamente le proprie necessità a quelle di un’altra persona. Se pensi che non devi parlare perché “hai scocciato abbastanza” a qualcuno, finisci solo per fare del male a te stessa.
Fai attenzione.
Pensaci bene.
Sii disponibile al compromesso.
Ma non restare in silenzio se senti che hai ancora bisogno di dire qualcosa sulla tua anoressia.
Il tuo percorso di ricovero ne soffrirebbe.
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venerdì 2 luglio 2010
Domanda #14: Attività fisica durante il percorso di ricovero
La domanda di oggi è quella che mi ha posto Vale tramite e-mail, che chiede:
“Come ti sei relazionata con l’esercizio fisico durante il tuo percorso di ricovero? Fai esercizio fisico adesso?”
Io faccio karate da quando ero piccola. Prima unicamente come sport, adesso anche come lavoro (sono istruttrice ed arbitro). Ovviamente, praticavo questo sport anche durante il periodo peggiore dell’anoressia nonché durante le prime fasi del mio percorso di ricovero. Non ho mai fatto attività fisica in maniera compulsiva allo scopo di perdere peso, è vero, però non volevo neanche rinunciare ai miei 3 allenamenti settimanali, sebbene il mio peso non fosse sufficiente per sostenere in maniera efficiente questo sport.
Andando avanti nel mio percorso di ricovero, ho cominciato a capire che per me – se volevo stare meglio da un punto di vista fisico – c’era un limite di esercizio fisico che non avrei dovuto sforare. Dovevo solo capire di quale si trattasse. Mi rendevo conto che, continuando ad allenarmi 3 pomeriggi la settimana, non avrei ripreso i chili necessari per recuperare. Così iniziai a limitare gli allenamenti a 1 e poi 2 la settimana… scegliendo quei giorni in cui ero riuscita a seguire l’ “equilibrio alimentare” che mi aveva prescritto la dietista, per essere sicura di aver mangiato a sufficienza da poter supportare adeguatamente l’allenamento. Per un periodo, ho anche sospeso completamente. Questo forse potrà essere un po’ scioccante per alcune di voi, ma è così.
Il punto era che avevo necessariamente bisogno di riprendere peso. E anche nel momento in cui riuscivo a seguire l’ “equilibrio alimentare” – 3 pasti al giorno + 2 spuntini – fare karate poteva essere controproducente. Ero ad un punto in cui ogni etto guadagnato poteva essere perso a causa dello sport. Perciò dissi a me stessa che prima dovevo recuperare un peso per lo meno un po’ più salutare, e poi avrei potuto ricominciare nuovamente col karate.
Credo che, guardando la cosa in maniera oggettiva, tute voi lo sappiate perfettamente: le persone gravemente sottopeso non devono fare attività fisica. Può andar bene qualcosa di estremamente leggero, giusto per mantenere attiva la massa muscolare, ma non certo il karate, il nuoto, l’atletica, il basket, o ogni qualsiasi altri tipo di sport specie se praticato in maniera intensiva. Niente footing o palestra. Non è sicuro. E porta inevitabilmente a perdere peso in termini di degradazione della massa muscolare. Non fa dimagrire, fa deperire. Il che è pure più pericoloso.
Ero in ansia in quei mesi in cui ho sospeso il karate? Sì, certo, molto. Ma c’è da chiedersi cosa è più importante: lo sport o il percorso di ricovero? Il percorso di ricovero ha inevitabilmente un maggior peso. (E scusate il gioco di parole…)
Nel momento in cui ho raggiunto un peso salutare e stabile (niente più fluttuazioni verso il basso dovute a ricadute restrittive) ho ripreso a praticare karate. Certo, dandomi dei limiti. Perché? Perchè adesso so quali sono i miei limiti. E so quello di cui il mio corpo ha bisogno. Un allenamento regolare può tonificare la mia muscolatura, uno eccessivo può al più danneggiarla.
In un primo momento, su consiglio della dietista che mi seguiva e mi monitora tuttora, ho ricominciato integrando 1 e poi 2 allenamenti la settimana – Lunedì e Giovedì. Niente allenamento del Sabato.
Ha funzionato. Seguivo l’ “equilibrio alimentare”, mantenevo il mio peso, e svolgevo attività fisica in maniera regolare e non particolarmente intensa. Quel che bastava per mantenermi attiva, farmi stare bene, anche con la compagnia dei miei compagni di squadra, e fare pari con quello che mangiavo.
Adesso il karate continuo a praticarlo regolarmente 3 volte la settimana e, come ho già detto, è attualmente diventato anche il mio campo di lavoro. Alleno ragazzi dagli 11 ai 17 anni, e faccio l’arbitro. Penso che la chiave stia nella regolazione. Tutti dicono che regolarsi è fondamentale, e io penso che questo sia particolarmente valido per ciò che concerne l’esercizio fisico.
Tutti i giorni faccio un po’ di stretching e di addominali, ma per non più di 15-20 minuti, giusto per mantenere il tono muscolare. Non è necessario fare di più. Questo è abbastanza, è la giusta quantità per me.
Attualmente ho raggiunto il mio peso fisiologico. Cerco di avere uno stile di vita regolare per poterlo mantenere. Il mio peso può fluttuare leggermente nell’una o nell’altra direzione, ma questo è naturale – è il peso che il mio corpo vuole mantenere quando mi alimento seguendo correttamente l’ “equilibrio alimentare”, facendo karate, e prendendomi cura di me stessa.
Non abbiate paura di riprendere peso limitando l’attività fisica. Se seguite i consigli della vostra dietista, il tutto sarà molto graduale, e l’ansia si attenuerà di giorno in giorno.
Veggie versione istruttrice di karate...

... e Veggie versione arbitro! ^___^


(click sulle foto per ingrandire)
“Come ti sei relazionata con l’esercizio fisico durante il tuo percorso di ricovero? Fai esercizio fisico adesso?”
Io faccio karate da quando ero piccola. Prima unicamente come sport, adesso anche come lavoro (sono istruttrice ed arbitro). Ovviamente, praticavo questo sport anche durante il periodo peggiore dell’anoressia nonché durante le prime fasi del mio percorso di ricovero. Non ho mai fatto attività fisica in maniera compulsiva allo scopo di perdere peso, è vero, però non volevo neanche rinunciare ai miei 3 allenamenti settimanali, sebbene il mio peso non fosse sufficiente per sostenere in maniera efficiente questo sport.
Andando avanti nel mio percorso di ricovero, ho cominciato a capire che per me – se volevo stare meglio da un punto di vista fisico – c’era un limite di esercizio fisico che non avrei dovuto sforare. Dovevo solo capire di quale si trattasse. Mi rendevo conto che, continuando ad allenarmi 3 pomeriggi la settimana, non avrei ripreso i chili necessari per recuperare. Così iniziai a limitare gli allenamenti a 1 e poi 2 la settimana… scegliendo quei giorni in cui ero riuscita a seguire l’ “equilibrio alimentare” che mi aveva prescritto la dietista, per essere sicura di aver mangiato a sufficienza da poter supportare adeguatamente l’allenamento. Per un periodo, ho anche sospeso completamente. Questo forse potrà essere un po’ scioccante per alcune di voi, ma è così.
Il punto era che avevo necessariamente bisogno di riprendere peso. E anche nel momento in cui riuscivo a seguire l’ “equilibrio alimentare” – 3 pasti al giorno + 2 spuntini – fare karate poteva essere controproducente. Ero ad un punto in cui ogni etto guadagnato poteva essere perso a causa dello sport. Perciò dissi a me stessa che prima dovevo recuperare un peso per lo meno un po’ più salutare, e poi avrei potuto ricominciare nuovamente col karate.
Credo che, guardando la cosa in maniera oggettiva, tute voi lo sappiate perfettamente: le persone gravemente sottopeso non devono fare attività fisica. Può andar bene qualcosa di estremamente leggero, giusto per mantenere attiva la massa muscolare, ma non certo il karate, il nuoto, l’atletica, il basket, o ogni qualsiasi altri tipo di sport specie se praticato in maniera intensiva. Niente footing o palestra. Non è sicuro. E porta inevitabilmente a perdere peso in termini di degradazione della massa muscolare. Non fa dimagrire, fa deperire. Il che è pure più pericoloso.
Ero in ansia in quei mesi in cui ho sospeso il karate? Sì, certo, molto. Ma c’è da chiedersi cosa è più importante: lo sport o il percorso di ricovero? Il percorso di ricovero ha inevitabilmente un maggior peso. (E scusate il gioco di parole…)
Nel momento in cui ho raggiunto un peso salutare e stabile (niente più fluttuazioni verso il basso dovute a ricadute restrittive) ho ripreso a praticare karate. Certo, dandomi dei limiti. Perché? Perchè adesso so quali sono i miei limiti. E so quello di cui il mio corpo ha bisogno. Un allenamento regolare può tonificare la mia muscolatura, uno eccessivo può al più danneggiarla.
In un primo momento, su consiglio della dietista che mi seguiva e mi monitora tuttora, ho ricominciato integrando 1 e poi 2 allenamenti la settimana – Lunedì e Giovedì. Niente allenamento del Sabato.
Ha funzionato. Seguivo l’ “equilibrio alimentare”, mantenevo il mio peso, e svolgevo attività fisica in maniera regolare e non particolarmente intensa. Quel che bastava per mantenermi attiva, farmi stare bene, anche con la compagnia dei miei compagni di squadra, e fare pari con quello che mangiavo.
Adesso il karate continuo a praticarlo regolarmente 3 volte la settimana e, come ho già detto, è attualmente diventato anche il mio campo di lavoro. Alleno ragazzi dagli 11 ai 17 anni, e faccio l’arbitro. Penso che la chiave stia nella regolazione. Tutti dicono che regolarsi è fondamentale, e io penso che questo sia particolarmente valido per ciò che concerne l’esercizio fisico.
Tutti i giorni faccio un po’ di stretching e di addominali, ma per non più di 15-20 minuti, giusto per mantenere il tono muscolare. Non è necessario fare di più. Questo è abbastanza, è la giusta quantità per me.
Attualmente ho raggiunto il mio peso fisiologico. Cerco di avere uno stile di vita regolare per poterlo mantenere. Il mio peso può fluttuare leggermente nell’una o nell’altra direzione, ma questo è naturale – è il peso che il mio corpo vuole mantenere quando mi alimento seguendo correttamente l’ “equilibrio alimentare”, facendo karate, e prendendomi cura di me stessa.
Non abbiate paura di riprendere peso limitando l’attività fisica. Se seguite i consigli della vostra dietista, il tutto sarà molto graduale, e l’ansia si attenuerà di giorno in giorno.
Veggie versione istruttrice di karate...

... e Veggie versione arbitro! ^___^


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giovedì 24 giugno 2010
Domanda #13: Perfezionismo
La domanda cui rispondo oggi è un’altra di quelle che mi ha posto Francesca, qualche tempo fa. Si tratta di:
“Cosa pensi del perfezionismo clinico e del suo ruolo nei disturbi alimentari? Hai qualche strategia in particolare per non lasciarsi 'sopraffare' dal perfezionismo? Ti chiedo questo perché, come credo di averti già scritto, ho problemi a scindere il perfezionismo 'sano' che è parte integrante della mia personalità, dall'eccesso di perfezionismo che mi porta a stare male e che negli anni ha giocato un ruolo decisivo nel mantenimento dei miei disturbi alimentari...”
Un sacco di persone, che abbiano o meno un DCA, sono assorbite da questa tematica della perfezione/imperfezione. Che può diventare veramente un’ossessione nel momento in cui viene correlata all’immagine corporea, alla bellezza, all’efficienza. Ci sono persone ossessionate dalla “perfezione” delle prestazioni in ambito scolastico, lavorativo o sportivo; ci sono un sacco di cose che possono fomentare un’ossessione, e questo è, in definitiva, un vero peccato perché toglie tempo all’assaporare veramente la vita.
Personalmente, in passato sono stata parecchio ossessionata dal perfezionismo in molteplici ambiti della mia vita. Sì, Francesca, avevo il tuo stesso perfezionismo, tipico di una personalità anoressica. E’ una sorta di piccolo stereotipo, però è decisamente vero che la maggior parte delle ragazze con un DCA tende ad essere perfezionista o, comunque, ad avere una forma mentis di tipo ossessivo-compulsivo.
Tuttavia, bisogna considerare il fatto che non solo tutte quante abbiamo delle imperfezioni, ma tutte quante abbiamo difetti, problemi, difficoltà… Perciò, Francesca, se ti senti la sola, sappi che invece non sei l’unica a temere di essere “imperfetta”. Però puoi imparare ad abbracciare le tue imperfezioni se non pensi ad esse come, appunto, a delle imperfezioni. “Imperfezioni” è una parola che suona brutta, e una sorta di stigmata stereotipata su una parola può veramente cambiare la nostra percezione rispetto ad essa.
Perciò, come relazionarsi al fatto che non si è perfette? Onestamente, ci vuole un bel po’ di tempo. Tuttora ci sono giorni in cui le cose che non mi piacciono di me stessa mi pesano particolarmente, in cui non mi convince quello che faccio, in cui mi chiedo cosa gli altri potrebbero pensare di me in merito a certe mie prestazioni… ma ho fatto tanti passi avanti in questi ultimi anni, e questo mi rende molto felice. Lasciar scorrere via quest’attitudine alla “necessità di essere perfetta” non ti arrecherà che benefici. In ogni caso, la domanda resta ed è: “Come posso relazionarmi al fatto che non sono perfetta?”. Ecco, in questo caso non ho nessun “trucchetto”, nessuna scorciatoia da offrire. L’unico modo per “non lasciarsi sopraffare dal perfezionismo”, come Francesca scrive, è accettare le nostre imperfezioni e realizzare COMPLETAMENTE che nessuna è perfetta. Nessuna. E che le nostre imperfezioni NON SONO un qualcosa di NEGATIVO.
Perciò, Francesca, tieni sempre a mente che nessuna è perfetta, e lo so che questo sembra un clichè, una tipica frase fatta, ma è anche una frase VERA. Nessuna è perfetta. Semplicemente perché la perfezione non esiste. (Chiaro, ragazze?!...) E, tra l’altro, le imperfezioni sono molto più belle della perfezione. (Okay, adesso state pensando che sono scema… Ma è vero! Io la penso davvero così!). Anche perchè, se per ipotesi assurda esistesse davvero una persona perfetta, questa persona, in quanto tale, starebbe un gradino sopra tutte le altre. E chi mai vorrebbe relazionarsi con qualcuno che sta sopra e non può essere raggiunto? Nessuno, perché tutti si sentirebbero inferiori e manchevoli, e questa è una cosa che chiunque detesta. Quindi, se anche una persona perfetta esistesse, quella persona sarebbe condannata a rimanere sempre sola. Perciò, per relazionarti al fatto che non sei perfetta, devi veramente abbracciare tutte le buone qualità che hai. Devi imparare ad amare tutte le cose positive che ci sono in te. E quando ci sarai riuscita (sebbene ci vorrà un sacco di tempo) potrai cominciare anche ad amare i tuoi difetti. (Sembra strano, lo so, ma datemi retta…)
Ciò ovviamente non significa che non devi comunque continuare a lavorare su te stessa per migliorarti: penso che chiunque, nella vita, debba sempre lavorare su se stesso per vedere se può muovere anche un solo passo avanti in più. Penso che chiunque nella vita cerchi di migliorarsi, voglio dire, se uno sa che non sa fare molto bene qualcosa… o sa che può cambiare il modo in cui fa qualcosa… e vuole farlo per cercare di migliorarsi… questo è assolutamente giusto ed apprezzabile… nella consapevolezza però che, alla fine, L’OBIETTIVO NON E’ LA PERFEZIONE.
La perfezione non è ottenibile, in alcun caso, perciò, se cerchi di raggiungerla, già in partenza ti condanni al fallimento.
Devi lasciar scorrere via tutta questa roba sulla perfezione.
La perfezione è un inganno. Perciò, devi imparare ad accettare le tue imperfezioni come la normalità… perché SONO normali. E c’è un perché. Non importa quanto sola tu possa sentirti perché possiedi un certo difetto o una certa imperfezione: non sei sola. Pensa semplicemente a quanto quella dell’anoressia sia una strada solitaria. E pensa a quanto ti sei sentita sola in certi momenti della tua battaglia… o a quanto ti senti sola tuttora, in certi momenti. Ma lo sei veramente?
Guarda quante ragazze commentano qui sul mio blog. Guarda quante ragazze tengono un loro blog. Guarda quanti video ci sono su YouTube a proposito di ragazze con DCA. E questi sono solo alcuni esempi di un microcosmo di questo mondo. Ci sono UN SACCO di ragazze con un DCA là fuori. E anche se ci sono momenti in cui l’anoressia ci fa sentire tremendamente sole, non lo siamo. Devi ricordartelo sempre, Francesca: TU NON SEI SOLA.
Usa la stessa strategia riguardo il perfezionismo. Usa la logica, la razionalità. Qualsiasi sia la tua imperfezione (oggi, domani, tra 20 anni), anche se relativa a una parte del tuo corpo – troppo grande, troppo piccola, troppo questo, troppo quello – qualcun’altra là fuori (e, per lo più, MOLTE, MOLTE altre là fuori) ha la tua stessa identica imperfezione.
Ma poi, in definitiva: chi può dire cos’è un’imperfezione? Voglio dire, tutte le persone ne hanno. E se anche tu fossi l’unica persona al mondo ad avere una certa imperfezione… questo non è forse un qualcosa di speciale? Di unico? Pensaci.
Tutte le persone vedono in se stesse delle imperfezioni, abbiano o meno un DCA. Forse tu vorresti essere più intelligente, più carina, più abbronzata, più alta, più bassa… e la lista potrebbe andare avanti all’infinito. Se ti mettessi seduta e pensassi a tutto quello che di te non ti va a genio e vorresti cambiare, molto probabilmente otterresti una lista piuttosto lunga. Ma di nuovo, ricorda: Tutte là fuori hanno QUALCOSA che non apprezzano di se stesse. Tutte hanno una o più imperfezioni. Tutte.
Talvolta, perciò, devi semplicemente dirti di darci un taglio. Metterti davanti allo specchio e dirti, serenamente: “No, non sono perfetta… ma vado bene per come sono”.
Parlando da (ex)perfezionista – aha! ^^” – a perfezionista (spero presto ex), il ruolo del perfezionismo nell’anoressia può essere enorme, ma nel momento in cui te ne rendi conto, lo accetti, e cresci, le tue imperfezioni non ti sembreranno più tanto temibili.
E poi, come dice la canzone delle t.A.T.u.: “IMPERFECT IS THE NEW PERFECT!!”
“Cosa pensi del perfezionismo clinico e del suo ruolo nei disturbi alimentari? Hai qualche strategia in particolare per non lasciarsi 'sopraffare' dal perfezionismo? Ti chiedo questo perché, come credo di averti già scritto, ho problemi a scindere il perfezionismo 'sano' che è parte integrante della mia personalità, dall'eccesso di perfezionismo che mi porta a stare male e che negli anni ha giocato un ruolo decisivo nel mantenimento dei miei disturbi alimentari...”
Un sacco di persone, che abbiano o meno un DCA, sono assorbite da questa tematica della perfezione/imperfezione. Che può diventare veramente un’ossessione nel momento in cui viene correlata all’immagine corporea, alla bellezza, all’efficienza. Ci sono persone ossessionate dalla “perfezione” delle prestazioni in ambito scolastico, lavorativo o sportivo; ci sono un sacco di cose che possono fomentare un’ossessione, e questo è, in definitiva, un vero peccato perché toglie tempo all’assaporare veramente la vita.
Personalmente, in passato sono stata parecchio ossessionata dal perfezionismo in molteplici ambiti della mia vita. Sì, Francesca, avevo il tuo stesso perfezionismo, tipico di una personalità anoressica. E’ una sorta di piccolo stereotipo, però è decisamente vero che la maggior parte delle ragazze con un DCA tende ad essere perfezionista o, comunque, ad avere una forma mentis di tipo ossessivo-compulsivo.
Tuttavia, bisogna considerare il fatto che non solo tutte quante abbiamo delle imperfezioni, ma tutte quante abbiamo difetti, problemi, difficoltà… Perciò, Francesca, se ti senti la sola, sappi che invece non sei l’unica a temere di essere “imperfetta”. Però puoi imparare ad abbracciare le tue imperfezioni se non pensi ad esse come, appunto, a delle imperfezioni. “Imperfezioni” è una parola che suona brutta, e una sorta di stigmata stereotipata su una parola può veramente cambiare la nostra percezione rispetto ad essa.
Perciò, come relazionarsi al fatto che non si è perfette? Onestamente, ci vuole un bel po’ di tempo. Tuttora ci sono giorni in cui le cose che non mi piacciono di me stessa mi pesano particolarmente, in cui non mi convince quello che faccio, in cui mi chiedo cosa gli altri potrebbero pensare di me in merito a certe mie prestazioni… ma ho fatto tanti passi avanti in questi ultimi anni, e questo mi rende molto felice. Lasciar scorrere via quest’attitudine alla “necessità di essere perfetta” non ti arrecherà che benefici. In ogni caso, la domanda resta ed è: “Come posso relazionarmi al fatto che non sono perfetta?”. Ecco, in questo caso non ho nessun “trucchetto”, nessuna scorciatoia da offrire. L’unico modo per “non lasciarsi sopraffare dal perfezionismo”, come Francesca scrive, è accettare le nostre imperfezioni e realizzare COMPLETAMENTE che nessuna è perfetta. Nessuna. E che le nostre imperfezioni NON SONO un qualcosa di NEGATIVO.
Perciò, Francesca, tieni sempre a mente che nessuna è perfetta, e lo so che questo sembra un clichè, una tipica frase fatta, ma è anche una frase VERA. Nessuna è perfetta. Semplicemente perché la perfezione non esiste. (Chiaro, ragazze?!...) E, tra l’altro, le imperfezioni sono molto più belle della perfezione. (Okay, adesso state pensando che sono scema… Ma è vero! Io la penso davvero così!). Anche perchè, se per ipotesi assurda esistesse davvero una persona perfetta, questa persona, in quanto tale, starebbe un gradino sopra tutte le altre. E chi mai vorrebbe relazionarsi con qualcuno che sta sopra e non può essere raggiunto? Nessuno, perché tutti si sentirebbero inferiori e manchevoli, e questa è una cosa che chiunque detesta. Quindi, se anche una persona perfetta esistesse, quella persona sarebbe condannata a rimanere sempre sola. Perciò, per relazionarti al fatto che non sei perfetta, devi veramente abbracciare tutte le buone qualità che hai. Devi imparare ad amare tutte le cose positive che ci sono in te. E quando ci sarai riuscita (sebbene ci vorrà un sacco di tempo) potrai cominciare anche ad amare i tuoi difetti. (Sembra strano, lo so, ma datemi retta…)
Ciò ovviamente non significa che non devi comunque continuare a lavorare su te stessa per migliorarti: penso che chiunque, nella vita, debba sempre lavorare su se stesso per vedere se può muovere anche un solo passo avanti in più. Penso che chiunque nella vita cerchi di migliorarsi, voglio dire, se uno sa che non sa fare molto bene qualcosa… o sa che può cambiare il modo in cui fa qualcosa… e vuole farlo per cercare di migliorarsi… questo è assolutamente giusto ed apprezzabile… nella consapevolezza però che, alla fine, L’OBIETTIVO NON E’ LA PERFEZIONE.
La perfezione non è ottenibile, in alcun caso, perciò, se cerchi di raggiungerla, già in partenza ti condanni al fallimento.
Devi lasciar scorrere via tutta questa roba sulla perfezione.
La perfezione è un inganno. Perciò, devi imparare ad accettare le tue imperfezioni come la normalità… perché SONO normali. E c’è un perché. Non importa quanto sola tu possa sentirti perché possiedi un certo difetto o una certa imperfezione: non sei sola. Pensa semplicemente a quanto quella dell’anoressia sia una strada solitaria. E pensa a quanto ti sei sentita sola in certi momenti della tua battaglia… o a quanto ti senti sola tuttora, in certi momenti. Ma lo sei veramente?
Guarda quante ragazze commentano qui sul mio blog. Guarda quante ragazze tengono un loro blog. Guarda quanti video ci sono su YouTube a proposito di ragazze con DCA. E questi sono solo alcuni esempi di un microcosmo di questo mondo. Ci sono UN SACCO di ragazze con un DCA là fuori. E anche se ci sono momenti in cui l’anoressia ci fa sentire tremendamente sole, non lo siamo. Devi ricordartelo sempre, Francesca: TU NON SEI SOLA.
Usa la stessa strategia riguardo il perfezionismo. Usa la logica, la razionalità. Qualsiasi sia la tua imperfezione (oggi, domani, tra 20 anni), anche se relativa a una parte del tuo corpo – troppo grande, troppo piccola, troppo questo, troppo quello – qualcun’altra là fuori (e, per lo più, MOLTE, MOLTE altre là fuori) ha la tua stessa identica imperfezione.
Ma poi, in definitiva: chi può dire cos’è un’imperfezione? Voglio dire, tutte le persone ne hanno. E se anche tu fossi l’unica persona al mondo ad avere una certa imperfezione… questo non è forse un qualcosa di speciale? Di unico? Pensaci.
Tutte le persone vedono in se stesse delle imperfezioni, abbiano o meno un DCA. Forse tu vorresti essere più intelligente, più carina, più abbronzata, più alta, più bassa… e la lista potrebbe andare avanti all’infinito. Se ti mettessi seduta e pensassi a tutto quello che di te non ti va a genio e vorresti cambiare, molto probabilmente otterresti una lista piuttosto lunga. Ma di nuovo, ricorda: Tutte là fuori hanno QUALCOSA che non apprezzano di se stesse. Tutte hanno una o più imperfezioni. Tutte.
Talvolta, perciò, devi semplicemente dirti di darci un taglio. Metterti davanti allo specchio e dirti, serenamente: “No, non sono perfetta… ma vado bene per come sono”.
Parlando da (ex)perfezionista – aha! ^^” – a perfezionista (spero presto ex), il ruolo del perfezionismo nell’anoressia può essere enorme, ma nel momento in cui te ne rendi conto, lo accetti, e cresci, le tue imperfezioni non ti sembreranno più tanto temibili.
E poi, come dice la canzone delle t.A.T.u.: “IMPERFECT IS THE NEW PERFECT!!”
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mercoledì 16 giugno 2010
Domanda #12: Intrappolata e vincolata... sono pronta?
Questa è la domanda cui rispondo oggi:
"Più il tempo passa, più mi sembra di aver meno voglia di combattere il mio DCA. Ti è mai capitato di sentirti così? Ci sono momenti in cui desidero disperatamente tornare a quel periodo in cui mi sentivo bene nell’anoressia, e in cui penso che il percorso terapeutico sia stato il mio peggior errore. Forse vorrei solo che tu mi dicessi che non sono matta. Sali mai sulla bilancia? Io non sono ancora pronta a smettere di pesarmi – forse è perchè non sono ancora pronta per combattere il DCA?"
Io non posso certo dirti se sei pronta o meno per intraprendere la strada del ricovero – questa è una scelta che spetta solo ed unicamente a te. Ma posso dirti che capisco come ti senti. Una sorta di… stallo? Mi è capitato di sentirmi così, sì. Ritornare nel pieno dell’anoressia sarebbe la cosa più semplice, più ovvia e più facile. Così com’è facile mollare – perché ritornare nel pieno dell’anoressia equivale a mollare. La tua vita non sarà più la tua, e, soprattutto, non esisterà più materialmente nel giro di alcuni mesi o anni. So che questo è il solito predicozzo – che devi smettere di restringere l’alimentazione o morirai. Ma è vero. Non si può rimanere anoressiche restrittive a vita. O si combatte, o si muore. Detto terra-terra, senza tanti riguardi, ma è così che stanno le cose.
Non sei matta, assolutamente. Voler smollare la strada del ricovero non significa essere matta. Penso che TUTTE ci sentiamo così prima o poi. Non sei certamente la sola. Abbandonare la terapia e riscivolare nell’anoressia ti dà una sorta di senso di sollievo, non è così?! C’è meno da lavorare, meno da faticare, una situazione emotivamente più semplice, etc. Ma queste sono solo bugie che l’anoressia ti racconta. Devi capire che non ti porteranno da nessuna parte.
Se percorrere la strada del ricovero fosse una cosa semplice, non ci sarebbe bisogno di tanti dietisti, nutrizionisti, psichiatri, psicologi, cliniche specializzate, gruppi di supporto, libri, auto-aiuto e così via. E, certo, devi SCEGLIERE la strada del ricovero – non sarà lei a scegliere te… ma, in fin dei conti, tutto sta nello scegliere tra il vivere e il morire – perché se anche continui a respirare, nel pieno dell’anoressia non vivi veramente.
Un DCA è una strada sdrucciolevole. Se molli la presa una volta, cadrai rapidamente. Se molli la presa due volte, cadrai duramente. Se molli la persa tre volte, cadrai in un gran buco nero. E ogni volta rialzarsi sarà arduo. Ricadere nell’anoressia sembra più semplice che intraprendere un percorso di ricovero – ma alla fine le conseguenze sono molto più difficili da affrontare. È tutto nella tua testa.
Se salgo mai sulla bilancia? Certo, una volta al mese quando vado a fare il controlli dalla dietista. Do le spalle all’asticella del peso, e non mi faccio dire niente. Non mi sono mai pesata, neanche nel periodo peggiore dell’anoressia. Un eccesso al contrario, in un certo senso. Ad ogni modo, attualmente non la possiedo neanche, una bilancia. E neanche m’interessa. Non voglio che sia un numero a condizionare il modo in cui mi sento col mio corpo. Se tu venissi a casa mia e mi dicessi che hai la necessità di portare con te la tua bilancia, ti risponderei: “Okay, portala pure”. È solo un oggetto. Ha unicamente il potere che tu le conferisci. Controllo. Numeri. Autostima. Costante, valutazione più volte al giorno. Nient’altro che un ammasso d’ingranaggi. Non è questa la vita.
Puoi comunque essere pronta per intraprendere il tuo percorso di ricovero anche se senti di avere ancora bisogno della bilancia. Puoi comunque essere pronta per intraprendere il tuo percorso di ricovero, ed iniziare a percorrere questa strada. Ma un giorno arriverà il momento in cui aprirai gli occhi davvero e realizzerai: “Ecco, questa è SOLO una bilancia. Non mi aiuta, anzi, reitera un comportamento malato voluto dall’anoressia. Serve solo ad alimentare l’ossessione. Ne ho abbastanza. Forse un giorno tornerò ad utilizzare un bilancia, ma quell giorno non è oggi”.
E guarda con onestà dentro te stessa per cercare di venire al bandolo della matassa. O vuoi combattere contro l’anoressia, o non vuoi farlo. Secondo la mia umile opinione, non avresti letto il mio blog e non mi avresti lasciato una domanda se, in un certo qual modo, non volessi lottare contro il DCA. Questo blog è, a suo modo, una modalità di ricovero. Una piattaforma di auto-aiuto. Niente di risolutivo né sostituivo di una psicoterapia – del resto non ho mai preteso fosse tale, assolutamente! Ma questo, tu lo sai. E se sei ancora qui a leggermi, vuol dire che la tua scelta l’hai già fatta.
Sei pronta? Come ti ho già detto, io non lo so. Questa è una domanda cui non posso rispondere. Ma tu sì, tu puoi. E lo farai. Forse non sei ancora pronta a rispondere a questa domanda perchè sai che se lo farai dovrai mettere tuta te stessa sulla strada del ricovero, investirci molto di più. Forse sei solo spaventata all’idea di poter vivere la vita senza il DCA, che magari adesso ti appare come una parte integrante della tua personalità. Ma non lo è. Tu sei ben altro e ben oltre l’anoressia. Siediti. Riflettici. E, ricorda, il ricovero è possible. Puoi farcela, se VERAMENTE lo vuoi con tutta te stessa.
Sì, c’è stato un periodo in cui mi sono sentita come te. Ma adesso mi sento come me. E ne vale molto più la pena, credimi. Sentirsi intrappolata e vincolata da un DCA è solo una proiezione mentale. Ma c’è davvero molto di meglio nella vita. E tu lo meriti tutto.
"Più il tempo passa, più mi sembra di aver meno voglia di combattere il mio DCA. Ti è mai capitato di sentirti così? Ci sono momenti in cui desidero disperatamente tornare a quel periodo in cui mi sentivo bene nell’anoressia, e in cui penso che il percorso terapeutico sia stato il mio peggior errore. Forse vorrei solo che tu mi dicessi che non sono matta. Sali mai sulla bilancia? Io non sono ancora pronta a smettere di pesarmi – forse è perchè non sono ancora pronta per combattere il DCA?"
Io non posso certo dirti se sei pronta o meno per intraprendere la strada del ricovero – questa è una scelta che spetta solo ed unicamente a te. Ma posso dirti che capisco come ti senti. Una sorta di… stallo? Mi è capitato di sentirmi così, sì. Ritornare nel pieno dell’anoressia sarebbe la cosa più semplice, più ovvia e più facile. Così com’è facile mollare – perché ritornare nel pieno dell’anoressia equivale a mollare. La tua vita non sarà più la tua, e, soprattutto, non esisterà più materialmente nel giro di alcuni mesi o anni. So che questo è il solito predicozzo – che devi smettere di restringere l’alimentazione o morirai. Ma è vero. Non si può rimanere anoressiche restrittive a vita. O si combatte, o si muore. Detto terra-terra, senza tanti riguardi, ma è così che stanno le cose.
Non sei matta, assolutamente. Voler smollare la strada del ricovero non significa essere matta. Penso che TUTTE ci sentiamo così prima o poi. Non sei certamente la sola. Abbandonare la terapia e riscivolare nell’anoressia ti dà una sorta di senso di sollievo, non è così?! C’è meno da lavorare, meno da faticare, una situazione emotivamente più semplice, etc. Ma queste sono solo bugie che l’anoressia ti racconta. Devi capire che non ti porteranno da nessuna parte.
Se percorrere la strada del ricovero fosse una cosa semplice, non ci sarebbe bisogno di tanti dietisti, nutrizionisti, psichiatri, psicologi, cliniche specializzate, gruppi di supporto, libri, auto-aiuto e così via. E, certo, devi SCEGLIERE la strada del ricovero – non sarà lei a scegliere te… ma, in fin dei conti, tutto sta nello scegliere tra il vivere e il morire – perché se anche continui a respirare, nel pieno dell’anoressia non vivi veramente.
Un DCA è una strada sdrucciolevole. Se molli la presa una volta, cadrai rapidamente. Se molli la presa due volte, cadrai duramente. Se molli la persa tre volte, cadrai in un gran buco nero. E ogni volta rialzarsi sarà arduo. Ricadere nell’anoressia sembra più semplice che intraprendere un percorso di ricovero – ma alla fine le conseguenze sono molto più difficili da affrontare. È tutto nella tua testa.
Se salgo mai sulla bilancia? Certo, una volta al mese quando vado a fare il controlli dalla dietista. Do le spalle all’asticella del peso, e non mi faccio dire niente. Non mi sono mai pesata, neanche nel periodo peggiore dell’anoressia. Un eccesso al contrario, in un certo senso. Ad ogni modo, attualmente non la possiedo neanche, una bilancia. E neanche m’interessa. Non voglio che sia un numero a condizionare il modo in cui mi sento col mio corpo. Se tu venissi a casa mia e mi dicessi che hai la necessità di portare con te la tua bilancia, ti risponderei: “Okay, portala pure”. È solo un oggetto. Ha unicamente il potere che tu le conferisci. Controllo. Numeri. Autostima. Costante, valutazione più volte al giorno. Nient’altro che un ammasso d’ingranaggi. Non è questa la vita.
Puoi comunque essere pronta per intraprendere il tuo percorso di ricovero anche se senti di avere ancora bisogno della bilancia. Puoi comunque essere pronta per intraprendere il tuo percorso di ricovero, ed iniziare a percorrere questa strada. Ma un giorno arriverà il momento in cui aprirai gli occhi davvero e realizzerai: “Ecco, questa è SOLO una bilancia. Non mi aiuta, anzi, reitera un comportamento malato voluto dall’anoressia. Serve solo ad alimentare l’ossessione. Ne ho abbastanza. Forse un giorno tornerò ad utilizzare un bilancia, ma quell giorno non è oggi”.
E guarda con onestà dentro te stessa per cercare di venire al bandolo della matassa. O vuoi combattere contro l’anoressia, o non vuoi farlo. Secondo la mia umile opinione, non avresti letto il mio blog e non mi avresti lasciato una domanda se, in un certo qual modo, non volessi lottare contro il DCA. Questo blog è, a suo modo, una modalità di ricovero. Una piattaforma di auto-aiuto. Niente di risolutivo né sostituivo di una psicoterapia – del resto non ho mai preteso fosse tale, assolutamente! Ma questo, tu lo sai. E se sei ancora qui a leggermi, vuol dire che la tua scelta l’hai già fatta.
Sei pronta? Come ti ho già detto, io non lo so. Questa è una domanda cui non posso rispondere. Ma tu sì, tu puoi. E lo farai. Forse non sei ancora pronta a rispondere a questa domanda perchè sai che se lo farai dovrai mettere tuta te stessa sulla strada del ricovero, investirci molto di più. Forse sei solo spaventata all’idea di poter vivere la vita senza il DCA, che magari adesso ti appare come una parte integrante della tua personalità. Ma non lo è. Tu sei ben altro e ben oltre l’anoressia. Siediti. Riflettici. E, ricorda, il ricovero è possible. Puoi farcela, se VERAMENTE lo vuoi con tutta te stessa.
Sì, c’è stato un periodo in cui mi sono sentita come te. Ma adesso mi sento come me. E ne vale molto più la pena, credimi. Sentirsi intrappolata e vincolata da un DCA è solo una proiezione mentale. Ma c’è davvero molto di meglio nella vita. E tu lo meriti tutto.
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martedì 8 giugno 2010
Domanda #11: Cibi proibiti & Quello che realmente nascondono
Oggi rispondo alla domanda che mi ha lasciato Francesca, ovvero:
“In questi anni di anoressia mi è successo di eliminare gradualmente dalla mia alimentazione moltissimi cibi, (direi quasi tutti eccetto le verdure la carne magra e lo yogurt magro)… che sono diventati una sorta di tabù... molti di questi non riesco tutt'ora a mangiarli, mentre alcuni altri sono riuscita con fatica a reintrodurli... volevo chiederti: a te è capitata una cosa del genere? Sei riuscita a risolvere completamente il problema o rimangono tutt'ora per te dei cibi proibiti? E soprattutto, come hai risolto questo problema e come hai fronteggiato la tentazione di eliminare di nuovo dall'alimentazione alcuni cibi?”
Forse potrà sorprendervi il sapere che io non ho mai avuto, neanche nei momenti peggiori dell’anoressia, dei cibi “proibiti”; così come non ho mai neanche avuto degli alimenti che consideravo particolarmente “sicuri”. Ho sempre mangiato un po’ di tutto sebbene ovviamente, quand’ero in fase restrittiva, in quantitativi a poco a poco sempre minori ed insufficienti per il mio fabbisogno energetico giornaliero. Tuttora, cerco di avere un’alimentazione quanto più possibile variata. Ovviamente ci sono alcuni cibi che non mi piacciono, come le patate, i wrustel, il cocomero, ma si tratta di cose che fin da piccola non mi sono mai piaciute. A parte questo, cerco sempre di mangiare un po’ di tutto, perché sono consapevole del fatto che ogni cibo contiene dei nutrienti, soprattutto per quanto riguarda le vitamine, i microelementi e gli oligoelementi, che sono importantissimi per il nostro organismo e non facili da reperire. La consapevolezza di questo mi ha aiutata molto a cercare di riappropriarmi di uno stile alimentare corretto.
Quando ero nel pieno dell’anoressia, ovviamente mangiavo pochissimo, meno di una bambina, ma non ho mai depennato dalla lista alcun tipo di cibo, e non ho mai contato sistematicamente le calorie. Come si dice dalle mie parti, facevo “a occhiometro”; tanto ero arrivata a un punto in cui mangiavo così poco che ero sicura che l’apporto fosse inferiore alla necessità. A ben pensarci, effettivamente avevo eliminato completamente dalla mia alimentazione caramelle, cioccolatini, e dolci più in generale.
Da quando sono seguita dalla mia dietista, con la quale mi vedo tuttora per regolari controlli, ho dovuto re-imparare cosa significa alimentarsi correttamente. E mi sono così accorta che la restrizione alimentare era in effetti nient’altro che un meccanismo di coping. Una sorta di forma di controllo. C’erano ben altri problemi oltre il cibo – il cibo non era veramente un problema. Nel momento in cui mi sono trovata ad affrontare direttamente quei problemi, sono stata in grado di realizzare che il cibo era solo cibo, nient’altro che un carburante per il mio corpo. Penso che questo sia ciò che ogni anoressica cerca di fare ogni giorno nel momento in cui si ritrova davanti alla tavola imbandita – comprendere e realizzare che il cibo è solo cibo. Eh, la scoperta dell’acqua calda! – direte voi. Ma è vero. Il cibo è ciò che serve a nutrirci e a darci l’energia necessaria per svolgere tutte le nostre attività quotidiane. Non è un’entità cattiva, violenta, distruttrice. Non è un’arma puntata contro. Non è una punizione. Non è un riempitivo. È solo del cibo.
Nel momento in cui ho iniziato a seguire l’ “equilibrio alimentare” che mi ha assegnato la mia dietista, ho dovuto a poco a poco incrementare le dosi degli alimenti mangiati. All’inizio era terrorizzante, ma poi mi sono accorta che aveva ragione lei: il mio peso aumentava in maniera estremamente graduale e non esplicitamente e rapidamente visibile, perché quella che si reintegrava era massa muscolare. E mi sono accorta che più seguivo l’ “equilibrio alimentare”, più seguirlo diventava semplice. Questo non significa che non abbia avuto ricadute nella restrizione, ne ho avute eccome, ma mi sono ripresa nella consapevolezza che le cose avrebbero potuto migliorare a poco a poco, senza i rapidi cambiamenti radicali a livello corporeo che temevo.
Certo, non posso dire a nessuna di voi che sia facile, non posso dirvi che non ci sono momenti di panico e in cui ci si sente estremamente male col proprio corpo, ma posso sicuramente dirvi che la cosa più difficile è il primo passo: fatto quello, tutti gli altri davvero vengono di conseguenza.
“In questi anni di anoressia mi è successo di eliminare gradualmente dalla mia alimentazione moltissimi cibi, (direi quasi tutti eccetto le verdure la carne magra e lo yogurt magro)… che sono diventati una sorta di tabù... molti di questi non riesco tutt'ora a mangiarli, mentre alcuni altri sono riuscita con fatica a reintrodurli... volevo chiederti: a te è capitata una cosa del genere? Sei riuscita a risolvere completamente il problema o rimangono tutt'ora per te dei cibi proibiti? E soprattutto, come hai risolto questo problema e come hai fronteggiato la tentazione di eliminare di nuovo dall'alimentazione alcuni cibi?”
Forse potrà sorprendervi il sapere che io non ho mai avuto, neanche nei momenti peggiori dell’anoressia, dei cibi “proibiti”; così come non ho mai neanche avuto degli alimenti che consideravo particolarmente “sicuri”. Ho sempre mangiato un po’ di tutto sebbene ovviamente, quand’ero in fase restrittiva, in quantitativi a poco a poco sempre minori ed insufficienti per il mio fabbisogno energetico giornaliero. Tuttora, cerco di avere un’alimentazione quanto più possibile variata. Ovviamente ci sono alcuni cibi che non mi piacciono, come le patate, i wrustel, il cocomero, ma si tratta di cose che fin da piccola non mi sono mai piaciute. A parte questo, cerco sempre di mangiare un po’ di tutto, perché sono consapevole del fatto che ogni cibo contiene dei nutrienti, soprattutto per quanto riguarda le vitamine, i microelementi e gli oligoelementi, che sono importantissimi per il nostro organismo e non facili da reperire. La consapevolezza di questo mi ha aiutata molto a cercare di riappropriarmi di uno stile alimentare corretto.
Quando ero nel pieno dell’anoressia, ovviamente mangiavo pochissimo, meno di una bambina, ma non ho mai depennato dalla lista alcun tipo di cibo, e non ho mai contato sistematicamente le calorie. Come si dice dalle mie parti, facevo “a occhiometro”; tanto ero arrivata a un punto in cui mangiavo così poco che ero sicura che l’apporto fosse inferiore alla necessità. A ben pensarci, effettivamente avevo eliminato completamente dalla mia alimentazione caramelle, cioccolatini, e dolci più in generale.
Da quando sono seguita dalla mia dietista, con la quale mi vedo tuttora per regolari controlli, ho dovuto re-imparare cosa significa alimentarsi correttamente. E mi sono così accorta che la restrizione alimentare era in effetti nient’altro che un meccanismo di coping. Una sorta di forma di controllo. C’erano ben altri problemi oltre il cibo – il cibo non era veramente un problema. Nel momento in cui mi sono trovata ad affrontare direttamente quei problemi, sono stata in grado di realizzare che il cibo era solo cibo, nient’altro che un carburante per il mio corpo. Penso che questo sia ciò che ogni anoressica cerca di fare ogni giorno nel momento in cui si ritrova davanti alla tavola imbandita – comprendere e realizzare che il cibo è solo cibo. Eh, la scoperta dell’acqua calda! – direte voi. Ma è vero. Il cibo è ciò che serve a nutrirci e a darci l’energia necessaria per svolgere tutte le nostre attività quotidiane. Non è un’entità cattiva, violenta, distruttrice. Non è un’arma puntata contro. Non è una punizione. Non è un riempitivo. È solo del cibo.
Nel momento in cui ho iniziato a seguire l’ “equilibrio alimentare” che mi ha assegnato la mia dietista, ho dovuto a poco a poco incrementare le dosi degli alimenti mangiati. All’inizio era terrorizzante, ma poi mi sono accorta che aveva ragione lei: il mio peso aumentava in maniera estremamente graduale e non esplicitamente e rapidamente visibile, perché quella che si reintegrava era massa muscolare. E mi sono accorta che più seguivo l’ “equilibrio alimentare”, più seguirlo diventava semplice. Questo non significa che non abbia avuto ricadute nella restrizione, ne ho avute eccome, ma mi sono ripresa nella consapevolezza che le cose avrebbero potuto migliorare a poco a poco, senza i rapidi cambiamenti radicali a livello corporeo che temevo.
Certo, non posso dire a nessuna di voi che sia facile, non posso dirvi che non ci sono momenti di panico e in cui ci si sente estremamente male col proprio corpo, ma posso sicuramente dirvi che la cosa più difficile è il primo passo: fatto quello, tutti gli altri davvero vengono di conseguenza.
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giovedì 3 giugno 2010
Thanks & stay tuned!
Non sono ancora tornata a casa – tornerò Martedì per l’esattezza – ma oggi nessuno vuole utilizzare la connessione, quindi ho un’ora di Internet a disposizione tutta per me! Dunque, qualche minuto qui e poi mi dedicherò subito a girare per i blog di tutte voi!
Comunque… Ho bisogno di prendermi un minuto per ringraziarvi. Grazie, grazie, GRAZIE a tutte voi, ragazze, per i vostri commenti ed il vostro supporto. Leggo e rispondo alle vostre parole in ogni post, così come cerco sempre di rispondere quanto prima possibile alle vostre e-mail (e mi scuso se alle volte sono un’imperdonabile ritardataria… specie in questo periodo… prometto che risponderò a tutte non appena ne avrò l’opportunità!), e spero che le mie parole, in un modo o nell’altro, riescano ad arrivarvi e significhino qualcosa per voi. Siete tutte meravigliose e tanto, tanto grandiose.
Inoltre, volevo dirvi che so che ho ancora diverse delle vostre domande cui devo dare risposta. Ho appena compilato una lista di tutte quelle mancanti (mi ero interrotta un po’ di tempo fa perché avevo tante altre cose di cui scrivere…). Perciò, Francesca e tutte le altre che stanno ancora aspettando risposta… non mi sono dimenticata di voi, bellissime! Lavorerò sulle risposte alle vostre domande proprio in questi giorni, e le pubblicherò qui sul blog in vari post quanto prima mi sarà possibile. Mi avete rivolto delle domande veramente toste ed importanti nei commenti del post ad esse adibito, e voglio poter rispondere in maniera adeguata.
Spero che tutte voi stiate trascorrendo delle giornate tranquille. Io vi penso molto spesso, e adesso vi lascio con questa domanda che potete rivolgere a voi stesse:
COSA POSSO FARE OGGI PER RIUSCIRE A SORRIDERE DAVVERO?
Bè, provate a rispondere, cosa state aspettando?!? E poi, fatelo…
Comunque… Ho bisogno di prendermi un minuto per ringraziarvi. Grazie, grazie, GRAZIE a tutte voi, ragazze, per i vostri commenti ed il vostro supporto. Leggo e rispondo alle vostre parole in ogni post, così come cerco sempre di rispondere quanto prima possibile alle vostre e-mail (e mi scuso se alle volte sono un’imperdonabile ritardataria… specie in questo periodo… prometto che risponderò a tutte non appena ne avrò l’opportunità!), e spero che le mie parole, in un modo o nell’altro, riescano ad arrivarvi e significhino qualcosa per voi. Siete tutte meravigliose e tanto, tanto grandiose.
Inoltre, volevo dirvi che so che ho ancora diverse delle vostre domande cui devo dare risposta. Ho appena compilato una lista di tutte quelle mancanti (mi ero interrotta un po’ di tempo fa perché avevo tante altre cose di cui scrivere…). Perciò, Francesca e tutte le altre che stanno ancora aspettando risposta… non mi sono dimenticata di voi, bellissime! Lavorerò sulle risposte alle vostre domande proprio in questi giorni, e le pubblicherò qui sul blog in vari post quanto prima mi sarà possibile. Mi avete rivolto delle domande veramente toste ed importanti nei commenti del post ad esse adibito, e voglio poter rispondere in maniera adeguata.
Spero che tutte voi stiate trascorrendo delle giornate tranquille. Io vi penso molto spesso, e adesso vi lascio con questa domanda che potete rivolgere a voi stesse:
COSA POSSO FARE OGGI PER RIUSCIRE A SORRIDERE DAVVERO?
Bè, provate a rispondere, cosa state aspettando?!? E poi, fatelo…
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lunedì 1 febbraio 2010
Il cuore del problema
Perché il corpo che abbiamo non può essere giusto? Perché sentiamo che il nostro corpo non è giusto?
Si potrebbe rispondere:
Perché è troppo grasso.
O
Perché è troppo brutto.
Si potrebbe rispondere:
Perché è troppo basso.
O
Perché è troppo sproporzionato.
Si potrebbe rispondere:
Perché è troppo flaccido.
O
Perché è troppo scarno.
Ma quello che in realtà s’intende veramente è:
Perché è il MIO corpo.
È questo il vero problema, no? Pensateci anche solo per un minuto. La vera ragione per cui odiamo il nostro corpo non è perché esso è troppo quello o troppo quell’altro, o non abbastanza così o non abbastanza cosà. Perché, DCAmoci la verità: se quelle stesse caratteristiche che diciamo di odiare del nostro corpo, le vedessimo su qualcun’altra, non saremo altrettanto severe e critiche nei suoi confronti.
Odiamo il nostro corpo semplicemente perché è il nostro. Semplicemente perché siamo NOI. È questo il cuore del problema. Quel che dovremmo imparare a fare, perciò, è guardarci veramente dentro e provare a canalizzare l’odio verso il nostro corpo in qualcosa di positivo. In fin dei conti, l’esperienza dell’anoressia insegna che non è cambiando quello che non ci piace esteriormente del nostro corpo che si risolve il problema. Perché se davvero il problema fosse quello del peso, persi un tot di chili smetteremmo di restringere. E invece andiamo avanti fino all’estremo. Perché non è il nostro corpo, in realtà, che non va, che non ci piace. È qualcosa che abbiamo dentro che non va, che non ci piace. Ed è qui che bisogna lavorare: sull’interiorità.
Chiedetevelo. Rispondetevi.
Perché il mio corpo non può essere giusto?
Perché sento che il mio corpo non è giusto?
Qual è il problema interiore che scarico sul corpo non vedendolo giusto?
Questo corpo che è MIO.
Perciò, cosa possiamo fare per cambiare le cose?
Si potrebbe rispondere:
Perché è troppo grasso.
O
Perché è troppo brutto.
Si potrebbe rispondere:
Perché è troppo basso.
O
Perché è troppo sproporzionato.
Si potrebbe rispondere:
Perché è troppo flaccido.
O
Perché è troppo scarno.
Ma quello che in realtà s’intende veramente è:
Perché è il MIO corpo.
È questo il vero problema, no? Pensateci anche solo per un minuto. La vera ragione per cui odiamo il nostro corpo non è perché esso è troppo quello o troppo quell’altro, o non abbastanza così o non abbastanza cosà. Perché, DCAmoci la verità: se quelle stesse caratteristiche che diciamo di odiare del nostro corpo, le vedessimo su qualcun’altra, non saremo altrettanto severe e critiche nei suoi confronti.
Odiamo il nostro corpo semplicemente perché è il nostro. Semplicemente perché siamo NOI. È questo il cuore del problema. Quel che dovremmo imparare a fare, perciò, è guardarci veramente dentro e provare a canalizzare l’odio verso il nostro corpo in qualcosa di positivo. In fin dei conti, l’esperienza dell’anoressia insegna che non è cambiando quello che non ci piace esteriormente del nostro corpo che si risolve il problema. Perché se davvero il problema fosse quello del peso, persi un tot di chili smetteremmo di restringere. E invece andiamo avanti fino all’estremo. Perché non è il nostro corpo, in realtà, che non va, che non ci piace. È qualcosa che abbiamo dentro che non va, che non ci piace. Ed è qui che bisogna lavorare: sull’interiorità.
Chiedetevelo. Rispondetevi.
Perché il mio corpo non può essere giusto?
Perché sento che il mio corpo non è giusto?
Qual è il problema interiore che scarico sul corpo non vedendolo giusto?
Questo corpo che è MIO.
Perciò, cosa possiamo fare per cambiare le cose?
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venerdì 18 dicembre 2009
Domanda #10: Le armi del ricovero
La 10^ domanda è quella di una ragazza che preferisce rimanere anonima e che scrive:
“Io non posso (per delle buone ragioni) rivelare ai miei genitori che ho un DCA. Per questo motivo, anche se credo ne avrei bisogno, non posso richiedere un ricovero in un centro specializzato, o loro lo verrebbero a sapere. Quali armi pensi potrei utilizzare, data questa mia situazione, che mi potrebbero aiutare nel dover operare da sola il ricovero?”
Bene, non mi metterò a discutere con te riguardo quelle che tu dici essere delle “buone ragioni” per non rivelare ai tuoi genitori il tuo DCA, ma c’è una cosa che comunque voglio dirti: non sottovalutare i tuoi genitori. Con un DCA, hai bisogno di tutto l’aiuto possibile, soprattutto se non sei ancora un’adulta (accidenti, anche quando SEI un’adulta!) e se c’è anche una sola, minima, unica possibilità che loro possano essere supportivi, è una possibilità da cogliere al volo. Detto questo, non ti voglio assolutamente spingere a parlarne per forza con i tuoi dato che ovviamente non conosco la tua situazione familiare. Personalmente, penso che mi darebbe estremamente fastidio se qualcuno cercasse di darmi consigli senza conoscere i dettagli, quindi a questo proposito mi fermo qui ma, per favore, ricordati di questo: sarà sempre molto difficile utilizzare le armi del ricovero disponibili se devi tenere segreto il tuo DCA. Perché il più grande ostacolo alla strada del ricovero è proprio la segretezza. Il cuore dei DCA è il silenzio. Romperlo è veramente importante.
Dunque, quali sono le armi del ricovero da poter utilizzare nella tua situazione?
- Voglio essere sincera qui – l’arma principale è il supporto. Se non puoi in nessun modo parlare ai tuoi genitori del DCA, per favore trova qualcun altro con cui parlarne:
Uno psicoterapeuta, un’amica o un amico di cui ti fidi, un insegnante, un allenatore, un collega di lavoro, una qualsiasi persona che pensi possa esserti di supporto e d’aiuto. Qualcuno. Cercalo, raccontagli la tua storia, appoggiati a lui/lei affinché possa supportarti. Non è mai facile fare qualcosa da sole, e la strada del ricovero sarà decisamente più semplice se riesci a crearti una “rete di supporto” con altre persone.
Nota a margine: Per chiunque stia cercando una psicoterapia ma pensa che rivolgersi ad uno psicologo/psichiatra sia troppo costoso, sappiate che le USL sono una grande risorsa. Non storcete il naso prima di fare un tentativo. Gli psicoterapeuti della USL lavorano gratuitamente anche per una psicoterapia di lunga durata, per cui non avrete preoccupazioni da un punto di vista economico. Inoltre, la vostra privacy sarà totalmente tutelata. Non c’è niente che possa fermarvi dall’usare questa risorsa, no?!...
- ANAD. Qui si possono trovare gruppi di supporto on-line per persone con DCA, guidati da moderatori esperti nel campo dei disordini alimentari, e affiliati all’ANAD che sono detti “resource people”. Ciò significa che loro possono fornirti contatti ed informazioni a proposito dell’ANAD, dandoti nomi, numeri di telefono ed indirizzi e-mail di persone con cui poter parlare del DCA per farti dare una mano. Il tutto è in Inglese, ma se te la cavi con questa lingua provare a dare un’occhiata non guasta…
- Trova una via d’uscita, un’attività alternativa da opporre ai pensieri ossessivi che l’anoressia mette in testa. Scrivi. Disegna. Leggi. Fai fotografie. Ascolta musica. Guarda un DVD. Fai un giro in auto. Crea un blog. Telefona ad un’amica. Fai qualcosa che ti faccia sentire bene. Un po’ come ho suggerito QUI. Questo ti aiuterà a non scaricare rabbia, ansia e frustrazione sul tuo corpo, e ti aiuterà a capire come puoi prenderti cura di te stessa.
- Trova un gruppo di supporto. Prima ho citato l’ANAD, ma ce ne sono tanti simili nel web. Non implicano nessun tipo di ricovero o di psicoterapia, ma possono servire semplicemente come valvola di sfogo, il che è pure importante. Hanno anche un bonus: sono gratuiti, e non è obbligatorio rivelare la propria identità.
- Unisciti a un forum di lotta contro i DCA. Sono fermamente convinta che l’unione faccia la forza, quindi non c’è niente di meglio che il supporto reciproco tra persone che stanno combattendo contro lo stesso problema. Uno di questi, per esempio, è il Joy Project. Qui puoi trovare supporto, incoraggiamento per lottare, e fare progressi rimanendo comodamente a casa tua.
- Su YouTube ci sono molti video (oltre ai miei) che promuovono la lotta contro l’anoressia: guardarli giornalmente potrà servire a rafforzare la tua determinazione.
- Inoltre, se hai un po’ di tempo per dare un’occhiata a questo blog, potrai trovare diversi post che ho scritto in cui do suggerimenti sulle armi da usare nel ricovero. Per esempio, puoi dare un’occhiata QUI, QUI o QUI.
Tieni conto però dell’importantissimo fatto che NIENTE di tutto questo è sostitutivo né efficace al pari di medici specializzati nel trattamento di DCA, che ti consiglio comunque di consultare, se hai modo di farlo, perché sono veramente gli unici che possono dirti quali sono le cose giuste da fare nel tuo caso specifico.
Ad ogni modo, ti faccio un enorme in bocca al lupo. Percorrere la strada del ricovero è tremendamente difficile, ma ce la puoi fare. Te lo assicuro.
“Io non posso (per delle buone ragioni) rivelare ai miei genitori che ho un DCA. Per questo motivo, anche se credo ne avrei bisogno, non posso richiedere un ricovero in un centro specializzato, o loro lo verrebbero a sapere. Quali armi pensi potrei utilizzare, data questa mia situazione, che mi potrebbero aiutare nel dover operare da sola il ricovero?”
Bene, non mi metterò a discutere con te riguardo quelle che tu dici essere delle “buone ragioni” per non rivelare ai tuoi genitori il tuo DCA, ma c’è una cosa che comunque voglio dirti: non sottovalutare i tuoi genitori. Con un DCA, hai bisogno di tutto l’aiuto possibile, soprattutto se non sei ancora un’adulta (accidenti, anche quando SEI un’adulta!) e se c’è anche una sola, minima, unica possibilità che loro possano essere supportivi, è una possibilità da cogliere al volo. Detto questo, non ti voglio assolutamente spingere a parlarne per forza con i tuoi dato che ovviamente non conosco la tua situazione familiare. Personalmente, penso che mi darebbe estremamente fastidio se qualcuno cercasse di darmi consigli senza conoscere i dettagli, quindi a questo proposito mi fermo qui ma, per favore, ricordati di questo: sarà sempre molto difficile utilizzare le armi del ricovero disponibili se devi tenere segreto il tuo DCA. Perché il più grande ostacolo alla strada del ricovero è proprio la segretezza. Il cuore dei DCA è il silenzio. Romperlo è veramente importante.
Dunque, quali sono le armi del ricovero da poter utilizzare nella tua situazione?
- Voglio essere sincera qui – l’arma principale è il supporto. Se non puoi in nessun modo parlare ai tuoi genitori del DCA, per favore trova qualcun altro con cui parlarne:
Uno psicoterapeuta, un’amica o un amico di cui ti fidi, un insegnante, un allenatore, un collega di lavoro, una qualsiasi persona che pensi possa esserti di supporto e d’aiuto. Qualcuno. Cercalo, raccontagli la tua storia, appoggiati a lui/lei affinché possa supportarti. Non è mai facile fare qualcosa da sole, e la strada del ricovero sarà decisamente più semplice se riesci a crearti una “rete di supporto” con altre persone.
Nota a margine: Per chiunque stia cercando una psicoterapia ma pensa che rivolgersi ad uno psicologo/psichiatra sia troppo costoso, sappiate che le USL sono una grande risorsa. Non storcete il naso prima di fare un tentativo. Gli psicoterapeuti della USL lavorano gratuitamente anche per una psicoterapia di lunga durata, per cui non avrete preoccupazioni da un punto di vista economico. Inoltre, la vostra privacy sarà totalmente tutelata. Non c’è niente che possa fermarvi dall’usare questa risorsa, no?!...
- ANAD. Qui si possono trovare gruppi di supporto on-line per persone con DCA, guidati da moderatori esperti nel campo dei disordini alimentari, e affiliati all’ANAD che sono detti “resource people”. Ciò significa che loro possono fornirti contatti ed informazioni a proposito dell’ANAD, dandoti nomi, numeri di telefono ed indirizzi e-mail di persone con cui poter parlare del DCA per farti dare una mano. Il tutto è in Inglese, ma se te la cavi con questa lingua provare a dare un’occhiata non guasta…
- Trova una via d’uscita, un’attività alternativa da opporre ai pensieri ossessivi che l’anoressia mette in testa. Scrivi. Disegna. Leggi. Fai fotografie. Ascolta musica. Guarda un DVD. Fai un giro in auto. Crea un blog. Telefona ad un’amica. Fai qualcosa che ti faccia sentire bene. Un po’ come ho suggerito QUI. Questo ti aiuterà a non scaricare rabbia, ansia e frustrazione sul tuo corpo, e ti aiuterà a capire come puoi prenderti cura di te stessa.
- Trova un gruppo di supporto. Prima ho citato l’ANAD, ma ce ne sono tanti simili nel web. Non implicano nessun tipo di ricovero o di psicoterapia, ma possono servire semplicemente come valvola di sfogo, il che è pure importante. Hanno anche un bonus: sono gratuiti, e non è obbligatorio rivelare la propria identità.
- Unisciti a un forum di lotta contro i DCA. Sono fermamente convinta che l’unione faccia la forza, quindi non c’è niente di meglio che il supporto reciproco tra persone che stanno combattendo contro lo stesso problema. Uno di questi, per esempio, è il Joy Project. Qui puoi trovare supporto, incoraggiamento per lottare, e fare progressi rimanendo comodamente a casa tua.
- Su YouTube ci sono molti video (oltre ai miei) che promuovono la lotta contro l’anoressia: guardarli giornalmente potrà servire a rafforzare la tua determinazione.
- Inoltre, se hai un po’ di tempo per dare un’occhiata a questo blog, potrai trovare diversi post che ho scritto in cui do suggerimenti sulle armi da usare nel ricovero. Per esempio, puoi dare un’occhiata QUI, QUI o QUI.
Tieni conto però dell’importantissimo fatto che NIENTE di tutto questo è sostitutivo né efficace al pari di medici specializzati nel trattamento di DCA, che ti consiglio comunque di consultare, se hai modo di farlo, perché sono veramente gli unici che possono dirti quali sono le cose giuste da fare nel tuo caso specifico.
Ad ogni modo, ti faccio un enorme in bocca al lupo. Percorrere la strada del ricovero è tremendamente difficile, ma ce la puoi fare. Te lo assicuro.
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sabato 12 dicembre 2009
Fuori il vecchio, dentro il nuovo
Sbarazzatevi di ciò che vi tira indietro, dentro all’anoressia!
Che cosa avete superato (non in senso fisico, ovviamente...)? Pensateci. È assolutamente ovvio e normale SENTIRE LA MANCANZA di quello che si è superato, ma questo non cambia il fatto che l’abbiamo superato. Da qualche parte dentro di noi, sentiremo per sempre la mancanza dell’anoressia, per tutto quello che ci faceva provare. Ma questo non cambia il fatto che adesso stiamo lottando.
E allora, provando a vedere la cosa dalla parte opposta, di che cosa NON sentite la mancanza? Usate la risposta a questa domanda come un spinta verso una direzione positiva, come una spinta sulla strada del ricovero. Certo noi tutte ricordiamo giorni, mesi, e anche anni che non potremo mai cancellare dalla nostra mente. Magari a volte vi è persino capitato di desiderare di lavare via i ricordi di certi momenti vissuti in pieno DCA. Il punto è che NON è dimenticando queste cose che diventeremo persone più forti. Perciò, anche se certi ricordi fanno male, non cancellateli. Viceversa, provate a ricordare. E chiedetevi: “perché non sento la mancanza di quella cosa, di quel ricordo?”. E usate la risposta come arma per continuare ad andare avanti.
Per che cosa non siete ancora abbastanza pronte? Siate sempre oneste con voi stesse. È la cosa più importante. È assolutamente normale rendersi conto che ci sono certe cose per cui non siamo ancora pronte. Non si può essere pronte ad ogni cosa tutto insieme. È umanamente impossibile. Può essere comunque un risultato tangibile, anche se non siamo abbastanza pronte – perché abbiamo detto a noi stesse: Non sono pronta a questo PER IL MOMENTO.
Infine, quando a queste domande avrete risposto, ri-risposto, ed ancora risposto, fatevi la domanda più importante: Che cosa desiderate dalla vostra vita in futuro?
Che cosa state aspettando?
Domande a cui voi e solo voi potete e dovete rispondere.
Che cosa avete superato (non in senso fisico, ovviamente...)? Pensateci. È assolutamente ovvio e normale SENTIRE LA MANCANZA di quello che si è superato, ma questo non cambia il fatto che l’abbiamo superato. Da qualche parte dentro di noi, sentiremo per sempre la mancanza dell’anoressia, per tutto quello che ci faceva provare. Ma questo non cambia il fatto che adesso stiamo lottando.
E allora, provando a vedere la cosa dalla parte opposta, di che cosa NON sentite la mancanza? Usate la risposta a questa domanda come un spinta verso una direzione positiva, come una spinta sulla strada del ricovero. Certo noi tutte ricordiamo giorni, mesi, e anche anni che non potremo mai cancellare dalla nostra mente. Magari a volte vi è persino capitato di desiderare di lavare via i ricordi di certi momenti vissuti in pieno DCA. Il punto è che NON è dimenticando queste cose che diventeremo persone più forti. Perciò, anche se certi ricordi fanno male, non cancellateli. Viceversa, provate a ricordare. E chiedetevi: “perché non sento la mancanza di quella cosa, di quel ricordo?”. E usate la risposta come arma per continuare ad andare avanti.
Per che cosa non siete ancora abbastanza pronte? Siate sempre oneste con voi stesse. È la cosa più importante. È assolutamente normale rendersi conto che ci sono certe cose per cui non siamo ancora pronte. Non si può essere pronte ad ogni cosa tutto insieme. È umanamente impossibile. Può essere comunque un risultato tangibile, anche se non siamo abbastanza pronte – perché abbiamo detto a noi stesse: Non sono pronta a questo PER IL MOMENTO.
Infine, quando a queste domande avrete risposto, ri-risposto, ed ancora risposto, fatevi la domanda più importante: Che cosa desiderate dalla vostra vita in futuro?
Che cosa state aspettando?
Domande a cui voi e solo voi potete e dovete rispondere.
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domenica 6 dicembre 2009
Domanda #9: Guardare al passato e al futuro
La 9^ domanda cui rispondo, una domanda che in effetti si compone di più sotto-domande, è quella di Aileen. Che mi chiede:
“Come ci sente, quando si tocca il fondo? Fa male, molto male, ma… quanto? Perchè ti sei spinta in quella strada tempo fa? Com'era il tuo rapporto con te stessa in quel periodo? E ora, hai rimpianti?”
Okay, molte delle risposte a queste domande le puoi trovare nel post in cui racconto la mia storia.
Dacci un’occhiata, perché credo che qui potrai trovare la risposta ad alcuni dei tuoi dubbi: perché mi sono spinta nella strada dell’anoressia e com’era il mio rapporto con me stessa in quel periodo… nel post in cui racconto la mia storia ne parlo ampiamente, quindi t’invito a leggerlo.
Passo dunque alle altre domande.
Come ci si sente quando si tocca il fondo, e quanto fa male?
Ora, per rispondere a queste domande, occorre fare un distinguo: la visione istantanea, e la visione a posteriori. Che sono due cose molto differenti, perché sul momento quando tocchi il fondo non ti accorgi che sta succedendo, ma lo concretizzi solo dopo. Quando tocchi il fondo sei talmente presa dal delirio di onnipotenza dell’anoressia (che poi, in realtà, non è altro che un delirio d’impotenza) che non te ne rendi conto. Non te ne rendi conto perché lì per lì non fa male, anzi. La cosa più dolorosa è la risalita. Il momento in cui capisci. Inevitabile. Il momento in cui capisci quello che hai fatto veramente, e ti accingi a raccogliere i pezzi per cercare di rimetterli insieme. Quando ho toccato il fondo non me ne sono neanche accorta, troppo presa dall’ossessione, fidandomi ciecamente delle bugie che l’anoressia mi raccontava e che mi faceva pensare: gli altri non capiscono, sono tutti allarmisti, stupidi, bugiardi, inutili. Mi ripetevano sempre le solite frasi: “su, forza, mangia! ma non lo vedi quanto sei dimagrita? guarda in che stato che sei! cosa ti costa mangiare un po’ di più?”. Ma costa, lo so. Costa più di quanto gli altri riusciranno mai ad immaginare. Per questo tali frasi fanno solo arrabbiare. Fanno venire voglia di gridare di smetterla di rompere. Ma non è stato quello il periodo peggiore, non è stata la caduta, il toccare il fondo. L’incubo è arrivato dopo, quando ho iniziato a percorrere la strada del ricovero. Lo so che si fa fatica a capire. Tutti pensano che d’anoressia o si muore o si guarisce. Ma io so che si può anche viverne. Perché io ne vivo. Combatto, ma ne vivo. La cosa più terribile, del resto, non è toccare il fondo. L’inferno vero è risalire, risalire col timore e la speranza al contempo di poter perdere nuovamente la presa. Risalire senza sapere se il panorama che si osserverà in vetta è veramente quello che cercavamo di vedere.
In quanto all’ultima domanda, ai rimpianti.
No, non ne ho. Nessuno, in nessun senso. Non rimpiango niente, nessuna delle scelte, nessuno degli avvenimenti che hanno segnato la mia vita dai 14 anni in poi. Perché c’è sempre un motivo per tutte le cose, anche per quelle più sbagliate. Certo, non vado orgogliosa di quel che ho fatto, ovviamente, e se mi fosse data la macchina del tempo forse proverei a fare scelte differenti. Ma dato che questa possibilità è preclusa e che posso vivere solo per questa realtà, non rimpiango che sia andata così. Perché tutto quello che ho vissuto e passato mi ha resa la persona che sono adesso. Mi ha reso possibile pensare quel che penso adesso, e fare quel che faccio adesso. E questo gli dà un senso. Sì, l’anoressia è stato il mio sbaglio più grande. Ma se è uno sbaglio che, alla fine, mi ha portato a questo blog e a quella che è la mia vita oggi, allora non ho rimpianti: è uno sbaglio che rifarei.
Perché è proprio grazie a questo – e grazie al fatto di non rimpiangere niente – che adesso sto lentamente imparando a non sprecare la mia vita, ma a viverla. Viverla davvero. Non attaccata a una vuota ossessione, non credula, persa nelle bugie dell’anoressia, a costruirmi una realtà che non mi apparteneva semplicemente perché non esisteva, non in balia di quello che credevo di controllare ma che in realtà mi controllava in misura spietata.
Perché è tutto quello che ho passato che mi ha insegnato che la realtà non è quella che si può vedere attraverso gli occhi deformanti dello specchio della mente, ma guardando avanti, sempre.
E’ per questo che senza alcun rimpianto posso dire grazie a quello che mi ha quasi distrutta, permettendomi così di fortificarmi. Grazie, anoressia.
Se avete qualche altra domanda per me, postatela QUI. Un alla volta, risponderò a tutte!
“Come ci sente, quando si tocca il fondo? Fa male, molto male, ma… quanto? Perchè ti sei spinta in quella strada tempo fa? Com'era il tuo rapporto con te stessa in quel periodo? E ora, hai rimpianti?”
Okay, molte delle risposte a queste domande le puoi trovare nel post in cui racconto la mia storia.
Dacci un’occhiata, perché credo che qui potrai trovare la risposta ad alcuni dei tuoi dubbi: perché mi sono spinta nella strada dell’anoressia e com’era il mio rapporto con me stessa in quel periodo… nel post in cui racconto la mia storia ne parlo ampiamente, quindi t’invito a leggerlo.
Passo dunque alle altre domande.
Come ci si sente quando si tocca il fondo, e quanto fa male?
Ora, per rispondere a queste domande, occorre fare un distinguo: la visione istantanea, e la visione a posteriori. Che sono due cose molto differenti, perché sul momento quando tocchi il fondo non ti accorgi che sta succedendo, ma lo concretizzi solo dopo. Quando tocchi il fondo sei talmente presa dal delirio di onnipotenza dell’anoressia (che poi, in realtà, non è altro che un delirio d’impotenza) che non te ne rendi conto. Non te ne rendi conto perché lì per lì non fa male, anzi. La cosa più dolorosa è la risalita. Il momento in cui capisci. Inevitabile. Il momento in cui capisci quello che hai fatto veramente, e ti accingi a raccogliere i pezzi per cercare di rimetterli insieme. Quando ho toccato il fondo non me ne sono neanche accorta, troppo presa dall’ossessione, fidandomi ciecamente delle bugie che l’anoressia mi raccontava e che mi faceva pensare: gli altri non capiscono, sono tutti allarmisti, stupidi, bugiardi, inutili. Mi ripetevano sempre le solite frasi: “su, forza, mangia! ma non lo vedi quanto sei dimagrita? guarda in che stato che sei! cosa ti costa mangiare un po’ di più?”. Ma costa, lo so. Costa più di quanto gli altri riusciranno mai ad immaginare. Per questo tali frasi fanno solo arrabbiare. Fanno venire voglia di gridare di smetterla di rompere. Ma non è stato quello il periodo peggiore, non è stata la caduta, il toccare il fondo. L’incubo è arrivato dopo, quando ho iniziato a percorrere la strada del ricovero. Lo so che si fa fatica a capire. Tutti pensano che d’anoressia o si muore o si guarisce. Ma io so che si può anche viverne. Perché io ne vivo. Combatto, ma ne vivo. La cosa più terribile, del resto, non è toccare il fondo. L’inferno vero è risalire, risalire col timore e la speranza al contempo di poter perdere nuovamente la presa. Risalire senza sapere se il panorama che si osserverà in vetta è veramente quello che cercavamo di vedere.
In quanto all’ultima domanda, ai rimpianti.
No, non ne ho. Nessuno, in nessun senso. Non rimpiango niente, nessuna delle scelte, nessuno degli avvenimenti che hanno segnato la mia vita dai 14 anni in poi. Perché c’è sempre un motivo per tutte le cose, anche per quelle più sbagliate. Certo, non vado orgogliosa di quel che ho fatto, ovviamente, e se mi fosse data la macchina del tempo forse proverei a fare scelte differenti. Ma dato che questa possibilità è preclusa e che posso vivere solo per questa realtà, non rimpiango che sia andata così. Perché tutto quello che ho vissuto e passato mi ha resa la persona che sono adesso. Mi ha reso possibile pensare quel che penso adesso, e fare quel che faccio adesso. E questo gli dà un senso. Sì, l’anoressia è stato il mio sbaglio più grande. Ma se è uno sbaglio che, alla fine, mi ha portato a questo blog e a quella che è la mia vita oggi, allora non ho rimpianti: è uno sbaglio che rifarei.
Perché è proprio grazie a questo – e grazie al fatto di non rimpiangere niente – che adesso sto lentamente imparando a non sprecare la mia vita, ma a viverla. Viverla davvero. Non attaccata a una vuota ossessione, non credula, persa nelle bugie dell’anoressia, a costruirmi una realtà che non mi apparteneva semplicemente perché non esisteva, non in balia di quello che credevo di controllare ma che in realtà mi controllava in misura spietata.
Perché è tutto quello che ho passato che mi ha insegnato che la realtà non è quella che si può vedere attraverso gli occhi deformanti dello specchio della mente, ma guardando avanti, sempre.
E’ per questo che senza alcun rimpianto posso dire grazie a quello che mi ha quasi distrutta, permettendomi così di fortificarmi. Grazie, anoressia.
Se avete qualche altra domanda per me, postatela QUI. Un alla volta, risponderò a tutte!
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lunedì 30 novembre 2009
Domanda #8: Rivelare l'anoressia
La 8^ domanda è quella che mi rivolge Stella:
“Quand’è il momento giusto per rivelare agli altri che si è anoressiche? Non voglio che i miei amici pensino che sono una bugiarda o che non mi fido di loro – perché oggettivamente l’anoressia costituisce una grossa fetta della mia vita e del mio passato, e non parlargliene affatto diventa sempre più difficile – però non voglio neanche spaventarli o farli fuggire…”
In uno dei miei post precedenti una volta ho parlato di “Intuitive Eating”… bene, in questo caso prova l’ “Intuitive Speaking”!
Seriamente.
Sono completamente dell’idea che sei tu stessa a dover sentire quand’è il momento giusto, senza stressarti fissandoti su come e quando dirglielo. Quando stai parlando con i tuoi amici e viene fuori qualcosa che ti fa sentire voglia di aprirti, te ne renderai conto. Puoi anche non parlarne ma un giorno, quando sarai con loro, semplicemente sentirai che è arrivato il momento giusto per farlo.
Forse temi che il momento giusto possa non arrivare mai. Se la tua mente non ti sta chiedendo di parlarne, allora spengila – vai avanti con la tua intuizione – e aspetta tanto a lungo quanto lo senti necessario. Se l’amicizia che vi lega è un’amicizia forte e sincera, se ti fidi davvero di loro, ma ugualmente ti sembra che il momento giusto non arrivi mai, prova ad analizzare i tuoi sentimenti e le tue paure, e a chiederti qual è il vero motivo che ti frena.
Le preoccupazioni, ovviamente, sono inevitabili: è inevitabile chiedersi se qualcuno non penserà che sei matta. E questo semplicemente perché parlare a qualcuno dell’anoressia è una cosa troppo profonda e personale per prenderla alla leggera. Ma se sei recettiva verso gli amici che ti circondano, saprai quale sarà il momento giusto per parlarne… e saprai anche che cosa dire… e se loro non lo accetteranno come parte di te, o penseranno che sei matta, significa semplicemente che quegli amici non sono poi così tanto “amici”. Lo so che è difficile accettarlo, ma è la verità. Se parlerai dell’anoressia, forse alcune persone se ne andranno. Ma quelli che resteranno al tuo fianco saranno i tuoi VERI amici, pronti a comprenderti e a supportarti in ogni momento.
Il miglior consiglio che mi sento di darti è di non pensare all’anoressia come a un qualcosa di cui devi vergognarti. E’ parte della tua vita e del tuo passato, ed è ovvio che dovrai lottarci per tutta la vita. È come se qualcuno a cui tieni ti parlasse della sua infanzia e ti dicesse che, per esempio, è stato/a vittima di atti di bullismo, e come la sua vita è cambiata da quel momento in poi. È esattamente la stessa cosa, anche se su un oggetto differente, sai?! Ciascuno ha qualcosa nella sua vita che teme di condividere con gli altri. Ciascuno ha i propri segreti.
Adesso voglio andare un attimo fuori tema rispetto alla domanda che mi ha rivolto Stella. Penso che molte di voi, ragazze, possano riconoscersi in quello che sto per scrivere, che è comunque strettamente interconnesso alla domanda di questo post.
Un’altra cosa importante del rivelare l’anoressia alle persone che ci vogliono bene, è che questo può cambiare la qualità della relazione: nessuna è perfetta e quasi sicuramente tutte andremo incontro a delle ricadute, prima o poi. Ecco, nei momenti più difficili può essere davvero d’aiuto avere qualcuno vicino che sa come stanno le cose e che è pronto a dare una mano, soprattutto se è una persona cui si vuol bene e che ci vuol bene.
Certo, rivelare al mondo l’anoressia non aiuterà magicamente a progredire sulla strada del ricovero, anche perché molto spesso la gente ha idee preconcette e negative sui DCA, per cui parlarne su larga scala può rivelarsi controproducente. Tuttavia, la cosa più importante è essere oneste con noi stesse, o non arriveremo da nessuna parte. E, talvolta, l’essere oneste con noi stesse comprende l’essere più aperte ed oneste nei confronti delle persone più care della nostra vita. Ovviamente, decidere di combattere contro l’anoressia giorno dopo giorno dipende SOLO da NOI. Tutti gli altri non sono che un supporto… o un’istigazione. Se si segue una terapia, lo psicoterapeuta è in qualche modo “coinvolto” nel nostro processo di ricovero, ma non è costituente del processo stesso, che è quello che si realizza dentro di noi; lo psicoterapeuta è semplicemente un figura che ci aiuta e ci offre le sue competenze al riguardo. Allo stesso modo, un/un’ amico/a è “coinvolto/a” nel nostro processo di ricovero, ma non è costituente del processo stesso, che è quello che si realizza dentro di noi; un/un’ amico/a è semplicemente una figura che ci ascolta, ci supporta e ci sta vicino.
Il cuore dell’anoressia e dei DCA in generale è il silenzio – per quelli che sono i pregiudizi della maggior parte della gente nei confronti dei DCA e perché riuscire a non parlarne con nessuno ci fa sentire che abbiamo il “controllo”. Forse, perciò, parlarne con una persona cara può essere un ottimo modo per cominciare a spezzare il circolo vizioso.
Tornando a bomba…
Un’altra domanda che balza in mente quando si decide di rivelare l’anoressia è: con che mezzo farlo? Bisogna proprio dirlo a voce? Faccia-a-faccia? Perchè non scriverlo? Tramite lettera? Tramite e-mail? Facendosi aiutare da qualcun altro che già sa?
Ecco, io penso che occorra farlo nel modo che ci è più congeniale e meno ansiogeno. Bisogna cercare di non farsi prendere dall’agitazione. Ma, ogni tanto, c’è anche bisogno di chiudere gli occhi e saltare. Tuffarsi. Mostrarci veramente per quelle che siamo. I veri amici ci amano a prescindere dal nostro vissuto, e ci vogliono reali, non maschere. E ricordate sempre: mai fasciarsi la testa prima d’averla battuta! Le paranoie che ci facciamo sono sempre molto peggiori dei successivi fatti reali. Quante volte è capitato di immaginare l’epilogo di una situazione e di stressarci, innervosirci e spaventarci… ma poi, quando la cosa è effettivamente successa, si realizza che non era poi così terribile come l’avevamo immaginata?! Sono solo le nostre proiezioni mentali che ci fanno paura. Quello che segue, è il sollievo.
Io sto combattendo contro l’anoressia, sto percorrendo la mia strada del ricovero, e secondo me questo è un viaggio estremamente personale… non ci sono 2 viaggi che siano uguali. Perciò, anche nel momento in cui si decide di rivelare l’anoressia, non c’è una soluzione univoca: la modalità giusta per una persona può non esserlo per un’altra. Ognuna di noi ha passato esperienze diverse ed ha un differente background… e la parola “ricovero” ha un significato differente per ciascuna di noi. Io posso dare dei consigli, ma poi sta a ciascuna di voi decidere quando, come e a chi rivelare l’anoressia.
Non c’è un “momento giusto” in assoluto. O meglio, il “momento giusto” c’è, ma è diverso per ciascuna di noi. Ed è un momento che va semplicemente sentito. Siate sicure di voi stesse. Dite solo quello che vi sentite di dire. E se la persona a cui l’avete detto non ha una reazione corretta, non vi scoraggiate: semplicemente, non ne valeva la pena. Non era abbastanza per voi. Non era pronto/a a voi. Noi possiamo conoscere solo quanto concerne noi stesse. Non possiamo indovinare cosa gli altri diranno, faranno o penseranno. Dobbiamo seguire la nostra intuizione, respirare profondamente, e avere la speranza che le cose vadano come devono andare.
Dentro di voi, sapete già cosa c’è da fare. Seguite il vostro istinto e la vostra intuizione.
“Quand’è il momento giusto per rivelare agli altri che si è anoressiche? Non voglio che i miei amici pensino che sono una bugiarda o che non mi fido di loro – perché oggettivamente l’anoressia costituisce una grossa fetta della mia vita e del mio passato, e non parlargliene affatto diventa sempre più difficile – però non voglio neanche spaventarli o farli fuggire…”
In uno dei miei post precedenti una volta ho parlato di “Intuitive Eating”… bene, in questo caso prova l’ “Intuitive Speaking”!
Seriamente.
Sono completamente dell’idea che sei tu stessa a dover sentire quand’è il momento giusto, senza stressarti fissandoti su come e quando dirglielo. Quando stai parlando con i tuoi amici e viene fuori qualcosa che ti fa sentire voglia di aprirti, te ne renderai conto. Puoi anche non parlarne ma un giorno, quando sarai con loro, semplicemente sentirai che è arrivato il momento giusto per farlo.
Forse temi che il momento giusto possa non arrivare mai. Se la tua mente non ti sta chiedendo di parlarne, allora spengila – vai avanti con la tua intuizione – e aspetta tanto a lungo quanto lo senti necessario. Se l’amicizia che vi lega è un’amicizia forte e sincera, se ti fidi davvero di loro, ma ugualmente ti sembra che il momento giusto non arrivi mai, prova ad analizzare i tuoi sentimenti e le tue paure, e a chiederti qual è il vero motivo che ti frena.
Le preoccupazioni, ovviamente, sono inevitabili: è inevitabile chiedersi se qualcuno non penserà che sei matta. E questo semplicemente perché parlare a qualcuno dell’anoressia è una cosa troppo profonda e personale per prenderla alla leggera. Ma se sei recettiva verso gli amici che ti circondano, saprai quale sarà il momento giusto per parlarne… e saprai anche che cosa dire… e se loro non lo accetteranno come parte di te, o penseranno che sei matta, significa semplicemente che quegli amici non sono poi così tanto “amici”. Lo so che è difficile accettarlo, ma è la verità. Se parlerai dell’anoressia, forse alcune persone se ne andranno. Ma quelli che resteranno al tuo fianco saranno i tuoi VERI amici, pronti a comprenderti e a supportarti in ogni momento.
Il miglior consiglio che mi sento di darti è di non pensare all’anoressia come a un qualcosa di cui devi vergognarti. E’ parte della tua vita e del tuo passato, ed è ovvio che dovrai lottarci per tutta la vita. È come se qualcuno a cui tieni ti parlasse della sua infanzia e ti dicesse che, per esempio, è stato/a vittima di atti di bullismo, e come la sua vita è cambiata da quel momento in poi. È esattamente la stessa cosa, anche se su un oggetto differente, sai?! Ciascuno ha qualcosa nella sua vita che teme di condividere con gli altri. Ciascuno ha i propri segreti.
Adesso voglio andare un attimo fuori tema rispetto alla domanda che mi ha rivolto Stella. Penso che molte di voi, ragazze, possano riconoscersi in quello che sto per scrivere, che è comunque strettamente interconnesso alla domanda di questo post.
Un’altra cosa importante del rivelare l’anoressia alle persone che ci vogliono bene, è che questo può cambiare la qualità della relazione: nessuna è perfetta e quasi sicuramente tutte andremo incontro a delle ricadute, prima o poi. Ecco, nei momenti più difficili può essere davvero d’aiuto avere qualcuno vicino che sa come stanno le cose e che è pronto a dare una mano, soprattutto se è una persona cui si vuol bene e che ci vuol bene.
Certo, rivelare al mondo l’anoressia non aiuterà magicamente a progredire sulla strada del ricovero, anche perché molto spesso la gente ha idee preconcette e negative sui DCA, per cui parlarne su larga scala può rivelarsi controproducente. Tuttavia, la cosa più importante è essere oneste con noi stesse, o non arriveremo da nessuna parte. E, talvolta, l’essere oneste con noi stesse comprende l’essere più aperte ed oneste nei confronti delle persone più care della nostra vita. Ovviamente, decidere di combattere contro l’anoressia giorno dopo giorno dipende SOLO da NOI. Tutti gli altri non sono che un supporto… o un’istigazione. Se si segue una terapia, lo psicoterapeuta è in qualche modo “coinvolto” nel nostro processo di ricovero, ma non è costituente del processo stesso, che è quello che si realizza dentro di noi; lo psicoterapeuta è semplicemente un figura che ci aiuta e ci offre le sue competenze al riguardo. Allo stesso modo, un/un’ amico/a è “coinvolto/a” nel nostro processo di ricovero, ma non è costituente del processo stesso, che è quello che si realizza dentro di noi; un/un’ amico/a è semplicemente una figura che ci ascolta, ci supporta e ci sta vicino.
Il cuore dell’anoressia e dei DCA in generale è il silenzio – per quelli che sono i pregiudizi della maggior parte della gente nei confronti dei DCA e perché riuscire a non parlarne con nessuno ci fa sentire che abbiamo il “controllo”. Forse, perciò, parlarne con una persona cara può essere un ottimo modo per cominciare a spezzare il circolo vizioso.
Tornando a bomba…
Un’altra domanda che balza in mente quando si decide di rivelare l’anoressia è: con che mezzo farlo? Bisogna proprio dirlo a voce? Faccia-a-faccia? Perchè non scriverlo? Tramite lettera? Tramite e-mail? Facendosi aiutare da qualcun altro che già sa?
Ecco, io penso che occorra farlo nel modo che ci è più congeniale e meno ansiogeno. Bisogna cercare di non farsi prendere dall’agitazione. Ma, ogni tanto, c’è anche bisogno di chiudere gli occhi e saltare. Tuffarsi. Mostrarci veramente per quelle che siamo. I veri amici ci amano a prescindere dal nostro vissuto, e ci vogliono reali, non maschere. E ricordate sempre: mai fasciarsi la testa prima d’averla battuta! Le paranoie che ci facciamo sono sempre molto peggiori dei successivi fatti reali. Quante volte è capitato di immaginare l’epilogo di una situazione e di stressarci, innervosirci e spaventarci… ma poi, quando la cosa è effettivamente successa, si realizza che non era poi così terribile come l’avevamo immaginata?! Sono solo le nostre proiezioni mentali che ci fanno paura. Quello che segue, è il sollievo.
Io sto combattendo contro l’anoressia, sto percorrendo la mia strada del ricovero, e secondo me questo è un viaggio estremamente personale… non ci sono 2 viaggi che siano uguali. Perciò, anche nel momento in cui si decide di rivelare l’anoressia, non c’è una soluzione univoca: la modalità giusta per una persona può non esserlo per un’altra. Ognuna di noi ha passato esperienze diverse ed ha un differente background… e la parola “ricovero” ha un significato differente per ciascuna di noi. Io posso dare dei consigli, ma poi sta a ciascuna di voi decidere quando, come e a chi rivelare l’anoressia.
Non c’è un “momento giusto” in assoluto. O meglio, il “momento giusto” c’è, ma è diverso per ciascuna di noi. Ed è un momento che va semplicemente sentito. Siate sicure di voi stesse. Dite solo quello che vi sentite di dire. E se la persona a cui l’avete detto non ha una reazione corretta, non vi scoraggiate: semplicemente, non ne valeva la pena. Non era abbastanza per voi. Non era pronto/a a voi. Noi possiamo conoscere solo quanto concerne noi stesse. Non possiamo indovinare cosa gli altri diranno, faranno o penseranno. Dobbiamo seguire la nostra intuizione, respirare profondamente, e avere la speranza che le cose vadano come devono andare.
Dentro di voi, sapete già cosa c’è da fare. Seguite il vostro istinto e la vostra intuizione.
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sabato 21 novembre 2009
Domanda #7: Come colmare il vuoto
Bene, vedo che le vostre domande stanno continuando ad arrivare! ^__^
Io proseguirò con le mie risposte fintanto che avrò domande sulla lista, quindi se c’è qualcosa che volete chiedermi, basta che lasciate i vostri interrogativi sull’apposito post (che potete trovare QUI).
La domanda cui rispondo oggi è quella che mi pone Aisling.
“Come si fa a colmare quel senso di vuoto, panico che inevitabilmente si prova quando si smette di restringere o di abbuffarsi?”
Domanda decisamente d’interesse generale, direi!
Tra i primi post che ho scritto in questo blog, ce n’è uno che parla proprio di questo. L’ho intitolato “Riempire gli spazi”. Si tratta di una qualcosa contro cui la maggior parte di noi si trova a combattere nel momento in cui decide d’intraprendere un percorso di ricovero, e il perché questo accada mi sembra piuttosto ovvio. Lasciar andare qualcosa che per tanto tempo ha riempito completamente la nostra vita, per quanto il suo apporto potesse essere distruttivo, è difficile. È lo stesso motivo per cui si ha paura a lasciare andare del tutto il DCA, perché si teme di non essere capaci di riuscire mai a sopportare né a colmare quel senso di vuoto. Sebbene l’anoressia faccia stare male, si teme che quel vuoto possa essere ancora peggio.
Aislin, prova a dare un’occhiata al mio post “Riempire gli spazi”, perché penso che quello che ci ho scritto possa rispondere molto bene alla tua domanda.
Inoltre, pensa che tutto si centra intorno ad un’unica domanda: Cosa vuoi fare, d’ora in poi?
Più risposte troverai a questa domanda, meglio sarà. La tua vita è un foglio bianco… devi iniziare a disegnare il tuo capolavoro.
Talvolta è difficile concentrarci su quello che ci piace fare, su quello che ci fa stare bene. Talvolta non abbiamo neanche ben capito cos’è che vogliamo fare perché potrebbe farci stare bene. Non ci siamo date il tempo, troppo convolute nella spirale discendente dell’anoressia per pensarci. Perciò, il tempo che in passato hai dedicato al DCA, adesso devi prenderlo per te stessa: prova a domandarti e a scoprire quello che vorresti fare, quello che ti piace fare, quello che ti fa sorridere o ti fa sentire bene mentre lo fai (eccetto la restrizione alimentare, ovviamente!!), quello che ti fa essere felice e ti permette di esprimere il tuo mondo interiore.
Questo vale per Aisling, e vale per tutte voi, ragazze.
Vi sfido a farvi questa comanda e a trovare la risposta. Vi sfido a riscoprire (o a scoprire per la prima volta) quello che in questo mondo vi fa sentire bene, quello che è veramente la vita. C’è una pletora di cose meravigliose che vi stanno aspettando là fuori. Tutto quello che dovete fare è cominciare a chiedervi: Cosa voglio fare, da ora in poi?, e poi FARLO. E vi accorgerete che è molto più facile di quel che sembra.
P.S.= In perfetta trasparenza, a dimostrazione del fatto che Emma è (è stata, accidenti, è stata…) reale, ecco qui una nostra foto. Non per rispondere alla provocazione, ma per tutte voi. E per Emma. Perché lei è stata speciale e mi ha cambiato la vita. No, lei non è stata speciale. Lei E’ speciale. Lo è ancora. Perché lei è da qualche parte. Anche se non ci credo.
Firenze, 20 Giugno 2007
Io proseguirò con le mie risposte fintanto che avrò domande sulla lista, quindi se c’è qualcosa che volete chiedermi, basta che lasciate i vostri interrogativi sull’apposito post (che potete trovare QUI).
La domanda cui rispondo oggi è quella che mi pone Aisling.
“Come si fa a colmare quel senso di vuoto, panico che inevitabilmente si prova quando si smette di restringere o di abbuffarsi?”
Domanda decisamente d’interesse generale, direi!
Tra i primi post che ho scritto in questo blog, ce n’è uno che parla proprio di questo. L’ho intitolato “Riempire gli spazi”. Si tratta di una qualcosa contro cui la maggior parte di noi si trova a combattere nel momento in cui decide d’intraprendere un percorso di ricovero, e il perché questo accada mi sembra piuttosto ovvio. Lasciar andare qualcosa che per tanto tempo ha riempito completamente la nostra vita, per quanto il suo apporto potesse essere distruttivo, è difficile. È lo stesso motivo per cui si ha paura a lasciare andare del tutto il DCA, perché si teme di non essere capaci di riuscire mai a sopportare né a colmare quel senso di vuoto. Sebbene l’anoressia faccia stare male, si teme che quel vuoto possa essere ancora peggio.
Aislin, prova a dare un’occhiata al mio post “Riempire gli spazi”, perché penso che quello che ci ho scritto possa rispondere molto bene alla tua domanda.
Inoltre, pensa che tutto si centra intorno ad un’unica domanda: Cosa vuoi fare, d’ora in poi?
Più risposte troverai a questa domanda, meglio sarà. La tua vita è un foglio bianco… devi iniziare a disegnare il tuo capolavoro.
Talvolta è difficile concentrarci su quello che ci piace fare, su quello che ci fa stare bene. Talvolta non abbiamo neanche ben capito cos’è che vogliamo fare perché potrebbe farci stare bene. Non ci siamo date il tempo, troppo convolute nella spirale discendente dell’anoressia per pensarci. Perciò, il tempo che in passato hai dedicato al DCA, adesso devi prenderlo per te stessa: prova a domandarti e a scoprire quello che vorresti fare, quello che ti piace fare, quello che ti fa sorridere o ti fa sentire bene mentre lo fai (eccetto la restrizione alimentare, ovviamente!!), quello che ti fa essere felice e ti permette di esprimere il tuo mondo interiore.
Questo vale per Aisling, e vale per tutte voi, ragazze.
Vi sfido a farvi questa comanda e a trovare la risposta. Vi sfido a riscoprire (o a scoprire per la prima volta) quello che in questo mondo vi fa sentire bene, quello che è veramente la vita. C’è una pletora di cose meravigliose che vi stanno aspettando là fuori. Tutto quello che dovete fare è cominciare a chiedervi: Cosa voglio fare, da ora in poi?, e poi FARLO. E vi accorgerete che è molto più facile di quel che sembra.
P.S.= In perfetta trasparenza, a dimostrazione del fatto che Emma è (è stata, accidenti, è stata…) reale, ecco qui una nostra foto. Non per rispondere alla provocazione, ma per tutte voi. E per Emma. Perché lei è stata speciale e mi ha cambiato la vita. No, lei non è stata speciale. Lei E’ speciale. Lo è ancora. Perché lei è da qualche parte. Anche se non ci credo.
Firenze, 20 Giugno 2007
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domenica 15 novembre 2009
Domanda #6: Il circolo vizioso
Vi chiedo scusa, ragazze, ma ho deciso di anticipare ad oggi la risposta alla domanda che mi ha fatto R.: lei mi ha detto, tramite e-mail, che dopodomani inizierà il suo percorso di ricovero in un centro specializzato per DCA... quindi vorrei che leggesse la mia risposta adesso, nella speranza che possa esserle anche solo un pochino d'aiuto per il percorso difficile e coragigoso che ha deciso d'intraprendere...
E quindi, la domanda di R. è:
“Sono anoressica ed ho questo problema: quando sono sottopeso, il mio corpo mi piace e mi sento a mio agio con me stessa, ma so che è deleterio per la mia salute quindi (con l’aiuto della nutrizionista da cui sono seguita), m’impegno a riprendere peso fino a che non ho raggiunto il mio peso-forma. Ma quando ho raggiunto il mio peso-forma comincio a non apprezzare più il mio corpo, mi sento a disagio, sono triste e nervosa, quindi comincio a restringere di nuovo, e torno sottopeso. Quando sono sottopeso… - tornare all’inizio e rileggere tutto questo un sacco di volte, poiché è questa la mia vita da 6 anni a questa parte. Come posso apprezzare il mio corpo quando sono nel mio peso-forma? Come posso rompere questo circolo vizioso?”
I problemi, in questo caso potrebbero essere due. Innanzitutto, la fissa dei numeri. Forse dovresti provare a concentrarti più sull’essere in salute che non sull’essere al tuo peso-forma. Hai modo di non conoscere più il tuo peso? Butta la bilancia che hai a casa. Lascia che la nutrizionista ti pesi, ma dai le spalle all’asticella della bilancia e non farti dire niente. In questo modo, la nutrizionista potrà comunque sapere come stanno andando le cose e comportarsi di conseguenza a seconda che tu abbia perso o preso peso, ma tu non ci starai così male perché non saprai quale è il tuo peso.
So che spesso si comincia a sentirci tristi e a disagio col nostro corpo nel momento in cui si viene a sapere che il numero segnato dalla bilancia è salito. Ma se tu ti concentri sul ritrovare un corretto stato di salute piuttosto che un corretto peso, forse comincerai a odiare meno il tuo corpo, se non ti fissi su quello che dice un numero. Parte del motivo per cui ti piace il tuo corpo quando sei sottopeso potrebbe essere legato al fatto che tu SAI di essere sottopeso. E che questo non è salutare. Il che sembra un po’ la ragione per cui cominci a non apprezzare il tuo corpo quando raggiungi il tuo peso-forma… poiché sai di averlo raggiunto. E questo ti dà ansia. Forse perché quel peso è espresso da un numero che non avresti mai voluto essere.
Non pensare più a te stessa o al tuo peso-forma come a un numero. Prova ad escludere i numeri dalla tua vita. Concretizza che essere in salute è l’unico modo che ti permetterà di vivere la tua vita. La felicità, tuttavia, non seguirà immediatamente la salute; perciò preparati ad essere Infelice quando raggiungerai il tuo peso-forma. Ma l’infelicità non persisterà se tu provi ad accettare il tuo peso-forma senza darti il permesso di restringere ancora una volta. Tu hai tutta la forza per farlo. Certo, prendere peso non è proprio una delle cose più piacevoli del mondo (e questo per la maggior parte della gente, che abbia o meno un DCA), ma pensa che devi farlo solo per un po’. Non durerà all’infinito. E poi, il resto verrà da sé. E’ MOLTO più facile avere una mente felice e in salute quando anche il corpo è tale.
Se acquisisci un peso-forma e lo mantieni per un ristretto lasso di tempo (alcune settimane, qualche mese) prima di ricominciare a restringere ricominciando a percorrere il circolo vizioso, semplicemente questo tempo non è abbastanza per venire a patti col tuo peso fisiologico e tutte le altre cose che lo concernono. Non ti dai mai la possibilità. Ti stai fregando con le tue stesse mani. Non puoi progredire sulla strada del ricovero se ti sottoponi a continui auto-sabotaggi.
Ti costerà un sacco di dolore, lacrime e frustrazione, ma se ti permetti di sopportare il tuo peso-forma quanto più a lungo possibile, ti accorgerai che le cose non sono poi così difficili come sembravano nei primi tempi. Spesso, quando siamo sottopeso, siamo felici per quella che è la nostra esteriorità, ma non siamo felici del tutto. Quella che tu desideri e meriti, invece, è una felicità totale, non una felicità fasulla data da un corpo che forzia a stare a un peso più basso del tuo peso fisiologico.
So che il ciclo continua anche se non te ne rendi conto – credimi, l’ho vissuto e lo sto vivendo anch’io – ma al fine di spezzarlo, devi esserne conscia. Estremamente conscia. Devi venirci a patti. In questo modo, quando raggiungerai il tuo peso-forma, sarai CONSAPEVOLE di ciò che succederà. Perché è già successo. Ma sarai CONSAPEVOLE anche di quello che stai cercando veramente. E non sarà più un numero a fermarti. Questo è l’atto di forza più grande che tu possa mai fare: dirigere consapevolmente i tuoi pensieri.
Non è il numero il problema. Lo so io, lo sai tu, lo sappiamo tutte. Il peso è una sciocchezza. Focalizzati sulla salute, e dimentica la bilancia. Ci sono i professionisti a monitorarti adesso, senza più bisogno che lo faccia tu.
In bocca al lupo per il ricovero!
E quindi, la domanda di R. è:
“Sono anoressica ed ho questo problema: quando sono sottopeso, il mio corpo mi piace e mi sento a mio agio con me stessa, ma so che è deleterio per la mia salute quindi (con l’aiuto della nutrizionista da cui sono seguita), m’impegno a riprendere peso fino a che non ho raggiunto il mio peso-forma. Ma quando ho raggiunto il mio peso-forma comincio a non apprezzare più il mio corpo, mi sento a disagio, sono triste e nervosa, quindi comincio a restringere di nuovo, e torno sottopeso. Quando sono sottopeso… - tornare all’inizio e rileggere tutto questo un sacco di volte, poiché è questa la mia vita da 6 anni a questa parte. Come posso apprezzare il mio corpo quando sono nel mio peso-forma? Come posso rompere questo circolo vizioso?”
I problemi, in questo caso potrebbero essere due. Innanzitutto, la fissa dei numeri. Forse dovresti provare a concentrarti più sull’essere in salute che non sull’essere al tuo peso-forma. Hai modo di non conoscere più il tuo peso? Butta la bilancia che hai a casa. Lascia che la nutrizionista ti pesi, ma dai le spalle all’asticella della bilancia e non farti dire niente. In questo modo, la nutrizionista potrà comunque sapere come stanno andando le cose e comportarsi di conseguenza a seconda che tu abbia perso o preso peso, ma tu non ci starai così male perché non saprai quale è il tuo peso.
So che spesso si comincia a sentirci tristi e a disagio col nostro corpo nel momento in cui si viene a sapere che il numero segnato dalla bilancia è salito. Ma se tu ti concentri sul ritrovare un corretto stato di salute piuttosto che un corretto peso, forse comincerai a odiare meno il tuo corpo, se non ti fissi su quello che dice un numero. Parte del motivo per cui ti piace il tuo corpo quando sei sottopeso potrebbe essere legato al fatto che tu SAI di essere sottopeso. E che questo non è salutare. Il che sembra un po’ la ragione per cui cominci a non apprezzare il tuo corpo quando raggiungi il tuo peso-forma… poiché sai di averlo raggiunto. E questo ti dà ansia. Forse perché quel peso è espresso da un numero che non avresti mai voluto essere.
Non pensare più a te stessa o al tuo peso-forma come a un numero. Prova ad escludere i numeri dalla tua vita. Concretizza che essere in salute è l’unico modo che ti permetterà di vivere la tua vita. La felicità, tuttavia, non seguirà immediatamente la salute; perciò preparati ad essere Infelice quando raggiungerai il tuo peso-forma. Ma l’infelicità non persisterà se tu provi ad accettare il tuo peso-forma senza darti il permesso di restringere ancora una volta. Tu hai tutta la forza per farlo. Certo, prendere peso non è proprio una delle cose più piacevoli del mondo (e questo per la maggior parte della gente, che abbia o meno un DCA), ma pensa che devi farlo solo per un po’. Non durerà all’infinito. E poi, il resto verrà da sé. E’ MOLTO più facile avere una mente felice e in salute quando anche il corpo è tale.
Se acquisisci un peso-forma e lo mantieni per un ristretto lasso di tempo (alcune settimane, qualche mese) prima di ricominciare a restringere ricominciando a percorrere il circolo vizioso, semplicemente questo tempo non è abbastanza per venire a patti col tuo peso fisiologico e tutte le altre cose che lo concernono. Non ti dai mai la possibilità. Ti stai fregando con le tue stesse mani. Non puoi progredire sulla strada del ricovero se ti sottoponi a continui auto-sabotaggi.
Ti costerà un sacco di dolore, lacrime e frustrazione, ma se ti permetti di sopportare il tuo peso-forma quanto più a lungo possibile, ti accorgerai che le cose non sono poi così difficili come sembravano nei primi tempi. Spesso, quando siamo sottopeso, siamo felici per quella che è la nostra esteriorità, ma non siamo felici del tutto. Quella che tu desideri e meriti, invece, è una felicità totale, non una felicità fasulla data da un corpo che forzia a stare a un peso più basso del tuo peso fisiologico.
So che il ciclo continua anche se non te ne rendi conto – credimi, l’ho vissuto e lo sto vivendo anch’io – ma al fine di spezzarlo, devi esserne conscia. Estremamente conscia. Devi venirci a patti. In questo modo, quando raggiungerai il tuo peso-forma, sarai CONSAPEVOLE di ciò che succederà. Perché è già successo. Ma sarai CONSAPEVOLE anche di quello che stai cercando veramente. E non sarà più un numero a fermarti. Questo è l’atto di forza più grande che tu possa mai fare: dirigere consapevolmente i tuoi pensieri.
Non è il numero il problema. Lo so io, lo sai tu, lo sappiamo tutte. Il peso è una sciocchezza. Focalizzati sulla salute, e dimentica la bilancia. Ci sono i professionisti a monitorarti adesso, senza più bisogno che lo faccia tu.
In bocca al lupo per il ricovero!
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