Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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venerdì 17 maggio 2013

La strategia del derby perpetuo

[Premessa: Questo post, tra il serio (nella prima parte) e il faceto (nella seconda) si propone semplicemente d’ironizzare sulla difficoltà che quotidianamente incontra chi ha un DCA nel tentativo di sfuggire dai pettegolezzi della gente relativi alla propria malattia. Perché per combattere contro l’anoressia c’è bisogno anche di tanta (auto)ironia. Buona lettura, e… spero di riuscire a strapparvi almeno un sorriso.

“Il cuore dei disturbi alimentari è il silenzio. Rompi il silenzio” – recita uno dei messaggi positivi che ho riportato nella colonnina di destra di questo blog. Sono in accordo con quest’affermazione, perché credo che il non tenersi tutto dentro sia il primo passo per spezzare il circolo vizioso del DCA, che si alimenta anche del nostro silenzio, dando a noi stesse il permesso di cominciare a combattere chiedendo aiuto. Rimanere in silenzio significa infatti cercare di negare a noi stesse per prime che abbiamo un problema, nella puerile auto-convinzione che i panni sporchi si lavino in casa, salvo poi scoprire che le macchie che l’anoressia/la bulimia lasciano nella nostra vita sono un qualcosa che va ben oltre le nostre capacità di operare un auto-sbiancamento. Penso perciò che sia importante, nonché grande atto di coraggio e responsabilità verso noi stesse, il riuscire a tirare fuori il DCA, cominciando così ad impedirgli di fungere da padrone incontrastato dei nostri pensieri.

Tuttavia, ritengo che questa frase debba anche essere opportunamente interpretata: rompere il silenzio, infatti, non deve essere inteso come sinonimo di prendere un megafono ed andare a spiattellare il nostro DCA in pubblica piazza. È ottimo il riuscire a parlarne con dietisti e psicoterapeuti, perché sono persone professionalmente preparate ed in grado di darci una mano in maniera concreta per combattere contro l’anoressia. Va benissimo anche il riuscire a parlarne con familiari e amici veramente fidati, perché credo che comunque un percorso di ricovero affrontato avendo accanto persone supportive possa essere almeno un pochino più facile. Sì, okay, “facile” per modo di dire, credo che sappiamo tutte benissimo quanto sia dura percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, inutile che mi ripeta, però, a parità di lotta da sostenere, magari se ci affianca qualcuno che fa il tifo per noi e che tenta nel suo piccolo di darci una mano quando siamo più in difficoltà, male non fa.

Penso però che sia opportuno non allargare ulteriormente la cerchia. Soprattutto, penso sia importante non diffondere la notizia che abbiamo un DCA tra i nostri colleghi di lavoro/colleghi universitari/compagni di classe/compagne di squadra. Questo non perché il DCA sia un qualcosa di cui dobbiamo vergognarci, ma semplicemente perché, purtroppo, la maggior parte delle persone è estremamente disinformata e tenacemente ancorata ad una montagna di luoghi comuni quando si parla di disturbi alimentari. Per cui, se nel vostro ambiente lavorativo/universitario/scolastico/sportivo viene fuori che avete un DCA, sarete inesorabilmente vittime di un’etichettatura che non vi gioverà affatto. Sarete immediatamente schedate come la “Jessica l’anoressica” della scuola/dell’ufficio, vi sparleranno alle spalle, diventerete “quella matta”, infantile, viziata, a causa di tutti i luoghi comuni che girano sui DCA, e sarà molto difficile recuperare un briciolo di considerazione. Verrete ostracizzate e stigmatizzate. Lo dico sia per esperienza personale, sia per cose che mi sono state raccontate.

Ovviamente immagino che nessuna di voi abbia la benché minima intenzione di raccontare ai quattro venti del proprio DCA, tuttavia a volte la fisicità e i comportamenti che si tengono nei confronti del cibo sono tali per cui chiunque ci sta intorno capisce comunque che abbiamo un problema dell’alimentazione.

Se ripenso a me stessa quando facevo il 1° anno di Università, vedo uno scheletrino che a mensa mangiava a malapena un paio di bocconi di pasta, una sottiletta di carne, una mela e uno yogurt. Scontato che chiunque mi abbia vista in quel periodo abbia capito quale fosse il mio problema.

La gente non è cieca, certe cose sono talmente palesi che anche chi non è esperto in DCA le capisce. Se si è fortunate, le persone che hanno capito tutto si terranno per sé questa consapevolezza, e tireranno avanti facendo finta di niente. Se si è un po’ meno fortunate, le persone che hanno capito tutto si metteranno a starnazzare in giro relativamente al nostro DCA. Arriviamo dunque al punto di questo post: come mettere a tacere i colleghi/i compagni che hanno capito che abbiamo un DCA e sono pronti a diffondere la notizia in mondovisione? Scommetto che molte di voi stanno già rispondendo mentalmente con un qualcosa come: bisogna negare. Negare anche l’evidenza. Negare sempre, tutto e comunque. Okay, basilarmente è corretto. Solo che a volte non basta. Perché le rivelazioni dei nostri colleghi/compagni relativamente al fatto che noi abbiamo un DCA spesso e volentieri ci piombano addosso all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo, per esempio mentre stiamo facendo il riscaldamento con tutta la nostra squadra di [inserire sport] in attesa dell’allenamento, e allora, colte totalmente alla sprovvista, è difficile avere la freddezza di negare tutto come se niente fosse, e molto più probabilmente ci ritroveremo incerte a balbettare qualcosa come: “Ma, no, veramente io… bè, ultimamente mi è capitato qualche volta di mangiare un po’ meno, ma non vuol dire niente, è solo che avevo meno fame del solito… e poi non sono mica dimagrita, forse è la maglietta nera che mi snellisce…”. Mettere in piedi una difesa incerta così equivale al firmare la vostra condanna a morte. La persona che ha lanciato l’esca avrà la certezza che state nascondendo qualcosa, e non ci penserà due volte a diffondere lo scoop di cui è appena venuta a conoscenza.

Come riuscire dunque a gestire situazioni spinose di questo tipo?

A mio avviso, per pararsi il culo in maniera efficace quando qualcuno tira fuori l’alzata d’ingegno relativamente al fatto che noi potremmo avere un DCA, occorre mettere in atto quella tattica comunicativa che può essere definita come “teoria del derby perpetuo” o “strategia delle scimmie urlatrici”. È in effetti un qualcosa che tutte noi conosciamo molto bene, poiché è entrato a far parte del vivere quotidiano, in particolare tra i mass-media (TV in primis).

Vorrei quindi spiegarvi un po’ come funziona. Il meccanismo è semplicissimo: alzare immediatamente il livello dello scontro. Anzi, di fatto si fa ben più di questo: si rende impossibile lo scontro prendendo la realtà e rivoltandola come un calzino, usando toni eccessivi e sbalorditivi allo scopo di lasciare completamente interdetto il vostro interlocutore. È una tattica comunicativa ad oggi decisamente in auge.

Vi faccio un esempio che possa aiutarvi a comprendere meglio il meccanismo.

È l’ora di pranzo e tu, mia cara lettrice, sei seduta ad un tavolo della mensa universitaria/scolastica/lavorativa. “Grazie” al tuo DCA il tuo peso è decisamente molto basso, e tutto quello che hai nel tuo vassoietto è un’insalatina scondita ed uno yogurt magro. È un pasto assolutamente insufficiente rispetto al tuo fabbisogno, e tu lo sai benissimo (chiunque abbia un DCA sa benissimo che mangia in maniera scorretta, così come gli allenatori sanno benissimo quando la loro squadra ha fatto cagare), tuttavia non aggiungi altro al tuo pranzo, perché la voce dell’anoressia che ti rimbomba sempre in testa non te lo permette.

Poniamo che di fronte a te sia seduta la tua compagna/collega Pinca Pallina, che vede il tuo pallore cadaverico, il tuo fisico emaciato, il tuo vassoietto semivuoto, e ti faccia un’osservazione ponderata, diciamo più o meno sulla falsariga di: “Ma hai qualche problema? Ti vedo così deperita, e non mangi mai niente, anche oggi hai preso solo quest’insalata e lo yogurt, mi sembra un po’ pochino. Sono preoccupata, perché qualche tempo fa ho letto un articolo al riguardo, e mi viene da pensare che anche tu possa essere anoressica”. Le altre persone sedute allo stesso tavolo si girano e ti fissano, perché hanno subito captato il potenziale pettegolezzo. A questo punto, tu potresti rispondere in diversi modi – non ultimo, ringraziando Pinca Pallina per il suo interessamento, e cercando di spiegarle che è solo un periodo in cui non hai molto appetito – ma potresti anche risponderle così: “Ma te un mazzetto di cazzi tuoi non te li fai mai, eh?! Che diamine ne sai di anoressia e di articoli che parlano di anoressia, tu, che sei un’illetterata analfabeta, come tutte le terrone, del resto, perciò non mi sembra proprio il caso di accettare illazioni da chi in vita sua ha letto probabilmente soltanto la biografia di Francesco Totti e fa addirittura fatica a leggere la composizione chimica sul fustino del Dash le poche volte che sta seduta sul cesso senza aver vicino una copia di "Top Girl"”. Una risposta di una violenza verbale tale, contiene insulti gratuiti tanto fastidiosi e provocatori che rende impossibile una replica che non sia un’accorata, indignata – o magari persino sconcertata e balbettante – difesa.

Hai costretto Pinca Pallina ad incazzarsi per l’orrenda generalizzazione sui meridionali e, al contempo, la costringi anche a difendersi dall’accusa di leggere soltanto "Top Girl" e i fustini del Dash. Inoltre, se hai la possibilità di amplificare ulteriormente la tua invettiva coinvolgendo le altre persone che sono sedute al vostro stesso tavolo, puoi recitare la parte della vittima (“Pinca Pallina mi sta dando dell’anoressica solo perché lei non è riuscita a seguire la sua dieta!”) inducendo gli altri a schierarsi dalla tua parte, e ottenendo così il risultato desiderato: della tua presunta anoressia non parlerà più nessuno. Ci saranno i pro-Pinca Pallina e quelli che si schiereranno dalla tua parte, gli anti-terroni e i meridionali orgogliosi, e tutto finirebbe in una caciara facendo svanire completamente l’originale motivo del discutere.

Poi, in un secondo momento, puoi anche modificare la tua versione dei fatti. Puoi benissimo ritrattare la tua stupida frase sui meridionali. Ci si mette a posto la coscienza (in realtà no, diciamo che si sistemano eventuali pendenze future), ma intanto l’obiettivo è stato raggiunto. E le smentite, in questo Paese, stanno solitamente in un trafiletto a margine a pagina 25, mentre gli insulti e le diffamazioni occupano 9 colonne in prima.

Il meccanismo è semplice: prendete la realtà, stravolgetela il più possibile, usate toni offensivi e smaccatamente sopra le righe.

Se qualcuno vi dice: “Mi sembri decisamente troppo magra”, tirategli un cazzotto da muratore in faccia all’improvviso. Se la volta successiva, invece di tirargli una cartella nei denti, gli dite soltanto: “Vaffanculo, demente”, quasi quasi vi ringrazierà.

Alzare i toni dello scontro per rendere il confronto e le spiegazioni impossibili.
Funziona.

(La nostra classe politica ne è il più fulgido esempio.)
 
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