Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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domenica 17 gennaio 2010

Memories of a special day...



Perché ho guardato nei tuoi occhi, e c’era lo stesso riflesso presente nei miei.

Carissima Fighter, la prima cosa che vorrei dirti, che vorrei gridare se potessi, è che sono qui. Che ci sono. Che sono pronta per ogni tuo sfogo. Che sono felice che ieri, in una giornata dove ti sei guardata dall’interno e poi dall’esterno, dove ti sei cercata e respinta, dove hai cercato un filo e l’hai trovato di acciaio e forse ti ha stretto il collo, hai voluto condividerlo con me. Mi hai mostrato un pezzo del tuo dolore, un pezzo tutto tuo che forse hai sempre reputato incondivisibile. Mi è arrivato tutto. E ti ringrazio, ti ringrazio perché so quanto sia vergognoso farlo, quanto ci si possa sentire stupide. Sono contenta che ti sia sentita libera di parlare con me. Non potrei mai reputarti stupida per ciò che mi hai detto. Non mi fai paura. Mi fanno paura tutti quelli che affermano di non avere mai paura, tristezza, rabbia, noia. Mi fanno paura perché non riconoscono di essere umani.

Mente parlavamo, ieri pomeriggio, mi hai detto che razionalmente capisci le cose ma poi non riesci ad applicarle, e ti chiedi dov’è che sbagli. Io non ho una risposta, però quello che vedo in me come l’errore più clamoroso è stato il sentirmi perennemente sbagliata. L’errore più grosso.

Cerchi di definirti, di capire chi sei e cosa vuoi dal futuro. Però credimi, Fighter, nessuna etichetta ti basterà. Anoressica, bulimica, borderline, depressa, autolesionista, essere umano, maggiorenne, donna, bambina, figlia, compagna, controllata, malata, disperata, morta, viva… non ti basterà. Non ti basterà perché ogni giorno si saltella tra le mille etichette che ci diamo, perché ogni giorno ci mettiamo sulla fronte Post-It diversi sui quali scriviamo una parola che chi ci guarda non sa leggere, che noi stesse non riusciamo a leggere, che la pioggia cancella, che il vento lascia volare via. E allora ce ne marchiamo a fuoco un’altra, ma anche quella si cicatrizza, viene coperta dai capelli, occhi distratti se ne dimenticano… per qualche istante ce ne dimentichiamo. Non ci basterà definirci perché il nostro muoverci non ce lo permette. Ma questa è una ricchezza. È una ricchezza che rischia di farci sembrare povere, derelitte: è la ricchezza di sapere di non sapere, di avere chiaro quanto sia ciò che ci manchi. Però dovresti faticosamente tentare di gettare uno sguardo su quello che hai, perché non esiste il niente. Dimmi dolore, dimmi senso di vuoto, dimmi rabbia, disperazione, dimmi voglia di morire, dimmi voglia di cambiare, dimmi incapacità di rispondere attivamente a questa voglia, ma non dirmi niente. Mi prendi in giro. Ti prendi in giro. Non rispetti il dolore che hai dentro. Almeno quello consideralo. Perché anche se ci fosse solo lui come mi è sembrato tante volte, non è neanche paragonabile al niente.

Riconosco la difficoltà nel seguire il “regime alimentare” di cui mi hai parlato, soprattutto nei primi momenti. Però credo che sia importante. È importante perché se tramite questo “regime alimentare” riusciamo a metterci d’accordo con il DCA in qualche modo vuol dire che ci interagiamo e che non lasciamo che ci divori interamente. Non ci saremmo potute abbracciare ieri. Io avrei perso tanto se non avessi vissuto ieri pomeriggio.

Anni ed anni spesi in compagnia di un DCA sono tanti. Sembrano una vita intera. Forse lo sono. Dunque, l’equazione che viene in mente immediatamente è: “è stato così sempre = sarà così sempre”. Non è detto che non sia vero. Quello che è vero è che non possiamo pretendere che la vita segua un linguaggio matematico. Essa segue un linguaggio che non conosciamo, o che conosciamo solo in parte. Ma lei segue una logica imprevedibile, improvvisata certe volte. Con questo, quell’equazione maledetta ogni tanto mi salta in mente e sento che mi schiaccia. Ma è un’equazione mia. La vita può fregarsene. Se poi non se ne frega, forse sono io a suggerirgliela.
Eppure, nonostante i quintali di buio che sembrano permeare una vita in compagnia dell’anoressia, ieri pomeriggio ho visto da una fessurina uno spiraglio di luce. Un’opportunità. Perché, volendo, ogni giorno lo è. Se solo avessimo la forza di coglierla. Se non ci fosse tutta questa presunzione, questa convinzione, questa ostinazione, questa paura.

In ogni caso, Fighter, per qualsiasi cosa, io ci sono. Ci sono. Mi sembra strano dirlo, ma ci sono. Voglio rivederti ancora, riabbracciarti ancora, ascoltare le tue parole. Perchè c’è una vita intera dentro. C’è dolore, ci sono tanti scuotimenti del capo. Ma non è affatto vero che non c’è niente. Ogni tua parola, ieri, per me è stata un regalo immenso. Magari non riesco neanche a farti capire quanto lo sia stata.

Vorrei solo dirti che ti penso. Che sei in ogni passo che faccio. Costantemente nei miei pensieri. Ti penso, ti intrecci con me e con tutto quello che ho (dalla speranza alla fatica al dolore).

Perché ho guardato nei tuoi occhi, e c’era la stessa luce presente nei miei.
 
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