Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 5 luglio 2013

ACT: una nuova possibile terapia per l'anoressia

[Innanzitutto, vi ringrazio per aver risposto al P.S. del mio post precedente. Riassumendo per grandi linee, le tematiche che più v’interessano sono relative alle nuove scoperte e ai nuovi studi (anche relativamente all’aspetto genetico) che vengono fatti sull’anoressia, alle novità terapeutiche per i DCA, alle strategie di auto-aiuto, agli adattamenti del nostro organismo alla restrizione alimentare, nonché alla mia esperienza personale. Okay, prometto che toccherò tutti questi punti nei prossimi post… cominciando da quello che mi sta più a cuore, ovvero le novità relativamente alla terapia dei DCA. (Dato che fare prevenzione è d’estrema difficoltà, diagnosi precoce e terapia sono le principali armi che dovrebbero essere affinate contro i DCA…)]



Per molte malattie – fisiche e psichiche – ad oggi esiste una terapia ben precisa e validata da tutto il mondo scientifico. Ciò non vale per l’anoressia: attualmente non si conosce alcuna terapia (né farmacologica ne psicologica) che permetta in maniera mirata di guarire dall’anoressia. Esistono molti approcci differenti, che consentono di fare dei passi avanti sulla strada del ricovero, ma nessuna terapia univocamente efficace. Pertanto, numerose sono le ricerche tuttora in atto per cercare di trovare approcci terapeutici sempre più efficaci ai DCA. Tra quelle che ho letto, la prospettiva terapeutica che mi pare più promettente ed interessante è la cosiddetta “AC-Therapy” (Acceptance and Commitment Therapy). Come la DBT (Dialectical Behavioral Therapy), anche la ACT è in un certo senso un derivato della terapia cognitivo-comportamentale (che, a me personalmente, non piace granchè come approccio ai DCA – mia opinione personale), rispetto alla quale presenta però diverse importanti differenze.

Sono da poco usciti 2 nuovi studi (uno pubblicato in una rivista scientifica americana, l’altro presentato alla “London Conference on Eating Disorders") che comparano la ACT ai più comuni approcci terapeutici all’anoressia. Nessuno dei 2 studi rivela che la ACT porti ad una significativa riduzione dei pensieri e di comportamenti tipici dei DCA, sebbene venga evidenziato che la ACT riduce significativamente le ricadute durante i 6 mesi successivi ad un ricovero.

Okay, ma in che cosa consiste questa ACT?, vi starete chiedendo.

La ACT è una terapia il cui obiettivo primario, diversamente dalle terapie più frequentemente applicate, non è quello di ridurre i sintomi dell’anoressia/bulimia. Piuttosto che ridurre i sintomi in se, la ACT ritiene che la riduzione dei comportamenti patologici possa essere la conseguenza spontanea dell’essere riusciti a ridurre l’ansia sottostante. Come? Accettando le cose che non possiamo controllare, e cercando di cambiare quello che possiamo cambiare. Osservare e considerare se stesse e il mondo circostante nel presente è uno degli elementi-chiave di questo tipo di terapia, che si basa sul dare priorità a ciò che per la persona è veramente importante nella vita, a prescindere da ciò che l’anoressia le suggerisce. Per esempio, se noi consideriamo l’amicizia come una priorità nella nostra vita, e un amico c’invita ad andare a mangiare una pizza insieme, noi dovremmo andarci, senza validare la voce dell’anoressia che ci dice di restare a casa per poter continuare a restringere l’alimentazione, o per non derogare dall’ “equilibrio alimentare”. Questo significa accettare il fatto che andare a mangiare quella pizza ci farà sentire in ansia e sarà psicologicamente stressante, ma validare l’importanza dell’amicizia. Scrivono gli autori dello studio che ho menzionato prima e che è stato pubblicato poche settimane fa su “Behavior Modification” (Juarascio et al., 2013

“L’evitamento, ovvero il cercare di negare e rimuovere le esperienze dolore vissute, nonché il sottrarsi a certe situazioni, anche quando il farlo è inefficace o riduce la capacità d’impegnarsi in comportamenti desiderati, si pensa stia alla base di molta sofferenza psicologica (Hayes et al., 2004). In definitiva, la priorità di evitare pensieri angoscianti, sentimenti ansiogeni, o eventi che mettono in difficoltà, riduce la capacità di adottare misure comportamentali che sono necessarie per vivere una vita degna. Pertanto, la ACT insegna alle pazienti come ottenere distanza psicologica da esperienze dolorose interne, chiarire quali sono veramente le cose che ognuno considera come prioritarie nella propria vita oltre il DCA, e creare obiettivi che possono aiutare le pazienti a vivere la propria vita più appagante, ad avere una vita piena di significato, e aumentare la volontà di sperimentare esperienze interne negative al fine di ottenere risultati che possono comunque migliorare la qualità della vita.
Poichè l’evitamento (di persone, situazioni, cibi, etc…) è un qualcosa con cui le persone affette da anoressia hanno frequentemente a che fare (è uno dei nodi focali dei DCA, in effetti), questo spiega come mai la ACT possa essere una buona terapia per i disturbi alimentari.”
(mia traduzione) 

Cos’hanno scoperto i ricercatori? 

In breve, i ricercatori hanno reclutato 140 donne affette da DCA, che erano state ricoverate al “The Renfrew Center” di Philadelphia, e hanno comparato il normale trattamento ricevuto in questo centro, con lo stesso normale trattamento a cui erano state aggiunti 2 incontri ogni settimana di terapia ACT di gruppo. Circa metà delle donne erano affette da anoressia, l’altra metà da bulimia. Età per lo più intorno ai 26 – 27 anni, la più giovane una 18enne, la più grande una 55enne. I ricercatori hanno valutato le variazioni del B.M.I. tanto quanto le variazioni dei comportamenti e dei pensieri tipici dei DCA, nonché la capacità di riuscire a prendere le distanze dai pensieri ansiogeni, l’accettazione del venir meno del senso di controllo, e la regolarizzazione delle emozioni.

Le donne che erano state sottoposte alla terapia ACT, avevano fatto 6 incontri di gruppo (per un totale di 3 settimane di durata della terapia, facendo 2 incontri ogni settimana). Il che mi fa pensare ad un uso non particolarmente forte di questa terapia. 6 incontri? Tutto qui? Secondo me non si può neanche propriamente parlare di terapia, se il tutto si riduce a 6 incontri. È come guardare uno spot pubblicitario sulle vacanze alle Bahamas, e poi dire che ci si è state.

Comunque, al di là della mia opinione personale sulla durata della terapia, entrambi i gruppi (sia quello che non era stato sottoposto alla ACT, sia quello che c’era stato sottoposto) avevano mostrato miglioramenti significativi rispetto alla patologia. Questo però non sorprende, visto che la valutazione era stata fatta rispetto ai comportamenti che queste donne presentavano al momento dell’ingresso in clinica, per cui è abbastanza ovvio che dopo il ricovero ci fosse stata una riduzione della restrizione alimentare, del vomito auto-indotto, delle abbuffate, anche se la terapia in se fosse stata inefficace. Non c’era stata una riduzione superiore di questi comportamenti nelle donne che avevano seguito anche la ACT. Tuttavia, queste ultime riuscivano a gestire meglio la propria alimentazione dopo la dimissione dalla clinica, e avevano un tasso di ricadute decisamente inferiore (3,5% contro il 18%). E questo mi sembra un dato decisamente importante e significativo.

Altri aspetti sono stati considerati “trending towards statistical significance”, il che significa che hanno avuto una certa rilevanza, ma statisticamente parlando non abbastanza. Questo potrebbe voler dire sia che lo studio dovrebbe essere ripetuto su un numero maggiore di partecipanti per incrementarne la rilevanza statistica, sia che i ricercatori hanno cercato di glissare su dati che non corrispondevano propriamente alle loro aspettative.

Nell’altro studio, quello presentato alla “London Eating Disorder Conference” diretta da Ata Ghaderi, i ricercatori hanno randomizzato 43 donne affette da anoressia sottoponendole o a terapia tradizionale, o ad ACT, in ambo i casi facendo 19 sedute, e affiancandole con psicoterapia settimanale, corretto regime alimentare, e controlli medici occasionali. I ricercatori hanno poi comparato B.M.I., qualità della vita, strategie di coping, e pensieri e comportamenti tipici del DCA tra i 2 gruppi al termine del trattamento. (Piccola precisazione: solo il 58% delle partecipanti ha portato a termine lo studio.)

Entrambi i gruppi hanno mostrato un più o meno equivalente incremento del B.M.I. durante il trattamento, ma la frequenza delle ricadute post-trattamento è stata un po’ inferiore nelle donne che avevano seguito la ACT.

In conclusione, mi sa tanto che la ACT non è la terapia rivoluzionaria e risolutiva per guarire sempre e definitivamente dall’anoressia… del resto, ma quale terapia lo è? Penso però che sia un buon punto di partenza, la trovo una terapia valida, e credo che dovrebbe essere condotto un maggior numero di studi scientifici al riguardo, più che altro per capire quale tipologia di pazienti potrebbero giovare maggiormente di questo tipo di terapia, e se potesse essere utile l’impiegarla in associazione ad altri tipi di terapia tuttora già in uso per il trattamento dei DCA.

13 commenti:

Eve K. ha detto...

Wow, davvero interessante... Chi lo sà, magari riescono a trovare qualcosa di migliore... Già questa ACT non sembra tanto male...
Bel post, informativo :)

justvicky ha detto...

premetto che ero qui a girare per blogger con FINALMENTE un po' di tempo da perdere senza sentirmi in colpa e vedo il tuo aggiornamento e penso: cavolo ma veggie non aggiorna piu solo il venerdì??
e poi
cristo ma oggi è venerdì!
sono completamente fuori dal flusso temporale.


tornando a cose inerenti al post...
bè nemmeno a me è piaciuta più di tanto questa nuova proposta. O meglio. L'idea di base potrebbe essere interessante, ma le indagini svolte sono insufficenti a determinare l'efficacia o meno
e bisognerebbe sviluppare il progetto in maniera più mirata e continuativa.
(a mio parere).

Volevo porti una domanda sempre inerente ai nuovi studi e metodi di supporto per i dca:
credo che avere uno schema alimentare da seguire sia fondamentale, e che sia ugualmente importante lavorare anche sui metodi e sui tempi di assunzione del cibo
(x es: imparare a mangiare con gli altri e non rintanati in camera, non impiegare 4 ore per finire uo yogurt ecc).Ho letto che spesso si cerca di insegnare a "mangiare meccanicamente" in modo da creare meno pensieri ansiogeni possibili riguardo al cibo.
Tuttavia la domanda che mi sorge è...e poi? okkei sembrerà banale. Ma, e poi?L'obbiettivo di na terapia non dovrebbe essere , tra le altre cose, riuscire a rendere il rapporto del soggeto con il cibo più "sano" e "armonioso"? Una forte schematizzazione dei cibi, delle azioni per assumerli, non è ugualmente dannoso? Non si crea cmq un fattore d'ansia ogni qual volta questi schemi verranno a mancare ( e verranno a mancare perchè la vita offre mille imprevisti!!)?
non so se è chiara la mia domanda....


ti stringo

Wolfie ha detto...

Penso che l’idea di base sia buona, anche perché mi piace moltissimo l’idea di poter lavorare con la terapia più sull’emotività che non strettamente sui comportamenti, perché lavorare sui comportamenti è relativamente facile, mentre invece è immensamente più difficile lavorare sull’ansia che spesso e volentieri guida tanti nostri comportamenti tipici del dca!!!!!!!
Allo stesso tempo, penso che lo studio che hai raccontato in questo post sia ancora un pochetto insufficiente per poter dire se questa act sia efficace o meno, secondo me bisognerebbe fare degli studi diversi anche se sempre centrati su questa terapia, per vedere se su studi diversi i risultati possano variare. Oppure bisognerebbe ripetere anche lo stesso studio, però su un numero di persone nettamente maggiore, perché penso che solo così si possa ottenere un risultato meno soggettivo e più oggettivo, e quindi più attendibile.
Spero che comunque, in generale, la comunità scientifica dia più attenzione, più spazio a studi che si occupano di cercare di trovare delle terapia maggiormente efficaci per i dca, perché alla fine sono malattie anche gravi e pericolose né più e né meno di certe malattie fisiche, quindi sarebbe bello se ci fosse un’attenzione maggiore.

Leggevo qui sopra il commento di justvicky e vorrei darle una mia risposta:
justvicky, io non me ne intendo assolutamente di tecniche psicoterapeutiche relative all’alimentazione, ti posso solo dire che all’inizio avevo una psicoterapeuta che mi fece seguire questo schema di “alimentazione meccanica”, e su di me è stato un completo insuccesso. A me il mangiare “meccanicamente” non mi dava meno ansia, anzi, me ne dava di più perché mi sentivo forzata in uno schema che non ero ancora mentalmente disposta ad accettare, per cui poi non riuscivo a controllarmi, mi abbuffavo, e via di corsa in bagno. Quella psicoterapeuta insisteva con questa metodica, così alla fine ho lasciato la psicoterapia e mi sono rivolta ad un’altra persona perché in quel modo per me non era fattibile. Con la nutrizionista e la psicologa che mi seguono adesso ho uno schema alimentare molto più “morbido” e meno impositivo, e le cose vanno molto meglio.

Piccola G. ha detto...

Questo post è davvero interessante, grazie mille per aggiornarci sempre!
Un bacio.

Sarah995 ha detto...

Io, di solito, quando faccio qualcosa che mi rende felice, mi distrae e mi piace sento molta meno ansia quando devo poi rapportarmi con me stessa e, soprattutto, con il cibo.
Anche secondo il mio vecchio psicoterapeuta, se avessi potuto vivere le giornate al maneggio (amo l'equitazione alla follia)sarei migliorata...

PrettyLittleGirl ha detto...

Io non saprei quale sia la terapia piú "giusta" per curare l'anoressia e penso che moltissimo dipenda dalla storia personale e da come il sintomo é strutturato e funziona per la persona che ne soffre.
Per cui beh,secondo me prima é importante che i curanti siano piú umani possibili nel valutare questi parametri e preservare il piú possibile la soggettivitá della persona per aiutarla a ricostruirsi senza che il sintomo diventi "troppo protagonista" anche del percorso di cura, rischiando cosi di dargli importanza focalizzando tutta l'attenzione su di esso (questo non significa sminuirne la pericolositá ovviamente).
A questo proposito posso dire che, sicuramente per me, é stato utilissimo il fatto che la mia attenzione venisse spostata su "altro" quando iniziavo a parlare di cibo, peso, forma corporea..
Al posto di questo é stato dato spazio ai sentimenti sottostanti, alle preoccupazioni, sensazioni, paure che non avevano niente a che fare col cibo o piú che col cibo con cose del tipo "oggi ho mangiato 30 calorie" "peso x kg" ecc ecc.
Passata la fase in cui ero stra fissata ed ero come un robot (non c'era verso di scrollarmi dall'uso di certe frasi e pensieri ripetitivi),ora sto lavorando anche su cosa la parola "cibo" mi suscita, sull'immagine corporea, su cosa certi comportamenti mi aiutano ad "anestetizzare", sul controllo e le relazioni..
Non so, io vedo che a me é servito tanto peró é anche vero che per chi é dentro certi meccanismi da molto tempo puó volerci di piú rispetto a qualcuno che, come me, é stato in un certo senso, "beccato giusto in tempo" o comunque c'é stato un intervento prima che la cosa durasse anni..
Ps grazie tantissimo per il post sul mio blog, mi ha fatto stra piacere.. ti ho risp un poema:/ sono piuttosto prolissa questi giorni, lo so..
un abbraccio!

Anonimo ha detto...

Anche a me il mangiare in modo meccanico nn ha avuto l efetto desiderato, anzi ê stato uno dei motivi che ho dovuto interrompere il day hospital. Una delle cose piu brutte del anoressia per me è proprio quella di avere perso la scelta, perche ogni giorno mangio le stesse cose nella stessa quantita allo stesso orario e nello stesso ordine. Certo lo schema della nutriozionista ha piu quantita, pero cmq devi assumere ad ogni pasto quel dot di carboidrati, grassi proteine etc... Cmq nn sono libera... Nn so se rendo il concetto, se mi sono spiegata( dal fatto che vivo in svizzetra e ho fatto le scuole a zurigo quando mi devo esprimere in italiano faccio fatica) Saluti miriam

Pulce ha detto...

Mangiare in modo meccanico, per me è stato poco produttivo anzi...ero in una fase in cui mi stavo riprendendo con l alimentazione, riuscivo a mangiare un po' di tutto, cose normali e varie, in quantità piccole, ma il mio corpo le assimilava e prendevo così peso.
Dopo ho iniziato a seguire uno schema alimentare, e così sono diventata un robot. Mangio sempre le stesse cose, cucinate nello stesso modo, sempre agli stessi orari...peso tutti gli alimenti, dalla a alla z....
Non so cosa sia stato meglio....

trappolapertopi2 ha detto...

baaaaah. onestamente, io sarei anche d'accordo al mille per mille con questa nuova terapia, ma mi sembra tutto tranne che la scoperta rivoluzionaria del secolo. in pratica la terapia consiste nel, per guarire dall'anoressia, cercare di dare più importanza ad altre cose e farsi una vita al di fuori dell'anoressia. e una volta che hai una vita, l'anoressia non ti serve più così tanto.
la si può chiamare terapia, nel senso che per mettere in atto una proposizione del genere ci vuole del supporto psicologico notevole, ma non lo so, alla fine mi sembra che di terapia ci sia solo quello.
visti i risultati, poi, mi sembra più un'idea carina che una vera e propria cura, una specie di concetto che si può affiancare ad altre terapie comportamentali.
però magari ho capito male io.

O.A.S. ha detto...

post parecchio interessante! Grazie mille veggie! :) Ma quindi esistono diversi tipi di terapie? Comunque secondo che la ricerca in certi ambiti è un po' sottovalutata,infatti immagino che il principale motivo per cui l'esperimento non è stato condotto su più ampia scala deve essere la mancanza di fondi da parte dello stato,o almeno credo...

Ilaria ha detto...

...Bel post... e bella alternativa all' (angosciante/terribile/ansiogena) terapia cognitivo-comportamentale!!
Un abbraccio

Veggie ha detto...

@ Eve K. – Direi che la ACT possa rappresentare un buon punto di partenza… Magari approfondendo di più gli studi condotti al riguardo, o elaborando qualcosa di collaterale… bè, vedremo cosa ci regalerà la comunità scientifica in merito…

@ justvicky – Fuori dal flusso temporale?... Lo dici a una che se non avesse gli orari dei turni non saprebbe manco in che mese siamo, figuriamoci in che giorno… ^^” Comunque, per quanto riguarda il post, sono d’accordissimo con te relativamente al fatto che dovrebbero essere condotti studi più approfonditi e su un campione più vasto di persone… perché solo così se ne potrebbe verificare una maggiore attendibilità o meno… Passando dal altro… sì, certo che la tua domanda è chiara… Quella cui ti riferisci è una tecnica chiamata “mindfulness”, ed è stata oggetto di molteplici studi, anche recentissimi… Anzi, sai cosa?... Hai sollevato un argomento veramente interessante, quindi anziché dedicarti qualche rigo striminzito di risposta qui, ti rispondo col prossimo post!...

@ Wolfie – Anche secondo me dovrebbero essere condotti degli studi più approfonditi e su un campione più ampio per avere risposte più attendibili relativamente all’efficacia di questa terapia… Ah, e grazie per aver espresso il tuo parere sull’alimentazione meccanica!...

@ Piccola G – Grazie a te per aver commentato!... Mi fa davvero piacere che tu abbia trovato interessante il mio post!... Grazie!... ^__^

@ Sarah995 – Senz’altro quello che ci piace, i nostri hobby, i nostri interessi, non possono farci che bene… Magari, perciò, potresti provare a mediare: dedicando per lo meno una piccola parte della tua giornata (compatibilmente con tutti gli altri tuoi impegni, si capisce…) al maneggio, per fare una cosa che ti piace e ti rilassa… magari ne trarresti giovamento in generale…

@ PrettyLittleGirl – Sono assolutamente d’accordo con te sul fatto che la terapia più efficace contro l’anoressia risenta di una variabilità enorme in funzione dell’individualità della persona che ci si sottopone, per quello che è il suo background e il suo carattere… Io credo sia molto importante, come punto di partenza per lo meno, che tu abbia trovato per te stessa una terapia che senti che ti ha aiutato… probabilmente potrà essere utile per altre ragazze, e poco utile o del tutto inutile per altre ancora… perché ognuna di noi risponde in maniera diversa anche a fronte delle medesime sollecitazioni… Per questo penso sia molto importante, in generale, la ricerca sulle strategie terapeutiche che possono essere quanto più ampie possibile… affinché si amplii il margine delle persone che, all’uno o all’altro approccio, possano essere responsive…

@ Miriam – Il DCA in sé è un qualcosa che ti toglie la libertà… non solo da un punto di vista prettamente alimentare, ma anche e soprattutto in ogni qualsiasi ambito della vita… Pensa però che magari lo schema alimentare che stai seguendo ora ti serve per questa fase del tuo percorso di ricovero… e che non vi rimarrai vincolata per sempre, ma è una fase temporanea che ti serve per gestire la cosa ora… E poi, puoi sempre parlare con la dietista che ti segue per vedere se è possibile modificare la cosa, magari concordando insieme…

Veggie ha detto...

@ Pulce – Io penso che lo schema alimentare più “rigido” sia utilissimo nelle prime fasi della riabilitazione nutrizionale… perché c’è bisogno di una linea-guida precisa che ci dica cosa e quanto mangiare, quello che veramente serve al nostro corpo… Poi, man mano che si va avanti, si recupera peso, e si sta fisicamente e mentalmente meglio, allora pian pianino si può cominciare a distaccarci dallo schema più rigido per arrivare ad un rapporto più spontaneo e naturale col cibo…

@ trappolapertopi2 – Sì, il concetto credo sia quello, e a dirlo così può pure sembrare una cavolata… ma se me l’avessero detto quando ero nel pieno dell’anoressia, so per certo che io da sola non ci sarei mai arrivata… Quindi, per chi sta combattendo con un DCA da tempo, certo la cosa è scontata… ma per chi comincia adesso, magari l’idea di farsi una vita al di là dell’anoressia può non essere così ovvia come a noi ci sembra adesso…

@ O.A.S. – Purtroppo penso anch’io che tra i motivi per cui certi studi scientifici vengono condotti su un piccolo numero di candidati ci sia la scarsità di risorse economiche messe a disposizione del Paese… Il che m’inquieta e non poco, perché lo stato di soldi ne butta via veramente tanti, e sarebbe anche ora che riuscisse a fare invece investimenti utili ed oculati… A parte questo, sì, mi risulta che ci siano molti differenti approcci terapeutici sui DCA… anche se non so parlartene esattamente nello specifico, perché non ho studiato psicologia… sta al singolo provarli, e vedere cosa è più funzionale su di sé…

@ Ilaria – Grazie!... Più che angosciante, terribile o ansiogena, io trovo che la terapia cognitivo-comportamentale sia relativamente inutile nel trattare i DCA (poi magari può essere valida per altre psicopatologie, non lo so, non me ne intendo… ma per i DCA secondo me non è azzeccata…)… perché t’insegna un comportamento in maniera meccanica, ma non ti aiuta in alcun modo a sviscerare le problematiche che innescano quel comportamento alimentare erroneo… quindi, o sei un perfetto robot, o il problema risbuca fuori palesandosi nel comportamento alimentare errato, nel giro di più o meno breve tempo…

 
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