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venerdì 20 luglio 2012
Metadone per l'anoressia?
Stamattina, mentre ero in bagno, pensavo (e pensare è in genere, per me, un fenomeno pericoloso, soprattutto quando non ho molto da fare come, appunto, quando vado in bagno la mattina). I tossicodipendenti possono prendere il Metadone. Questo farmaco è un oppiaceo sintetico che, una volta assunto, viene metabolizzato nel fegato e trasformato in una sostanza che può essere usata dall’organismo. Detta sostanza si lega a dei recettori, con azione di tipo agonista, ed espleta i suoi effetti. Il Metadone non toglie l’assuefazione psicologica né la capacità di drogarsi, tuttavia riduce l’assuefazione fisica, rende spiacevole l’assunzione di droghe, e ridimensiona perciò la probabilità di ricorrere a sostanze stupefacenti. E dunque, pensavo che sarebbe estremamente bello avere qualcosa del genere anche per l’anoressia. Qualcosa che riducesse il bisogno fisico di restringere l’alimentazione o di fare attività fisica eccessiva, e che lo rendesse spiacevole. Qualcosa che impedisse di formulare pensieri come: “Ma se restringo l’alimentazione mi sentirò molto meglio…”.
Ovviamente, se un tossicodipendente vuole continuare a drogarsi, eviterà di assumere Metadone. Ma avrà comunque la possibilità di prenderlo nel momento in cui lo deciderà.
Sappiamo tutte che, a lunga gittata, l’anoressia non ci farà sentire molto meglio. Ma il pensiero che il cervello concepisce è che restringere l’alimentazione ci farà sentire meglio sul momento, per questo è così difficile rompere gli schemi. Perché il “lungo termine” è un qualcosa di cognitivo, il “sul momento” è un qualcosa di emotivo. Ed è molto difficile opporre la razionalità all’emotività. Questo ha un senso da un punto di vista evolutivo: quando c’è un reale pericolo, non occorre mettersi a pensare, ma si agisce d’istinto. Il problema in questo è che il cervello non riesce a capire bene quando siamo realmente in pericolo (situazioni tipo: miseriaccia-questo-leone-sta-per-sbranarmi) e quando non lo siamo. Di nuovo, un meccanismo di selezione naturale: opera su tutto ciò che ci serve per sopravvivere e riprodurci, e non entra in funzione quando tutto è tranquillo.
Il che fa sorgere la seguente domanda: forse, in un DCA, il problema non sta propriamente in quello che facciamo, ma nella nostra percezione del pericolo. Questa considerazione può suonare abbastanza terrorizzante. Cosa si fa quando ci sentiamo costantemente sull’orlo di un precipizio? Quando non si sa che cosa ci farà bene e che cosa ci farà male e quindi, per sicurezza, si decide di trattare tutto come se fosse un leone pronto a sbranarci?
Penso che sia un qualcosa su cui è importante riflettere. C’è una confusione di base, perché si percepisce la restrizione alimentare, che alla lunga può provocare severi danni fisici, come un qualcosa di non pericoloso, mentre, viceversa, si percepisce il mangiare di più come un qualcosa di pericoloso. Sono cose alle quali dobbiamo, rispettivamente, sensibilizzarci/desensibilizzarci. Contrastare una tossicodipendenza è, per certi aspetti, relativamente più semplice, perchè si ha qualcosa di concreto su cui lavorare: la droga. In un DCA il problema non è tanto il cibo in sé, ma i problemi che vi nascondiamo dietro, quel costante “cosa succederebbe se” che risuona come voce di fondo nella nostra testa.
Ma anche un DCA, come una tossicodipendenza, può essere superato: poichè è possibile imparare a conviverci in maniera non lesiva per noi stesse, senza più adottare comportamenti disfunzionali, contrastando i pensieri che l'anoressia stessa mette in testa. E ognuna di noi deve capire qual è il suo modo per farlo.
P.S.= Vi propongo un’iniziativa… Mi piacerebbe che voi rispondeste a questa domanda: qual è la ragione per cui reputate positivo il percorso di ricovero dall’anoressia che state facendo? Niente goals stratosferici, solo piccoli e semplici obiettivi nella vita di tutti i giorni (Esempio: "Finalmente posso mangiare di nuovo la pizza senza morire dall'ansia"). Potete lasciarli nei commenti a questo post, oppure inviarmeli tramite e-mail (veggie.any@gmail.com). Nel prossimo post riunirò le vostre risposte…
Ovviamente, se un tossicodipendente vuole continuare a drogarsi, eviterà di assumere Metadone. Ma avrà comunque la possibilità di prenderlo nel momento in cui lo deciderà.
Sappiamo tutte che, a lunga gittata, l’anoressia non ci farà sentire molto meglio. Ma il pensiero che il cervello concepisce è che restringere l’alimentazione ci farà sentire meglio sul momento, per questo è così difficile rompere gli schemi. Perché il “lungo termine” è un qualcosa di cognitivo, il “sul momento” è un qualcosa di emotivo. Ed è molto difficile opporre la razionalità all’emotività. Questo ha un senso da un punto di vista evolutivo: quando c’è un reale pericolo, non occorre mettersi a pensare, ma si agisce d’istinto. Il problema in questo è che il cervello non riesce a capire bene quando siamo realmente in pericolo (situazioni tipo: miseriaccia-questo-leone-sta-per-sbranarmi) e quando non lo siamo. Di nuovo, un meccanismo di selezione naturale: opera su tutto ciò che ci serve per sopravvivere e riprodurci, e non entra in funzione quando tutto è tranquillo.
Il che fa sorgere la seguente domanda: forse, in un DCA, il problema non sta propriamente in quello che facciamo, ma nella nostra percezione del pericolo. Questa considerazione può suonare abbastanza terrorizzante. Cosa si fa quando ci sentiamo costantemente sull’orlo di un precipizio? Quando non si sa che cosa ci farà bene e che cosa ci farà male e quindi, per sicurezza, si decide di trattare tutto come se fosse un leone pronto a sbranarci?
Penso che sia un qualcosa su cui è importante riflettere. C’è una confusione di base, perché si percepisce la restrizione alimentare, che alla lunga può provocare severi danni fisici, come un qualcosa di non pericoloso, mentre, viceversa, si percepisce il mangiare di più come un qualcosa di pericoloso. Sono cose alle quali dobbiamo, rispettivamente, sensibilizzarci/desensibilizzarci. Contrastare una tossicodipendenza è, per certi aspetti, relativamente più semplice, perchè si ha qualcosa di concreto su cui lavorare: la droga. In un DCA il problema non è tanto il cibo in sé, ma i problemi che vi nascondiamo dietro, quel costante “cosa succederebbe se” che risuona come voce di fondo nella nostra testa.
Ma anche un DCA, come una tossicodipendenza, può essere superato: poichè è possibile imparare a conviverci in maniera non lesiva per noi stesse, senza più adottare comportamenti disfunzionali, contrastando i pensieri che l'anoressia stessa mette in testa. E ognuna di noi deve capire qual è il suo modo per farlo.
P.S.= Vi propongo un’iniziativa… Mi piacerebbe che voi rispondeste a questa domanda: qual è la ragione per cui reputate positivo il percorso di ricovero dall’anoressia che state facendo? Niente goals stratosferici, solo piccoli e semplici obiettivi nella vita di tutti i giorni (Esempio: "Finalmente posso mangiare di nuovo la pizza senza morire dall'ansia"). Potete lasciarli nei commenti a questo post, oppure inviarmeli tramite e-mail (veggie.any@gmail.com). Nel prossimo post riunirò le vostre risposte…
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sabato 22 novembre 2008
Tempo per riflettere
Penso che sia importante trovare il tempo per riflettere. Riflettere su dove siamo arrivate, su quello che vogliamo dalla vita in futuro, su come fare per ottenerlo. Perciò non importa quanto potete essere impegnate, quanto caotica può essere la vostra vita, quanta pressione vi sentite addosso… è sempre importante prendersi del tempo per riflettere. Non dev’essere necessariamente un’ora. Non dev’essere necessariamente mezz’ora. Dev’essere semplicemente “del tempo”. Per pensare. Per riflettere su VOI STESSE. Per ricordare. Per capire.
Talvolta fa paura e mette ansia ricordare quello che si preferirebbe dimenticare. A volte fa rabbia. A volte sembra surreale, come se certe cose appartenessero ad una persona diversa da quella che siete oggi. Non importa ciò che la riflessione provoca, visto che non è altro che una proiezione dei vostri sentimenti: lasciateli fluire. Non negateli, per quanto possano essere intensi, e quindi ansiogeni. Se li provate, c’è sicuramente una ragione per cui si sono presentati, ed è quella che dovete cercare di scoprire per analizzarvi, per comprenderne le cause e poterci lavorare sopra in maniera tale da progredire, da crescere, da imparare. Così, a riflessione conclusa, potrete sentirvi un po’ meglio, un po’ più leggere, come se aveste fatto un altro passo avanti.
E più lo farete, più vi risulterà facile. Nascondere il passato, raccontarsi bugie di comodo, sorridere pur avendo voglia di piangere, rimuovere le cose sgradite, non cancellerà i problemi. Tutt’al più, li rimanderà. Ma rimarranno sempre lì. E prima o poi torneranno a presentare il loro conto. Si può pure sbarrare una porta contro il passato, ma i ricordi hanno mani. E bussano. E bussano. E bussano. E quel suono finisce per far impazzire.
Ehi, ovvio, con questo non voglio dire che una deve sguazzare nel passato! Voglio solo dire che non dovete coprirlo come se le cose che sono accadute non fossero mai successe. È un po’ come se vi fosse morto un figlio: soffrireste, certo, ma non vorreste che quel bambino non fosse mai esistito solo per sentirvi meglio. Anzi, dovrete ricordarlo, rielaborare la brutta esperienza, e ricominciare a vivere di nuovo il più serenamente possibile. Anche perchè, pure nell’ipotesi che riusciste a convincervi che quel bambino non è mai esistito, sarebbe solo una soluzione temporanea, poiché inevitabilmente qualcosa, ad un certo punto, vi ricorderebbe quello che è successo veramente.
Perciò, c'è da lavorare sull’ansia che certe memorie possono provocare. È un po’ come lavorare un duro pezzo d’argilla. Dovete impastare, plasmare, ed avere tanta pazienza. Ma potrete ricavarne un capolavoro.
È un lungo sentiero disseminato di sassi aguzzi e di buche, ma conduce all’autostrada.
Anche se non è affatto facile, spesso provo a riflettere sul mio passato. E mi sono accorta di una cosa: se non l’avessi fatto, non sarei mai potuta arrivare dove sto adesso. Se tuttora non lo facessi, non potrei mai andare avanti. Prendersi il tempo adeguato per riflettere è necessario come continuare a stringere i denti anche quando è difficile…
Talvolta fa paura e mette ansia ricordare quello che si preferirebbe dimenticare. A volte fa rabbia. A volte sembra surreale, come se certe cose appartenessero ad una persona diversa da quella che siete oggi. Non importa ciò che la riflessione provoca, visto che non è altro che una proiezione dei vostri sentimenti: lasciateli fluire. Non negateli, per quanto possano essere intensi, e quindi ansiogeni. Se li provate, c’è sicuramente una ragione per cui si sono presentati, ed è quella che dovete cercare di scoprire per analizzarvi, per comprenderne le cause e poterci lavorare sopra in maniera tale da progredire, da crescere, da imparare. Così, a riflessione conclusa, potrete sentirvi un po’ meglio, un po’ più leggere, come se aveste fatto un altro passo avanti.
E più lo farete, più vi risulterà facile. Nascondere il passato, raccontarsi bugie di comodo, sorridere pur avendo voglia di piangere, rimuovere le cose sgradite, non cancellerà i problemi. Tutt’al più, li rimanderà. Ma rimarranno sempre lì. E prima o poi torneranno a presentare il loro conto. Si può pure sbarrare una porta contro il passato, ma i ricordi hanno mani. E bussano. E bussano. E bussano. E quel suono finisce per far impazzire.
Ehi, ovvio, con questo non voglio dire che una deve sguazzare nel passato! Voglio solo dire che non dovete coprirlo come se le cose che sono accadute non fossero mai successe. È un po’ come se vi fosse morto un figlio: soffrireste, certo, ma non vorreste che quel bambino non fosse mai esistito solo per sentirvi meglio. Anzi, dovrete ricordarlo, rielaborare la brutta esperienza, e ricominciare a vivere di nuovo il più serenamente possibile. Anche perchè, pure nell’ipotesi che riusciste a convincervi che quel bambino non è mai esistito, sarebbe solo una soluzione temporanea, poiché inevitabilmente qualcosa, ad un certo punto, vi ricorderebbe quello che è successo veramente.
Perciò, c'è da lavorare sull’ansia che certe memorie possono provocare. È un po’ come lavorare un duro pezzo d’argilla. Dovete impastare, plasmare, ed avere tanta pazienza. Ma potrete ricavarne un capolavoro.
È un lungo sentiero disseminato di sassi aguzzi e di buche, ma conduce all’autostrada.
Anche se non è affatto facile, spesso provo a riflettere sul mio passato. E mi sono accorta di una cosa: se non l’avessi fatto, non sarei mai potuta arrivare dove sto adesso. Se tuttora non lo facessi, non potrei mai andare avanti. Prendersi il tempo adeguato per riflettere è necessario come continuare a stringere i denti anche quando è difficile…
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