Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 6 febbraio 2015

Il difficile è fare le cose semplici: La complessità dell'anoressia

Chi legge il mio blog da un bel po' di tempo saprà che non ho mai scritto un post in cui elenco le cause, la natura, le esperienze e le terapie dei DCA, poichè in effetti non ho alcuna certezza a tal proposito. Tuttavia, se c'è una cosa di cui sono assolutamente sicura a proposito dei DCA è che sono delle malattie terribilmente complesse e multisfaccettate senza soluzioni univoche che possano andar bene per tutte. Per cui, ho molto apprezzato questo studio scientifico scritto da Michael Strober e Craig Johnson, che mira ad esplorare la complessità dei DCA e del loro trattamento terapeutico.

Per scrivere l'articolo sono stati utilizzati case report, letteratura, e l'esperienza clinica degli autori stessi, al fine di rispondere al alcune delle controversie che circondano l'anoressia ed il suo trattamento terapeutico. Di tutte le controversie esistenti su questo DCA, si sono focalizzati su 2 in particolare.

1 - Cause genetiche/biologiche (Malattie mentali su base biologica) dell'anoressia? 
2 - Terapia familiare come migliore forma di trattamento per le pazienti adolescenti? 

Nell'analizzare questi 2 punti, gli autori hanno posto una fondamentale premessa: concentrarsi sulle singole spiegazioni e soluzioni terapeutiche per l'anoressia, oscura la complessità di questa patologia, e di conseguenza tutto il processo e tutte le possibili soluzioni terapeutiche necessarie per trattarla in maniera efficace. Di questa complessità occorre tenere conto, perchè è fondamentale per capire che l'approccio terapeutico più adatto varia da persona a persona. Dopo aver contestualizzato ed approfondito le tematiche trattate, Stober e Johnson concludono l'articolo suggerendo dei punti di riferimento per il trattamento terapeutico dell'anoressia.  

Controversie come catalizzatori di conversazione

Lungi dal suggerire che le controversie che emergono in merito ai DCA in generale e all'anoressia in particolare debbano essere evitate, gli autori sottolineano che i punti di disaccordo e le discussioni in merito all'eziologia e al trattamento di queste patologie sono servite a mettere in luce aree su cui indagare per imparare qualcosa di nuovo su queste patologie.

Soprattutto, gli autori sottolineano che non sono necessariamente in disaccordo con la recente focalizzazione sugli eventuali aspetti genetici/biologici dei DCA e con la psicoterapia familiare, dicono semplicemente che è necessario ampliare le vedute riducendo l'importanza di questi 2 punti, per lasciare spazio anche ad altro.

Come forse molte di voi sapranno, ultimamente sono stati avviati diversi studi che cercano di correlare la comparsa dell'anoressia all'azione di fattori genetici/biologici. Io non dico che questo sia sbagliato, però mi sembra estremamente limitativo: trattare l'anoressia da un punto di vista gene-centrico mi sembra possa portare, al di là di tutto, alla conclusione che una volta che si è recuperato il peso perso, la psicoterapia è inutile perchè tanto è un problema di DNA.

Inoltre, poichè è noto il fatto che la psicoterapia funziona meglio quando si recupera peso, alcuni psicoterapeuti sono dell'idea che non sia opportuno iniziare il lavoro psicologico, fino a che il peso perso non è stato recuperato. Viceversa, gli autori di quest'articolo (ed io li quoto in pieno) sostengono che per fare psicoterapia non c'è bisogno di aspettare il recupero ponderale.  

Reificazione della genetica

Mentre nella maggior parte dei trials clinici si fa riferimento a dei gold standard presenti in ogni campo cientifico, la rilevanza dei trials randomizzati controllati e degli studi genetici può risultare, come gli autori suggeriscono, in una “reificazione” dei risultati di questi studi. Anche se vi possono essere forti evidenze a favore di un determinato tipo di trattamento, ciò non significa che quel trattamento vada bene sempre, comunque e per tutte le persone affette da anoressia. Come Strober e Johnson fanno notare, rimangono comunque numerose questioni aperte, compresa quella del perchè uno stesso trattamento terapeutico non è ugualmente efficace su tutte le persone, e perchè non sempre la pratica clinica si basa sulle evidenze scientifiche.  

Cause genetiche/biologiche rivistate

Come gli autori suggeriscono, non c'è una specifica evidenza che vi sia un'ereditarietà diretta per l'anoressia. Io non sono certo una genetista nè una neurobiologa, ma effettivamente non riesco a vedere una grande connessione tra malattie genetiche ed anoressia. La maggior incidenza di casi all'interno di una stessa famiglia, la imputo a cause comportamentali piuttosto che genetiche.

Gli autori dello studio danno pertanto dei suggerimenti su come la genetica potrebbe essere, ma solo trasversalmente, implicata nello sviluppo dell'anoressia:

• I geni e l'ambiente che ci circonda sono correlati, tuttavia nessuno di essi singolarmente è in grado di spiegare nè di causare un DCA
• Persone con una predisposizione all'anoressia possono essere esposte a particolari circostanze di vita e determinano l'espressione di quelle caratteristiche alle quali sono predisposte
• La genetica e l'ambiente che ci circonda possono incidere contemporaneamente o separatamente in diversi momenti della vita di un individuo
• I circuiti neuronali si plasmano e si adattano sulla base dell'ambiente che circonda il soggetto
• Lo stress può essere catalizzatore di variazioni neurochimiche che modulano cambiamenti di diverse aree cerebrali e condizionano il comportamento
• Uno stress ambientale porta ad iper-sensibilità delle aree cerebrali implicate nella generazione della paura, d'altro canto queste stesse strutture possono essere riportate alla norma agendo sull'ambiente stesso
• Il carattere e l'ambiente in cui un individuo vive influenzano significativamente il suo comportamento

La discussione degli autori in merito all'interazione tra geni ed ambiente è dettagliata e intrigante; e mi è piaciuto il fatto che fattori ambientali sia positivi che negativi siano stati indicati come possibili concause dell'anoressia, poichè troppo spesso ci si concentra solo sui fattori ambientali negativi, e si tende a tralasciare l'effetto di quelli positivi.

In breve, Strober e Johnson argomentano il fatto che i medici (e le persone più in generale) debbano prendere in considerazione come minimo 3 fattori diversi per cercare di comprendere l'anoressia:

• Fattori biologici
• Fattori ambientali
• Personalità e contesto vitale dell'individuo

Senza riuscire a comprendere questi 3 fattori, è veramente difficile trovare un trattamento efficace per l'anoressia. Come illustrano anche i casi clinici studiati in questo articolo “i sintomi delle malattie psichiche non esistono in un vuoto impersonale”, e far riferimento solo a spiegazioni genetico-biologiche è insufficiente a fornire soluzioni che possano essere valide per chi soffre e per i familiari.  

Esperienza, competenza e complessità

Un altro elemento centrale di questo articolo è la focalizzazione sull'importanza di una corretta istruzione teorico-pratica per i medici che avranno a che fare con queste patologie così complesse. Gli autori si lanciano in una disquisizione sulle strategie implicate nella determinazione dell'approccio terapeutico più appropriato per la singola persona affetta da anoressia. Sottolineano come i medici debbano diventare più consapevoli delle loro pecche nel comprendere e nel trattare l'anoressia, tanto quanto la scienza li sottende.

Le stesse pazienti ed i loro familiari devono essere informati (presumibilmente dal team terapeutico) della multifattorialità della patogenesi dell'anoressia: questo è un suggerimento che ho particolarmente apprezzato, perchè mi sembra che troppo spesso i genitori si auto-accusino della genesi dell'anoressia nelle loro figlie, quando magari il loro ruolo è più o meno marginale, e la loro comprensione sull'anoressia molto parziale.

Comprendere che l'anoressia è una malattia a patogenesi multifattoriale non significa che in tutti i casi la famiglia c'entri meno di meno zero nella comparsa di questa patologia, ma significa che il suo ruolo non è così centrale come per molto tempo varie teorie psicologiche hanno detto fosse, e che dunque è necessario concentrare maggiormente il lavoro psicoterapeutico sul singolo individuo, che non sulla sua famiglia.  

Stabilire punti di riferimento

Ovviamente, data la grande complessità dell'anoressia, non è facile determinare dei punti di riferimento durante il corso del trattamento terapeutico.

Gli autori dell'articolo pertanto sottolineano una serie di punti da prendere in considerazione:

• Sintomi lievi che persistono nonostante tentativi terapeutici non devono essere ignorati o sottovalutati.
• La salute fisica e quella mentale sono strettamente correlate: la lucidità di una ragazza affetta da anoressia, e dunque la possibilità di trarre giovamento dalla psicoterapia, aumenta in maniera direttamente proporzionale al recupero del peso perso.
• Una singola strategia terapeutica applicata su un vasto numero di pazienti dà generalmente risultati insoddisfacenti, poichè ogni singola persona risponde bene ad uno specifico tipo di terapia.
• L'inesperienza stessa degli psicoterapeuti, o i preconcetti che essi stessi hanno sull'anoressia possono avere effetti estremamente negativi sul percorso di ricovero di una paziente.
• Più a lungo l'anoressia persiste, peggiore è il suo impatto sulla salute psicofisica delle pazienti.

Mentre dei punti di riferimento possono essere utili in termini di decidere se una ragazza debba essere ricoverata in clinica o meno, e su quale tipologia di percorso terapeutico seguire, senza un team medico che abbia adeguata esperienza nel campo dei DCA e che sia in grado di comprendere quali complessi processi si giocano nell'anoressia, difficilmente un percorso di ricovero risulterà utile.

Con la constatazione che i loro suggerimenti per i punti di riferimento sono una linea di massima piuttosto che soluzioni empiriche, gli autori propongono diversi scenari e punti di riferimento. Questi punti di riferimento sono per lo più centrati sul tipo di DCA, e variano sulla base dell'età e del decorso della patologia.

Non voglio annoiarvi ulteriormente mettendomi ad illustrare singolarmente i vari punti di riferimento: se siete interessate, vi raccomando caldamente di leggere l'articolo per intero.

Implicazioni

A mio avviso, quest'articolo fa un lavoro eccellente nell'illustrare la complessità dell'anoressia. I suggerimenti dati da Strober e Johnson sottolineano quanto sia importante essere a conoscenza di questa complessità, e quanto sia altrettanto fondamentale essere ben informati, e ben coordinati nel trattamento di un DCA.

Inoltre gli autori fanno anche notare come il trattamento più adatto per un DCA non sia generalizzabile, ma variabile da persona a persona, e come in momenti differenti del percorso della strada del ricovero si possa aver bisogno anche di strategie terapeutiche diverse. Inoltre, gli autori fanno notare come non tutti i medici siano ugualmente competenti nel trattare i DCA e quanto sia importante pertanto non arrendersi se si incappa in psicoterapeuti non propriamente centrati, ma continuare a cercare fino a che non si trovano persone realmente competenti ed in grado di darci una mano concretamente.

Infine, gli autori a mio parere fanno un ottimo lavoro anche nel sottolineare le incredibili battaglie che giorno dopo giorno si trova ad affrontare chi ha un DCA, ed anche i familiari. Mi piace molto vedere come questi 2 autori si prendano a cuore la tematica dell'anoressia nella sua totale complessità, e come il loro sguardo sia rivolto ad ampio raggio alle pazienti, alle famiglie, e ai terapeuti, perché è solo coordinando l'azione e lavorando come una squadra che si ottengono i risultati migliori.

12 commenti:

Christiane ha detto...

Questo articolo è davvero un sorso di aria pura, non inquinata dai soliti preconcetti frusti...grazie di averlo proposto, Veggie, appena possibile lo leggerò per intero ;-)

Sarà un'osservazione banale, ma mi piace molto la franchezza con cui, nell'abstract, i due ricercatori dichiarano che (traduco): l'anoressia nervosa rimane un enigma e la sfida clinica che pone intimidisce.

Per quella che è stata la mia esperienza diretta, e per quanto ho avuto modo di leggere, troppe volte (non sempre, lo dico a scanso di equivoci) è proprio così: anziché concentrarsi sull'obiettivo primario - banalmente, consentire al paziente di stare meglio - specialisti afferenti alle diverse discipline (medicina, psichiatria, neuropsicologia, genetica, psicologica clinica, nutrizione ecc.) tentano per lo più di dimostrare la propria onniscienza rispetto ai colleghi: ne risulta una sorta di idra a più teste il cui unico risultato è quello di stritolare il paziente fra le sue spire...
...rendendosi conto di non aver ottenuto nulla, scaricano il paziente "non compliante" e rassicurano se stessi circa la propria presunta competenza, forti della quale ricominceranno a sbraitare contro i colleghi al prossimo caso.

Il confronto multidisciplinare dovrebbe essere catalizzatore di nuove idee, nuovi orizzonti, e anche di concorso stimolante alla ripresa del paziente... invece ognuno resta arrocato sulle proprie posizioni: lo psicoterapeuta taccia il genetista di riduzionismo; questo osserva con compatimento il neuropsicologo, che a sua volta tratta lo psichiatra alla stregua di uno spacciatore; gli ultimi tre si uniscono nel generale disprezzo per lo psicoterapeuta, quello stregone in chiave moderna...

Personalmente, posso accettare che un medico ammetta di non sapere...ogni caso è storia a sé, e anzi, il dubbio risulta ben più illuminante di una sterile sicumera.

E' una strada da percorrere insieme... e francamente preferisco camminare con persone al mio fianco, che mi tendano una mano nel bisogno e sappiano anche rifiutarmela quando debbo proseguire sulle mie gambe (sì, anche cadere se occorre... per imparare a rialzarmi)...
...anziché con una combriccola di litigiosi che si piantano le unghie in faccia mentre sprofondo ancor di più nel pantano.

Wolfie ha detto...

Ogni volta che leggo di quanto i dca siano malattie complesse e multifattorialiì, e di quanto quindi sia necessario avere un approccio diverso per ogni paziente, tiro un sospiro di sollievo. Infatti durante il mio percorso mi sono imbattuta in più di una psicologa e dietista (che ho poi abbandonato per ovvi motivi di incompatibilità di approccio alla malattia) che pensavano di avere tra le mani l’approccio “giusto per guarire dai dca”, e che lo applicavano su tutte le pazienti indiscriminatamente, senza rendersi ben conto che invece quello stesso approccio poteva essere positivo per una persona, neutro per un’altra, o negativo per un’altra ancora.
Personalmente penso anch’io che data la complessità e la multifattorialità dei dca sia impossibile fossilizzarsi su un solo approccio, ma occorra avere l’elasticità mentale di cambiare approccio sulla base della persona che ci si trova di fronte.
Per quanto riguarda la questione “genetica”-“biologica”, io non escludo a priori che i dca possano avere delle influenze di questo tipo, però questa mi sembra una visione troppo scientista, troppo matematica, che non prende quindi in considerazione l’emotività, il carattere, l’individualità di ciascuna di noi. Penso che una spiegazione di questo genere ai dca sia “comoda”, perché riporta tutto ad una questione fisica, e dunque gli scienziati sulle questioni fisiche sono in grado di trovare delle medicine per curare, mentre la cosa non è così lineare e semplice per la psiche. Però anche se magari quest’influenza c’è, io resto dell’idea che sia principalmente la psiche a guidare i dca.
Per quanto riguarda invece il discorso della terapia familiare, anche qui bisognerebbe vedere il singolo caso: mi sembra un tipo di terapia più adatta per le pazienti più giovani, che vivono in casa con i genitori e che ci dovranno vivere magari ancora per anni fino a che non si guadagneranno un’indipendenza economica, per cui in una situazione del genere è bene valutare le dinamiche dei rapporti familiari, per cercare d’interrompere alcuni dei circoli viziosi che possono aver generato la malattia, però nelle pazienti più adulte non mi sembra un tipo di terapia molto indicato (forse ad eccezione di alcuni casi particolari che hanno rapporti particolarmente difficili con i genitori), e bisognerebbe cercare magari altre forme di terapia.

ButterflyAnna ha detto...

Molto interessante questo post! Come tutti i tuoi post vaggie;) ogni post mi fa sempre capure qualcosa in più su questa malattia ed è davvero molto utile per me e anche per tutte le persone che ti seguono!
Questo articolo mette in evidenza quanto ancora ci sia da capire sull'anoressia e sui dca in generale..ed è una malattia talmente soggettiva che è difficile generalizzare e trovare una terapia uguale per tutti!

p.s ho risposto alla tua risposta al mio post con un atra domandaXDse hai tempo e voglia fai un salto nel mio blog grazie!

Kiki ha detto...

Cara Veggie, come sempre hai contribuito a farmi riflettere, hai ragione, l'anoressia è una malattia incredibilmente complessa ed intricata, ogni persona la sviluppa per cause diverse e ogni situazione è a se... Ma grazie ai tuoi post sempre interessantissimi e accurati sto cercando piano piano di scavare in me stessa e a capire un po' di piu di questa malattia, non si finisce mai di sapere! E trovo questo post anche molto interessante perché contribuisce a sfatare i soliti pregiudizi che si hanno sulle cause dei DCA, grazie per tutto ciò che fai, spero di trovate anch'io il percorso adatto a me e la mia strada! Ti abbraccio forte forte :* <3

Ilaria* ha detto...

Questo articolo, per quello che mi è riuscito comprendere, lo trovo un toccasana in merito all' anoressia, molto diverso rispetto ad altri che mi sono capitati sott' occhio.
Mi fa estremamente piacere leggere che tale disturbo sia compreso e osservato dotto una moltitudine di punti di vista. Niente di più esatto che spesso viene dimenticato, facendo focalizzare i medici soltanto sull' aspetto fisico, arrivando a credere che i kg in più possono rappresentare una guarigione, una soluzione. (Fosse così facile...)
Le cause dell' anoressia vengono descritte in maniera adeguata, andando a sottolineare come possono essere varie e sopratutto che variano da persona a persona. E allo stesso modo di parla di una pluralità di terapie. Non si può tener conto di un protocollo univoco e sempre infallibile. Anzi.
Mi piace proprio il fatto che si dica come non tutti i dottori possono essere idonei, utili al paziente e come si cerchi di invogliare gli specialisti a non essere rigidi al Manuele, alla base teorica ma cercare di flettersi secondo il malato di fronte.
Non sono molto D' accordo sull' idea del fattore genetico per l' anoressia, non mi convince affatto poiché lo vedo come un modo di sminuire la patologia e arrendersi subito. l' a,niente in cui si vive, il nostro passato e il carattere personale credo siano fattori sui quali indagare fin da subito.
La terapia familiare la trovo una cosa utilissima, mi sto trovando abbastanza bene nel praticarla, per cui la consiglierei. Ovviamente però non è detto che questa funzioni per tutte, e penso pure che ci sia bisogno di provare più di una terapia ad ogni paziente, a seconda dei periodi e delle nuove situazioni in cui esso si trova.
Ecco perché il lavoro è complesso è lungo...


Un abbraccio Veggie, grazie per i tuoi commenti e le tue risposte!

Audrey ha detto...

Grazie per aver pubblicato questo articolo... io credo che non ci sia una spiegazione logica alla comparsa di questo disturbo, almeno parlo per me... non riesco a spiegarmi come è iniziato, ne come si è attenuato, ne tanto meno come potrà mai scomparire...
Però è confortante sapere che qualcuno potrà rispondere alle mille domande che attanagliano il cervello.
Grazie ancora...
Un Abbraccio!

-Darkness- AN ha detto...

Dopo aver letto tutto l'articolo posso dire solo una cosa: menomale.
Menomale che non tutti trattano l'anoressia come caso clinico schematico, ma ne cercano di comprendere e risolvere la multifattorialità delle cause e la sua enorme complessità!
E' rassicurante leggere di chi approfondisce adeguatamente l'argomento, perchè è grazie a questo che si può trovare qualcuno veramente in grado di aiutarci!

Anonimo ha detto...

Qsto post è veramente noioso, così come trovo molto noioso tutto in generale di qsto blog. Tu dici ke combatti l’anoressia e pensi ke fai la cosa giusta, ma allora come te lo spieghi ke non ti legge quasi nessuno? I tuoi post hanno circa 15 commenti l’uno (a volte comprese le tue risp) e ci sono anke persone ke nn approvano, io invece ho un blog pro ana e ti assicuro ke di solito ci sono almeno una quarantina di commenti a post come minimo, e ti assicuro ke le altre sono daccordo con me, anke se tu disprezzi qllo ke facciamo. Tu dici ke le cose come il D.A. o i consigli per nn mangiare o quelli x vomitare sono kavolate, ma guarda caso il post con i consigli x vomitare è qllo + gettonato sul mio blog, quindi forse nn è tutta qsta kavolata come dici. Quindi, se tu pensi ke hai ragione e ke noi pro ana abbiamo torto, come spieghi ke io ho + consensi di te? Come spieghi ke ci sono molto più blog pro ana ke nn blog come il tuo? Come spieghi ke il mio blog viene letto e commentato molto + del tuo? …Forse xkè nn hai tutta la ragione ke credi.

Veggie ha detto...

@ Christiane – Ho lasciato il link proprio perché chiunque potesse leggersi l’articolo per intero con tutta la calma possibile, perché il mio post è per forza di cose riassuntivo, e dunque non certo esaustivo…La tua osservazione è tutt’altro che banale: in effetti, in campo medico/scientifico, quando si arriva a fare ricerca, quello che prevale è la voglia di fare la scoperta del secolo, permettendo così alla propria carriera di fare un balzo avanti… Beninteso, non c’è nulla di male in questo in sé per sé: quella scientifica è una competizione positiva, perché sprova a battere nuove strade e a fare nuovi studi per arrivare a nuovi risultati… Diventa però deleteria giustamente nel caso che tu stessa descrivi, ovvero quando la brama di scoperta sopravanza le necessità e i bisogni (il benessere) delle pazienti, il che dovrebbe essere invece l’obiettivo primario della medicina… Detto questo, concordo con te sull’importanza del lavoro in un equipe multidisciplinare quando si ha a che fare con pazienti che hanno un DCA: credo che un approccio globale sia il migliore possibile, ammesso e non concesso naturalmente che i professionisti si comportino da tali, e non mettano su le bizze di bambini dell’asilo, perché questo va a discapito del percorso di ricovero della paziente… Sì, tante cose non si sanno ancora dell’anoressia, e chi si arrocca in false certezze è solo perché ha paura di viaggiare in terre che non conosce…

@ Wolfie – Anch’io sono fondamentalmente convinta della multifattorialità dei DCA.. e, pertanto, della necessità di approcci terapeutici individualizzati. Non sopporto i protocolli rigidi, perché noi siamo tutte diverse l’una dall’altra, e quindi ognuna ha bisogno di cose differenti rispetto alle altre… Concordo con te sul discorso della genetica: chiudere porte ad ipotesi a priori è sbagliato, quindi lasciamo pure il beneficio del dubbio… ma ridurre il tutto ad un accrocchio di geni, mi sembra francamente estremamente limitativo…

@ ButterflyAnna – Hai assolutamente ragione, Anna… credo che la tendenza a generalizzare che si ha per le malattie fisiche ed è però inapplicabile per le malattie psichiche, viene invece reiterata anche per l’anoressia… quando invece dovremmo puntare molto più sulla soggettività… Grazie a te per i tuoi commenti e per leggermi sempre, altroché!...
P.S.= Sono passata anche dal tuo blog a rispondere alla tua domanda!...

@ Kiki – Riuscire a trovare il percorso più adatto per te stessa… è quello che ti auguro, di tutto cuore. Magari non ci riuscirai al primo colpo, e non sarà una cosa immediata… ma se non ti dai per vinta e non smetti di voler lavorare su te stessa, vedrai che prima o poi (meglio prima che poi, in effetti…) riuscirai senz’altro a trovare la tua strada…

@ Audrey – Non ho idea se ci sia o meno una spiegazione logica… sicuramente ci sono delle spiegazioni individualizzate, perché ogni persona è una storia a sé, ed ha pertanto fattori causali differenti… Chissà se la medicina, o la psicologia, potranno darci risposte più precise in futuro… possiamo solo stare a vedere!... Grazie per essere passata di qui, e grazie per aver lasciato il tuo commento!...

Veggie ha detto...

@ Darkness – Mi unisco al tuo menomale, altrochè… E aggiungo uno “spero”: spero che questo studio non venga fatto cadere nel vuoto, ma sia il punto di partenza per altri della stessa tipologia… affinché questo tipo di consapevolezza si diffonda progressivamente anche tra i clinici…

@ Ilaria* - Verissimo, Ilaria, purtroppo ci sono ancora oggi molti medici che guardano prettamente all’aspetto materiale dell’anoressia, e credono che una volta risolti i problemi di peso, allora sia tutto a posto… fosse così semplice, ne sarei veramente contenta. In quanto alla multifattorialità, tanto di cause quanto di approcci terapeutici all’anoressia, credo non ci sia nemmeno da discutere… Per quel che concerne la genetica non saprei, anche a me pare un’ipotesi un po’ campata in aria, comunque da questo punto di vista possiamo solo aspettare e vedere cosa gli studi futuri scopriranno… Infine, per quel che riguarda la terapia familiare, mi fa piacere leggere che per te e per la tua famiglia sia stata importante… Personalmente, invece, l’ho trovata del tutto inutile: è stata solo uno spreco di tempo e di soldi, e difatti io e la mia famiglia la lasciammo quasi subito, non appena ci rendemmo conto che non ci serviva a nulla… Però, concordo con te nella considerazione generale: questo tipo di terapia può essere utile per certe persone, quindi vale la pena di provarla… e poi di decidere se continuarla o meno, sulla base dei risultati ottenuti. Un abbraccio, grazie a te!...

@ Anonima (12/02/2015) – Ti ho risposto nel post di oggi!...

bea ha detto...

Vi ho scoperto ieri e questo è già il mi secondo commento. Grazie Veggie per il tuo impegno. Sto imparando tutto dal tuo blog. Imparando a capire. Sono una mamma.
Ieri ho scritto un biglietto a mia figlia che non parla con noi genitori.
Eccolo.
Mi manchi. Mi mancano le tue parole. E forse acnor più mi mancano le mie per te. Difficile, quasi impossibile trovare un varco nei tuoi silenzi. Silenzi che rispetto e che se vìolo è solo perchè ti cerco.
Come con questo biglietto per dirti che ti voglio bene. Sono al tuo fianco. Magari a volte maldestramente ma ci sone. Conta pure su di me. Ci vorrà il tempo che ci vorrà ma tornerai a stare bene. Ti aspettano cose belle dalla vita e tu sei bella.
Con tutto l'amore (tanto tanto) che ho sempre avuto per te e con quello (tanto tanto) che sempre ti vorrò.
Mamma

Veggie ha detto...

@ Bea – Grazie per aver lasciato un tuo commento anche qui, Bea… E’ dolcissimo il biglietto che hai scritto a tua figlia e, anche se non lo ammetterà mai, sono certa che le avrà fatto molto piacere poter leggere una cosa del genere. In fin dei conti, se non riuscite in questo particolare momento del suo percorso a comunicare oralmente, penso che la parola scritta possa essere un buon modo per vicariare, e per riuscire comunque ad avere un contatto… Forse tua figlia ti risponderà, o più probabilmente non lo farà. Ma tu continua comunque a scriverle. Perché sono certa che, a suo modo, le sia comunque d’aiuto…

 
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