Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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venerdì 28 giugno 2013

Allenare i muscoli anti-DCA

Karate è lo sport che pratico da quando ero poco più che una bambina.

Recentemente, parlando col mio maestro Carlo, che ha avuto dei problemi muscolo-scheletrici, mi ha detto:

“Penso che trovarsi di fronte ad una qualsiasi difficoltà inizialmente sia come flettere un muscoletto che è molto affaticato. Il medico ti dice ti fare degli esercizi per rafforzarlo, ma all’inizio riesci a fare pochissime ripetizioni, poi devi subito smettere. Però, dopo un mese di esercizio, le cose vanno meglio e sei in grado di fare un numero di ripetizioni decisamente maggiore. Dopo due mesi le cose vanno ancora meglio, ma non alla perfezione. Sembra di stare meglio, però ci sono momenti in cui le cose peggiorano. E quando succede non è facile, perché ti sembra che tutto l’allenamento che hai fatto fino a quel momento sia andato sprecato, per cui ti scoraggi, però poi ti fai forza e ricominci ad allenarti. Non sai se quel peggioramento è momentaneo o permanente, ma comunque il ricominciare ad allenarti ti permette di cercare di fare un lavoro ancora migliore. Se oggi riesci a fare 49 ripetizioni, e domani arrivi a 50, sembra un piccolo passo, invece per me è una grande cosa”.

Dopo aver sentito questo discorso, ho pensato che, in un certo senso, si può applicare anche alla nostra lotta contro l’anoressia/la bulimia. Spesso, durante la psicoterapia, i medici parlano di “guarigione” dal DCA, come se il ricovero fosse un evento, non un processo. Il che, secondo me, è errato, perché un evento è un qualcosa di passivo. Voglio dire, un evento è un qualcosa che succede quando meno te lo aspetti, un qualcosa su cui tutto quello che fai non ha influenza. Se una persona decide di andare in vacanza, che so, a Parigi, l’evento è rappresentato dall’arrivo in Parigi. Ma per arrivare in questa città è necessario un viaggio. Per il teletrasporto non siamo ancora attrezzati. Ed il viaggio è fondamentale, perché senza di esso nessun turista potrebbe mai arrivare a Parigi.

Concepire il ricovero da un DCA come un viaggio piuttosto che come una meta è di grande importanza: perché implica il fatto che dobbiamo lavorare sul ricovero, non accade così, ad uno schiocco di dita, ce lo dobbiamo costruire quotidianamente. Che poi, a voler essere ancora più precise, il ricovero non è un evento, e non è neanche soltanto un processo: è un insieme di abilità che a poco a poco dobbiamo diventare capaci di gestire e padroneggiare. Personalmente, sono piuttosto brava ad imparare nuove cose. Come per imparare qualsiasi cosa, c’è sempre bisogno d’iniziare dalle basi e padroneggiarle, per poter poi procedere e fare le cose veramente più ganze. Quando facevo le scuole superiori, la materia in cui andavo meglio – e che mi piaceva molto – era la Matematica. (Okay, questo mi rende piuttosto una nerd…) Ma ho iniziato a studiarla in prima elementare. Ho dovuto imparare a fare le quattro operazioni, l’algebra, la geometria e la trigonometria prima d’iniziare a fare cose veramente fighe come lo studio di funzioni, o gli integrali di secondo grado.

Direi che vale un po’ la stessa cosa anche quando ci apprestiamo a combattere contro un DCA: inizialmente riusciremo ad opporci alla voce del disturbo alimentare soltanto un numero limitato di volte al giorno, e solo col tempo, sforzandoci di ignorare quello che ci suggerisce il DCA quanto più possibile, si riesce ad opporci allo stesso per lassi di tempo più lunghi. E questo è un tipo d’apprendimento tutt’altro che rapido. Perché c’è un sacco di ansia da sopportare quando non si restringe l’alimentazione come l’anoressia ci suggerirebbe di fare. E perché ci sono un sacco di abitudini malate indotte dal DCA, un sacco di schemi mentali malati da rompere.

Una volta ho letto su una rivista che in psicologia 10.000 ore sono il numero magico di ore che è necessario svolgere per una determinata attività, per potersi considerare esperti nella stessa. È il numero di ore in cui è necessario fare partica per diventare veramente efficienti e produttivi in un certa attività. Ora, io non sono sicura che questo dato empirico sia mai stato testato scientificamente, ma quel che conta è l’idea che dà: ovvero, l’idea che per diventare veramente in gamba in una certa attività, c’è bisogno di esercitarsi su quell’attività per un lasso di tempo molto lungo. Non è il talento innato che rende una superstar. Ci vuole un sacco di olio di gomito.

Per cui, nel momento in cui si cominciano ad allenare i muscoli anti-DCA, inizialmente non saremo in grado di utilizzarli molto efficacemente e/o molto a lungo. E va bene così. È quel che ci si aspetta quando una persona che ha vissuto per tanti anni nel pieno del disturbo alimentare prova ad allontanarsi da esso. Ma, proprio come nell’allenamento muscolare, si comincia col sollevare i pesi più leggeri per poi aumentare progressivamente, lo stesso bisogna fare col DCA. Continuare a combattere giorno dopo giorno: all’inizio sarà parecchio difficile e non riusciremo a fare molto, ma a poco a poco, se continuiamo comunque costantemente a cercare di opporci ai pensieri indotti dall’anoressia, il farlo diventerà un po’ meno faticoso, e i risultati saranno progressivamente migliori. È così che il fare cose che quando eravamo nel pieno dell’anoressia ci parevano inimmaginabili, diventa poco a poco sempre più tangibile e meno tosto.


P.S.= Essendo questo il mio blog, posso scriverci quello che mi pare e piace. Però, in realtà, questo blog è tanto mio quanto di tutte voi che lo leggete e lo commentate, perciò… Io ho un sacco di idee su ciò che vorrei scrivere in questo blog, ma non sono nella vostra testa, quindi non so cosa voi vorreste leggere.

Per cui, se vi va, lasciatemi nei commenti (o mandatemi tramite mail: veggie.any@gmail.com) un appunto su ciò che vi farebbe piacere leggere su questo blog. Siete interessate a come vengono trattati i DCA a Timbuctù? Alle nuove ricerche sulla genetica dell’anoressia? Alle nuove frontiere terapeutiche per i DCA? Ai consigli su come riuscire a magiare tutto quello che vi ha prescritto la dietista? Agli aneddoti sui casini che si combinano noi protomedici quando siamo di turno? (Vi assicuro che non abbiamo niente di che invidiare a “Scrubs” in quanto a surrealismo!)

Mi farebbe molto piacere se mi diceste cosa vi piacerebbe leggere qui! 

Non vi prometto che scriverò post su ogni qualsiasi cosa mi venga suggerita, né che saranno i migliori post che abbiate mai letto. Quel che prometto è che presterò attenzione ai vostri suggerimenti, e cercherò per quanto possibile di attenermi alle vostre richieste.

Fatemi sapere: è l’unico modo che ho per conoscere ciò che state pensando, e per cercare di rendere questo blog più vicino a quello che v’interessa!

venerdì 7 giugno 2013

Cosa significa scegliere la strada del ricovero

Quando avevo più o meno sui 18 – 19 anni, nessuno sapeva cosa fare con me. Tutta la schiera di psicologi, dietisti, psichiatri, medici con cui avevo avuto a che fare, avevano di fatto alzato bandiera bianca. Dovevo essere io a scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero, dicevano loro, e questo era un qualcosa che io chiaramente non stavo facendo. Fino a che io non l’avessi fatto, non c’era niente che loro potessero fare per me. Avrei cominciato a percorrere la strada del ricovero quando sarei stata pronta.

Ovviamente, ho qualche problemuccio con questo modo di vedere la cosa. Non dico che sia una visione sbagliata, ma è quantomeno una visione molto semplicistica e riduttiva. Prima cosa, dà per scontato che una persona che è nel pieno dell’anoressia sia lucidamente e decisamente capace di scegliere di combattervi contro. Seconda cosa, fa sembrare il ricovero come una scelta sciente, un’unica e ben precisa scelta che una persona compie, e quando lo fa allora magicamente guarisce dall’anoressia.

Il problema è che la strada del ricovero non si sceglie lucidamente e scientemente una volta per tutte. Occorre scegliere di percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, ogni mattina quando ci svegliamo e ci apprestiamo ad affrontare un’altra giornata, e bisogna rimarcare a noi stesse questa scelta ogni 5 – 6 volte al giorno. Occorre fare questa scelta anche quando proprio non vorremmo. Non è dunque una singola scelta che si fa una volta per tutte, e non è affatto semplice.

Se ci pensate, la stragrande maggioranza dei protocolli terapeutici per i DCA sono fatti per persone che cercano e vogliono (o, tutt’al più, accettano) seguire un protocollo terapeutico. E, insomma, è relativamente facile fare una psicoterapia e una riabilitazione nutrizionale ad una persona che è consenziente, vuole percorrere la strada del ricovero, e ce la mette tutta per essere aderente alle indicazioni mediche. Ma quando si parla di persone nel pieno dell’anoressia, laddove non è infrequente una spiccata difficoltà a comprendere quanto i propri pensieri e i propri comportamenti siano deviati, è veramente difficile riuscire ad intraprendere un percorso di ricovero, perché i medici non sanno come far fronte ad una paziente che non ha nessun interesse a staccarsi dall’anoressia. Per cui, piuttosto che cercare di elaborare nuove strategie terapeutiche per rendere più compliante una paziente che è ancora molto dentro il DCA, è decisamente più facile, economico e conveniente dire alla paziente che “noi ti potremo aiutare solo e soltanto quando tu sarai pronta a percorrere la strada del ricovero”.

Il problema principale di questa concezione medica – e della sua applicazione alle pazienti che hanno un DCA – è che una delle caratteristiche che più frequentemente s’incontrano nelle persone che hanno un DCA (anoressia in particolare) è che non c’è nessuna voglia d’iniziare un percorso di ricovero. Le motivazioni che rendono le persone affette da DCA estremamente restie ad iniziare un percorso di ricovero sono molteplici, e variano a persona a persona: solo per fare qualche esempio, le difficoltà a staccarsi dall’anoressia possono essere legate al fatto che essa rappresenta un’ottima strategia di coping, che fornisce un’illusoria sensazione di controllo, che la persona non si sente “abbastanza malata” da meritare di ricevere aiuto terapeutico, e così via. Ovviamente sarebbe cosa buona e giusta che ogni persona malata di DCA fosse in grado di prendere una decisione riflessiva e razionale in merito alla necessità di curarsi, ma spesso e volentieri le cose non stanno così.

Così tutti i medici si rintanano nei loro uffici, ed aspettano che la ragazza sia “pronta” a percorrere la strada del ricovero. Il problema è che più a lungo una persona viene lasciata in balìa del DCA, più sarà difficile che essa possa scegliere autonomamente di percorrere la strada del ricovero. Più una persona perde peso, minore è la produzione neurotrasmettitoriale, minore è la lucidità, più è difficile rendersi conto dello stato patologico in cui si verte, e scegliere un percorso di ricovero.

Tra l’altro, tutti i comportamenti tipici del DCA diventano molto rapidamente delle abitudini. Si restringe quando ci si trova davanti un piatto col Cibo X, perché è semplicemente quello che ci abituiamo a fare di fronte al Cibo X. Facciamo sempre lo stesso tipo di attività fisica per lo stesso lasso di tempo e nello stesso momento della giornata, perché è nel nostro programma mentale, che diventa un’abitudine. Mangiamo solo determinate quantità di determinati cibi in un certo ordine e ad una certa ora. Il cervello è un organo estremamente abitudinario e reiterativo. Poco a poco, aderisce sempre di più a quelle che sono delle “regole” che inconsciamente stabiliamo quando abbiamo un DCA.

Ecco che l’anoressia diventa la nostra nuova normalità.

Ben presto, tutto si appiattisce. Ci si dimentica com’era quando avevamo più energia. Si tralasciano hobby, interessi, studio, lavoro, perché l'anoressia occupa gran parte della nostra mente e della nostra giornata. Si allontanano gli amici perché non vogliamo che sappiano del nostro DCA. Ci si dimentica di come si faceva a mangiare senza farci problemi prima che l'anoressia esordisse. Ci si dimentica… tutto. Inizialmente, si ricorda ancora com’era la nostra vita in quando l’anoressia non la faceva da padrona. Ma poco a poco, anche questi ricordi s’indeboliscono, e comincia a parerci che in tutta la nostra vita non ci sia mai stato altro che l’anoressia. Si dimentica.

La frase “scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero” mi irrita per varie ragioni, soprattutto perché fa pensare che la strada del ricovero sia una tantum, una scelta che si fa una volta per tutte e poi non ci si pensa più. Come se io oggi scegliessi d’indossare un paio di jeans e una camicia bianca. Faccio questa scelta, indosso questi indumenti, ed è finta qui. Combattere contro l’anoressia non è così semplice. Non è in alcun modo una singola scelta.

Fare colazione. Io mi ricordo quando la mattina mi alzavo da letto e m’intrippavo in pensieri Shakespeariani del tipo “restringere a colazione o non restringere a colazione? Questo è il problema”. E anche quando decidi che, diamine, niente seghe mentali, quella cavolo di colazione la devi proprio fare senza restringere, allora devi decidere se prendere il latte coi biscotti e, nel caso, quali biscotti. Quanti biscotti. E, tra l’altro, quale tipo di latte. Intero? Parzialmente scremato? Scremato? E poi, nient’altro oltre a latte e biscotti? Succo di frutta o no. Qualcos’altro al posto del succo di frutta. Caffè o no (a me il caffè non piace, quindi un problema in meno… almeno questo!). E questo è solo il primo pasto della giornata. E cosa succede quei giorni in cui non si ha proprio per niente voglia di fare colazione? Che si fa, allora? Come si fa ad obbligarsi a mangiare comunque?

Io credo che scegliere la strada del ricovero non è come una lampadina che si accende di punto in bianco. Credo che per scegliere la strada del ricovero sia necessario un supporto medico anche quando non siamo ancora propriamente complianti, e anche quando lo siamo occorre comunque rinnovare questa scelta giorno dopo giorno. Perché è solo così che l’anoressia che è diventata col tempo la nostra normalità, può lasciare il posto al percorrere la strada del ricovero, che col tempo deve diventare la nostra nuova normalità. Più si sceglie la strada del ricovero, più sceglierla risulta essere meno faticoso. Ma per arrivare a questo, occorre imporsi di fare cose che ci danno discomfort, fare comunque cose che non vorremmo fare, cose che allontanano il (fasullo) senso di controllo che ci faceva provare l’anoressia, per lasciarci nell’incertezza di affrontare le sfide della vita senza più ricorrere ad una strategia di coping malata quale è il DCA. Significa che, anche nei momenti in cui non siamo propriamente ancora in grado di percorrere la strada del ricovero perché ancora troppo dentro all’anoressia, c’è bisogno di un supporto nutrizionale e psicoterapeutico che ci fornisca strategie di coping alternative, onde evitare il dilagare dell’ansia che ci riporterebbe immediatamente ad avere una ricaduta. Scegliere di percorrere la strada del ricovero è una scelta che, secondo me, dovremmo rinnovare giorno dopo giorno per tutta la nostra vita. Ma quando il percorrere la strada del ricovero diventa un’abitudine esattamente come lo era diventata l’anoressia, allora non sarà comunque facile e divertente, ma non sarà neanche più così dura come lo è nei primi tempi.

venerdì 12 ottobre 2012

L'anoressia vista dall'esterno

(ovvero: perchè scrivo sempre che chi non ha vissuto l'anoressia sulla propria pelle non la può capire.) 

L’altro giorno ho letto un articolo che ho trovato su Inernet, a proposito degli studi svolti da V.S. Ramachandran e, nella fattispecie, si parlava della teoria della mente. Quel che vi ho trovato scritto mi ha fatto pensare a come le persone che non hanno l’anoressia/la bulimia (e, anche quelle che ce l’hanno, ovviamente) provano a comprendere l’affezione di un’altra persona.

Teoria della mente è il termine neurologico per indicare come si può provare a capire che cosa qualcun altro sta pensando. O, per dirla citando Wikipedia:

"La teoria della mente è l’abilità di attribuire stati mentali – credenze, intenti, desideri,ragionamenti, conoscienze, etc – a se stessi e agli altri, e capire che gli altri hanno credenze, desideri e intenzioni che sono differenti dalle proprie."

Se vedete qualcuno che sta cercando un bicchiere d’acqua, sicuramente penserete che quella persona ha sete. Dopotutto, è questa la principale motivazione per cui anche voi cerchereste un bicchiere d’acqua: perché siete assetate. Il bicchiere è un contenitore, l’acqua è un qualcosa da bere che disseta… Ta-dah! E non c’è bisogno che voi in quel momento abbiate sete per comprendere che qualcun altro può averla.

Cruciale per capire le motivazioni di qualcun altro, è il comprendere le proprie. Noi sappiamo cos’è la sete, sappiamo che l’acqua la fa passare, sappiamo che per ottenere questo risultato è necessario portare il bicchiere alle labbra e deglutirne il contenuto.

Dunque, vi starete chiedendo, ma tutto questo cos’ha a che fare con l’anoressia? Ebbene, la maggior parte delle ricerche che correlano i DCA con la teoria della mente sono relative ad eventuali deficit che le persone affette da anoressia o bulimia potrebbero avere in merito alle aree cerebrali che si occupano della comprensione. Uno studio condotto nel 2010, per esempio, ha evidenziato che le donne affette da anoressia avevano difficoltà a comprendere le emozioni altrui, il che è un aspetto della teoria della mente. Le donne affette da bulimia, invece, si mettevano più facilmente in sintonia con le emozioni altrui… ma solo se si trattava di emozioni negative.

Tutto ciò è certamente interessante, ma ancora non ci dice in che modo chi non ha mai vissuto un DCA possa comprendere cosa significhi averne uno. Non so se è mai stata fatta una ricerca mirata a tal riguardo, o come si potrebbe peraltro anche solo provare a misurare il grado di empatia di una persona comune nei confronti di una affetta da anoressia o bulimia. Ma fondamentale per comprendere le esperienze di chiunque, di qualsiasi cosa, è la teoria della mente.

Immaginate questo: qualcuna delle vostre colleghe di lavoro (o delle vostre compagne di classe) ha smesso di mangiare a pranzo un panino, e lo ha sostituito con un’insalata. Questa persona dice di voler perdere qualche chilo. Per una persona che non ha un DCA, questo significa semplicemente che la sua collega (o compagna di classe) si è messa a dieta per un po’. Come un sacco di gente a questo mondo, la vostra collega vuole essere più magra. Tuttavia, può accadere che, a differenza di quello che fanno la maggior parte delle persone, la “dieta” della vostra collega non s’interrompe quando lei perde qualche chilo. Va avanti e avanti, e lei continua a mangiare solo insalate anche quando è in evidente sottopeso. Così la persona che non ha un DCA immagina che la sua collega possa essere anoressica.

L’unico modo che ha a disposizione una persona che non ha vissuto un DCA per capire l’anoressia è fare riferimento alla propria esperienza. Molte persone, nel corso della propria vita, hanno seguito per un po’ delle diete. Si sono sottoposte spesso a controlli ponderali, si sono guardate e riguardate alle specchio, hanno provato vestiti di taglie diverse. L’anoressia è certamente molto più mentale, meno basata sulla fisicità, e sicuramente molto più estrema, ma la maggior parte della gente non ha mai trovato un piatto di spaghetti più ansiogeno di un piatto di serpenti vivi. Per cui, chi non ha vissuto un DCA conosce solo il classico “fare la dieta per un po’”, e questo è il loro unico punto di riferimento.

Questo, purtroppo, può essere “pericoloso” nel momento in cui una persona che non ha un DCA va a relazionarsi con una persona che invece ce l’ha. “Pericoloso” sotto più punti di vista: 1) Le persone credono di sapere cosa voglia dire avere un DCA solo perché hanno fatto qualche dieta e 2) l’anoressia viene percepita dagli altri semplicemente come il desiderio di dimagrire che viene portato troppo all’estremo. Certo, esistono persone che cadono in un DCA perché sono effettivamente sovrappeso, e il seguire una dieta gli prende troppo la mano, ma queste persone sono la minoranza. Per lo più, le persone che sviluppano un DCA non hanno, originariamente, problemi di peso, e la perdita di peso non è veramente il fattore motivante. Ciò che sottende un DCA è infatti il bisogno di controllo, la necessità di trovare una strategia di coping per tenere a bada l’ansia, il crearsi una “coperta di Linus” che possa momentaneamente celare tutti gli altri problemi della vita, il bisogno di sentirsi forti nell’autocontrollo più completo.

Provate a spiegare ad una persona che non ha mai avuto un DCA cosa sia la vostra anoressia. Provate a spiegargli quello che vi passa per la mente. Tutti capiranno il bisogno di dimagrire, perché è un qualcosa che in molti hanno provato sulla propria pelle. Anche se la motivazione che spinge a dimagrire è nei due casi differente, la sensazione provata è la stessa. Ma nessuno che non l’abbia vissuto può capire i sentimenti. E nessuno che l’ha vissuto può mettere in parole, esattamente, quelli che sono i propri sentimenti, e spiegare come la soppressione dell’ansia e la necessità di controllo siano il leit-motive dell’anoressia. Perché a un certo punto l’empatia non basta: si capisce veramente solo quello che si è vissuto.

In ogni caso… cosa ne pensate? Le persone che vi stanno intorno hanno difficoltà a comprendere il vostro DCA? Vi è capitato di provare a spiegarlo a qualcuno? Vi è sembrato che quelle persone dopo le vostre spiegazioni avessero un’idea più realistica, rispetto al solito stereotipo proposto dai media, di quella che è l’anoressia?

mercoledì 27 luglio 2011

Freni al ricovero: Il cambiamento

Concludo con questo post la serie dei freni che l’anoressia pone all’intraprendere la strada del ricovero, poiché la lista sarebbe molto più lunga, ma ho cercato di toccare quelli che per me sono i punti principali. Ne approfitto anche per ringraziare tutte quante per i commenti ai post precedenti che trattano di quest’argomento: i vostri feedback sono estremamente preziosi per me!

Comunque.

L’anoressia è familiare

Come ho scritto nel post precedente, l’anoressia per certi versi semplifica la vita; ma anche le cose difficili possono diventare relativamente più semplici se le ripetiamo abbastanza a lungo. Più che un “semplificatore”, in effetti, l’anoressia finisce per diventare familiare. Io stessa, entrata nell’anoressia quando avevo circa 14 anni, non riesco a capire come facessi, prima, a mangiare senza pensieri. Non me lo ricordo proprio. E penso che questo valga non soltanto per me. Penso che molte si chiedano come facessero a mangiare, prima. Come fosse la routine senza la restrizione alimentare o l’attività fisica compulsiva. E più che l’anoressia reitera, più diventa routinaria, più si fa difficile staccarsene. Perché, per quanto possa essere limitante, distruttiva, per quanto possa avere anche i suoi lati negativi, è un qualcosa cui siamo abituate, un qualcosa che, anche nel male, è ordinaria, abituale, la si può prevedere, e ciò che è prevedibile, in un certo senso, tranquillizza.

È un cambiamento. Il ricovero è un cambiamento. Decidere di percorrere la strada del ricovero significa fare un salto nel buio. Rompere gli schemi. Decidere di lasciare la strada vecchia per la nuova. Questo può essere terrorizzante, se paragonato a un’anoressia che, per quanto distruttiva, è comunque routinaria. Nella crisalide dell’anoressia, ogni accenno di cambiamento fa paura, è destabilizzante. Ci si rifiuta di ascoltare ogni segnale che ci può cambiare anche perché poi si ha paura di quello che dovrebbe succedere se dovessimo sentirci comunque uguali. L’anoressia è predicibile. Si sa quello che si deve dire e fare. Siamo le attrici consumate che recitano una parte sul palcoscenico del mondo. L’applauso finale ce lo facciamo da sole. Dato che programmiamo la vita minuto per minuto, l’ansia svanisce e finiamo per trovare il DCA a suo modo confortevole e familiare.

Ovviamente non è l’anoressia in sè che è un abitudine, però possono diventarlo molti degli atteggiamenti e dei comportamenti legati all’anoressia. Il checking, per esempio. Oppure lo svolgere una determinata attività fisica per un determinato lasso di tempo. Oppure il pesarsi più volte al giorno, o il non pesarsi mai. Oppure il redigere “piani di restrizione alimentare” giornalieri. E la strada del ricovero inizia proprio col rompere questi circoli viziosi: dare un taglio a tutti i comportamenti che reiterano i tipici pensieri dell’anoressia. È ben comprensibile come tutto questo possa essere terrorizzante, e come possiamo cercare scuse di fronte a noi stesse per rimandare.

Salvo gli aspetti emotivi gratificanti, alla lunga l’anoressia è un inferno. Ma è un inferno familiare. È un inferno col quale abbiamo imparato a rapportarci, con il che le fiamme non sono più poi così calde. È un inferno che ha un suo certo ritmo, una ragion d’essere e (posso dirlo?) una sua funzionalità. La restrizione alimentare non è un peso perché ci fa sentire forti e in controllo. E i deficit fisici che la restrizione comporta non sono poi così terribili quando ci abituiamo. Perché un qualcosa di obiettivamente distruttivo come l’anoressia fa provare sentimenti così positivi? Dov’è che l’ingranaggio s’incastra e comincia a girare, come impazzito, verso l’oscurità? L’oscurità fa meno paura del sole, in fin dei conti: dopo un po’ ci si abitua, anche se non si vedono le cose comunque s’intravedono le forme, e non si corre il rischio che la luce possa ferire gli occhi.

Percorrere la strada del ricovero significa intraprendere la strada della luce. Ci vuole un sacco di tempo per capire se questo sia piacevole o meno, è non è sempre facile essere positive al 100% quando si cammina su una strada così difficile. Quello che ci deve mantenere in carreggiata è la consapevolezza che l’altra strada – quella dell’anoressia – è in realtà un vicolo cieco: prima o poi si finisce comunque per sbattere contro un muro. Intraprendere la strada del ricovero significa darsi una possibilità. E nessuno può dire cosa questa possibilità ci possa riservare. Magari il tempo per dedicarci a qualcosa che ci appassiona veramente. Magari la capacità di sederci sul divano e guardare un film dall’inizio alla fine senza avere l’ansia di dover fare ancora un po’ di attività fisica.
Questo è il ricovero. Non tutto il ricovero, ovviamente, ma parte di esso.

Il cambiamento non è necessariamente un qualcosa di negativo. Siamo molto più forti di quello che crediamo, ed abbiamo tutta la capacità di affrontare a testa alta le difficoltà che la vita ci pone davanti anche senza bisogno di ricorrere all’appoggio dell’anoressia. Perché siamo più forti SENZA l’anoressia.

P.S.= E' stata istituita una petizione on-line per istituire una giornata nazionale sui DCA: per firmarla, potete andare a questo link:
Petizione DCA
Io ho già firmato... e voi che aspettate a farlo? Ogni singola firma può essere preziosa! Aggiungetevi alla lista e fate girare la notizia!
Grazie a chiunque lo farà...!
 
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