Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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venerdì 16 gennaio 2015

Video - Riempire la vita

Per la serie “meglio tardi che mai”, sono finalmente riuscita a trovare il tempo per realizzare il video di cui parlavo lo scorso Ottobre (meglio tardi che mai – appunto) ispirato all’infographic di Christiane.

Il video in cui avete risposto alla domanda: qual è la cosa che più vi aiuta nella vostra quotidianità a combattere contro l’anoressia/la bulimia/il DCAnas? Il risultato? Potete vederlo qua sotto!

(Click QUI se volete vederlo direttamente su YouTube)

Spero che vi piaccia…

Intanto, un GRAZIE enorme alle ragazze che hanno collaborato: grazie a Lauretti81, Stella, Lexy, Connie, Micaela, Fairy, Christiane, Fede, Andy, Vale, Wolfie, Jonny, Charlie. Questo video è quello che è solo ed esclusivamente per merito vostro.

Come soundtrack del video ho scelto la canzone “Fed Up (IRS)”. Ho optato per questo brano perché quando l’ho sentito ho pensato che, se avessi l’anoressia di fronte a me, quelle della canzone sono proprio le parole che le griderei in faccia, con tutta la mia rabbia… e la mia voglia di rivalsa.

[Mia traduzione del brano per chi non masticasse molto l’Inglese: 
Il Lunedì uccide, il Martedì fa schifo, come sempre, ecco che la mia settimana è iniziata. Qualcuno mi fermi, il paracadute non funziona… sono incazzata. Mi giro e mi rigiro, ma la mia vita è bloccata nell’impasse. Aspetto, ma niente sembra cambiare.  
RIT: Vieni ed affrontami, guardami, ora tocca a te pagarla, e lo farai. Ti sei finta mia amica, ma mi hai piegata alla tua volontà, più e più volte, e ancora. (Di nuovo?). 
Ultime notizie: la mia testa sta esplodendo. Chi pulirà il casino? Salto sulla mia automobile: posso investirti… sono incazzata. Circoli viziosi, la mia vita è bloccata nell’impasse. Aspetto, ma ancora non cambia niente.  
RIT: Vieni ed affrontami… 
Per favore, dammi un attimo di pausa, che posso fare? Sì, penso che dovrei eliminarti dalla mia vita.  
RIT: Vieni ed affrontami… 
Fottuta merdaccia.]

venerdì 9 gennaio 2015

"Mi sento come se desiderassi che il mio DCA peggiori..."

Nei commenti del post precedente, una commentatrice anonima ha scritto:  

“Mi sento come se desiderassi che il mio DCA peggiori, così da poter essere ricoverata. È un pensiero strano, vero?”

Vorrei perciò scrivere il post odierno in risposta a questa domanda.

Cara Anonima, non lo definirei un pensiero proprio “strano”, poiché credo che diverse altre persone con un DCA possano averne avuto uno simile (come confermano anche, nei commenti al post precedente, un'altra commentatrice anonima, Christiane e Ilaria). Casomai è un pensiero patologico, questo sì, nel senso che è un pensiero indotto dalla malattia, dal DCA stesso: e proprio per questo, nel contesto della malattia, non è un pensiero affatto strano.

Ti voglio lanciare però una provocazione rivolgendoti questa domanda a mia volta: PERCHE’ desideri che il tuo DCA peggiori a tal punto da necessitare di un ricovero? 

È perché desideri che la tua malattia venga legittimata con un’etichetta diagnostica medica?
È perché ti sembra che ora come ora nessuna delle persone che ti sta intorno si renda conto di quanto stai male?
È perché nessuno ti sta aiutando e supportando in maniera adeguata?
 È perché senti di non riuscire ad esprimere il tuo malessere?
È perché pensi di non essere abbastanza malata?
È perché credi di meritarti solo il peggio?

Potrei andare avanti per molto, ma mi fermo qui perché credo che tu abbia afferrato il senso di quello che voglio dirti. Cerca di comprendere PERCHE’ ti sembra di aver bisogno che il tuo DCA peggiori a tal punto da necessitare un ricovero, dopodiché pensa a COME puoi ottenere le medesime cose SENZA dover essere ospedalizzata.

Per esempio, se hai bisogno di supporto/aiuto per tener testa al tuo DCA, e ti sembra che in questo momento non riesci ad ottenerlo, valuta la possibilità di dire esplicitamente alle persone che ti circondano come ti senti dentro, a prescindere alla tua fisicità, e quale tipo di aiuto/supporto avresti bisogno di ricevere da parte loro. Parla loro di come ti senti, e lascia che ti aiutino e che ci siano per te.

So che per chi non ha mai vissuto un DCA sulla propria pelle, e avanza per stereotipi, può essere difficile comprendere la gravità di un qualsiasi disturbo alimentare se non vede uno scheletro ambulante… ma tu, che stai vivendo un DCA sulla tua pelle in questo momento, non hai alcun bisogno di diventare uno scheletro ambulante per sapere che stai male. Tu stai male, è palese, lo sai già: ed è per questo che necessiti di tutto l’aiuto e il supporto possibile, completamente a prescindere dall’esteriorità. Perché la sofferenza di un DCA non può certo essere quantificata: men che meno in chili.

Ogni qualsiasi DCA, in tempi più o meno lunghi, porta al medesimo outcome se non viene adeguatamente trattato: il decesso. Per cui, quello che stai attraversando, a prescindere da ciò che il tuo corpo può dimostrare, è reale, ed è serio, e necessita di cure adeguate. Non ti far infinocchiare dai pensieri che la malattia ti mette in testa, e corri ai ripari prima di peggiorare ulteriormente, sia fisicamente che mentalmente, la situazione: chiedi aiuto a persone professionalmente competenti, perché è quello che ti può far stare meglio, e che può permetterti di vivere una vita di qualità, allontanandoti sempre di più dalla malattia.

Ricordati che ciò che àncora alla malattia, a prescindere dalla fisicità, è il non avere fiducia nelle proprie capacità di cambiare la situazione, il piangersi addosso, il darsi per vinte, lo scuotere la testa e rafforzare così l’unica fede spontanea che l’anoressia conosca, quella tanto fatalistica quanto comoda del “tanto nulla cambierà”. Il combattere contro l’anoressia si nutre proprio della consapevolezza che tu puoi cambiare tutto quello che adesso ti fa stare male, e che per fare questo non hai bisogno di arrivare ad alcun estremo, anzi: meno hai toccato il fondo, prima inizi a combattere, maggiori saranno le tue possibilità di successo.

Ti faccio un enorme in bocca al lupo.

venerdì 12 dicembre 2014

Affrontare il periodo natalizio

Un altro Natale sta arrivando, e con esso un altro periodo festivo e, come ormai ogni anno, voglio lasciarvi alcuni suggerimenti di auto-aiuto per cercare di affrontare un po’ più serenamente questo periodo e questa giornata in particolare, nonostante la presenza del DCA. Spero che in qualche modo possano esservi utili…  

1) Cercate di alimentarvi regolarmente, seguendo il vostro “equilibrio alimentare”. Non saltate pasti e non digiunate per cercare di “far pari” con quello che avete mangiato, o con quello che avete in previsione di mangiare: un pranzo/cena di Natale è un singolo strappo alla regola, che l’omeostasi dell’organismo minimizzerà automaticamente. Continuate a nutrirvi in maniera regolare, senza guardare nel piatto altrui.

2) Cercate di non focalizzarvi troppo sugli aspetti negativi delle feste (per esempio: dover rivedere tutti i parenti, anche quelli più intollerabili, dover attirare commenti per il vostro aspetto fisico/abbigliamento/quello che mangiate/etc…), e provate invece a pensare a quello che può esserci di positivo.  

3) Giocate d’anticipo: fate un elenco di quelli che potrebbero essere i trigger cui potreste trovarvi di fronte a Natale, e parlatene con psichiatra/psicologo/dietista/dietologo/nutrizionista… ogni membro del team di specialisti che vi segue. Così facendo, queste persone potranno aiutarvi a prepararvi, affrontare e superare i momenti difficili cui potreste andare incontro, senza dover adottare alcuna strategia di coping propria del DCA.  

4) Elaborate un “Piano B” prima di invitare qualcuno a casa vostra, o di andare a festeggiare a casa altrui. Siate consapevoli di quali sono le “uscite di emergenza”, di dove sono le persone che possono supportarvi, e di quando arriva il momento di prendervi una pausa dalla situazione che state vivendo, e chiedere aiuto.  

5) Parlate con franchezza a chi vi circonda di quelli che sono i vostri problemi e le vostre difficoltà alimentari, al fine di non essere oggetto di pressioni od osservazioni tutt’altro che piacevoli, e vedere così il vostro umore calare a picco. Spiegate anche quelle che sono le cose che vi danno fastidio e che preferireste gli altri evitassero di fare/dire, affinché anche chi vi sta di fronte possa avere qualche dritta su cosa fare/non fare, dire/non dire.  

6) Scegliete, in anticipo, un amico/familiare/terapeuta/qualcuno cui telefonare in caso di difficoltà, quando sentite che state per cedere al DCA, o quando vi sentite sopraffatte da pensieri ed emozioni negative. Mettetevi d'accordo con questa persona nei giorni che precedono il Natale, informatela su quali potrebbero essere le vostre difficoltà, le vostre necessità, e la possibilità di ricevere una chiamata da parte vostra nel giorno di Natale.  

7) Se pensate che possa esservi di supporto, o comunque utile in qualche modo, fatevi aiutare da un familiare/amico che sarà presente al vostro pranzo/cena di Natale, in maniera tale che questa persona possa rappresentare una sorta di “check point sulla realtà dei fatti” in merito all'alimentazione. Una persona che possa aiutarvi con le dosi del cibo, che possa riempirvi il piatto con quantità adeguate prima che lo faccia qualcun altro magari in maniera impropria, o che comunque sia in grado di dirvi se state restringendo/esagerando in merito a quanto cibo voi stesse vi mettete nel piatto.  

8) Scrivete quali vi piacerebbe potessero essere i vostri pensieri e il vostro stato emotivo nel periodo natalizio, in compagnia dei vostri parenti. Se e quando le cose si allontaneranno dalla vostra visione, prendetevi il tempo per respirare a fondo e cercare di ritornare in uno stato d'animo un po' più sereno, che è quello che desiderate per voi stesse.

9) Se avete degli obiettivi alimentari/psicologici per il tempo natalizio che trascorrerete insieme ai vostri parenti, focalizzate detti obiettivi su quello che vi piacerebbe ottenere. Fate in modo che i vostri sforzi siano mirati al “fare qualcosa”, piuttosto che al “provare a prevenire qualcosa”.  

10) Cercate di essere flessibili. Cercate di essere flessibili sia negli obiettivi che vi prefissate (che siano il mangiare in un certo modo, o il relazionarvi in un certo modo coi familiari, o il mantenere un certo stato d'animo, etc...), sia nelle aspettative che nutrite rispetto al comportamento altrui nei vostri confronti. Cercate di essere flessibili tanto sul versante alimentare, quanto su quello psicologico/comportamentale. Prendetevi una... vacanza di Natale dall'eccessiva rigidità, dal controllo di ogni singolo dettaglio, dall'esasperato auto-criticismo.  

11) Isolarsi e chiudersi in se stesse è il peggior modo possibile per affrontare un periodo tutt'altro che semplice. Perciò continuate a fare psicoterapia e a seguire il vostro “equilibrio alimentare” prima e dopo il giorno di Natale. Questo potrà esservi di estremo supporto per arrivare al Natale “preparate”, nonchè per scaricare eventuali sentimenti negativi scaturiti da questa giornata di festa. Continuate inoltre a cercare supporto ed auto-aiuto su Internet, in blog e forum, ove potete parlare delle vostre difficoltà e consultarvi con chi sta vivendo una situazione analoga, per cogliere eventuali suggerimenti su comportamenti che quella persona può mettere in atto per viversi meglio i giorni di festa.  

12) Evitate lo stress e gli impegni eccessivi. Questo al fine di evitare che, per far fronte ad un periodo particolarmente stressante, possiate rimettere in atto strategie di coping proprie del DCA per tamponarlo. Evitate dunque tutti quegli impegni che proprio non sono obbligatori, tutto quel giro-di-visite-scambio-di-regali che non siano proprio tassativi, e prendetevi piuttosto un po' di tempo per voi stesse, per rilassarvi, per dedicarlo al fare quello che vi piace... perché è così che si tiene a bada un DCA: dedicando tempo a cose che ci fanno stare bene.

Buone feste a tutte, ragazze!

venerdì 5 dicembre 2014

Progressione di frasi positive (Affermazione)

Dato che un paio di Venerdì fa ho pubblicato un post inerente una frase positiva a doppio taglio scritta da Demi Lovato, che ha riscosso tra voi lettrici tanto pareri favorevoli quanto dissensi, nonché opinioni contrastanti in merito alle frasi positive più in generale, oggi voglio raccontarvi una storia. Una storia in merito a quanto io creda fermamente nel potere delle frasi positive, e delle affermazioni positive più in generale.

Diversi anni fa, lessi una frase positiva che recitava: “Beauty is not a state of body. It’s a state of mind”.

Mi è piaciuta questa frase dal primo secondo in cui l’ho letta, ma inizialmente mi è piaciuta in maniera speranzosa. Avrei voluto assorbire la saggezza di questa frase. Avrei voluto potermi svegliare ogni mattina col sorriso sul volto nella consapevolezza della veridicità di quelle parole. Col passare del tempo, sebbene fossi ancora molto coinvolta dall’anoressia, cominciai ad avere sempre più chiari quali fossero i miei veri problemi rispetto ai quali utilizzavo l’anoressia come strategia di coping, e leggere una frase come quella mi faceva sentire meglio.

Così la ricopiai su un Post-It, e la attaccai sulla pin-board della mia cameretta. E iniziai a leggerla tutti i giorni. Poi ricopiai “Beauty is not a state of body. It’s a state of mind” sulla mia agenda. E la riscrissi anche come memo sul mio cellulare. E tentavo di farmela tornare a mente ogni volta che mi guardavo, ogni volta che guardavo a quello che avevo fatto e alla persona che ero, e l’immagine che gli occhi della mia mente mi rimandavano non mi piaceva.

Poco dopo aver scoperto questa prima frase, incappai in un’altra scritta da Janis Joplin:

"Don't compromise yourself. You are all you've got."

Mi piacque molto anche questa. La lessi, e compresi istintivamente la sua veridicità. Alla fine di ogni giornata, ci sei sempre e solo tu. Anche se hai mandato tutto a puttane, tu rimani sempre. Anche se qualcuno o qualcosa ti ha preso tutto, tu resti comunque. Sei tutto ciò che hai.

Così cominciai a pensare che tutto il mio devastare me stessa potesse avere una fine. Non ero una stupida – sapevo che non potevo prendere una decisione del genere e cambiare tutto da un giorno all’altro. Sapevo anche che, per quanto avessi desiderato accettarmi per quella che ero, credere in me stessa, e pensare che ero grandiosa/intelligente/tosta/unica, non sarebbe successo nell’arco di poco tempo. Avrei voluto possedere una bacchetta magica Janis Joplin, puntarla verso me stessa, ed incarnare immediatamente quella citazione… ma sapevo che non era possibile.

Così feci l’unica cosa che avrei potuto fare: m’imparai la sua frase positiva a mente, cercando di ripetermela quando le cose sembravano andare particolarmente storte. Scrissi la frase su un Post-It verde chiaro, e lo appiccicai sullo specchio. Ogni volta che mi guardavo allo specchio, ripetevo quella frase. Ogni volta che avevo pensieri sabotanti indotti dall’anoressia, quella frase pure era nei miei pensieri, a ricordarmi che non dovevo cedere alla compromissione di me stessa, perché ero tutto ciò che avevo.

Quel Post-It con su scritta quella frase è rimasto appiccicato al mio specchio per anni. Col tempo ho attaccato numerosi altri Post-It al mio specchio, ma la frase di Janis Joplin è rimasta sempre lì. Ho cominciato a pensare ad essa come ha una sorta di “lista delle cose da fare”. Tipo: “Ricordati: andare a pagare le bollette”. O, nel mio caso, “Ricordati: don't compromise yourself. You're all you've got”.

Non si può leggere una cosa più volte al giorno (soprattutto nei momenti di maggior vulnerabilità e odio verso noi stesse di fronte allo specchio) e non cominciare a crederci e a portarlo nel cuore. Banalmente perché, fisiologicamente, la reiterazione è la modalità-base con cui funzionano le nostre connessioni neuronali.

E così quelle frasi positive hanno cominciato a lavorare sotto, rimodellando a poco a poco piste neurali, lentamente ma inesorabilmente.
Anni più tardi, quando nel Settembre 2012 mi sono trasferita nell’appartamento in cui vivo tuttora, ho appiccicato di nuovo la frase di Janis Joplin nel bagno – accanto allo specchio. E’ ancora lì. Non è più un memo per ricordarmi di non compromettere me stessa, adesso è una sorta di promemoria del mio percorso di ricovero dall’anoressia.

Guardo nello specchio e sorrido. Come al solito, la Veggie di oggi non è quella che vorrei che fosse… ma ci sto lavorando. Ho fatto dei passi avanti.
Non sono tutta ‘sta genialità, non sono tutta ‘sta grandiosità, non sono tutta ‘sta meraviglia, ma sono me stessa. Non sono più il fantoccio animato dall’anoressia. Sono me stessa. E non voglio compromettermi. Sono tutto quello che ho. Perciò non ho più bisogno di quella frase sullo specchio. Ma la tengo comunque lì. Perché qualche volta… ho ancora bisogno di vedere che sta lì, accanto al mio riflesso, e poter dire: “Grazie mille, Janis!”.

venerdì 28 novembre 2014

Sentirsi/essere "pronte"

Un post che ho recentemente letto nel blog di una ragazza Americana (che si firma Sarah Ravin) che soffre di DCA mi ha dato molto da pensare.
Questa ragazza infatti scrive:

[…] Come molte malattie psichiatriche, i disordini alimentari sono spesso caratterizzati da periodi di esacerbazione e periodi di remissione – una generale riacutizzazione e riduzione dei sintomi in maniera ciclica col passare del tempo. La sintomatologia può essere anche completamente regredita in un certo periodo della vita, ma la predisposizione ad adottare comportamenti alimentari erronei rimane per tutta la vita. Lo stress di qualsiasi tipo rappresenta un significativo detonatore per le ricadute del DCA. 
Tutte abbiamo dei momenti di particolare stress nella nostra vita. In parte lo stress è inevitabile, talvolta viene dall’esterno, talvolta siamo noi stesse che ci auto-stressiamo. Ovviamente non possiamo predire o controllare alcuni grossi stress della vita, come per esempio lo stress che può comparire a seguito della morte di una persona cara, o in caso di catastrofi naturali, etc. Ma possiamo comunque controllare parte dello stress della nostra vita: possiamo decidere come e quando fare dei cambiamenti nella nostra vita. […]
(mia traduzione) 

Io sono d’accordo con ciò che questa ragazza ha scritto. Ed è un qualcosa che gli altri non sono mai stati capaci di spiegarmi veramente quando ero nel pieno dell’anoressia.
Al termine del mio primo (e decisamente disastroso) ricovero in una clinica specializzata nel trattamento di DCA, quando ero ancora estremamente sottopeso e basilarmente con una mentalità ancora totalmente immersa nella malattia, venni incoraggiata a ritornare immediatamente a frequentare la scuola poiché, a detta degli altri, “mi avrebbe fatto bene ri-immergermi tra i miei coetanei e dedicarmi ai miei impegni scolastici per non rischiare di perdere l’anno”. Dopo circa tre settimane il preside mandò una lettera a casa chiedendo per me accertamenti medici visto che ero svenuta 3 volte a scuola nel giro di 20 giorni. (Abbastanza ironico, no?!)

Insomma, dopo aver comunque perso un anno di scuola, dopo aver fatto un secondo ricovero nello stesso centro, ed aver finalmente recuperato qualche chilo (pur restando comunque molto sottopeso), ritornai di nuovo a scuola, e poiché l’anno scolastico era già iniziato da un pezzo, m’impegnai con le unghie e con i denti per non perdere un secondo anno di scuola. Anziché cercare di consolidare i primi esitanti passi che avevo mosso sulla strada del ricovero, mi sottoposi ad un forte stress a causa della scuola. Stavolta fui più resistente, mesi anziché settimane, ma poi l’anoressia ebbe di nuovo la meglio su di me, ricominciai molto gradualmente a restringere l’alimentazione, e la malattia mi catturò di nuovo.

Ad ogni modo, dall’esterno la maggior parte della gente mi giudicava “pronta”. Il mio peso era un po’ risalito, e riuscivo sempre a conseguire dei discreti voti a scuola. Mi comportavo in maniera normale di fronte agli occhi di tutti, avevo ricominciato a fare karate, ero di nuovo in pista. Per lo più, io stessa pensavo di essere pronta. La pazienza non è la mia dote migliore – non lo è mai stata, temo non lo sarà mai.

Il problema ovviamente stava nel modo in cui io valutavo il mio “essere pronta”. Confrontando come stavo in quel periodo rispetto a come stavo quando ero nel pieno dell’anoressia ed avevo toccato il mio peso più basso in assoluto, sicuramente avevo fatto dei passi avanti. Ma se si misura l’ “essere pronta” rispetto a quanto fossi in quel momento in grado di affrontare la vita quando le cose si scostavano anche solo di poco dall’orinaria routine, la valutazione sarebbe stata ben diversa. Avere recupero e poi stabilità ponderale ed emotiva è importante, certo, su questo non si discute. Ma non si può dire che una persona con un DCA sia “pronta” ad affrontare le sfide della vita valutando soltanto questi due parametri.

La cosa più difficile per me, dato che sono una persona basilarmente orgogliosa, è stata l’imparare a chiedere aiuto nei momenti di difficoltà, nonché il capire che la mia anoressia era in sè un problema, e non la strategia di coping giusta da utilizzare di fronte ad ogni qualsiasi altro problema della mia vita. Ho dovuto prendermi calci su calci nel mio arrogante culetto prima di rendermi finalmente conto che avrei potuto solo fingere di stare meglio per un lasso di tempo più o meno lungo, prima che qualcuno non avesse sgamato le mie balle. Dovevo rischiare di apparire inizialmente un po’ stupida per evitare di sembrare una completa idiota parecchi anni più tardi.

L’altra cosa che mi c’è voluto un sacco di tempo per capire, è stata quanto tempo ci voglia per costruire nuovi pathway neurali e nuove risposte, quanto tempo ci voglia per cominciare ad allontanarsi effettivamente dall’anoressia. L’avevo seriamente sottovalutato. La gente credeva che nel momento in cui riuscivo a mangiare normalmente, allora ero guarita! In realtà, mi ci sono voluti anni ed anni ed anni di severissima auto-imposizione nel consumare quotidianamente l’ “equilibrio alimentare” per acquisire un pochina di flessibilità rispetto alla mia alimentazione. In realtà, sono tuttora molto poco flessibile sia da un punto di vista comportamentale che cognitivo.

Quel che voglio dire è che, fintanto che non succede niente, fintanto che la mia vita è routinaria, me la cavo abbastanza bene. Se non sono particolarmente stressata per un qualche motivo, posso tranquillamente sembrare “normale”, per lo meno ad un’osservazione superficiale. Stress, cambiamenti, e tutte quelle cose incerte di cui la vita è piena, ed ecco che tendo a riscivolare verso la mia strategia di coping preferenziale. Poiché lo stress non era costantemente presente nella mia vita, anche nei periodi in cui ero più legata all’anoressia pensavo che sarei riuscita a gestire tutto. Ma non ci sono poi mai riuscita veramente. Tutte le volte che le cose si facevano più difficili, l’anoressia tornava a fare da padrona nella mia testa, e disconnettere le due cose – stress e anoressia – prima che la seconda avesse di nuovo la meglio su di me, è una cosa che mi ha richiesto anni su anni, ed altri 3 ricoveri. Tuttora devo fare molta attenzione. Sono certamente più brava rispetto a prima, più brava rispetto a quanto non lo sia mai stata finora, ma l’anoressia è ancora lì che mi tenta, e probabilmente ci resterà sempre, in agguato, in attesa che io compia un passo falso.

La morale della storia è: percorrere la strada del ricovero è un incredibile stress. Ma non abbiamo niente da dimostrare a nessuno, e non dobbiamo metterci fretta, bensì prenderci tutto il tempo di cui crediamo di aver bisogno se non ci sentiamo “pronte”. E non preoccuparci di tutto il resto: staccarsi dall’anoressia ora è la priorità. Una volta fatto questo, una volta rotto lo strettissimo legame che ci ancora all’anoressia, l’affrontare tutti gli altri problemi ci sembrerà molto più semplice.

venerdì 21 novembre 2014

Forza e ricovero: L'altra faccia dei messaggi positivi

Non è un segreto che io usi Twitter molto spesso. Tutti i giorni faccio un salto sul mio account, e lascio un tweet. È un po’ come la mia seconda casa virtuale, subito dopo il blog.

Alcuni giorni fa, tuttavia, mi sono imbattuta in questo tweet:


[Traduzione: Avere un DCA non è una dimostrazione di “forza”. È forte chi ha la capacità di superare i propri demoni dopo essere stata malata per tanto tempo.]

Ora, generalmente io sono molto a favore delle frasi positive: io stessa spesso e volentieri le posto su Twitter. Non penso ovviamente che queste frasi possano far “guarire” (e sennò si sarebbe trovata la magica medicina per i DCA, e tante grazie…) nessuno, però penso che possano servire da spunto di riflessione. Se non le si lasciano essere fini a se stesse, ma si agiscono, possono condizionare positivamente il nostro comportamento. Anche perché i nostri neuroni sono coazioni a ripetere, per cui fisiologicamente più ci si concentra su quello che c’è di positivo, più il cervello impara a vedere il positivo. Ma il mio gradire le frasi positive è solo la mia opinione. Ci sono persone a cui
queste frasi positive non piacciono, e va bene ugualmente.

Ci sono parimenti senza dubbio un sacco di persone cui piace Demi Lovato ma, forse per la differenza di età, a me questa ragazza non dice granché, e certo non la prenderei a modello. Per carità, mi sembra una brava ragazza, ha fatto un sacco di cose, e sono felice per lei che abbia ottenuto del successo. Se la conoscessi di persona, probabilmente sarebbe una persona che mi piacerebbe pure.

Tuttavia, il tweet sovramensionato che lei hai scritto non mi piace.

Prima di calamitare tutte le peggiori infamate da parte delle fan di Demi Lovato che leggono questo blog, ci tengo a precisare: sono sicura che l’obiettivo di Demi Lovato quando ha scritto questo tweet fosse quello di essere fonte di ispirazione, ed incoraggiare le persone a combattere per superare la malattia. E non c’è niente di male né di sbagliato in questo.

Il mio storcere il naso di fronte a queste parole prende in considerazione l’altra faccia della medaglia: e se una persona, in un determinato momento della sua vita, non riesce a combattere contro l’anoressia per superarla, vuol dire che è una debole?

Conosco diverse persone che si sono fatte culi come rosoni per combattere contro il proprio DCA, ma che ancora non l’hanno superato e non vivono dunque attualmente una fase di remissione. Talvolta queste persone non sono riuscite a ricevere il supporto terapeutico di cui avrebbero avuto bisogno. Talvolta il percorso terapeutico intrapreso non ha funzionato. I DCA sono malattie estremamente difficili da affrontare e da trattare. No, avere l’anoressia non significa in alcun modo essere forti, così come non significa essere forti l’avere ogni qualsiasi malattia. Significa semmai avere erroneamente scelto una strategia di coping patologica, in un momento della vita in cui la sua erroneità non è stata correttamente percepita. Ma non riuscire a superare un DCA non significa che quella persona non ce la stia comunque mettendo tutta nel combattere. Significa solo che in quel momento non riesce a stare meglio.

Quello che non mi piace del tweet di Demi Lovato, è la sua potenziale estrema negatività se si guarda l’altra faccia della medaglia. Di fronte ad una frase apparentemente positiva di questo tipo, è difficile guardare oltre perché queste parole sembrano così, appunto, positive. Il problema nasce nel momento in cui si prende in considerazione il messaggio subliminale che passa alle persone che stanno ancora combattendo contro l’anoressia e non riescono, sul momento, ad avere la meglio. È come dire ad un paziente malato di diabete che non riesce ad avere un buon controllo della propria glicemia, che non si sta impegnando abbastanza a combattere contro la sua malattia. È sciocco. Le persone che combattono contro un DCA e cominciano a stare meglio, possono comunque avere delle ricadute, e devono ricominciare a combattere per riportarsi in una condizione di remissione… ma questo non ha niente a che vedere con la loro forza interiore. Non dice niente in merito a che tipo di persone siano. Ma dice tutto in merito a cosa possa essere l’anoressia/la bulimia/il binge/il DCAnas.

Il mio timore è che qualcuna che sta ancora combattendo contro la fase più acuta dell’anoressia, e sta ancora male, possa leggere la frase di Demi Lovarto e pensare che, poiché è ancora prigioniera dell’anoressia, allora questo significa che non è forte abbastanza per superarla… il che la farebbe soltanto sentire ancora peggio. Questo, per lo meno, è quello che io percepisco.

Forse la mia può sembrare mera pignoleria, ma penso che ci sia un luogo comune diffuso proprio tra le persone che hanno un DCA: il fatto che, se tenti abbastanza volte, tu, sì, proprio TU, puoi superare l’anoressia. Mi dispiace, ma io non credo sia così. Non è la “quantità” di tentativi che permette di arrivare ad una remissione dell’anoressia. Non è così semplice. Ed ho letto peraltro altri tweet che dicono che guarire completamente dall’anoressia è possibile, se si tenta abbastanza. Di nuovo, non credo che sia possibile, e comunque non credo sia una mera questione di numero di tentativi fatti. Io credo che quel che conta sia la “qualità” dei tentativi fatti.

In ogni caso, ripeto: io sono assolutamente a favore dei messaggi positivi come fonte di auto-aiuto nella lotta quotidiana contro l’anoressia, quindi continuate pure a circondarvi di messaggi di questo tipo… semplicemente, tenete a mente il fatto che superare un DCA arrivando ad una remissione non significa che voi siete forti e che chi invece in questo momento non ci riesce non lo è, perché non è segno di debolezza il continuare a combattere, anzi, io credo che il combattere in sé sia già una vittoria.

venerdì 31 ottobre 2014

La ricetta della positività

Essere positivi è un’arte.” (cit.) dice qualcuno. Io invece credo che la positività, un’arma estremamente importante quando si decide di combattere contro l’anoressia, non sia un qualcosa che cade dal cielo, e che viceversa sia necessario imparare ad essere positive. A volte, guardandosi intorno, può sembrare che ci siano delle persone che sono spontaneamente dei veri e propri artisti della positività, sanno affrontare tutte le sfide con un sorriso, e rendono la loro vita serena, ottimistica, e persino un po’ magica. Sono le persone di cui tutti vorrebbero circondarsi, che emanano una luce che attira gli altri come falene, che rappresentano una fonte di ispirazione. Magari in questo momento avete vicino a voi qualche persona del genere, e gli volete bene, e siete curiose di capire come riescono a vivere la loro vita, e forse talvolta cercate anche di essere come loro.

Bè, io credo che la positività sia un gioco aperto a tutti. Non è riservato ad un ristretto manipolo di persone, anzi, io penso che la tela per l’arte della positività sia rappresentata dal mondo intero, e che dunque chiunque possa fruirne, a maggior ragione se si sta cercando di tenere testa all’anoressia. Per trovare la positività occorre cominciare a cercare dentro di noi, per poi portare quello che troviamo verso l’esterno… e ci accorgeremmo che, in realtà, non è esattamente un gioco da ragazzi. Io credo che la positività sia come una ricetta che contempla:

Un pizzico di elasticità mentale 
Una manciata di fiducia in se stesse 
Un bel po’ di auto-ironia 
Una goccia di accettazione 
Un sacco di occhi nuovi con cui guardare le stesse cose 
Un cucchiaio di determinazione 
Gratitudine q.b. 

Quando si segue la ricetta della felicità, si produce una monoporzione: cibo per noi stesse, e solo per noi stesse. Ma se si tiene fede al programma dell’intero pasto, possiamo essere in grado di alimentare anche gli altri.

Splittiamo dunque la ricetta nei suoi singoli ingredienti.

Un pizzico di elasticità mentale” è il primo ingrediente perché senza di esso finiremmo inevitabilmente per essere giudicanti, o comunque prive di empatia. Anche se l’elasticità mentale può sembrare non correlata alla positività necessaria per combattere l’anoressia, io credo che sia uno dei componenti-chiave. Ritengo sia impossibile avere una visione positiva del mondo e delle persone che ci circondano senza quel pizzico di elasticità mentale. Pensate a chi non ha vissuto un DCA sulla propria pelle: guardandoci potrebbe pensare che siamo solo delle ragazzine superficiali che vogliono dimagrire per fare le modelle. Una visione di questo tipo, rigidamente aggrappata a falsi stereotipi, senza il benché minimo accenno di elasticità mentale, fa sì che le persone saltino a conclusioni affrettate, e che se la prendano con noi senza neanche un briciolo di positività. Possono riversarci addosso miriadi di falsi luoghi comuni sull’anoressia, fare commenti inappropriati, scaricare su di noi la loro frustrazione di fronte a un qualcosa che non capiscono… e di tutto ciò ne risentiamo negativamente anche noi, che accumuliamo rabbia e sentimenti negativi verso chi si comporta così.

Però, metteteci dentro un pizzico di elasticità mentale, e vedrete quando meno influente sarà sul vostro umore l’opinione che la gente ha sui DCA, e i commenti che ricevete. Se vi fermate a mettere in atto l’elasticità mentale necessaria per pensarci, infatti, vi renderete conto che chi dice cose del genere parla per cliché, non ha alcuna esperienza diretta e dunque, in sostanza, non sa cosa sta dicendo. E chi parla per sentito dire, necessariamente è di una superficialità estrema. Per cui, quanto può buttarvi davvero giù il commento di una persona che parla perché ha la bocca, ma non sa niente? E lo stesso vale per la frustrazione altrui. Forse coloro che vi si rivolgono scortesemente e fanno commenti impropri sul vostro DCA stanno vivendo una giornataccia. Magari hanno avuto problemi sul lavoro, o non hanno proprio un lavoro. Magari hanno qualcuno che sta male in famiglia. Magari hanno litigato con un caro amico. Magari hanno perso una competizione sportiva. Magari sono bocciati ad un esame universitario, o hanno preso un brutto voto ad un compito in classe. Queste persone saranno comunque scortesi con voi, e vi faranno dei commenti sgradevoli, ma un pizzico di elasticità mentale cambia VOI, ragazze, non queste persone. Quando c’è l’elasticità mentale di comprendere che dietro ad un luogo comunque che vi viene sbattuto addosso o dietro ad un commento inappropriato c’è superficialità, ignoranza, o problemi personali, si smette di dare tanto peso a determinate parole, e così non si lascia spazio alla negatività che quelle parole potrebbero ingenerare. Rimane la positività. E, se siete fortunate, la vostra positività potrebbe anche trasmettersi alla persona che vi ha giudicate con superficialità.

Una manciata di fiducia in se stesse” è il secondo ingrediente, perché credere nelle proprie capacità è il modo migliore per trovare il coraggio di iniziare a fare le cose, di iniziare a combattere contro l’anoressia, e di proseguire conseguendo pregevoli risultati. La fiducia in se stesse rende l’impasto più forte, perché non importa se nella vita ci si pongono di fronte delle difficoltà: se abbiamo fiducia in noi stesse, possiamo superarle mantenendo la positività. Pensateci: se la fiducia in sé non esistesse nella ricetta, tutte le difficoltà che inevitabilmente si presentano nel corso della vita finirebbero per sommergerci, e la negatività regnerebbe sovrana.

Un bel po’ di auto-ironia” è il terzo ingrediente, perché se non riuscite a sorridere di voi stesse la positività non può attecchire. Gli artisti della positività lo sanno: per loro tutto è divertente. Può essere divertente svegliarsi la mattina e pensare alla giornata che stiamo per affrontare, possiamo trovare il lato divertente in tantissime piccole cose, e il divertimento rappresenta una grade sorgente di positività. La capacità di fare auto-ironia non è un qualcosa di superficiale, ma scava molto a fondo dentro di noi. Ci insegna che la vita non è meramente un gioco cui giocare, ma un regalo da assaporare a fondo.

L’auto-ironia è quello che ci fa sorridere anche quando apparentemente non c’è proprio niente di cui sorridere. La vita non è un qualcosa che va tollerato, è un qualcosa di cui va goduto. Non sarà mai tutto rose e fiori, momenti difficili accadranno e non potremo farci niente, ma l’ironia rimarrà sempre lì, pronta a togliere il pungiglione che sta iniettando veleno. Talvolta dobbiamo solo cercarla. L’ironia, il divertimento non sono semplicemente un qualcosa che si apprezza all’esterno, ma stanno anche dentro di noi. Le cose spiacevoli che ci succedono nella vita possono provocarci una di queste 3 reazioni: sconvolgerci lasciandoci impotenti, affogarci nella negatività e nell’autocommiserazione, o cercare il lato ironico della situazione. Solo coloro che hanno la terza reazione scelgono di mantenere una visione positiva, per cui la positività è un’arte che può risollevare anche nei momenti più difficili – risollevare voi stesse in prima battuta, e magari anche qualcun altro. Citando: “Il domani può arrecare dolore, ma non può rubare la tua gioia”. Si tratta di trovare le rose che crescono dal letame, anche quando quel letame sembra solo merda.

Una goccia di accettazione” è l’ingrediente successivo, e non può essere sostituito. Penso che vada a braccetto con l’auto-ironia, peraltro. Riuscire ad ironizzare su tutto è una gran cosa, in teoria, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E, allora, ecco che arriva l’accettazione a giocare la sua parte. Per poter vivere con positività, occorre accettare il fatto che, a differenza di quanto l’anoressia vorrebbe farci credere, non possiamo controllare i tornadi che si abbattono nella nostra vita. Spesso e volentieri, non possiamo neanche prevenirli. Di conseguenza, non possiamo essere preparate ad affrontarli. Accettare che i momenti difficili esistono significa non focalizzarsi sulla loro negatività e cercare ogni risorsa possibile per superarli ed andare avanti. L’accettazione è quel che aiuta ad attraversare il peggio puntando verso il meglio. L’accettazione può essere molto difficile. È una parola correlata alla pazienza, un altro concetto non molto maneggevole.

Accettazione significa che non dobbiamo rimanere impotenti, impantanate nella negatività di una situazione. Non possiamo cambiare il vento, è vero, ma possiamo dirigere le vele. Non possiamo scegliere cosa ci accade nella cita, ma abbiamo tutta la possibilità di scegliere come reagire a ciò che ci accade nella vita. E questo è parte della positività. Possiamo scegliere di rimanere positive alla faccia delle difficoltà, del dolore, della tristezza, ed è molto difficile il farlo – ma se davvero lo vogliamo, abbiamo tutte le capacità per farlo. E le cose andranno veramente meglio, se siamo in grado di scegliere di reagire, e come farlo.

Un sacco di occhi nuovi con cui guardare le stesse cose” continua la lista degli ingredienti. Perché la vita non cambia, però possiamo cambiare noi. Fino a che continueremo a guardare le cose sotto l’ottica malata dell’anoressia, avremo in punto di vista del tutto parziale nonché patologico. Ed è perciò estremamente difficile essere positive quando tutta la nostra vita è condizionata da una malattia. Però, se anche le cose non cambiano, noi possiamo scegliere il punto di vista da cui guardarle, ed influenzare così la visione che abbiamo di esse. Si tratta di imparare a guardare ambo le facce di una stessa medaglia, in maniera tale da potersi focalizzare sull’alternativa più sana e più positiva.

Un cucchiaio di determinazione” è il sesto ingrediente, perché quando si decide di combattere contro l’anoressia è molto importante avere la possibilità di essere seguite da specialisti, psicologi e dietisti, per combattere efficacemente contro la malattia. Ma tutti gli specialisti più quotati del mondo non potranno fare un bel niente per noi, se noi per prime non decidiamo di voler tenere testa all’anoressia. E la decisione di combattere contro l’anoressia è un qualcosa che va rinnovato giorno dopo giorno. Per cui sta a noi decidere se continuare a combattere. E più combattiamo, più ci allontaniamo dall’anoressia, più riscopriamo di poter avere una vita di qualità. E questo indirettamente aumenta la nostra positività, perché vivere sempre più a pieno ci permette di vedere quante cose che valgono sono presenti nella nostra esistenza.

Gratitudine q.b.” è l’ultimo ingrediente della ricetta della positività. Non avremo mai troppa gratitudine, per cui non c’è bisogno di misurarla. Basta mettercela dentro. La gratitudine cambia un sacco la prospettiva. Trasforma i disastri in opportunità, le perdite in guadagni, e i sogni in realtà. Coltivare la gratitudine dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere, e quando ci riusciamo è tangibile il modo in cui cambia la vita.

La gratitudine fa la differenza in una prospettiva positiva, è rende più solida la positività. Chiunque avrà eventi spiacevoli nel corso della propria vita, ma l’attitudine alla gratitudine è quello che può tenere lontane dalla negatività. Se vi alzate una mattina, con l’intenzione di prendere la vostra automobile per andare al lavoro/a scuola perché piove stile remake del diluvio universale, e appena arrivate di fronte alla vostra macchina vi accorgete che qualche cretino vi ha rotto uno specchietto laterale, anziché incavolarvi come scimmie, la gratitudine vi permette di vedere l’accaduto sotto un altro punto di vista: “Il cretino che mi ha rotto lo specchietto merita tutte le infamate del mondo… ma, per lo meno, ho comunque un’auto funzionante che mi permetterà di arrivare a lavoro/a scuola senza bagnarmi da capo a piedi”.

Un altro modo per alimentare la gratitudine è non dare mai niente per scontato. Avete parcheggiato l’auto mezza storta nell’unico buchetto di mezzo parcheggio che siete riuscite a trovare? Siate grate del fatto che avete trovato comunque da parcheggiare. Avete un giorno di ferie in pieno Agosto in cui avevate programmato di andare in piscina, e piove con tanto di tuoni e fulmini per tutto il giorno? Siate grate che non dovete lavorare all’aperto con quel maltempo. Vi sembra di non riuscire più a controllare la vostra vita come invece illusoriamente vi sembrava di essere capaci di farlo con l’anoressia? Siate grate per aver recuperato salute psicofisica. Vi siete svegliate anche stamattina? Siate grate per avere di fronte a voi un giorno da riempire con tutti i colori della vita. E questi sono solo dei banali esempi, ovviamente, delle cose che possiamo dare per scontato nella vita di tutti i giorni. Ci dà subito fastidio il naso chiuso quando ci prende il raffreddore, e la febbre quando abbiamo l’influenza, ma forse non ci eravamo ricordate di essere grate quando stavamo bene ed eravamo piene di energia.

La ricetta della positività è relativamente semplice e non necessita di niente che la insaporisca. Non va mai fuori moda, e non perde mai il suo appeal. È una ricetta per una sola persona – ciascuna di voi, singolarmente – che può però anche nutrire chi vi sta intorno. Con la positività diventate luce, e potete illuminare anche qualcun altro. Sì, la positività a suo modo è un’arte… perciò, quando la utilizzate, fate in modo che diventi il vostro capolavoro.

venerdì 29 agosto 2014

Di video ed infographics

Per prima cosa, devo scusarmi con Saverio Tommasi, il regista di questo video, per la mia tardiva pubblicazione sul blog… chiedo venia, Saverio! E ti ringrazio per avermi permesso di prendere parte al tuo progetto!

Come potrete vedere, ragazze, si tratta di un video in cui io, Silvia e Ilaria (che ringrazio infinitamente) intrecciamo frammenti della nostra esperienza di vita con il DCA, e lo condivido con voi sperando che possa servirvi anche semplicemente a sentirvi un po’ meno sole.

(Bloopers del video: La mattina in cui il video è stato girato, io ero appena reduce da 2 turni di notte consecutivi in Pronto Soccorso, il che significa che non dormivo da circa 2 giorni e mezzo. Da qui gli occhiali da sole strategici per nascondere le chilometriche occhiaie, l’acconciatura ad ananas – Cosi, questa è per te! – da “sono uscita dal lavoro e mi sono fiondata a fare il video senza neanche pettinarmi” e il tono concitato-accelerato da “mi sono appena fatta Ritalin endovena”. A maggior ragione ringrazio Saverio di non essersi fermato alle apparenze e non aver pensato che ero appena fuggita da un qualche manicomio! Anche se ero in condizione pessime, ci tenevo proprio a prendere parte al video, perché credo che video informativi di questo tipo possano essere veramente utili, ergo spero che apprezziate, ragazze!)


Lo potete vedere anche direttamente su YouTube, QUI.  

P.S.= Qualche giorno fa ho ricevuto un commento su questo post che avevo scritto qualche mese fa. Mi riferisco al commento lasciato da una lettrice anonima, che dice: “Sono d'accordo col post e con tutte le ragazze che l'hanno scritto prima di me: ritengo le infographic pubblicate del tutto banalizzanti ed inappropriate. Ci vorrebbe molto di meglio. Bisognerebbe che le disegnassimo noi delle infographic, perchè sapendo com'è avere un d.c.a., le renderemmo sicuramente più efficaci.

Bè, ritengo che questa persona abbia assolutamente ragione. Vorrei perciò raccogliere l’invito, e girarlo anche a voi: perché non realizziamo delle infographics atte a mettere in luce quelli che sono gli aspetti dei DCA che noi riteniamo più rilevanti?! Vi faccio dunque 2 proposte:

1) Realizzate la vostra infographic sul DCA (può essere inerente ogni qualsiasi aspetto dei DCA vogliate mettere in evidenza), scannerizzatela, e inviatemela all’indirizzo veggie.any@gmail.com . Raccoglierò le infographic che mi manderete, e realizzerò un post in cui le pubblicherò. Non importa se non siete pittrici e non avevate 10 ad Educazione Artistica: l’infographic dev’essere funzionale, non importa che sia un quadro da museo!

2) Se proprio non vi va di realizzare un infographic, lasciatemi scritto nei commenti cosa vorreste vedere in un infographic (esempio banale: vorrei un’infographic che tratta delle strategie di coping che si possono mettere in atto al posto del DCA), e cercherò di provvedere io stessa a realizzarla.

Ringrazio infinitamente in anticipo chiunque di voi deciderà di partecipare, in uno o nell’altro modo!

venerdì 25 luglio 2014

Nuova normalità

In un articolo che ho letto qualche giorno fa, era riportata un’intervista ad una paziente con una neoplasia, in cui raccontava quali strategie di coping aveva messo in atto per far fronte alla sua malattia e alla chemioterapia.

Il cancro è diventata la mia nuova normalità” – asserisce la paziente in quest’intervista.

Perciò mi è venuto da pensare che questo tipo di pensiero può essere applicato anche alla strada del ricovero da un DCA. La strada del ricovero dall’anoressia è diventata la mia nuova normalità. Per molto tempo ho considerato l’anoressia stessa “normale”. Sebbene razionalmente mi rendessi perfettamente conto che il mio comportamento alimentare era anomalo, lo reputavo comunque “normale” per me stessa. Stavo semplicemente seguendo il mio progetto per sentirmi in controllo. Ed è difficile valutare quanto sia anomalo un determinato comportamento quando sei malata di anoressia da tanti anni, perché viene meno la memoria di com’erano le cose prima dell’anoressia, di come facessi a vivere tranquillamente prima. L’anoressia è anomala, è bizzarra ma, a suo modo, col tempo finisce anche per diventare assolutamente “normale”.

Per questo ho scritto che parte del lavoro che sto facendo adesso consiste nel rendere la strada del ricovero la mia nuova normalità. Rompere tutte le vecchie abitudini legate all’anoressia e iniziare a percorrere la strada del ricovero potrebbe sembrare la cosa più naturale e normale da fare.

E invece è estremamente difficile per chi ne è dentro. Certo, ci sono segnapassi fissi nelle nostre giornate: andare a lavoro/a scuola, fare sport, mettere in ordine la casa, uscire con gli amici, etc. E, a fianco a questo, ci sono tutte le cose da fare inerenti la lotta contro il DCA: fare i 5 pasti quotidiani seguendo l’ “equilibrio alimentare”, andare a fare la spesa al supermercato, cucinare e, per chi adottava comportamenti di compensazione, trovare modi per riempire il tempo che veniva precedentemente utilizzato per fare esercizio fisico allo sfinimento, per abbuffarsi, per vomitare, per fare checking.

Il nostro aspetto fisico a poco a poco si normalizza, il peso torna nella norma, e forse ricominciamo anche a comportarci normalmente. Niente di male, anzi, al contrario, solo che questo non significa che l’anoressia se n’è andata. Non significa che l’anoressia se n’è andata, o che ci sentiamo distaccate da essa come se fosse semplicemente parte del nostro vissuto. Il DCA continua a sembrare “normale”, uno standard di vita, per un sacco di tempo anche dopo che i comportamenti esteriormente più malati se ne sono andati. È molto più facile, per il nostro cervello, “imparare” i comportamenti tipici di un DCA piuttosto che dimenticarli. E le emozioni positive che l’anoressia stessa suscita, aiutano la stessa a diventare sempre più forte e ad ingranare sempre di più nella nostra testa. I comportamenti che si devono adottare per percorrere la strada del ricovero non sono gratificanti come la restrizione alimentare, non hanno perciò tutta la sua forza, ed è per questo che impiegano tanto tempo a diventare solidi come prima lo era il DCA. Ed è per questo che la strada del ricovero è così lunga da percorrere.

In ogni caso, io sto facendo diventare il ricovero la mia nuova normalità. Questo non significa che adesso vada tutto sempre a meraviglia e che non abbia assolutamente più alcun problema, ovviamente. Questo significa però che, se anche l’anoressia c’è sempre, io sto combattendo.
La cosa più difficile è iniziare a percorrere la strada del ricovero, è fare il primo passo. La cosa positiva è che, una volta trovato il coraggio per farlo, man mano che il tempo passa, le cose diventano un po’ meno dure. Fortunatamente, il nostro cervello si abitua. Si è abituato all’anoressia, perciò non c’è alcun motivo per cui adesso non possa abituarsi al percorrere la strada del ricovero.

venerdì 20 giugno 2014

Combattere contro l'anoressia: Tips & Tricks

1. Concentratevi su ogni qualsiasi cosa non abbia niente a che vedere con i soliti pensieri che vi mette in testa l’anoressia.  

2. Se avete qualche problema strettamente inerente la vostra alimentazione, contattate immediatamente la dietista/nutrizionista che vi segue e parlatene con lei, al fine di trovare una soluzione razionale e alimentarmente corretta, ma che allo stesso tempo non vi crei troppi problemi.

3. Evitate di leggere su Internet o sulle riviste ogni qualsiasi cosa abbia a che fare con l’alimentazione, evitate programmi televisivi che parlano di cibo. Piuttosto, cercate di ragionare su quali possano essere quei veri problemi che state disperatamente cercando di soffocare sotto il capro espiatorio dell'alimentazione.

4. Visualizzate dentro la vostra mente dove volete arrivare con il vostro percorso di ricovero, e concentratevi su cosa potete fare al momento come piccolo passo per raggiungere poco a poco il vostro obiettivo ultimo.

5. Quando sentite di avere un problema che scarichereste mettendo in atto comportamenti tipici del DCA, prendete fiato e fermatevi un attimo a pensare a cosa potreste concretamente fare per affrontare (e magari anche risolvere) quel problema senza utilizzare la vecchia strategia di coping rappresentata dall’anoressia.  

6. Cercate quotidianamente strategie di coping che non siano disfunzionali e nocive come l’anoressia, ma che vi consentano comunque di tamponare le difficoltà.  

7. Distraetevi in ogni modo possibile. State più tempo con i vostri amici: essere circondate da persone con cui state bene e con cui fate cose divertenti, è un ottimo modo per decentrare l’attenzione dai soliti pensieri tipici del DCA, e per passare momenti piacevoli.

8. Se avete delle difficoltà mirate sul momento del pasto in sé (per esempio, non riuscite ancora a seguire il vostro “equilibrio alimentare”), cercate di mangiare insieme a qualcuno che vi aiuti a mantenervi “sulla giusta strada”.  

9. Cercate di circondarvi di persone che abbiano una relazione sana con il cibo e con il proprio corpo, che non parlino affatto di queste tematiche, anzi, che se ne freghino proprio.  

9 bis. Evitate di circondarvi di persone che sono nel pieno di un DCA, che seguono diete, che hanno un’alimentazione incongrua, che non fanno altro che triare in ballo argomenti che vi riportano a piè pari dentro il DCA: con persone del genere intorno le probabilità di ricaduta aumentano considerevolmente.

10. Imparate a riconoscere quelli che sono i pensieri indotti dall’anoressia, che non hanno perciò niente di fondato né di vero in sé. Discernete quelli che sono i pensieri provocati dalla malattia, dai vostri veri pensieri. Non identificatevi nei pensieri della malattia. Quella è la patologia che avete, non siete voi.  

11. Se sentite che state per cedere, alzate il telefono e chiedete aiuto. A chiunque riteniate opportuno. Familiari, amici, psicoterapeuti, dietisti… chiunque.  

12. Non isolatevi. La solitudine è una delle maggiori trappole che l’anoressia può tendervi. Quando si è da sole, senza distrazione alcuna, è molto più facile che la mente si fissi su quelli che sono i pensieri tipici del DCA.  

13. Leggete libri, riviste, blog pro-ricovero, che non abbiano niente a che fare con l’alimentazione, ma che possano supportare la vostra motivazione.

14. Cercate di evitare tutto quello che ormai sapete essere un trigger che può favorire la vostra ricaduta nel DCA.  

15. Fate una cosa gentile al giorno nei confronti di voi stesse.  

16. Abbiate cura di voi stesse come se foste delle bambine: non siate troppo severe con voi stesse, datevi la possibilità di provare, di sbagliare, e di riprovare ancora e ancora e ancora. Gli obiettivi più lontani si raggiungono per piccoli passi.  

17. Non arrendetevi. Rialzatevi dopo ogni ricaduta, e ricominciate a lottare con più forza e più convinzione di prima. E ricordate che noi siamo fatte per combattere. Quando ci ammaliamo, il nostro corpo combatte per ripristinare la propria omeostasi. Quando tratteniamo il fiato, il nostro corpo combatte per riprendere a respirare. Quando ci tagliamo accidentalmente, il nostro corpo combatte per riparare la ferita. Ci sono millemila piccolissime cose – dalla superficie cutanea alla cellula posta più in profondità – che sono frutto di un costante combattimento che il nostro corpo pone in essere affinchè noi possiamo essere qui, oggi, davanti ai nostri computer, a scrivere/leggere queste parole. Perciò, se ogni nostra singola molecola non si arrende mai, perché mai dovremmo essere noi a farlo?

venerdì 2 maggio 2014

Come affrontare la strada del ricovero da un DCA

Fermo restando che psicoterapia e riabilitazione nutrizionale sono due pietre miliari per combattere contro il DCA, oggi vorrei condividere con voi qualche piccolo suggerimento, qualche strategia di auto-aiuto che io ho trovato utile, su come poter affrontare la strada del ricovero dall’anoressia/dalla bulimia nella quotidianità.

1. Riconoscere le vere problematiche. Il problema di un DCA non è in realtà il cibo in sé per sé: l’alimentazione rappresenta un comodo capro espiatorio che utilizziamo per coprire altri problemi sottostanti. Un importante primo passo, dunque, può essere rappresentato proprio dal cercare di capire qual è il vero problema che tamponiamo con sintomo anoressico o bulimico. Non è certo un passo facile, anche perché il sintomo esiste proprio per la necessità di nascondere a noi stesse in primis questi problemi (problemi che ovviamente sono assolutamente variabili da persona a persona), è la bugia che ci auto-raccontiamo per cercare d’ignorare questi problemi e fingere che non esistano. Ma esistono, e ci sono. E ci condizionano. Perciò, cercare di capire quali sono i veri problemi, in maniera tale da poterli affrontare direttamente, rappresenta un ottimo modo per allontanarsi dal DCA.

2. Nero su bianco. Qual è il vero problema che vi spinge a restringere l’alimentazione?/Qual è l’evento che vi è successo e che ha innescato un’abbuffata? Anziché seguire l’istinto che vi porta verso l’adozione di un comportamento alimentare erroneo, cercate di scavare a fondo, di rispondere a questa domanda, e di mettere la risposta nero su bianco, scrivendola su un foglio. Il tempo che impiegherete a scrivere ridurrà l’impulso all’abbuffata/vi farà ragionare sull’irrazionalità della restrizione alimentare. Inoltre, il mettere a fuoco la vera natura del problema che innesca il comportamento alimentare anomalo, rinforza la consapevolezza di quelle che possono essere situazioni “triggering”, affinché possiate in un secondo momento prepararvi psicologicamente qualora le doveste riaffrontare, o fare in modo di evitarle. E, magari, mentre scrivete vi viene in mente anche un’altra strategia di coping che non passi attraverso la restrizione alimentare/l’abbuffata.

3. Lavoro di squadra. Quando sorge una difficoltà a causa del DCA, può essere utile ed importante pensare che nessuna è sola. Che ci sono tante altre ragazze che stanno affrontando le stesse difficoltà e combattendo la stessa battaglia. Non c’è niente di male né niente di sbagliato nell’avere delle difficoltà: siamo umane, e la battaglia contro un DCA è dura e difficile, è normale attraversare dei momenti particolarmente complicati. Non pretendete che il vostro percorso di ricovero sia ineccepibile, le ricadute ne sono parte integrante. Ma ricordatevi sempre che potete ricadere e rialzarvi, nella consapevolezza che si possono sempre fare passi avanti, è che nessuna è sola in questa battaglia.

4. "Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere?". Quando durante il vostro percorso di ricovero vi trovate di fronte ad una difficoltà, ad una situazione ardua da affrontare, chiedetevi sempre: “Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere?”. Spesso è volentieri ci si fascia la testa prima d’averla battuta. Le cose che immaginiamo nella nostra mente le ingigantiamo, con il che frequentemente quando poi accadono davvero sono molto meno peggio di come le avevamo pensate. Figuratevi la peggiore delle ipotesi, e vedrete che non andrà mai così male. Magari non andrà a meraviglia, ma avrete comunque tutta la forza e la capacità di andare avanti e continuare a vivere.

5. Agite adesso. Per combattere contro l’anoressia/la bulimia… bisogna combatterci contro. Non rimandate a un domani che non arriverà mai, datevi da fare ORA. Perché combattere è l’unico modo possibile per cambiare le cose e non essere più preda del DCA.

6. Qui ed ora. La paura di combattere contro un DCA rappresenta in realtà una paura del futuro. Ancor prima d’iniziare a fare qualcosa, si cade preda della preoccupazione di cosa potrebbe succedere, e della difficoltà di immaginare una vita ove il DCA sia sempre meno presente. Per cui, quando vi ritrovate a rimuginare sul passato o sul futuro, concentratevi sul presente: vedete cosa potete fare in questo momento per cercare di stare meglio.

7. Piccoli passi. Da qualche parte ho letto che “even the longest journey starts witn a small single step”. Penso che sia assolutamente vero. Non pretendente l’impossibile da voi stesse, il “tutto & subito”. Fate un piccolo passo alla volta. Magari impiegherete più tempo, ma arriverete comunque a meta. Fate un piccolo passo, stabilizzatevi su quello, e poi andate avanti. Un po’ alla volta, prendendovi tutto il tempo che ritenete necessario per voi stesse, senza mettervi fretta.

8. Festeggiate ogni successo. Annotatevi ogni progresso che fate, per quanto piccolo esso possa essere. La consapevolezza che avete raggiunto dei risultati nella vostra lotta contro l’anoressia/la bulimia può essere utilizzata come propellente nelle ricadute o anche semplicemente nei momenti in cui percorrere la strada del ricovero pare farsi più difficile. Siate consapevoli che tante cose avete fatto, e tante ne potrete fare: non fermatevi. Mentre sto scrivendo questo sono le 15: il pomeriggio è giovane. La strada del ricovero che state percorrendo, anche.

venerdì 7 febbraio 2014

Dalla parte delle pazienti difficili

Quando ho affrontato il mio primo ricovero in una clinica specializzata per il trattamento di DCA, sono stata una vera bega per tutti: in parole povere, una rompicoglioni. Non lo dico né con vergogna e rimprovero, né con orgoglio. Ero una rompicoglioni, è semplicemente un dato di fatto. Ero ancora minorenne, e il ricovero era stato coatto, per cui io non ero assolutamente consenziente né collaborativa: non rispettavo l’ “equilibrio alimentare” che mi era stato assegnato, rispondevo in maniera maleducata ai terapeuti, facevo scherzi alla “Pranked” alle altre ragazze ricoverate, stavo sempre zitta durante la terapia di gruppo e mostravo palese disinteresse, prendevo per il culo tutti, non rispettavo le regole. Ero arrogante e strafottente. Ero convinta che avrei potuto farcela da sola a tenere testa all’anoressia, pensavo che un’alimentazione corretta fosse solo una secondarietà rispetto al trattamento psicoterapico, ho sempre tenuto un atteggiamento sgradevole e sgarbato, ero noncurante rispetto ai danni fisici dell’anoressia, e mi sentivo una straganza solo perché tra tutte le ragazze ricoverate in quel momento ero l’unica con una diagnosi di “Anoressia nervosa Sottotipo 1”, cioè prettamente restrittiva, senza mai uno sgarro, senza mai un’incrinatura al mio rigido ed egosintonico controllo.

Appunto, ero una rompicoglioni.

Ripensandoci adesso, mi dispiace di essermi comportata così nei confronti del personale della clinica, e delle altre ragazze ricoverate. Non lo meritavano. Ostentavo una gran sicurezza e sembravo la più forte e la più tosta di tutti, solo per celare il fatto che in realtà ero terrorizzata. Ero terrorizzata da tutto quanto. Mi faceva più paura l’idea di poter non avere più l’anoressia, che tutti i danni che mi procurava l’anoressia stessa. Oscillavo tra momenti in cui razionalmente riconoscevo la necessità di combattere contro l’anoressia e la consapevolezza di non poterlo fare da sola, e momenti in cui pensavo che andava bene così e che non avevo bisogno di niente e nessuno. Gli psicoterapeuti, i dietisti, le infermiere, tutto il personale della clinica, e le altre ragazze ricoverate sono rimaste prese in mezzo ad una mia guerra che era prettamente interiore. Un dietista e uno psicologo competenti ed intelligenti non la prendevano sul personale, e cercavano di tener testa alle mie stronzate. Tutti gli altri, invece, o se la sono presa perché non rientravo negli schemi e non ero collaborativa come le altre ragazze, o – suppongo – sono riuscita ad intimidirli così tanto con la mia falsa sicurezza e volitività, che mi hanno lasciata fare quello che volevo. Anoressia: 1, Veggie: 0.

Quel primo ricovero è stato sicuramente l’esperienza peggiore, tuttavia anche in seguito non sono mai stata una paziente facile, e non ho mai preteso di esserlo. Ciò detto, credo che chiunque voglia avere a che fare soltanto con “pazienti facili”, non debba lavorare nel campo dei disturbi alimentari.

Dopo quel primo disastroso ricovero, comunque, ce ne sono stati altri 4, nella medesima struttura ma dilazionati negli anni: a quel punto ero maggiorenne, e sono stata io ogni volta a richiedere il ricovero, quindi ero decisamente più collaborativa. Durante questi 4 ricoveri ho conosciuto un sacco di altre ragazze che potevano tranquillamente essere classificate come “pazienti difficili”. In effetti, conosco ben poche persone affette da un DCA che non siano state “pazienti difficili”.

I nostri modi di scatenare l’inferno, tuttavia, variano notevolmente da persona a persona. Generalizzando, ci sono ragazze apertamente difficili: quelle che si agitano, gridano, imprecano, si rifiutano di seguire le regole, dicono esplicitamente al personale di non rompere, rifiutano il cibo. Possono sembrare solo delle arroganti maleducate ma, come lo sono stata io, sono in realtà delle ragazze spaventate.

Ci sono poi invece ragazze altrettanto difficili, ma in maniera più velata, meno esplicita: quelle che se hanno difficoltà a mangiare qualcosa lo nascondono nel tovagliolo e se lo mettono in tasca, quelle che se non vogliono partecipare alla terapia di gruppo fingono interesse ma in realtà pensano a tutt’altro, quelle che dicono ai terapeuti ciò che si aspettano di sentirsi dire ma poi fanno comunque quello che vogliono.

Queste ragazze danno meno nell’occhio ma alla fine, in ambo i casi, si arriva agli psicoterapeuti che dicono: “Non sappiamo come aiutarti, non sappiamo cos’è che ti fa stare male, perché non ci parli di quelli che sono i tuoi problemi?”. E di fronte a questo interrogativo, entrambe le tipologie di “pazienti difficili” rimangono sedute in silenzio. Fissano lo psicoterapeuta con aria inespressiva, e scuotono le spalle come a volersi scrollare di dosso la domanda.

Con entrambe le tipologie di “pazienti difficili”, dopo un po’ di tempo i terapeuti iniziano a sentirsi frustrati, e alla fine se ne lavano le mani. Pensano che noi, essendo “pazienti difficili”, non ne valiamo la pena. Pensano che non valga la pena di perdere energie e tempo con noi. Sentono che non riescono ad aiutarci, e ne sono imbarazzati, o provano vergogna, o semplicemente non concepiscono il fatto che tutte le loro lauree e dottorati possano non averli comunque resi in grado di entrare nella nostra mentalità e poter essere effettivamente d’aiuto. Non vogliono avere a che fare con pazienti che sembrano accondiscenti ma che poi fanno comunque come vogliono, e men che meno con pazienti che gridano, che li insultano, che fanno le arroganti, salvo poi ricevere una telefonata dal Pronto Soccorso a mezzanotte che li informa dell’ennesima prodezza (dis)alimentare delle loro assistite.

Non dimenticherò mai la psicoterapeuta che mi scaricò dicendomi: “Tu non sei malata di anoressia, l’anoressia è solo un sintomo, una manifestazione della tua vera malattia: tu sei malata di controllo, ecco qual è il vero problema. Ma se tu per prima non sei disposta a rinunciare a questo controllo, la tua patologia cronicizzerà, ed io non posso fare niente per te.”

Lei ha mollato con me. E anche altri terapeuti, successivamente.

Loro ci rinunciano, con noi “pazienti difficili”, si arrendono. Alzano bandiera bianca.

E così noi alziamo bandiera bianca con noi stesse.

Quello che tali terapeuti non hanno mai fatto è rimanere abbastanza a lungo da capire che quando ci aggrappiamo disperatamente al nostro disturbo alimentare
per paura
o rabbia
o pura testadaggine…
… quando ci aggrappiamo disperatamente ad esso contro ogni logica e razionalità, ecco, quegli psicoterapeuti che si arrendono non sapranno mai che un giorno noi ci aggrapperemo alla strada del ricovero con altrettanta fierezza.

Non fraintendetemi, non voglio dire che bisogna essere sempre entusiaste del tipo oh-percorrere-la-strada-del-ricovero-è-una-meraviglia-assoluta!, perché è ovvio che le cose non stanno così. Spesso e volentieri percorrere la strada del ricovero è tutt’altro che semplice e divertente, ed è ben arduo affrontare la lotta quotidiana contro il DCA. Pensare che una persona possa essere sempre al 100% super-iper-motivata a combattere contro l’anoressia è semplicemente sciocco.

Ma la forza che ci vincola al nostro disturbo alimentare – contro ogni parvenza di una vita normale, anche quando dilania noi stesse e le nostre relazioni con familiari ed amici, anche quando sappiamo che potremmo morire se continuiamo a seguire il DCA – è una risorsa. Perché quella forza noi la possediamo. Dobbiamo solo direzionarla nella giusta direzione: verso la strada del ricovero.

Le caratteristiche della propria personalità, come la capacità di essere una rompicoglioni, sono in genere neutre. Sono quello che sono. È il modo in cui le utilizziamo che fa la differenza. Essere una narcisista manipolatrice non vi aiuterà a farvi un sacco di amici, ma potrebbe rendervi un’ottima politica o un’ottima CEO. La paura di staccarsi da un DCA può essere poco a poco trasformata nella paura di ricadere di nuovo nel DCA. Un rifiuto ostinato a provare qualcosa di nuovo può lasciarvi bloccate nell’anoressia per decenni O può significare che la vostra abitudine di combattere contro il DCA un giorno sarà altrettanto solida.

Fin troppe ragazze vengono tacciate di essere “pazienti difficili” e vengono mollate dai terapeuti, con conseguente chiusura al trattamento, ricaduta, e infognamento ancora peggiore nel DCA a causa del senso di fallimento provato. Non metto in dubbio che possano effettivamente essere delle “pazienti difficili”. Non nego che, per gli psicoterapeuti, lavorare con una paziente malata di anoressia/bulimia/DCAnas possa essere un compito ingrato e molto difficile. Ma quando le persone cominciano a rendersi conto di quali sono le 2 facce della medaglia dell’essere rompicoglioni, possiamo cominciare ad allontanarci dal nostro DCA. Spesso e volentieri non siamo intenzionalmente “difficili” (ehm, okay, ammetto che effettivamente in certe occasioni io ho cercato di fare la difficile…), bensì siamo confuse, e spaventate, e bloccate, e arrabbiate. Chi non sarebbe “difficile” in situazioni del genere? L’essere una “paziente difficile” da trattare non giustifica gli psicoterapeuti che se ne lavano le mani. L’essere una “paziente difficile” non dovrebbe essere una scusa per gli psicoterapeuti per rinunciare. Purtroppo troppo spesso è proprio così.

Sì, io sono stata una “paziente difficile”. Sì, mi è stato detto che ero una malata di controllo, che sarei stata una paziente cronica e al di là di ogni possibile aiuto. Sì, mi sono dovuta fare un culo come un rosone per trovare la psicologa e la dietista che facessero al mio caso, e soprattutto per combattere contro l’anoressia giorno dopo giorno, cosa che sto facendo tuttora. Sì, ci ho impiegato anni, ed anni, ed anni, ed anni. Ma adesso ho davvero una buonissima qualità della vita.

DifficileNON è sinonimo di “Impossibile” né di “Senza speranza” – non lo dimenticate.

venerdì 31 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/4: La vita dopo un DCA

Eccoci qua all’ultimo post della serie “Definizione di “ricovero””, post nel quale voglio prendere in considerazione ciò che succede a chi ha avuto un DCA nel momento in cui arriva ad una duratura remissione dello stesso. Abbandonare i comportamenti patologici indotti dal DCA rappresenta, in un certo senso, un mezzo per raggiungere un fine: il fine è il raggiungimento della salute e di una quanto migliore possibile qualità della vita. Non c’è una modalità univoca per arrivare ad acquistare un’ottima qualità della vita, né del resto è possibile dare un’univoca definizione di “ottima qualità della vita”: quello che è considerato “vita di qualità” varia infatti da persona a persona.

Ma è possibile guardare un gruppo di persone che hanno avuto una completa remissione dall’anoressia/bulimia e accorgersi che più o meno tempo fa queste persone erano devastate dalla piena espressione di un disturbo alimentare?

La risposta è: dipende. Dipende sia dal gruppo di persone che si prendono in esame, sia dagli specifici fattori che si prendono in considerazione.

Perfezionismo e bisogno di controllo 

Il perfezionismo e/o il bisogno di controllo sono caratteristiche comuni, concomitanti o meno, a molte persone affette da DCA. Molte pazienti riferiscono elevati livelli di perfezionismo e/o forte bisogno di controllo sia prima che durante il DCA, il che ha portato i ricercatori a pensare che il perfezionismo e il bisogno di controllo fossero significativi fattori di rischio in merito allo sviluppo di un DCA. Quello che ci si chiede dunque è come il perfezionismo e/o il bisogno di controllo persistano anche dopo un percorso di “ricovero”. I dati a tal proposito sono piuttosto variegati, ma sembra che le persone che si ammalano di anoressia/bulimia siano più perfezioniste e/o più fissate col controllo rispetto a chi non ha mai avuto un DCA, anche se sia i livelli di perfezionismo sia il bisogno di controllo sembrano ridursi man mano che si procede sulla strada del ricovero.

In uno studio pubblicato su “International Journal Of Eating Disorders”, Anna Bardone-Cone e i suoi colleghi hanno comparato donne che avevano raggiunto una remissione dall’anoressia a donne che stavano ancora percorrendo la strada del ricovero, in merito a caratteristiche quali il perfezionismo e il bisogno di controllo. (Bardone-Cone et al., 2010) I ricercatori hanno reclutato 96 donne che erano ricoverate o che erano state ricoverate in una clinica specializzata per DCA nel Missouri. Di queste donne, 53 erano nel pieno del loro DCA, 15 stavano percorrendo la strada del ricovero, e 20 erano arrivate ad una remissione stabile. Sono stati valutati sia i comportamenti sintomatici propri del DCA, sia (tramite differenti misure) il perfezionismo e il bisogno di controllo.

Le donne che avevano raggiunto una remissione stabile dal DCA, presentavano livelli di perfezionismo e/o un bisogno di controllo soltanto di poco superiori rispetto a quelli di donne che non avevano mai avuto un DCA. Tuttavia, le donne che stavano percorrendo la strada del ricovero, mostravano livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo molto più elevati e più vicini a quelli delle donne nel pieno del loro DCA. Questo potrebbe voler dire che sia il perfezionismo sia il bisogno di controllo sono i 2 fattori che permangono più a lungo e si fanno risentire anche in quelle persone che sono piuttosto lontane dal DCA e molto avanti nella strada del ricovero. Potrebbe anche però voler anche dire che il ricovero da un DCA è ciò che permette la riduzione del perfezionismo e/o del bisogno di controllo.

Questi risultati contrastano con quelli di uno studio precedente, che aveva rilevato che i livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo rimanevano molto elevati anche dopo il “ricovero” da un DCA. Ma forse questa discrepanza è dovuta alla differente definizione di “ricovero” considerata dai 2 studi. Sarebbe bello poter ripetere ambo gli studi utilizzando un’univoca definizione di “ricovero”, per vedere cosa potrebbe venirne fuori.

Altre caratteristiche di personalità 

Il perfezionismo e il bisogno di controllo sono 2 caratteristiche, non necessariamente concomitanti, spesso e volentieri presenti in chi ha l’anoressia, ma non sono i soli 2 fattori significativi. Alcune ricerche compiute sui tratti di personalità pre-esordio del DCA e post-esordio del DCA (Klump et al., 2004) di 358 donne malate di anoressia, bulimia o DCAnas hanno individuato altre caratteristiche caratteriali che condizionano il percorso di ricovero. Hanno valutato la personalità utilizzando il “Cloninger’s Temperament and Character Inventory” (che da ora in poi abbrevierò come “CTCI”).
Di che cosa si tratta?

In breve:

Il termine “temperamento” si riferisce a quell’ampia parte della nostra personalità che è innata. Nel CTCI sono considerati 4 aspetti del temperamento: evitamento, ricerca delle novità, dipendenza dalla ricompensa e persistenza. Il “carattere” è invece visto come un qualcosa di più flessibile e di non innato, bensì costruito giorno dopo giorno sulla base delle proprie esperienze di vita. Il CTCI valuta 3 differenti aspetti del carattere: autoreferenzialità, cooperatività e trascendenza.

Anche se alcuni aspetti del temperamento e del carattere variano dopo aver fatto un percorso di ricovero dal DCA, in molte aree non c’è granché shift. I ricercatori hanno trovato elevati livelli di evitamento in persone con DCA sia prima che dopo l’esordio dello stesso. Hanno altresì notato una riduzione dei livelli di cooperatività. La ricerca delle novità era più spiccata nelle donne affette da bulimia, anche se comunque ne è stato riscontrato un aumento anche nelle donne affette da anoressia, dopo che avevano raggiunto una quantomeno parziale remissione della malattia. Parlando più in generale del temperamento e del carattere, le donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero mostravano significative differenze dalle donne che non avevano mai avuto un DCA in alcune specifiche aree, soprattutto nell’evitamento, nella ricerca delle novità, e nella cooperatività.

Aspetto interessante da notare, tutte le donne che erano arrivate ad una remissione del DCA presentavano tratti di personalità piuttosto simili tra loro. In altre parole, le donne con un passato/presente di DCA si somigliano per certi tratti caratteriali tra di loro, molto di più di quanto non facciano le donne che non hanno mai avuto un DCA. I ricercatori hanno comparato i tratti di personalità utilizzando un’ampia gamma di questionari, relativi non solo al DCA, di 60 donne che erano riuscite ad arrivare ad una remissione dell’anoressia o della bulimia (Wagner et al., 2006). In questo modo hanno potuto vedere come certi aspetti della personalità fossero non solo più frequentemente presenti in donne che avevano vissuto un DCA rispetto a quelle che non l’avevano vissuto, ma anche comuni tra le donne stesse. Sulla base di questo studio le donne che avevano raggiunto una remissione dal loro DCA sono state suddivise in 2 principali gruppi: quelle del primo gruppo avevano alti livelli di impulsività, ricerca delle novità, e trascendenza, quelle del secondo gruppo avevano alti livelli di evitamento e persistenza.

E loro, cosa ne dicono? 

Uno dei modi migliori per capire com’è la vita di chi ha fatto significativi passi avanti sulla strada del ricovero, è chiederglielo direttamente. Così 2 ricercatori svedesi hanno chiesto a 14 donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero, e che erano a buon punto, di sottoporsi ad un’intervista relativa alla loro propria percezione del “ricovero”. (Bjork & Alstrom, 2006). Le 14 donne in questione avevano tutte un’età compresa tra i 22 e i 34 anni, e si erano ammalate di DCA dai 2 al 12 anni prima. 4 di queste donne erano affette da anoressia, 4 da bulimia e 6 da DCAnas.

Prima che i ricercatori iniziassero a raccogliere le interviste, fecero immediatamente un’osservazione: tutte le partecipanti allo studio erano molto pronte e contente di condividere i loro pensieri e le loro sensazioni a proposito del “ricovero”. Molte di loro avevano un sacco di cose da dire, ed era così possibile raccogliere un sacco di materiale. Alcune di loro, tuttavia, avevano dato delle risposte piuttosto stringate: vivevano la vita che erano riuscite a riconquistare, e non avevano voglia di pensare nuovamente a quel DCA che gliel’aveva devastata.

Le frasi di queste ragazze si commentano da sole. Giusto per citarne qualcuna che quoto in pieno:

Cerco di fare le cose per il mio bene in un altro modo, credo. Anche quando restringevo l’alimentazione mi sembrava di farlo per il mio bene, ma questa era solo una bugia derivata dall’anoressia. Adesso lavoro per la mia salute, per me stessa. Non vorrei sembrare un’egoista, una che si mette sempre al primo posto e pensa di avere ogni diritto del mondo, è che, semplicemente, cerco di ascoltarmi di più. Mi do tregua, tempo per respirare. Per esempio, se un giorno sono stanca e ho soltanto voglia di sedermi sul divano e leggere un libro, mi do il permesso di farlo, non come prima che dovevo essere sempre al pezzo.” (Novaly)

Sì, ho accettato il mio corpo. Il che non significa che lo amo. Non mi piaccio fisicamente, ma accetto di essere così perché è quello che mi serve per riuscire a vivere a pieno la mia vita. Il mio corpo è sano e lavora, e questo è quanto. Ecco cosa penso. Non è il corpo che vorrei, ma per rendermi funzionale deve essere così, e dunque così sia.” (Haley)

Ho ricominciato a lavorare per bene, ad uscire con gli amici, a dedicarmi allo sport… insomma, pian piano mi sono ripresa tutte le cose che mi piacciono e dalle quali con l’anoressia mi ero allontanata. Sto vivendo una vita di qualità. Sono ancora vulnerabile ai pensieri del DCA, però sono consapevole che sono tali e riesco a tenergli testa, cosicché continuo ad alimentarmi adeguatamente, e a fare tutto ciò che rende la mia vita degna d’essere chiamata tale. Ci sarà sempre qualcosa dell’anoressia in me, ma io sarò più forte di lei e i suoi pensieri li ricaccerò in un angolino senza più permettergli di affiorare e di condizionare questa vita di qualità che ho faticosamente ricostruito.” (Andrea)

I ricercatori concludono:

“Riguardo alle loro vite quotidiane attuali, le partecipanti allo studio esprimono speranza, consapevolezza, determinazione, e un senso di libertà. È chiaro che riescono a discernere la loro vita presente rispetto alla loro vita passata nei momenti peggiori del DCA. Il “ricovero” per queste donne è sinonimo di affrontare quotidianamente il DCA che in precedenza aveva riempito le loro vite, alimentandosi correttamente in maniera costante, e trovando altri interessi in modo da non identificarsi più nel DCA stesso. Sono donne che combattono per essere sane, sia fisicamente che psicologicamente. Anche se sono lucidamente consapevoli che le ricadute possono essere dietro l’angolo e che c’è da tenere sempre alta la guardia, sanno che non torneranno più ad una condizione di sudditanza nei confronti del DCA. E lo sanno perché adesso hanno raggiunto un’ottima qualità della vita, e si rendono conto che vale davvero la pena preservarla.” 
(mia traduzione) 

Concordo. In pieno.

venerdì 24 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/3: Cosa contribuisce al ricovero/remissione di un DCA?

Negli ultimi 2 post ho parlato di come gli psicoterapeuti definiscono il “ricovero” e di come lo fanno le persone affette da DCA. Oggi voglio prendere i considerazione quali sono i fattori predittivi l’esito del “ricovero” in un DCA.

Premessa. Quando scriverò dei fattori predittivi di cattivo esito del “ricovero”, è possibile che qualcuna di voi ci si riconosca, e si scoraggi. “Veggie sta forse dicendo che non riuscirò mai a stare meglio?”. NO. Non sto assolutamente dicendo questo. Io sono dell’idea che CHIUNQUE, con il giusto supporto psicoterapeutico e nutrizionale, ma soprattutto con tanta forza di volontà, possa fare enormi passi avanti sulla strada del ricovero. Tutte noi – tutte – abbiamo fattori predittivi sia positivi che negativi in merito all’esito del “ricovero”. Per cui, riconoscersi addosso qualche fattore predittivo negativo non significa assolutamente che non possiate stare meglio, significa semplicemente che, in media, le persone che hanno presentato quelle caratteristiche hanno avuto più difficoltà nel loro percorso di ricovero. Ma la media è un fattore statistico, non ha affatto valore assoluto. Il vostro destino non sta scritto da nessuna parte, siete voi che ce lo create quotidianamente: con il giusto supporto, la psicoterapia, l’ “equilibrio alimentare” e soprattutto con tutto il vostro impegno e olio di gomito, potrete sicuramente arrivare ad avere una qualità della vita sempre migliore. Per cui, non scoraggiatevi e soprattutto non fate assurde previsioni sull’esito del vostro percorso di ricovero basandovi unicamente su quello che sto per scrivere: piuttosto, se vi rendete conto di avere qualche fattore predittivo negativo, utilizzatelo come spunto per lavorarci su durante le sedute di psicoterapia.

*Fine del predicozzo / Inizia il post vero e proprio* 

Fattori ponderali e alimentari 

La maggior parte della letteratura relativa ai fattori che influenzano il “ricovero” è stata ricavata su persone affette da anoressia. Ho trovato solo 2 studi inerenti la bulimia, ma non identificano alcun vero criterio predittivo l’esito del “ricovero” (Keel & Mitchell, 1997). Per cui, leggendo questo post tenete conto che parlo di dati estrapolati da studi condotti sull’anoressia.

Diagnosi precoce. In numerosi studi, una breve durata della malattia e un B.M.I. nel range del normopeso al momento della diagnosi sembrano essere fattori predittivi positivi del successo di un percorso di ricovero. (Ovvio che questa sia una variabile importante, è la scoperta dell’acqua calda.) 

Recupero ponderale adeguato. In uno studio condotto su 212 adolescenti ospedalizzate per anoressia in Europa, i ricercatori hanno trovato che circa la metà andava incontro ad una seconda ospedalizzazione (Steinhausen et al., 2008). Basandosi sui dati, hanno identificato 5 fattori predittivi di riospedalizzazione in circa 2/3 delle pazienti: comorbidità con altre patologie psichiatriche, esordio del DCA in tenera età, iperattività, basso peso corporeo raggiunto, basso B.M.I. alla dimissione dal primo ricovero ospedaliero.

L’importanza di recuperare del peso è stata sottolineata anche in altri studi. In un follow-up dopo 21 anni di 84 donne che erano state ospedalizzate per anoressia, il 40% erano riuscite ad ottenere una remissione completa, il 20% alternavano periodi di remissione a ricadute, e il 26% erano acorda infognate nella malattia. (Le restanti, 14%, erano decedute). In questo caso, i fattori predittivi l’esito del percorso di ricovero erano rappresentati da: durata della malattia, B.M.I., sottotipo I o II di anoressia, severità dei sintomi psicologici, severità dei problemi relazionali, età d’esordio dell’anoressia, peso riacquistato.

Un altro studio inglese condotto su 22 donne ospedalizzate per anoressia ha rilevato che, effettivamente, riuscire a ritornare al proprio set-point fisiologico di peso corporeo rappresenta un element che evita successive riospedalizzazioni, e che aiuta nella remissione. (Baran, Weltzin & Kaye, 1995)

Varietà alimentare. I ricercatori hanno trovato che tanto maggiore è la varietà di cibi che una persona affetta da anoressia riesce a tornare a mangiare, tanto minore è la frequenza di ricadute. (Schebendach et al., 2008). Le 47 donne seguite in questo studio erano state ospedalizzate all’EDU del New York State Psychiatric Institute alla Columbia University. Dopo aver raggiunto un B.M.I. pari a 18 (il minimo del normopeso), alle 47 donne è stato fatto scrivere un “diario alimentare” per una settimana, quindi sono state seguite per un anno. A questo punto, si è visto che le donne che avevano una dieta più varia erano più avanti nel loro percorso di ricovero rispetto a quelle che mangiavano sempre i soliti poco vari cibi, a parità di calorie assunte.

Fattori psicologici 

Non soltanto i fattori relativi al recupero ponderale e all’alimentazione fanno la differenza nel percorso di ricovero, ci sono anche differenze individuali sul piano caratteriale/psicologico che condizionano il percorrere la strada del ricovero.

Perfezionismo, disistima e bisogno di controllo. In uno studio condotto su 26 donne ricoverate in un ospedale francese per anoressia, i ricercatori hanno somministrato loro un questionario relativo ai DCA, e le hannoo seguite per circa 8 – 10 anni. (Bizeul, Sadowsky & Rigaud, 2001). Metà delle donne ha ottenuto una remissione dell’anoressia durante il periodo di follow up, l’altra metà non c’è riuscita. In questo studio, nella fattispecie, i ricercatori hanno definito “ricovero” il recupero del proprio set-point fisiologico di peso corporeo, la presenza di ciclo mestruale regolare, l’assenza dei comportamenti alimentari tipici del DCA per almeno 2 anni consecutivi, autonomia dalla famiglia, recupero di una buona qualità della vita.

I ricercatori hanno notato che le donne che rispondendo al questionario si riconoscevano caratteristiche quali il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo, ma anche la difficoltà nelle relazioni interpersonali e una scarsa interocezione erano quelle che raggiungevano risultati più scarsi in termini di “ricovero”. Quando i ricercatori hanno preso in considerazione questi parametri, tuttavia, hanno notato che solo il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo hanno effettivamente un valore predittivo negativo sull’esito del ricovero.

Supporto. In uno studio retrospettivo qualitativo condotto su 69 donne in Nuova Zelanda, i ricercatori hanno chiesto alle persone esaminate quali ritenevano fossero i fattori “sociali” che le avevano aiutate a stare meglio mentre percorrevano la strada del ricovero. Il 90% delle intervistate ha risposto “familiari” e/o “amici”. Altri fattori considerati un importante aiuto nel percorrere la strada del ricovero sono stati (in ordine d’importanza decrescente, secondo le percentuali riportate dallo studio in questione): crescita/maturazione, scoperta di altri interessi, psicoterapia, acquisizione di autonomia, lavoro, sport, supporto di altre persone che stavano combattendo contro il DCA, farmaci, gravidanza, il proprio partner.

Al di là della singola cosa, tutte le donne concordavano nel dire che un adeguato supporto da parte degli altri era stato un elemento molto importante nel loro percorso di ricovero. Chi fossero le persone supportive – amici, familiari, psicoterapeuti, partner – sembrava essere meno importante del supporto in sé per sé. Inoltre, un altro fondamentale aspetto del percorso di ricovero, a detta dei soggetti esaminati, stava nel riuscire a trovare altri interessi al di fuori dell’anoressia.

E i ricercatori sottolineano proprio questo aspetto alla fine dello studio:

“Il punto di forza e, allo stesso tempo, il punto di debolezza di questo studio consiste nel fatto che è filtrato esclusivamente dalla prospettiva delle pazienti. Pazienti che crescono, fanno nuove esperienze di vita, si aprono a nuovi interessi, e contemporaneamente grazie alla psicoterapia si guardano dentro cercando d’individuare le cause che le hanno portate a sviluppare il loro DCA. […] La prospettiva delle pazienti, unita ai dati clinici, ci permette di ricavare una sorta di romanzo, e di avere una ricca comprensione dell’eziologia e dei fattori che contribuiscono all’esito positivo di un percorso di ricovero dall’anoressia.” 
(mia traduzione)


(…CONTINUA…)

venerdì 17 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/2: Come definiscono il ricovero coloro che hanno un DCA?

Nel post della settimana scorsa ho parlato di come il “ricovero” da un DCA viene definito dagli psicoterapeuti: penso che siano stati fatti col tempo un sacco di passi avanti nel comprendere cosa significhi il termine “ricovero” (remissione/guarigione) da un punto di vista prettamente scientifico, dato che attualmente gli psicoterapeuti sono consapevoli che il concetto di “ricovero” è molto più esteso del semplice riprendere a mangiare normalmente e riacquistare il peso perso. Certo, questa è una parte del “ricovero”, ma non lo rappresenta assolutamente in toto.

Quando si parla di “ricovero”, però, non si può considerare solo il punto di vista della scienza: è parlando con le persone che hanno/stanno combattendo un DCA che è possibile capire cosa significhi per loro il ricovero in termini di miglioramento della qualità della vita, funzionamento psicosociale, ricadute, e così via. Alcuni ricercatori, perciò, per definire il “ricovero” hanno deciso di – semplicemente – parlare con delle ragazze affette da DCA.

Studi di questo tipo sono ovviamente qualitativi, e basati su ampie interviste delle ragazze in questione. Ora, devo ammettere che io in genere sono più per il quantitativo che non per il qualitativo. Mi piacciono i numeri e i dati concreti. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che è ben difficile, se non impossibile, dare numeri precisi quando si parla di un qualcosa come il ricovero da un DCA. Per cui, credo sia corretto utilizzare questa tipologia di studi per un post che tratta del ricovero dal punto di vista delle persone affette da DCA.

Raggiungere il "ricovero"

Uno studio del 2004 pubblicato in “Qualitative Health Research” considerava non soltanto la definizione di “ricovero” in sè per sè, ma anche come questa cambiava nei pensieri delle ragazze affette da DCA man mano che cominciavano a stare meglio (D’Abundo & Chally, 2004). Per alcune persone, ammettere la gravità della propria condizione e la necessità d’iniziare a combattere contro il DCA rappresentava un vero e proprio punto di svolta, dicono gli autori dello studio:

“Per alcune, il riconoscimento della gravità della malattia è avvenuto in seguito ad un evento critico che ha aperto loro gli occhi sulla realtà. Di fronte ad un ricovero ospedaliero, una delle ragazze intervistate ha detto: “Io ci lavoro in ospedale, faccio l’infermiera, non ero pronta ad essere la paziente”. Asseriva che avrebbe preferito cambiare le sue abitudini alimentari piuttosto che far venire a conoscenza del DCA i suoi colleghi. Riconoscere la gravità della malattia significa anche rendersi conto di quali sono le conseguenze negative che questa ha sulla propria salute fisica e mentale. Le ragazze intervistate si sono rese conto che le conseguenze di un DCA includono l’avere un aspetto fisico peggiore, l’avere sempre freddo, il non riuscire a mangiare in presenza di altre persone, l’avere problemi di fertilità, l’avere restrizioni o abbuffate, il sentirsi spesso asteniche, il non riuscire a pensare chiaramente, il non avere una vita sociale. Le ragazze intervistate hanno detto anche di “essere stufe” di tutto quello che il DCA aveva portato nelle loro vite.” 
(mia traduzione) 

Molte delle ragazze intervistate definiscono l’inizio del proprio “ricovero” il ricominciare ad uscire con gli amici, il ricominciare a studiare/lavorare, e l’avere di nuovo un po’ di vita sociale: la ricostruzione delle relazioni. Ciò nonostante, tutte le ragazze intervistate dicono di non aver superato completamente il proprio DCA. È sempre in un qualche recesso della loro mente, e devono comunque combattere quotidianamente per tenere a bada certi comportamenti e pensieri.

Un altro studio sempre relativo a donne che parlano del loro “ricovero” dall’anoressia, è centrato sulla tematica del “Riappropriarsi della Vera Se Stessa” nel momento in cui viene intrapreso un percorso di ricovero (Lamoureaux & Bottorff, 2005) Percorrere la strada del ricovero non è semplice, né rapido, né costante. Una delle intervistate dice:

“Questo è ciò che ha caratterizzato la mia battaglia contro l’anoressia: periodi di remissione alternati a ricadute. Mi sentivo… come se, andando avanti, m’introducessi in un territorio sconosciuto… in un’identità sconosciuta… in dei comportamenti che non mi erano affatto familiari… per cui, non era una passeggiata di salute. Trovavo più confortante l’anoressia, sebbene fossi consapevole della malattia, perché anche se mi distruggeva, per lo meno non c’era niente di nuovo, la restrizione alimentare era una strada che conoscevo benissimo, e questo mi rassicurava. Lasciare tutto questo mi faceva sentire estremamente vulnerabile. Ecco da dove veniva la mia paura: da questa sensazione di vulnerabilità.” 
(mia traduzione) 

Definire il “ricovero” 

Capire come avviene il processo di ricovero è ovviamente utile, ma questo non ci dice che cos’è il “ricovero”. E, soprattutto, non ci dice se la percezione che hanno le persone malate di DCA del “ricovero” corrisponde o meno alle definizioni date dalla scienza. Fortunatamente, esiste uno studio che si occupa proprio di questo. La prima ricercatrice che ha cercato di capire cosa fosse il “ricovero” per le persone affette da DCA è Greta Noordenbos, della Leiden University in Olanda.

Il primo step del suo studio consisteva nel porre 4 domande a delle ragazze considerate completamente “ricoverate” (guarite) dall’anoressia/bulimia (Noordenbos & Seubring, 2006):
1 - Quali criteri sono per te importanti per definire il “ricovero” dall’anoressia/bulimia?
2 - Sei d’accordo con quella che è la definizione che gli psicoterapeuti danno di “ricovero”?
3 - Quali dei criteri proposti dagli psicoterpeuti hai soddisfatto al termine del tuo ultimo percorso di “ricovero”? 
4 - Hai avuto ulteriori miglioramenti dopo che hai completato il tuo ultimo percorso di “ricovero”?

Utilizzando la letteratura preesistente a proposito del “ricovero” da un DCA, Noordenbos ha chiesto a ragazze affette da DCA di valutare l’importanza di 52 elementi inerenti il “ricovero”, elementi relativi ai comportamenti alimentari, all’immagine corporea, alla salute fisica, al funzionamento psicosociale, agli aspetti emozionali, e così via. Come potete vedere dalla tabella sottostante (l’ho ripresa pari-pari dallo studio in questione), a sinistra sono elencati gli elementi considerati, e a destra la percentuale di quanto le pazienti trovavano importante quell’elemento ai fini del “ricovero” dall’anoressia/bulimia (da un minimo dello 0% per elementi non importanti, a un massimo del 100% per elementi importantissimi).


(click sull'immagine per ingradire) 

Un altro studio sempre condotto da Noordenbos si basava sul somministrare a ragazze “ricoverate” dal proprio DCA delle domande aperte relative a quali fossero secondo loro i fattori più importanti nel percorso di “ricovero” da un DCA (Noordenbos, 2011). Le loro risposte potevano essere distinte in alcune categorie principali, di gran lunga più ampie rispetto a quelle considerate nel precedente studio del 2006:
• Comportamento alimentare
• Attività fisica
• Immagine corporea
• Pensieri ossessivi
• Salute fisica
• Salute mentale
• Gestione delle emozioni
• Relazioni interpersonali
• Vita lavorativa
• Gestione delle comorbidità

Alcuni di questi aspetti si ritrovano nel Ricovero Olistico di cui vi parlavo nel post precedente, ecco perchè tra tutte le definizioni scientifiche di “ricovero” è quella che mi piace di più: è relativamente semplice da utilizzare, e considera aspetti del “ricovero” che chi è affetto da DCA asserisce essere importanti.

E voi, ragazze, come la pensate? Cosa significa per voi “ricovero” dall’anoressia/bulimia/binge/DCAnas?

(…CONTINUA…)
 
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