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venerdì 7 giugno 2013
Cosa significa scegliere la strada del ricovero
Quando avevo più o meno sui 18 – 19 anni, nessuno sapeva cosa fare con me. Tutta la schiera di psicologi, dietisti, psichiatri, medici con cui avevo avuto a che fare, avevano di fatto alzato bandiera bianca. Dovevo essere io a scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero, dicevano loro, e questo era un qualcosa che io chiaramente non stavo facendo. Fino a che io non l’avessi fatto, non c’era niente che loro potessero fare per me. Avrei cominciato a percorrere la strada del ricovero quando sarei stata pronta.
Ovviamente, ho qualche problemuccio con questo modo di vedere la cosa. Non dico che sia una visione sbagliata, ma è quantomeno una visione molto semplicistica e riduttiva. Prima cosa, dà per scontato che una persona che è nel pieno dell’anoressia sia lucidamente e decisamente capace di scegliere di combattervi contro. Seconda cosa, fa sembrare il ricovero come una scelta sciente, un’unica e ben precisa scelta che una persona compie, e quando lo fa allora magicamente guarisce dall’anoressia.
Il problema è che la strada del ricovero non si sceglie lucidamente e scientemente una volta per tutte. Occorre scegliere di percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, ogni mattina quando ci svegliamo e ci apprestiamo ad affrontare un’altra giornata, e bisogna rimarcare a noi stesse questa scelta ogni 5 – 6 volte al giorno. Occorre fare questa scelta anche quando proprio non vorremmo. Non è dunque una singola scelta che si fa una volta per tutte, e non è affatto semplice.
Se ci pensate, la stragrande maggioranza dei protocolli terapeutici per i DCA sono fatti per persone che cercano e vogliono (o, tutt’al più, accettano) seguire un protocollo terapeutico. E, insomma, è relativamente facile fare una psicoterapia e una riabilitazione nutrizionale ad una persona che è consenziente, vuole percorrere la strada del ricovero, e ce la mette tutta per essere aderente alle indicazioni mediche. Ma quando si parla di persone nel pieno dell’anoressia, laddove non è infrequente una spiccata difficoltà a comprendere quanto i propri pensieri e i propri comportamenti siano deviati, è veramente difficile riuscire ad intraprendere un percorso di ricovero, perché i medici non sanno come far fronte ad una paziente che non ha nessun interesse a staccarsi dall’anoressia. Per cui, piuttosto che cercare di elaborare nuove strategie terapeutiche per rendere più compliante una paziente che è ancora molto dentro il DCA, è decisamente più facile, economico e conveniente dire alla paziente che “noi ti potremo aiutare solo e soltanto quando tu sarai pronta a percorrere la strada del ricovero”.
Il problema principale di questa concezione medica – e della sua applicazione alle pazienti che hanno un DCA – è che una delle caratteristiche che più frequentemente s’incontrano nelle persone che hanno un DCA (anoressia in particolare) è che non c’è nessuna voglia d’iniziare un percorso di ricovero. Le motivazioni che rendono le persone affette da DCA estremamente restie ad iniziare un percorso di ricovero sono molteplici, e variano a persona a persona: solo per fare qualche esempio, le difficoltà a staccarsi dall’anoressia possono essere legate al fatto che essa rappresenta un’ottima strategia di coping, che fornisce un’illusoria sensazione di controllo, che la persona non si sente “abbastanza malata” da meritare di ricevere aiuto terapeutico, e così via. Ovviamente sarebbe cosa buona e giusta che ogni persona malata di DCA fosse in grado di prendere una decisione riflessiva e razionale in merito alla necessità di curarsi, ma spesso e volentieri le cose non stanno così.
Così tutti i medici si rintanano nei loro uffici, ed aspettano che la ragazza sia “pronta” a percorrere la strada del ricovero. Il problema è che più a lungo una persona viene lasciata in balìa del DCA, più sarà difficile che essa possa scegliere autonomamente di percorrere la strada del ricovero. Più una persona perde peso, minore è la produzione neurotrasmettitoriale, minore è la lucidità, più è difficile rendersi conto dello stato patologico in cui si verte, e scegliere un percorso di ricovero.
Tra l’altro, tutti i comportamenti tipici del DCA diventano molto rapidamente delle abitudini. Si restringe quando ci si trova davanti un piatto col Cibo X, perché è semplicemente quello che ci abituiamo a fare di fronte al Cibo X. Facciamo sempre lo stesso tipo di attività fisica per lo stesso lasso di tempo e nello stesso momento della giornata, perché è nel nostro programma mentale, che diventa un’abitudine. Mangiamo solo determinate quantità di determinati cibi in un certo ordine e ad una certa ora. Il cervello è un organo estremamente abitudinario e reiterativo. Poco a poco, aderisce sempre di più a quelle che sono delle “regole” che inconsciamente stabiliamo quando abbiamo un DCA.
Ecco che l’anoressia diventa la nostra nuova normalità.
Ben presto, tutto si appiattisce. Ci si dimentica com’era quando avevamo più energia. Si tralasciano hobby, interessi, studio, lavoro, perché l'anoressia occupa gran parte della nostra mente e della nostra giornata. Si allontanano gli amici perché non vogliamo che sappiano del nostro DCA. Ci si dimentica di come si faceva a mangiare senza farci problemi prima che l'anoressia esordisse. Ci si dimentica… tutto. Inizialmente, si ricorda ancora com’era la nostra vita in quando l’anoressia non la faceva da padrona. Ma poco a poco, anche questi ricordi s’indeboliscono, e comincia a parerci che in tutta la nostra vita non ci sia mai stato altro che l’anoressia. Si dimentica.
La frase “scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero” mi irrita per varie ragioni, soprattutto perché fa pensare che la strada del ricovero sia una tantum, una scelta che si fa una volta per tutte e poi non ci si pensa più. Come se io oggi scegliessi d’indossare un paio di jeans e una camicia bianca. Faccio questa scelta, indosso questi indumenti, ed è finta qui. Combattere contro l’anoressia non è così semplice. Non è in alcun modo una singola scelta.
Fare colazione. Io mi ricordo quando la mattina mi alzavo da letto e m’intrippavo in pensieri Shakespeariani del tipo “restringere a colazione o non restringere a colazione? Questo è il problema”. E anche quando decidi che, diamine, niente seghe mentali, quella cavolo di colazione la devi proprio fare senza restringere, allora devi decidere se prendere il latte coi biscotti e, nel caso, quali biscotti. Quanti biscotti. E, tra l’altro, quale tipo di latte. Intero? Parzialmente scremato? Scremato? E poi, nient’altro oltre a latte e biscotti? Succo di frutta o no. Qualcos’altro al posto del succo di frutta. Caffè o no (a me il caffè non piace, quindi un problema in meno… almeno questo!). E questo è solo il primo pasto della giornata. E cosa succede quei giorni in cui non si ha proprio per niente voglia di fare colazione? Che si fa, allora? Come si fa ad obbligarsi a mangiare comunque?
Io credo che scegliere la strada del ricovero non è come una lampadina che si accende di punto in bianco. Credo che per scegliere la strada del ricovero sia necessario un supporto medico anche quando non siamo ancora propriamente complianti, e anche quando lo siamo occorre comunque rinnovare questa scelta giorno dopo giorno. Perché è solo così che l’anoressia che è diventata col tempo la nostra normalità, può lasciare il posto al percorrere la strada del ricovero, che col tempo deve diventare la nostra nuova normalità. Più si sceglie la strada del ricovero, più sceglierla risulta essere meno faticoso. Ma per arrivare a questo, occorre imporsi di fare cose che ci danno discomfort, fare comunque cose che non vorremmo fare, cose che allontanano il (fasullo) senso di controllo che ci faceva provare l’anoressia, per lasciarci nell’incertezza di affrontare le sfide della vita senza più ricorrere ad una strategia di coping malata quale è il DCA. Significa che, anche nei momenti in cui non siamo propriamente ancora in grado di percorrere la strada del ricovero perché ancora troppo dentro all’anoressia, c’è bisogno di un supporto nutrizionale e psicoterapeutico che ci fornisca strategie di coping alternative, onde evitare il dilagare dell’ansia che ci riporterebbe immediatamente ad avere una ricaduta. Scegliere di percorrere la strada del ricovero è una scelta che, secondo me, dovremmo rinnovare giorno dopo giorno per tutta la nostra vita. Ma quando il percorrere la strada del ricovero diventa un’abitudine esattamente come lo era diventata l’anoressia, allora non sarà comunque facile e divertente, ma non sarà neanche più così dura come lo è nei primi tempi.
Ovviamente, ho qualche problemuccio con questo modo di vedere la cosa. Non dico che sia una visione sbagliata, ma è quantomeno una visione molto semplicistica e riduttiva. Prima cosa, dà per scontato che una persona che è nel pieno dell’anoressia sia lucidamente e decisamente capace di scegliere di combattervi contro. Seconda cosa, fa sembrare il ricovero come una scelta sciente, un’unica e ben precisa scelta che una persona compie, e quando lo fa allora magicamente guarisce dall’anoressia.
Il problema è che la strada del ricovero non si sceglie lucidamente e scientemente una volta per tutte. Occorre scegliere di percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, ogni mattina quando ci svegliamo e ci apprestiamo ad affrontare un’altra giornata, e bisogna rimarcare a noi stesse questa scelta ogni 5 – 6 volte al giorno. Occorre fare questa scelta anche quando proprio non vorremmo. Non è dunque una singola scelta che si fa una volta per tutte, e non è affatto semplice.
Se ci pensate, la stragrande maggioranza dei protocolli terapeutici per i DCA sono fatti per persone che cercano e vogliono (o, tutt’al più, accettano) seguire un protocollo terapeutico. E, insomma, è relativamente facile fare una psicoterapia e una riabilitazione nutrizionale ad una persona che è consenziente, vuole percorrere la strada del ricovero, e ce la mette tutta per essere aderente alle indicazioni mediche. Ma quando si parla di persone nel pieno dell’anoressia, laddove non è infrequente una spiccata difficoltà a comprendere quanto i propri pensieri e i propri comportamenti siano deviati, è veramente difficile riuscire ad intraprendere un percorso di ricovero, perché i medici non sanno come far fronte ad una paziente che non ha nessun interesse a staccarsi dall’anoressia. Per cui, piuttosto che cercare di elaborare nuove strategie terapeutiche per rendere più compliante una paziente che è ancora molto dentro il DCA, è decisamente più facile, economico e conveniente dire alla paziente che “noi ti potremo aiutare solo e soltanto quando tu sarai pronta a percorrere la strada del ricovero”.
Il problema principale di questa concezione medica – e della sua applicazione alle pazienti che hanno un DCA – è che una delle caratteristiche che più frequentemente s’incontrano nelle persone che hanno un DCA (anoressia in particolare) è che non c’è nessuna voglia d’iniziare un percorso di ricovero. Le motivazioni che rendono le persone affette da DCA estremamente restie ad iniziare un percorso di ricovero sono molteplici, e variano a persona a persona: solo per fare qualche esempio, le difficoltà a staccarsi dall’anoressia possono essere legate al fatto che essa rappresenta un’ottima strategia di coping, che fornisce un’illusoria sensazione di controllo, che la persona non si sente “abbastanza malata” da meritare di ricevere aiuto terapeutico, e così via. Ovviamente sarebbe cosa buona e giusta che ogni persona malata di DCA fosse in grado di prendere una decisione riflessiva e razionale in merito alla necessità di curarsi, ma spesso e volentieri le cose non stanno così.
Così tutti i medici si rintanano nei loro uffici, ed aspettano che la ragazza sia “pronta” a percorrere la strada del ricovero. Il problema è che più a lungo una persona viene lasciata in balìa del DCA, più sarà difficile che essa possa scegliere autonomamente di percorrere la strada del ricovero. Più una persona perde peso, minore è la produzione neurotrasmettitoriale, minore è la lucidità, più è difficile rendersi conto dello stato patologico in cui si verte, e scegliere un percorso di ricovero.
Tra l’altro, tutti i comportamenti tipici del DCA diventano molto rapidamente delle abitudini. Si restringe quando ci si trova davanti un piatto col Cibo X, perché è semplicemente quello che ci abituiamo a fare di fronte al Cibo X. Facciamo sempre lo stesso tipo di attività fisica per lo stesso lasso di tempo e nello stesso momento della giornata, perché è nel nostro programma mentale, che diventa un’abitudine. Mangiamo solo determinate quantità di determinati cibi in un certo ordine e ad una certa ora. Il cervello è un organo estremamente abitudinario e reiterativo. Poco a poco, aderisce sempre di più a quelle che sono delle “regole” che inconsciamente stabiliamo quando abbiamo un DCA.
Ecco che l’anoressia diventa la nostra nuova normalità.
Ben presto, tutto si appiattisce. Ci si dimentica com’era quando avevamo più energia. Si tralasciano hobby, interessi, studio, lavoro, perché l'anoressia occupa gran parte della nostra mente e della nostra giornata. Si allontanano gli amici perché non vogliamo che sappiano del nostro DCA. Ci si dimentica di come si faceva a mangiare senza farci problemi prima che l'anoressia esordisse. Ci si dimentica… tutto. Inizialmente, si ricorda ancora com’era la nostra vita in quando l’anoressia non la faceva da padrona. Ma poco a poco, anche questi ricordi s’indeboliscono, e comincia a parerci che in tutta la nostra vita non ci sia mai stato altro che l’anoressia. Si dimentica.
La frase “scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero” mi irrita per varie ragioni, soprattutto perché fa pensare che la strada del ricovero sia una tantum, una scelta che si fa una volta per tutte e poi non ci si pensa più. Come se io oggi scegliessi d’indossare un paio di jeans e una camicia bianca. Faccio questa scelta, indosso questi indumenti, ed è finta qui. Combattere contro l’anoressia non è così semplice. Non è in alcun modo una singola scelta.
Fare colazione. Io mi ricordo quando la mattina mi alzavo da letto e m’intrippavo in pensieri Shakespeariani del tipo “restringere a colazione o non restringere a colazione? Questo è il problema”. E anche quando decidi che, diamine, niente seghe mentali, quella cavolo di colazione la devi proprio fare senza restringere, allora devi decidere se prendere il latte coi biscotti e, nel caso, quali biscotti. Quanti biscotti. E, tra l’altro, quale tipo di latte. Intero? Parzialmente scremato? Scremato? E poi, nient’altro oltre a latte e biscotti? Succo di frutta o no. Qualcos’altro al posto del succo di frutta. Caffè o no (a me il caffè non piace, quindi un problema in meno… almeno questo!). E questo è solo il primo pasto della giornata. E cosa succede quei giorni in cui non si ha proprio per niente voglia di fare colazione? Che si fa, allora? Come si fa ad obbligarsi a mangiare comunque?
Io credo che scegliere la strada del ricovero non è come una lampadina che si accende di punto in bianco. Credo che per scegliere la strada del ricovero sia necessario un supporto medico anche quando non siamo ancora propriamente complianti, e anche quando lo siamo occorre comunque rinnovare questa scelta giorno dopo giorno. Perché è solo così che l’anoressia che è diventata col tempo la nostra normalità, può lasciare il posto al percorrere la strada del ricovero, che col tempo deve diventare la nostra nuova normalità. Più si sceglie la strada del ricovero, più sceglierla risulta essere meno faticoso. Ma per arrivare a questo, occorre imporsi di fare cose che ci danno discomfort, fare comunque cose che non vorremmo fare, cose che allontanano il (fasullo) senso di controllo che ci faceva provare l’anoressia, per lasciarci nell’incertezza di affrontare le sfide della vita senza più ricorrere ad una strategia di coping malata quale è il DCA. Significa che, anche nei momenti in cui non siamo propriamente ancora in grado di percorrere la strada del ricovero perché ancora troppo dentro all’anoressia, c’è bisogno di un supporto nutrizionale e psicoterapeutico che ci fornisca strategie di coping alternative, onde evitare il dilagare dell’ansia che ci riporterebbe immediatamente ad avere una ricaduta. Scegliere di percorrere la strada del ricovero è una scelta che, secondo me, dovremmo rinnovare giorno dopo giorno per tutta la nostra vita. Ma quando il percorrere la strada del ricovero diventa un’abitudine esattamente come lo era diventata l’anoressia, allora non sarà comunque facile e divertente, ma non sarà neanche più così dura come lo è nei primi tempi.
venerdì 24 maggio 2013
"Quando tutto il resto fallisce, è colpa della paziente"
Oggi vorrei riportarvi un articolo che ho trovato su Internet, che mi ha lasciata piuttosto perplessa, e decisamente discorde.
Si tratta del risultato di un’inchiesta qui riportata, relativa ai casi di morte in giovani donne affette da anoressia, che fa sì che il medico esaminatore concluda:
In conseguenza di ciò che è successo, Mr Hinchliff afferma: “Lei [la paziente in questione affetta da anoressia - nda] non era mai stata completamente compliante alla terapia di rialimentazione, e questo ha causato ripercussioni negative sulla sua salute fisica, che l’hanno condotta alla morte.”
(mia traduzione)
Perchè, certo, è tutta e solo colpa della paziente se è morta, vero?!
Chi ha steso tali conclusioni non ha pensato che se la paziente non è stata compliante, è perchè non riusciva ad essere compliante. Quando sei sottopeso, malnutrita e con una mentalità che è ancora completamente in balia dell’anoressia, affrontare una cosa ansiogena come un regime alimentare regolare scandito da 5 pasti quotidiani è un qualcosa che più di una persona non sarebbe in grado di tollerare. Nella stragrande maggioranza dei casi, le ragazze affette da un DCA vorrebbero veramente stare meglio, solo che non riescono a tollerare l’ansia che il distaccarsi dall’anoressia comporta inevitabilmente. Il DCA, perciò, continua ad apparire preferibile di fronte dall’ansia innescata dall’idea di dover affrontare la vita senza mettere in atto questa strategia di coping.
Il problema è che purtroppo è ancora molto diffuso, “grazie” anche a quest’informazione a mio avviso scorretta derivante dai mass-media, il preconcetto che recuperare il peso perso significhi “guarire” dall’anoressia. Certamente la riabilitazione nutrizionale è fondamentale per fare passi avanti sulla strada del ricovero, ma il fatto che una paziente abbia recuperato il peso perso non significa che il DCA è svanito dalla sua mente, anzi, tutt’altro. È per questo che poi si hanno le ricadute, tante ricadute, e la gente che guarda dall’esterno pronta a dire che se non c’è compliance terapeutica non è possibile avere un aiuto. Mah.
Nella stragrande maggioranza dei casi, rimanere vincolate a un DCA anche dopo averne scoperti i lati negativi, non è una scelta. È una necessità di coping. Per cui la gente dovrebbe smetterla di aspettarsi che una paziente affetta da un DCA possa essere completamente compliante a seguire un regime alimentare equilibrato in ogni qualsiasi momento. L’abilità dei terapeuti che si relazionano con persone che hanno un DCA, secondo me, dovrebbe stare nella capacità di capire in quale particolare momento del percorso di ricovero si trova la ragazza, ed agire di conseguenza: giusto per fare un esempio, inutile dare una dieta ipercalorica a una ragazza che fino al giorno prima restringeva l’alimentazione da far paura, e pretendere che la segua per filo e per segno (etichettandola poi come “non compliante” se non lo fa). Meglio provvedere a graduali incrementi calorici, affinché la paziente possa abituarsi poco a poco, e non opporre eccessiva resistenza. È solo così che si possono avere pazienti complianti.
Non è – e non deve essere – un lavoro (e men che mai una colpa!) della paziente.
Voi cosa ne pensate?
Si tratta del risultato di un’inchiesta qui riportata, relativa ai casi di morte in giovani donne affette da anoressia, che fa sì che il medico esaminatore concluda:
In conseguenza di ciò che è successo, Mr Hinchliff afferma: “Lei [la paziente in questione affetta da anoressia - nda] non era mai stata completamente compliante alla terapia di rialimentazione, e questo ha causato ripercussioni negative sulla sua salute fisica, che l’hanno condotta alla morte.”
(mia traduzione)
Perchè, certo, è tutta e solo colpa della paziente se è morta, vero?!
Chi ha steso tali conclusioni non ha pensato che se la paziente non è stata compliante, è perchè non riusciva ad essere compliante. Quando sei sottopeso, malnutrita e con una mentalità che è ancora completamente in balia dell’anoressia, affrontare una cosa ansiogena come un regime alimentare regolare scandito da 5 pasti quotidiani è un qualcosa che più di una persona non sarebbe in grado di tollerare. Nella stragrande maggioranza dei casi, le ragazze affette da un DCA vorrebbero veramente stare meglio, solo che non riescono a tollerare l’ansia che il distaccarsi dall’anoressia comporta inevitabilmente. Il DCA, perciò, continua ad apparire preferibile di fronte dall’ansia innescata dall’idea di dover affrontare la vita senza mettere in atto questa strategia di coping.
Il problema è che purtroppo è ancora molto diffuso, “grazie” anche a quest’informazione a mio avviso scorretta derivante dai mass-media, il preconcetto che recuperare il peso perso significhi “guarire” dall’anoressia. Certamente la riabilitazione nutrizionale è fondamentale per fare passi avanti sulla strada del ricovero, ma il fatto che una paziente abbia recuperato il peso perso non significa che il DCA è svanito dalla sua mente, anzi, tutt’altro. È per questo che poi si hanno le ricadute, tante ricadute, e la gente che guarda dall’esterno pronta a dire che se non c’è compliance terapeutica non è possibile avere un aiuto. Mah.
Nella stragrande maggioranza dei casi, rimanere vincolate a un DCA anche dopo averne scoperti i lati negativi, non è una scelta. È una necessità di coping. Per cui la gente dovrebbe smetterla di aspettarsi che una paziente affetta da un DCA possa essere completamente compliante a seguire un regime alimentare equilibrato in ogni qualsiasi momento. L’abilità dei terapeuti che si relazionano con persone che hanno un DCA, secondo me, dovrebbe stare nella capacità di capire in quale particolare momento del percorso di ricovero si trova la ragazza, ed agire di conseguenza: giusto per fare un esempio, inutile dare una dieta ipercalorica a una ragazza che fino al giorno prima restringeva l’alimentazione da far paura, e pretendere che la segua per filo e per segno (etichettandola poi come “non compliante” se non lo fa). Meglio provvedere a graduali incrementi calorici, affinché la paziente possa abituarsi poco a poco, e non opporre eccessiva resistenza. È solo così che si possono avere pazienti complianti.
Non è – e non deve essere – un lavoro (e men che mai una colpa!) della paziente.
Voi cosa ne pensate?
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