Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 10 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/1: Come definiscono il ricovero gli psicoterapeuti?

A partire da oggi voglio iniziare a scrivere una serie di post in merito alla definizione di “ricovero”, parola che, come avrete avuto modo di notare leggendo il mio blog, io utilizzo moltissimo. È tuttavia una parola che non ha un significato unico, un’univoca chiave di lettura, quando si parla di disturbi alimentari: c’è chi la utilizza come sinonimo di “guarigione”, chi la usa come sinonimo di “remissione”, chi la usa come sinonimo di “percorso”… per tale motivo voglio dedicare questo e i miei prossimi post alla definizione del termine “ricovero”, quali sono le varie definizioni di ricovero, e perché sono importanti. In questo primo post, inizierò col parlare di quello che gli psicoterapeuti considerano come “ricovero” (guarigione/remissione) da un DCA.

Considerato che la stragrande maggioranza delle lettrici del mio blog (a giudicare dai commenti e dalle e-mail che ricevo) hanno un DCA, o sono familiari di persone con un DCA, potrà sembrarvi strano che io voglia condurvi in una piuttosto esoterica discussione di tutte le minuzie che gli psichiatri prendono in considerazione quando parlano di “ricovero” da un DCA. Potrebbe sembrarvi a primo acchito che io voglia sottilizzare: cos’è, una questione di tempo? mi chiederete voi. Si può parlare di ricovero quando una persona non manifesta i sintomi del DCA per due settimane? Per due mesi? Per due anni? E se si arrivasse addirittura a tre anni? O se fosse un anno soltanto?

So che alcune di voi sono delle nerd delle definizioni come me, e che troveranno quindi la discussione interessante di per se stessa. Ma la maggior parte di voi immagino legga questo blog per trovare suggerimenti di auto-aiuto su come gestire le problematiche quotidiane relative al proprio DCA, su come limitare certi comportamenti tipici del DCA, su come cercare di allontanare i pensieri caratteristici del DCA, e magari arriccia il naso di fronte ad un post in cui mi metto a speculare sulle definizioni di “ricovero”. Ma, ragazze, aspettate solo un secondo. Non smettete di leggere qui, andate avanti. Perché vi accorgerete che avere un’idea più precisa delle varie definizioni di “ricovero” può essere utile per capire meglio quale linea terapeutica può essere più efficace da intraprendere per ciascuna.

Sarebbe meraviglioso se ogni qualsiasi ragazza affetta da un DCA ne riemergesse ritrovando una totale naturalezza nell’alimentarsi, eliminando ogni problematica relazionale, e amando il proprio corpo in tutto e per tutto, ma questa semplicemente non è la realtà. La realtà è che le persone che sviluppano un DCA costituiscono un gruppo estremamente eterogeneo, e altrettanto eterogeneo perciò non può che essere il ricovero dal DCA stesso.

L’obiettivo nel dare una definizione di “ricovero” nel senso prettamente scientifico del termine è cercare di capire quali sono gli elementi che permettono a chi ha un DCA di stare meglio (e anche ovviamente quali sono quelli che viceversa non lo permettono), se c’è qualche particolare fattore che è cruciale nello stare meglio, se ci sono fattori opzionali, e perché.

Detto questo, arriviamo al dunque. (Per chi, come me, è affetta da DCNnas – Disturbo del Comportamento Nerd Non Altrimenti Specificato, vada pure tranquillamente avanti. Per le altre: munitevi di bombole dell’ossigeno, e buona immersione!) 

Criterio Morgan-Russell 

Il primissimo tentativo di definire il “ricovero” da un DCA è stato fatto nel 1975 (in quegli anni l’anoressia era l’unico DCA considerato in quanto tale nel DSM!) dagli psicologi britannici Morgan e Russel, ed è stato pubblicato su “Psychological Medicine”. I dati da loro elaborati per definire il “ricovero” (che hanno appunto preso da loro il nome di “Criterio Morgan-Russell”) consideravano 14 differenti fattori, dal lavoro svolto, alle relazioni psicosociali, al peso corporeo, alla presenza o meno del ciclo mestruale. Per semplicità tuttavia, Morgan e Russell fecero riferimento soltanto al peso corporeo e alla presenza/assenza del ciclo: le pazienti che ottenevano i migliori risultati in termini “ricovero” dal DCA erano coloro il cui peso corporeo era almeno l’85% del peso corporeo ideale, e che mestruavano regolarmente. Ottenevano modesti risultati le pazienti il cui peso corporeo era compreso tra il 75% e l’85% rispetto al peso corporeo ideale e che avevano un ciclo mestruale irregolare. Ottenevano scarsi risultati le pazienti il cui peso corporeo era al di sotto del 75% rispetto al peso corporeo ideale, con mestruazioni rare o assenti. Questi dati li avevano ottenuti grazie ad uno studio condotto su 41 pazienti affette da anoressia, seguite con dei follow-up per 4 anni. I criteri di Morgan-Russell sono anche definiti “Regola del tre”, che viene da loro esplicata come: “una paziente su 3 guarisce dal DCA, una paziente su 3 va incontro a continui cicli di remissione e peggioramento, una paziente su 3 rimane cronicamente malata”.

Ritengo ci siano molti problemi relativi al Criterio Morgan-Russell. Innanzitutto, la scarsità dei parametri considerati: di ogni paziente viene valutato solamente il peso corporeo e la presenza/assenza del ciclo. Un po’ pochino per definire lo stato di salute di una persona, non credete?? Inoltre, come la mettiamo quando ad avere un DCA è un maschio, una donna in menopausa, o una bambina che non ha ancora avuto il menarca? In tutti questi casi il ciclo mestruale non può ovviamente essere considerato, e il Criterio non può dunque essere applicato. In secondo luogo, come si può definire esattamente quale sia “l’85% del peso corporeo ideale” di una persona? Con questa frase, i due psicologi intendevano più semplicemente dire che la paziente non rispondeva più ai criteri di peso proposti dal DSM per l’anoressia… il che non significa che una persona sia automaticamente guarita dall’anoressia, perché io credo che una malattia mentale la si possa avere quale che sia il proprio peso. Infine, se è vero che, come dice questo Criterio, un terzo delle pazienti "guariscono", gli altri due terzi mantengono comunque in qualche modo più o meno esplicito caratteristiche comportamentali proprie del DCA. Il che non è decisamente un buon risultato.

E non sono la sola a pensarla così, come conferma uno studio eseguito circa 20 anni dopo: Ratnasuriya et al., 1991. Ci sono voluti ben 20 anni per arrivare a questo. 20 anni in cui è stato sempre utilizzato il Criterio Morgan-Russell.

Nuove definizioni 

Gli psicoterapeuti non erano dunque inconsapevoli degli evidenti limiti del Criterio Morgan-Russell, ma non avendo molto materiale a disposizione su cui lavorare, c’era ben poco da fare. Tuttavia, col passare del tempo, gli psicoterapeuti hanno cominciato a considerare sempre di più l’intervallo libero da sintomi come parametro di valutazione del “ricovero” da un DCA. Si pone però un problema: per quanto tempo una persona non deve manifestare i comportamenti tipici del DCA, per poter parlare di “ricovero” dal DCA? Gli psicoterapeuti non trovano un accordo su questo, e gli studi a tal proposito si moltiplicano. Ci sono alcuni studi che parlano di “ricovero” quando la paziente non manifesta sintomi del DCA per alcuni mesi (per esempio: Herzog et al., 1999), ed altri che parlano di “ricovero” solo se i sintomi sono assenti per anni (per esempio: Von Holle et al., 2008).

Gli autori di quest’ultimo studio scrivono:

“Il tasso di ricovero [tra le pazienti affette da DCA] varia moltissimo, sia in base alla definizione di “ricovero” cui si fa riferimento, sia in base alla lunghezza dei follow-up. La lunghezza dell’osservazione in precedenti studi longitudinali è infatti estremamente variabile, in un range compreso tra 1 e 15 anni. Gli studi con follow-up a breve termine forniscono risultati migliori in termini di riuscita del ricovero, perché valutano soltanto brevi periodi in cui le pazienti non manifestano i sintomi. Tuttavia in questo modo si perdono la ciclicità e le ricadute che una persona con un DCA può presentare anche a distanza di anni ed anni.” 
(mia traduzione) 

Lo studio di Von Holle et al., peraltro, sembra trovare bassi tassi di ricovero: valutando l’assenza di sintomi per un periodo di 3 anni, solo il 10% delle persone affette da anoressia, e solo il 15% delle persone affette da bulimia possono dirsi in pieno ricovero. Ma, data la periodicità dei disturbi alimentari, niente esclude che anche queste persone apparentemente del tutto ricoverate abbiano avuto successivamente a quei 3 anni delle ricadute.

Le definizioni di “ricovero” aiutano anche a trovare una definizione di “ricaduta” (Olmsted, Kaplan & Rockert, 2005). In questo studio, i ricercatori cominciano a rendersi conto del fatto che, data la natura dei DCA, il “ricovero” non può essere un qualcosa di univoco, ma esiste soltanto all’interno di un certo range di variabilità. Comprendere quale sia questo range di variabilità e quali siano i più importanti markers dello stesso è cruciale per poter capire cosa succede alle persone che hanno un DCA quando intraprendono un percorso di “ricovero”.

Ricovero olistico 

Una delle più omnicomprensive definizioni di “ricovero” da un DCA, viene da uno studio pubblicato nel 2010 in “Behavior Research and Therapy” (Bardone-Cone et al., 2010). In questo studio, i ricercatori hanno distinto e valutato tre diversi aspetti del “ricovero” da un DCA.

Ricovero fisico: Non più sottopeso/sovrappeso (sulla base del diverso DCA), non più sintomi fisici propri del DCA (per esempio: non più alterazioni elettrolitiche derivanti dal vomito auto-indotto, oppure non più svenimenti causati dalla carenza alimentare)
Ricovero comportamentale: Non più comportamenti anomali tipici del DCA per almeno 3 mesi; per esempio: non più restrizione alimentare, non più abbuffata-vomito, non più attività fisica eccessiva, non più abuso di lassativi, etc.
Ricovero psichico: Non più sintomi psicologici condizionanti comportamenti, derivanti dal DCA; per esempio: ricominciare a fare le cose che si era smesso di fare a causa del DCA, riappropriarsi di lavoro/studio, amicizie, sport, hobby

Si parla di “pieno ricovero” quando una persona soddisfa tutti e 3 i criteri, di “parziale ricovero” quando ne soddisfa 2 su 3. Gli psicoterapeuti e i ricercatori sono consapevoli che i primi 2 criteri sono quelli che possono essere soddisfatti più rapidamente e per certi versi anche più facilmente, ma è solo quando questi 2 criteri si combinano con il terzo, che si ha un soddisfacente stato di “ricovero”.

Com’è facilmente immaginabile, i ricercatori hanno trovato che le persone “pienamente ricoverate” (cioè rispondenti a tutti e 3 i criteri sopraelencati) erano indistinguibili rispetto alle persone non affette da DCA, sia sul piano fisico che sul piano comportamentale, e abbastanza simili alle persone non affette da DCA sul piano psichico. Le persone ancora nel pieno del DCA erano indistinguibili rispetto ad altre persone malate di DCA non incluse nella ricerca, e le persone “parzialmente ricoverate” si trovavano in una via di mezzo tra gli altri 2 gruppi.

La maggior parte dei parametri utilizzati per valutare gli aspetti psichici del ricovero sono relativi a comportamenti socio-culturali (il lavoro, lo studio, la frequentazione delle amicizie, il fare sport, etc…) che un DCA fa venir meno. Penso che siano degli ottimi parametri da valutare, ma personalmente mi sarebbe piaciuto che fossero stati contemplati anche altri parametri come il bisogno di controllo, o l’ansia, o l’autostima, etc. Ritengo infatti che, non includendo parametri di questo tipo, si perda un sottogruppo di pazienti che sono quelle “un-po’-meno-che-pienamente ricoverate” e che dunque potrebbero avere ancora bisogno d’aiuto, ma poiché hanno un peso corretto, non restringono più l’alimentazione, e hanno una vita ricca di molteplici attività e relazioni amicali, potrebbero erroneamente essere considerate del tutto uscite dall’anoressia.

Fatto il mio solito appunto da bastian contraria inveterata, mi piace che Bardone-Cone e i suoi colleghi abbiano scisso i 3 differenti aspetti del “ricovero” da un DCA. Penso infatti che sia estremamente importante il sottolineare che il ricominciare a mangiare normalmente e il riacquistare un peso salutare sia solo un aspetto del “ricovero” da un DCA, e che ricominciare a vivere sotto tutti gli altri aspetti sia un passo cruciale per stare veramente meglio. Come dicevo prima, negli aspetti psichici del ricovero io incorporerei anche altri parametri, però comunque l’idea di base dei ricercatori mi piace.

Dunque, ecco cosa intendono oggi gli psicoterapeuti quando parlano di “ricovero”. Ma non sono solo gli psicoterapeuti a parlarne…

(CONTINUA…)

12 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono la madre di una ragazza che soffre di anoressia, il cui "ricovero" si protrae oramai da diversi mesi e fa molto ben sperare per il futuro. Vorrei fermare l'attenzione su questa tua frase "La realtà è che le persone che sviluppano un DCA costituiscono un gruppo estremamente eterogeneo, e altrettanto eterogeneo perciò non può che essere il ricovero dal DCA stesso". Ebbene la mia esperienza mi porta a dubitare molto della classificazione in termini di DCA. Come noto la restrizione alimentare o l'iperattività o le abbuffate costituiscono solo SINTOMI, punte di iceberg di un disagio/dolore/malessere interiore. Classificare una persona come malata di DCA e curarla per tale malattia sarebbe come classificare una persona come "Malata di febbre" ignorando se la febbre costituisce il sintomo di una polmonite, di una nefrite, della malaria o di una banale influenza. Immaginiamo che venga istituzionalizzato un reparto ospedaliero oppure addirittura una clinica dedicata ai "Malati di febbre": tutti riterremmo tale scelta assurda. Quindi sostengo che parlare di DCA è fuorviante, addirittura dannoso perché enfatizza dei sintomi che, seppure invasivi, pericolosi o in taluni casi addirittura mortali, sono secondari e il primo passo verso la guarigione sarebbe proprio quello di considerarli tali, ossia sintomi apparenti e tutto sommato secondari di ben altro, molto diverso da persona a persona. Non sarebbe meglio che ci si dedicasse di più a comprendere tale diversità piuttosto che a classificare e ghettizzare una malattia sulla base dei soli sintomi?

Anonimo ha detto...

parole sante

cooksappe ha detto...

Comportamento Nerd!

GaiaCincia ha detto...

Viva i Nerd!! :3

E concordo pienamente con la mamma anonima ;)
Ciao bbbella!

GaiaCincia ha detto...

....anche se al contrario della mamma autrice del primo commento non smetterei di parlare di DCA, piuttosto spero che i ricercatori e i medici si mettano seriamente a indagare le cause profonde mentre combattono il "sintomo dca"...un po' come quelle medicine che "combattono il dolore mentre curano l'infiammazione", ecco ;)

Anonimo ha detto...

Solitamente preferisco i post con consigli o esperienze personali, ma credo che questo argomento sia essenziale. Le ricadute (probabilmente inevitabili) durante un percorso di guarigione da un DCA non dovrebbero mai essere sottovalutate, ma ancor di più, credo che i medici, nutrizionisti, psicologi, non dovrebbero sopravvalutare un momento positivo nel corso del ricovero, per non renderlo controproducente e far mantenere al paziente l'attenzione a non ricadere nei sintomi.
Deb

Wolfie ha detto...

A me piacciono sia i tuoi post con i consigli che i tuoi post scientifici!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Il pregio del tuoi post scientifici è che riesci a rendere le cose comprensibili persino ad una persona “scientificamente ignorante” come me, per cui anche se non sono il mio genere (le materie “scientifiche” erano quelle in cui a scuola andavo peggio) mi ritrovo catturata dall’interesse e li leggo d’un fiato fino in fondo.
Pur non intendendomene, mi sembra che il criterio Morgan Russell abbia anche ulteriori pecche rispetto a quelle che elenchi tu: prima tra tutte, il fatto che è ristretto a chi ha l’anoressia. E per chi ha la bulimia, allora??????????? E’ impossibile parlare di ricovero????????? Inoltre, se si decidesse di applicare questi criteri sulla bulimia non funzionerebbero: mi prendo a esempio personale per dire che io ho sempre avuto un normopeso, e periodi intermittenti di assenza di ciclo, per cui secondo quei criteri non sarei neanche stata malata!!!!!!!!!!!! Mi sembrano un po’ assurdi, sinceramente, non so come hanno fatto a rimanere in piedi per così tanti anni.
Anch’io preferisco il criterio olistico, perché mi sembra il più equilibrato: forse non è del tutto completo, però valuta il ricovero sotto più punti di vista tutti ugualmente importanti, cosa che secondo me è necessaria, perché non ci si può limitare al fisico, anche solo per il fatto che i dca sono malattie mentali.

Non c’entra specificatamente col post, ma leggevo i commenti di chi ha commentato prima di me: io penso che ci sia del vero in ciò che scrive la mamma del primo commento, però sono più solidale con l’idea di gaiacincia. Se avessi preteso di curarmi solo con la psicoterapia, senza fare niente sul sintomo alimentare, sarei morta annegata in un mare di vomito ancor prima di iniziare a capire perché lo facessi. La psicoterapia è super-importante, ma è anche importante il controllo specialistico sull’alimentazione, ci vogliono tutte e due le cose per poter stare meglio. (Almeno, questo è semplicemente il mio parere.)

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Tra le definizioni che hai proposto all'inizio io sceglierei senza dubbio quella di "percorso"... ma adesso mi chiarirò meglio le idee leggendo i tuoi post.

PrettyLittleGirl ha detto...

Ciao Veggie!
Mi piace la scissione in 3 parti degli aspetti del ricovero.
Se non altro perchè per lo meno fa anche abbandonare un po quella idea di "guarigione miracolosa" che a volte si ha, e in cui mi ci metto anche io per una questione di impostazione che ho..
Per cui l'ho trovato molto utile..in effetti li avevo sempre visti come un tutt'uno, cioè del tipo pensavo "beh ma una volta che mangerò bene non avrò nemmeno fisse"..poi ho visto che il tutto, il portare a buon fine tutti e 3 i processi e mantenerli, è comunque una cosa ardua..
Per il resto io concordo con il tuo commento da bastian- contraria in cui dici che oltre gli aspetti socio- culturali sarebbe anche utile valutare aspetti come il bisogno di controllo, l'ansia, l'autostima ecc.. anche perchè poi queste modalità possono anche talvolta costituire tratti di personalità e quindi magari se non smussati possono comunque investire aspetti della vita della persona..inerenti all'alimentazione ma anche altri ambiti..
Mi viene in mente per esempio a una ragazza che ha detto "mi rimaneva comunque un'attitudine "bulimica" verso la vita in cui divoravo tutto..". O per esempio vedo che a volte certe modalità di pensiero che c'erano nell'alimentazione o una modalità troppo perfezionistica che permane possono aver costituito dei "trigger" nei momenti di difficoltà che rischiavano di farmi attuare certi comportamenti vecchi..
Per il resto però anche a me piace la suddivisione e l'idea di continuum che da all'interno del processo di ricovero..
Un bacione!

GaiaCincia ha detto...

Ri-eccomi! Stavolta però non ho commenti da aggiungere...solo una consegna speciale! http://ilnidodellacincia.blogspot.it/2014/01/liebster-award.html
A presto!

Veggie ha detto...

@ La mamma – Ti rispondo sia in qualità medico che in qualità persona che ha problemi di anoressia da circa 15 anni… Premetto che io non sono una psicoterapeuta, ma penso che qualsiasi psicoterapeuta sia consapevole della vera eziologia di un DCA, e della preminenza del lavoro psicologico (che il fisico deve comunque poter sostenere), e se non lo sa, bè, mi viene da pensare che abbia preso la laurea con i punti della COOP… Comunque, hai senz’altro ragione in merito al fatto che i comportamenti prettamente alimentari siano soltanto un sintomo dei DCA, una manifestazione di un malessere ben più profondo che ha molteplici radici e cause sottostanti e che, pertanto, il ricovero debba implicare non soltanto un monitoraggio delle condizioni somatiche, ma anche un lavoro su fattori psicologici e sulle problematiche che hanno provocato la comparsa del sintomo. Nessuno qui mette in dubbio il fatto che l’anoressia non sia “la malattia della restrizione alimentare”, bensì una patologia che deriva dall’azione di millemila concause, diverse da persona a persona, che agiscono per lo più su un piano prettamente psicologico, e ben lontano dalla fisicità. Niente da eccepire su questo. Allo stesso tempo, però, ritengo che una sistematizzazione dei DCA sia necessaria per poter effettuare un’adeguata presa in carico della persona che manifesta determinati sintomi. Penso che le due cose stiano sullo stesso piano. Riferendomi al tuo esempio, se una persona manifesta febbre, il lavoro del medico deve essere compiuto su due livelli contemporaneamente: da una parte, occorre curare il sintomo, cioè la febbre, perché la sua persistenza porterebbe all’insorgenza di complicanze potenzialmente pericolose e/o letali; allo stesso tempo occorre indagare su quale sia la causa della febbre, in maniera tale da poter impostare una terapia mirata sull’agente causale. Non posso puntare tutto sull’indagine della causa mettendo in secondo piano il sintomo in sé, perché prima che io abbia anche solo i risultati del primo esame, il paziente mi è già deceduto per le conseguenze della febbre eccessiva. Traslando il tutto sui DCA, a mio parere anche qui occorre lavorare su due piani in contempo: sul piano alimentare, sia perché l’estremo sottopeso è oggettivamente pericoloso per la salute fisica, sia perché se non avviene un recupero di peso grazie ad un’alimentazione corretta non si dispone di quei nutrienti che servono a sintetizzare i neurotrasmettitori che consentono di ragionare lucidamente (lucidità che, pur non accorgendocene, si perde quando siamo nel pieno di DCA), e quindi non si è in grado di intraprendere efficacemente nessuna psicoterapia; psicoterapia che dev’essere comunque contemporaneamente fatta, proprio per indagare sulle problematiche che possono aver spinto la persona verso il DCA, e per lavorare sui problemi attuali al fine di trovare strategie di coping che non passino attraverso l’alimentazione. Il lavoro psicologico dev’essere fatto ovviamente sul background e sulle problematiche attuali, perché è sciogliendo questi nodi che si possono fare passi avanti… allo stesso tempo, però, mantenere una buona condizione fisica è quello che consente di sostenere tutto il lavoro psicologico, per questo ritengo che ambo le componenti siano importanti e complementari nel trattamento di un DCA.
P.S.= In bocca al lupo per il percorso di ricovero di tua figlia!...

@ Anonimo (11 Gennaio 2014, ore: 01.55) – Ti rimando alla risposta che ho dato qui sopra alla mamma!...

@ cooksappe – Nerd a bestia!...

@ GaiaCincia – Come avrai potuto vedere leggendo la risposta che ho dato alla mamma autrice del primo commento, sono più propensa a pensarla come te… C’è senz’altro bisogno di studi scientifici più numerosi e validi sulle cause (ma soprattutto, a mio avviso, sulla terapia mirata) dei DCA, però al contempo resta comunque necessario agire anche sul sintomo…
P.S.= Passo subito dal tuo blog…!

Veggie ha detto...

@ Deb – Io cerco di fare post di tutti i tipi, sia più scientifici sia con consigli di auto-aiuto, proprio perché so che le persone che mi leggono sono diverse tra loro, ed ognuna ha le sue preferenze… Spero solo che post di questo tipo possano porre l’attenzione su quello che c’è dietro ai DCA, non solo sugli aspetti più pratici del “cosa si può fare per combattere quotidianamente”… che poi, anche capire cosa c’è dietro può indirettamente essere d’aiuto per combattere quotidianamente… Ma, a parte questo. Sono d’accordo con te in merito a ciò che hai scritto sulle ricadute… Anch’io credo che più o meno numerose ricadute siano inevitabili in un percorso di ricovero, perché non stiamo parlando di un qualcosa che è tutto rose e fiori, l’importante è trovare la forza per rimettersi in piedi dopo ogni ricaduta, e non viverla come un fallimento, ma semmai come un insegnamento… e, comunque, avere la consapevolezza che una ricaduta non azzera i progressi fatti fino a quel momento: quando ci si rialza non bisogno ripartire totalmente da capo, bensì dal punto su cui siamo inciampate… E’ vero anche il fatto che talora gli specialisti tendono a sopravvalutare i momenti positivi, e questo può portare a prendere sottogamba l’evenienza di un’eventuale ricaduta… viceversa, bisognerebbe cercare di tenere sempre alta la guardia…

@ Wolfie – Mi fa piacere sapere che sarei un’ottima divulgatrice scientifica… ne terrò di conto quando sarò un’altra delle tante laureate disoccupare del Belpaese… ^^” No, scherzi a parte, mi fa piacere che ti piacciano e che trovi comprensibili anche i miei post scientifici… e, in quanto a quello che hai scritto, sono d’accordo con te: il Criterio Morgan-Russell, giusto per puntualizzare, è relativo all’anoressia, della bulimia lì non si parla… e hai ragione quando dici che è inefficace per valutare questa patologia… mentre il Criterio Olistico è comprensivo di tutti i DCA, per questo lo reputo il migliore e più efficace…

@ Vele/Ivy – Sono molto d’accordo con quello che dici… anche secondo me il ricovero è un percorso… è un processo, non un evento… In ogni caso, aspetto di sapere come la pensi più approfonditamente nei prossimi post!...

@ PrettyLittleGirl – Anche secondo me la scissione dei 3 aspetti rappresenta una cosa molto positiva… perché se vengono visti come un tutt’uno, c’è il rischio che si cada in quel falso luogo comune tale per cui “lei mangia di nuovo normalmente, ergo è guarita dall’anoressia”… cosa assolutamente non vera. Per questo penso sia importante considerare tutti e 3 gli aspetti come cose a sé stanti… Poi, certo, come scrivevo anche nel post si potevano precisare meglio certi aspetti, ed integrare con altri… Anche perché, sebbene ovviamente non sia possibile cambiare il carattere di una persona, grazie alla psicoterapia è comunque possibilissimo lavorare su certi aspetti del proprio carattere, per cercare di smussarli, di migliorarli…

 
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