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venerdì 31 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/4: La vita dopo un DCA

Eccoci qua all’ultimo post della serie “Definizione di “ricovero””, post nel quale voglio prendere in considerazione ciò che succede a chi ha avuto un DCA nel momento in cui arriva ad una duratura remissione dello stesso. Abbandonare i comportamenti patologici indotti dal DCA rappresenta, in un certo senso, un mezzo per raggiungere un fine: il fine è il raggiungimento della salute e di una quanto migliore possibile qualità della vita. Non c’è una modalità univoca per arrivare ad acquistare un’ottima qualità della vita, né del resto è possibile dare un’univoca definizione di “ottima qualità della vita”: quello che è considerato “vita di qualità” varia infatti da persona a persona.

Ma è possibile guardare un gruppo di persone che hanno avuto una completa remissione dall’anoressia/bulimia e accorgersi che più o meno tempo fa queste persone erano devastate dalla piena espressione di un disturbo alimentare?

La risposta è: dipende. Dipende sia dal gruppo di persone che si prendono in esame, sia dagli specifici fattori che si prendono in considerazione.

Perfezionismo e bisogno di controllo 

Il perfezionismo e/o il bisogno di controllo sono caratteristiche comuni, concomitanti o meno, a molte persone affette da DCA. Molte pazienti riferiscono elevati livelli di perfezionismo e/o forte bisogno di controllo sia prima che durante il DCA, il che ha portato i ricercatori a pensare che il perfezionismo e il bisogno di controllo fossero significativi fattori di rischio in merito allo sviluppo di un DCA. Quello che ci si chiede dunque è come il perfezionismo e/o il bisogno di controllo persistano anche dopo un percorso di “ricovero”. I dati a tal proposito sono piuttosto variegati, ma sembra che le persone che si ammalano di anoressia/bulimia siano più perfezioniste e/o più fissate col controllo rispetto a chi non ha mai avuto un DCA, anche se sia i livelli di perfezionismo sia il bisogno di controllo sembrano ridursi man mano che si procede sulla strada del ricovero.

In uno studio pubblicato su “International Journal Of Eating Disorders”, Anna Bardone-Cone e i suoi colleghi hanno comparato donne che avevano raggiunto una remissione dall’anoressia a donne che stavano ancora percorrendo la strada del ricovero, in merito a caratteristiche quali il perfezionismo e il bisogno di controllo. (Bardone-Cone et al., 2010) I ricercatori hanno reclutato 96 donne che erano ricoverate o che erano state ricoverate in una clinica specializzata per DCA nel Missouri. Di queste donne, 53 erano nel pieno del loro DCA, 15 stavano percorrendo la strada del ricovero, e 20 erano arrivate ad una remissione stabile. Sono stati valutati sia i comportamenti sintomatici propri del DCA, sia (tramite differenti misure) il perfezionismo e il bisogno di controllo.

Le donne che avevano raggiunto una remissione stabile dal DCA, presentavano livelli di perfezionismo e/o un bisogno di controllo soltanto di poco superiori rispetto a quelli di donne che non avevano mai avuto un DCA. Tuttavia, le donne che stavano percorrendo la strada del ricovero, mostravano livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo molto più elevati e più vicini a quelli delle donne nel pieno del loro DCA. Questo potrebbe voler dire che sia il perfezionismo sia il bisogno di controllo sono i 2 fattori che permangono più a lungo e si fanno risentire anche in quelle persone che sono piuttosto lontane dal DCA e molto avanti nella strada del ricovero. Potrebbe anche però voler anche dire che il ricovero da un DCA è ciò che permette la riduzione del perfezionismo e/o del bisogno di controllo.

Questi risultati contrastano con quelli di uno studio precedente, che aveva rilevato che i livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo rimanevano molto elevati anche dopo il “ricovero” da un DCA. Ma forse questa discrepanza è dovuta alla differente definizione di “ricovero” considerata dai 2 studi. Sarebbe bello poter ripetere ambo gli studi utilizzando un’univoca definizione di “ricovero”, per vedere cosa potrebbe venirne fuori.

Altre caratteristiche di personalità 

Il perfezionismo e il bisogno di controllo sono 2 caratteristiche, non necessariamente concomitanti, spesso e volentieri presenti in chi ha l’anoressia, ma non sono i soli 2 fattori significativi. Alcune ricerche compiute sui tratti di personalità pre-esordio del DCA e post-esordio del DCA (Klump et al., 2004) di 358 donne malate di anoressia, bulimia o DCAnas hanno individuato altre caratteristiche caratteriali che condizionano il percorso di ricovero. Hanno valutato la personalità utilizzando il “Cloninger’s Temperament and Character Inventory” (che da ora in poi abbrevierò come “CTCI”).
Di che cosa si tratta?

In breve:

Il termine “temperamento” si riferisce a quell’ampia parte della nostra personalità che è innata. Nel CTCI sono considerati 4 aspetti del temperamento: evitamento, ricerca delle novità, dipendenza dalla ricompensa e persistenza. Il “carattere” è invece visto come un qualcosa di più flessibile e di non innato, bensì costruito giorno dopo giorno sulla base delle proprie esperienze di vita. Il CTCI valuta 3 differenti aspetti del carattere: autoreferenzialità, cooperatività e trascendenza.

Anche se alcuni aspetti del temperamento e del carattere variano dopo aver fatto un percorso di ricovero dal DCA, in molte aree non c’è granché shift. I ricercatori hanno trovato elevati livelli di evitamento in persone con DCA sia prima che dopo l’esordio dello stesso. Hanno altresì notato una riduzione dei livelli di cooperatività. La ricerca delle novità era più spiccata nelle donne affette da bulimia, anche se comunque ne è stato riscontrato un aumento anche nelle donne affette da anoressia, dopo che avevano raggiunto una quantomeno parziale remissione della malattia. Parlando più in generale del temperamento e del carattere, le donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero mostravano significative differenze dalle donne che non avevano mai avuto un DCA in alcune specifiche aree, soprattutto nell’evitamento, nella ricerca delle novità, e nella cooperatività.

Aspetto interessante da notare, tutte le donne che erano arrivate ad una remissione del DCA presentavano tratti di personalità piuttosto simili tra loro. In altre parole, le donne con un passato/presente di DCA si somigliano per certi tratti caratteriali tra di loro, molto di più di quanto non facciano le donne che non hanno mai avuto un DCA. I ricercatori hanno comparato i tratti di personalità utilizzando un’ampia gamma di questionari, relativi non solo al DCA, di 60 donne che erano riuscite ad arrivare ad una remissione dell’anoressia o della bulimia (Wagner et al., 2006). In questo modo hanno potuto vedere come certi aspetti della personalità fossero non solo più frequentemente presenti in donne che avevano vissuto un DCA rispetto a quelle che non l’avevano vissuto, ma anche comuni tra le donne stesse. Sulla base di questo studio le donne che avevano raggiunto una remissione dal loro DCA sono state suddivise in 2 principali gruppi: quelle del primo gruppo avevano alti livelli di impulsività, ricerca delle novità, e trascendenza, quelle del secondo gruppo avevano alti livelli di evitamento e persistenza.

E loro, cosa ne dicono? 

Uno dei modi migliori per capire com’è la vita di chi ha fatto significativi passi avanti sulla strada del ricovero, è chiederglielo direttamente. Così 2 ricercatori svedesi hanno chiesto a 14 donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero, e che erano a buon punto, di sottoporsi ad un’intervista relativa alla loro propria percezione del “ricovero”. (Bjork & Alstrom, 2006). Le 14 donne in questione avevano tutte un’età compresa tra i 22 e i 34 anni, e si erano ammalate di DCA dai 2 al 12 anni prima. 4 di queste donne erano affette da anoressia, 4 da bulimia e 6 da DCAnas.

Prima che i ricercatori iniziassero a raccogliere le interviste, fecero immediatamente un’osservazione: tutte le partecipanti allo studio erano molto pronte e contente di condividere i loro pensieri e le loro sensazioni a proposito del “ricovero”. Molte di loro avevano un sacco di cose da dire, ed era così possibile raccogliere un sacco di materiale. Alcune di loro, tuttavia, avevano dato delle risposte piuttosto stringate: vivevano la vita che erano riuscite a riconquistare, e non avevano voglia di pensare nuovamente a quel DCA che gliel’aveva devastata.

Le frasi di queste ragazze si commentano da sole. Giusto per citarne qualcuna che quoto in pieno:

Cerco di fare le cose per il mio bene in un altro modo, credo. Anche quando restringevo l’alimentazione mi sembrava di farlo per il mio bene, ma questa era solo una bugia derivata dall’anoressia. Adesso lavoro per la mia salute, per me stessa. Non vorrei sembrare un’egoista, una che si mette sempre al primo posto e pensa di avere ogni diritto del mondo, è che, semplicemente, cerco di ascoltarmi di più. Mi do tregua, tempo per respirare. Per esempio, se un giorno sono stanca e ho soltanto voglia di sedermi sul divano e leggere un libro, mi do il permesso di farlo, non come prima che dovevo essere sempre al pezzo.” (Novaly)

Sì, ho accettato il mio corpo. Il che non significa che lo amo. Non mi piaccio fisicamente, ma accetto di essere così perché è quello che mi serve per riuscire a vivere a pieno la mia vita. Il mio corpo è sano e lavora, e questo è quanto. Ecco cosa penso. Non è il corpo che vorrei, ma per rendermi funzionale deve essere così, e dunque così sia.” (Haley)

Ho ricominciato a lavorare per bene, ad uscire con gli amici, a dedicarmi allo sport… insomma, pian piano mi sono ripresa tutte le cose che mi piacciono e dalle quali con l’anoressia mi ero allontanata. Sto vivendo una vita di qualità. Sono ancora vulnerabile ai pensieri del DCA, però sono consapevole che sono tali e riesco a tenergli testa, cosicché continuo ad alimentarmi adeguatamente, e a fare tutto ciò che rende la mia vita degna d’essere chiamata tale. Ci sarà sempre qualcosa dell’anoressia in me, ma io sarò più forte di lei e i suoi pensieri li ricaccerò in un angolino senza più permettergli di affiorare e di condizionare questa vita di qualità che ho faticosamente ricostruito.” (Andrea)

I ricercatori concludono:

“Riguardo alle loro vite quotidiane attuali, le partecipanti allo studio esprimono speranza, consapevolezza, determinazione, e un senso di libertà. È chiaro che riescono a discernere la loro vita presente rispetto alla loro vita passata nei momenti peggiori del DCA. Il “ricovero” per queste donne è sinonimo di affrontare quotidianamente il DCA che in precedenza aveva riempito le loro vite, alimentandosi correttamente in maniera costante, e trovando altri interessi in modo da non identificarsi più nel DCA stesso. Sono donne che combattono per essere sane, sia fisicamente che psicologicamente. Anche se sono lucidamente consapevoli che le ricadute possono essere dietro l’angolo e che c’è da tenere sempre alta la guardia, sanno che non torneranno più ad una condizione di sudditanza nei confronti del DCA. E lo sanno perché adesso hanno raggiunto un’ottima qualità della vita, e si rendono conto che vale davvero la pena preservarla.” 
(mia traduzione) 

Concordo. In pieno.

6 commenti:

justvicky ha detto...

Io ho un interrogativo riguardo il bisogno di controllo. Conosco "due specie" di persone affette da dca(ovviamente sto stereotipizzando al massimo): la prima è abbastanza perfezionista in studio,lavoro, aspetti di vita, e si riflette in ciò che hai scritto. La seconda no, per niente. Il secondo genere di persona è quella che beve\usa droghe\ sballa molto frequentemente. E sono tutte sostanze che non danno controllo.


IN ultimo, ed è una riflessione del tutto personale, ogni volta che leggo di vite "riniziate" dopo un dca mi viene da pensare a che tristezza infinita c'è dietro. Sì forza, sì determinazione, ma comunque da tutte quelle frasi, per quanto belle, traspare benissimo che non se ne è andato niente.

Wolfie ha detto...

Non vedo nessun “continua” alla fine di questo post, e un po’ mi dispiace perché ho trovato molto interessante la tematica trattata. Però, dall’altra parte, credo che questo post sia il miglior epilogo possibile alla definizione di “ricovero”.
Anch’io sono d’accordo sia con le ragazze che hai citato, sia con gli autori che stilano la conclusione delle studio: anche io interpreto il concetto di “ricovero” nella stessa maniera.
Non si guarisce mai del tutto, resta sempre qualcosa dentro, una voce nella testa, degli impulsi da soffocare: man mano che si va avanti, si diventa sempre più capaci di tenere testa a dei comportamenti che ormai sappiamo riconoscere come chiaramente patologici, per cui col tempo (e con la terapia) possiamo trovare dentro di noi la forza e la capacità di non metterli più in atto; però non svaniscono del tutto. O, per lo meno, PER ME non sono svaniti del tutto. Sono fortunatamente lontanissima dai giorni in cui mi abbuffavo e correvo a vomitare anche 5 o 6 volte al giorno, senza freni, però non ho neanche un comportamento completamente spontaneo nei confronti del cibo. Allo stesso modo, non sono più completamente chiusa in me stessa come lo ero quando stavo in piena bulimia, mi sono poco a poco riaperta al mondo ed ho ricominciato a studiare, mi sono laureata, ho ricominciato a frequentare le amicizie, mi sono fidanzata, ho ricominciato ad avere degli hobby, eccetera, però di tanto in tanto affiorano sempre delle resistenze, dei rifiuti, con cui devo venire a patti perchè mi rendo conto che sono un residuo del dca. Faccio ancora terapia, sono ancora seguita da una nutrizionista, sono ottimista sul fatto che le cose potranno andare ancora meglio, però non credo che arriverò mai ad ignorare o non dare assolutamente alcun peso al mio passato. Però confermo che c’è una vita oltre al dca. E, sinceramente, a me va bene così: oggi come oggi sono soddisfatta della mia vita e dei traguardi che ho raggiunto, quello che faccio mi piace, e ho al mio fianco persone a cui voglio bene. Continuerò a contrastare gli impulsi bulimici, ed ho fiducia nelle mie capacità di tenergli testa. Non escludo la possibilità di avere delle ricadute, ma sono consapevole che adesso ho gli strumenti (anche psicologici) per rialzarmi e ricominciare ad oppormi alla bulimia. Forse non avrò mai una vita priva di ogni minimo accenno della bulimia, ma avrò comunque una vita bella e soddisfacente (almeno, lo spero!!!!!!!!!!!!)

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Penso che il "dopo" DCA sia difficile da affrontare quanto il "prima" e il "durante". Interessante come sempre questo post di approfondimento!

Anonimo ha detto...

Per justvicky:
In che senso intendi all infinita tristezza che cè dietro a vite riiniziate dopo un dca?
sl miriam

GaiaCincia ha detto...

Dopo un periodo così...destabilizzante come quello passato a convivere con un dca, credo che la parte più difficile sia imparare a perdonarsi. Spero che ci siano presto ulteriori studi su dca-perfezionismo, l'argomento mi affascina :)

A te invece volevo segnalare questa interessante app: Recovery Record. Vorrei tanto poterla provare e magari recensire, ma non ho uno smatphone né un tablet! Spero che ne facciano una versione gratuita per browser, tutti hanno diritto a ricevere l'aiuto che meritano...

Ciao!

Veggie ha detto...

@ justvicky – Mi è un attimino sfuggito il tuo interrogativo… Comunque (e anch’io ti parlo per estrema generalizzazione… e sai quanto aborro le generalizzazioni!...) io credo che i due “profili della persona media con DCA” che hai elencato, si ascrivano rispettivamente a persone malate di anoressia e persone malate di bulimia… e questo ovviamente senza prendere in considerazione eventuali comorbidità presenti… Il fatto che questo post sia più focalizzato sull’aspetto del controllo e del perfezionismo, deriva in realtà dal fatto che questi studi sono stati centrati molto più sull’anoressia che sulla bulimia, per questo sono un po’ di parte…
Per il resto, io penso che sia inevitabile che la vita di una persona che si ammala di DCA subisca una sorta di interruzione… dalla quale non si può prescindere, perché il nostro background inevitabilmente condiziona il nostro presente (e futuro)… si può solo cercare di andare avanti nel migliore dei modi possibili. Una cosa in realtà in tutte quelle frasi è finita: il sintomo. Sugli aspetti psicologici, invece, c’è sempre da lavorare per poter andare avanti… Il lavoro di una vita…

@ Wolfie – Sono molto d’accordo con quello che hai scritto a proposito del tuo concetto di “ricovero”… In quanto al futuro… io non mi limito a sperarlo per te: conoscendoti, sono sicura al 100% che avrai una vita bellissima e soddisfacente… te lo auguro di cuore!...

@ Vele/Ivy – Sì, effettivamente lo è… forse anche più del “prima” e del “durante”, perché devi vivere con delle consapevolezze che prima non avevi, e mettercela sempre tutta per cercare di non ricadere…

@ Miriam – Vedi risposta che ho dato a justvicky!...

@ GaiaCincia – Sì, anch’io spero proprio che vengano fatti ulteriori studi al riguardo… E, a proposito, grazie per il link!... Anch’io trovo sia un’idra veramente molto carina!... (Anche se, pure io non ho né Smartphone né Tablet…)

 
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