Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 28 novembre 2014

Sentirsi/essere "pronte"

Un post che ho recentemente letto nel blog di una ragazza Americana (che si firma Sarah Ravin) che soffre di DCA mi ha dato molto da pensare.
Questa ragazza infatti scrive:

[…] Come molte malattie psichiatriche, i disordini alimentari sono spesso caratterizzati da periodi di esacerbazione e periodi di remissione – una generale riacutizzazione e riduzione dei sintomi in maniera ciclica col passare del tempo. La sintomatologia può essere anche completamente regredita in un certo periodo della vita, ma la predisposizione ad adottare comportamenti alimentari erronei rimane per tutta la vita. Lo stress di qualsiasi tipo rappresenta un significativo detonatore per le ricadute del DCA. 
Tutte abbiamo dei momenti di particolare stress nella nostra vita. In parte lo stress è inevitabile, talvolta viene dall’esterno, talvolta siamo noi stesse che ci auto-stressiamo. Ovviamente non possiamo predire o controllare alcuni grossi stress della vita, come per esempio lo stress che può comparire a seguito della morte di una persona cara, o in caso di catastrofi naturali, etc. Ma possiamo comunque controllare parte dello stress della nostra vita: possiamo decidere come e quando fare dei cambiamenti nella nostra vita. […]
(mia traduzione) 

Io sono d’accordo con ciò che questa ragazza ha scritto. Ed è un qualcosa che gli altri non sono mai stati capaci di spiegarmi veramente quando ero nel pieno dell’anoressia.
Al termine del mio primo (e decisamente disastroso) ricovero in una clinica specializzata nel trattamento di DCA, quando ero ancora estremamente sottopeso e basilarmente con una mentalità ancora totalmente immersa nella malattia, venni incoraggiata a ritornare immediatamente a frequentare la scuola poiché, a detta degli altri, “mi avrebbe fatto bene ri-immergermi tra i miei coetanei e dedicarmi ai miei impegni scolastici per non rischiare di perdere l’anno”. Dopo circa tre settimane il preside mandò una lettera a casa chiedendo per me accertamenti medici visto che ero svenuta 3 volte a scuola nel giro di 20 giorni. (Abbastanza ironico, no?!)

Insomma, dopo aver comunque perso un anno di scuola, dopo aver fatto un secondo ricovero nello stesso centro, ed aver finalmente recuperato qualche chilo (pur restando comunque molto sottopeso), ritornai di nuovo a scuola, e poiché l’anno scolastico era già iniziato da un pezzo, m’impegnai con le unghie e con i denti per non perdere un secondo anno di scuola. Anziché cercare di consolidare i primi esitanti passi che avevo mosso sulla strada del ricovero, mi sottoposi ad un forte stress a causa della scuola. Stavolta fui più resistente, mesi anziché settimane, ma poi l’anoressia ebbe di nuovo la meglio su di me, ricominciai molto gradualmente a restringere l’alimentazione, e la malattia mi catturò di nuovo.

Ad ogni modo, dall’esterno la maggior parte della gente mi giudicava “pronta”. Il mio peso era un po’ risalito, e riuscivo sempre a conseguire dei discreti voti a scuola. Mi comportavo in maniera normale di fronte agli occhi di tutti, avevo ricominciato a fare karate, ero di nuovo in pista. Per lo più, io stessa pensavo di essere pronta. La pazienza non è la mia dote migliore – non lo è mai stata, temo non lo sarà mai.

Il problema ovviamente stava nel modo in cui io valutavo il mio “essere pronta”. Confrontando come stavo in quel periodo rispetto a come stavo quando ero nel pieno dell’anoressia ed avevo toccato il mio peso più basso in assoluto, sicuramente avevo fatto dei passi avanti. Ma se si misura l’ “essere pronta” rispetto a quanto fossi in quel momento in grado di affrontare la vita quando le cose si scostavano anche solo di poco dall’orinaria routine, la valutazione sarebbe stata ben diversa. Avere recupero e poi stabilità ponderale ed emotiva è importante, certo, su questo non si discute. Ma non si può dire che una persona con un DCA sia “pronta” ad affrontare le sfide della vita valutando soltanto questi due parametri.

La cosa più difficile per me, dato che sono una persona basilarmente orgogliosa, è stata l’imparare a chiedere aiuto nei momenti di difficoltà, nonché il capire che la mia anoressia era in sè un problema, e non la strategia di coping giusta da utilizzare di fronte ad ogni qualsiasi altro problema della mia vita. Ho dovuto prendermi calci su calci nel mio arrogante culetto prima di rendermi finalmente conto che avrei potuto solo fingere di stare meglio per un lasso di tempo più o meno lungo, prima che qualcuno non avesse sgamato le mie balle. Dovevo rischiare di apparire inizialmente un po’ stupida per evitare di sembrare una completa idiota parecchi anni più tardi.

L’altra cosa che mi c’è voluto un sacco di tempo per capire, è stata quanto tempo ci voglia per costruire nuovi pathway neurali e nuove risposte, quanto tempo ci voglia per cominciare ad allontanarsi effettivamente dall’anoressia. L’avevo seriamente sottovalutato. La gente credeva che nel momento in cui riuscivo a mangiare normalmente, allora ero guarita! In realtà, mi ci sono voluti anni ed anni ed anni di severissima auto-imposizione nel consumare quotidianamente l’ “equilibrio alimentare” per acquisire un pochina di flessibilità rispetto alla mia alimentazione. In realtà, sono tuttora molto poco flessibile sia da un punto di vista comportamentale che cognitivo.

Quel che voglio dire è che, fintanto che non succede niente, fintanto che la mia vita è routinaria, me la cavo abbastanza bene. Se non sono particolarmente stressata per un qualche motivo, posso tranquillamente sembrare “normale”, per lo meno ad un’osservazione superficiale. Stress, cambiamenti, e tutte quelle cose incerte di cui la vita è piena, ed ecco che tendo a riscivolare verso la mia strategia di coping preferenziale. Poiché lo stress non era costantemente presente nella mia vita, anche nei periodi in cui ero più legata all’anoressia pensavo che sarei riuscita a gestire tutto. Ma non ci sono poi mai riuscita veramente. Tutte le volte che le cose si facevano più difficili, l’anoressia tornava a fare da padrona nella mia testa, e disconnettere le due cose – stress e anoressia – prima che la seconda avesse di nuovo la meglio su di me, è una cosa che mi ha richiesto anni su anni, ed altri 3 ricoveri. Tuttora devo fare molta attenzione. Sono certamente più brava rispetto a prima, più brava rispetto a quanto non lo sia mai stata finora, ma l’anoressia è ancora lì che mi tenta, e probabilmente ci resterà sempre, in agguato, in attesa che io compia un passo falso.

La morale della storia è: percorrere la strada del ricovero è un incredibile stress. Ma non abbiamo niente da dimostrare a nessuno, e non dobbiamo metterci fretta, bensì prenderci tutto il tempo di cui crediamo di aver bisogno se non ci sentiamo “pronte”. E non preoccuparci di tutto il resto: staccarsi dall’anoressia ora è la priorità. Una volta fatto questo, una volta rotto lo strettissimo legame che ci ancora all’anoressia, l’affrontare tutti gli altri problemi ci sembrerà molto più semplice.

21 commenti:

PIEKNA_LALKA_38 ha detto...

Qst tuo post mi ha fatto riflettere molto. X ricevere cure in modo efficace bisogna essere pronte ad accettarle e a comprenderle. Comprendere ke sn x il ns bene e ke noi siamo nel male, nel finto bene. Pure io so ke il mio tetto di 600-650 kcal è poco eppure nn posso farne a meno, e lo considero 1 passo gigante avanti visto ke x tt l'anno scorso digiunavo fino a sera. Il fatto ke io mi scagli sempre contro i medici dimostra qnt essi mi abbiano profondamente ferita nel corso della mia vita, etichettata cm 1 generale e interessante impotente. Tuttavia qualche "bravo" l'ho trovato anche io. Io ho ancora ben solido e presente il filo ke mi lega al disturbo alimentare, il motivo psicoemotivo ke lo muove, e nn é il voler essere 1 modella, cm ben spero tu sappia se mi leggi (dubito). È 1 delusione, la costante paura dell'abbandono ke rivivo ogni giorno. Io credo ke 1 dolore sincero, bah cm 1 amore, cm tt ciò ke x 1 persona sia importante, vada vissuto appieno, appunto il prendersi tempo personale: ke proprio qst mio prendermi tempo sia una depressione più nera e totalizzante e nella restrizione credo sia 1 ipotesi di fatto non sciocca. Mi ritengo in 1 bozzolo ora, in 1 stallo fumoso e sfuocato. Solo 1 capace serio e seriamente interessato, snz preconcetti taglienti e malevoli psicoterapeuta saprà far uscire 1 farfalla

(Mai più)Enigma ha detto...

Purtroppo è proprio così!
Sono anni che faccio passi in avanti e poi torno indietro.
Il problema è che la vita è uno stress continuo..
Oltre ai fattori di stress e cambiamento, trovo che anche nei periodi di depressione più acuta (brutta bestia la depressione) il disturbo alimentare peggiora.

Curvula ha detto...

Trovo questo post molto molto interessante, a partire dalla riflessione della ragazza che citi. Vi ritrovo, soprattutto nelle tue parole, un messaggio tutto sommato incoraggiante per come ci ricordi che ci vuole tempo, tempo, tempo, e non stiamo dimostrando niente a nessuno. Ma non me ne volere, non percepirlo come una critica (non lo è!) se ti dico che per la maggior parte della sua durata questo post mi è sembrato spaventoso, proprio nel senso letterale del termine: che genera paura.
Sarà che proprio ieri riflettevo sullo stress nella mia vita... e se da piccola tendevo ad evitare lo stress, a causa della fortissima ansia che se ne generava, da un po' più grandicella ho deciso che: basta, probabilmente sarei stata una persona ansiosa per il resto della mia vita. Però avei fatto comunque un sacco di cose, non mi sarei tirata indietro per la paura di fronteggiare lo stress. Se ho capito bene, tu e la blogger che citi alludete alla possibilità di evitare deliberatamente quella componente di stress su cui abbiamo potere decisionale... eppure io ho scelto la via contraria, sempre. Anche quando stavo più male, ho deciso di non risparmiarmi mai. E non sto dicendo questo per dire: "avete torto, io ho fatto il contrario e guardatemi".
Ma per domandarmi: "ho fatto una cazzata?". Me lo chiedo sinceramente. Da oggi in poi mi aspetta un lungo periodo di stress autoimposto, e se per adesso trattengo quel nodo d'ansia nello stomaco, lo abbraccio e non ritorno a vecchie soluzioni per alleviarlo (anche se la tentazione viene)...
mi chiedo, la mia vita sarà così per sempre? Sarà sempre come trattenere un cane che tira incessantemente al guinzaglio? Magari sempre meno forte col passare del tempo, ma comunque pronto a sfuggirmi dalle mani?
Ora tira ancora in modo sostenuto, e mi è davvero penosa l'idea di allontanare lo stress dalla mia vita: saprei come fare, ma sarei anche molto infelice.
Un saluto confuso,
Curvula

Mary ha detto...

Di fronte a questo post, sento la necessità di dire NO. No a come mi sono sentita leggendolo, non al post in sé. Di solito sono d'accordo con quello che scrivi, questa volta sento che...non "voglio" esserlo del tutto. Mi spiego.
Sono d'accordo con te sul concetto di base: sotto stress si tende a rispondere in maniera stereotipata, ci si riaggrappa a vecchie modalità e, dato che chi ha sofferto di anoressia ha avuto come modalità la restrizione alimentare per un certo periodo della sua vita, va da sé che ci possa essere la tentazione a dire "ora restringo e risolvo tutto". Però non è una cosa da imputare al DCA: chiunque sulla Terra abbia una personalità un po' rigida tenderà ad essere meno adattabile, per definizione. E il mondo è pieno di persone un po' rigide. Ma c'è un enorme margine d'azione, noi abbiamo il potere di dire NO. Si impara ad adattarsi, mettendocisi dentro allo stress.
Quando ieri sera ho letto il post, mi è venuta una strana tristezza addosso, che avevo già provato nella mia vita. Mi son sentita quasi...condannata. Condannata comunque a una vita di controllo: come se prima controllassi il cibo e ora dovessi controllare di non ricaderci. Controllare che "l'anoressia stia lontana", perché questo è il messaggio che mi è arrivato leggendo il post: che sia in "agguato". Ma controllare di non controllare è sempre controllare. E' sempre un guardarsi le spalle in continuazione. Ecco perché...no. Non so dirti esattamente che strada voglio intraprendere, né quali strade siano possibili. Non so se hai ragione tu, magari ci ricadrò come una pera cotta.
Però è il rischio da correre. Ecco perché questo post mi ha dato tanto fastidio, perché ha portato alla luce la domanda che mi sto facendo in questo periodo: "sono disposta a lasciarlo andare, il controllo?". E mi sono resa conto che le mie azioni (parlare con la psicologa, cercare uno psichiatra, parlare con tutti i miei amici del mio problema) sono state il primo passo per crearmi una rete di supporto. Pronta a raccogliermi se cadrò. Perché sto per spiccare il volo e lasciarlo andare, il controllo. prima o poi lo farò. SO già in partenza che andrò in crisi, perché mi farà paura. Ed è per questo che ho bisogno degli altri. Ma come faccio a capire se c'è davvero da aver paura, se non provo a non averne?
Non son sicura che quello che ho scritto abbia un filo logico, ma mi è venuto così.
Grazie per il post.

Wolfie ha detto...

Commento al post: Io penso che sia un comportamento molto intrinseco della natura umana quello di cercare a primo impatto di evitare che cose che possono generare stress o che possono far star male, e se non ci si riesce, quello di cercare di tamponare lo stress con una serie di comportamenti che sono mirati a minimizzare lo sconvolgimento emotivo dato dallo stress stesso. Per cui, per chi ha avuto e ha tutt’ora un dca, penso che sia più che normale utilizzarlo come “tampone” di fronte alle situazioni stressanti. Per lo meno per me, funziona proprio così: mi rendo infatti conto che quando mi trovo ad affrontare dei momenti di particolare difficoltà, spontaneamente la mia mente tende a ri-andare verso quelli che erano i comportamenti della bulimia, perché comunque anche se era distruttiva, devo ammettere che purtroppo la bulimia era molto efficace per sedare le mie ansie e il mio stress derivante da altri fatti della vita. Fortunatamente a questo punto ho imparato a riconoscere quelli che sono “i segnali d’allarme”, e a cercare di correre ai ripari prima che la bulimia possa in qualche modo riprendere campo, però sono consapevole che in certi momenti della mia vita è particolarmente faticoso, il “richiamo” della malattia è più imperativo, e costa fatica mantenersi dritte per la propria via, senza ri-scivolare.
So bene anche cosa significa la discrepanza tra il “sentirsi” e l’“essere” pronte: il “sentirsi” pronte credo che dipenda molto anche dal riflesso che abbiamo dall’esterno e che ci rimandano le persone che ci circondano. Io ho sempre avuto un peso nella norma, in ogni fase della malattia, quindi la maggior parte delle persone non ha mai concretizzato la severità del mio disturbo, e quindi pensavano che dovevo solo cercare di mangiare regolarmente e tutto si sarebbe risolto (MAGARI!!!!!!!!!), per cui pensavano che io fossi pronta in ogni momento per ritornare alla “normalità”. In realtà però io non mi “sentivo” pronta affatto, e di fatto non lo ero, perché lo sconvolgimento della mia mente, quello che agli occhi esterni non si poteva vedere, era tale per cui sono impasta imprigionata nella bulimia per molto anni. Poi ho chiesto aiuto, quando mi sono effettivamente “sentita” pronta, poco a poco le cose sono migliorate, e sono sempre stata più pronta per affrontare la vita, anche se dovrò avere un occhio di riguardo verso la bulimia, ne sono consapevole, perché non si può mai sapere se e quando deciderà di attaccarmi, e lo farà sicuramente alle spalle, perché è una malattia subdola. So che mi ci vorrà ancora del tempo per poter stare meglio, e me lo prenderò tutto, perché non voglio più essere schiava di una malattia.

Wolfie ha detto...

Per Mary: Ciao Mary, vorrei rispondere anche al tuo commento, perché l’ho trovato molto interessante, scusami se mi metto in mezzo, spero di non disturbarti. La mia sensazione quando ho letto il tuo commento (naturalmente posso sbagliarmi, nel qual caso dimmelo!!!!!!!!) è che tu abbia dato una interpretazione ad alcuni contenuti di questo post che è molto diversa da quella che gli ho dato io, quindi volevo condividere con te qual è stata la mia impressione.
Io sono d’accordo con te (e dunque indirettamente con Veggie) rispetto alla parte iniziale del tuo commento, ovvero il discorso sul reagire in maniera stereotipata di fronte allo stress: anche per esperienza personale, purtroppo, lo trovo verissimo.
Però, quello in cui mi discosto da te, è l’interpretazione che hai dato alla parte centrale del post: secondo me, in quella parte Veggie si limita a raccontare quello che ha vissuto, e niente di più. Perciò, a me sembra che tu quella parte l’abbia presa un po’ troppo sul personale, come se Veggie ti dicesse “guarda che in futuro anche per te, Mary, sarà così per certo”. Però io non ci vedo questo: a me sembra che Veggie abbia detto “per me è stato ed è così”, punto e basta; ma io non penso che questo significhi che debba essere così per tutte, anche perché sarebbe impossibile, avendo tutte un carattere diverso, reagire tutte allo stesso modo, oltre al fatto che si fanno dei percorsi terapeutici differenti.
Infine, per me il messaggio del post è quello dell’ultimo paragrafo, ovvero quello che ci percepisco io è: “lasciate perdere quando gli altri vi dicono che siete pronte, prendetevi tempo per sentirvi voi stesse realmente pronte, e poi affrontate la malattia per prima cosa, quindi occupatevi anche degli altri problemi”. Ecco, credo che questo sia un messaggio più generalizzabile, mentre la parte centrale è un raccionto di un vissuto personale.
Questa è la mia interpretazione, ed è molto probabile che anch’io mi sbagli, giustamente il post l’ha scritto Veggie, e solo lei può dire cosa intendeva dire verament. Però volevo fornirti il mio punto di vista, perché, come ti dicevo, mi sembra che tu abbia guardato al post in maniera molto “di parte”.
(Non prenderla come una critica, perché non vuole assolutamente esserlo, anzi, ti chiedo scusa anticipatamente se posso aver scritto qualcosa che possa suonare come offensivo o polemico, perché non era in alcun modo questa la mia intenzione.)
Un abbraccione!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Mary ha detto...

Ciao Wolfie! Mi fa piacere ritrovarmi a chiacchierare con te!! Hai ragione! Forse da come l'ho scritto si fraintende, ma non me la sono presa per il post di Veggie :) Nel senso, mi ha "dato fastidio", non perché il post fosse in sé "fastidioso", ma perché inevitabilmente mi ritrovo ad avere delle reazioni di fronte a ciò che viene dall'esterno, soprattutto in questo periodo, in cui cerco di capire il perché e il per come delle cose. Sono stata contenta che mi abbia dato fastidio, perché significa che in qualche modo ha toccato qualcosa di scoperto, che mi fa paura e mi ha costretta ad affrontarlo, per non silenziare il fastidio dietro una chiusura, come spesso ho fatto. Infatti la prima reazione è stata "NO". Ho negato e chiuso il computer: ci penso domani. E sono andata al cinema. Poi mi sono chiesta: "perché ho detto NO?". L'ho "preso sul personale", ma non nel senso che mi sono offesa; ho rapportato semplicemente su di me le parole di Veggie, utilizzandole come strumento di comprensione. Chiedendomi "anche per me è così? Cosa ne penso?". Il mio commento - e qui ne approfitto per dirlo anche a Veggie, visto che dalle mie precedenti parole non si capiva - NON vuole essere critico, solo una constatazione, un'altra visione della stessa cosa.
Hai pienamente ragione quando mi fai notare che ho deliberatamente tralasciato il messaggio principale :) In effetti anche questo ha radici nelle mie esperienze personali...ad un certo punto della mia vita ho detto a me stessa: "se agli altri sta bene quello che faccio e come lo faccio, bene. Se no, si attaccano al tram". Con un briciolo di egoismo, con molta forza (e rabbia, all'inizio) ho buttato fuori tutte le ingerenze esterne. Non ho più permesso che persone non autorizzate (TUTTE, genitori compresi) potessero commentare i miei comportamenti "patologici" né quelli normali. Ho iniziato a scegliere le persone che potevano avere voce in capitolo (essenzialmente due: psichiatra e psicologa). Mi sono incazzata sia con chi, al di fuori di loro due, mi diceva "mangi troppo poco", sia con chi mi diceva "mi sembra che tu stia meglio". La mia risposta era (poco flessibile!) "Fatevi una bella padellata di cxxxi vostri!". Questo è stato il mio atteggiamento con gli altri. Duro e deciso all'inizio. Per questo in effetti, come dici giustamente tu, non ho colto il messaggio: l'ho dato per scontato. So che non lo è e la rabbia con cui rispondevo agli altri lo dimostra.
Siamo sole con noi stesse, nessuno a cui rendere conto. E pian piano dobbiamo capire che con noi stesse non siamo sole, ma in compagnia.
Sto riandando fuori tema. Pardon. Spero di essermi spiegata e...grazie per la puntualizzazione!
PS. per il futuro: tranquilla. Non mi disturbi mai, ma mi fa piacere. Magari ci metto un po' a rispondere, a meno che sia sabato o domenica. E - a meno che mi insulti pesantemente e immeritatamente - non mi offendo :)

Wolfie ha detto...

Per Mary : Grazie per la risposta, Mary!!!!!!!!!!!
Per prima cosa, ti ringrazio per le precisazioni, perché evidentemente avevo frainteso il tuo commento perlomeno in parte, quindi ti ringrazio davvero per aver sprecato un po’ del tuo tempo per spiegarmi meglio!!!!!!!!!!!!
Si, avevo capito che il tuo “fastidio” derivante dalla lettura del post era legato ad un qualcosa di tuo personale, e ti ringrazio per avermi spiegato di che cosa si tratta. Penso che sia giusto che tu vivi la cosa in maniera diversa da Veggie perché sei un’altra persona; anch’io vivo la cosa in maniera diversa sia da te che da Veggie, perché sono un’altra persona ancora, e ognuna probabilmente la vive a suo modo. Se posso trovare un trait d’union, io lo vedo nel fatto che tutte, ciascuna a suo modo, abbiamo un obbiettivo comune, che è quello di allontanare il dca dalle nostre vite quanto più possibile: per arrivare a questa meta, ognuna di noi sceglie la strada che preferisce ed in cui si trova meglio, però siamo tutte consapevoli dello sforzo comune che dobbiamo fare, e della direzione che sostanzialmente vogliamo prendere per tornare ad avere una vita il cui il dca possa essere perlomeno presente il meno possibile.
Riguardo alla tua esperienza che racconti, penso che tu abbia avuto una grande forza nel comportarti come ti sei comportata, e quello che tu definisci “egoismo”, secondo me in realtà è “sopravvivenza”, e lo vedo molto sano, perché è quello che ti ha permesso di distaccarti da certe opinioni che probabilmente prima ti condizionavano negativamente nel tuo percorso, permettendoti invece di mettere in primo piano quello che ti dicevano le professioniste che ti seguivano e, soprattutto, mettendo in primo piano te stessa. È quello di cui hai avuto bisogno, e hai fatto benissimo a prendertelo, non è “egoismo”, è amore per te stessa.
Non so a che punto del tuo percorso tu sia adesso, ma spero proprio che il peggio sia passato, e che tu abbia sempre tutta la forza necessaria per andare avanti, con l’aiuto delle professioniste e delle persone che ti circondano, e sapendo che puoi sempre contare su te stessa.
Un abbraccione!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ps. Anche a me fa piacere poter discutere, e scambiarci le proprie opinioni, figurati!!!!!!!!!!! E neanch’io ho mai intenzione di offendere o di polemizzare, né con te né con nessuno, anche se a volte involontariamente quello che scrivo potesse sembrare tale.

Pulce ha detto...

ciao Veggie... questo post mi ha permesso di conoscere meglio la tua storia. Penso che purtroppo la maggior parte delle persone ci reputerà "pronte" quando noi mostreremo un fisico non più denutrito e un'alimentazione quasi normale. Ma quando arriva lo stress ecco che si capisce che non eravamo pronte... arriva la batosta, la caduta, ma come hai fatto tu tante volte bisogna rialzarsi, e devo dire che tu hai davvero una forza grande in questo...
comunque penso che sempre, in qualsiasi caso di stress, la malattia arriverà, magari in maniera meno ossessiva, ma i pensieri ci saranno. Saremo noi a dore stringere i denti e tenerci in piedi...
Insieme possiamo aiutarci!
un abbraccio

Jonny ha detto...

A Mary:

Toglimi una curiosità: nel tuo magico mondo i Mini Pony rosa ci sono? A uccellini che cinguettano ed arcobaleni come sei messa? E il sole tutto l’anno? Mi dai l’indirizzo, che ti raggiungo di corsa?!
Okay, cazzate a parte.
La tua visione di un ipotetico futuro mi pare così idilliaca che non capisco se sei una di quelle più uniche che rare persone che miracolosamente riescono a conservarsi totalmente candide e colme di speranza anche se sono circondate da gente di merda in un mondo di merda, se indossi ostinatamente gli occhiali rosa dell’idillio infinito e ricerchi positività sempre e comunque, oppure se sei proprio fuori fuoco.
Non fraintendermi, non ti sto prendendo per il culo. È che la tua visione mi sembra faccia talmente a cazzotti con il mondo reale, che non mi capacito assolutamente di come tu possa fare a sostenerla – limite mio, ne sono consapevole.
Diamine, io son la prima ad augurarti di non avere nemmeno mezza ricaduta, di avere imbroccato a stonfo psicoterapeuti in grado di aiutarti alla perfezione, di avere familiari e amici pronti a sostenerti in ogni momento, di essere sempre e comunque in grado di sbattertene dell’opinione altrui e proseguire dritta per la tua, di riuscire a lasciar andare completamente il controllo, in ogni sua forma.
Però, lanciamo un sondaggio: quante qui dentro non hanno avuto neanche una ricaduta? Quante hanno beccato stronzi in camice bianco che le hanno guarite al primo tentativo? Quante hanno avuto famiglie ed amici devoti e supportivi? Quante non vengono mai minimamente toccate dai commenti degli altri? Quante hanno veramente lasciato andare il controllo?
Non credo che ci sia il pienone di gente che adesso si fionda qui a rispondere: “io!”
Anche solo statisticamente, la tua mi pare una visione del futuro quantomeno improbabile. Mi sembra più che altro una proiezione di quello che vorresti che fosse, ma la vedo scarsamente aderente alla realtà. E quello che tu definisci fastidio (o tristezza) nei confronti del post di Veggie, a me pare più paura. Perché hai paura che Veggie abbia ragione. Hai paura che sia veramente così. Hai paura che il tuo futuro possa essere come Veggie descrive il proprio passato/presente.
Io non so se sarà così o meno, perché poi ognuna ha la sua storia, ma per quel che ho vissuto personalmente posso dirti che ricadute presenti eccome, psicoterapeuti da mani nei capelli, familiari che si rompono i coglioni, amici che ti mandano a fanculo, opinioni che anche a soglia di sbattimento alto ogni tanto ti fanno incazzare da matti, controllo che ti batte sempre in testa, maledizione, che non ne vuol proprio sapere di andarsene, per quanto provi ad aprire la gabbia. E, sì, controllare di controllare, sempre.
Non dico neanche che sia per tutte così, parlo per me. Ma dalla mia personale esperienza, dai commenti che leggo qui e altrove, e dai post su altri blog, mi pare che questa sia la condizione abitualmente comune, più o meno marcata, per chi ha avuto od ha un disturbo alimentare.
Per cui, non te la menare se ti dico che la tua visione mi pare assai idealistica e alquanto irrealistica.
Poi, accidenti, se le cose ti andranno veramente tutte lisce, fammi un fischio che vengo a chiederti l’autografo perché diventerai il mio nuovo idolo.
Però, nel frattempo, magari ti conviene tornare un po’ con i piedi per terra. Perché più alto voli, più ti sfracelli quando cadi.

Mary ha detto...

@ Jonny
La mia vita è tutto, fuorché idilliaca e rosa sgargiante. Ho vissuto un tira e molla con l'anoressia da quando mi sono sviluppata fisicamente, la mia famiglia ha fatto i suoi casini e ho avuto contrasti, perché è una malattia difficile da gestire a livello familiare. Ho nascosto la mia patologia per anni, anni e anni, quindi per molto tempo non ho avuto il supporto proprio di nessuno, solo le critiche delle persone a cui non la potevo nascondere e davanti alle quali negavo. Ho imbroccato anche io degli specialisti che non sono stati in grado di aiutarmi e, non più tardi di pochi mesi fa, ho avuto una bruttissima crisi che non ho proprio voglia di raccontare. No, hai ragione tu, la mia vita è tutt'altro che rosa e hai ragione anche quando dici che ho paura, e l'ho anche scritto che ce l'ho, chi lo nega. Però i miei ci sono e mi sono accanto, anche se con le loro difficoltà. Da quando ho cominciato a parlare, alcuni amici mi hanno lasciata e non hanno capito, ma altri hanno saputo accettarmi e volermi bene come non avrei mai creduto e ho deciso di dare loro tutte le attenzioni, lasciando stare quelli che mi hanno lasciato a piedi. Ho incontrato degli specialisti bravi, oltre a quelli stronzi. E ho deciso di dare loro fiducia. Perché di vita ne ho una sola, non di più di una. Se ti chiedi da dove venga tutta questa positività, ti do la risposta più sincera che ti posso dare: ho passato un periodo in cui guardavo i piani più alti degli edifici e pensavo che fossero degli ottimi posti per buttarsi giù. Credevo non ne sarei mai uscita. In quei momenti qualcuno mi ha aiutato e ha avuto, per me, la fiducia che io non riuscivo ad avere. Pian piano ho dovuto ricostruire tutto e ho visto tante cose che prima non vedevo. Mi hanno fatto un po' dispiacere le tue parole e mi dispiace che la mia positività ti abbia infastidita, tanto da reagire chiedendomi se il mio mondo sia tutto rosa o se sia io ad essere "fuori fuoco". Ti risponderei né l'una né l'altra, semplicemente sono in una tappa del mio percorso, in cui ho deciso di riabbracciare completamente la mia vita, difendendone la qualità che mi sono sempre negata. Questo non la rende perfetta, ma qualcosa di molto valido per cui lottare. Per togliere energie ai pensieri sul cibo e dedicarli ad altro. E' faticoso, ma mi ricarica e mi dà fiducia. La mia vita mi piace: certo, vorrei anche io che certi pensieri non ci fossero e, soprattutto, vorrei non provare certe sensazioni sulle quali sono stata molto incentrata per anni e anni. Però ci sono anche tante altre cose nella mia vita e le amo, le amo profondamente. Ho un problema, ma anche tante altre persone ne hanno. Magari sono problemi diversi, magari meno pervasivi. Ho lasciato che l'anoressia mi togliesse la felicità per anni, ora voglio provare a riprendermi tutto quello che ho dato in sacrificio e amare e voler bene e vivere pienamente. Certi giorni ci riesco di più, altri di meno. Ma non voglio volare rasoterra, per paura di cadere. Ho passato anni a strisciare proprio, e se dico strisciare mi faccio già un complimento. Non ho nulla da perdere, se cado, perché mi sono accorta che, nel momento in cui la mia vita è completamente in ostaggio della malattia, io non la voglio più. E questo mi ha fatto una paura folle. Ma ho tantissimo da guadagnare, se a volare ci riesco, o almeno ci provo.
Però magari sono fuori fuoco. Immagino che, se lo fossi, non me ne renderei conto, quindi non potrei ammettere di esserlo. Quindi, chi può dire... a me va bene comunque.

Mary ha detto...

@ Wolfie

Ti ringrazio e ci tengo a dirti che auguro lo stesso anche a te e a tutte le persone che ci sono qui. Di trovare sempre una speranza, sempre, anche nel momento più nero, per andare avanti. E che questa speranza diventi via via più grande.

Un abbraccio.
Mary

Jonny ha detto...

A Mary:

Pensavo s’intuisse, ma evidentemente no, dunque lo paleso: la parte in cui disquisivo sul magico mondo di Pollyanna e cazzi & mazzi affini era ironica.
Se leggi/commenti questo blog, è pressoché scontato che tu abbia avuto un passato/presente di disturbi alimentari, per cui è altrettanto scontato che tu abbia vissuto anni estremamente difficili. E io non nego in alcun modo l’inferno che devi aver subìto, perché è il medesimo che ho attraversato io, e che abbiamo vissuto di fatto tutte noialtre. Da qui l’ironia della prima parte del mio commento.
E, giusto per la cronaca, no, non sono affatto infastidita dalle tue parole. Sono ben altre le cose che mi infastidiscono, figurati. Piuttosto, però, sono dispiaciuta, questo sì. Dispiaciuta per te.
Parafrasando il mio commento precedente – che mi pareva già abbastanza parafrasato di per sé, ma anche questo evidentemente no – ho visto altre persone partire a chiocco armate delle migliori intenzioni, energia e positività dopo aver visto, ad un certo punto del loro faticoso percorso, la luce alla fine del tunnel. E poi quella luce si è sistematicamente rivelata il fanalino di testa di un treno, che le ha falciate in pieno.
Per cui, il sunto di quello che volevo dirti è: metticela pure tutta, diamine, perché fai bene a cercare di riprenderti la tua vita. Ma non andare da un estremo all’altro, dal volerti lanciare dall’ultimo piano di un palazzo prima per cadere e poi per volare (una dicotomia così la vedo tanto legata all’anoressia – altro limite mio, presumo), perché non sta scritto da nessuna parte che tutte le tue buone intenzioni sono sufficienti a sovvertire la gravità.
Volevo solo suggerirti, da persona che c’è passata, di procedere per gradi. Di accettare anche dei compromessi. Di tenere gli occhi ben aperti. Di non abbassare troppo la guardia. Di non essere l’ennesima la sera leoni, la mattina coglioni. Di volare, ma con la rete di sicurezza sotto. Perché anche così facendo ne guadagni comunque tanto, e corri molti meno rischi.
Quando cerchi di contrastare l’anoressia, in fondo, le premesse per schiantarsi ci sono già tutte, anche mettendo in atto le massime misure di sicurezza, e a maggior ragione procedendo a briglia sciolta. E, come ti dicevo, sarei dispiaciuta per te se poi tu dovessi colare a picco, solo perché hai “peccato” in ingenuità, e nessuno te lo ha fatto notare.

Mary ha detto...

@ Jonny
Ti ringrazio per le tue parole e per i tuoi consigli. Ne farò tesoro e ci penserò, te lo assicuro. Anche se, dalla mia, ti auguro di volare sempre più in alto. Con tutte le reti di sicurezza che vuoi, ma in alto, perché ogni attimo rubato all'anoressia è un attimo di vita. E spero che tu possa provare ancora a credere di poterlo fare, SENZA farti male dopo. Credo che chiunque di noi qui se lo meriterebbe e, anche se non sei d'accordo con me perché la ritieni un'idea troppo idealista e perché ti sei fatta male...io credo valga la pena di correre il rischio ritentare. Non ti dico di fare nulla di avventato, ma guarda che nemmeno io lo sto facendo :) è un compromesso continuo e non diventerò un'aquila domani. Ma mentre mi evolvo, cerco di farlo con un sorriso. Sono consapevole dei rischi dello sfracellamento, ma ho un grosso deficit: non ho mai provato davvero ad aprire le ali e volare. Ad essere sincera, sono un po' tarda e...non ho mai capito di poterlo fare davvero. Ci hanno messo anni per farmi capire che avrei potuto farlo. Questa volta ci voglio provare e so che chi mi è a fianco non mi lascerà. Sono loro la mia rete di sicurezza, ho demandato a loro quel compito.
Il rosa comunque non mi piace tanto...;)
Un abbraccio grosso e grazie per la risposta: dal tuo primo commento non avevo ben inteso il tono, ma ora ti ho sentito molto vicina.
Un abbraccio grosso

Ilaria ha detto...

Ciao Veggie, un saluto a tutte le ragazze del blog.
Questo post mi ha colpito molto e sono d'accordo con ciò che hai scritto.
Se devo essere sincera inizialmente, come Mary, avevo colto un messaggio un po' scoraggiante, ossia l'idea di dover combattere tutta la vita con l'anoressia, di dover star sempre in agguato.
Rileggendolo con più calma e nel dettaglio posso dire che non è così. Al contrario è più un consiglio, un inno a combattere contro la malattia, preparandoci bene, prendendoci tutto il tempo necessario fino a che non siamo davvero pronte.
"Quando sarò pronta?" questa è la domanda che mi chiedo continuamente, in questi giorni ancor di più. Purtroppo, nonostante le mie più accurate riflessioni/paranoie non riesco a darmi una risposta... mi piacerebbe sapere che il giorno tale sarò pronta. Fosse così facile, così programmatico. Credo che l'essere pronte sia qualcosa che ti viene dall'interno, una sensazione di forza immane che ti pervade. E io non lo sono, adesso.
Sento di essere ancora troppo legata all'anoressia, quelle manie di controllo del cibo, l'intensa attività fisica dopo aver sgarrato quel limite autoimposto ci sono sempre. Meno intense, c'è una maggiore flessibilità da parte mia, non posso negarlo. Ma ci sono sempre.
Gli altri ti vedono più tranquilla, meno negativa, che mangi un pezzo di torta o di pizza... per loro tra poco sarai guarita, c'è solo da ingrassare molti kg e basta. MAGARI.
Un po' ti illudono anche te... un attimo credi di essere gia' a percorrere la strada in discesa, poi, un'ora dopo ci sbatti la testa e capisci che la salita è ancora lunga.
(...)
Hai ragione quando dici "Ma non abbiamo niente da dimostrare a nessuno, e non dobbiamo metterci fretta, bensì prenderci tutto il tempo di cui crediamo di aver bisogno se non ci sentiamo “pronte”.
E' verissimo. L'unica cosa che mi fa paura di questo commento è il fatto del tempo... "Ce la farò a resistere? e se non mi sentissi mai pronta?"
Ho tanta, tantissima paura di essere troppo fragile, di mollare, di perdere la battaglia non appena ci sarà un evento fortemente stressante, triste ed inevitabile della mia vita.
Forse è una riflessione stupida, non dovrei pensarlo perchè sostanzialmente è un ragionamento che non porta a niente. Eppure ci penso. Tanto.

@(Mai più)Enigma: Sì, la depressione è una bestiaccia!!! Nella mia esperienza personale posso dirti che il DCA è stata una conseguenza di una depressione precedente.


PrettyLittleGirl ha detto...

"Quel che voglio dire è che, fintanto che non succede niente, fintanto che la mia vita è routinaria, me la cavo abbastanza bene. Se non sono particolarmente stressata per un qualche motivo, posso tranquillamente sembrare “normale”, per lo meno ad un’osservazione superficiale. Stress, cambiamenti, e tutte quelle cose incerte di cui la vita è piena, ed ecco che tendo a riscivolare verso la mia strategia di coping preferenziale. "

Mi sembra un po di ritrovarmi in quello che dici, nonostante io di certo abbia avuto una esperienza molto più breve e meno invasiva della tua.
Credo che almeno per quanto riguarda un dca- parlo più che altro per quello che ho potuto vedere nella mia esperienza- la parte "comportamentale" sia relativamente più "facile" da debellare..mentre la parte appunto relativa al rinunciare a gestire gli aspetti della nostra vita attraverso il controllo, quella penso sia la parte oltre che più difficile anche quella che molte volte si insinua dentro di noi nascondendosi e distruggendoci di più.
Io per dirti, ancora prima di avere problemi con l'alimentazione sono stata molto controllante in molte mie relazioni, ma non me ne accorgevo minimamente e anzi, forse dopo il mio problema alimentare ho aperto gli occhi sul fatto che tutto fosse collegato.
Le stesse cose che ho fatto con il cibo sono questioni molto più "vecchie" che ho semplicemente trasferito sul comportamento verso l'alimentazione.
Però è anche vero che come tu dici, nonostante in realtà il dca sia la forma più evidente di una certa forma mentis o attitudine che abbiamo verso il mondo, in qualche parte di noi è anche stata una soluzione illusionaria per ovviare al nostro problema di fondo (che può essere controllare, avere una mentalità dicitomica piuttosto che altre cose..)..
Per cui penso sia normale nei momenti difficili della vita in cui ci sembra che le cose siano più "ingestibili e fuori controllo" possa ripresentarsi la voglia di cedere alla preferenziale strategia di coping.
Credo ci voglia molto più tempo per cambiare i propri patterns che sono quelli che erano già insidiati e radicati in profondità..Hai fatto molti passi avanti, man mano riuscirai anche a cambiare le cose più difficili. Magari non dall'oggi al domani ma, se ci pensi, anche i "vecchi patterns" non si sono creati da un giorno all'altro ma sono tanto forti appunto perchè hanno avuto tempo di solidificarsi e rafforzarsi senza che ce ne accorgessimo.
Per cui possiamo vederla in positivo: se anche dovessimo metterci una considerevole quantità di tempo per consolidare patterns più sani e funzionali per noi stesse, vorrà dire che essi cresceranno solidi e forti perchè avranno avuto il tempo per crearsi gradualmente e non su basi fasulle!

PrettyLittleGirl ha detto...

Quanto al sentirsi "pronte" molte volte in effetti-sia da parte di noi stesse che soprattutto dall'esterno es. parenti amici ecc- si fa l'errore di ridurre tutto all'alimentazione o al peso, per cui "se mia figlia mangia o riprende X kg allora è guarita o pronta per affrontare sfide della vita ben più grandi" : ragionamento superficiale dato che appunto non è una malattia del peso ma molto spesso credo risieda anche nell'insicurezza di affrontare appunto la vita _inteso come vita "non controllabile", perchè certo tutti siamo tranquilli quando viviamo gestendo tutti glia aspetti e avendo sicurezze..Vivere accogliendo l'imprevedibilità della vita è tutt'altro paio di maniche.
Però credo che già quando, come tu hai detto, si riescono a fare anche piccole grandi cose come il chiedere aiuto quando prima non lo si avrebbe fatto, il provare a muovere dei passi verso l'incertezza nel senso di lasciare le proprie certezze, oppure anche semplicemente dare spazio alle cose "quotidiane" e relazionali della vita piuttosto che aggrapparsi a cose più sicure-come può essere il dca o altre modalità- (può essere ad esempio decidere di dedicarsi al karate o mettere anima e cuore nella propria professione, per citare cose che tu fai)..tutto questo già può essere un sentirsi "più pronte di prima" a vivere..Magari non ci si definisce ·guarite" però secondo me qualsiasi passo fatto verso la costruzione di qualcosa di solido nella nostra vita che si allontani da sicurezze che ci ostacolano a favore di nuove modalità di stare al mondo si può considerare una piccola guarigione e un sentore che siamo più pronte a vivere, a guarire, a muovere dei passi verso strade anche sconosciute ma che ci possono arricchire e riempire molto di più di quanto lo facessero le vecchie "lenti protettive" con cui ci approcciavamo al mondo.

Veggie ha detto...

@ PIEKNA_LALKA_38 – Sì, credo anch’io che la malattia mentale, intesa nel senso più ampio del termine a compendiarne ogni forma, sia in un certo modo distorto un qualcosa che produce sul momento un senso di illusorio, palliativo benessere, che è quello che spinge a tirare avanti anche nella razionale consapevolezza dell’erroneità e della deletereità di ciò che ci stiamo facendo… e, sì, ci vuole tempo prima di concretizzarlo, ci vogliono ricadute sulla quotidianità, prima di riuscire a staccarsi da meccanismi che, per quanto perversi, rappresentano comunque una costante e dunque trasmettono un minimo di sicurezza laddove altrove sembra non esserci (ovviamente anche tutto ciò è una credenza distorta dettata dalla malattia, si capisce…). Anch’io sono incappata in medici in gamba… e in medici molto meno in gamba. Penso che sia inevitabile, perché non tutti i medici hanno vuoi la stessa professionalità, vuoi la stessa personalità… aggiungici che anche noi siamo tutte diverse, ed ecco che quello che per te è un “cattivo” medico, può essere un “bravo” medico per me, o viceversa, in una casistica pressoché illimitata. Qui sta la forza di ciascuna di noi di insistere, di mandare a quel paese i medici che non si sono comportati adeguatamente, e di continuare a cercare persone che siano non solo professionalmente competenti, ma anche in grado di relazionarsi in maniera adeguata a noi. È tutt’altro che facile, vero. Ma cosa c’è di facile nella vita, in fondo? Però vale la pena insistere, perché quando. Dopo millemila tentativi vani, si riesce ad imbroccare il professionista giusto si fanno veramente dei grandi passi avanti – provato&confermato. Per cui, sì, può darsi benissimo che tu in questo momento sia ancora una crisalide… però, prova a vederla così: non esiste bruco che si trasformi in farfalla senza prima aver passato attraverso lo stadio di crisalide…!
P.S.= In passato ho letto alcuni post del tuo blog, tra cui per l’appunto quelli in cui scrivevi della delusione che hai subìto, dall’importantissima storia d’amore con T. che hai vissuto… e, sì, credo che un distacco di questo tipo possa ingenerare una profonda depressione, e mi sembra evidente che questo della depressione sia una problema che hai, e a cui ogni singolo giorno devi cercare di tener testa. Per essere del tutto sincera – non me ne volere – è principalmente questo il motivo per cui, dopo aver letto qualche post, non leggo più il tuo blog: perché mi trasmette una profonda negatività e depressione. Naturalmente ho il massimo rispetto per come ti senti e per i tuoi problemi, quali che siano, e naturalmente spero che tu possa farti dare una mano per riuscire a stare meglio quanto prima… però di difficoltà da affrontare nella mia vita reale ne ho di già (come tutti, del resto), e leggere post molto negativi è dunque una cosa che preferisco evitare, perché non mi aiuta in alcun modo, anzi, ha l’effetto contrario.
Però ti ringrazio comunque di cuore del fatto che leggi e commenti il mio blog: mi fa veramente piacere poter dialogare con tutte, anche se la pensi diversamente da me, perché io credo che confrontarsi, in maniera corretta ed educata, con chi la pensa in altro modo, sia sempre e comunque fonte di arricchimento.

@ (Mai più)Enigma – Fortunatamente non ho mai vissuto in prima persona la depressione… però, obiettivamente, credo di poter comunque immaginare come questa patologia possa portare ad un peggioramento del DCA… Probabilmente (correggimi se sbaglio!...) sono 2 macigni che si tirano giù vicendevolmente… E posso dunque immaginare che chi, come te, deve tener testa ad ambo le cose, finisca per fare il doppio della fatica… In quanto allo stress, hai ragione… ed io penso (per lo meno sulla base di quella che è stata la mia esperienza), che uno degli obiettivi della psicoterapia sia anche quello di imparare a gestire lo stress, amministrandolo con altre strategie di coping che non siano quelle legate al DCA… Un abbraccio…

Veggie ha detto...

@ Curvula – Ma figurati se percepisco come una critica le tue parole, altro ci mancherebbe!... (Che poi, per inciso, quando c’è una critica che è costruttiva e fatta con educazione, ben venga!...) Anzi, hai fatto benissimo ad esprimere la tua opinione, e ti ringrazio per questo…! In ogni caso, provo a dare una risposta alla tua domanda… una risposta ovviamente di parte, visto che si tratta della mia opinione personale, e dunque di un qualcosa di opinabile per antonomasia. (Ma, del resto, chi mai è detentrice di verità assolute?...) A mio avviso, dunque, non ci sono comportamenti “giusti” e “comportamenti” sbagliati in merito alle modalità di affrontare lo stress… ci sono solo persone diverse. Mi spiego. Ognuna di noi ha il proprio carattere, la propria personalità, il proprio background… ergo, ognuna di noi se posta di fronte ad una determinata situazione stressogena, d’istinto tende a reagire in una determinata maniera, che è quella che più si confà al suo carattere e, soprattutto, è quella più autoconservativa. Sì, perché il nostro cervello riesce a suo modo ad essere eccezionale anche in questo: senza che ce ne rendiamo propriamente conto, sceglie sempre di default quelle che sono le soluzioni a noi più congeniali… e, perciò, è estremamente difficile che ci porti a “fare delle cazzate”. Per cui, sono convintissima che il tuo modo di gestire/affrontare lo stress sia quello che ti è più congeniale, e il mio modo di gestire/affrontare lo stress sia quello che mi è più congeniale. Entrambe abbiamo ragione… per noi stesse. Perché scegliamo d’istinto la soluzione migliore per noi stesse. Se tu provassi a fare come faccio io, molto probabilmente te la passeresti peggio… e altrettanto io, se provassi a fare come fai tu. Non so ovviamente se sarà sempre così, tanto per te quanto per me… forse sì, o forse con passare degli anni le cose cambieranno… anche senza volerci imporre niente di niente… tutto dipenderà dal percorso di vita che faremo… In ogni caso, sono convinta che in qualsiasi momento delle nostre vite sceglieremo sempre la soluzione che ci sembrerà migliore da nostro proprio punto di vista… che sarà la più autoconservativa… e dunque indubbiamente la più giusta… specificatamente per noi stesse.
P.S.= Se hai tempo e voglia, leggi anche la risposta che ho dato qui sotto a Mary… credo sia un completamento di ciò che ho scritto a te… Un abbraccio!...

@ Mary - Certo che quello che hai scritto ha un filo logico, assolutamente… ho capito benissimo cosa intendevi dire, e fin dall’inizio non l’avevo in alcun modo preso come una critica, neanche prima di leggere il tuo secondo commento (cioè la risposta a Wolfie…). Anzi, ti ringrazio di cuore per aver portato qui il tuo punto di vista, naturalmente… Sai, da un certo punto di vista, sono “contenta” (non fraintendermi, eh!) che il mio post ti abbia dato fastidio… perché, per l’appunto, se una cosa ti dà fastidio, vuol dire che in qualche modo ti tocca. E se ti tocca, ti spinge a reagire. E io credo che la reazione si concretizza non quando si vede la luce, ma quando si sente la fiamma che scotta. Detto questo, rispondo al tuo commento semplicemente dicendoti che quella che ho riportato nel post è la mia esperienza personale… in quanto esperienza di singola persona, penso sia ovvio che non abbia alcuna valenza universale. Io racconto com’è stato e com’è per me… racconto la MIA verità. Il che ovviamente non significa che sia una verità assoluta, incontrovertibile, e necessariamente identica per ogni qualsiasi individuo. Personalmente – sottolineo PERSONALMENTE – sono, caratterialmente parlando, una persona significativamente rigida… Lo sono sempre stata, fin da bambina. Una sorta di tratto della personalità… così come lo è il bisogno di controllo che, come ho già scritto altrove, già ben prima dell’anoressia cercavo di esercitare in altre ambiti della mia vita (ma lì andava pure bene, tutto sommato, perché non era deleterio per la mia salute come invece purtroppo lo è stata l’anoressia…). (continua...)

Veggie ha detto...

(...continua) Discutendone anche con la psicologa che mi segue, quello che è venuto fuori, in estremissima sintesi, è proprio che l’approccio al controllo è una sorta di caratteristica-base della mia personalità, per cui la cosa più efficace ed intelligente da fare è cercare di lavorare su questo in maniera tale da sfruttare questa mia tendenza al controllo in maniera positiva… vedi appunto il cercare di controllare le non-ricadute nell’anoressia, piuttosto che cercare di controllare la restrizione alimentare. Utilizzare dunque questa mia caratteristica in maniera positiva piuttosto che come mezzo per mettere in atto una strategia di coping altamente deleteria come l’anoressia. Per cui, questo è il mio piano d’azione… e dato che non ho ricadute da circa 6 anni, evidentemente ha la sua funzione su di me. Il che non significa, ovviamente, che sia una strategia valida ed efficace per tutto il mondo (magari lo fosse, così avremmo trovato il modo universale per evitare le ricadute nell’anoressia, e arrivederci e grazie!...). Inoltre, non voglio neanche alimentare false speranze su “guarigioni totali” di sorta, perché questo non corrisponde alla mia esperienza. Se qualcuno può e vuole farlo, ben venga, naturalmente… non mi fa che piacere per lei/lui. Ma per quello che ho visto e vissuto, esiste una remissione piuttosto che una guarigione, e non credo sia giusto dire diversamente, perché le utopie servono solo a stare peggio quando ci si rende conto che sono irraggiungibili. Ma, ti ripeto, spero proprio che qualcuno possa smentirmi su questo… magari tu stessa.
Io spero di tutto cuore che tu abbia individuato la strategia giusta per te stessa, e non abbia assolutamente nessuna ricaduta in futuro… te lo auguro di tutto cuore, perché io in passato ho avuto millemila ricadute, e so quanto possano essere devastanti sotto ogni punto di vista, e dunque sono una cosa che non augurerei proprio a nessuno. Inoltre, leggendo le tue parole, mi rendo conto che la “rete di supporto” su cui tu puoi contare è molto diversa da quella che avevo io, quindi sicuramente anche questo incide sulle modalità comportamentali, e sulle scelte che si fanno.
In ogni caso, io spero solo che tra 10 anni potremo ritrovarci tutte quante qui e dire che, ognuna mettendo in atto la sua propria strategia, funzionale per lei stessa, sono 10 anni che non abbiamo ricadute e stiamo vivendo una vita di qualità. Se potessi esprimere un solo desiderio che valga per tutte, è esattamente questo ciò che chiederei.
Grazie a te per il commento!... Un abbraccio forte!...
P.S.= Se hai un po’ di tempo da perdere, leggi anche la risposta che ho lasciato qui sopra a Curvula… perché credo che, in un certo senso, vada ad integrare e completare quello che ho scritto a te!...

@ Wolfie – Sì, hai ragione, la fuga o l’attacco (flight or fight) sono proprio i 2 meccanismi adattativi di base con cui il nostro cervello agisce nelle situazioni di stress… per cui, quando si vede che una certa risposta funziona, è normale per il nostro cervello cercare di rimetterla in atto le volte successive… anche se questa risposta è un qualcosa di patologico come un DCA. Per questo è importante trovare (con l’aiuto della psicoterapia…) altre strategie di coping che possano essere comunque tamponanti… per evitare di ricadere nei soliti vecchi loop… E io spero proprio che, con l’aiuto di chi ti segue, anche tu possa trovare il modo per tenere sembra a bada la bulimia…!

@ Pulce – E’ inevitabile che la visione di chi non ha vissuto un DCA, e che dunque è esterno alla malattia, sia parziale e del tutto improntata sulla fisicità… non è bello, non è piacevole e non aiuta, ma purtroppo è così. Sono d’accordo con te ovviamente sul fatto che l’essere pronte o meno non abbia strettamente a che vedere con la fisicità… e che quando arrivano i momenti difficili, sia necessario stringere i denti sempre e comunque…

Veggie ha detto...

@ Ilaria – Premesso che la tua è una riflessione tutt’altro che stupida, anzi… In effetti, la mia è forse più un esortazione a tenere alta la guardia per non farci mettere nuovamente sotto dall’anoressia… combattendo, naturalmente, nelle modalità e nelle tempistiche che a ciascuna di noi sono più congeniali. Certo, sarebbe molto più facile avere una sorta di data di scadenza sul momento in cui essere pronte o meno… purtroppo però ci sono tante cose che nella vita non si possono programmare, e questa credo sia una di quelle. Per cui, ribadisco che io sono dell’idea che sia necessario prendersi il proprio tempo… stando ovviamente ben attente al fatto che questo prendere tempo non si trasformi in una comoda scusa per stagnare nella malattia. Perché ovviamente le cose non vengono da sé: per fare dei passi avanti, siamo noi che dobbiamo camminare… il “momento giusto” per sentirci pronte combattere non arriva da solo, ce lo dobbiamo procacciare. Però, pur facendolo, non è comunque detto che arrivi nell’immediato… ergo da qui la constatazione che è necessario che ognuna di noi si prenda il proprio tempo. Io credo che il fatto che tu ti renda conto di essere un po’ più flessibile rispetto a come lo sei stata in passato sia già un piccolo passo in avanti nella giusta direzione… al quale, con i tuoi tempi e le tue modalità, potrai essere in grado di farne seguire tanti altri. Penso sia assurdo immaginare un cambiamento radicale dall’oggi al domani, quello che si fa contro l’anoressia è pur sempre un percorso che vuole i suoi tempi… però è un percorso del tutto fattibile. In quanto al tuo dubbio del riuscire o meno a sentirti mai pronta… come ti dicevo, secondo me se rimani ferma ad attendere passivamente che piova dal cielo una qualche magia guaritrice, è ovvio che non ti sentirai mai pronta… Però, se giorno dopo giorno cerchi di fare qualcosina, anche minuscola, per allontanarti dal pattern dell’anoressia, sarai tu stessa a costruire le premesse per il tuo sentirti pronta… e questo perciò accadrà consequenzialmente. Ci vuole tempo, pazienza, e voglia giorno dopo giorno di lavorare su te stessa e sul tuo percorso, questo sì… però quello cui vai incontro allontanandoti dall’anoressia è una vita di qualità decisamente superiore, quindi ne vale comunque la pena.

@ PrettyLittleGirl – Sì, sono perfettamente d’accordo con te in tutto quello che scrivi: sono d’accordo sul fatto che la parte comportamentale di un DCA sia quella su cui è più facile agire e, di conseguenza, quella cui è più facile porre freno… anche per quella che è stata la mia esperienza. Mi ritrovo assolutamente anche sulla tua affermazione che tante problematiche o tanti modi di fare li avevamo già da prima, magari su altre cose, e poi alla fine li trasliamo sull’alimentazione… Ed infine sono d’accordo sul fatto che la cosa più difficile da cambiare siano i patterns mentali, e che ce ne vorrà del bello e del buono per scriverne di differenti… Il discorso del vederci pronte agli occhi altrui, credo sia molto legato alla concezione generale (propagandata dai Mass Media) dell’anoressia come malattia prettamente legata al peso, piuttosto che come malattia mentale… quando invece è per noi evidente che il peso c’entra solo in parte con il riuscire a stare meglio… Quello che fa stare veramente meglio è il provare a ricominciare a vivere… ed è quello che tutte quante, ciascuna con i propri tempi e le proprie modalità, stiamo facendo…

 
Clicky Web Analytics Licenza Creative Commons
Anoressia: after dark by Veggie is licensed under a Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported License.