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venerdì 19 agosto 2011
Lasciar andare il "sentirsi speciali"
Leggendo il commento che Ima Sickone ha lasciato al mio post precedente ("[...]Perchè forse per me il DCA è qualcosa che mi fa sentire speciale. Stupidamente, senza dubbio.. hai avuto anche tu la stessa impressione? [...]"), mi è tornata in mente una puntata del telefilm “Dr. House” – nella fattispecie, mi sono poi documentata, il 12° episodio della 7^ stagione. Non mi piace particolarmente questo telefilm, tuttavia in quest’episodio ho trovato un dialogo che mi ha fatto pensare esattamente alle parole scritte da Ima Sickone.
La trama (molto in breve): la paziente dell’episodio è una cameriera (Nadia) che ha una memoria assolutamente straordinaria, e il team di medici del dottor House cerca di capirne le motivazioni, e cerca di capire come questa “super-memoria” possa essere correlata agli altri sintomi presentati dalla donna. La diagnosi che viene fatta è che questa speciale memoria sia una sorta di forma di OCD (DOC) secondario ad una mutazione genetica. Dopo che la paziente è stata messa al corrente della diagnosi, uno dei dottori (Chase) entra nella sua stanza per parlare con lei. Qui si svolge il seguente dialogo:
Chase: Hai detto che non hai avuto la possibilità di scegliere di essere quel che sei. Adesso, ce l’hai. [Tira fuori un piccolo contenitore di SSRI]. Questi si sono dimostrati efficaci nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi.
Nadia: Intendi dire che assumendoli perderò la mia memoria?
Chase: Non del tutto… Avrai una memoria come quella della maggior parte della gente.
Nadia: La mia memoria è l’unica cosa che mi abbia mai resa speciale…
Chase: Sei vuoi essere speciale, sarai sempre condannata alla solitudine. [Lascia le pillole tolte dal contenitore sul vassoio ed esce dalla stanza]
E’ un sentimento che conosco molto bene – e realizzare che la cosa che ci fa sentire speciali è tanto una malattia quanto una cosa che distrugge il resto della nostra vita è una realizzazione estremamente importante.
Quando si è nel pieno dell’anoressia, è facile dimenticare che la restrizione alimentare non è un qualcosa che ci rende davvero speciali. È semplicemente un qualcosa che ci rende malate. Ma siamo solo noi a non capirlo. In fin dei conti, una delle cose più frustranti dell’anoressia è che quando si è nel pieno della malattia non ci si rende conto che questo nostro “sentirsi speciali” – l’unica cosa di cui ci si sente orgogliose, l’unica cosa che sembra essere in grado di dare un senso alla nostra vita – non è in realtà niente di così speciale. È semplicemente uno dei sintomi di una malattia.
Questo “sentirsi speciali” costituisce uno dei maggiori ostacoli all’intraprendere un percorso di ricovero. Perché pur riuscendo successivamente a razionalizzare l’anoressia come una malattia, permane sempre la sensazione che questa fosse l’unica cosa in grado di renderci speciali. In fin dei conti, web e riviste pullulano di diete che la maggior parte delle persone non riesce a seguire. E invece noi siamo brave a farlo, e questo ci illude di essere in qualche modo speciali.
In realtà, però, quello che ci rende veramente speciali è la decisione d’intraprendere la strada del ricovero. L’anoressia ci impedisce di vivere a pieno, e combatterla significa darci una possibilità di relazionarci davvero con il resto del mondo e di raggiungere un equilibrio più stabile e sano. In fin dei conti, ci sono solo 2 possibilità: combattere contro l’anoressia, o morire per lo più per quelle che sono le complicanze fisiche dell’anoressia. Certo, l’illusione di essere speciali indotta dall’anoressia è molto potente e permane a lungo. Se non si restringe l’alimentazione, che resta? Ci si sente come se non valessimo più niente. E così, anche se l’anoressia alla fin fine devasta la nostra vita, si esita a fare un cambiamento perché si ha paura che si torni ad essere insignificanti, prive dell’unica cosa che pensavamo ci rendesse speciali.
Ma, ragazze, noi non siamo speciali perché abbiamo una malattia. Siamo speciali nel momento in cui decidiamo di opporci a quella malattia e al suo pattern erroneo di pensieri. Siamo speciali quando decidiamo di affrontare la nostra vita di petto, con tutte le sue difficoltà, le sue sfide… pur essendo “semplicemente” persone “normali”.
P.S.= Ringrazio di cuore tutte le meravigliose ragazze che mi hanno chiesto come sta andando la mia ricerca del nuovo appartamento... Le acque si sono notevolmente smosse in questi ultimi giorni, ma non vorrei cantare vittoria troppo presto... vi terrò informate al riguardo, ovviamente, grazie infinite per la vostra gentilezza, siete meravigliose!...
La trama (molto in breve): la paziente dell’episodio è una cameriera (Nadia) che ha una memoria assolutamente straordinaria, e il team di medici del dottor House cerca di capirne le motivazioni, e cerca di capire come questa “super-memoria” possa essere correlata agli altri sintomi presentati dalla donna. La diagnosi che viene fatta è che questa speciale memoria sia una sorta di forma di OCD (DOC) secondario ad una mutazione genetica. Dopo che la paziente è stata messa al corrente della diagnosi, uno dei dottori (Chase) entra nella sua stanza per parlare con lei. Qui si svolge il seguente dialogo:
Chase: Hai detto che non hai avuto la possibilità di scegliere di essere quel che sei. Adesso, ce l’hai. [Tira fuori un piccolo contenitore di SSRI]. Questi si sono dimostrati efficaci nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi.
Nadia: Intendi dire che assumendoli perderò la mia memoria?
Chase: Non del tutto… Avrai una memoria come quella della maggior parte della gente.
Nadia: La mia memoria è l’unica cosa che mi abbia mai resa speciale…
Chase: Sei vuoi essere speciale, sarai sempre condannata alla solitudine. [Lascia le pillole tolte dal contenitore sul vassoio ed esce dalla stanza]
E’ un sentimento che conosco molto bene – e realizzare che la cosa che ci fa sentire speciali è tanto una malattia quanto una cosa che distrugge il resto della nostra vita è una realizzazione estremamente importante.
Quando si è nel pieno dell’anoressia, è facile dimenticare che la restrizione alimentare non è un qualcosa che ci rende davvero speciali. È semplicemente un qualcosa che ci rende malate. Ma siamo solo noi a non capirlo. In fin dei conti, una delle cose più frustranti dell’anoressia è che quando si è nel pieno della malattia non ci si rende conto che questo nostro “sentirsi speciali” – l’unica cosa di cui ci si sente orgogliose, l’unica cosa che sembra essere in grado di dare un senso alla nostra vita – non è in realtà niente di così speciale. È semplicemente uno dei sintomi di una malattia.
Questo “sentirsi speciali” costituisce uno dei maggiori ostacoli all’intraprendere un percorso di ricovero. Perché pur riuscendo successivamente a razionalizzare l’anoressia come una malattia, permane sempre la sensazione che questa fosse l’unica cosa in grado di renderci speciali. In fin dei conti, web e riviste pullulano di diete che la maggior parte delle persone non riesce a seguire. E invece noi siamo brave a farlo, e questo ci illude di essere in qualche modo speciali.
In realtà, però, quello che ci rende veramente speciali è la decisione d’intraprendere la strada del ricovero. L’anoressia ci impedisce di vivere a pieno, e combatterla significa darci una possibilità di relazionarci davvero con il resto del mondo e di raggiungere un equilibrio più stabile e sano. In fin dei conti, ci sono solo 2 possibilità: combattere contro l’anoressia, o morire per lo più per quelle che sono le complicanze fisiche dell’anoressia. Certo, l’illusione di essere speciali indotta dall’anoressia è molto potente e permane a lungo. Se non si restringe l’alimentazione, che resta? Ci si sente come se non valessimo più niente. E così, anche se l’anoressia alla fin fine devasta la nostra vita, si esita a fare un cambiamento perché si ha paura che si torni ad essere insignificanti, prive dell’unica cosa che pensavamo ci rendesse speciali.
Ma, ragazze, noi non siamo speciali perché abbiamo una malattia. Siamo speciali nel momento in cui decidiamo di opporci a quella malattia e al suo pattern erroneo di pensieri. Siamo speciali quando decidiamo di affrontare la nostra vita di petto, con tutte le sue difficoltà, le sue sfide… pur essendo “semplicemente” persone “normali”.
P.S.= Ringrazio di cuore tutte le meravigliose ragazze che mi hanno chiesto come sta andando la mia ricerca del nuovo appartamento... Le acque si sono notevolmente smosse in questi ultimi giorni, ma non vorrei cantare vittoria troppo presto... vi terrò informate al riguardo, ovviamente, grazie infinite per la vostra gentilezza, siete meravigliose!...
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venerdì 17 giugno 2011
Freni al ricovero: Sentirsi normali
Continuando la serie di post che parlano di ciò che ci frena nel percorrere la strada del ricovero, quello che sto per scrivere è abbastanza strettamente correlato al mio ultimo post, ma non è proprio analogo, insomma, è abbastanza differente da meritare un post a se' stante.
Senza l’anoressia, ci si sente semplicemente “normali”
Nella maggior parte dei casi, la nostra altezza è normale. Prima di entrare nella spirale dell’anoressia, molto spesso anche il nostro peso è normale. Il che va benissimo, salvo il fatto che una delle principali ragioni che spinge nelle braccia di un DCA è proprio il fatto che non vogliamo sentirci “normali”. Vorremmo essere piuttosto speciali.
Come molti degli aspetti correlati all’anoressia, gran parte di questo processo inizia ben prima che il DCA tal quale abbia esordito. La maggior parte di noi, infatti, già dai tempi in cui andava a scuola elementare, sente il bisogno di essere “la migliore” quantomeno in ambito scolastico. Non per narcisismo, quanto piuttosto per competitività. Non c’è niente di male, in sé per sé, ad essere competitive, salvo che molto spesso questa competitività diventa “patologica” nel momento in cui, se non si è “le migliori”, allora ci si sente un fallimento totale e si rinuncia a tutto. Lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ricordo che da qualche parte avevo letto una frase che recitava: “Solo una persona può essere la migliore”, e ogni volta che mi dovevo sottoporre ad una prova di qualche tipo, mi chiedevo: “E dunque, perché quella persona non potrei essere IO?”.
Giusto qualche esempio personale per rendere meglio l’idea.
Per entrare a Medicina, la facoltà universitaria che frequento, è necessario passare un test d’ammissione, perché è a numero chiuso: nell’ateneo che frequento ci sono 200 posti, e quindi soltanto le 200 persone che ottengono i punteggi più alti vengono ammesse. Facendo questo test, realizzai 58.50 punti, e fui ammessa: 28esima nella graduatoria d’ammissione (anche se sono passati diversi anni, me lo ricordo ancora benissimo!). 28esima classificata. Per me fu devastante. Per settimane tutto quello a cui riuscii a pensare fu che ben 27 persone erano riuscite a fare il test d’ammissione meglio di me, ottenendo punteggi più elevati. Non aveva nessuna importanza il fatto che gli iscritti al test d’ammissione fossero circa 3000, e che quindi ci fossero state circa 2972 persone che avevano fatto peggio di me. Il punto era solo che io non ero stata la migliore. E quindi, nella mia distorta equazione mentale, significava che se non ero stata la migliore, allora non valevo niente.
Altro esempio, in ambito sportivo. Qualche anno fa, io e gli altri ragazzi che fanno karate insieme a me, facemmo una “gara interna” di kumite (combattimento). Sebbene questa gara non avesse alcuna valenza (era giusto “un’amichevole”, per intendersi), e sebbene tutti i miei compagni di squadra fossero brave persone, e che sapevo già non avrebbero fatto pesare a nessuno la sconfitta, io ero comunque terrorizzata dall’idea di non poter vincere. Non lo feci, in effetti. Mi classificai seconda, ci rimasi estremamente male, ed andai nello spogliatoio pienamente convinta che solo un colpo di fortuna mi avesse salvato dall’arrivare ultima. Non avevo vinto, questo era tutto ciò su cui ero focalizzata, tutto ciò che importava. Bianco o nero. Mentalità dicotomica.
Quello che ci succede nel DCA, in definitiva, è un qualcosa di estremamente simile: quello che ci spinge a vincere non è la gioia della vittoria, ma la paura della sconfitta. E questo è una diretta conseguenza del perfezionismo strettamente correlato all’anoressia stessa. Ovviamente l’anoressia non è solo perfezionismo – ma le due cose sono spesso fortemente legate tra loro.
Ecco, l’anoressia ci fa sentire speciali, in un certo qual modo. Ci fa sentire come se fossimo “le migliori” quando riusciamo a restringere l’alimentazione, perché è un qualcosa che la stragrande maggioranza della gente non riesce a fare. Se qualsiasi cosa va storta, ci barrichiamo in una restrizione ancora più serrata. Per dimostrare (a noi stesse??!) che c’è comunque un campo in cui possiamo far andare tutto dritto perchè siamo “le migliori”, lì. Perché ci sembra che, se non ci fosse l’anoressia, saremo semplicemente “normali”. E la normalità è una qualcosa che non correla bene con una mentalità di tipo perfezionistico e competitivo. La ricerca dell’anoressia non ha molto a che fare con la ricerca della magrezza, è piuttosto una ricerca del sentirsi speciali. Perché se si riesce a controllare tutto – come l’anoressia c’illude di poter fare – allora questo vuol dire “per forza” che siamo speciali.
Percorrere la strada del ricovero, ovviamente, significa in prima battuta mangiare correttamente e riprendere peso. Significa cercare di distaccarsi dai pensieri distorti che l’anoressia mette in testa. Ed è qui che il gioco si fa duro. Perchè l’anoressia ti convince che quello che dice è la verità. Perché non è affatto facile staccarsi di dosso la sensazione di “specialità” che l’anoressia conferiva. Perché liberarsi di un asso nella manica formidabile come l’anoressia, di un qualcosa che per la prima volta nella nostra vita ci ha fatto sentire davvero speciali, per ripiombare in quella normalità che avevamo proprio con l’anoressia cercato di evadere? È estremamente difficile accettare il nostro essere “normali”, e che quest’essere “normale” va comunque bene, dopo aver trascorso anni ed anni con la convinzione che o si è “le migliori”, o non si è niente. Certo, razionalmente sappiamo benissimo che non è essere “la migliore” che ci rende speciali, e non lo è nemmeno la restrizione alimentare… si è speciali perché siamo noi stesse, uniche ed irripetibili, anche se si è “normali”. Emotivamente, però, accettare la cosa richiede molto più tempo. Eppure, è proprio l’essere “normali” che ci rende speciali: perché combattere contro l’anoressia ed accettare il rischio di ricominciare a vivere giorno dopo giorno pur essendo persone “normali”, è davvero un qualcosa di speciale. Del resto, è quando il gioco si fa duro che le dure iniziano a giocare, no?!
Senza l’anoressia, ci si sente semplicemente “normali”
Nella maggior parte dei casi, la nostra altezza è normale. Prima di entrare nella spirale dell’anoressia, molto spesso anche il nostro peso è normale. Il che va benissimo, salvo il fatto che una delle principali ragioni che spinge nelle braccia di un DCA è proprio il fatto che non vogliamo sentirci “normali”. Vorremmo essere piuttosto speciali.
Come molti degli aspetti correlati all’anoressia, gran parte di questo processo inizia ben prima che il DCA tal quale abbia esordito. La maggior parte di noi, infatti, già dai tempi in cui andava a scuola elementare, sente il bisogno di essere “la migliore” quantomeno in ambito scolastico. Non per narcisismo, quanto piuttosto per competitività. Non c’è niente di male, in sé per sé, ad essere competitive, salvo che molto spesso questa competitività diventa “patologica” nel momento in cui, se non si è “le migliori”, allora ci si sente un fallimento totale e si rinuncia a tutto. Lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ricordo che da qualche parte avevo letto una frase che recitava: “Solo una persona può essere la migliore”, e ogni volta che mi dovevo sottoporre ad una prova di qualche tipo, mi chiedevo: “E dunque, perché quella persona non potrei essere IO?”.
Giusto qualche esempio personale per rendere meglio l’idea.
Per entrare a Medicina, la facoltà universitaria che frequento, è necessario passare un test d’ammissione, perché è a numero chiuso: nell’ateneo che frequento ci sono 200 posti, e quindi soltanto le 200 persone che ottengono i punteggi più alti vengono ammesse. Facendo questo test, realizzai 58.50 punti, e fui ammessa: 28esima nella graduatoria d’ammissione (anche se sono passati diversi anni, me lo ricordo ancora benissimo!). 28esima classificata. Per me fu devastante. Per settimane tutto quello a cui riuscii a pensare fu che ben 27 persone erano riuscite a fare il test d’ammissione meglio di me, ottenendo punteggi più elevati. Non aveva nessuna importanza il fatto che gli iscritti al test d’ammissione fossero circa 3000, e che quindi ci fossero state circa 2972 persone che avevano fatto peggio di me. Il punto era solo che io non ero stata la migliore. E quindi, nella mia distorta equazione mentale, significava che se non ero stata la migliore, allora non valevo niente.
Altro esempio, in ambito sportivo. Qualche anno fa, io e gli altri ragazzi che fanno karate insieme a me, facemmo una “gara interna” di kumite (combattimento). Sebbene questa gara non avesse alcuna valenza (era giusto “un’amichevole”, per intendersi), e sebbene tutti i miei compagni di squadra fossero brave persone, e che sapevo già non avrebbero fatto pesare a nessuno la sconfitta, io ero comunque terrorizzata dall’idea di non poter vincere. Non lo feci, in effetti. Mi classificai seconda, ci rimasi estremamente male, ed andai nello spogliatoio pienamente convinta che solo un colpo di fortuna mi avesse salvato dall’arrivare ultima. Non avevo vinto, questo era tutto ciò su cui ero focalizzata, tutto ciò che importava. Bianco o nero. Mentalità dicotomica.
Quello che ci succede nel DCA, in definitiva, è un qualcosa di estremamente simile: quello che ci spinge a vincere non è la gioia della vittoria, ma la paura della sconfitta. E questo è una diretta conseguenza del perfezionismo strettamente correlato all’anoressia stessa. Ovviamente l’anoressia non è solo perfezionismo – ma le due cose sono spesso fortemente legate tra loro.
Ecco, l’anoressia ci fa sentire speciali, in un certo qual modo. Ci fa sentire come se fossimo “le migliori” quando riusciamo a restringere l’alimentazione, perché è un qualcosa che la stragrande maggioranza della gente non riesce a fare. Se qualsiasi cosa va storta, ci barrichiamo in una restrizione ancora più serrata. Per dimostrare (a noi stesse??!) che c’è comunque un campo in cui possiamo far andare tutto dritto perchè siamo “le migliori”, lì. Perché ci sembra che, se non ci fosse l’anoressia, saremo semplicemente “normali”. E la normalità è una qualcosa che non correla bene con una mentalità di tipo perfezionistico e competitivo. La ricerca dell’anoressia non ha molto a che fare con la ricerca della magrezza, è piuttosto una ricerca del sentirsi speciali. Perché se si riesce a controllare tutto – come l’anoressia c’illude di poter fare – allora questo vuol dire “per forza” che siamo speciali.
Percorrere la strada del ricovero, ovviamente, significa in prima battuta mangiare correttamente e riprendere peso. Significa cercare di distaccarsi dai pensieri distorti che l’anoressia mette in testa. Ed è qui che il gioco si fa duro. Perchè l’anoressia ti convince che quello che dice è la verità. Perché non è affatto facile staccarsi di dosso la sensazione di “specialità” che l’anoressia conferiva. Perché liberarsi di un asso nella manica formidabile come l’anoressia, di un qualcosa che per la prima volta nella nostra vita ci ha fatto sentire davvero speciali, per ripiombare in quella normalità che avevamo proprio con l’anoressia cercato di evadere? È estremamente difficile accettare il nostro essere “normali”, e che quest’essere “normale” va comunque bene, dopo aver trascorso anni ed anni con la convinzione che o si è “le migliori”, o non si è niente. Certo, razionalmente sappiamo benissimo che non è essere “la migliore” che ci rende speciali, e non lo è nemmeno la restrizione alimentare… si è speciali perché siamo noi stesse, uniche ed irripetibili, anche se si è “normali”. Emotivamente, però, accettare la cosa richiede molto più tempo. Eppure, è proprio l’essere “normali” che ci rende speciali: perché combattere contro l’anoressia ed accettare il rischio di ricominciare a vivere giorno dopo giorno pur essendo persone “normali”, è davvero un qualcosa di speciale. Del resto, è quando il gioco si fa duro che le dure iniziano a giocare, no?!
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domenica 16 novembre 2008
Siamo tutte speciali
Lo so che può sembrare una frase tratta da un libro di favole per bambini, ma è assolutamente vero. Perciò, ascoltatemi un attimo.
Molto spesso all’anoressia è associata la sensazione di “essere speciale”. Potrei scriverci un libro, credo. Quando si restringe ci si sente “speciali”. E questa è una delle principali ragioni per cui scegliere di ricoverarsi fa così tanta paura. Anch’io ho avuto a lungo questo timore. Anche se mi rendevo conto che, alla fin fine, l’anoressia non mi avrebbe portata da nessuna parte, restringere continuava a farmi stare bene sul momento, mi faceva sentire forte, in controllo, soddisfatta, più sicura di me stessa… sì, mi faceva sentire “speciale”. Perciò avevo paura di perdere questo mio sentirmi “speciale”, questo qualcosa che mi faceva sentire di essere davvero qualcuno, questo sentimento di onnipotenza così profondamente radicato in me.
Il punto è, ragazze, che siamo tutte speciali. Siamo sempre speciali. Siamo speciali comunque. Il nostro essere “speciali” non muore insieme al DCA, deve solo essere riapplicato, riassegnato a qualcosa che vale veramente questo sentimento.
Perchè le ossa che sporgono sono speciali? Perché la restrizione è speciale? Perché l’attività fisica compulsava è speciale? Perché sentirsi in controllo e privarci del cibo giorno dopo giorno è speciale? Perché l’auto-sabotaggio è speciale? Ma davvero distruggere noi stesse, farci del male, odiarci così, ci rende speciali?? È un inganno. Credetemi. Lo è.
Depressione. Morte. Stanchezza. Dolore. Disperazione. Confusione. Ansia. Senso di colpa. Vuoto. Tutti i tipici sentimenti legati ai DCA. Da quando queste cose sono diventate speciali? Intendo, davvero speciali? Davvero sono queste le cose che vi fanno sentire speciali?
La vostra missione, se scegliete di accettarla (così come la mia, del resto, visto che sono qui che giorno dopo giorno combatto insieme a voi) è: SCOPRIRE quello che REALMENTE ci rende speciali. Provate a scrivere, magari cominciando proprio dal commento che, se vi va, potete lasciare a questo post: “Sono speciale perché…” … e guardate cosa ne viene fuori.
Perchè, ve lo assicuro – ci sono mille e mille cose per cui potete a ragione considerarvi speciali. Ma, ragazze, non siamo speciali perchè abbiamo un disturbo alimentare.
Molto spesso all’anoressia è associata la sensazione di “essere speciale”. Potrei scriverci un libro, credo. Quando si restringe ci si sente “speciali”. E questa è una delle principali ragioni per cui scegliere di ricoverarsi fa così tanta paura. Anch’io ho avuto a lungo questo timore. Anche se mi rendevo conto che, alla fin fine, l’anoressia non mi avrebbe portata da nessuna parte, restringere continuava a farmi stare bene sul momento, mi faceva sentire forte, in controllo, soddisfatta, più sicura di me stessa… sì, mi faceva sentire “speciale”. Perciò avevo paura di perdere questo mio sentirmi “speciale”, questo qualcosa che mi faceva sentire di essere davvero qualcuno, questo sentimento di onnipotenza così profondamente radicato in me.
Il punto è, ragazze, che siamo tutte speciali. Siamo sempre speciali. Siamo speciali comunque. Il nostro essere “speciali” non muore insieme al DCA, deve solo essere riapplicato, riassegnato a qualcosa che vale veramente questo sentimento.
Perchè le ossa che sporgono sono speciali? Perché la restrizione è speciale? Perché l’attività fisica compulsava è speciale? Perché sentirsi in controllo e privarci del cibo giorno dopo giorno è speciale? Perché l’auto-sabotaggio è speciale? Ma davvero distruggere noi stesse, farci del male, odiarci così, ci rende speciali?? È un inganno. Credetemi. Lo è.
Depressione. Morte. Stanchezza. Dolore. Disperazione. Confusione. Ansia. Senso di colpa. Vuoto. Tutti i tipici sentimenti legati ai DCA. Da quando queste cose sono diventate speciali? Intendo, davvero speciali? Davvero sono queste le cose che vi fanno sentire speciali?
La vostra missione, se scegliete di accettarla (così come la mia, del resto, visto che sono qui che giorno dopo giorno combatto insieme a voi) è: SCOPRIRE quello che REALMENTE ci rende speciali. Provate a scrivere, magari cominciando proprio dal commento che, se vi va, potete lasciare a questo post: “Sono speciale perché…” … e guardate cosa ne viene fuori.
Perchè, ve lo assicuro – ci sono mille e mille cose per cui potete a ragione considerarvi speciali. Ma, ragazze, non siamo speciali perchè abbiamo un disturbo alimentare.
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