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lunedì 24 novembre 2008
Dirigere la rabbia
La rabbia non è necessariamente un qualcosa di negativo. Quando vi sentite giù di morale, quando state vivendo una “giornata-NO”, quando state male, quando vi sentite impotenti e frustrate, quando vi sentite sole e con le spalle al muro, o avete avuto un’altra ricaduta – arrabbiatevi. Semplicemente, infuriatevi.
Ma non arrabbiatevi con voi stesse.
Arrabbiatevi con il vostro disturbo alimentare.
Non rendete voi stesse il bersaglio di tutta la vostra negatività e la vostra frustrazione. Lasciate che lo sia il DCA.
Perchè rimproverare voi stesse per la confusione, per gli errori, per non essere state capaci di fare ciò che desideravate?
Il vostro DCA è il problema. Non voi.
Perciò, combattete. Combattete contro il DCA. Non contro voi stesse.
Voi siete il pilastro. Voi siete il buono. Non fatevi del male distruggendovi lentamente.
Non dovete sempre sentirvi in dovere di reprimere quella rabbia, di nascondere le vostre sensazioni, i vostri istinti, le vostre emozioni negative. Dovete semplicemente incanalarle in una direzione differente, che non sia quella del cibo e del corpo. Affrontate l’anoressia, colpitela e continuate a sparare. Usate quella rabbia che avreste rivolto contro voi stesse, invece contro il DCA.
La rabbia non è necessariamente una brutta cosa. Basta che la usiate a vostro vantaggio. E avete tutte la potenzialità di farlo e di riuscirci.
Ma non arrabbiatevi con voi stesse.
Arrabbiatevi con il vostro disturbo alimentare.
Non rendete voi stesse il bersaglio di tutta la vostra negatività e la vostra frustrazione. Lasciate che lo sia il DCA.
Perchè rimproverare voi stesse per la confusione, per gli errori, per non essere state capaci di fare ciò che desideravate?
Il vostro DCA è il problema. Non voi.
Perciò, combattete. Combattete contro il DCA. Non contro voi stesse.
Voi siete il pilastro. Voi siete il buono. Non fatevi del male distruggendovi lentamente.
Non dovete sempre sentirvi in dovere di reprimere quella rabbia, di nascondere le vostre sensazioni, i vostri istinti, le vostre emozioni negative. Dovete semplicemente incanalarle in una direzione differente, che non sia quella del cibo e del corpo. Affrontate l’anoressia, colpitela e continuate a sparare. Usate quella rabbia che avreste rivolto contro voi stesse, invece contro il DCA.
La rabbia non è necessariamente una brutta cosa. Basta che la usiate a vostro vantaggio. E avete tutte la potenzialità di farlo e di riuscirci.
domenica 9 novembre 2008
Titti e Silvestro
Riguardando vecchie fotografie, oggi mi sono capitate tra le mani anche quelle scattate durante il mio terzo ricovero. Così ho notato che sulla faccia interna della porta della mia camera della clinica in cui stavo, c’era appeso un poster. Un poster di Titti e Silvestro, il canarino giallo e il gatto che progetta sempre di mangiarlo senza riuscirci mai, avete presente?! Sul momento non gli dedicai molta attenzione, ma riguardando quelle fotografie adesso, mi fa un po’ strano quel poster allegro e variopinto che raffigura gatto ed uccellino in quella stanza spenta. Non era un poster che avevo appeso io. L’avevo trovato quando ero arrivata, e l’avevo lasciato lì. Era un periodo in cui ero abbastanza indifferente a ciò che mi circondava. Eppure, oggi, mi sono sorpresa a ritornare più volte con lo sguardo sulla foto di quel poster. Quel poster raffigura Titti che, dentro la sua gabbietta dorata, si dondola sulla sua piccola altalena e ride di Silvestro che, accucciato sul pavimento e con aria arrabbiata, non riesce evidentemente a raggiungere la voliera. I colori sono sgargianti, è l’unica cosa che dà un tocco di vita alla stanza, e sebbene stoni, all’improvviso mi rendo conto del perché oggi quella fotografia abbia attirato tanto la mia attenzione.
Io, in quel momento, ero come Titti. Forse è proprio per questo che, durante quel ricovero, non ho tolto quel poster dalla porta: perché, a suo modo, parlava di me. E, ragazze, pensateci un momento: non è forse vero che, in fin dei conti, quel poster parla di tutte noi? Noi siamo come Titti che, inseguita da Silvestro, si rinchiude velocemente nella sua gabbietta dorata per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù ride e guarda con sufficienza ciò che dal basso la minaccia. Da lassù è sicura di avere un controllo totale, a trecentosessanta gradi del mondo sottostante. Però, nonostante Titti se la rida, sta dentro una gabbia. Una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia. E non può uscirne, ovviamente, perché questo potrebbe esserle fatale, dato Silvestro in agguato. Infatti, se uscisse dovrebbe proprio fare i conti con ciò da cui si era messa al riparo. Ecco, forse è così anche per noi. Forse è così anche per l’anoressia: rifugiarsi in questa malattia può consentire di sfuggire ai pericoli, alle minacce, ai dolori che rendono intollerabile la vita, in nome di un ideale di distacco e di autonomia assoluta. Forse noi ci siamo rinchiuse nelle nostre gabbie dorate illudendoci di essere al sicuro dalle difficoltà che non riuscivamo ad affrontare, ma siamo costrette a guardare dalle sbarre – come quelle che c’erano alla finestra della clinica – il mondo circostante, la vita che continua a scorrere, un mondo e una vita da cui ci siamo escluse per non soccombere. E forse non è un caso neanche se il nemico di Titti è Silvestro. Se il nemico di Titti è qualcuno che vuole mangiarla.
Ma, ragazze, quella gabbietta non è la vita. È solo un simulacro di vita. Lì dentro possiamo sopravvivere, ma non vivere davvero. Quello di cui non ci rendiamo conto è che, come Titti, noi abbiamo delle ali. E che, perciò, aprire la porta di quella gabbietta non significa necessariamente precipitare nelle fauci spalancate di Silvestro: significa anche spiegare le ali e volare via da quello che oggi ci fa paura. Ciò non significa che dobbiamo immediatamente aprire la porta e slanciarci nel vuoto: bisogna prima avere la ragionevole sicurezza che le ali ci sorreggano. Perciò, ragazze, prendiamoci pure tutto il tempo necessario per guarire le nostre ferite e calmare le nostre paure. Non è un processo immediato ed uguale per tutte. Ma poi apriamo quella porta e voliamo.
Volare è possibile. Lo è per tutte voi. Se soltanto lo volete, le vostre ali possono diventare forti abbastanza per farlo.
Volevo solo che lo sapeste…
Io, in quel momento, ero come Titti. Forse è proprio per questo che, durante quel ricovero, non ho tolto quel poster dalla porta: perché, a suo modo, parlava di me. E, ragazze, pensateci un momento: non è forse vero che, in fin dei conti, quel poster parla di tutte noi? Noi siamo come Titti che, inseguita da Silvestro, si rinchiude velocemente nella sua gabbietta dorata per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù ride e guarda con sufficienza ciò che dal basso la minaccia. Da lassù è sicura di avere un controllo totale, a trecentosessanta gradi del mondo sottostante. Però, nonostante Titti se la rida, sta dentro una gabbia. Una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia. E non può uscirne, ovviamente, perché questo potrebbe esserle fatale, dato Silvestro in agguato. Infatti, se uscisse dovrebbe proprio fare i conti con ciò da cui si era messa al riparo. Ecco, forse è così anche per noi. Forse è così anche per l’anoressia: rifugiarsi in questa malattia può consentire di sfuggire ai pericoli, alle minacce, ai dolori che rendono intollerabile la vita, in nome di un ideale di distacco e di autonomia assoluta. Forse noi ci siamo rinchiuse nelle nostre gabbie dorate illudendoci di essere al sicuro dalle difficoltà che non riuscivamo ad affrontare, ma siamo costrette a guardare dalle sbarre – come quelle che c’erano alla finestra della clinica – il mondo circostante, la vita che continua a scorrere, un mondo e una vita da cui ci siamo escluse per non soccombere. E forse non è un caso neanche se il nemico di Titti è Silvestro. Se il nemico di Titti è qualcuno che vuole mangiarla.
Ma, ragazze, quella gabbietta non è la vita. È solo un simulacro di vita. Lì dentro possiamo sopravvivere, ma non vivere davvero. Quello di cui non ci rendiamo conto è che, come Titti, noi abbiamo delle ali. E che, perciò, aprire la porta di quella gabbietta non significa necessariamente precipitare nelle fauci spalancate di Silvestro: significa anche spiegare le ali e volare via da quello che oggi ci fa paura. Ciò non significa che dobbiamo immediatamente aprire la porta e slanciarci nel vuoto: bisogna prima avere la ragionevole sicurezza che le ali ci sorreggano. Perciò, ragazze, prendiamoci pure tutto il tempo necessario per guarire le nostre ferite e calmare le nostre paure. Non è un processo immediato ed uguale per tutte. Ma poi apriamo quella porta e voliamo.
Volare è possibile. Lo è per tutte voi. Se soltanto lo volete, le vostre ali possono diventare forti abbastanza per farlo.
Volevo solo che lo sapeste…
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lunedì 13 ottobre 2008
Più sottile del mal sottile
Ecco qua un qualcosa che ho scritto circa tre anni fa... Una specie di racconto breve, non saprei come definirlo... Un qualcosa che forse parla di me, ma forse anche di voi...
PIU' SOTTILE DEL MAL SOTTILE
Più sottile del mal sottile, più esotico del mal celtico, più oscuro del male oscuro.
Segna i nostri tempi androidi col rosso e blu della costanza d’errore, prende le forme tenere di adolescenti e si diverte, con passione e precisione, a cancellarle tratto a tratto, deformando e corrompendo fino a distruggere.
Anoressia è la definizione scientifica: un nome per un tempo, onomastica fuori dal tempo al male di vivere.
Un male di cui non sempre si muore, più spesso il destino individuale ce lo mette a fianco, moderno “fiore in bocca” indicandocelo nel tempo futuro come costante, fedele compagno. Già, di anoressia si vive, divorando se stessi a bocconi avidi e imparando, poi, a mantenere quel poco che serve a continuare la missione prometeica di ricostruire il corpo “infame” per poter tornare a divorarlo.
Una promessa d’amore per chi d’amore ha fame costante, un puzzle inventato con la follia di mescolare sempre i pezzi, ogni volta che la soluzione sembra vicina, castelli di sabbia sulla riva di un mare in tempesta.
Stella ha, oggi, vent’anni: magre braccia d’aquila, gambe sottili di stambecco, i lisci capelli biondi a caschetto nascondono uno sguardo triste d’acqua stagnante.
Stella abita in Toscana e vive di anoressia da quasi quattro: ha una famiglia, un fratello, frequenta la scuola, ha amici, né bella, né brutta, intelligente, ambiziosa, una vocazione alla scrittura, affida a fogli di carta le sue emozioni.
Ma non è psicoterapia: quella, Stella, scettica di natura, fiduciosa per convenienza, la lascia ai medici, alle ore scandite dall’orologio, agli ambienti odorosi di malattia.
Ha conosciuto tutte le fasi dell’anoressia: dal cibo limitato per entrare nella taglia trentasei, al cibo rifiutato per lasciare la sua taglia, all’esasperante autocontrollo per corrodere la voglia di cibo, alla forbice sulla carne per portare via quei brandelli di vita che, no, proprio no, non la volevano lasciare.
E da magro uccellino, caduto da un nido affettuoso ma, forse, improprio, Stella si è trasformata nella streghetta rinsecchita delle favole per bambini e solo allora quando lo specchio le ha restituito un’immagine di sé pari ai suoi incubi (o sogni?) più segreti, ha deciso di dar sfogo alla memoria e di provare a risalire col peso dei suoi trentacinque chili di fatica di vivere la china della sua esistenza.
“Continuo a pensare a ciò che è stato e ciò che è, continuo ad accendere una sigaretta dopo l’altra, forse la mia bocca ha bisogno di poter fare qualcosa. Di distruttivo? Sono così brutti quei ricordi, il cibo poi lo studio, che altro manca nella mia vita, l’amore forse? Non credo proprio, ne ho dato abbastanza anche a me stessa; potevano distruggermi gli altri rendendomi invisibile, invece il mio di amore mi ha permesso di essere qui ora. Non mi sento vecchia, solo tanto stanca”.
Non mi sento vecchia… Stella ha vent’anni: non era l’età della gioia? Interrogativo su cui fermare l’attenzione, in questo mondo – non “L’America”, non la carta stagnola delle povere hollywood da telenovelas, ma qui, oggi, accanto a noi, nell’Italia che ci ostiniamo a raccontare a misura d’uomo - che corre dietro al correre dietro, che dimentica il senso di una vita fatta di lenti gradini che salgono in gioiosa progressione e di lenti gradini che scendono in naturale conclusione.
Il tempo delle madri non schiave e dei padri non padroni diventa, per curiosa miseria, il tempo dei figli in fame.
“Ricordo mio padre quando diceva: ‘Non fare tutto subito, assapora ciò che fai’. Ho sbagliato tutto, ho talmente assaporato tutto che ora il mio odorato non sa più cosa sentire. Vedo il sole rosso al tramonto, sento il vento abbattersi contro gli alberi, sento che sto male, a volte sento anche la gioia, ma ancora non sono riuscita a sentire il profumo del mio corpo, del mio piccolo inutile corpo. Mi sono accorta che da tempo non indosso più l’orologio, e va bene così, non voglio vedere il tempo che passa, le lancette sono come frecce, mi basta vedere il buio e la luce”.
Ogni parola è una sferzata all’indifferenza, ogni parola è un atto di accusa contro un mondo ostile che ammassa e cataloga. Generazione X, l’hanno chiamata, ma chi l’ha spinta sull’alfabetiere della vita per precipitare fino all’anonimo di una lettera scomoda? Generazione sparita: Stella cerca di sparire eppure s’aggrappa alla balaustra incerta del suo Titanic, sperando in mani solide che la sostengano.
“Pochi giorni fa un coltello tagliente mi ha sfiorato… ho imparato a definire la gente che mi circonda come un coltello tagliente. Che dolore, che ansia, che voglia di leggere la scritta the end. Ho sete, ma non posso bere, il mio cervello lavorerebbe troppo per farmi arrivare in cucina. E per fare cosa, poi? Bere? Riempire di nuovo lo stomaco, anzi continuare a riempirlo? Mi sento già tanto piena, delle volte anche quando non tocco cibo da giorni… questo è uno dei momenti in cui sento di avere il mondo nelle mani, farei qualsiasi cosa, riparerei qualsiasi errore. Non mi sento più di scrivere, ho voglia di guardarmi intorno, osservare ciò che mi circonda”.
Stella ha bisogno di capire, non dai camici bianchi, né in asettici laboratori d’analisi, cos’è questo male che ha dentro, ha bisogno di confrontarsi con la vita, per capire il suo essere donna. Donna: elemento vitalistico, colla forte delle maglie della catena della natura, sfida gioiosa e aggressiva, bella del proprio coraggio, lontano dal senso incombente di distruzione e catastrofe.
“Che grande vita, che vita piena di sorprese è la mia… qualcosa può cambiare in questo immenso groviglio di odio, amore, sofferenza e gioia. Bere, berrei all’infinito per osservare il mondo in un’ottica diversa. La battaglia è in atto, ma non so contro chi combattere. Non esistono nemici, gli unici nemici siamo noi, il nemico, se lo conoscessi, me lo farei amico. E, invece, combatto, spudoratamente. E non c’è sangue, non c’è ferita, solo dolore”.
“Girotondo” così Stella definisce la sua vita, un girotondo che a tratti accelera, a tratti rallenta il suo vortice invitandola a fermarsi, a riflettere, ad accettare la vita così come è, “senz’altri patti”, come scriveva il poeta: “Un giorno riprenderò la strada giusta, se giusto è ragionare come tutti gli altri che mi guardano con ostilità e pregiudizio, se giusto è ragionare come qualsiasi altra persona fecondata, vissuta in nove mesi di buio e poi nata alla luce. La luce? Sento solo la pioggia, acqua, H2O, mi bagna, mi perseguita, brucia…”.
Stella è soltanto il nome che la rapporta alla gente, che legittima la sua esistenza in questo mondo ma, dentro di sé, Stella esiste e appartiene al mondo, ingombrante come un regalo non richiesto e di cui, pure, non è facile disfarsi: domani sarà ancora nella sua personale trincea a cercare dagli altri, adulti, vaccinati alla vita, indifferenti alla morte, l’abracadabra che la porti di qua del suo specchio di spaventata Alice.
(Gennaio 2005)
PIU' SOTTILE DEL MAL SOTTILE
Più sottile del mal sottile, più esotico del mal celtico, più oscuro del male oscuro.
Segna i nostri tempi androidi col rosso e blu della costanza d’errore, prende le forme tenere di adolescenti e si diverte, con passione e precisione, a cancellarle tratto a tratto, deformando e corrompendo fino a distruggere.
Anoressia è la definizione scientifica: un nome per un tempo, onomastica fuori dal tempo al male di vivere.
Un male di cui non sempre si muore, più spesso il destino individuale ce lo mette a fianco, moderno “fiore in bocca” indicandocelo nel tempo futuro come costante, fedele compagno. Già, di anoressia si vive, divorando se stessi a bocconi avidi e imparando, poi, a mantenere quel poco che serve a continuare la missione prometeica di ricostruire il corpo “infame” per poter tornare a divorarlo.
Una promessa d’amore per chi d’amore ha fame costante, un puzzle inventato con la follia di mescolare sempre i pezzi, ogni volta che la soluzione sembra vicina, castelli di sabbia sulla riva di un mare in tempesta.
Stella ha, oggi, vent’anni: magre braccia d’aquila, gambe sottili di stambecco, i lisci capelli biondi a caschetto nascondono uno sguardo triste d’acqua stagnante.
Stella abita in Toscana e vive di anoressia da quasi quattro: ha una famiglia, un fratello, frequenta la scuola, ha amici, né bella, né brutta, intelligente, ambiziosa, una vocazione alla scrittura, affida a fogli di carta le sue emozioni.
Ma non è psicoterapia: quella, Stella, scettica di natura, fiduciosa per convenienza, la lascia ai medici, alle ore scandite dall’orologio, agli ambienti odorosi di malattia.
Ha conosciuto tutte le fasi dell’anoressia: dal cibo limitato per entrare nella taglia trentasei, al cibo rifiutato per lasciare la sua taglia, all’esasperante autocontrollo per corrodere la voglia di cibo, alla forbice sulla carne per portare via quei brandelli di vita che, no, proprio no, non la volevano lasciare.
E da magro uccellino, caduto da un nido affettuoso ma, forse, improprio, Stella si è trasformata nella streghetta rinsecchita delle favole per bambini e solo allora quando lo specchio le ha restituito un’immagine di sé pari ai suoi incubi (o sogni?) più segreti, ha deciso di dar sfogo alla memoria e di provare a risalire col peso dei suoi trentacinque chili di fatica di vivere la china della sua esistenza.
“Continuo a pensare a ciò che è stato e ciò che è, continuo ad accendere una sigaretta dopo l’altra, forse la mia bocca ha bisogno di poter fare qualcosa. Di distruttivo? Sono così brutti quei ricordi, il cibo poi lo studio, che altro manca nella mia vita, l’amore forse? Non credo proprio, ne ho dato abbastanza anche a me stessa; potevano distruggermi gli altri rendendomi invisibile, invece il mio di amore mi ha permesso di essere qui ora. Non mi sento vecchia, solo tanto stanca”.
Non mi sento vecchia… Stella ha vent’anni: non era l’età della gioia? Interrogativo su cui fermare l’attenzione, in questo mondo – non “L’America”, non la carta stagnola delle povere hollywood da telenovelas, ma qui, oggi, accanto a noi, nell’Italia che ci ostiniamo a raccontare a misura d’uomo - che corre dietro al correre dietro, che dimentica il senso di una vita fatta di lenti gradini che salgono in gioiosa progressione e di lenti gradini che scendono in naturale conclusione.
Il tempo delle madri non schiave e dei padri non padroni diventa, per curiosa miseria, il tempo dei figli in fame.
“Ricordo mio padre quando diceva: ‘Non fare tutto subito, assapora ciò che fai’. Ho sbagliato tutto, ho talmente assaporato tutto che ora il mio odorato non sa più cosa sentire. Vedo il sole rosso al tramonto, sento il vento abbattersi contro gli alberi, sento che sto male, a volte sento anche la gioia, ma ancora non sono riuscita a sentire il profumo del mio corpo, del mio piccolo inutile corpo. Mi sono accorta che da tempo non indosso più l’orologio, e va bene così, non voglio vedere il tempo che passa, le lancette sono come frecce, mi basta vedere il buio e la luce”.
Ogni parola è una sferzata all’indifferenza, ogni parola è un atto di accusa contro un mondo ostile che ammassa e cataloga. Generazione X, l’hanno chiamata, ma chi l’ha spinta sull’alfabetiere della vita per precipitare fino all’anonimo di una lettera scomoda? Generazione sparita: Stella cerca di sparire eppure s’aggrappa alla balaustra incerta del suo Titanic, sperando in mani solide che la sostengano.
“Pochi giorni fa un coltello tagliente mi ha sfiorato… ho imparato a definire la gente che mi circonda come un coltello tagliente. Che dolore, che ansia, che voglia di leggere la scritta the end. Ho sete, ma non posso bere, il mio cervello lavorerebbe troppo per farmi arrivare in cucina. E per fare cosa, poi? Bere? Riempire di nuovo lo stomaco, anzi continuare a riempirlo? Mi sento già tanto piena, delle volte anche quando non tocco cibo da giorni… questo è uno dei momenti in cui sento di avere il mondo nelle mani, farei qualsiasi cosa, riparerei qualsiasi errore. Non mi sento più di scrivere, ho voglia di guardarmi intorno, osservare ciò che mi circonda”.
Stella ha bisogno di capire, non dai camici bianchi, né in asettici laboratori d’analisi, cos’è questo male che ha dentro, ha bisogno di confrontarsi con la vita, per capire il suo essere donna. Donna: elemento vitalistico, colla forte delle maglie della catena della natura, sfida gioiosa e aggressiva, bella del proprio coraggio, lontano dal senso incombente di distruzione e catastrofe.
“Che grande vita, che vita piena di sorprese è la mia… qualcosa può cambiare in questo immenso groviglio di odio, amore, sofferenza e gioia. Bere, berrei all’infinito per osservare il mondo in un’ottica diversa. La battaglia è in atto, ma non so contro chi combattere. Non esistono nemici, gli unici nemici siamo noi, il nemico, se lo conoscessi, me lo farei amico. E, invece, combatto, spudoratamente. E non c’è sangue, non c’è ferita, solo dolore”.
“Girotondo” così Stella definisce la sua vita, un girotondo che a tratti accelera, a tratti rallenta il suo vortice invitandola a fermarsi, a riflettere, ad accettare la vita così come è, “senz’altri patti”, come scriveva il poeta: “Un giorno riprenderò la strada giusta, se giusto è ragionare come tutti gli altri che mi guardano con ostilità e pregiudizio, se giusto è ragionare come qualsiasi altra persona fecondata, vissuta in nove mesi di buio e poi nata alla luce. La luce? Sento solo la pioggia, acqua, H2O, mi bagna, mi perseguita, brucia…”.
Stella è soltanto il nome che la rapporta alla gente, che legittima la sua esistenza in questo mondo ma, dentro di sé, Stella esiste e appartiene al mondo, ingombrante come un regalo non richiesto e di cui, pure, non è facile disfarsi: domani sarà ancora nella sua personale trincea a cercare dagli altri, adulti, vaccinati alla vita, indifferenti alla morte, l’abracadabra che la porti di qua del suo specchio di spaventata Alice.
(Gennaio 2005)
domenica 14 settembre 2008
Lettera all'anoressia
Questa è una cosa che ho scritto alcuni mesi fa quando, distaccandomi oggettivamente dal sintomo, mi sono accorta quanto mi aveva promesso di darmi, e quanto invece mi ha tolto, senza restituirmelo.
Cara anoressia,
in realtà non sei affatto “cara”. E neanche semplicemente “anoressia”. Sei l’infernale compagna che ritrovo nel mio letto ogni mattina, ma non ti lasci stringere. Perché adesso mi hai già stretta nella tua morsa, e sono io quella che non riesce a muoversi. E non riesco a respirare perché hai spinto la mia testa sotto l’acqua. L’hai fatto perché, sotto la superfiche dell’acqua, tutti i segnali dal mondo esterno arrivano attutiti, così speravi che io potessi continuare a non accorgermi di niente per tutta la vita. Eppure non mi hai annegata, perché avevi bisogno di me. E io non ho rialzato subito la testa, perché avevo bisogno di te.
Ma adesso lo so: per quanto possiamo somigliarci, non siamo la stessa persona. Per tanto tempo mi hai fatto sognare di essere diversa da tutte le altre ragazze. Mi hai fatto sognare di sentirmi forte, soddisfatta, sicura di me. Allora pensavo che fosse divertente essere differente, ma a lungo termine ho scoperto che non è affatto così. Tanti anni lo stesso sogno… e la cosa peggiore è stata al mattino di quella lunga notte, quando di fronte al tavolo di una dottoressa mi sono svegliata. E allora mi sono accorta che era vero. Che, sì, ero davvero diversa. Ma non diversa come avrei voluto. Non diversa nell’accezione positiva della parola. Non diversa come avevi promesso di farmi diventare.
Perché non hai mantenuto le tue promesse? Perché mi hai fatta salire sulla vetta di una montagna per poi spingermi di sotto? Perché mi hai raccontato bugie così simili alla verità che ho inevitabilmente finito per crederci? E, come al solito, non hai risposte alle mie domande. Mi avevi detto che eri tu la risposta. Ma più vado avanti, più vedo che restano solo interrogativi. Hai preteso e hai preso tante cose da me, ma non me ne hai restituita indietro neanche una. Dov’è la mia adolescenza? Tutte le cose che avrei potuto vivere e che non ho vissuto? Mi hai rinchiusa in una bolla di sapone. Era bella e io lì dentro credevo di essere felice. Ma mi isolava dal resto del mondo. E adesso che la bolla è scoppiata, non rimane niente. Neanche il riflesso. Neanche uno spicchio della felicità che mi avevi promesso.
Sono arrabbiata con te, lo sai? Sì, sono arrabbiata. Sono arrabbiata perché alla fine non ho avuto niente di quello che mi aspettavo da te. Mi hai illusa e presa in giro. Mi hai dato un qualcosa di effimero facendomi credere che fosse granitico. Mi hai mentito. Mi hai ferita. Mi hai fatto passare i momenti peggiori della mia vita. Dovevi essere un nuovo inizio, sei stata l’inizio della fine.
Sono arrabbiata perché hai distrutto quello che ero e quello che avrei potuto essere. Perché tuttora non te ne vai del tutto dalla mia testa e mi fai vivere una vita a metà. Perché mi hai rubato anni, possibilità, scelte. Perché mi hai rubata.
E sono molto arrabbiata con te, sì, molto arrabbiata, non semplicemente per quello che hai fatto a me, ma anche per quello che hai fatto alle presone che mi stavano intorno. Mi hai fatto fare terra bruciata. E hai fatto soffrire la mia famiglia, le uniche persone che mi abbiano mai amata incondizionatamente, gli hai inferto la più grande sofferenza della loro vita, li hai fatti piangere, preoccuparsi, sentirsi in colpa, stare male, passare notti insonni ad interrogarsi sui loro inesistenti sbagli… Loro, che non avevano fatto niente di male, niente di errato… perché ti ci sei accanita? Non glielo dovevi fare. Non ne avevi alcun diritto. Avevi me, ma non ti è bastato. Ti sei voluta riflettere anche su di loro. E sono molto arrabbiata per questo. Perché potevi distruggermi, ma non avresti dovuto sfiorare la mia famiglia neanche con un dito. Era una cosa tra me e te. Ma tu non ti sei tenuta ai patti. Hai voluto colpire anche loro. E io, impotente, sono rimasta a guardare. Sono molto arrabbiata perché mi hai impedito di reagire.
Ma non ti sei fermata qui.
Il mio migliore amico del cuore, quasi un fratello per me… in maniera ancora più subdola, hai trovato il modo di portarmi via anche lui. Come potrei non essere arrabbiata con te? Era come un fratello, e mi hai strappato anche lui.
Ma soprattutto, cara anoressia, la cosa che mi fa più incazzare è un’altra. È un’altra la cosa per cui ti odio. Ti odio perché mi hai resa felice. Ti odio perché mentre restringevo mi hai fatto provare una felicità che non avevo mai provato prima in vita mia e che non ho più ritrovato da quando ho smesso di restringere. Ti odio perché mi hai resa davvero felice, soddisfatta, tranquilla, in pace con me stessa. Ti odio perché mi hai fatta sentire forte, sicura, capace di controllo. Ti odio perché tutto questo è stato effimero, perché per forza di cose non può che esserlo, ma mi davi la sensazione che avrebbe potuto durare per sempre. Ti odio perché mi hai fatto apprezzare il mio corpo solo quando ero a XX Kg. Ti odio perché mi hai fatto passare momenti in cui mi sentivo onnipotente. Ti odio perché tutto questo mi è piaciuto. Ti odio perché, nonostante tutto il male che mi hai fatto, continuo ancora a pensare che il periodo in cui ho ristretto è stato il migliore della mia vita. Lo capisci? Ti odio perché sei stata il mio sbaglio più grande… ma che rifarei. Eppure, cara mia, eppure adesso lo so che non sei altro che un falso. Un falso così verosimile da poter davvero sembrare la realtà. Ma non lo sei. Purtroppo non lo sei. Per fortuna non lo sei. E te lo scrivo con la morte nel cuore… ma con la voglia di trovare una vita davanti. Potrei tornare da te in qualsiasi momento, e sarebbe davvero la cosa più semplice da fare… ma proverò a stare lontana da te per tutto il resto della mia vita, e sarà davvero la cosa più coraggiosa che possa fare. Cara anoressia, mi hai proprio scocciata. Se ti azzardi a farmi venire ancora paranoie, ti mando a quel paese. Hai il barbaro coraggio d’insinuarti subdolamente nella mia testa e di dire a me che non ho capito niente, come se l’avessi fatto tu. Ma cosa vuoi ancora da me? Perché non mi lasci in pace? Vai dove diavolo vuoi, non voglio chiederti più niente.
Ed ora che mi sto arrendendo, ecco qui la risposta.
Ora sì che devo mangiare, e se ti arrabbi, se mi dici di restringere, mangerò te. Puoi reagire come vuoi, puoi cercare di farmi venire tutte le ansie peggiori, non m’interessa, puoi urlare e minacciarmi quanto vuoi, non mi tange minimamente.
Anoressia, lo vuoi capire che adesso sei solo un peso? Sì, proprio tu, un peso! Tu, che hai sempre cercato di non (far) pesare niente… Sei falsa, bugiarda, e non mi va proprio giù questo tuo atteggiamento forzato, non voglio darti la soddisfazione di vedermi restringere, non te lo meriti, non ti meriti le mie lacrime e i miei dolori, perché non devo ancora fare qualcosa per te o darti qualcosa, e tu cosa mi stai dando ora come ora? Dimmelo, perché io adesso non vedo più niente. Solo giorni fatti di ossessione e di vuoto. Oggi sarò cattiva, giuro, e stai attenta a cosa cercherai di mettermi in testa se ti dovessi incavolare, pesa bene le parole, non si sa mai.
Da adesso in poi non te la darò mai più vinta. Certo, alcuni giorni starò peggio, avrò voglia di ricominciare a restringere, di farla finita, ma non mi arrenderò, te lo assicuro. Cadrò e sarò capace di rialzarmi. Sono pronta a dare battaglia.
È bella la tua perfezione, ma è spersonalizzata, dai sicurezza e senso di controllo, ma qui dentro mi lasci solo un gran vuoto e un gran freddo. Vattene, anoressia, non ti permetto più di dominare la mia vita. Oggi vediamo chi è più forte tra noi due, vediamo se occorrono le cattive per ottenere qualcosa da te, lo vedi, mi rimbocco le maniche… ti sto aspettando.
Tua (non più)
Veggie
Cara anoressia,
in realtà non sei affatto “cara”. E neanche semplicemente “anoressia”. Sei l’infernale compagna che ritrovo nel mio letto ogni mattina, ma non ti lasci stringere. Perché adesso mi hai già stretta nella tua morsa, e sono io quella che non riesce a muoversi. E non riesco a respirare perché hai spinto la mia testa sotto l’acqua. L’hai fatto perché, sotto la superfiche dell’acqua, tutti i segnali dal mondo esterno arrivano attutiti, così speravi che io potessi continuare a non accorgermi di niente per tutta la vita. Eppure non mi hai annegata, perché avevi bisogno di me. E io non ho rialzato subito la testa, perché avevo bisogno di te.
Ma adesso lo so: per quanto possiamo somigliarci, non siamo la stessa persona. Per tanto tempo mi hai fatto sognare di essere diversa da tutte le altre ragazze. Mi hai fatto sognare di sentirmi forte, soddisfatta, sicura di me. Allora pensavo che fosse divertente essere differente, ma a lungo termine ho scoperto che non è affatto così. Tanti anni lo stesso sogno… e la cosa peggiore è stata al mattino di quella lunga notte, quando di fronte al tavolo di una dottoressa mi sono svegliata. E allora mi sono accorta che era vero. Che, sì, ero davvero diversa. Ma non diversa come avrei voluto. Non diversa nell’accezione positiva della parola. Non diversa come avevi promesso di farmi diventare.
Perché non hai mantenuto le tue promesse? Perché mi hai fatta salire sulla vetta di una montagna per poi spingermi di sotto? Perché mi hai raccontato bugie così simili alla verità che ho inevitabilmente finito per crederci? E, come al solito, non hai risposte alle mie domande. Mi avevi detto che eri tu la risposta. Ma più vado avanti, più vedo che restano solo interrogativi. Hai preteso e hai preso tante cose da me, ma non me ne hai restituita indietro neanche una. Dov’è la mia adolescenza? Tutte le cose che avrei potuto vivere e che non ho vissuto? Mi hai rinchiusa in una bolla di sapone. Era bella e io lì dentro credevo di essere felice. Ma mi isolava dal resto del mondo. E adesso che la bolla è scoppiata, non rimane niente. Neanche il riflesso. Neanche uno spicchio della felicità che mi avevi promesso.
Sono arrabbiata con te, lo sai? Sì, sono arrabbiata. Sono arrabbiata perché alla fine non ho avuto niente di quello che mi aspettavo da te. Mi hai illusa e presa in giro. Mi hai dato un qualcosa di effimero facendomi credere che fosse granitico. Mi hai mentito. Mi hai ferita. Mi hai fatto passare i momenti peggiori della mia vita. Dovevi essere un nuovo inizio, sei stata l’inizio della fine.
Sono arrabbiata perché hai distrutto quello che ero e quello che avrei potuto essere. Perché tuttora non te ne vai del tutto dalla mia testa e mi fai vivere una vita a metà. Perché mi hai rubato anni, possibilità, scelte. Perché mi hai rubata.
E sono molto arrabbiata con te, sì, molto arrabbiata, non semplicemente per quello che hai fatto a me, ma anche per quello che hai fatto alle presone che mi stavano intorno. Mi hai fatto fare terra bruciata. E hai fatto soffrire la mia famiglia, le uniche persone che mi abbiano mai amata incondizionatamente, gli hai inferto la più grande sofferenza della loro vita, li hai fatti piangere, preoccuparsi, sentirsi in colpa, stare male, passare notti insonni ad interrogarsi sui loro inesistenti sbagli… Loro, che non avevano fatto niente di male, niente di errato… perché ti ci sei accanita? Non glielo dovevi fare. Non ne avevi alcun diritto. Avevi me, ma non ti è bastato. Ti sei voluta riflettere anche su di loro. E sono molto arrabbiata per questo. Perché potevi distruggermi, ma non avresti dovuto sfiorare la mia famiglia neanche con un dito. Era una cosa tra me e te. Ma tu non ti sei tenuta ai patti. Hai voluto colpire anche loro. E io, impotente, sono rimasta a guardare. Sono molto arrabbiata perché mi hai impedito di reagire.
Ma non ti sei fermata qui.
Il mio migliore amico del cuore, quasi un fratello per me… in maniera ancora più subdola, hai trovato il modo di portarmi via anche lui. Come potrei non essere arrabbiata con te? Era come un fratello, e mi hai strappato anche lui.
Ma soprattutto, cara anoressia, la cosa che mi fa più incazzare è un’altra. È un’altra la cosa per cui ti odio. Ti odio perché mi hai resa felice. Ti odio perché mentre restringevo mi hai fatto provare una felicità che non avevo mai provato prima in vita mia e che non ho più ritrovato da quando ho smesso di restringere. Ti odio perché mi hai resa davvero felice, soddisfatta, tranquilla, in pace con me stessa. Ti odio perché mi hai fatta sentire forte, sicura, capace di controllo. Ti odio perché tutto questo è stato effimero, perché per forza di cose non può che esserlo, ma mi davi la sensazione che avrebbe potuto durare per sempre. Ti odio perché mi hai fatto apprezzare il mio corpo solo quando ero a XX Kg. Ti odio perché mi hai fatto passare momenti in cui mi sentivo onnipotente. Ti odio perché tutto questo mi è piaciuto. Ti odio perché, nonostante tutto il male che mi hai fatto, continuo ancora a pensare che il periodo in cui ho ristretto è stato il migliore della mia vita. Lo capisci? Ti odio perché sei stata il mio sbaglio più grande… ma che rifarei. Eppure, cara mia, eppure adesso lo so che non sei altro che un falso. Un falso così verosimile da poter davvero sembrare la realtà. Ma non lo sei. Purtroppo non lo sei. Per fortuna non lo sei. E te lo scrivo con la morte nel cuore… ma con la voglia di trovare una vita davanti. Potrei tornare da te in qualsiasi momento, e sarebbe davvero la cosa più semplice da fare… ma proverò a stare lontana da te per tutto il resto della mia vita, e sarà davvero la cosa più coraggiosa che possa fare. Cara anoressia, mi hai proprio scocciata. Se ti azzardi a farmi venire ancora paranoie, ti mando a quel paese. Hai il barbaro coraggio d’insinuarti subdolamente nella mia testa e di dire a me che non ho capito niente, come se l’avessi fatto tu. Ma cosa vuoi ancora da me? Perché non mi lasci in pace? Vai dove diavolo vuoi, non voglio chiederti più niente.
Ed ora che mi sto arrendendo, ecco qui la risposta.
Ora sì che devo mangiare, e se ti arrabbi, se mi dici di restringere, mangerò te. Puoi reagire come vuoi, puoi cercare di farmi venire tutte le ansie peggiori, non m’interessa, puoi urlare e minacciarmi quanto vuoi, non mi tange minimamente.
Anoressia, lo vuoi capire che adesso sei solo un peso? Sì, proprio tu, un peso! Tu, che hai sempre cercato di non (far) pesare niente… Sei falsa, bugiarda, e non mi va proprio giù questo tuo atteggiamento forzato, non voglio darti la soddisfazione di vedermi restringere, non te lo meriti, non ti meriti le mie lacrime e i miei dolori, perché non devo ancora fare qualcosa per te o darti qualcosa, e tu cosa mi stai dando ora come ora? Dimmelo, perché io adesso non vedo più niente. Solo giorni fatti di ossessione e di vuoto. Oggi sarò cattiva, giuro, e stai attenta a cosa cercherai di mettermi in testa se ti dovessi incavolare, pesa bene le parole, non si sa mai.
Da adesso in poi non te la darò mai più vinta. Certo, alcuni giorni starò peggio, avrò voglia di ricominciare a restringere, di farla finita, ma non mi arrenderò, te lo assicuro. Cadrò e sarò capace di rialzarmi. Sono pronta a dare battaglia.
È bella la tua perfezione, ma è spersonalizzata, dai sicurezza e senso di controllo, ma qui dentro mi lasci solo un gran vuoto e un gran freddo. Vattene, anoressia, non ti permetto più di dominare la mia vita. Oggi vediamo chi è più forte tra noi due, vediamo se occorrono le cattive per ottenere qualcosa da te, lo vedi, mi rimbocco le maniche… ti sto aspettando.
Tua (non più)
Veggie
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sabato 13 settembre 2008
Un articolo sui disturbi alimentari
Ho trovato quest’articolo qualche ora fa. So che è un po’ generalizzante (come, del resto, la maggior parte degli articoli di questo tipo lo sono), ma fondamentalmente mi trovo d’accordo con quello che c’è scritto. Anche se risale a qualche anno fa (si tratta di un'intervista del 2001), trovo che ciò che s'è scritto sia sempre attuale. Tra l'altro, vedere come una persona che ha sofferto di disturbi alimentari e ne è uscita riesce adesso a parlarne, fa sentire meno sole e aiuta a vedere le cose da un punto di vista un po’ particolare, interno ed esterno allo stesso tempo... Okay, magari quest’articolo non è niente di che, ma è la dimostrazione che i disturbi alimentari vengono riconosciuti in quanto tali, e non travisati come i capricci di bambine viziate che vogliono mettersi in mostra; e mi piace la visione imparziale che l’articolo ne dà.
Articolo sui disturbi alimentari
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