Visualizzazione post con etichetta onnipotenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta onnipotenza. Mostra tutti i post
martedì 28 dicembre 2010
R.I.P. Anoressia
Dopo tanti anni trascorsi completamente in balia dell’anoressia, dopo tanti ricoveri, è arrivato un momento in cui mi sono resa conto che il mio modo di guardare alla vita era cambiato talmente che non sarei mai stata più nuovamente in tutto e per tutto attivamente anoressica.
Mi sono accorta che nella mia vita c’era molto di più di quello che l’anoressia aveva promesso di darmi senza poi concedermelo veramente: molte cose che avrei voluto fare, molte opportunità da tenere in considerazione, molti obiettivi da raggiungere, molti sogni da realizzare… un futuro così scintillante che avrebbe quasi potuto accecarmi.
Mi sono accorta che, se veramente lo volevo e m’impegnavo lottando con tutta me stessa, nella mia vita non ci sarebbe stato più posto per le tutte le ossessioni dell’anoressia, le sue distorsioni, il checking, i ricoveri in clinica, il tempo gettato via nel grip anoressico. Mi sono accorta che la mia vita poteva essere molto più di tutto questo. Così tanto in più che per l’anoressia non ci sarebbe stato più spazio.
Questa realizzazione, questa presa di consapevolezza, avrebbe dovuto rendermi felice. Avrei dovuto essere contenta di aver capito che non sarei più riscivolata totalmente nella completa oscurità dell’anoressia.
Eppure – abbastanza ironicamente – tutto quello che ho sentito è stato un gran senso di vuoto. Mi sono sentita addolorata come se mi fosse stato strappato un pezzo di me stessa. Ho provato un serpeggiante senso di panico, tanta tristezza, un enorme, terrorizzante senso di vuoto.
Mi sono chiesta chi fossi. Dopo così tanto tempo… Senza l’anoressia, senza questa etichetta, senza questa identità, senza quegli obiettivi… cos’era rimasto di me?
Ho pianto la perdita dell’anoressia come si piange la morte della persona più cara che si ha.
La sto ancora piangendo.
Com’è possibile?
Come posso sentire fino a questo punto la mancanza di ciò che ha distrutto la mia vita?
Come posso provare dolore per quello che ha tentato di distruggermi dall’interno verso l’esterno?
Come posso piangere quello che mi ha portato via tutto ciò che amavo, tutta la persona che ero, lasciando il mio corpo devastato e la mia anima lacerata?
Perché ne sento la mancanza?
Mi sono forse già dimenticata cosa si nascondeva dietro quel senso di soddisfazione, di appagamento, di controllo, di forza, di onnipotenza? Mi sono forse già dimenticata che erano tutte bugie che l’anoressia mi raccontava? Mi sono forse dimenticata quel dolore che cercavo di negare persino a me stessa, quelle lacrime non piante, quell’agonia emozionale, quella disperazione nel non poter sfuggire a me stessa, ai demoni della mia testa?
Anoressia…
Mi manchi.
Ti odio.
Mi manchi.
Ti odio.
Non tornerò nella tua oscurità.
Non tornerò indietro.
L’anoressia mi tenterà giorno dopo giorno, per il resto della mia vita, con tutte le meravigliose sensazioni che mi ha fatto provare, con tutto il modo in cui mi ha fatta sentire… Mi stuzzicherà continuamente con la voglia di riprendere a restringere, con quel senso di controllo su ogni minimo dettaglio della mia vita che mi faceva sentire di avere, con la ricerca di quella fisicità che ho sempre desiderato per stare bene con me stessa…
Ma non tornerò indietro.
Perciò, anoressia… Riposa In Pace.
Mi sono accorta che nella mia vita c’era molto di più di quello che l’anoressia aveva promesso di darmi senza poi concedermelo veramente: molte cose che avrei voluto fare, molte opportunità da tenere in considerazione, molti obiettivi da raggiungere, molti sogni da realizzare… un futuro così scintillante che avrebbe quasi potuto accecarmi.
Mi sono accorta che, se veramente lo volevo e m’impegnavo lottando con tutta me stessa, nella mia vita non ci sarebbe stato più posto per le tutte le ossessioni dell’anoressia, le sue distorsioni, il checking, i ricoveri in clinica, il tempo gettato via nel grip anoressico. Mi sono accorta che la mia vita poteva essere molto più di tutto questo. Così tanto in più che per l’anoressia non ci sarebbe stato più spazio.
Questa realizzazione, questa presa di consapevolezza, avrebbe dovuto rendermi felice. Avrei dovuto essere contenta di aver capito che non sarei più riscivolata totalmente nella completa oscurità dell’anoressia.
Eppure – abbastanza ironicamente – tutto quello che ho sentito è stato un gran senso di vuoto. Mi sono sentita addolorata come se mi fosse stato strappato un pezzo di me stessa. Ho provato un serpeggiante senso di panico, tanta tristezza, un enorme, terrorizzante senso di vuoto.
Mi sono chiesta chi fossi. Dopo così tanto tempo… Senza l’anoressia, senza questa etichetta, senza questa identità, senza quegli obiettivi… cos’era rimasto di me?
Ho pianto la perdita dell’anoressia come si piange la morte della persona più cara che si ha.
La sto ancora piangendo.
Com’è possibile?
Come posso sentire fino a questo punto la mancanza di ciò che ha distrutto la mia vita?
Come posso provare dolore per quello che ha tentato di distruggermi dall’interno verso l’esterno?
Come posso piangere quello che mi ha portato via tutto ciò che amavo, tutta la persona che ero, lasciando il mio corpo devastato e la mia anima lacerata?
Perché ne sento la mancanza?
Mi sono forse già dimenticata cosa si nascondeva dietro quel senso di soddisfazione, di appagamento, di controllo, di forza, di onnipotenza? Mi sono forse già dimenticata che erano tutte bugie che l’anoressia mi raccontava? Mi sono forse dimenticata quel dolore che cercavo di negare persino a me stessa, quelle lacrime non piante, quell’agonia emozionale, quella disperazione nel non poter sfuggire a me stessa, ai demoni della mia testa?
Anoressia…
Mi manchi.
Ti odio.
Mi manchi.
Ti odio.
Non tornerò nella tua oscurità.
Non tornerò indietro.
L’anoressia mi tenterà giorno dopo giorno, per il resto della mia vita, con tutte le meravigliose sensazioni che mi ha fatto provare, con tutto il modo in cui mi ha fatta sentire… Mi stuzzicherà continuamente con la voglia di riprendere a restringere, con quel senso di controllo su ogni minimo dettaglio della mia vita che mi faceva sentire di avere, con la ricerca di quella fisicità che ho sempre desiderato per stare bene con me stessa…
Ma non tornerò indietro.
Perciò, anoressia… Riposa In Pace.
Etichette:
addio,
anoressia,
bulimia,
cambiamento,
controllo,
mancanza,
no pro-ana,
odio,
onnipotenza,
ossessioni,
restrizione alimentare,
ricovero,
riposa in pace,
vita
martedì 11 novembre 2008
Combattere, affrontare e infine abbracciare il cibo
Lasciatemi lo spazio di questo post per parlare di cibo. Sì, avete capito bene: di cibo.
Poiché anoressiche e/o bulimiche, c’è ovviamente stato un momento nel passato di ciascuna di noi in cui ci è sembrato che controllando l’alimentazione avessimo potuto controllare ogni aspetto della nostra vita. Un momento in cui l’alimentazione ci ha fatto sentire da dio o uno schifo. C’è chi, come me, ha ristretto. C’è chi si è abbuffata. C’è chi ha digiunato. C’è chi ha vomitato. C’è chi ha usato lassativi. Ma perché ci siamo focalizzate sul cibo? Perché è questo il punto, non è vero? Perché proprio sul cibo? Perché, in fin dei conti, il cibo è come una qualsiasi altra cosa: c’è chi usa l’alcol, chi la droga, chi il gioco d’azzardo.
Dipendenza. Vizi. Abitudini. Modi per scaricare l’ansia. Qualsiasi cosa siano – comunque vogliate chiamarli – possono diventare distruttivi. Perciò ci vuole tempo, pazienza, forza, coraggio e volontà… ma possiamo imparare a convivere con i disturbi alimentari, senza lasciare che questi abbiano la meglio su di noi come per un certo periodo di tempo più o meno lungo ci è sicuramente successo.
Parlo per esperienza. Scaglio la prima pietra e sono dunque la prima ad ammettere che ho ristretto, che ci sono stati mesi in cui mangiavo pochissimo. Ed esercitare questo controllo sull’alimentazione, vedere che riuscivo dove molte altre ragazze fallivano, abbandonando le loro diete dopo pochi giorni o poche settimane, riuscire a restringere senza cedere mai neanche una volta, mi faceva sentire forte, soddisfatta, sicura. Restringere era una cosa in cui riuscivo straordinariamente bene, quindi una cosa che mi faceva sentire diversa dagli altri, che mi faceva sentire speciale che, in un certo senso, mi faceva sentire migliore. Perché, in fin dei conti, tutta l’essenza della restrizione è il controllo. Se senti di avere il controllo, ti senti onnipotente. E non ti accorgi che in realtà non sei tu che stai controllando l’alimentazione, ma il cibo che sta controllando te, perché hai la sensazione di avere il mondo nelle tue mani, di sapere esattamente quello che stai facendo e perché lo stai facendo. Io mi sentivo esattamente così. Nel mio piccolo mondo, nel mio simulacro di perfezione, celavo tutte le mie debolezze e le mie insicurezze dietro un controllo apparente per costruirmi una favola che era inevitabilmente destinata a fallire. Posso dire di non essermi mai sentita bene come in quel periodo, è vero, ma stavo guidando contromano in una strada senza uscita. Fino a che c’era terreno continuavo ad andare a tavoletta ed era tutto ciò che mi faceva sentire viva. Però tutto quello che mi aspettava era un muro.
Ovviamente, dunque, anche se in quel momento non me ne rendevo conto, non stavo controllando né l’alimentazione né il mio peso. Tant’è che, alla fine, la mia magrezza si è fatta così evidente che sono stata mandata da una dietista e poi da una psichiatra che ha deciso di ricoverarmi. È stato il mio primo ricovero, e non ero consenziente. Vi lascio immaginare. Mi era stato assegnato un “equilibrio alimentare”, una dieta in cui c’erano scritte le quantità di tutti i vari cibi che dovevo mangiare, e che naturalmente mi riguardavo bene di rispettare. Decisamente, avevo un pessimo rapporto con l’alimentazione in quel momento: vedevo ogni cibo come mio nemico, come un qualcosa che cercava di togliermi ogni possibilità di esercitare il mio controllo, di sentirmi forte, di sentirmi bene. Così ho continuato a restringere ed ho perso altro peso. Ma c’era già qualcosa che si era incastrato. Così mi sono guardata intorno e mi sono accorta che la vetta che credevo di aver raggiunto era in realtà il fondo di un abisso.
E così mi sono resa conto che c’erano tre cose che avrei potuto fare. Morire, il che a quel punto sarebbe stato veramente il minore dei mali, continuare a restringere e vedere quale sarebbe stato il limite minimo che mi avrebbe portato direttamente in ospedale perdendo veramente ogni possibilità di controllo, oppure scegliere volontariamente di ricoverarmi di nuovo nel centro specializzato per DCA in cui ero stata.
Dunque, mi trovavo come di fronte ad un incrocio. Non volevo che tutto mi sfuggisse dalle mani. Ma non volevo neanche mangiare e perdere la mia illusione di onnipotenza. Non volevo ricoverarmi. Ma volevo stare meglio. Non volevo far soffrire gli altri. Ma non volevo neanche essere io a soffrire. Non volevo essere prigioniera dell’anoressia. Ma non volevo neanche lasciarla perché era l’unica cosa che conoscevo, per quanto fosse distruttiva era l’unica cosa che mi aveva fatto sentire veramente bene, l’unica cosa che mi aveva dato un senso. Capivo che non era “normale”, che ci sarebbe stato molto altro che la vita sarebbe stata in grado di darmi se mi fossi distaccata dal sintomo, che quella che stavo vivendo non era una vera vita, ma non riuscivo a rinunciare al senso di controllo, di sicurezza, di forza che la restrizione mi dava. Non riuscivo a rinunciare al modo in cui mi faceva sentire speciale.
E sono stata ferma di fronte a questo incrocio per più di 5 anni. Non andavo avanti né tornavo indietro, ero bloccata lì in mezzo. 5 anni di ricoveri, un continuo dentro-fuori dettato dal fatto che continuavo a preferire la parola alla destra del trattino e dalla mia non completa convinzione a volermi distaccare dall’anoressia. Passavo qualche mese in clinica, e mi sembrava di stare meglio, di essere più motivata, ma come uscivo, nel giro di poche settimane riprendevo a fare gli stessi errori. Non era veramente cambiato niente, perché io non ero veramente convinta di volere che le cose cambiassero. Non riuscivo a vedere l’anoressia come un qualcosa di negativo, dati tutti i sentimenti positivi che, bene o male, era riuscita a farmi provare. A volte ci penso ancora. Ma ad un certo punto mi sono guardata allo specchio e mi sono accorta che non ero più l’adolescente alla ricerca della vera se stessa o di quello che potevo mai stare cercando. Che dovevo smetterla di far finta che la mia vita non fosse ancora cominciata. La verità era che ne avevo già consumata almeno il 25%. Mi ero già bevuta la panna.
Inoltre, mi sono accorta di un’altra cosa estremamente importante. Che non avrei potuto fare niente di tutto quello che mi ero prefissa se prima non mi fossi distaccata dalla restrizione. Che non avrei potuto guarire nessuno se non ero in grado di curare neanche me stessa. Che sarei stata veramente disonesta e presuntuosa nel cercare di guarire persone quando ero io la prima a stare male e a rifiutare ostinatamente ogni cura. È come quando un fumatore dice ad un altro di smettere di fumare: che credito si può dare a una persona che dice che fumare fa male e bisogna smettere di farlo, quando lei per prima si brucia un pacchetto al giorno? Non solo la credibilità di questa persona è meno che zero, ma essa diventa anche incredibilmente patetica. Dunque, io mi trovavo nella stessa situazione. Come potevo pretendere d’indossare un camice bianco e di dire agli altri cosa fare per guarire stando io per prima orgogliosamente seduta su un lettino d’ospedale?
Così ho deciso di provare seriamente a migliorare la mia relazione con il cibo. A mettere veramente in discussione tutte le illusioni che con la restrizione mi ero creata. Ho cominciato a seguire davvero le dosi prescritte dall’ “equilibrio alimentare”. Certo, all’inizio è stato maledettamente difficile. Continuavo a ripetermi che dovevo pensare al cibo come a una medicina, un qualcosa la cui assunzione è sgradevole ma che poi farà stare meglio. E, a poco a poco, ho imparato a mettere a punto strategie su cui lavorare per non cedere di nuovo alle lusinghe della restrizione. Ho imparato a prendere le distanze dal cibo senza considerarlo più il mio peggior nemico. Ho imparato a chiudere gli occhi e a mandare giù. Può sembrare semplice, ma richiede tanto lavoro e tanta forza di volontà. Non è un percorso che si può iniziare essendo “mah, abbastanza convinta” – come lo ero io dopo i miei svariati ricoveri – ma bisogna volerlo al 200%. E fa male mettersi davanti al piatto e dire: “Okay, adesso devo magiare tutto ciò che c’è qua sopra”, ve lo posso assicurare. Ma nel momento in cui siete riuscite a mangiare tutto e sapete di aver fatto la cosa giusta, nel momento in cui non avete ceduto all’impulso della restrizione dicendo “NO” forte e chiaro ad ogni tentazione anoressica, allora vi potrete sentire forti. Forti davvero. Molto più forti di quanto vi sentivate restringendo.
E poi, una valvola di sfogo. Sì, una valvola di sfogo che non sia il cibo. Ognuna trova la propria. Per me sono state la scrittura, il disegno e il karate. Che mi hanno aiutata, mi hanno salvata, mi hanno incanalata nella giusta direzione e mi ci hanno mantenuta. Mi hanno aiutato a non restringere ancora. Beninteso, non sono perfetta, qualche strappo alla regola l’ho fatto e tuttora può capitarmi, ma cerco di fare del mio meglio. Ho provato a smettere di considerare il cibo come mio nemico, mi sono messa ad affrontarlo, ed ho tentato di abbracciarlo. Sto ancora tentando di farlo. Ed è difficile. Mi fa paura. Non mi piace.
Però, andando avanti, mi sono accorta di una cosa: che più la terapia prosegue, più mi dimentico del cibo. Mi focalizzo piuttosto su tutti quegli aspetti dell’anoressia che non sono strettamente collegati al cibo. Perché il problema alimentare non è che la punta dell’ice-berg. I miei veri problemi vanno molto oltre il cibo. Che non può, quindi, distruggermi. E che, dunque, non ha il potere di distruggere nessuna di voi.
Leggendomi dentro con oggettività ed onestà, sono riuscita a capire molto cose di me stessa. E così ho iniziato a sentirmi meglio. Ho smesso automaticamente di focalizzarmi sul cibo, senza neanche rendermene contro, perché la mia testa era impegnata a fronteggiare altri problemi ben più seri ed importanti. Ho cercato di smettere di fare checking. E all’inizio è stato estremamente difficile perché sentivo di avere bisogno di fare checking. Ma poi mi sono accorta che, dicendomi “NO!” ogni volta che mi veniva voglia di farlo, e quindi non facendolo, ho iniziato a pensarci sempre meno e la tentazione se n’è andata da sola. Niente di che, ma un primo passo. Mi va bene così. Non mi sveglio cantando, però mi sveglio. È un inizio.
E sono assolutamente sicura che tutte voi possiate riuscire a fare quello che ho fatto io – a fare persino molto meglio di me! – ma dovete lavorarci su. Dovete cercare di essere forti e di non permettervi di cedere. E, col passare del tempo, vedrete che sarà sempre più facile e che le cose andranno a posto spontaneamente. Non sarete sempre schiave dei disturbi alimentari, se non lo volete. E lasciate che ve lo dica: senza le mani o una bilancia che vi dicano come sentirvi, potrete veramente iniziare ad ascoltare voi stesse. E vi conoscerete come non vi siete mai conosciute prima. E vi sentirete bene. E vi sentirete libere. E vi accorgerete che è una felicità diversa da quella che vi dava la restrizione, ma che è comunque una bella felicità. E vi sentirete vive.
Adesso io mangio seguendo il mio “equilibrio alimentare”. E cerco di non pensarci troppo. Non è divertente, ma è necessario. Non è poi così terribile se non ci penso troppo. Certo, ci sono momenti in cui provo tanta ansia, preoccupazione, panico, momenti di stress e momenti in cui mi sento a disagio col mio corpo, ma tiro avanti. Forse io e il cibo non siamo ancora amici. Ma non siamo neanche acerrimi nemici.
Cammino a fatica, ho paura di ricadere, di poter rifare gli stessi errori, eppure anche se guadagno peso mi accorgo che non è così terribile come mi sembrava fosse nei primi tempi. Il mio riflesso allo specchio si normalizza, non è più così terrificante. Non posso dire che mi piaccio, ma posso dire che non mi detesto. È un corpo diverso da quello che avevo TOT chili in meno fa, ma è comunque il mio corpo. Perciò devo cercare di sfruttarlo nel miglior modo possibile. Mi sento come una persona diversa, ma non in negativo. E ne sono contenta.
Cerco di non concentrarmi troppo su ciò che gli altri potrebbero dire e pensare di me, e lo trovo difficile ma ci sto provando. Forse, per quello che è il mio carattere, non riuscirò mai a fregarmene del tutto di ciò che gli altri possono pensare di me, ma posso provare a pensare che, in realtà, si tratta per lo più di mie costruzioni mentali, di pensieri che sono io ad attribuire agli altri, perché in realtà loro pensano a me molto meno di quello che credo. Anzi, in realtà non ci pensano quasi mai, questa è la verità. Forse perché sono troppo concentrati su quello che io potrei pensare di loro.
Sto facendo un passo dopo l’altro. Sto cercando di abbracciare il cibo. Di mangiarlo non perché devo, ma perché voglio. Per nutrirmi. Per essere in salute.
Perciò anche voi potete avere una relazione positiva coll’alimentazione. Come? Ve l’ho appena scritto. Ma le parole non sono fatti, e i fatti sono molto più complicati e duri delle parole. Dovete solo volerlo veramente. E ricordate che non è un qualcosa che succede dall’oggi al domani, ma che per vincere un disturbo alimentare ci vogliono anni ed anni. Forse tutta la vita. Ma l’importante è continuare a lottare.
Dovete combattere per voi stesse… quando vi sentirete pronte a farlo… Io posso dirvi solo una cosa: ne vale la pena.
Poiché anoressiche e/o bulimiche, c’è ovviamente stato un momento nel passato di ciascuna di noi in cui ci è sembrato che controllando l’alimentazione avessimo potuto controllare ogni aspetto della nostra vita. Un momento in cui l’alimentazione ci ha fatto sentire da dio o uno schifo. C’è chi, come me, ha ristretto. C’è chi si è abbuffata. C’è chi ha digiunato. C’è chi ha vomitato. C’è chi ha usato lassativi. Ma perché ci siamo focalizzate sul cibo? Perché è questo il punto, non è vero? Perché proprio sul cibo? Perché, in fin dei conti, il cibo è come una qualsiasi altra cosa: c’è chi usa l’alcol, chi la droga, chi il gioco d’azzardo.
Dipendenza. Vizi. Abitudini. Modi per scaricare l’ansia. Qualsiasi cosa siano – comunque vogliate chiamarli – possono diventare distruttivi. Perciò ci vuole tempo, pazienza, forza, coraggio e volontà… ma possiamo imparare a convivere con i disturbi alimentari, senza lasciare che questi abbiano la meglio su di noi come per un certo periodo di tempo più o meno lungo ci è sicuramente successo.
Parlo per esperienza. Scaglio la prima pietra e sono dunque la prima ad ammettere che ho ristretto, che ci sono stati mesi in cui mangiavo pochissimo. Ed esercitare questo controllo sull’alimentazione, vedere che riuscivo dove molte altre ragazze fallivano, abbandonando le loro diete dopo pochi giorni o poche settimane, riuscire a restringere senza cedere mai neanche una volta, mi faceva sentire forte, soddisfatta, sicura. Restringere era una cosa in cui riuscivo straordinariamente bene, quindi una cosa che mi faceva sentire diversa dagli altri, che mi faceva sentire speciale che, in un certo senso, mi faceva sentire migliore. Perché, in fin dei conti, tutta l’essenza della restrizione è il controllo. Se senti di avere il controllo, ti senti onnipotente. E non ti accorgi che in realtà non sei tu che stai controllando l’alimentazione, ma il cibo che sta controllando te, perché hai la sensazione di avere il mondo nelle tue mani, di sapere esattamente quello che stai facendo e perché lo stai facendo. Io mi sentivo esattamente così. Nel mio piccolo mondo, nel mio simulacro di perfezione, celavo tutte le mie debolezze e le mie insicurezze dietro un controllo apparente per costruirmi una favola che era inevitabilmente destinata a fallire. Posso dire di non essermi mai sentita bene come in quel periodo, è vero, ma stavo guidando contromano in una strada senza uscita. Fino a che c’era terreno continuavo ad andare a tavoletta ed era tutto ciò che mi faceva sentire viva. Però tutto quello che mi aspettava era un muro.
Ovviamente, dunque, anche se in quel momento non me ne rendevo conto, non stavo controllando né l’alimentazione né il mio peso. Tant’è che, alla fine, la mia magrezza si è fatta così evidente che sono stata mandata da una dietista e poi da una psichiatra che ha deciso di ricoverarmi. È stato il mio primo ricovero, e non ero consenziente. Vi lascio immaginare. Mi era stato assegnato un “equilibrio alimentare”, una dieta in cui c’erano scritte le quantità di tutti i vari cibi che dovevo mangiare, e che naturalmente mi riguardavo bene di rispettare. Decisamente, avevo un pessimo rapporto con l’alimentazione in quel momento: vedevo ogni cibo come mio nemico, come un qualcosa che cercava di togliermi ogni possibilità di esercitare il mio controllo, di sentirmi forte, di sentirmi bene. Così ho continuato a restringere ed ho perso altro peso. Ma c’era già qualcosa che si era incastrato. Così mi sono guardata intorno e mi sono accorta che la vetta che credevo di aver raggiunto era in realtà il fondo di un abisso.
E così mi sono resa conto che c’erano tre cose che avrei potuto fare. Morire, il che a quel punto sarebbe stato veramente il minore dei mali, continuare a restringere e vedere quale sarebbe stato il limite minimo che mi avrebbe portato direttamente in ospedale perdendo veramente ogni possibilità di controllo, oppure scegliere volontariamente di ricoverarmi di nuovo nel centro specializzato per DCA in cui ero stata.
Dunque, mi trovavo come di fronte ad un incrocio. Non volevo che tutto mi sfuggisse dalle mani. Ma non volevo neanche mangiare e perdere la mia illusione di onnipotenza. Non volevo ricoverarmi. Ma volevo stare meglio. Non volevo far soffrire gli altri. Ma non volevo neanche essere io a soffrire. Non volevo essere prigioniera dell’anoressia. Ma non volevo neanche lasciarla perché era l’unica cosa che conoscevo, per quanto fosse distruttiva era l’unica cosa che mi aveva fatto sentire veramente bene, l’unica cosa che mi aveva dato un senso. Capivo che non era “normale”, che ci sarebbe stato molto altro che la vita sarebbe stata in grado di darmi se mi fossi distaccata dal sintomo, che quella che stavo vivendo non era una vera vita, ma non riuscivo a rinunciare al senso di controllo, di sicurezza, di forza che la restrizione mi dava. Non riuscivo a rinunciare al modo in cui mi faceva sentire speciale.
E sono stata ferma di fronte a questo incrocio per più di 5 anni. Non andavo avanti né tornavo indietro, ero bloccata lì in mezzo. 5 anni di ricoveri, un continuo dentro-fuori dettato dal fatto che continuavo a preferire la parola alla destra del trattino e dalla mia non completa convinzione a volermi distaccare dall’anoressia. Passavo qualche mese in clinica, e mi sembrava di stare meglio, di essere più motivata, ma come uscivo, nel giro di poche settimane riprendevo a fare gli stessi errori. Non era veramente cambiato niente, perché io non ero veramente convinta di volere che le cose cambiassero. Non riuscivo a vedere l’anoressia come un qualcosa di negativo, dati tutti i sentimenti positivi che, bene o male, era riuscita a farmi provare. A volte ci penso ancora. Ma ad un certo punto mi sono guardata allo specchio e mi sono accorta che non ero più l’adolescente alla ricerca della vera se stessa o di quello che potevo mai stare cercando. Che dovevo smetterla di far finta che la mia vita non fosse ancora cominciata. La verità era che ne avevo già consumata almeno il 25%. Mi ero già bevuta la panna.
Inoltre, mi sono accorta di un’altra cosa estremamente importante. Che non avrei potuto fare niente di tutto quello che mi ero prefissa se prima non mi fossi distaccata dalla restrizione. Che non avrei potuto guarire nessuno se non ero in grado di curare neanche me stessa. Che sarei stata veramente disonesta e presuntuosa nel cercare di guarire persone quando ero io la prima a stare male e a rifiutare ostinatamente ogni cura. È come quando un fumatore dice ad un altro di smettere di fumare: che credito si può dare a una persona che dice che fumare fa male e bisogna smettere di farlo, quando lei per prima si brucia un pacchetto al giorno? Non solo la credibilità di questa persona è meno che zero, ma essa diventa anche incredibilmente patetica. Dunque, io mi trovavo nella stessa situazione. Come potevo pretendere d’indossare un camice bianco e di dire agli altri cosa fare per guarire stando io per prima orgogliosamente seduta su un lettino d’ospedale?
Così ho deciso di provare seriamente a migliorare la mia relazione con il cibo. A mettere veramente in discussione tutte le illusioni che con la restrizione mi ero creata. Ho cominciato a seguire davvero le dosi prescritte dall’ “equilibrio alimentare”. Certo, all’inizio è stato maledettamente difficile. Continuavo a ripetermi che dovevo pensare al cibo come a una medicina, un qualcosa la cui assunzione è sgradevole ma che poi farà stare meglio. E, a poco a poco, ho imparato a mettere a punto strategie su cui lavorare per non cedere di nuovo alle lusinghe della restrizione. Ho imparato a prendere le distanze dal cibo senza considerarlo più il mio peggior nemico. Ho imparato a chiudere gli occhi e a mandare giù. Può sembrare semplice, ma richiede tanto lavoro e tanta forza di volontà. Non è un percorso che si può iniziare essendo “mah, abbastanza convinta” – come lo ero io dopo i miei svariati ricoveri – ma bisogna volerlo al 200%. E fa male mettersi davanti al piatto e dire: “Okay, adesso devo magiare tutto ciò che c’è qua sopra”, ve lo posso assicurare. Ma nel momento in cui siete riuscite a mangiare tutto e sapete di aver fatto la cosa giusta, nel momento in cui non avete ceduto all’impulso della restrizione dicendo “NO” forte e chiaro ad ogni tentazione anoressica, allora vi potrete sentire forti. Forti davvero. Molto più forti di quanto vi sentivate restringendo.
E poi, una valvola di sfogo. Sì, una valvola di sfogo che non sia il cibo. Ognuna trova la propria. Per me sono state la scrittura, il disegno e il karate. Che mi hanno aiutata, mi hanno salvata, mi hanno incanalata nella giusta direzione e mi ci hanno mantenuta. Mi hanno aiutato a non restringere ancora. Beninteso, non sono perfetta, qualche strappo alla regola l’ho fatto e tuttora può capitarmi, ma cerco di fare del mio meglio. Ho provato a smettere di considerare il cibo come mio nemico, mi sono messa ad affrontarlo, ed ho tentato di abbracciarlo. Sto ancora tentando di farlo. Ed è difficile. Mi fa paura. Non mi piace.
Però, andando avanti, mi sono accorta di una cosa: che più la terapia prosegue, più mi dimentico del cibo. Mi focalizzo piuttosto su tutti quegli aspetti dell’anoressia che non sono strettamente collegati al cibo. Perché il problema alimentare non è che la punta dell’ice-berg. I miei veri problemi vanno molto oltre il cibo. Che non può, quindi, distruggermi. E che, dunque, non ha il potere di distruggere nessuna di voi.
Leggendomi dentro con oggettività ed onestà, sono riuscita a capire molto cose di me stessa. E così ho iniziato a sentirmi meglio. Ho smesso automaticamente di focalizzarmi sul cibo, senza neanche rendermene contro, perché la mia testa era impegnata a fronteggiare altri problemi ben più seri ed importanti. Ho cercato di smettere di fare checking. E all’inizio è stato estremamente difficile perché sentivo di avere bisogno di fare checking. Ma poi mi sono accorta che, dicendomi “NO!” ogni volta che mi veniva voglia di farlo, e quindi non facendolo, ho iniziato a pensarci sempre meno e la tentazione se n’è andata da sola. Niente di che, ma un primo passo. Mi va bene così. Non mi sveglio cantando, però mi sveglio. È un inizio.
E sono assolutamente sicura che tutte voi possiate riuscire a fare quello che ho fatto io – a fare persino molto meglio di me! – ma dovete lavorarci su. Dovete cercare di essere forti e di non permettervi di cedere. E, col passare del tempo, vedrete che sarà sempre più facile e che le cose andranno a posto spontaneamente. Non sarete sempre schiave dei disturbi alimentari, se non lo volete. E lasciate che ve lo dica: senza le mani o una bilancia che vi dicano come sentirvi, potrete veramente iniziare ad ascoltare voi stesse. E vi conoscerete come non vi siete mai conosciute prima. E vi sentirete bene. E vi sentirete libere. E vi accorgerete che è una felicità diversa da quella che vi dava la restrizione, ma che è comunque una bella felicità. E vi sentirete vive.
Adesso io mangio seguendo il mio “equilibrio alimentare”. E cerco di non pensarci troppo. Non è divertente, ma è necessario. Non è poi così terribile se non ci penso troppo. Certo, ci sono momenti in cui provo tanta ansia, preoccupazione, panico, momenti di stress e momenti in cui mi sento a disagio col mio corpo, ma tiro avanti. Forse io e il cibo non siamo ancora amici. Ma non siamo neanche acerrimi nemici.
Cammino a fatica, ho paura di ricadere, di poter rifare gli stessi errori, eppure anche se guadagno peso mi accorgo che non è così terribile come mi sembrava fosse nei primi tempi. Il mio riflesso allo specchio si normalizza, non è più così terrificante. Non posso dire che mi piaccio, ma posso dire che non mi detesto. È un corpo diverso da quello che avevo TOT chili in meno fa, ma è comunque il mio corpo. Perciò devo cercare di sfruttarlo nel miglior modo possibile. Mi sento come una persona diversa, ma non in negativo. E ne sono contenta.
Cerco di non concentrarmi troppo su ciò che gli altri potrebbero dire e pensare di me, e lo trovo difficile ma ci sto provando. Forse, per quello che è il mio carattere, non riuscirò mai a fregarmene del tutto di ciò che gli altri possono pensare di me, ma posso provare a pensare che, in realtà, si tratta per lo più di mie costruzioni mentali, di pensieri che sono io ad attribuire agli altri, perché in realtà loro pensano a me molto meno di quello che credo. Anzi, in realtà non ci pensano quasi mai, questa è la verità. Forse perché sono troppo concentrati su quello che io potrei pensare di loro.
Sto facendo un passo dopo l’altro. Sto cercando di abbracciare il cibo. Di mangiarlo non perché devo, ma perché voglio. Per nutrirmi. Per essere in salute.
Perciò anche voi potete avere una relazione positiva coll’alimentazione. Come? Ve l’ho appena scritto. Ma le parole non sono fatti, e i fatti sono molto più complicati e duri delle parole. Dovete solo volerlo veramente. E ricordate che non è un qualcosa che succede dall’oggi al domani, ma che per vincere un disturbo alimentare ci vogliono anni ed anni. Forse tutta la vita. Ma l’importante è continuare a lottare.
Dovete combattere per voi stesse… quando vi sentirete pronte a farlo… Io posso dirvi solo una cosa: ne vale la pena.
Etichette:
alimentazione,
anoressia,
autostima,
bellezza,
bulimia,
checking,
controllo,
dca,
determinazione,
dipendenza,
disturbi alimentari,
immagine corporea,
onnipotenza,
restrizione,
ricovero,
supporto,
vita
Iscriviti a:
Post (Atom)
