Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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venerdì 14 febbraio 2014

"The Biggest Loser" e un'ipocrisia ancora più "Big"

Alcuni giorni fa una lettrice di questo blog (che preferisce rimanere anonima) mi ha segnalato tramite e-mail un programma televisivo chiamato “The Biggest Loser”, chiedendomi cosa ne pensassi. Poiché non ne avevo mai neanche sentito parlare, prima di esprimere un’opinione mi sembrava giusto capire di cosa si trattasse. E così ho scoperto che “The Biggest Loser” è un reality show americano, che è però possibile seguire anche sui nostri computer in streaming. Questo reality consta di più concorrenti obesi, che devono perdere quanto più peso possibile, e soprattutto devono perderne più degli altri concorrenti per vincere (vince chi perde più peso nello stesso lasso di tempo, infatti), tramite un’alimentazione ridottissima e un allenamento spaccaossa sotto la supervisione di un personal trainer. Ho scoperto anche che questo programma esiste da un bel po’, e poiché in U.S.A. è stato molto seguito, ne sono state fatte più stagioni. Nell’ultima stagione la vincitrice è stata una ragazza di 24 anni, Rachel Frederickson, che in poco meno di 7 mesi ha perso 70 chili, passando da 118 chili a 48 chili. E proprio a causa di questa drastica e rapida perdita di peso si sono scatenate numerose polemiche negli U.S.A., e su molteplici Social Network.

Okay, io non ho mai seguito una singola puntata di questo programma perché non è proprio il mio genere di cosa, ma sono comunque del tutto certa che: A) Non mi sarebbe piaciuto e B) Non è un programma edificante da seguire per nessuna persona in generale.

Forse alcune di voi lo conoscono e lo hanno seguito, e forse alcune di voi potranno dire che far dimagrire una persona obesa è positivo, e che perciò questo è un programma che trasmette energia e voglia di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi, e che promuove una cultura della salute. Rispetto la vostra opinione. Ma non sono d’accordo.

Ho scoperto che nella puntata finale di ogni stagione di questo reality show ciascuno dei concorrenti mostra il risultato di settimane e settimane di duro lavoro, dieta ed esercizio fisico alimentazione da Biafra e allenamento alla morte. E che la vincitrice dell’ultima stagione (ehm, perdente?) ha scatenato un inferno di commenti e di polemiche: tanto che alla fine i presentatori, i personal trainers, i dietisti, e i telespettatori si sono dichiarati d’accordo nel decretare che la vincitrice del programma aveva perso veramente troppo peso e che si era ammalata di anoressia (nell'ovviamente falso e semplicistico luogo comune che magrezza eccessiva = anoressia).

Se v’interessano maggiori dettagli potete leggere ciò che è stato scritto QUI, ma sappiate che ci sarebbe un sacco e una sporta in più da dire quando si parla di diete, attività fisica, peso, perdita di peso, etc.

In questo post voglio meramente esprimere la mia opinione al riguardo – come tale, opinabile per antonomasia.

Okay, partiamo da un dato di fatto. Considerati peso ed altezza di Rachel (dati trovati su Internet), la ragazza ha attualmente un B.M.I. di 18, quindi tecnicamente parlando sta al limite inferiore del normopeso. Ma se andasse in una clinica che si occupa di DCA, e raccontasse le modalità con cui ha perso peso, probabilmente verrebbe incoraggiata a prendere qualche chilo e a farsi seguire da una psicologa.

Penso che “The Biggest Loser” sia un programma potenzialmente pericoloso? Cazzarola, SI.

Ma la cosa che trovo più disdicevole è: Perché la gente si preoccupa solo e soltanto degli effetti della restrizione alimentare e/o dell’attività fisica eccessiva in persone che sono obiettivamente magre? 

Sicuramente gli avversari di Rachel hanno seguito diete simili alla sua, ed hanno fatto altrettanta attività fisica. Anche loro hanno perso molto peso, (anche se non sono arrivati a perdere i 70 chili di Rachel), in un lasso di tempo relativamente breve, il che può essere provocato solo da A) un’alimentazione eccessivamente restrittiva e limitata qualitativamente o B) un’attività fisica veramente esasperata e non mirata (o, suppongo, C) entrambe). Tuttavia, se leggete qualcosa su Internet vi accorgerete che la stragrande maggioranza della gente è preoccupata solo e soltanto per Rachel. Una donna magra. Perché non per gli altri?

Mi sembra semplicistico rispondere a questa domanda dicendo: bè, perché gli altri non sono stati i vincitori del programma. Sicuramente c’è del vero in questo – le luci dei riflettori si puntano sempre su chi vince, perché questo fa audience. Ma, perdonate il francesismo, penso sia una stronzata.

Quando io ero estremamente sottopeso e descrivevo la modesta attività fisica che facevo (mi ero ridotta a 2 soli allenamenti di karate la settimana di un’ora ciascuno, perché ero così sottopeso che non avrei retto altro) tutti si sdegnavano. Dicevano che quell’attività fisica era pericolosa per una persona nelle mie condizioni. Questo era verissimo, niente da eccepire. Ma quando ho cominciato a mangiare seguendo l’ “equilibrio alimentare” prescritto dalla mia dietista, sono tornata al mio set-point di peso corporeo fisiologico, pur essendo comunque una persona magra perché lo sono di costituzione, e ho ricominciato a fare allenamenti di karate consistenti e pure a lavorare come istruttrice di karate, nessuno ha battuto ciglio. Dicevano che non era più malattia, era dedizione e professionalità. Perché per loro ero sana e in forma.

Dunque, quella stessa attività fisica che se svolta da una donna molto magra fa scattare l’etichetta di “anoressia”, è la medesima che le persone “sovrappeso” o “obese” vengono incoraggiate a fare. Se una persona eccede col peso, le viene consigliato di stare a dieta stretta e di fare attività fisica. È così che vanno le cose.

Rachel seppure vincitrice del programma, non potrà mai vincere. La sua drammatica perdita di peso la condanna ad essere un’eterna perdente. All’inizio, era una ragazza obesa. Questo la portava a considerarsi una perdente. Adesso è magra – troppo magra, dicono tutti, è diventata anoressica. Di nuovo, una sconfitta. E, tra l’altro, sicuramente in un lasso di tempo più o meno lungo questa ragazza riguadagnerà del peso, anche solo perché quando si dimagrisce così in fretta parte dei chili persi sono relativi a perdita di liquidi – ovvero disidratazione – per cui basterà una corretta reidratazione per farle riprendere del peso. Un’altra sconfitta: perché a quel punto tutti saranno pronti a commentare su come Rachel, che aveva perso così tanto peso, è nuovamente ingrassata. NON E’ POSSIBILE VINCERE.

È vero che l’obesità è pericolosa per la salute, ma anche una dieta esageratamente restrittiva, un esercizio fisico tostissimo e una rapida perdita di peso in un lasso di tempo ridotto sono altrettanto pericolosi per la salute, qualsiasi sia il peso di partenza della persona, fine della fiera. Il fatto che una persona parta dall’obesità per raggiungere il normopeso, se il percorso non viene condotto sotto supervisione medica e adeguatamente dilazionato nel tempo, non è sinonimo di guadagnarci in salute. Qualsiasi sia il peso di partenza di una persona, se ne perde troppo in poco tempo, danneggia il suo organismo. Per non parlare delle turbe psicologiche che possono accompagnare un processo del genere, e che possono pure predisporre una persona su cui gravano già dei fattori di rischio a sviluppare un DCA.

Niente di strano che le persone di preoccupino per la perdita di peso di Rachel. Quello che mi sembra profondamente ipocrita, però, è che nessuno si preoccupi degli altri concorrenti del reality, che hanno sicuramente seguito la medesima dieta e fatto la sua stessa attività fisica, e che hanno comunque perso molto peso in poco tempo, ma che poiché non sono dimagriti altrettanto, vengono salutati con pacche sulle spalle ed incoraggiati a continuare sulla stessa strada perché possono riuscire a perdere ancora peso.

E lo stesso vale per chi ha un DCA: non solo una persona sottopeso che restringe l’alimentazione, e che quindi desta l’attenzione, è da considerare a rischio anoressia. Anche persone sovrappeso o normopeso possono maturare la stessa patologia. Perché l’anoressia non è una questione di peso, è una questione di attitudine mentale.

venerdì 3 gennaio 2014

Diete e anoressia

Uno dei tanto classici quanto falsi luoghi comuni sull’anoressia, è che essa rappresenta il risultato di una dieta andata a finire male. Okay, dato che la maggior parte della gente pensa che l’anoressia sia la conseguenza di una dieta degenerata, vediamo un po’ di sfatare questo mito. E non semplicemente con il mio parere che, opinabile per definizione, ha una validità estremamente limitata, ma con l’aiuto di uno studio scientifico condotto da alcuni ricercatori finlandesi nel 2010.

Tanto per cominciare, immaginatevi due ipotetiche adolescenti: Adolescente A e Adolescente B. Entrambe le adolescenti “fanno una dieta”. Il che potrebbe significare che vogliono perdere qualche chilo, oppure che vogliono eliminare i fuoripasto e mangiare in maniera salutare, oppure che vogliono fare più attività fisica. A prescindere dal perché, le due ragazze iniziano a ridurre l’alimentazione in quantità e qualità. Adolescente A si comporta come la stragrande maggioranza delle persone che decidono di “mettersi a dieta”: un po’ riesce a seguirla, un po’ non ci riesce. Perde qualche chilo, poi lo riprende. In certi momenti fa più sport, in altri ne fa di meno. Dopo un po’ si annoia, e lascia perdere. Insomma, alla fin fine sta comunque bene. Per Adolescente B, invece, le cose vanno diversamente: si ammala di anoressia.

Le motivazioni tali per cui una persona sviluppa un DCA sono estremamente numerose nonché variabili da individuo ad individuo, poiché ogni persona ha un differente patrimonio genetico, un differente carattere, un differente background, delle differenti esperienze di vita, che si embricano in maniera estremamente complessa tra di loro, per dare vita al DCA stesso. Per cui, la frase “L’anoressia inizia con una dieta andata a finire male” mi sembra estremamente riduttiva. Sicuramente all’esordio dell’anoressia c’è una restrizione alimentare, per cui potrebbe semmai essere più corretto il dire: “L’anoressia inizia con un bilancio energetico negativo”… ma non è questo il punto. Perché è molto più vero il contrario: la stragrande maggioranza delle diete non portano all’anoressia. Dunque, cos’è che rende una piccola percentuale di persone vulnerabili allo sviluppo di un conclamato DCA dopo un periodo di bilancio energetico negativo?

Alcuni ricercatori finlandesi, perciò, hanno deciso di provare a vedere se esistesse un modo per predire quali, tra le millemila ragazzine che “fanno la dieta”, avessero un più alto rischio di sviluppare un disturbo alimentare conclamato. Il loro studio ha dimostrato che esiste. La risposta sembra essere legata alla comprensione di quelle che sono le vere motivazioni che spingono una ragazza a restringere l’alimentazione. Se l’intraprendere un regime alimentare restrittivo è motivato da manie di controllo, ansia, ossessività, senso di colpa, difficoltà relazionali, pregressi eventi vissuti come traumatici, scarsa autostima, rabbia, etc, sarà molto facile che la persona sviluppi l’anoressia, cosa che invece non succede praticamente mai alle persone che si mettono a dieta prettamente per motivi estetici.

Questi scienziati finlandesi sono dunque partiti proprio da questa domanda: quali fattori rendono alcune adolescenti più propense a sviluppare un DCA rispetto ad altre, che pure “fanno la dieta”? Nel formulare il loro studio hanno prestato attenzione non solo alle differenze nel comportamento alimentare ma soprattutto (la parte più importante del loro studio, a mio avviso) a numerose variabili psicologiche – il che dimostra che l’anoressia non è banalmente una “dieta degenerata”, ma ci stano ben altre problematiche dietro. Insomma, per rispondere alla domanda questi scienziati hanno inizialmente reclutato 595 ragazze finlandesi di 15 anni. Tutte queste ragazze hanno risposto a dei questionari relativi alla loro passata/presente salute fisica e mentale, ai loro comportamenti, alle loro esperienze di vita, e ad alcune brevi domande relative a diete e DCA. (Isomaa et al., 2010).

128 di queste ragazze avevano comportamenti alimentari restrittivi e rispondevano a uno o più dei criteri diagnostici del DSM-IV per i DCA, per cui sono state richiamate per interviste face-to-face più dettagliate. Solo 113 delle 128 ragazze sono ritornate per sottoporsi al colloquio orale, e di queste 81 sono state considerate “a rischio sviluppo anoressia”. Soltanto 65 di queste, però, si sono presentate ai successivi follow-up. I ricercatori però non hanno condotto ulteriori indagini sulle ragazze che seguivano una dieta ma non rispondevano a nessun criterio del DSM-IV per i DCA, e non le hanno neanche sottoposte a follow-up: questo secondo me è il grosso punto debole di questo studio (anche perché le persone indagate sono rimaste solo quelle che fin dall’inizio presentavano un comportamento borderline verso il DCA, il che ha probabilmente influenzato negativamente la significatività dei loro risultati).

Ad ogni modo, con le 81 interviste orali ottenute, i ricercatori hanno suddiviso le quindicenni in 4 gruppi mutualmente esclusivi (le cui descrizioni le traduco direttamente dallo studio in questione):

A dieta per vanità (in originale: “Vanity Dieters” – mi scuso per le pessime traduzioni di questi termini, ma non esiste un diretto equivalente in italiano) (28 ragazze). Le ragazze a dieta per vanità hanno iniziato la loro dieta per ottenere un corpo più snello, più sensuale e più appetibile, potremmo dire più in linea con gli standard della società odierna. Si mettono dunque a dieta con un obiettivo ben preciso, e generalmente la loro dieta prevede l’eliminazione di cibi ad alto contenuto calorico, dei dolci, associato ad un modesto incremento dell’attività fisica.

A dieta per sovrappeso (in originale: “Overweight Dieters”) (12 ragazze). Le ragazze a dieta per sovrappeso hanno iniziato la loro dieta per cercare di evitare la comparsa di quelle patologie che tipicamente si associano al sovrappeso e all’obesità (come per esempio il Diabete Mellito di tipo II, l’ipertensione arteriosa, la sindrome metabolica, etc…). La loro dieta è moderata, e anche l’esercizio fisico è contenuto e regolare. Questo gruppo include solo e soltanto ragazze che quando si sono messe a dieta erano oggettivamente sovrappeso (B.M.I.>25).

A dieta per sconquasso emotivo (in originale: “Depressed Dieters”) (33 ragazze). Le ragazze a dieta per sconquasso emotivo hanno iniziato la loro dieta in un momento particolarmente difficile della loro vita, che le aveva emotivamente molto scosse, con l’idea che le loro problematiche avrebbero potuto migliorare perdendo del peso. La tipologia di dieta è variabile tra queste ragazze, ma nella maggior parte dei casi è caratterizzata dal saltare pasti, abbuffarsi e poi vomitare, assumere lassativi, o fare tantissima attività fisica per regolare l’apporto energetico.

A dieta per bisogno di controllo (in originale: “Controllers Dieters”) (8 ragazze). Le ragazze a dieta per bisogno di controllo forniscono proprio questa spiegazione quando vengono chieste le motivazioni per cui la dieta è stata intrapresa: perché avevano bisogno di controllare tutto, anche l’alimentazione. Nella stragrande maggioranza dei casi sono ragazze originariamente normopeso o addirittura sottopeso. La loro dieta consiste nel ridurre progressivamente quantità e variabilità degli alimenti ingeriti.

[La descrizione dell’ultima categoria mi colpisce molto perchè personalmente me la ritrovo in pieno, dal momento che la mia restrizione alimentare è stata sempre strettamente legata alla mia necessità di sentire che tenevo tutto sotto controllo, alimentazione compresa.] 

Fatta questa prima suddivisione in 4 gruppi, i ricercatori hanno considerato i primi 2 separatamente dagli altri 2: ai primi 2 gruppi è stato ascritto un basso rischio di sviluppare un DCA, viceversa gli ultimi 2 gruppi sono stati definiti come ad alto rischio di DCA.

Questa suddivisione è stata confermata ad un follow-up eseguito dopo 3 anni, ad Agosto 2013. Nelle persone appartenenti ai primi 2 gruppi, quelli considerato cioè a basso rischio, solo 3 persone avevano sviluppato un DCA subclinico, e nessuna un DCA conclamato. Viceversa, negli altri 2 gruppi, ovvero quelli considerati ad alto rischio, ben 10 avevano sviluppato un DCA subclinico, e addirittura 19 avevano sviluppato un DCA conclamato. Le differenze sono evidentemente statisticamente significative: le ragazze dei 2 gruppi ad alto rischio avevano una probabilità circa 15 volte maggiore di sviluppare un DCA rispetto alle altre. Notevole, come risultato.

Gli autori dello studio concludono:

“Quel che abbiamo scoperto ha palesi implicazioni cliniche: anche il solo chiedere da parte di genitori, insegnanti, allenatori, chiunque stia quotidianamente vicino alle adolescenti, il perché si sono messe a dieta, può dare un’idea della probabilità che quella ragazza possa sviluppare un DCA. Le ragazze che si mettono a dieta perché hanno delle difficoltà nella loro vita quotidiana o delle difficoltà emotive, o che sembrano eccessivamente attratte da un bisogno di controllo, devono essere strettamente monitorate. Lo studio suggerisce inoltre che le diete seguite dalle adolescenti sono sostanzialmente innocue, se non motivate dalle caratteristiche presenti negli ultimi 2 sottogruppi.” 
(mia traduzione) 

Anche se personalmente non penso che le ragazze originariamente effettivamente sovrappeso che si mettono a dieta debbano essere automaticamente considerate come soggetti a basso rischio di sviluppo di un DCA (poiché io credo che se la persona ha dei vissuti emotivi pesanti o delle manie di controllo, è comunque ad alto rischio, quale che sia il suo peso di partenza), penso che comunque i risultati di questo studio siano importanti ed interessanti, perché mostrano che, appunto, l’anoressia non è la mera conseguenza di una dieta finita male, ma è piuttosto successiva a problematiche psicologiche d’altro tipo. Inoltre questo studio permette, sebbene ovviamente in maniera approssimativa, di valutare sulla base delle motivazioni alla dieta, se la ragazza è effettivamente a rischio di sviluppare un DCA, o se la sua dieta è sostanzialmente innocua.

venerdì 13 dicembre 2013

L'ABC del ricovero dall'anoressia

A come Amicizia. Molto semplicemente perché credo che l’Amicizia sia un elemento fondamentale mentre stiamo percorrendo la strada del ricovero. Avere accanto dei veri amici che ci supportano e che sappiamo saranno lì per noi anche se li chiameremo alle 3 di notte, credo possa rappresentare un bell’incentivo a tenere duro.  

B come Basta al controllo. La necessità di percepire la sensazione (illusoria) di avere un controllo totalizzante è stato l’elemento più marcatamente caratterizzante della mia anoressia, e credo che comunque, in generale, gran parte dell’anoressia si fondi sul bisogno di controllo. Perciò, per poter combattere contro l’anoressia, occorre cercare di dire “Basta” al controllo, poiché la vita è incontrollabile per antonomasia. Per quanto la sensazione di controllo trasmessa dall’anoressia possa apparire come infinitamente più rassicurante, per provare a vivere veramente occorre staccarsi dal bisogno di controllare tutto, rendendoci così conto che, se anche non programmiamo tutto al dettaglio, non succede alcuna catastrofe e, anzi, in maniera del tutto casuale possono succedere anche cose pazzescamente belle.  

C come Chiedere aiuto. Che sia difficilissimo il farlo, è un indiscutibile dato di fatto. Eppure, questo è il primo passo che può veramente cambiare la vita, permettendoci di allontanarci dall’anoressia per avvicinarci a noi stesse. Chiedere aiuto significa rompere il silenzio di cui si nutre il DCA ed iniziare a combattere non più contro noi stesse, ma per noi stesse. Il non sentirsi “abbastanza malate” può rappresentare un freno al Chiedere aiuto, ma pensate a questo: cosa significa davvero essere “abbastanza malata”? Significa scendere sotto ad un certo peso? (O, nel caso della bulimia, indursi il vomito più di un certo numero di volte al giorno?) Significa mangiare meno di un certo tot? Significa fare un certo quantitativo di attività fisica compulsivamente? No, non è niente di tutto questo. Si è “abbastanza malate” ogni qualvolta si sta male con noi stesse, a prescindere dal peso perso, da cibo (non) mangiato, dall’attività fisica fatta. Perché non esistono scale di valore sulla sofferenza, che non può certo essere pesata sulla bilancia. Perciò, è sempre il momento giusto per Chiedere aiuto. È un modo per Cominciare a Combattere. Per poter così Costruire, con Coraggio, il nostro futuro.

D come Darsi da fare. Per quanto bello possa essere il sognare, non esiste nessuna bacchetta magica che ci permetterà di fare progressi come se niente fosse. Nessun incantesimo manderà in frantumi l’anoressia. E l'autocompiangimento servirà solo a rimanere ancora più impantanate. Per combattere contro l’anoressia occorre rinnovare quotidianamente il nostro impegno a stringere i denti, e seguire giorno dopo giorno l’ “equilibrio alimentare” e fare psicoterapia e non mollare anche quanto tutto sembra farsi tremendamente difficile. Darsi da fare per capire ciò che si vuole veramente dalla vita, e farlo. Perché lottare quotidianamente non sarà facile, ma è la nostra sola possibilità per non permettere al DCA di avere la meglio. Perché se si vuole veramente una cosa, nella fattispecie una vita senza l’assillo dell’anoressia, bisogna Darsi da fare e prendersela.  

E come Emozioni. L’anoressia rappresenta anche, a suo modo, una sorta di armatura che ci mette al riparo dal provare Emozioni: una sorta di maschera che ci permette di rapportarci al resto del mondo. Una maschera è, in un certo senso, comoda, perché ci permette di guardare senza essere viste per quello che siamo veramente, ma solo per il personaggio che interpretiamo, cosicché se qualcuno ci critica, non ne siamo realmente ferite perché a venire disprezzata è la nostra maschera, non le Vere Noi Stesse. Però, se è pur vero che una maschera ci protegge, è altrettanto vero che, alla lunga, quella stessa maschera finisce per isolarci dal resto del mondo. Nessuno potrà odiarci per quello che siamo, ma allo stesso tempo nessuno potrà neanche volerci bene per quello che siamo. Per la paura del primo 50% negativo, ci perdiamo pire il restante 50% positivo. “They can’t love me, they can’t love what I don’t show”, come dice la canzone. E allora, ecco che la maschera finisce per soffocarci. Per questo credo che togliere la maschera e lasciare libero spazio a quelle Emozioni che ci affanniamo tanto a controllare possa rappresentare un ulteriore passo avanti sulla strada del ricovero.

F come Fare sport. Fare sport in maniera equilibrata credo possa essere di grande aiuto nel momento in cui si sta percorrendo la strada del ricovero. Ovviamente per poter fare sport occorre essere ritornate ad un certo standard fisico, altresì può essere deleterio il praticarlo, però nel momento in cui si sta meglio, e ci si svincola da quella che è l’attività fisica eccessiva legata al DCA, si può fare sport in maniera tranquilla, corretta, salutare, magari anche insieme ad altre persone, il che può rappresentare un toccasana sia per il fisico che per l’umore.  

G come Gioco di squadra. La guerra contro l’anoressia non può essere vinta se combattiamo completamente da sole. Semplicemente perché senza alcun tipo di supporto tenere duro diventa estremamente difficile, e si è più alla mercé dei pensieri deviati messi in testa dall’anoressia, che non ha contraddittorio se non la parte razionale della nostra mente, che però non sempre riesce ad opporsi. Viceversa, l’avere vicino un team di persone supportive – che siano familiari, amici, terapeuti, persone che hanno vissuto la stessa malattia and so on – può rendere la battaglia contro l’anoressia decisamente più gestibile. Del resto, da che mondo è mondo, l’unione fa la forza.  

H come Ho toppato!”. Le ricadute credo siano praticamente inevitabili durante un percorso di ricovero dall’anoressia. Direi anzi che ne sono parte integrante. Perciò, non vivetele con frustrazione e non vedetele come dei fallimenti: provate viceversa ad analizzare la ricaduta per valutare cosa vi ha spinto verso di essa, al fine di non ripetere il medesimo pattern in futuro. Ricordatevi inoltre che la vittoria in una partita di calcio si basa su quanti goal la squadra riesce a segnare al termine dei 90 minuti di gioco, non su quanti ne ha segnati nei primi 20 minuti di partita. La vostra vittoria contro l’anoressia la si vede nel lungo termine, non nell’immediato di una ricaduta. Perdere una singola battaglia non significa affatto perdere la guerra. Avrete fallito solo se dopo una ricaduta deciderete di non rialzarvi: in questo caso, sì, avrete tutte le ragioni per considerarvi un fallimento. Ma fino a che vi rialzate e ricominciate a combattere con più grinta e determinazione di prima, sarà 1 a zero per voi contro l’anoressia: finché vi date una nuova possibilità, avrete almeno una possibilità. Per dirla con le parole di Nelson Mandela: "Do not judge me by failures, judge me by how many times I fell down and got back up again."

I come Imparare nuove strategie di coping. La restrizione alimentare nell’anoressia rappresenta indubbiamente una strategia di coping, ovvero un comportamento messo in atto per far fronte ad una qualsiasi situazione stressante che si teme di non essere capaci di gestire altrimenti. Il controllo (illusorio) che si percepisce con la restrizione alimentare si estende così anche all’altro ambito della vita che si teme di non essere in grado di riuscire a controllare, in maniera tale per cui riusciamo a gestire la situazione… ma a spese della nostra salute. Perciò, per poter andare avanti sulla strada del ricovero occorre comprendere che alle medesime situazione stressanti si può far fronte anche con altre modalità che non hanno niente a che vedere con la restrizione alimentare, che non sono lesive nei confronti di noi stesse, e che ci permettono di gestire emotivamente e praticamente la situazione senza più bisogno di ricorrere al DCA.  

L come Lavorare sui veri problemi. Penso sia palese che la restrizione alimentare e il peso perso rappresentano la punta di un ice-berg ben più profondo ed estremamente complesso. L’anoressia è una malattia multifattoriale, ergo alla sua insorgenza concorrono millemila concause diverse per ciascuna di noi. La perdita di peso e la restrizione alimentare costituiscono l’estrinsecazione clinica della patologia, che però in realtà è una malattia mentale che affonda le sue radici in tutt’altri problemi individuali. Sono quelle le vere problematiche che sostengono l’anoressia, l’erroneo comportamento alimentare è solo un comodo capro espiatorio che poco e niente ha a che vedere con i veri problemi che ci stanno dietro. Ed è proprio questi problemi che devono essere individuati e sui quali occorre Lavorare (ovviamente anche con l’aiuto della psicoterapia), perché è solo mettendoci face-to-face con essi, per quanto sia duro e difficile, che potremo darci la possibilità di risolverli.  

M come Migliorare la propria qualità della vita. Sebbene parlare di “guarigione” possa essere, a mio parere, utopico per una malattia come l’anoressia, si può senz’ombra di dubbio parlare di remissione. Avere una remissione dell’anoressia significa che la sua vocina sta sempre da qualche parte nella nostra testa e cerca di fregarci, ma che noi siamo più forti di lei, e scegliamo scientemente di ignorare la sua voce per seguire un stile alimentare sano e fare quello che ci va, senza più assecondarla. In questo modo è possibile studiare, lavorare, fare sport, avere hobby, stare bene, uscire con gli amici e, insomma, avere una vita di qualità veramente elevata.  

N come Ne vale la pena. Percorrere la strada del ricovero significa intraprendere una battaglia tosta e complessa. Significa sentirsi crollare il mondo addosso, dover stringere i denti continuamente, ed essere stanche, ed aver voglia di mollare riabbandonandoci al DCA, dove tutto sembrava più semplice. Eppure, se si tiene duro, più si va avanti e più ci si rende conto di quanto l’anoressia ci aveva tolto, e di quanto si può stare meglio se lottiamo per riconquistarcelo. I progressi non si vedono dall’oggi al domani, e sul momento può sembrare una lotta dura ed inconcludente, ma sul lungo termine, se vi guardate indietro, vi accorgerete che pian piano di progressi ne avete fatti eccome. Che vi siete poco a poco allontanate dalle ossessioni dell’anoressia, per riprendere in mano la vostra vita e riempirla di tutto ciò che vi piace davvero. E, sì, Ne vale la pena.

O come Obiettivi. Penso che, nel momento in cui si decide di intraprendere la lotta contro l’anoressia, possa essere importante fissare degli Obiettivi. Non degli Obiettivi a breve termine, che secondo me sono assolutamente deleteri perché fanno montare l’ansia da prestazione per cui non si combina nulla di buono e ci si sente da schifo per questo, bensì degli Obiettivi a lungo termine, senza scadenze temporali rigide, che rappresentano quello che vorreste ottenere dalla vostra battaglia contro l’anoressia. Possono essere Obiettivi complessi, come per esempio il ridurre le manie di controllo, o anche Obiettivi più semplici, come per esempio il riuscire a mangiare insieme a vostri amici. In ogni caso, abbiate chiari i vostri Obiettivi, ed elaborate delle strategie per raggiungerli in tutto il tempo che vi sarà necessario: l’essere riuscite a raggiungere un Obiettivo vi darà più forza, determinazione e fiducia in voi stesse.  

P come Provare ad accettarsi. Io non penso che necessariamente occorra arrivare ad amarsi. Tanto meglio se una ci riesce, è evidente, ma non lo vedo come un qualcosa di necessario allo svincolarsi dall’anoressia. Penso che sia più che sufficiente riuscire ad accettarsi: ovvero riuscire ad acquisire l’oggettiva consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre potenzialità, e il focalizzarci, più che sulla nostra fisicità, su quelle che sono le cose che facciamo nella vita (lo studio, il lavoro, i rapporti con gli altri, etc…) in maniera tale da avere dei buoni risultati in questi campi, che ci consentano di vivere bene con noi stesse anche senza bisogno della stampella dell’anoressia.

Q come Quel che è altro dall’anoressia. Lo so che è come scoprire l’acqua calda, ma una delle cose che credo possa aiutare di più nella lotta quotidiana contro l’anoressia, è il trovare qualcosa che sia per noi interessante e coinvolgente come lo è stata a lungo l’anoressia stessa. In sostanza: occorre cercare di dare più importanza ad altre cose, quali che siano, e cercare poco a poco di costruirsi una vita autonoma al di là dell'anoressia, poiché nel momento in cui si arriva ad avere una vita che compendia numerosi interessi “sani” e positivi, ci si rende conto che l’anoressia non ci serve più poi così tanto.

R come Riabilitazione nutrizionale. Credo che in un percorso di Ricovero sia imprescindibile essere affiancata da una figura professionale quale un dietologo/dietista/nutrizionista che ci permetta, grazie all’elaborazione di un “equilibrio alimentare” individualizzato, di rientrare progressivamente nel nostro set-point fisiologico di peso corporeo. Banalmente, questo è di fondamentale importanza per riacquistare salute fisica… e mentale. Ma su questo argomento ci torno tra un paio di lettere.  

S come Scegliere la vita. Non essere più malata e ricominciare a vivere a pieno. Affrontare quelli che sono i veri problemi che si nascondono dietro il capro espiatorio del cibo e della fisicità, e tener loro testa, uscendone vincitori. Stringere i denti tutti i giorni nella consapevolezza che le cose possono cambiare in meglio se ce la si mette tutta per. Smetterla di sopravvivere e ricominciare a vivere una vita che sia degna d’essere chiamata tale.  

T come Terapia. E qui mi ricollego alla lettera “R”. Penso che la Terapia psicologica, affiancata alla riabilitazione nutrizionale, rappresenti il binomio essenziale in un percorso di ricovero dal DCA. Penso che le 2 cose debbano coesistere e procedere di pari passo nel momento in cui una persona trova il coraggio di chiedere aiuto. La riabilitazione nutrizionale è necessaria perché un corpo fortemente debilitato dalla carenza di cibo, oltre a essere ovviamente a rischio per ogni qualsiasi malattia fisica, non permette di pensare lucidamente. Anche se a noi sembra di essere lucide, quando siamo fortemente sottopeso non possiamo biologicamente esserlo: perché la carenza di alimenti non permette la sintesi di numerosi neurotrasmettitori che sono quelli che, appunto, in condizioni normali ci permettono di pensare lucidamente. Per cui, fare psicoterapia senza supporto nutrizionale serve a ben poco, perché non si ha la lucidità mentale per concretizzare a pieno e mettere in pratica i suggerimenti dello psicoterapeuta, non si è neanche realmente in grado di rifletterci. Allo stesso modo, è altrettanto inutile la riabilitazione alimentare da sola, non affiancata da psicoterapia, perché comunque essa comporta delle variazioni di peso che verranno mal tollerate se la persona non fa contemporaneamente un percorso psicologico di accettazione e di lavoro su di sé, e sarà molto più rapida e frequente la ricaduta nel DCA, perché la persona non ci ha lavorato su. Ci vogliono ambo le cose. Giusto per dirla con un esempio semplificato (colleghi medici, non me ne vogliate!), se io ho un’infezione che mi dà febbre, per guarire devo prendere la Tachipirina ed un antibiotico contemporaneamente: se prendo solo la Tachipirina, sparirà la febbre e mi sembrerà di stare bene, ma il batterio continuerà a proliferare nel mio organismo e la malattia riaffiorerà. Se prendo solo l’antibiotico, il batterio scomparirà, ma sarò sempre fiaccata dalla persistente febbre. Per guarire, c’è bisogno di assumere entrambi i farmaci. E lo stesso vale per la Terapia psicologica e per la riabilitazione nutrizionale quando si ha l’anoressia: come le due parti inscindibili di un’equazione, non possono esistere l’una senza l’altra perché si completano e si embricano vicendevolmente.  

U come Un passo alla volta. La fretta è cattiva consigliera, si sa, e questo è tanto più vero quando si sta combattendo contro l’anoressia. Iniziando la terapia, credo sia spontaneo il desiderare di vedere risultati tangibili a stretto raggio, ma in questo caso le cose non vanno rapidamente. Anzi, più si cerca di spingere sull’acceleratore, più è facile inciampare in una ricaduta. Per cui, prendetevi tutto il tempo di cui sentite di avere bisogno per fare Un passo alla volta. Non mettetevi fretta. Arriverete a meta, ma ci vorrà tempo, ad ognuna il suo. Prendetevi sempre tutto il tempo di cui sentite di aver bisogno. Le cose buone arrivano per chi sa aspettare (e, nel frattempo, si impegna e ce la mette tutta per ottenerle!).

V come Volontà. Penso che la forza di Volontà rappresenti la chiave di volta nel combattere contro l’anoressia. Possiamo anche avere la disposizione la migliore equipe medica del mondo, e possiamo anche essere circondati dalle persone più comprensive e supportive del mondo, ma non servirà se noi per prime non abbiamo in noi la voglia di combattere contro l’anoressia. Certo, l’aiuto di specialisti e il supporto di chi ci vuole bene sono fondamentali per poter sostenere la battaglia contro un DCA, ma il primus movens può essere solo e soltanto la nostra forza di Volontà di combattere, di opporci alla malattia, di cambiare le cose, con tutta la determinazione di cui disponiamo. Perché Volere è potere – mai vero come quando si tratta di dar battaglia all’anoressia!

Z come Zero. Che è quello che auguro a tutte voi (a tutte NOI). Di fare piazza pulita dell’anoressia, e ricominciare da Zero. Di allontanarsi quanto più possibile dalla malattia, per poter riprendere le redini della propria vita. Perché lo so che l’anoressia più sembrare (illusoriamente) incredibilmente rassicurante, con la sua parvenza di controllo totale, a fronte di una vita che spesso e volentieri risulta essere del tutto random. Effettivamente la vita è un qualcosa che sfugge, che vuole essere inseguita, è un qualcosa di leggero e fragile, solo sfiorarle un’ala può comportare la fine del suo volo. Eppure la morte non riempie mai. Lascia un vuoto simile al buco allo stomaco. Credo che sia la vita ciò di cui si ha fame.

venerdì 15 novembre 2013

Sottotipi di anoressia basati sulla personalità

Come, ne sono certa, la maggior parte di voi che mi leggete saprà, il DSM distingue 2 sottotipi di anoressia. Citando detto manuale:

Sottotipo 1: con restrizioni (restricting type). Nell’episodio attuale di Anoressia Nervosa il soggetto non ha presentato regolarmente episodi di abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o clisteri) 
Sottotipo 2: con abbuffate/condotte di eliminazione (binge eating/purging type). Nell’episodio attuale di Anoressia Nervosa il soggetto ha presentato regolarmente episodi di abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o clisteri).

Per abbreviare, il sottotipo 1 viene indicato come AN-R (Anorexia Nervosa – Restricting) e il sottotipo 2 come AN-BP (Anorexia Nervosa – Binge/Purging) – dato che gli psichiatri sembrano amare gli acronimi tanto quanto amano chiedervi del vostro rapporto con la vostra mamma. Da un punto di vista comportamentale, questa sottoclassificazione pare scontata. Ma in realtà lo è meno di quanto sembri.

Nuove ricerche, infatti, stanno mostrando che questi 2 sottotipi comportamentali non sono il miglior modo per distinguere tra le varie tipologie di anoressia. Difatti un numero sempre maggiore di psicoterapeuti stanno facendo notare come le differenze caratteriali, di personalità, tra le persone affette da anoressia siano ad oggi più significative rispetto alla dicotomia AN-R e AN-BP, come è stato notato in uno studio condotto da Wildes et, al nel 2011.

 Alcuni studi longitudinali hanno dimostrato infatti che ci sono delle differenze tra AN-R e AN-BP sia riguardo all’efficacia delle varie tecniche terapeutiche, sia riguardo al tempo necessario per fare passi avanti sulla strada del ricovero, sia rispetto alla frequenza delle ricadute, sia in merito alla mortalità. Inoltre è stato osservato come una certa percentuale di soggetti AN-R, tenda a sviluppare dopo un lasso di tempo più o meno lungo AN-BP, mentre la restante percentuale rimane fissa sull’AN-R.

Volendo riassumere lo studio di cui vi parlavo: i ricercatori hanno studiato i profili di personalità di numerose persone affette da DCA, ed utilizzando queste differenti caratteristiche caratteriali, hanno diviso le persone affette da anoressia e da bulimia in 3 principali gruppi.

Tratti di personalità nei 3 gruppi: 

Supercontrollatrici (termine originario: Overcontrolled): Le supercontrollatrici estendono la loro necessità di controllo ben al di là del meno cibo, cercando di riuscire virtualmente a controllare ogni qualsiasi ambito della loro vita. Tendono ad essere rigide, affidabili, ottime leader, ma non hanno in realtà idea di cosa vorrebbero veramente per se stesse e dalla loro vita.
Sottocontrollatrici (termine originario: Undercontrolled – perdonate le pessime traduzioni, ma non credo esistano parole equivalenti in italiano): Le sottocontrollatrici hanno frequenti perdite di controllo che riguardano non solo l’ambito alimentare. Le persone appartenenti a questo gruppo sono spesso impulsive, emotive, molto sensibili, fortemente empatiche e dotate di una brillante intelligenza, ma tendono a soffocare la propria rabbia nei confronti degli altri rivolgendola su se stesse.
Perfezioniste (termine originario: Perfectionistic): Al di là dell’ovvio perfezionismo connesso al nome stesso della categoria, le appartenenti al gruppo delle perfezioniste sono persone molto precise, corrette, puntuali, propositive, gentili ed educate, ma con una certa tendenza alla depressione.
 (Suddivisione tratta da Westen & Harnden-Fischer, 2011) 

In questo studio iniziale lo scopo non era semplicemente quello di valutare le differenze di personalità nei DCA, ma anche quello di capire come questi tratti caratteriali potessero influenzare e quindi predire l’efficacia del trattamento. Credo che non vi sorprenderà il sapere che le persone che miglioravano più rapidamente dopo l’inizio di psicoterapia + riabilitazione nutrizionale erano le perfezioniste, seguite dalle supercontrollatrici, ed infine le sottocontrollatrici. In ogni caso, questo è semplicemente un esempio, e lo studio in questione peraltro era uno studio retrospettivo.

Viceversa, i ricercatori erano interessati ad uno studio prospettivo, per cercare di capire come questi tratti caratteriali influenzassero il percorso di ricovero, e come si modificassero nel corso dello stesso.

Alcune settimane fa, dei ricercatori hanno pubblicato il loro studio su “Behaviour Research and Therapy”. Questo studio si è basato su 116 donne affette da anoressia (alcune con AN-R, altre con AN-BP) che seguivano una psicoterapia e una riabilitazione nutrizionale di tipo ambulatoriale, per valutare la relazione tra la loro personalità e i sintomi clinici presentati (Lavender et al., 2013) Per prima cosa, i ricercatori hanno somministrato a queste donne una batteria di test di personalità e di questionari sui DCA. Dopo 2 settimane di terapia, hanno chiesto a queste donne come si sentissero in quel momento, e quali fossero stati gli eventuali cambiamenti nei comportamenti tipici del loro DCA, in 6 diversi momenti del giorno. Le partecipanti allo studio, in base alla loro personalità, erano state divise in supercontrollatrici (14,7%), sottocontrollatrici (47,4%) e perfezioniste (37,9%).

Le componenti dei 3 sottogruppi di personalità non differivano in termini di età, B.M.I., epoca della diagnosi di DCA. Le persone affette da AN-BP non differivano neanche per numero delle abbuffate, induzione del vomito, iperattività fisica giornaliera. Non sorprendentemente, le ragazze appartenenti al gruppo delle perfezioniste avevano quasi tutte comorbidità quali disturbi d’ansia, DOC o depressione, le persone con AN-BP appartenevano quasi tutte al gruppo delle sottocontrollatrici, le persone con AN-R quasi tutte al gruppo delle supercontrollatrici.

Gli autori hanno concluso:

“[…] Questi risultati suggeriscono che possa essere utile sottosuddividere le persone con un DCA ina base alla loro personalità per poter tipizzare il trattamento, e che le differenze di personalità possono rappresentare una valida strategia di classificazione delle persone affette da disturbi alimentari.” 
(mia traduzione) 

In soldoni: la propria personalità, il proprio carattere, ha molto a che fare con il modo in cui una persona si comporta, ben più dell’attuale sottotipizzazione diagnostica basata esclusivamente sui sintomi. D’altro canto, la tipologia di personalità non permette di distinguere i vari pattern di DCA in maniera tanto schematica da permettere una diagnosi secondo i dettami del DSM. L’importanza di questa suddivisione basata sulla personalità sta nel fatto che varia la risposta ai diversi approcci terapeutici, e quindi è possibile scegliere delle terapie più mirate sulla base del carattere del singolo.

Fortunatamente, questa ricerca è stata ripetuta su 154 ragazze ricoverate in una clinica per DCA (lo studio di Wildes cui avevo accennato). In questo caso i ricercatori hanno valutato tramite opportuni test la personalità delle ragazze al momento dell’ammissione in clinica. L’età media delle partecipanti allo studio era di 25 anni, e l’età media della durata di malattia era di 8 anni.

Anche in questo caso, i ricercatori hanno suddiviso le pazienti nei 3 gruppi di personalità: supercontrollatrici (20,8%), sottocontrollatrici (42,9%) e perfezioniste (36,4%). Di nuovo, anche in questo caso le partecipanti allo studio erano simili tra loro per età, B.M.I., anni di durata della malattia, ad indicare che i tratti della personalità non sono predittivi rispetto alla severità o alla durata di un DCA.

Tuttavia, i 3 gruppi hanno avuto, dopo il ricovero, risultati significativamente differenti. Le perfezioniste sono quelle che se la sono cavata meglio, le sottocontrollatrici quelle che hanno avuto i risultati peggiori: esito sfavorevole alla dimissione, dimissione contro il parere medico, più frequenti ricadute durante i successivi 3 mesi di follow-up. Nella fattispecie, il gruppo delle sottocontrollatrici aveva una probabilità di esito sfavorevole della terapia 3,56 volte maggiore rispetto alle supercontrollatrici, e addirittura 11,23 volte maggiore rispetto alle perfezioniste.

Quando i ricercatori hanno invece analizzato i risultati basandosi sulla suddivisione proposta dal DSM tra persone AN-R e persone AN-BP, è risultato soltanto che al momento della dimissione le ragazze con AN-BP avevano raggiunto risultati peggiori rispetto a quelle con AN-R, ma non c’erano differenze al termine dei 3 mesi di follow-up. Non proprio la stessa cosa, no?!

Dunque, cosa significa tutto questo per noi che abbiamo un DCA? 

Per prima cosa, c’è da considerare che questa suddivisione in 3 gruppi è basata su cluster di personalità. Sebbene alcune persone abbiano tratti caratteriali che le fanno rientrare perfettamente in uno di questi 3 sottogruppi, altre possono avere tratti di personalità comuni a 2 o addirittura a tutti e 3 i sottogruppi. I ricercatori hanno diviso le ragazze sulla base di quale gruppo rispecchiasse maggiormente il loro carattere, ma ovviamente non c’era un’aderenza assolutamente perfetta. Un altro aspetto da considerare è che i questionari schematizzano la personalità di una persona, ma non la rappresentano in toto, e soprattutto fotografano la personalità di una ragazza nel preciso momento in cui essa si sottopone al test. Non tengono conto del fatto che la personalità di quella ragazza possa essere stata ampiamente modificata dal DCA. Sebbene certamente alcuni aspetti basilari del nostro carattere rimangano invariati per tutta la nostra vita, ci sono tratti caratteriali che sono più malleabili, per cui non solo cambiano con l’arrivo del DCA, ma cambiano anche in funzione della nostra crescita e delle nostre esperienze di vita.

Inoltre, c’è da considerare anche il fatto che la risposta immediata ad un ricovero in clinica non è direttamente proporzionale all’entità della remissione dall’anoressia che il singolo può conseguire nel corso della propria vita. Infatti Wildes scrive:

“[…] una possibile spiegazione è che quei fattori che permettono di predire, inizialmente, la risposta alla terapia, differiscono da quelli associate ai risultati a lungo termine. Per esempio, una personalità supercontrollatrice consente di tollerare meglio l’ambiente della clinica rispetto ad una sottocontrollatrice, che avrà più difficoltà a far fronte ai propri impulsi. Tuttavia, nel lungo termine, una personalità supercontrollatrice mal tollera il controllo esercitato dall’esterno, e quindi è più facile che abbia delle ricadute per la sua spasmodica necessità di riacquisire quello che percepisce come il proprio controllo. […]” 
(mia traduzione) 

Il che ricalca perfettamente la mia esperienza personale. Il gruppo delle supercontrollatrici mi calza a pennello, in quanto a personalità (e, non a caso, il mio disturbo alimentare è AN-R). Tralasciando il mio primo ricovero, coatto perchè ero minorenne e quindi totalmente improduttivo, durante gli altri 4 ricoveri sono riuscita ad avere buoni risultati nell’immediato, riuscendo a seguire senza particolare fatica od ansia lo schema alimentare che mi veniva somministrato, e riuscendo a limitare le mie manie di controllo su tutto. Ma questi progressi si esaurivano rapidamente dopo la dimissione. È per questo che ho avuto una montagna di ricadute. Percepivo il controllo su tutto come talmente necessario che riuscire a ridurlo è stata un’impresa che mi ha richiesto un sacco di tempo e di fatica, e su cui comunque sto ancora lavorando.

Ma io credo che la nostra personalità non sia frutto del destino. Scegliere un’Università che mi piaceva e trovare un lavoro che ho fin da subito adorato, sebbene non abbia arrestato le ricadute, mi è stato comunque estremamente d’aiuto per smorzare certi sintomi. Grazie alla psicoterapia, inoltre, sto cercando di lavorare sulla mia personalità, e credo che questa possa essere una cosa utile a chiunque abbia un DCA: cercare di lavorare su se stesse, per cambiare quegli aspetti di noi che perpetrano il disturbo alimentare. Okay, ho sempre una spiccata tendenza a voler controllare le cose, e probabilmente questo tratto di personalità mi accompagnerà sempre, ma ci sto lavorando su per fare in modo che non sia questo controllo a finire per controllarmi la vita.

venerdì 1 novembre 2013

Lasciar andare l'idea del "peso corporeo ideale"

(Premessa: quanto segue deriva in parte dai miei studi, ma in altra parte dai miei ragionamenti e dalla mia opinione personale. Sono assolutamente convinta di ciò che scrivo in merito alla mia opinione, ma questo non la rende comunque ovviamente verità assoluta.) 

Leggendo qualsiasi cosa riguardi i DCA – soprattutto l’anoressia – dagli studi scientifici alla letteratura, sembra impossibile riuscire ad evitare le frasi “peso corporeo ideale” e “peso corporeo previsto”. Spesso e volentieri i pesi sono espressi in percentuale rispetto al peso corporeo ideale/previsto. Lo stesso DSM pone come criterio diagnostico per l’anoressia: “peso corporeo al di sotto dell'85% rispetto a quanto previsto”. E anche l’efficacia dei trattamenti viene valutata sulla capacità di ritornare all’ 85%/90%/95% (scegliete quello che preferite) del peso corporeo ideale/previsto.

Posso essere molto terra-terra? “Peso corporeo ideale/previsto” è una frase che DETESTO.

In molti studi i ricercatori calcolano il “peso corporeo ideale” sulla base del 50° percentile del B.M.I. rispetto all’età. Avete presente i percentili su cui si valuta la crescita dei neonati? Ecco, sostanzialmente la stessa cosa. Data una certa età di una persona, e data la sua altezza, è possibile calcolare il “peso corporeo ideale” di un individuo. Questo “peso corporeo ideale” viene spesso considerato il peso che chi è affetta da un DCA dovrebbe raggiungere… perché, cavolo, lo dice il nome stesso che è “ideale”!!

Okay, allora, ragioniamoci un attimo su. Il 50° percentile per il peso o per il B.M.I. è in realtà “ideale” solo per quell’ 1% della popolazione che fisiologicamente, naturalmente, senza aver mai avuto un DCA né problemi di alcun tipo con l’alimentazione, cade su quel percentile. Per il restante 99% della popolazione, il 50° percentile rappresenta una sovra o una sottostima del proprio peso.

Ora, so benissimo che viene fatto un sacco di lavoro da parte dei medici quando si tratta di definire appropriati obiettivi di recupero del peso corporeo per una persona che ha un DCA, e stimare che una persona debba raggiungere il 50° percentile di peso (rispetto alla sua età e alla sua altezza) può essere un punto di partenza non del tutto negativo, in mancanza di altri dati… Ma possiamo almeno ammettere che questa è solo una stima generica, e non un “ideale”?!

Tanto più che il “peso corporeo ideale” corrisponde ad una cifra. Ad un numero ben preciso. Il che è stupido. Basti pensare al fatto che il peso di una qualsiasi donna può variare da alcuni etti finanche ad alcuni chili durante il ciclo mestruale. Inoltre, il peso corporeo di una qualsiasi persona (uomo o donna che sia) può variare in base allo stato di idratazione, al periodo dell’anno, all’assetto ormonale, alla vicinanza dall’ultimo pasto rispetto alla pesata, al fatto di aver svuotato o meno vescica ed intestino… e un sacco di altre cose.

Parlando con alcune ragazze che sono state ricoverate in una clinica specializzata nel trattamento per DCA (della quale non faccio il nome per ovvi motivi), mi è stato detto che al momento del ricovero veniva assegnato loro un “peso corporeo ideale” da raggiungere: quello corrispondente, in funzione della loro altezza, ad un B.M.I. = 19. Cioè, seriamente?? E io che pensavo che fossero le persone con un DCA quelle fissate con il controllo di tutto, oppure quelle fissate con gli obiettivi di peso e di B.M.I. da raggiungere… e pensavo che, viceversa, il compito di una clinica fosse quello di permettere alla persona di fare introspezione e di sviscerare le sue vere problematiche, svincolandosi e mettendo in secondo piano cibo e peso… E invece mi sbagliavo, a quanto pare non solo chi ha un DCA, ma anche alcune cliniche si focalizzano su numeri, peso e B.M.I..

Commento soltanto: BAH.

Inoltre, quando si parla di qualcosa come il “peso corporeo ideale”, trovo veramente ironico l’utilizzo della parola “ideale”. Perché, di quale “ideale” siamo parlando, esattamente? Gli ideali culturali? (Ma non fatemi ridere…) Gli ideali matematici? Gli ideali statistici? Gli ideali di salute? Forse. Ma, nuovamente, non esiste un peso specifico e ben preciso che corrisponde alla “salute”. Ogni persona ha un certo range di peso che per lei può essere comunque considerato associato ad uno stato di salute “ideale”.

Una volta una psichiatra con cui avevo da poco intrapreso un percorso psicoterapeutico mi propose di impostare il mio obiettivo di peso da raggiungere (poiché in quel periodo ero piuttosto sottopeso, in quanto reduce da una ricaduta) chiedendo a me quanto volessi pesare, quale peso fossi stata disposta a raggiungere, considerandolo come se fosse il mio “peso corporeo ideale”. Hmmm, chiedere ad una persona affetta da anoressia restrittiva quanto vorrebbe idealmente pesare mi sembra quantomeno miope, per non dire di peggio. (Per la cronaca: ovviamente mollai questa psicoterapia dopo il quarto incontro o giù di lì.)

Un altro genio assoluto (una nutrizionista, nella fattispecie) era convinta che il “peso corporeo ideale” che avrei dovuto raggiungere era quello previsto dal B.M.I., per cui il target sarebbe stato quello di raggiungere un valore di B.M.I. almeno pari a 18,5. (Sì, ho mollato anche questa nutrizionista, naturalmente.) Certamente il B.M.I. può essere considerato un buon range nella valutazione del peso corporeo, perchè ci sono studi scientifici che dimostrano che le persone che hanno una maggiore aspettativa di vita e una minore incidenza delle malattie, sono effettivamente quelle che hanno un B.M.I. compreso tra 18,5 e 25. Ma questo non è comunque un assoluto, è solo una statistica, e il peso del singolo non risponde alla statistica, bensì risponde al proprio patrimonio genetico. Il set-point di peso corporeo è una cosa assolutamente individualizzata, e sebbene in molti casi cada in quello che il B.M.I. definisce “normopeso”, nulla vita che possa cadere anche sopra o sotto questo range, e che la persona sia comunque in salute, perché è fisiologicamente geneticamente settata su un peso al di fuori del normopeso stimato col B.M.I..

Inoltre, quando si fa una valutazione sul peso di una persona che ha un DCA, credo sia di fatto estremamente difficile determinare quale sia il “peso corporeo ideale” che essa dovrebbe raggiungere. Può infatti sorgere spontaneo il pensiero: il mio “peso corporeo ideale” è quello che avevo prima di ammalarmi di anoressia. Okay… ma questo è solo parzialmente vero. Perché se una ragazza si ammala di anoressia a 10 anni, avrebbe ancora un bel po’ di sviluppo da fare… e – annuncio di pubblico servizio – non è generalmente salutare per una donna pesare quanto pesava quando era una 10enne. Poi, certo, se una si ammala a 25 anni, allora il discorso del tornare al peso precedente alla malattia ha un senso… ma occorre non farci fuorviare da questa considerazione.

Il problema è che l’idea di “peso corporeo ideale” è veicolata da un enorme bagaglio culturale. Fortunatamente, ultimamente mi è capitato di leggere su Internet che ci sono diversi professionisti nel campo dei DCA che cercano di spiegare e di far passare l’idea che si può essere in salute anche se si indossano taglie diverse, che c’è più da puntare sulla terapia degli aspetti mentali dell’anoressia, e non limitarsi a valutare solamente l’aspetto della rialmentazione… e questo mi dà un po’ di speranza, perché vedo che c’è gente che finalmente apre gli occhi.

E dunque, se non usiamo “peso corporeo ideale”, qual è l’alternativa? Peso target? Forse… ma per le adolescenti, in pieno periodo di crescita e sviluppo, i target non sono stazionari. Perciò, penso che dovremo lasciar andare l’idea di “peso corporeo ideale/previsto”, e focalizzarsi invece (oltre che, ovviamente, sugli aspetti mentali della malattia) su qual è il set-point di peso biologico di ciascuna paziente. Fare un discorso assolutamente individualizzato, lasciando perdere le generalizzazioni. Ognuna di noi discende da una certa famiglia, ha la propria genetica, il proprio morfotipo, le proprie peculiarità costituzionali. Ogni persona ha un suo proprio range di peso corporeo che è biologicamente appropriato per lei stessa. Niente a che vedere con i target o con l’idealità, bensì con la genetica, la biologia, e il set-point di ciascuna di noi. Questa è la realtà.

Occorre smetterla di pensare che esista un valore univoco di B.M.I. che definisce lo stato di salute o il “peso corporeo ideale” delle persone. Occorre smetterla di pensare che essere sottopeso sia solo e soltanto sinonimo di avere un B.M.I. < 18,5. Non è così. Ognuna di noi ha il suo set-point fisiologico di peso corporeo, un suo proprio range di “normalità”: si è sottopeso se si scende al disotto di quel proprio ed individuale range. Ma questo range non necessariamente corrisponde a quello del B.M.I.. Per quanto la maggior parte delle persone abbia effettivamente un set-point fisiologico ascrivibile ad un B.M.I. compreso tra 18,5 e 25, ci sono alcune persone che per stare bene hanno bisogno di un peso che corrisponde ad un B.M.I. > 25, e alcune altre persone che sono perfettamente in salute pur con un B.M.I. < 18,5. È la variabilità interindividuale, quella che non può essere assoggettata a nessuna statistica. Per cui, se per esempio c’è una ragazza il cui set-point di peso fisiologico corrisponde ad un B.M.I. = 26, e poi il suo peso cala fino ad arrivare ad un B.M.I. = 23, la statistica dice che è meglio, perché la ragazza è passata da un sovrappeso ad un normopeso… ma, in realtà, rispetto al suo standard fisiologico, la ragazza in questione non è normopeso, bensì sottopeso! E, per lei, quella non rappresenta perciò una situazione di salute. Ragionare per numeri aiuta senz’altro a schematizzare, ma non dimentichiamo che le statistiche non possono trascendere l’individualità. Dobbiamo dunque essere consapevoli del fatto che alcune persone hanno set-point di peso biologicamente appropriati che sono anche al di sopra di B.M.I. = 25, o al di sotto di B.M.I. = 18,5. E va bene così.

In un mondo di circa 7 miliardi d’individui, non esiste alcun assoluto “peso corporeo ideale”. È un qualcosa di assolutamente variabile e soggettivo. Prima accetteremo questo dato di fatto, meglio staremo tutti quanti.

venerdì 12 luglio 2013

A proposito del Mindfulness nel trattamento dei DCA

Sapete cos’è il “Mindfulness”? Wikipedia lo definisce come: “modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc, intenzionalmente e in modo non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.” È una modalità terapeutica di cui ho sentito molto parlare, ultimamente. Sta prendendo sempre più campo, e ci sono molteplici ricerche che cercano di dimostrare quanto questa sia utile nel trattamento di disturbi d’ansia, depressione, DOC, somatizzazioni e patologie correlate. Nessuna sorpresa dunque che il Mindfulness sia diventato popolare anche nel campo dei disturbi alimentari. Secondo questa tecnica terapeutica dovremmo cercare di imparare a “vivere il momento” e cercare di essere delle osservatrici neutre della nostra stessa vita. Personalmente (mia opinione, e dunque opinabile per antonomasia) su di me NON ho trovato utile l’applicare questa metodica terapeutica. C’è chi dice che invece sia utile eccome, sicuramente è molto utilizzata, ma gli studi scientifici che cercando di dimostrare l’efficacia di questa terapia nel trattamento dei DCA, soprattutto anoressia, sono numericamente molto limitati, condotti su piccoli campioni, e comunque parziali. Cionnonostante, sono a conoscenza del fatto (riferitomi da alcune lettrici di questo blog) che alcune cliniche utilizzano il Mindfulness come un qualcosa di perfettamente integrato al loro protocollo terapeutico. Nell’ambito dei DCA, infatti, questa tecnica consiste nel cercare di non “fuggire” mentalmente dal cibo, ma concentrarsi su quello che si ha nel piatto, senza pensare ad altro, e cercando di tenere bassi i livelli di ansia nella consapevolezza che quello che si mangia è quanto previsto dal proprio “equilibrio alimentare”.
La domanda da porsi, dunque, è: il Mindfulness funziona? E, se sì, chi può trarne beneficio?

Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda, ed hanno impostato uno studio cercando di valutare l’efficacia delle tecniche del Mindfulness attuate sia prima che durante i pasti, su un gruppo di pazienti affette da DCA ricoverate in una clinica. In breve, hanno scoperto che il Mindfulness non è sempre una modalità efficace (né tantomeno la migliore) per aiutare le persone con un DCA durante la fase di ri-alimentazione. (Marek et al., 2013)

Spesso il termine Mindfulness viene utilizzato come se fosse un qualcosa che tutti conoscono, un qualcosa di ovvio. Non lo è, naturalmente. L’utilizzo colloquiale del termine Mindfulness non rispecchia esattamente quello che gli psicologi intendono quando utilizzano questo termine. In una non recentissima dichiarazione consensuale (Bishop et al., 2004), gli psicologi scrivono che il Mindfulness è:  

“un processo che permette di regolare la propria attenzione, al fine di ottenere una consapevolezza non elaborativa dell’evento corrente, e la capacità di relazionarsi all’evento in questione con un orientamento di curiosità, apertura mentale, e accettazione. Il Mindfulness è inoltre un processo di approfondimento della conoscenza sulla natura della propria mente, e l’adozione di una prospettiva decentrata sui pensieri e sui sentimenti, in maniera tale che possano essere vissuti per quella che è la loro soggettività (VS la loro necessaria validazione) e la loro natura transitoria (VS la loro permanenza).”
(mia traduzione) 

Considerato che la maggior parte delle persone con un DCA tendono fortemente a giudicare se stesse (penso di essere il CEO di questo club!) nonché tentano disperatamente di controllare i propri sentimenti e il modo in cui gli eventi esterni le influenzano (perché c’è quella sensazione che se si riesce a controllare allora non succederà niente di male, o di ansiogeno... di questo club sono il CEO dei CEO!!), il Mindfulness teoricamente potrebbe essere visto come un ottimo modo per arginare questi sintomi. Finora, la maggior parte del lavoro che è stato fatto col Mindfulness si è concentrato sulla bulimia e sul binge. Immagino che questo sia successo perché credo che (ma vado a naso, perché non mi è mai successo, quindi se a qualcuna è successo ed è diverso da quello che sto per scrivere, mi smentisca pure!) durante un’abbuffata la persona bulimica/con binge non è concentrata e lucidamente consapevole di quello che sta mangiando e delle sensazioni che sta provando (giusto??). E immagino che questo sia un punto molto importante per chi ha questo tipo di DCA.

Sempre in linea teorica, se una persona con bulimia/binge attuasse il Mindfulness, sarebbe meno propensa ad abbuffarsi, e forse non si sentirebbe troppo in colpa dopo averlo fatto (immagino, poi non so). Anche se gli studi scientifici al riguardo forniscono dati imprecisi, e spesso i campioni utilizzati sono troppo piccoli per poter parlare di statistica efficace, pare che i trattamenti in cui è integrato il Mindfulness siano promettenti soprattutto per la bulimia e il binge. Pare che questa metodica terapeutica sia efficace anche per persone con problemi di obesità. Ma i risultati ottenuti non ci dicono comunque che il Mindfulness sia assolutamente sempre efficace per ogni qualsiasi tipo di DCA, e per ogni qualsiasi persona.

Cos’hanno trovato i ricercatori?

In uno studio coinvolgente 17 donne affette da DCA ricoverate in una clinica, e 23 donne-controllo, ovvero donne senza DCA, Ryan Marek e i suoi colleghi hanno diviso ciascun gruppo circa a metà. Metà delle persone di ciascun gruppo è stata sottoposta a distrazioni durante il pasto. L’altra metà invece è stata sottoposta a Mindfulness. Alle partecipanti allo studio è stato anche chiesto di rispondere ad un questionario relativo al proprio umore (per esempio: tristezza, paura, vergogna, serenità, disgusto, depressione, ansia, rabbia, emozione) e alle proprie sensazioni di fame/sazietà. Inoltre, dovevano scrivere delle annotazioni relativamente a cosa ne pensassero (quanto gradissero o meno) quel tipo di trattamento.

Delle 17 pazienti affette da DCA, una aveva l’anoressia, 8 la bulimia, e 8 dei DCAnas. A tutte le partecipanti allo studio è stata fatta mangiare una fetta di torta ai mirtilli e al caffè, e gli è stato fatto compilare il questionario sull’umore prima e dopo averla mangiata. Questo è stato fatto per due volte.

Per il gruppo di controllo (quello formato da ragazze senza DCA) il Mindfulness riduceva significativamente le eventuali sensazioni negative post-pasto. Per il gruppo delle ragazze con DCA, invece, l’effetto era più scarso: coloro che erano state sottoposte a Mindfulness provavano più ansia, tristezza, depressione e senso di colpa post-pasto rispetto a quelle che erano state sottoposte a distrazioni. Le ragazze con DCA, inoltre, scrivevano di aver gradito il Mindfulness molto meno rispetto a quanto fosse stato gradito dalle ragazze senza DCA.

Gli autori hanno scritto:  

“Dato che il Mindfulness è stato applicato su pazienti che hanno una forte ansia a fronte dell’idea di dover mangiare, nonché alterate sensazioni di fame/sazietà, quello che è venuto fuori forse non è sorprendente. Poiché molte delle pazienti affette da DCA sono malnutrite da molto tempo, le loro sensazioni di fame/sazietà non sono più biologiche. Consequenzialmente, esse riferiscono eccessiva pienezza, gonfiore, dolore addominale anche dopo aver consumato piccole quantità di cibo. Per cui, non si può dire che il Mindfulness sia inefficace nelle pazienti che hanno un DCA, ma semplicemente che dovrebbe essere una tecnica applicata più a lungo, affinchè le pazienti possano padroneggiarla, e quindi trovarla funzionale.”
(mia traduzione)

Come la penso io?
Per quello che mi riguarda personalmente, le distrazioni sono sempre state e sono tuttora un toccasana quando devo mangiare. Più mi concentro su quello che sto mangiando e sulle sensazioni che sto provando, più mi si chiude lo stomaco e non riesco più a mangiare. Se mi ci dovessi concentrare ad ogni pasto per prenderci l’abitudine, comincerei immediatamente di nuovo a restringere. Per questo mentre mangio preferisco leggere un libro o guardare la TV.

Ovviamente, la distrazione durante il pasto non dev’essere considerata una stampella perenne e assoluta. Non c’è niente di sbagliato nel pensare a quello che si sta mangiando, magari per qualcuna di voi può essere anche utile per sapere che sta mangiando quanto deve, e non si sta abbuffando. Ma se il pensiero dev’essere puntato su quante calorie contiene l’alimento che si ha nel piatto, su quanta attività fisica dovrebbe essere fatta per smaltirlo, su quanto sarebbe bello poter restringere, allora il rimedio diventa peggiore del male. Meglio allora lasciar perdere il Mindfulness, e invitare a pranzo un amico con cui fare due chiacchiere.

E voi, come la pensate?

venerdì 12 aprile 2013

Anoressia & Microbioma: Sentimenti viscerali

Immaginate un esperimento del genere:

Infilate una persona in un frullatore (e, dato che è tutto ipotetico, immaginate d’infilarci una persona che vi sta sul cazzo. Vi sentite meglio? Immagino di sì!). Poi, contate il numero totale di cellule che avete ottenuto. Solo una su 10 di queste cellule è una cellula umana. Il restante 90%? Tutti microbi. Se poi vi mettete a contare il numero totale di geni nel vostro frullato umano (NON lo troverete a breve nei vostri supermercati di fiducia), i numeri saranno ancora più sbilanciati: solo 1 gene su 100 è umano. Il resto sono, analogamente, geni batterici. L’insieme dei batteri che vive nel e sul nostro corpo prende il nome di microbioma.

L’idea ovviamente non è quella di capire chi è germofoba tra voi lettrici del mio blog, ma ammettiamolo: siamo tanto batteriche quanto umane. Molti di questi microbi vivono sulla nostra pelle, nei nostri polmoni, e nelle vie genitourinarie. Ma la maggior parte di essi, tuttavia, vive nei nostri visceri. La loro importanza è cruciale per estrarre energia dal cibo, e questi microbi sono estremamente sensibili a ciò che mangiamo. “Far digiunare dei topi anche solo per un giorno altera drammaticamente la composizione dei loro microbi viscerali. Specificatamente, si riduce drasticamente il numero di un tipo di batteri conosciuti come Firmicutes. Quando i ricercatori hanno trapiantato Firmicutes nelle viscere di topi magri, questi hanno rapidamente guadagnato peso.” (mia traduzione) (Crawford et al., 2009

Quando si parla di anoressia, non c’è un granché da dire a proposito dei microbi. C’è uno studio più unico che raro condotto dal ricercatore Sergej Fetissov, che tratta della potenziale risposta autoimmune che si verifica nelle persone che hanno un DCA, e qualche sporadico lavoro in merito alla relazione tra PANDAS (Disordini Neuropsichiatrici Autoimmuni in Pediatria Associati con Infezione Streptococcica) e anoressia, ma, in generale, i ricercatori non hanno prestato molto attenzione al ruolo che il microbioma potrebbe avere nell’innescare o nel perpetrare un DCA.

Ben di più è stato fatto in merito alle ricerche relative all’obesità. Molti ricercatori hanno dimostrato che le persone con B.M.I. > 30 hanno microbi intestinali diversi rispetto alle persone che hanno un B.M.I. nel range di norma. Anche la chirurgia bariatrica cambia significativamente i microbi viscerali affinché le persone possano perdere peso, rendendoli più simili a quelli che sono i profili batterici delle persone normopeso. Uno studio più recente pubblicato in “The ISME Journal” propone una “dieta del microbioma”: mangiare cibi in grado di eliminare un tipo di batteri chiamati Enterobacter aiuta una persona ad avere una drastica perdita di peso in un lasso di tempo relaztivamente breve. (Fei & Zhao, 2012

Dunque, com’è che questi microbi sono coinvolti nell’anoressia? Ad oggi, in realtà, nessuno lo sa. Ho letto che Cindy Bulik ha iniziato uno studio alla ricerca di queste relazioni, ma ancora non è pervenuta ad alcun risultato utile. Basandosi sugli studi che ho precedentemente citato, è ragionevole pensare che i comportamenti tipici dei DCA (restrizione alimentare, binge, vomito autoindotto…) abbiano un impatto significativo sul microbioma degli individui. È solo una mia idea, niente di dimostrato, ma sono pronta a scommetterci. Comunque, la domanda è: cos’hanno a che fare questi cambiamenti della flora micorbica con I sintomi dei DCA?

È stato osservato che squilibri nella flora microbica intestinale nei topi e nei ratti alterano i normali pattern di assunzione di rischi e comportamenti ansiosi - cosa che, in un certo senso, avviene anche nelle persone con un DCA. Questi potrebbero anche, forse, spiegare la perdita di peso non controllabile che si verifica nell’anoressia e nei DCAnas. Forse l’iniziare una restrizione alimentare induce un significativo cambiamento della flora microbica viscerale, il che va ad amplificare gli effetti della malnutrizione. Forse viene meno un gruppo di microbi che produce importanti ormoni implicati nella regolazione delle sensazioni di fame/sazietà (Leptina, Grelina, Colecistochinina, etc…). Ad oggi, nessuno lo sa veramente.

Un suggerimento in merito al potenziale ruolo del microbioma nei DCA viene da uno studio pubblicato lo scorso 30 Gennaio sulla rivista “Science” e condotto da Smith et al.  
I ricercatori hanno condotto studi a proposito della relazione tra flora microbica viscerale e kwashiorkor, una forma di severa malnutrizione che si verifica quando una persona non ingerisce sufficienti proteine. Delle 317 coppie di gemelli del Malawi che i ricercatori hanno monitorato per 3 anni, la metà è andata incontro a severa malnutrizione, e il 7% ha sviluppato segni e sintomi di kwashiorkor. Ovviamente, una carenza proteica è cruciale per lo sviluppo di questa malattia, ma non è il solo fattore, visto che non tutti i gemelli con un severo deficit proteico hanno sviluppato il kwashiorkor. Quindi, dev’esserci anche qualche altra cosa.

Per prima cosa, i ricercatori hanno trattato le coppie di gemelli discordanti per il kwashiorkor (voglio dire che uno dei due gemelli si era ammalato, mentre l’altro no) con “cibo terapeutico” – basilarmente, burro di arachidi con steroidi. Il gemello con kwashiorkor ha ottenuto significative differenze rispetto all’altro gemello che aveva seguito la sua stessa dieta. I ricercatori hanno trovato significative differenze nei microbi viscerali dei bambini malati che erano stati trattati col “cibo terapeutico”. Interrompere la somministrazione del “cibo terapeutico” ha provocato una regressione nelle funzioni dei microbi viscerali.

Il punto è: quando i ricercatori inoculavano negli intestini dei topi microbi estratti dai visceri di bambini Malawiani malnutriti, questi topi perdevano rapidamente peso e sviluppavano anche loro il kwashiorkor. Questo succedeva nonostante detti topi fossero nutriti in maniera corretta, con dieta ricca e variata, e adeguato apporto calorico. Pertanto, una delle ragioni per cui i ricercatori credono che il “cibo terapeutico” sia così efficace nel trattamento dello kwashiorkor è che esso aiuta a ripristinare la normale flora batterica intestinale.

Quale effetto sortisca il ripristinare una normale flora batterica intestinale, grazie ad una dieta corretta, sui sintomi fisici e mentali dell’anoressia, rimane ancora da scoprire. I probiotici sono un tema caldo, ma gran parte della ricerca a tal proposito è abbastanza esagerata. Sicuramente questa è una strada che presenta un potenziale, una strada che merita di essere percorsa, poiché è necessario saperne di più riguardo a quale popolazione di persone con un DCA può trarre benefici dal ripristino di una normale flora batterica, e quale no. Ma mi pare un’idea interessante, e penso che dovremmo saperne di più a proposito del ruolo del microbioma nello sviluppo e nella perpetuazione di un DCA.

Per concludere, la citazione del ricercatore John Rawls in una sua intervista rilasciata allo “Scientific American” (mia traduzione):

“Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione della nostra capacità di descrivere la composizione e il potenziale fisiologico di queste comunità batteriche. […] Quello su cui possiamo iniziare a speculare, comunque, sono i diversi tipi di relazione che possono esserci. Sappiamo che il microbioma viscerale incremente la nostra capacità di estrarre calorie dai carboidrati complessi, e questa è chiaramente una relazione mutualmente benefica. Ma si sa che tutti i vertebrati hanno la capacità di digerire e assorbire autonomamente anche altri tipi di nutrienti, quali lipidi, proteine e carboidrati semplici, perciò non è perfettamente chiaro quale sia la relazione mutualmente benefica tra organismo e batteri relativamente a questi nutrienti…”

venerdì 15 marzo 2013

Esattamente, se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra?

Non mi sono mai piaciuti i termini “sovrappeso” e “sottopeso”, o per lo meno non mi è mai piaciuto il modo in cui questi termini vengono utilizzati da un punto di vista medico per parlare di persone che hanno un disturbo alimentare, ma per molto tempo non avrei saputo indicare a dito il motivo per cui queste due parole mi facessero tanta antipatia. Certo, in parte questi due termini non mi sono mai andati a genio perché sono fortemente giudicanti – se il tuo peso non è “normale”, allora sta facendo qualcosa di sbagliato, e il Dottor Camicebianco ti dirà come risolvere il problema. In un certo senso è per questo, ma non è tutto.

Ultimamente, però, ho capito a pieno perchè queste due parole non mi piacciono affatto.

Sottopeso e Sovrappeso sono termini in effetti relativi, eppure molti professionisti del settore medico li utilizzano come se fossero degli assoluti.

Cosa diamine sto cercando di dire? In questo momento, mentre scrivo al computer, sono seduta sopra una sedia, e sotto il tetto della mia casa. Se prendessi la sedia e salissi sul tetto, sarei seduta sopra la sedia e sopra il tetto. Se la sedia avesse delle gambe molto lunghe e io fossi una sorta di contorsionista, potrei mettermi a scrivere sotto la sedia che sarebbe a sua volta sotto il tetto. Basilarmente, “sopra” e “sotto” descrivono semplicemente una posizione relativa a qualcos’altro. 

Ma certo, cose come “il range di peso normale” potrebbero essere un qualcosa cui fare un raffronto. E questo sarebbe un utilizzo adeguato dei termini… se effettivamente venissero utilizzati in questo modo (e se “il range di peso normale” riuscire a includere in maniera un po’ migliore tutti gli aspetti della salute di un individuo). Il vostro attuale B.M.I. è inferiore/superiore a quello della media della popolazione. Il problema della “media della popolazione” è che non si tratta di misure individuali. La “media della popolazione” ci dice meramente che, su millemila persone valutate, la maggior parte di esse sono in salute quando il loro B.M.I. è compreso tra X e Y. Quello che X e Y dovrebbero essere esattamente e a tutt’oggi oggetto di dibattito nella comunità medica, ma i valori precisi non sono importanti ai fini di quel che voglio dire.

Non ho alcun problema riguardo la creazione e l’utilizzo di una misura che stima la “media della popolazione”. Ho invece ENORMI problemi riguardo a come questi range che rispecchiano la media della popolazione vengono utilizzati per determinare lo stato di salute del singolo individuo.

Immaginate di andare da un medico (o da un dietista), che vi dice che siete “sovrappeso”. Questo significa, ipso facto, che non siete in salute, che mangiate troppo e male, e che dovete assolutamente perdere peso o morirete di una di quelle terribili malattie legate all’obesità.

Avete mai pensato che, in realtà, quando un medico o un dietista vi dice che siete “sovrappeso”, lo siete semplicemente rispetto alla “media della popolazione”??!

Ergo, la domanda cui rispondere è: esattamente, se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra? 

Certo, se avete un binge eating disorder e non v'importa niente di averlo, se siete completamente sedentarie, se avete del velcro sui vostri pantaloni che vi tiene incollate al sofà su cui vi sedate, e non fate assolutamente niente per tutto il giorno salvo guardare la TV, allora effettivamente avreste bisogno di cambiare un po’ il vostro stile di vita per migliorare la vostra salute. Ma se state combattendo attivamente contro il vostro DCA, quale che sia, se state seguendo correttamente l’ “equilibrio alimentare” che vi ha prescritto la vostra dietista senza restringere l’alimentazione o provocarvi il vomito, se cercate di fare attività fisica ma non più in maniera eccessiva, se avete il ciclo e, tutto sommato, le vostre condizioni di salute sono buone, allora lasciate che ve lo chieda di nuovo: se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra? Potreste essere sovrappeso rispetto alla media della popolazione, ma questo peso potrebbe comunque essere PER VOI un peso assolutamente salutare.

E anche se non siete ancora arrivate fin qui. Anche se la vostra salute non si è ancora del tutto ripristinata, anche se il DCA minaccia ancora di avere la meglio su di voi, non per questo meritate di essere giudicate ed etichettate da nessuno, né dai medici, né dai dietisti, né dagli infermieri, né dalla gente, né da nessun altro. Perché solo voi sapete meglio di chiunque altro cosa significhi vivere la vostra vita, e che momento state attraversando.

La correlazione che più precisamente c’è tra quanto ho appena scritto e i DCA – l’anoressia in particolare – è che un B.M.I. pari a 18 viene normalmente considerato come una sorta di numero magico. Solo se superate questo magico B.M.I. non siete più considerate sottopeso e, dunque, come pensa la maggior parte della gente che non ha mai avuto l’anoressia, se avete risolto il vostro problema di peso, allora vuol dire che siete guarite e non avete più bisogno d’aiuto. Naturalmente, chi vive l’anoressia sulla propria pelle sa che riprendere peso non equivale a guarire, anzi, che la malattia si gioca fondamentalmente sul piano mentale, e che quindi si può essere ancora legate all’anoressia quale che sia il proprio peso… ma vallo a dire a chi non l’ha mai vissuta! La maggior parte della gente continuerà a pensare che è solo un problema di alimentazione, e che quindi basta riprendere il peso perso per guarire.

(Tra parentesi, lo sapevate che negli Stati Uniti d’America, dove la sanità non è pubblica come qua in Italia, bensì privata, le assicurazioni sanitarie pagano le cure delle pazienti con un DCA soltanto fino a che il loro B.M.I. è inferiore a 18 o superiore a 25?!!... Come se, rientrando in questo range di B.M.I., la persona fosse guarita… Se non è assurdo questo…)

Alcune ragazze, che ho conosciuto tramite questo blog e con le quali mi tengo in contatto anche via e-mail, mi hanno riferito che gli è stato detto che non avrebbero avuto bisogno di prendere ulteriore peso nel momento in cui il loro B.M.I. fosse arrivato a 18. Perché? Perché non sarebbero più state sottopeso. Da qui l’assunto: se il vostro peso è normale, il vostro DCA è risolto.

Il problema è che soltanto una ristretta fascia della popolazione ha un B.M.I. che, fisiologicamente, sta intorno al 18. Anche se chiunque è tecnicamente nella media della popolazione quando raggiunge un B.M.I. pari a 18, ci sono persone che con un B.M.I. di 18 sono comunque sottopeso rispetto a quello che è il LORO PROPRIO standard fisiologico, il loro set-point di peso ottimale.

Il problema è, di nuovo, che la parola “sottopeso” viene considerata come una misura assoluta. Una persona può essere ad un peso normale rispetto alla media della popolazione, ma questo peso può comunque essere non salutare per quella stessa persona, perché non coincide con il suo set-point.

Il proprio set-point corrisponde a quel peso che, una volta raggiuntolo, quel che si mangia non ha alcun effetto su quanto si pesa. Questa frase manda un po’ in confusione, non è vero? Mi spiego meglio. Chiaramente se una persona restringe continuativamente l’alimentazione, perde peso. E chiaramente se poi ha una ri-alimentazione, riprende peso. La chiave per capire la frase che prima ho scritto, si ha aggiungendo una chiarificazione fondamentale: una volta che si è al proprio set-point di peso ottimale, quanto si mangia non ha assolutamente nessun effetto su quanto si pesa. Se ci si trova sotto o sopra il proprio set-point di peso ottimale allora il corpo lavorerà davvero duramente per far tornare a quel set-point. Ergo, se una persona è sottopeso causa anoressia, è possibile stabilire che è ritornata al proprio set-point di peso quando, a prescindere da quello che mangia, il suo peso continua ad oscillare intorno ad un certo numero, ma non sale più come invece ha fatto sino a quel momento. Vale anche il viceversa, ovviamente: se una persona con problemi di binge che l’hanno portata a prendere peso, comincia a togliere le abbuffate e a rialimentarsi regolarmente, comincerà a perdere progressivamente peso fino a che non avrà raggiunto il suo set-point, dopodichè tenderà a rimanere su quei valori.
Ultima precisazione: il set-point di peso ottimale è determinato geneticamente… per questo trovo assurdo valutare la “normalità” o meno del peso del singolo sulla base del B.M.I.

Penso che ci sia bisogno di smetterla di utilizzare parole come “sottopeso” e “sovrappeso” come se si parlasse di magiche misure assolute, e viceversa valutare il sovrappeso/sottopeso come relativo ad ogni singolo individuo. Ci sono persone biologicamente molto magre, che non hanno nessun disturbo alimentare, e che sono in salute anche ad un B.M.I. inferiore a 18. Ci sono persone che sono a posto quando il loro B.M.I. è intorno a 18 – 20. Ci sono persone che stanno bene quando il loro B.M.I. sta tra 22 e 24 E ci sono persone che per essere in salute hanno bisogno di stare ad un B.M.I. intorno a 25 – 27. Dipende tutto dal DNA.

Penso che, in linea generale, si migliorerebbe la salute di un sacco di persone (e, nella fattispecie, quella di chi ha un DCA) smettendola di dire che esiste un range di peso superato il quale si è necessariamente sovrappeso o sottopeso, ed iniziare a prendere queste due misure come relative non alla massa, bensì al singolo individuo.

venerdì 4 gennaio 2013

Il fascino seducente dello psicoterapeuta "comprensivo e gentile"

Dato che ho appena ricominciato a fare psicoterapia, mi è venuto da pensare che più volte ho ricevuto e-mail da parte di persone che avevano deciso d’intraprendere un percorso di ricovero dall’anoressia, che mi chiedevano come poter fare per trovare uno psicoterapeuta, e/o come capire se lo psicoterapeuta che avevano di fronte fosse stato quello giusto o meno per loro. Altre persone mi hanno scritto parlandomi delle loro psicoterapie, commentando i propri progressi (o la mancanza di progressi) e valutando se continuare od interrompere la terapia, cercando un altro specialista.

Una delle motivazioni a favore del continuare la terapia con un determinato specialista – o, comunque, quello che chi mi scrive dice di cercare in un terapeuta – è che questa persona sia “comprensiva e gentile”.

Credetemi: capisco benissimo questa motivazione. Ci sono passata anch’io. Anch’io volevo qualcuno che fosse comprensivo, gentile, non giudicante, qualcuno con cui poter parlare di cuore. Anch’io volevo qualcuno cui poter confessare I miei pensieri più distorti senza essere etichettata come la pazza di turno. E anch’io pensavo che questa persona potesse essere uno psicoterapeuta. In tutta onestà? Avrei potuto semplicemente adottare un cagnolino.

Il punto è: indubbiamente avere uno psicoterapeuta con cui poter parlare del proprio DCA è d’importanza fondamentale per prendere le distanze dalla malattia e poter iniziare a combattere. Come ho sempre detto, il cuore dei DCA è il silenzio, ed è perciò estremamente importante romperlo. Se ne parliamo con qualcuno, (e a maggior ragione con qualcuno che è uno specialista in materia), la persona che ci sta di fronte certamente ci restituirà un input, e noi potremo trasformare questo input in un insight. Ma un insight non comporta un cambiamento nel nostro erroneo comportamento alimentare. È solo un concreto cambiamento del nostro erroneo comportamento alimentare che comporta un cambiamento del nostro erroneo comportamento alimentare. Il voler essere comprese e non giudicate dalla persona che ci sta davanti non è assolutamente un qualcosa di negativo. Ma spesso la frase “comprensivo e gentile” è una sorta di frase in codice che significa “non mi spinge in realtà ad apportare cambiamenti significativi alla mia vita”.

Con questo non voglio assolutamente dire che un buon terapeuta per essere tale dev’essere un completo stronzo. Ma essere un completo stronzo, per uno psicoterapeuta, non è comunque peggio dell’essere una persona unicamente “comprensiva”, “gentile”, “dolce” e “carina”. Non sto sostenendo – ripeto – che si debba scegliere come psicoterapeuta una testa di cazzo priva del benché minimo tatto e calore umano. Sto sostenendo che, prima di scegliere uno psicoterapeuta, è bene che pensiate a lungo a quello che state veramente cercando da una psicoterapia. Presumibilmente, voi avete un problema. Se state leggendo questo blog, scommetto che questo problema implica anche che voi abbiate un DCA. Perciò, prima di cercare un determinato tipo di psicoterapeuta, potrebbe essere utile che pensiate a cosa volete ottenere dalla psicoterapia in sé.

Forse è un qualcosa come: “Vorrei sentirmi meglio con me stessa”. Ottimo obiettivo. Ora provate a pensare a come, concretamente, questo potrebbe accadere. Combattere contro l’anoressia implica momenti in cui si sta veramente di merda, prima di poter ricominciare a sentirci un pochino meglio. Sentirci un pochino meglio significa che alcune delle ossessioni si smussano, che si ricomincia ad avere degli interessi al di là dell’anoressia, che non si è più eccessivamente perfezioniste ed esigenti con noi stesse. Riuscire ad arrivare a questo, nella stragrande maggioranza dei casi, comporta un lavoro di distacco dal DCA che è durissimo, difficile, e ci fa stare tremendamente male. Ho avuto degli psicoterapeuti così “carini” e “comprensivi” e "gentili" che non mi hanno spinta a questo perché sapevano, in un certo senso, che questo mi avrebbe fatta stare male.

Questo mi fa venire in mente una cosa che mi è successa nel 2008. Era Estate, ed un mio collega doveva partire per le vacanze, e mi affidò il suo gatto affinché me ne prendessi cura nel mese in cui lui non sarebbe stato a casa. Così portai questo gattino a casa mia, e dopo pochi giorni lui scoprì il frigorifero. Gli piaceva saltare sopra il frigorifero. Il problema era che poi non riusciva a scendere. Così iniziava a miagolare a tutto spiano, fino a che io non prendevo lo scaleo e lo tiravo giù. Ma lui dopo pochi minuti risaliva sopra, ed eravamo punto e da capo. Così, a un certo punto, io mi ero veramente rotta di riportarlo giù da quel dannato frigorifero. Perciò, decisi di lasciarlo cuocere nel suo brodo, di sopportare i suoi miagolii e di tirarlo giù solo dopo un ventina di minuti. Il gattino non era affatto felice della mia risoluzione. Anche a me, in fondo, dispiaceva di lasciarlo lassù a miagolare, ma d’altronde io non stavo chiusa in casa 24 ore su 24, e se lui fosse salito sul frigo in mia assenza, non sarebbe stato capace di scendere da solo se io non ci fossi stata, e quindi avrebbe potuto dover rimanere lassù anche per ore. Così, lo lasciavo sul frigorifero per un po’, per fargli capire che, certo, puoi benissimo arrampicarti dove ti pare, ma poi devi anche imparare a scendere. Passati quei 20 minuti, prendevo lo scaleo e lo riportavo a terra.
Ma non ho dovuto farlo per molto. Non mi ricordo neanche se è stato il gatto a smetterla di salire sul frigo o se (più probabilmente) alla fine ha imparato a scendere da solo. Lasciarlo lì sul frigo a miagolare non è stata una cosa “carina” né “comprensiva” nè "gentile" da fare, ma ha funzionato.

Ecco, è un po’ la stessa cosa di quando ci si trova di fronte uno psicoterapeuta “comprensivo e gentile”. Parliamo con lui dei nostri problemi. Gli raccontiamo di quanto l’anoressia ci ha incasinato la vita, e di come ci fa sentire adesso. E lui annuisce, e ci ascolta con studiata attenzione, ed ha l’aria comprensiva, e sembra che empatizzi davvero, e non ci giudica. Poi usciamo dal suo studio, ci reimmergiamo nei nostri casini, e non è cambiato un bel niente. Può sembrare in realtà una buona cosa, perché ci dà l’idea che stiamo lavorando sul nostro percorso di ricovero dal momento che parliamo con uno psicoterapeuta per 60 minuti ogni settimana, e il nostro terapeuta sembra proprio essere comprensivo, si prende cura di noi, e costruisce con noi un rapporto positivo.

 Ma il ricovero, in realtà, rimane stagnante. Non si fanno effettivi passi avanti, così.

Mi viene da pensare ad una frase che ho letto in un libro qualche tempo fa: “People don't change when they see the light, they change when they feel the heat”. Sentire il calore è spiacevole. Può sembrare stronzo insistere affinchè una persona affronti certi aspetti di sè o della propria vita, quando il rivangare certe parti del passato o il far fronte a certi aspetti della propria personalità le fa stare malissimo, e preferirebbero ammazzarsi piuttosto che parlare e lavorare su certe cose. Però lavorare su certe cose serve per progredire.

Questo non vuol dire che essere un bastardo cagacazzi farà di te un buon psicoterapeuta, perché non è affatto vero. Un buon psicoterapeuta è una persona che sa ascoltare veramente, fornisce input che permettano di costruirci con le nostre mani delle strategie funzionali per far fronte ai nostri problemi, è scevro di ogni forma di giudizio, conosce a fondo ciò di cui stiamo parlando, offre una panoramica su dove la terapia andrà a parare, illustra quali sono gli obiettivi, etc… Essere “comprensivo” e “gentile” non è una cattiva cosa, anzi, certamente aiuta a stabilire un buon feeling con i pazienti, ma non è questo che fa si un medico un buon psicoterapeuta.

Io stessa non ho cominciato a combattere veramente contro l’anoressia fino a che non mi sono trovata di fronte ad una psicoterapeuta che mi ha detto chiaro e tondo che non era lì per assecondare le mie stronzate. Mi ha spiegato molto bene quali fossero le “regole del gioco”, e mi ha sempre stimolata ad affrontare quello che mi faceva più male senza più scappare. Lo ha fatto certamente con correttezza, con professionalità, e in un certo senso anche con gentilezza, ma credetemi, non era molto gentile e comprensiva con l’anoressia. Allo stesso tempo, io l’ho rispettata tantissimo. Ho avuto moltissimo rispetto per chi non assecondava la mia “parte anoressica” per comprensione delle mie difficoltà, e mi trattava come una persona intelligente ma in quel momento anche malata, e quindi non in grado di vedere lucidamente determinate cose e, perciò, di gestire adeguatamente certi aspetti della mia vita. Quello che lei mi ha sempre detto è stato: “Tu hai bisogno di regolarizzare la tua alimentazione, e soprattutto di affrontare tutto quello da cui adesso stai fuggendo, e io cercherò di aiutarti a farlo. Non ti piacerà affatto, lo odierai, e in certi momenti odierai anche me, ma è giusto così.”

Dopodichè ho smesso di cercare psicoterapeuti che fossero semplicemente “comprensivi” e “gentili”, e ho cominciato a cercare persone che mi potessero materialmente aiutare a stare meglio. Alcune di queste erano gentili e comprensive – ma non è stato questo che mi ha fatta stare meglio.

In conclusione: ogni persona è una storia a sé, e quello che per me è un buon psicoterapeuta magari può non esserlo per qualcun’altra. Ma, in ogni caso, quando cercate uno psicoterapeuta, non concentratevi solo sulla persona in sé, ma soprattutto su quelli che sono gli obiettivi che volete raggiungere, valutando se la persona che avete di fronte può essere in grado di condurvi ad essi. E arrivarci sarà comunque difficile e doloroso, ragazze, ci vuole tanto olio di gomito. Ma è una qualcosa che tutte voi potete fare. Assolutamente.
 
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