Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
Visualizzazione post con etichetta restrizione alimentare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta restrizione alimentare. Mostra tutti i post

venerdì 11 aprile 2014

Scendere dalla bilancia: Markers di gravità dell'anoressia non basati sul peso

Penso che chiunque abbia un DCA sia perfettamente consapevole che la propria patologia poggia su basi che hanno poco e niente a che vedere col cibo e con la magrezza, ma che sono essenzialmente rappresentate dalle soggettive problematiche presenti in ciascuna persona affetta da DCA. Sebbene sia perciò grande la nostra voglia di gridare: “Il peso non c’entra una mazza, è solo un mero capro espiatorio, i veri problemi sono ben altri e più profondi!”, è un dato di fatto che, in molti casi, il trattamento dei DCA è basato principalmente sul peso corporeo. Questo è tanto più vero in Paesi come gli Stati Uniti d’America dove la sanità è privata e, addirittura, le persone malate di DCA possono accedere alle cliniche specializzate solo se il loro B.M.I. è inferiore a 18 o superiore a 25. Per quelle ragazze che, pur avendo un DCA con tutti i crismi, si mantengono nel range del normopeso… niente posto in clinica!

Ora, penso che siamo tutte d’accordo nel ritenere che, da questo punto di vista, il Sistema Sanitario Privato degli U.S.A. è veramente marcio. Però, nel fare così, propaganda un’idea che credo non sarà ignota a nessuna di voi: l’idea che se non siete gravemente sottopeso, allora non siete “abbastanza malate” da chiedere aiuto. Idea che, ovviamente, reputo SBAGLIATISSIMA. Non fraintendetemi, non sto dicendo che il peso corporeo sia una fattore di rischio irrilevante nel valutare un DCA (è un dato di fatto scientificamente comprovato che più il B.M.I. è basso, maggiore è il rischio di morire… ma questo non significa che, se il B.M.I. è nel range del normopeso, allora questo rischio è scongiurato!), ma ci sono millemila problematiche fisiche e psicologiche legate ai DCA che rappresentano altrettanti fattori di rischio e potenziali cause di morte anche per persone che hanno un B.M.I. non particolarmente basso.

Questo detto, immaginatevi qual è stata la mia sorpresa quando ho scoperto che, nell’imminente DSM-V, il principale marker di gravità per l’anoressia è… rullo di tamburi… il B.M.I.!!

Cioè, seriamente?

Seriamente.

La bulimia e il binge, in questa nuova edizione del DSM, hanno dei marker di gravità che sono prettamente comportamentali: per esempio, il numero di abbuffate, o il numero di episodi di vomito autoindotto per settimana. È pur vero che, anche nel DSM-IV-TR, i criteri diagnostici di queste due patologie non fanno menzione alle variazioni di peso come invece succede per l’anoressia, ma tant’è.

Ripeto: non penso che il peso, e la perdita di peso, siano irrilevanti nell’anoressia (certo che non lo sono!), ma da qui a dire che sono l’unico marker di gravità dell’anoressia, ne corre di acqua sotto ai ponti! E mi sembra una valutazione estremamente miope, tra l’altro. Fortunatamente, non sono l’unica a pensarla così. Un ampio gruppo di ricercatori ha recentemente pubblicato un articolo su “International Journal of Eating Disorders”, che dimostra come i comportamenti alimentari restrittivi siano un marker indipendente dalla gravità dell’anoressia. (De Young, et al.; 2013).

Per realizzare lo studio su cui è basato l’articolo, i ricercatori hanno reclutato 118 donne cui era stata diagnosticata l’anoressia, e che erano state seguite ambulatorialmente nel Midwest. Queste donne sono state poi suddivise in 2 sottogruppi: il primo comprendente le donne con anoressia di tipo restrittivo (sottotipo 1), il secondo comprendente le donne con anoressia associata a abbuffate/condotte di eliminazione (sottotipo 2).

Alle donne facenti parte dello studio è stato chiesto dai ricercatori quali comportamenti tipici del loro sottotipo di anoressia stessero utilizzando, od avessero utilizzato recentemente, e quanto tempo mentale fosse riversato sul DCA. Il primo risultato di queste interviste è stato rappresentato dall’osservazione che le donne appartenenti al sottogruppo di anoressia con abbuffate/condotte di eliminazione sono quelle con più pensieri ossessivi nei confronti dell’alimentazione, e con più comportamenti disturbati; il che è in linea con i risultati ottenuti in altri precedenti studi simili.

Tuttavia, da questo studio sono stati tratti altri risultati decisamente interessanti.
Le persone affette da anoressia con abbuffate/condotte di eliminazione, pur avendo un B.M.I. tendenzialmente superiore rispetto a quello delle donne affette da anoressia restrittiva, presentavano dei marker decisamente differenti per quel che concerne la gravità del DCA. Il primo gruppo, infatti, presentava:

• un numero maggiore di episodi di abbuffate e condotte di eliminazione per settimana (il che, okay, è ovvio, visto che chi ha un’anoressia di tipo prettamente restrittivo non ha affatto episodi di abbuffate nè condotte di eliminazione.);
 • più momenti di digiuno completo;
• più pasti saltati a piè pari;
• maggiore entità di restrizione alimentare ad ogni pasto;
• maggiore dichiarazione di volontà di “mangiare il meno possibile”;
• maggior tempo dedicato ai pensieri ossessivi tipici dell’anoressia;
• maggiori livelli di ansia.

Peraltro, questi comportamenti non venivano riferiti come necessariamente conseguenti ad un’abbuffata (ci sono degli studi che dimostrano che più è repentina e di maggiore entità la restrizione alimentare, più è facile cadere nell’abbuffata), e che, di conseguenza, aggravavano le condizioni fisiche della persona, e dunque erano markers di gravità del DCA, indipendentemente dal peso della persona. In effetti, erano proprio le donne con i valori di B.M.I. più elevati ad avere una maggior quantità di pensieri ossessivi, a digiunare di più, ad abbuffarsi per poi provocarsi il vomito di più, ad avere più pensieri ossessivi e dunque ad essere, in definitiva, molto più preda del DCA, il che ovviamente configura di fatto una situazione di gravità della patologia maggiore.

Gli autori dello studio concludono:

“Per l’anoressia, generalmente il marker di gravità di patologia più utilizzato è il B.M.I..Il peso corporeo è un marker indiscutibile in merito alla gravità da un punto di vista prettamente medico-fisico dell’anoressia, anche perché è strettamente associato con il rischio di mortalità. I risultati di questo studio, tuttavia, indicano che i due sottotipi di anoressia presentano markers di gravità differenti, e che si distaccano dal peso in sé per sé: markers che vanno a valutare i sintomi comportamentali. Ebbene, è proprio la frequenza di questi comportamenti patologici, che può rappresentare un marker di gravità dell’anoressia, indipendentemente dal B.M.I. [...] I professionisti che lavorano clinicamente con le persone affette da anoressia potrebbero dunque valutare e monitorare la varietà di comportamenti con cui le loro pazienti si approcciano all’alimentazione, nonché l’entità e l’ossessività dei pensieri propri del DCA, notando così che la configurazione di questi comportamenti e di questi pensieri può variare a seconda sottotipo e rappresentare un marker di gravità dell’anoressia non basato sul peso.” 
(mia traduzione) 

Con questo, non voglio dire che il peso corporeo non possa essere considerato come un marker di gravità per l’anoressia, ci mancherebbe altro, però voglio dire che NON DEVE essere considerato come L’UNICO marker. Dire che la gravità dell’anoressia si basa solo su quanto pesa la persona malata, corrisponde al giudicare la gravità di una malattia mentale basandosi su criteri somatici. È una contraddizione in termini, mi sembra ovvio. Nessuno penserebbe mai di fare una cosa del genere per altre malattie mentali come la depressione o l’ansia generalizzata. Per cui, a mio parere, sarebbe molto importante porre l’accento su quelli che sono gli aspetti comportamentali e i pensieri ossessivi tipici del DCA per valutare l’effettiva gravità dell’anoressia, perché queste sono cose che hanno un enorme impatto nella vita quotidiana della persona, e dunque sono importantissimi determinanti della qualità della vita. E questo indipendentemente dal peso. Perciò, è su questi nuovi marker, più che su peso, che dovemmo concentrarci per valutare la gravità dell’anoressia, e per fornire così alla ragazza malata il livello e la tipologia di cure di cui necessita.

venerdì 14 febbraio 2014

"The Biggest Loser" e un'ipocrisia ancora più "Big"

Alcuni giorni fa una lettrice di questo blog (che preferisce rimanere anonima) mi ha segnalato tramite e-mail un programma televisivo chiamato “The Biggest Loser”, chiedendomi cosa ne pensassi. Poiché non ne avevo mai neanche sentito parlare, prima di esprimere un’opinione mi sembrava giusto capire di cosa si trattasse. E così ho scoperto che “The Biggest Loser” è un reality show americano, che è però possibile seguire anche sui nostri computer in streaming. Questo reality consta di più concorrenti obesi, che devono perdere quanto più peso possibile, e soprattutto devono perderne più degli altri concorrenti per vincere (vince chi perde più peso nello stesso lasso di tempo, infatti), tramite un’alimentazione ridottissima e un allenamento spaccaossa sotto la supervisione di un personal trainer. Ho scoperto anche che questo programma esiste da un bel po’, e poiché in U.S.A. è stato molto seguito, ne sono state fatte più stagioni. Nell’ultima stagione la vincitrice è stata una ragazza di 24 anni, Rachel Frederickson, che in poco meno di 7 mesi ha perso 70 chili, passando da 118 chili a 48 chili. E proprio a causa di questa drastica e rapida perdita di peso si sono scatenate numerose polemiche negli U.S.A., e su molteplici Social Network.

Okay, io non ho mai seguito una singola puntata di questo programma perché non è proprio il mio genere di cosa, ma sono comunque del tutto certa che: A) Non mi sarebbe piaciuto e B) Non è un programma edificante da seguire per nessuna persona in generale.

Forse alcune di voi lo conoscono e lo hanno seguito, e forse alcune di voi potranno dire che far dimagrire una persona obesa è positivo, e che perciò questo è un programma che trasmette energia e voglia di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi, e che promuove una cultura della salute. Rispetto la vostra opinione. Ma non sono d’accordo.

Ho scoperto che nella puntata finale di ogni stagione di questo reality show ciascuno dei concorrenti mostra il risultato di settimane e settimane di duro lavoro, dieta ed esercizio fisico alimentazione da Biafra e allenamento alla morte. E che la vincitrice dell’ultima stagione (ehm, perdente?) ha scatenato un inferno di commenti e di polemiche: tanto che alla fine i presentatori, i personal trainers, i dietisti, e i telespettatori si sono dichiarati d’accordo nel decretare che la vincitrice del programma aveva perso veramente troppo peso e che si era ammalata di anoressia (nell'ovviamente falso e semplicistico luogo comune che magrezza eccessiva = anoressia).

Se v’interessano maggiori dettagli potete leggere ciò che è stato scritto QUI, ma sappiate che ci sarebbe un sacco e una sporta in più da dire quando si parla di diete, attività fisica, peso, perdita di peso, etc.

In questo post voglio meramente esprimere la mia opinione al riguardo – come tale, opinabile per antonomasia.

Okay, partiamo da un dato di fatto. Considerati peso ed altezza di Rachel (dati trovati su Internet), la ragazza ha attualmente un B.M.I. di 18, quindi tecnicamente parlando sta al limite inferiore del normopeso. Ma se andasse in una clinica che si occupa di DCA, e raccontasse le modalità con cui ha perso peso, probabilmente verrebbe incoraggiata a prendere qualche chilo e a farsi seguire da una psicologa.

Penso che “The Biggest Loser” sia un programma potenzialmente pericoloso? Cazzarola, SI.

Ma la cosa che trovo più disdicevole è: Perché la gente si preoccupa solo e soltanto degli effetti della restrizione alimentare e/o dell’attività fisica eccessiva in persone che sono obiettivamente magre? 

Sicuramente gli avversari di Rachel hanno seguito diete simili alla sua, ed hanno fatto altrettanta attività fisica. Anche loro hanno perso molto peso, (anche se non sono arrivati a perdere i 70 chili di Rachel), in un lasso di tempo relativamente breve, il che può essere provocato solo da A) un’alimentazione eccessivamente restrittiva e limitata qualitativamente o B) un’attività fisica veramente esasperata e non mirata (o, suppongo, C) entrambe). Tuttavia, se leggete qualcosa su Internet vi accorgerete che la stragrande maggioranza della gente è preoccupata solo e soltanto per Rachel. Una donna magra. Perché non per gli altri?

Mi sembra semplicistico rispondere a questa domanda dicendo: bè, perché gli altri non sono stati i vincitori del programma. Sicuramente c’è del vero in questo – le luci dei riflettori si puntano sempre su chi vince, perché questo fa audience. Ma, perdonate il francesismo, penso sia una stronzata.

Quando io ero estremamente sottopeso e descrivevo la modesta attività fisica che facevo (mi ero ridotta a 2 soli allenamenti di karate la settimana di un’ora ciascuno, perché ero così sottopeso che non avrei retto altro) tutti si sdegnavano. Dicevano che quell’attività fisica era pericolosa per una persona nelle mie condizioni. Questo era verissimo, niente da eccepire. Ma quando ho cominciato a mangiare seguendo l’ “equilibrio alimentare” prescritto dalla mia dietista, sono tornata al mio set-point di peso corporeo fisiologico, pur essendo comunque una persona magra perché lo sono di costituzione, e ho ricominciato a fare allenamenti di karate consistenti e pure a lavorare come istruttrice di karate, nessuno ha battuto ciglio. Dicevano che non era più malattia, era dedizione e professionalità. Perché per loro ero sana e in forma.

Dunque, quella stessa attività fisica che se svolta da una donna molto magra fa scattare l’etichetta di “anoressia”, è la medesima che le persone “sovrappeso” o “obese” vengono incoraggiate a fare. Se una persona eccede col peso, le viene consigliato di stare a dieta stretta e di fare attività fisica. È così che vanno le cose.

Rachel seppure vincitrice del programma, non potrà mai vincere. La sua drammatica perdita di peso la condanna ad essere un’eterna perdente. All’inizio, era una ragazza obesa. Questo la portava a considerarsi una perdente. Adesso è magra – troppo magra, dicono tutti, è diventata anoressica. Di nuovo, una sconfitta. E, tra l’altro, sicuramente in un lasso di tempo più o meno lungo questa ragazza riguadagnerà del peso, anche solo perché quando si dimagrisce così in fretta parte dei chili persi sono relativi a perdita di liquidi – ovvero disidratazione – per cui basterà una corretta reidratazione per farle riprendere del peso. Un’altra sconfitta: perché a quel punto tutti saranno pronti a commentare su come Rachel, che aveva perso così tanto peso, è nuovamente ingrassata. NON E’ POSSIBILE VINCERE.

È vero che l’obesità è pericolosa per la salute, ma anche una dieta esageratamente restrittiva, un esercizio fisico tostissimo e una rapida perdita di peso in un lasso di tempo ridotto sono altrettanto pericolosi per la salute, qualsiasi sia il peso di partenza della persona, fine della fiera. Il fatto che una persona parta dall’obesità per raggiungere il normopeso, se il percorso non viene condotto sotto supervisione medica e adeguatamente dilazionato nel tempo, non è sinonimo di guadagnarci in salute. Qualsiasi sia il peso di partenza di una persona, se ne perde troppo in poco tempo, danneggia il suo organismo. Per non parlare delle turbe psicologiche che possono accompagnare un processo del genere, e che possono pure predisporre una persona su cui gravano già dei fattori di rischio a sviluppare un DCA.

Niente di strano che le persone di preoccupino per la perdita di peso di Rachel. Quello che mi sembra profondamente ipocrita, però, è che nessuno si preoccupi degli altri concorrenti del reality, che hanno sicuramente seguito la medesima dieta e fatto la sua stessa attività fisica, e che hanno comunque perso molto peso in poco tempo, ma che poiché non sono dimagriti altrettanto, vengono salutati con pacche sulle spalle ed incoraggiati a continuare sulla stessa strada perché possono riuscire a perdere ancora peso.

E lo stesso vale per chi ha un DCA: non solo una persona sottopeso che restringe l’alimentazione, e che quindi desta l’attenzione, è da considerare a rischio anoressia. Anche persone sovrappeso o normopeso possono maturare la stessa patologia. Perché l’anoressia non è una questione di peso, è una questione di attitudine mentale.

venerdì 11 ottobre 2013

Perchè non amo il mio corpo, e non penso sia importante il farlo

Amare il proprio corpo rappresenta una sorta di Sacro Graal per chi ha un DCA. Messaggi sull’importanza dell’imparare ad amare il proprio corpo bombardano le persone che hanno un disturbo alimentare da ogni dove. Amare il proprio corpo e la propria fisicità è visto sia come la chiave per prevenire l’insorgenza dei DCA, sia come un obiettivo di cruciale importanza da raggiungere per poter “guarire” dall’anoressia.

Adesso vi svelerò un segreto: Io sto percorrendo la strada del ricovero, e non amo il mio corpo.

Ecco. L’ho detto. Non amo il mio corpo e non mi piace la mia fisicità, ma ho comunque fatto grandi passi avanti sulla strada del ricovero, e ora come ora le cose mi stanno andando bene, grazie mille.

Io non ho mai avuto il desiderio di essere magra perché, banalmente, io sono sempre stata magra. La mia principale spinta verso l’anoressia è stata il bisogno di avere tutto sotto controllo. Io volevo avere il controllo assoluto. Su tutto. Su ogni singolo aspetto della mia vita. La cosa è partita da ambiti diversi dall’alimentazione e poi, in un formidabile colpo di coda, anche il versante alimentare è stato tirato dentro questo mio bisogno di programmare – e dunque controllare – ogni singolo secondo delle mie giornate.
Volevo “semplicemente” avere sotto controllo ogni singolo respiro della mia vita, e questo controllo ad un certo punto ha iniziato a passare anche attraverso il canale alimentare. L’obiettivo della mia restrizione, in effetti era proprio questo: elaborare una forma di controllo su quello che mangiavo. Il dimagrimento è stata l’ovvia conseguenza, ma non mi ha mai fatto particolarmente piacere, anzi, mi metteva a disagio, non avrei voluto (anche perché comprometteva le mie prestazioni sportive, e al tempo ero a buon livello), ma avevo bisogno del controllo, e se “il prezzo da pagare” era quello di perdere chili, allora andava bene tutto, allora accettavo il compromesso, pur di non abbandonare la sensazione di sicurezza e di forza che quel(l’illusorio) controllo mi faceva provare.

Ho sempre avuto quest’abnorme bisogno di sentire che avevo tutto sotto controllo. Per quanto, vista dall’esterno, la cosa possa sembrare (ed essere a tutti gli effetti) patologica, sul momento io me ne fregavo, perché non mi rendevo conto di quanto il mio bisogno di controllo fosse eccessivo. Non mi ponevo il problema, perché per me non era un problema.

Sebbene la parvenza di controllo che mi pareva di esercitare con l’anoressia mi abbia probabilmente aiutata a sedare delle ansie sottostanti, non mi sono mai curata particolarmente della mia fisicità. Sapevo di essere una ragazza magra, ma era una constatazione fine a se stessa. E anche quando sono entrata nell’anoressia, ero consapevole che stavo perdendo peso, ma anche questa era una considerazione fine a se stessa. Il mio cervello non registrava veramente la perdita di peso: io volevo sentire che avevo il controllo, non m’importava quale fosse il mio peso (difatti non mi sono mai pesata). Io mi sentivo in controllo, quindi non riuscivo a capire come mai le persone che mi circondavano fossero così preoccupate per me.

Mi arrivavano barlumi di consapevolezza sul fatto che avessi un problema (sebbene, certo, razionalmente sapessi benissimo che mi stavo alimentando in maniera insufficiente) quando per qualche motivo succedevano cose che sfuggivano alle mie pretese di controllo. Quando succedeva qualcosa che non avevo programmato, andavo veramente ai pazzi. E restringevo l’alimentazione come se, per contrappasso, questo tipo di controllo potesse andare a compensare quelle aree della mia vita (la vasta gamma dei cosiddetti “imprevisti”) in cui invece non potevo avere per definizione alcun controllo.

Quando sono stata ricoverata in una clinica per la prima volta (ero minorenne, ed è stato un ricovero coatto) ho veramente sclerato. Io non ero assolutamente pronta né consenziente, quindi ovviamente quel ricovero è stato un completo insuccesso. Mi sentivo dilaniata dal fatto che la mia routine fosse scandita dagli impegni organizzati dalla clinica, e che la mia alimentazione fosse gestita da un dietista: in questo modo non avevo più alcun controllo, e questo per me era intollerabile. Non potevo più controllare niente, e non potevo neanche alleviare l’ansia e la rabbia che da ciò mi derivavano restringendo l’alimentazione. È in questo periodo che è nato l’altro mio problema, quello dell’autolesionismo, che ho iniziato ad adottare come nuova strategia di coping, non potendo più ricorrere alla restrizione alimentare. Il mio corpo cambiava, e io non potevo sopportarlo, non per il peso in sé per sé, di quello me ne fregava poco e niente, come del resto sempre poco e niente me n’era fregato, bensì perché quei cambiamenti del mio corpo non li stavo decidendo io, non li stavo controllando io. Il riprendere peso lo vivevo come sinonimo del non avere più controllo, ed era questo che non riuscivo a sopportare: il fatto che qualcuno mi avesse strappato via il mio “amato” controllo. Non m’importava del peso in sé, ma mi spezzava la sensazione di non poter più controllare niente. Il mio corpo non mi piaceva semplicemente perché era la materiale dimostrazione del fatto che non esercitavo più il controllo.

Inutile aggiungere che quando ho terminato questo ricovero ho avuto immediatamente una ricaduta, eh?! Comunque il tempo è passato, io ho fatto altri ricoveri, stavolta per mia scelta, e a poco a poco, molto lentamente, le cose hanno iniziato a migliorare (anche se ho comunque avuto delle ulteriori ricadute). Nel momento in cui ho ricominciato ad alimentarmi regolarmente senza più restringere, a poco a poco la mia testa ha cominciato a funzionare meglio, e quindi anche quest’assoluta necessità di controllo (che era comunque rinforzata dalla restrizione alimentare in uno dei quei famosi serpenti che si mordono la coda) si è lentamente attenuata sempre di più.

Ma non se n’è mai andata. Non del tutto.

Eccomi qua, oggi, per lo più priva dei comportamenti alimentari tipici dell’anoressia (okay, ogni tanto mi capita ancora di fare la cresta a qualche pasto, lo ammetto, ma è un evento veramente occasionale), con un residuo e persistente certo bisogno di controllo, e tuttora non amo la mia fisicità. E con ciò?

Col tempo, ho imparato a far prevalere la razionalità sull’illogico bisogno di controllo, e sui suoi riflessi sulla mia fisicità. Sono più consapevole del fatto che è impossibile che io riesca a controllare ogni singolo aspetto della mia vita. So che quando mi trovo in difficoltà tendo sempre ad utilizzare la restrizione alimentare come surrogato di controllo, e so che questo non ha un senso logico. So anche che il mio peso o la mia fisicità non rispecchiano in alcun modo il controllo che riesco ad avere o meno sulla mia vita. E so che adesso che ho sostanzialmente raggiunto il mio set-point di peso corporeo, rimarrò più o meno qui, salvo un paio di chili in più o in meno come margine d’oscillazione. Evidentemente, il mio bisogno di controllo non ha niente a che fare con il mio corpo.

Inoltre, ho imparato a separare il mio bisogno di controllo sia dalla mia fisicità che dalla mia autostima. Come dicevo prima, al di là dell’anoressia, non ho mai prestato particolare interesse alla mia fisicità. Non mi sono mai giudicata per la mia apparenza esteriore. Mi sono sempre giudicata molto, molto di più per le mie capacità scolastiche e sportive, e cose di questo genere. Certo, l’anoressia ha cambiato qualcosa, nel senso che ho utilizzato la mia fisicità come marker della presenza o meno del controllo: fintanto che restringevo l’alimentazione, ero in controllo. Ma sono adesso consapevole che questo in realtà non esprime in alcun modo niente della persona che sono.

Da un punto di vista prettamente fisico, quello che cerco di fare è lavorare sull’accettazione del mio corpo. Non mi piace la mia fisicità, e non credo che debba necessariamente piacermi. Ma è necessario che io abbia un certo peso per riuscire a tener dietro a tutte le mie attività della vita quotidiana, e per riuscire ad avere una buona qualità della vita.

Ho parlato con la psicologa che mi segue relativamente a questa presunta necessità di amare il proprio corpo, e mi veniva da ridere al pensiero di dovermi mettere davanti ad uno specchio ripetendo mantra quali “Sono davvero sexy” e “Amo il mio corpo”. Non fa per me, inutile mentire a me stessa. Così, anziché lavorare sull’imparare ad amare il mio corpo, abbiamo iniziato a lavorare sull’accettazione. Sulla consapevolezza che non mi piace la mia fisicità, e probabilmente non mi piacerà mai, ma che devo imparare ad accettare un certo standard corporeo, anche se non rispecchia la mia idea di “dimostrazione di controllo”, perché è quello che mi permettere di vivere una vita degna, concentrandomi invece sulle cose che veramente rappresentano i miei punti di forza, e valorizzandoli.

E questo, pian piano, sta facendo la differenza. Il mio corpo non mi piace, e il bisogno di controllo è sempre lì, ma faccio quello che c’è bisogno di fare (mangio seguendo l’ “equilibrio alimentare” che mi ha prescritto la dietista, e non cedo all’impulso di restringere) e questo mi consente di dedicarmi a quelle cose (sport, lavoro, tirocinio post-laurea, amicizie…) che nella vita mi piacciono e m’interessano realmente. Anziché pensare che se non restringo l’alimentazione allora non ho il controllo della mia vita, penso che grazie al non essere così ossessiva nell’espletare il mio controllo e al non restringere l’alimentazione, posso reggere tranquillamente un turno di 12 ore (la notte, 20 – 8) in Pronto Soccorso senza rischiare di svenire da un momento all’altro. E il turno di notte in Pronto Soccorso è una vera meraviglia, ve lo assicuro.

Ho raggiunto una condizione ideale? Non lo so. Ma ho trovato un equilibrio. E da qui andrò avanti, in quest'equilibrio. Mi viene da dirlo in Inglese, con una frase rubata ad una canzone, ma che rende moltissimo: it works for me. Non ho bisogno di amare il mio corpo. Non ho bisogno di trovare gradevole la mia fisicità. È un’inezia, a fronte della persona che sono. Piuttosto che prendermela perché una parte del mio corpo non è come la vorrei, mi preoccupo per la mia capacità di essere un medico capace, una buona istruttrice ed arbitro imparziale di karate, una buona amica, una persona corretta, una persona in grado di realizzare i propri obiettivi nella vita.

Dunque no, non amo il mio corpo. E allora?

venerdì 23 agosto 2013

Dire di no alla campagna "Just say no (to anorexia)"

Come tutti/e i/le ragazzi/e nati/e negli anni ’80, ricordo molto bene la campagna “Dire di No alla Droga” che era molto in voga (per lo meno dalle mie parti) quando frequentavo le scuole medie. In seconda media mi ero messa anche a distribuire i volantini che erano stati portati dagli psicologi che tenevano questa campagna di prevenzione alle varie classi. Nell’ingenuità dei miei 12 anni, ero convinta che stavo facendo la cosa giusta, che avrei protetto tutti i miei compagni di classe da quei cattivoni dei pusher che avrebbero avuto la meglio su di loro se solo non si fossero messi a Dire di No alla Droga.

Ero una ragazzina tutto sommato aderente alle regole sociali più basilari. L’idea di fare qualcosa di palesemente illegale (a parte il non rispettare mai i limiti di velocità quando guido la macchina) non era nelle mie corde allora come non lo è adesso. Non mi è mai mancata una certa vena ribelle, soprattutto quando qualcuno mi provocava dicendomi che non ero capace di fare qualcosa – nel qual caso ce la mettevo tutta per dimostrare a chi me l’aveva detto che si sbagliava – ma se mi veniva detto che fare una certa cosa non era permesso, alla fin fine non la facevo. O, tutt’al più, trovavo giustificazioni semi-etiche per aggirare l’ostacolo. Ma la Veggie dodicenne non si rendeva conto che la tossicodipendenza era ben più del semplice essersi rifiutati di “Dire di No alla Droga”.

Dopo tutti questi anni, ne ho viste abbastanza per rendermi conto che le campagne di questo tipo non funzionano. Certo, la decisione di assumere sostanze stupefacenti o di bere alcoolici è una scelta, ma una dipendenza non è più una scelta. È ovvio che le persone che hanno maggiore probabilità di diventare dipendenti sono quelle che decidono di provare ad assumere queste sostanze, ed è su questo che agiscono tutte le molteplici campagne “Dire di No” che vengono proposte a scuola – sullo scoraggiare le persone ad assumere certe sostanze ancor prima che lo facciano. Ma la maggior parte delle persone magari inizialmente assume sostanze stupefacenti a cuor leggero, pensando che lo farà solo una volta, che non gli succederà mai di perdere il controllo e diventare dipendente. È qui che questo tipo di campagne falliscono: perché non riescono a far capire veramente quanto sia facile diventare dipendenti, e soprattutto come sia difficile staccarsene e quanto una tossicodipendenza possa devastare la vita.

Questo è noto da anni, non è cosa nuova. E allora perché, acciperbaccolina, esistono ancora persone nel mondo dei DCA che decidono di dar vita a una campagna “Dire di NO all’Anoressia”?!?

Mi riferisco alla campagna “Just Say No (to anorexia)" che è stata varata da un’importnte agenzia di moda brasiliana. Quest’agenzia di moda ha iniziato questa campagna che sta riscuotendo molto interesse. Accanto allo slogan “You are not a sketch. Just say no to anorexia” (“Non sei un disegno. Di’ di no all’anoressia”), appaiono due immagini: il disegno, il bozzetto disegnato da uno stilista, di una donna estremamente magra, affiancato alla fotografia di una modella, trattata col Photoshop in modo da farla apparire emaciata. A parole non rende bene, quindi vi posto l’immagine per farvi vedere esattamente cosa intendo.


Immagine tratta da: http://www.buzzfeed.com/copyranter/alarming-anorexia-ads-via-brazil

(click sull'immagine per ingrandirla)

(Sulla sinistra: il disegno di una donna magrissima. Sulla destra: una modella dimagrita artificialmente grazie al fotoritocco.)

Al di là del fatto che una campagna del genere proposta da un’agenzia di moda mi pare largamente ipocrita – per la serie “predico bene e razzolo male” – e di cattivo gusto, poiché non ha senso che le agenzie di moda si mettano a criticare una fisicità che loro stesse contribuiscono a creare, c’è un problema sottostante ben più grosso, a cui forse nessuno pensa abbastanza: è veramente possibile “Dire di No” in maniera fredda e sciente all’anoressia?

Sia attraverso i 5 ricoveri che ho fatto, sia tramite questo blog, ho avuto modo di conoscere molte persone con un DCA. La stragrande maggioranza di queste ragazze sapevano perfettamente, ancor prima di ammalarsi, quanto anoressia e bulimia fossero malattie pericolose, fisicamente e psicologicamente.

Io stessa, anche se fin dall’inizio ero perfettamente consapevole di quanto fosse anomala e insana la mia progressiva restrizione alimentare, pensavo che comunque andasse tutto bene perché comunque non adottavo nessuna condotta di compensazione, come credevo tutte le anoressiche facessero, perché io non volevo questo, volevo solo avere il controllo. Certo, all’epoca le mie conoscenze relative a quanto le persone con anoressia effettivamente mangiassero/vomitassero/facessero attività fisica compulsivamente/assumessero lassativi, erano senz’altro estremamente limitate, ma non è questo il punto. Anche quando ero proprio nel pieno dell’anoressia, non pensavo che una malattia del genere potesse veramente capitare a me. Pensavo che, se l’avessi deciso, avrei potuto smettere di restringere l’alimentazione in ogni qualsiasi momento e far tornare il mio rapporto col cibo spontaneo com’era prima. Pensavo che non ci sarebbero stati danni psicofisici residui. Pensavo di avere sempre e comunque quel controllo che tanto bramavo, e che l’anoressia stessa illusoriamente mi trasmetteva. Pensavo di essere troppo dannatamente intelligente per lasciarmi controllare dall’anoressia.

Questo è poi un po’ quello che mi hanno detto quelle pochissime persone che mi conoscevano che sono venute a conoscenza della mia anoressia nel momento in cui mi è stata diagnosticata: “Ho sempre pensato che tu fossi troppo intelligente per ammalarti di anoressia” (*). Nessuno lo ha detto con l’intenzione di ferirmi, ma il messaggio era chiaro: avrei dovuto saperlo meglio. Avrei dovuto tirarmene fuori prima. Niente di nuovo rispetto a quello che io stessa mi ero ripetuta millemila volte.

Per un po’ di tempo, l’ho pensato spesso: se solo avessi conosciuto veramente tutte le implicazioni mentali dell’anoressia, se solo avessi saputo cosa significasse avere la mente piena di ossessioni, se solo avessi avuto cognizione di quanto avrei danneggiato la mia salute, se solo avessi avuto la consapevolezza di quanto avrei mandato a puttane la mia vita con questo disturbo alimentare, non avrei mai provato a restringere l’alimentazione come se questo fosse il miglior modo per sentire che avevo il controllo su tutto, fame compresa. Tuttavia, adesso ho smesso di pensarla così. Perché? Perché so benissimo che l’avrei fatto ugualmente a prescindere da quante e quali informazioni avessi avuto. Perché nel momento in cui ho iniziato a restringere l’alimentazione avevo comunque bisogno di avere la sensazione di poter controllare ogni singolo aspetto della mia vita. Perché non si sceglie un male sapendolo tale, ma solo se, per sbaglio, lo si vede come un bene rispetto ad un qualcos’altro che viene percepito come un male maggiore. A scuola avevo assistito anche a delle campagne di sensibilizzazione relative ai disturbi alimentari, per cui teoricamente conoscevo i danni fisici e mentali prodotti dall’anoressia. Cionnonostante, non avrei mai pensato che mi sarei ritrovata, a poco più di 16 anni, a subire un ricovero coatto a causa della massiva perdita di peso che avevo realizzato nel giro di 2 anni. Pensavo che sarei riuscita in qualsiasi momento a “Dire di No”.

Il punto è: NON SI PUO’ SEMPRE “DIRE DI NO”.

Penso che sarebbe sciocco creare una campagna “Dire di No” alla schizofrenia o al disturbo bipolare. La canzone “Don’t Worry, Be Happy” non è un grido di battaglia anti-depressione, ed è giusto così.

Inoltre, le campagne come questa “Just Say No (to anorexia)" spostano il carico dell’anoressia totalmente sulle spalle di chi ne soffre. Come tutti hanno sempre pensato, il mio problema è stato che non sono stata capace di dire di no all’anoressia. Il problema, dunque, è la malata, non la malattia. Il problema, come ho già scritto più e più volte, non ha niente a che vedere con i cosiddetti “ideali di magrezza” proposti dai mass media, che possono dunque facilmente affrancarsi da ogni qualsiasi contributo gli possa essere ascritto in merito alla patogenesi dei DCA. Il problema è che, se le stesse agenzie di moda elaborano campagne anti-anoressia sul modello di quella di cui ho parlato in questo post, sottolineano il fatto (erroneo!) che l’anoressia sia tutta colpa delle malate che sono state troppo dementi non riuscendo a “Dire di No”.

Ma non è così che funziona un DCA. Perciò, e non sto facendo dell'ironia, se qualcuno riesce a capire l’utilità di campagne come questa “Just Say No(to anorexia)", allora gentilmente me la spieghi, perché io proprio non ci arrivo.


(*) Giusto per mettere i puntini sulle “i”, vorrei chiarire cosa credo pensassero le persone che mi hanno detto una cosa del genere. Io immagino che queste persone volessero dire che loro pensavano che, dal momento che io ero consapevole di quanto fosse pericolosa l’anoressia, avrei dovuto prevenirla e non ammalarmene. E che per loro era frustrante il vedere quanto fossi malata, consapevole di esserlo, e allo stesso tempo incapace di uscirne fuori. Per chi non abbia vissuto l’anoressia sulla propria pelle, sembra ovvio che se restringere l’alimentazione comprometteva la mia salute fisica e mentale, io avrei dovuto smettere di farlo, punto e basta. Ma un DCA non è matematica. Mentre parlavamo utilizzando frasi del genere, non credo che né io né gli altri avessimo smesso di pensare all’anoressia come ad una scelta totalmente sciente.

venerdì 7 giugno 2013

Cosa significa scegliere la strada del ricovero

Quando avevo più o meno sui 18 – 19 anni, nessuno sapeva cosa fare con me. Tutta la schiera di psicologi, dietisti, psichiatri, medici con cui avevo avuto a che fare, avevano di fatto alzato bandiera bianca. Dovevo essere io a scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero, dicevano loro, e questo era un qualcosa che io chiaramente non stavo facendo. Fino a che io non l’avessi fatto, non c’era niente che loro potessero fare per me. Avrei cominciato a percorrere la strada del ricovero quando sarei stata pronta.

Ovviamente, ho qualche problemuccio con questo modo di vedere la cosa. Non dico che sia una visione sbagliata, ma è quantomeno una visione molto semplicistica e riduttiva. Prima cosa, dà per scontato che una persona che è nel pieno dell’anoressia sia lucidamente e decisamente capace di scegliere di combattervi contro. Seconda cosa, fa sembrare il ricovero come una scelta sciente, un’unica e ben precisa scelta che una persona compie, e quando lo fa allora magicamente guarisce dall’anoressia.

Il problema è che la strada del ricovero non si sceglie lucidamente e scientemente una volta per tutte. Occorre scegliere di percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, ogni mattina quando ci svegliamo e ci apprestiamo ad affrontare un’altra giornata, e bisogna rimarcare a noi stesse questa scelta ogni 5 – 6 volte al giorno. Occorre fare questa scelta anche quando proprio non vorremmo. Non è dunque una singola scelta che si fa una volta per tutte, e non è affatto semplice.

Se ci pensate, la stragrande maggioranza dei protocolli terapeutici per i DCA sono fatti per persone che cercano e vogliono (o, tutt’al più, accettano) seguire un protocollo terapeutico. E, insomma, è relativamente facile fare una psicoterapia e una riabilitazione nutrizionale ad una persona che è consenziente, vuole percorrere la strada del ricovero, e ce la mette tutta per essere aderente alle indicazioni mediche. Ma quando si parla di persone nel pieno dell’anoressia, laddove non è infrequente una spiccata difficoltà a comprendere quanto i propri pensieri e i propri comportamenti siano deviati, è veramente difficile riuscire ad intraprendere un percorso di ricovero, perché i medici non sanno come far fronte ad una paziente che non ha nessun interesse a staccarsi dall’anoressia. Per cui, piuttosto che cercare di elaborare nuove strategie terapeutiche per rendere più compliante una paziente che è ancora molto dentro il DCA, è decisamente più facile, economico e conveniente dire alla paziente che “noi ti potremo aiutare solo e soltanto quando tu sarai pronta a percorrere la strada del ricovero”.

Il problema principale di questa concezione medica – e della sua applicazione alle pazienti che hanno un DCA – è che una delle caratteristiche che più frequentemente s’incontrano nelle persone che hanno un DCA (anoressia in particolare) è che non c’è nessuna voglia d’iniziare un percorso di ricovero. Le motivazioni che rendono le persone affette da DCA estremamente restie ad iniziare un percorso di ricovero sono molteplici, e variano a persona a persona: solo per fare qualche esempio, le difficoltà a staccarsi dall’anoressia possono essere legate al fatto che essa rappresenta un’ottima strategia di coping, che fornisce un’illusoria sensazione di controllo, che la persona non si sente “abbastanza malata” da meritare di ricevere aiuto terapeutico, e così via. Ovviamente sarebbe cosa buona e giusta che ogni persona malata di DCA fosse in grado di prendere una decisione riflessiva e razionale in merito alla necessità di curarsi, ma spesso e volentieri le cose non stanno così.

Così tutti i medici si rintanano nei loro uffici, ed aspettano che la ragazza sia “pronta” a percorrere la strada del ricovero. Il problema è che più a lungo una persona viene lasciata in balìa del DCA, più sarà difficile che essa possa scegliere autonomamente di percorrere la strada del ricovero. Più una persona perde peso, minore è la produzione neurotrasmettitoriale, minore è la lucidità, più è difficile rendersi conto dello stato patologico in cui si verte, e scegliere un percorso di ricovero.

Tra l’altro, tutti i comportamenti tipici del DCA diventano molto rapidamente delle abitudini. Si restringe quando ci si trova davanti un piatto col Cibo X, perché è semplicemente quello che ci abituiamo a fare di fronte al Cibo X. Facciamo sempre lo stesso tipo di attività fisica per lo stesso lasso di tempo e nello stesso momento della giornata, perché è nel nostro programma mentale, che diventa un’abitudine. Mangiamo solo determinate quantità di determinati cibi in un certo ordine e ad una certa ora. Il cervello è un organo estremamente abitudinario e reiterativo. Poco a poco, aderisce sempre di più a quelle che sono delle “regole” che inconsciamente stabiliamo quando abbiamo un DCA.

Ecco che l’anoressia diventa la nostra nuova normalità.

Ben presto, tutto si appiattisce. Ci si dimentica com’era quando avevamo più energia. Si tralasciano hobby, interessi, studio, lavoro, perché l'anoressia occupa gran parte della nostra mente e della nostra giornata. Si allontanano gli amici perché non vogliamo che sappiano del nostro DCA. Ci si dimentica di come si faceva a mangiare senza farci problemi prima che l'anoressia esordisse. Ci si dimentica… tutto. Inizialmente, si ricorda ancora com’era la nostra vita in quando l’anoressia non la faceva da padrona. Ma poco a poco, anche questi ricordi s’indeboliscono, e comincia a parerci che in tutta la nostra vita non ci sia mai stato altro che l’anoressia. Si dimentica.

La frase “scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero” mi irrita per varie ragioni, soprattutto perché fa pensare che la strada del ricovero sia una tantum, una scelta che si fa una volta per tutte e poi non ci si pensa più. Come se io oggi scegliessi d’indossare un paio di jeans e una camicia bianca. Faccio questa scelta, indosso questi indumenti, ed è finta qui. Combattere contro l’anoressia non è così semplice. Non è in alcun modo una singola scelta.

Fare colazione. Io mi ricordo quando la mattina mi alzavo da letto e m’intrippavo in pensieri Shakespeariani del tipo “restringere a colazione o non restringere a colazione? Questo è il problema”. E anche quando decidi che, diamine, niente seghe mentali, quella cavolo di colazione la devi proprio fare senza restringere, allora devi decidere se prendere il latte coi biscotti e, nel caso, quali biscotti. Quanti biscotti. E, tra l’altro, quale tipo di latte. Intero? Parzialmente scremato? Scremato? E poi, nient’altro oltre a latte e biscotti? Succo di frutta o no. Qualcos’altro al posto del succo di frutta. Caffè o no (a me il caffè non piace, quindi un problema in meno… almeno questo!). E questo è solo il primo pasto della giornata. E cosa succede quei giorni in cui non si ha proprio per niente voglia di fare colazione? Che si fa, allora? Come si fa ad obbligarsi a mangiare comunque?

Io credo che scegliere la strada del ricovero non è come una lampadina che si accende di punto in bianco. Credo che per scegliere la strada del ricovero sia necessario un supporto medico anche quando non siamo ancora propriamente complianti, e anche quando lo siamo occorre comunque rinnovare questa scelta giorno dopo giorno. Perché è solo così che l’anoressia che è diventata col tempo la nostra normalità, può lasciare il posto al percorrere la strada del ricovero, che col tempo deve diventare la nostra nuova normalità. Più si sceglie la strada del ricovero, più sceglierla risulta essere meno faticoso. Ma per arrivare a questo, occorre imporsi di fare cose che ci danno discomfort, fare comunque cose che non vorremmo fare, cose che allontanano il (fasullo) senso di controllo che ci faceva provare l’anoressia, per lasciarci nell’incertezza di affrontare le sfide della vita senza più ricorrere ad una strategia di coping malata quale è il DCA. Significa che, anche nei momenti in cui non siamo propriamente ancora in grado di percorrere la strada del ricovero perché ancora troppo dentro all’anoressia, c’è bisogno di un supporto nutrizionale e psicoterapeutico che ci fornisca strategie di coping alternative, onde evitare il dilagare dell’ansia che ci riporterebbe immediatamente ad avere una ricaduta. Scegliere di percorrere la strada del ricovero è una scelta che, secondo me, dovremmo rinnovare giorno dopo giorno per tutta la nostra vita. Ma quando il percorrere la strada del ricovero diventa un’abitudine esattamente come lo era diventata l’anoressia, allora non sarà comunque facile e divertente, ma non sarà neanche più così dura come lo è nei primi tempi.

venerdì 8 marzo 2013

La verità sulla strada del ricovero

Okay, riconosco che il titolo di questo post è un po’ presuntuoso. Avrei dovuto scrivere “La MIA verità sulla strada del ricovero”, perché è ovvio che quello che penso, che deriva dalla mia esperienza personale, non può avere valenza universale.
Ma, del resto, ogni qualsiasi post presente su ogni qualsiasi blog, essendo stato scritto dalla propria autrice, riflette la soggettività della stessa, e quindi ecco che, necessariamente, queste sono le mie verità.

1) Non si possono fare molti passi avanti sulla strada del ricovero dall’anoressia, se non si recupera un peso decente (non mi riferisco meramente al B.M.I., mi riferisco ad uno standard soggettivo basato sulla corporatura di ognuna), lo si mantiene, e se non si arriva a raggiungere un buono stato di salute fisica. Questo significa seguire un “equilibrio alimentare” prescritto da una dietista/nutrizionista, o comunque un’alimentazione bilanciata, corretta, ricca di tutti i nutrienti, quantitativamente adeguata alle necessità. E questo, a prescindere dal proprio peso. In alcuni casi, il recupero di un po’ del peso può essere ottenuto anche con una dieta da 1200 – 1500 calorie al giorno, e continuando a fare sport. Molte ragazze pensano che questo sia sufficiente, e pensano di poter andare avanti così perché questo sembra andar bene e non è troppo ansiogeno, ritenendo così di aver già raggiunto un buon punto nel percorso di ricovero. Ma lasciate che vi spieghi un attimo il processo metabolico sotteso. Seguire una dieta da 1200 – 1500 calorie al giorno significa seguire una dieta che ha, in realtà, un contenuto calorico decisamente basso rispetto a quello che sarebbe necessario per soddisfare il fabbisogno giornaliero delle ragazze o delle donne adulte. Ergo, per compensare, l’organismo abbassa il proprio metabolismo, il che comporta: A) l’accumulo di ogni singola caloria possibile sotto forma di lipidi, con aumento della sola massa grassa, e B) l’autocannibalismo: il corpo supplisce alla carenza di nutrienti apportati con l’alimentazione “mangiando” i propri muscoli ed organi per permettere al cuore di continuare a pompare sangue. Quindi, la situazione è: un peso vagamente accettabile sebbene sempre piuttosto basso, ottenuto a spese dei vostri muscoli, delle vostre ossa, dei vostri organi interni, con il mantenimento di un elevato rischio di morte per infarto (perché, bè, anche il cuore è un muscolo, quindi prima o poi anche lui viene “auto-mangiato”…). Vorrei sottolineare che 2 persone su 3 affette da anoressia muoiono in conseguenza della stessa anche se sono riuscite a recuperare qualche chilo rispetto al loro peso minimo raggiunto, e anche se questo recupero ha portato ad un peso vagamente accettabile.

2) Non si può percorrere efficacemente la strada del ricovero se si continua a fare attività fisica in maniera eccessiva, anche se si incrementa il quantitativo di cibo mangiato per far fronte alle calorie in più bruciate con detta attività fisica. (E questa non è una mia opinione, è un dato di fatto e, se la cosa potesse interessarvi, sono pronta a linkarvi diversi studi scientifici in cui si dimostra ciò.) Questo perché l’attività fisica avverte l’organismo che si sta utilizzando un quantitativo più elevato di calorie, e il corpo risponde, come ho già detto al punto 1, abbassando il metabolismo. E si ritorna a quello che ho scritto sopra: viene incrementato l’introito calorico, si riprende qualche chilo, viene fatta attività fisica (anche se magari non più in maniera compulsiva) e sembra che le cose vadano meglio, quando in realtà l’organismo si sta compromettendo dall’interno. Okay, mi direte voi, faccio attività fisica, ma mangio anche di più, quindi faccio pari. Eh no, non funziona così. Il nostro corpo è molto attivo quando si ha l’anoressia: cerca di concentrare le poche calorie fornitegli nelle sedi più critiche ad un solo scopo: far continuare le pulsazioni cardiache. Quando si fa attività fisica, si causa un danno minore alla muscolatura, che viene successivamente riparata dall’organismo (questo è il modo in cui gli atleti, allenandosi, incrementano la loro massa muscolare), organismo che allo stesso tempo sta cercando di tenersi in vita. Tra l’altro, spiegatemi come fate a capire esattamente quante calorie vi ci vogliono per compensare quella precisa quantità di attività fisica che fate. Il nostro corpo funziona in maniera molto più complessa di una semplice equivalenza tra calorie (che, tra l’altro, hanno “valore” differente in funzione del tipo di cibo che le fornisce), soprattutto quando, con l’anoressia, è impegnato a cercare di fare diverse cose contemporaneamente per mantenersi in vita.

3) Non è possibile decidere personalmente e a priori quale è il proprio “peso ideale”. Non lo può decidere neanche un calcolo matematico, un grafico di relazione peso/altezza, né un B.M.I., nè un medico. Questo è territorio esclusivo del proprio corpo: esso sa da solo qual è il proprio set point genetico di peso, e continuerà a usare le calorie che s’ingerisce e a “auto-fagocitarsi” fino a che non avrà raggiunto il set point riparando tutti i danni interni. Fino a che una persona decide arbitrariamente quale debba essere il proprio set point, e cerca di mangiare e di fare attività fisica per mantenere il suo peso attorno a quel valore, la sua testa in realtà continua ad essere dominata dall’anoressia, e il suo corpo continua a subire danni che possono accorciare l’aspettativa di vita anche di 20 anni. Una cosa importante per percorrere la strada del ricovero, infatti, ritengo sia lo smettere di applicare processi intellettuali a funzioni biologiche.

4) Non esiste nel DNA un “gene-anoressia”, ma penso possa esistere una predisposizione, una propensione a sviluppare l’anoressia, che si concretizza quando l’individuo viene in contatto con eventi che ne provocano l’innesco. Una volta che il grilletto viene premuto, non si può fermare la pallottola. Quale che sia l’evento che funge da detonatore determinando la comparsa dell’anoressia, l’amigdala identifica erroneamente il cibo come una fonte di ansia, e il cervello riceve un segnale che dice: “Devi restringere l’alimentazione!!”. Il corpo ovviamente non è d’accordo, quindi invia al cervello segnali che dicono: “Ho necessità di mangiare ADESSO”. Sfortunatamente, tanto l’amigdala quanto il corpo parlano un linguaggio non-verbale, perciò è impossibile parlare con essi giungendo ad un compromesso accettabile. Per cui, quando i lobi frontali si trovano a dover far fronte ad una divergenza tra i segnali che giungono dall’amigdala e quelli che giungono dal corpo, forse arrivano ad un’ovvia conclusione: c’è bisogno di perdere (ancora) peso. Quando restringo l’alimentazione mi sembra di poter controllare tutto, così non ho più ansie, mi sento forte, mi sento soddisfatta, sono fiera di me. Devo continuare così perché il controllo è la chiave di tutto. È così che si sviluppa la distorsione più caratteristica dell’anoressia, che poi si può accompagnare alla concomitante presenza di altre patologie psichiatriche: DOC, disturbo di personalità borderline, disturbo di ansia generalizzata, giusto per elencare le più frequenti comorbidità. Alcuni di essi sono conseguenti al DCA, e possono essere opportunamente trattati, ma i farmaci che agiscono su queste condizioni sono scarsamente efficaci su un organismo denutrito. Per cui, l’organismo non risponde al trattamento per le suddette malattie psichiatriche fino a che non viene recuperato un peso decente, e talvolta sono queste stesse malattie psichiatriche ad incrementare le difficoltà connesse al riprendere peso… insomma, un serpente che si morde la coda.

5) La psicoterapia non è poi molto produttiva né efficace finché il peso è ai minimi storici e non ci alimentiamo adeguatamente. Il cervello costituisce circa il 4% del peso corporeo, e utilizza circa il 20% di tutta l’energia fornita al corpo stesso. Affamare il proprio corpo significa affamare il proprio cervello. Per rendere una psicoterapia produttiva e funzionale è necessario che tutti i processi cognitivi si svolgano in maniera adeguata. Sfortunatamente, il riprendere peso comporta il vedere accrescere i propri livelli di ansia conseguenti alla sensazione di perdita di controllo, ma quello che si può fare è lavorarci su grazie alla psicoterapia stessa e cercare d’imparare altre strategie di coping diverse dalla restrizione alimentare, e questo è tanto più efficace quanto più l’alimentazione è adeguata alle necessità. So benissimo che sembra più facile continuare a restringere l’alimentazione perchè i livelli di ansia si abbassano immediatamente, essendo la sensazione di controllo preponderante, ma in realtà quell’ansia c’è sempre, la si sta solo nascondendo dietro un comportamento malato. Per questo è importante imparare, tramite la psicoterapia, a gestirla in altro modo… ed ecco perché penso che la psicoterapia (oltre che l’essere seguire da una dietista, ovviamente) sia molto importante nel percorrere la strada del ricovero.

6) Nella stragrande maggioranza dei casi, l’anoressia ha un decorso “ciclico”: ci sono momenti di remissione, in cui il peso torna ad essere accettabile e spariscono i soliti pensieri ossessivi, e momenti di ricaduta. Anche nel migliore dei casi, si rimane comunque sempre vulnerabili alle insidie dell’anoressia. Una ricaduta può iniziare in maniera subdola, una colazione saltata, un pranzo ridotto, un po’ più di attività fisica, o cose del genere. Ma nel momento in cui l’evento si verifica, si ri-stimola l’amigdala che ricomincia a mandare messaggi erronei al cervello. Il momento giusto per imparare e mettere in pratica le strategie che ci consentano di combattere la ricaduta è il momento in cui si sta fisicamente e mentalmente meglio, in cui si ha perciò maggiore lucidità, NON quando si è già ricominciata la lenta (o rapida) discesa nell’anoressia, discesa che, una volta o l’altra, potrebbe anche essere l’ultima.

venerdì 22 febbraio 2013

10 cose che le "pro ana/mia" non vi dicono: perplessità & spiegazioni

Alcuni giorni fa, Anna ha lasciato un commento al mio post “10 cose che le pro ana/mia non vi dicono”, esternando le sue perplessità relative a primi 7 punti della lista che avevo riportato in quel post.
In un primo momento, avevo pensato semplicemente di lasciarle una risposta in calce a quanto lei aveva scritto; dopodiché però mi è sovvenuto che le perplessità sollevate da Anna potrebbero essere comuni anche ad altre lettrici, quindi ho pensato che sarebbe stato meglio farne un post in maniera tale da poter approfondire le tematiche che Anna ha affrontato nel suo commento, e chiarire i dubbi sollevati. In questo modo, posso rispondere non solo ad Anna, ma anche a tutte le persone che, leggendo il post succitato, potrebbero avere i suoi stessi dubbi al riguardo, e posso farlo in maniera più estesa ed esaustiva, con le dovute spiegazioni scritte a modino, senza dovermi limitare alla brevità di un commento.

Dunque, stante le medesime premesse che avevo inserito in testa al post in questione (che vi consiglio di leggere o di rileggere, perché sennò non ci capite nulla in quello che segue), passo a riportare il commento di Anna punto per punto, cui seguiranno le mie relative risposte.

Anna ha detto… 
[…] 
1) sono d accordo con l’ultima parte del tuo commento, però è vero che ci sono dei cibi ingrassanti, che non servono al nostro corpo se non a farci ingrassare; ad esempio cioccolata, caramelle e cose di questo genere (me ne vengono in mente alcuni ma non voglio scrivere marche). 
2) accelerare il metabolismo no, ma far sentire pieni, o far andare spesso in bagno si... 
3) il corpo, in realtà, inizia a mangiare se stesso solo a livelli avanzati, ma all’inizio soprattutto è giusto mangiare il meno possibile per perdere peso, sottolineo che il meno possibile non vuol dire digiunare, perché quello ucciderebbe il metabolismo. 
4) a parte che dipende bere cosa... tipo non bere cose gassate o cose alcoliche aiuta molto a dimagrire, per quanto riguarda l’acqua se si beve troppo o troppo in fretta ci si sente gonfi e quindi "pesanti" e si può scambiare per "ingrassamento"... 
5) bè dipende dalle conseguenze. 
6) non aiutano a dimagrire, non in modo giusto, ma è vero che perdendo liquidi ecc si tiene, più o meno, sotto controllo il peso (più o meno). 
7) quando, anni fà, vomitavo anche 8 volte al giorno, mi è capitato di vomitare sangue, non sono mai finita all’ospedale o sono morta per questo, anzi un medico mi disse che poteva dipendere da molte cose... 
[…]” 

E dunque, altrettanto punto per punto, le mie risposte.

1) Per quanto possa sembrare strano, anche cibi come caramelle e cioccolata, se consumati con moderazione (perché è ovvio che se una mangia 10 chili di cioccolata al giorno ingrassa, grazie al cazzo!...), hanno effetti benefici (e non ingrassanti) sul nostro organismo. Giusto per riprendere l’esempio che Anna ha citato, la cioccolata è una delle maggiori fonti di antiossidanti (soprattutto flavonoidi e catechine) di derivazione alimentare per il nostro organismo. Uno studio pubblicato nel 2012 sull’American Journal of Clinical Nutrition dimostra come assumere 28 grammi di cioccolata al giorno, in 7 giorni riduca significativamente i livelli di colesterolo senza far aumentare il peso… alla faccia del cibo ingrassante!...

2) Il fatto che una persona possa sentirsi piena o vada spesso in bagno perché ha bevuto tazze su tazze di thè verde, non smuove comunque d’una virgola il suo metabolismo… anzi, se una persona va spesso in bagno, perde un sacco di liquidi, il che è particolarmente pericoloso per il rischio di disidratazione… e tutto ciò senza che il metabolismo si sia velocizzato nemmeno un pochino.

3) E’ luogo comune che il nostro corpo inizi a “mangiare se stesso” solo a livelli di denutrizione avanzati. Ripeto: è luogo comune. Ma non è assolutamente vero. La verità è che il corpo comincia a mangiare se stesso già dopo 24 ore di digiuno o alimentazione estremamente ridotta, come mostrano degli studi condotti già negli anni ’50. A tal proposito, ecco cosa dice uno dei libri su cui ho studiato quando preparavo l’esame di Patologia Generale:

(click sull'immagine per ingrandirla) 

(il libro in questione è il Walter & Israel per gli “addetti ai lavori…)

Se vi andate a leggere la parte che va sotto il titolo di “Adattamenti metabolici precoci…” vedrete che, in termini più specialistici, spiega esattamente quel che ho appena scritto.
E, a proposito del metabolismo, ciascuna di noi ha un metabolismo settato per mantenere quello che è il proprio peso biologico, il cosiddetto “set-point” di peso. Per cui, ogni qualsiasi alterazione quantitativa dell’alimentazione, ogni qualsiasi riduzione, determina in risposta automatica uno slittamento verso il basso del metabolismo stesso, il cui scopo è quello di mantenere l’omeostasi dell’organismo, ovvero il set-point ponderale.

4) Pardon, qui effettivamente sono stata imprecisa, l’ho dato per scontato, ma in effetti avrei dovuto scrivere “non bere acqua”, perché è all’acqua che mi riferivo quando ho scritto il post. In ogni caso, molto banalmente: anche se salgo sulla bilancia con un mattone in tasca peso di più. Questo non vuol dire che il mattone in tasca mi abbia fatta ingrassare. E’ ovvio che se mi peso, poi bevo 2 litri d’acqua in un minuto, e poi salgo sulla bilancia di nuovo, peserò di più… ma questo non vuol dire che sono ingrassata. Allo stesso modo, il viceversa: se sto una giornata senza bere, mi disidrato quindi peso di meno perché ho perso liquidi. Ma non sono dimagrita. Non confondete la disidratazione col dimagrimento!

5) Infatti. Io stessa ho scritto che certe conseguenze sono reversibili, ed altre no. Purtroppo, quelle irreversibili sono in genere le più gravi.

6) Tutto il contrario. Se una persona perde liquidi, si DISIDRATA. Nient’altro. La “massa grassa” rimane assolutamente invariata. In questo modo il peso non viene tenuto affatto sotto controllo, perché la persona non riesce più a capire se il suo calo è dovuto ad un’effettiva perdita di “massa grassa” conseguente alla restrizione alimentare, o se invece è dovuto semplicemente ad una perdita di liquidi. Ciò si ricollega al discorso che facevo al punto numero 4, a proposito del bere acqua: i lassativi favoriscono l’evacuazione, è l’evacuazione è sempre accompagnata da una significativa perdita di liquidi, per cui il verdetto della bilancia è effettivamente che la persona ha perso peso, ma la bilancia non è in grado di discriminare che cosa si è allontanato dall’organismo, per cui quello che succede in realtà è che la persona pesa di meno perché ha perso liquidi. Ed elettroliti. Il lassativo, al pari del vomito autoindotto, è il modo migliore per perdere elettroliti, tra l’altro, così, per la cronaca. Soprattutto il potassio. La carenza di potassio, oltre a provocare fastidiosi crampi muscolari, rappresenta la prima causa di morte per infarto nei giovani. Così, per la cronaca.

7) Se una persona ha mangiato solo pomodori e poi vomita, è ovvio che il rosso che vedrà sarà quello dei pomodori. Ma dato che è impossibile esserne sicuri al 100% (e se oltre ai pomodori si fosse procurata anche una lesione?) non lo si può dire con certezza. Ergo, una visitina in Pronto Soccorso è l’unico modo per sapere come stanno veramente le cose.
E, tra parentesi, un medico che, quando tu vomiti 8 volte al giorno, si limita a dirti che se vedi rosso nel vomito può dipendere da parecchie cose, anziché indirizzarti su un percorso di ricovero, meriterebbe come minimo di essere radiato dall’albo. (O, nella mia personale versione, pestato a morte – ma dice che non sta bene…)

Okay, spero di essere stata sufficientemente chiara ed esauriente. Ad ogni modo, per ogni qualsiasi altro chiarimento su questi punti, o per qualsiasi altra perplessità, lasciatemi pure un commento!

venerdì 23 marzo 2012

Prevenzione delle ricadute: Codice Rosso

Anche il miglior piano di prevenzione, talvolta, purtroppo non riesce ad impedire una completa ricaduta. Forse perché certi segnali ci sfuggono, forse perché vogliamo farceli sfuggire, forse perché ne sottovalutiamo l’importanza e pensiamo di potercela fare da sole, fatto sta che talvolta si ricade in pieno nell’anoressia. Il punto qui è identificare concreti, specifici criteri che spronano all’azione evitando di percorrere la china fino in fondo. L’importanza dell’identificazione dei segnali da “Codice Rosso” non sta tanto nel capire quando siamo di nuovo nel pieno dell’anoressia con tutti gli annessi rischi di compromissione fisica. L’importanza sta nel comprendere quando è necessario DARE UN TAGLIO NETTO a qualsiasi cosa stiamo facendo perché ci stiamo infilando nei casini. Significa che la ricaduta ormai c’è stata, e che è necessario (re)agire ADESSO. Non tra una settimana, non tra 3 giorni, non domani: ADESSO.

E’ così anche al Pronto Soccorso: su un paziente “Codice Rosso” bisogna intervenire immediatamente sospendendo ogni qualsiasi altra attività, perché aspettare anche solo 5 minuti potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte.

Non è immediato individuare segnali da “Codice Rosso”, specie quando siamo proprio nel pieno dell’anoressia. Si tende a pensare che la situazione sia critica solo quando si scende sotto i XX chili di peso. In realtà, il peso non è un indicatore molto affidabile in tal senso, poiché il DCA è una questione mentale, e si può essere in piena ricaduta pur conservando il normopeso. Quando si ricade, a prescindere dal peso, si ha bisogno di supporto, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Bisogna rimboccarci le maniche e darci da fare nell’immediato.

Fingere d’ignorare i segnali di ricaduta non rende più lieve la ricaduta stessa. E, più importante, non evita la ricaduta. Basta sederci di fronte a una tavolta imbandita per capire che, anche dopo anni ed anni di ricovero, l’anoressia è un qualcosa che non ci abbandonerà mai completamente e – per citare “Malocchio” Moody di Harry Potter – il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Perciò, è molto importante non nasconderci dietro a un dito ed ammettere la ricaduta in maniera tale da poter intervenire efficacemente e tempestivamente. Parlare di quello che non va, affrontarlo, agire in maniera adeguata. Significa prendere le distanze dalle bugie che l’anoressia racconta (per esempio che non stiamo poi così male, che non siamo poi così gravi, che abbiamo comunque avuto un peso minore e abbiamo ristretto di più l’aliemntazione, che non abbiamo fame o mangeremo qualcosa di più domani, etc…). Significa essere aperte all’ascolto del parere altrui, perché quando siamo ricadute nel mezzo dell’anoressia non siamo in grado di giudicarci con obiettività.

Questo detto, alcuni esempi di segnali da “Codice Rosso”:

-Restrizione alimentare marcata ed evitamento sistematico di alcuni pasi (spesso merenda e spuntino)
- Significativa perdita di peso
- Rifiuto totale di mangiare in presenza di altre persone
- Nascondere il cibo
- Fare attività fisica eccessiva di nascosto
- Continuare a fare attività fisica anche quando si sente che non ce la si fa più
- Mentire agli altri su quello che facciamo e mangiamo
- Estrema riduzione delle ore di sonno/Insonnia (dipende in parte dal DCA, in parte da altro, ma è comunque un chiaro segnale di ricaduta)
- Iperattività estrema
- Amenorrea conclamata
- Checking sistematico associato a forte ansia
- Vomito autoindotto in maniera sistematica (solo per chi presenta questo tipo di sintomo, ovviamente)
- Attuazione di svariati tipi di condotte di compensazione a seguito dei pasti
- Evitamento di certi cibi ritenuti “ansiogeni”
- Dismorfofobia marcata (solo per chi, naturalmente, presenta questo sintomo)
- Sensazione di freddo (anche quando tutti gli altri stanno bene o hanno caldo)
- Ansia mitigata dalla restrizione
- Ossessività/Impossibilità di guardarsi allo specchio
- Affaticabilità, astenia (non dipendente al 100% dal DCA, ma strettissimamente correlato)
- Mentalità “tanto sono incapace di percorrere la strada del ricovero, quindi chi se ne frega”
- Etc…
(Se vi va, potete aggiungere ai miei esempi generali, i vostri segnali di “Codice Rosso” nei commenti!)

Personalmente, come credo molte di voi stiano facendo, io seguo un “equilibrio alimentare” che mi ha dato la mia dietista che mi aiuta a mantenere più o meno il mio peso attuale, e sto lavorando su me stessa per cercare di acquisire una maggiore flessibilità in maniera tale da poter, un giorno, utilizzare l’ “equilibrio alimentare” non più come una regola, ma piuttosto come una guida. Ora, la stretta aderenza a un “equilibrio alimentare” può essere un segno sia buono che cattivo. Perché cattivo? Ovviamente perché siginifica che l’atteggiamento verso il cibo è innaturale e condizionato. Ma è anche un buon segno: assicura un margine di sicurezza nei confronti nelle ricadute. Io sono consapevole che, se seguo il mio “equilibrio alimentare” con scrupolosa precisione, non perderò né prenderò peso. Pesare gli alimenti costringe infatti a porre più attenzione a quello che mangiamo, a smussare gli angoli, a prenderci cura di noi stesse… a nutrirci.

Cosa fare coi segnali di “Codice Rosso” credo vari in funzione del tipo, della quantità e dell’entità dei segni che si presentano. La loro presenza può siginificare una telefonata immediata allo psicoterapeuta o al dietista per avere supporto psichico ed alimentare, ma anche il chiedere a un’amica di fare insieme a noi colazione/pranzo/cena/spuntino/merenda per aiutarci coi pasti, o il chiedere a un genitore di prepararci tutti i pasti affinché noi non possiamo fare la cresta alle dosi, fino a che non ci saremo riprese abbastanza da poter tornare ad occuparci da sole di noi stesse.

venerdì 16 marzo 2012

Prevenzione delle ricadute: Codice Giallo

Oltre ai codici identificativi del Pronto Soccorso, anche le luci del semaforo presentano i medesimi 3 colori: rosso, giallo e verde. Tecnicamente, quando si sta guidando e si vede che la luce del semaforo passa da verde a gialla, bisognerebbe rallentare per poi fermarsi. Sì, esatto. Non so voi, ma personalmente, quando sono in auto e vedo che si accende la luce gialla del semaforo, il mio impulso istintivo è quello di pigiare sull’acceleratore per cercare di passare prima che la luce diventi rossa. (Don’t try it at home, gals!)

Nella maggior parte dei casi, questo è il medesimo comportamento che si tiene anche nei confronti dell’anoressia. Si vedono i primi allarmanti segni della ricaduta, e si preme l’acceleratore del DCA rituffandoci dritte dritte nell’anoressia. Parte di questo comportamento è legato alla neurofisiologia dei disturbi alimentari – il famoso circolo vizioso – ma in parte si tende davvero a pensare che quello che facciamo non oltrepasserà certi limiti, e che saremo in grado di riprenderci non appena lo vorremo.

Purtroppo, non è così che funziona. Quando si fa un pensiero del genere, siamo di nuovo sulla strada dell’anoressia. Se si oltrepassa la linea dello stop quando la luce del semaforo passa da gialla a rossa, si rischia l’incidente. Che è esattamente quello che accade con un DCA. Non ci si ferma.

In Pronto Soccorso, un paziente “Codice Giallo” presuppone un intervento piuttosto rapido. È quindi necessario identificare con prontezza segni e sintomi, in maniera tale da poter agire nella giusta maniera, per evitare che il caso si trasformi in un “Codice Rosso”. Lo stesso vale per l’anoressia. Quando si notano segnali da “Codice Giallo”, bisogna intervenire subito per evitare le sirene dell’ambulanza e il ricovero in terapia intensiva. Questo perché, mentre la remissione dell’anoressia è incredibilmente lenta e richiede un sacco di forza di volontà e di pazienza; la velocità con cui questa torna ad impossessarsi di noi in una ricaduta è spaventosamente rapida. Erroneamente, io in certi momenti ho pensato di sapere un sacco di cose sulla mia anoressia e sul mio rapporto con essa perciò, mi dicevo, non è necessario che mi preoccupi troppo, no?!

Sottovalutare il nemico è una delle maggiori armi che l’anoressia va ad usare contro di noi.

I segnali da “Codice Giallo” presentano delle differenze rispetto a quelli da “Codice Azzurro”, perchè sono più specificatamente legati al DCA in sé. Ovviamente non consistono solo in un’acuizzazione dei pensieri e dei comportamenti connessi all’anoressia, ma molto spesso si tratta comunque di fatti che risultano essere strettamente correlati al disturbo alimentare. In parecchi casi, segnali premonitori sono l’aumento dell’ansia, il calo dell’autostima, l’irrequietezza fisica e mentale, che sono causa e conseguenza della ricaduta in sè. In tal senso, “Codice Giallo” e “Codice Azzurro” sono molto vicini tra loro.

Dunque, i segnali di “Codice Giallo” stanno a significare che bisogna decelerare e guardare a lungo e con attenzione ciò che abbiamo intorno prima di sfrecciare in avanti. Sono i segnali di ritorno dell’anoressia. Se mi perdonate l’ennesima analogia automobilistica, possono essere paragonati alla lucetta che avverte che siamo entrati in riserva di benzina. L’auto corre ancora, naturalmente, e si può anche non notare niente di diverso dal solito, ma la lucetta è un indicatore del fatto che le cose in realtà non vanno proprio così bene, e che se non facciamo rifornimento al prossimo distributore di benzina rimarremo a piedi.

Qualche esempio di segnale da “Codice Giallo”:

- Aumento delle paranoie inerenti il cibo (per esempio, il non fidarsi più dei genitori che ci preparano il pranzo, cominciando a chiederci se davvero hanno rispettato le dosi dell’ “equilibrio alimentare”, o se invece hanno aggiunto qualcosa)
- Cominciare a pensare a quali sono i nutrienti che compongono i vari alimenti
- Difficoltà pressanti a mangiare in presenza di qualsiasi altra persona
- Isolamento, riduzione dei contatti anche con gli amici più cari
- Autoinduzione del vomito (solo per chi presenta tale sintomo, ovviamente)
- Aumento marcato dell’ansia, subito seguito da una riduzione netta della stessa a seguito della messa in atto di comportamenti alimentari restrittivi
- Restringere l’alimentazione in maniera piuttosto marcata (magari saltando anche lo spuntino o la merenda)
- Rigidità ferrea in merito all’esercizio fisico che aumenta sempre più
- Accentuazione marcata della dismorfdofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Rarefazione o scomparsa del ciclo
- Aumento delle paranoie inerenti il proprio aspetto fisico
- Abituale ricorso al checking
- Aumento dell’irritabilità, del nervosismo
- Dubbiosità spiccate sulla nostra capacità di portare avanti il percorso di ricovero, nonché sulla necessità di farlo (è ciò che precede la fase: “Ricovero del cazzo!”…)
- Episodi di autolesionismo sempre più frequenti
- Voglia di arrendersi e di mollare per riscivolare nell’anoressia
- Comparsa della sensazione di riuscire a controllare tutto, e del pensiero che potremo fermarci non appena lo vorremo (ma non lo vorremo mai, è questo il problema…)
- Etc… (continuate voi la lista lasciando un commento!)

Quel che è difficile nell’identificare i segnali di “Codice Giallo”, è che l’anoressia ha spesso una natura di “tutto o nulla”, un’intrinseca dicotomia. I primi segni di ricaduta sfrecciano da 0 a 100 in pochissimo tempo, e non c’è neanche un pit-stop nel mezzo. Si passa dai segnali di “Codice Verde” a quelli di “Codice Rosso” anche solo in una decina di giorni. Perciò identificare i segnali di “Codice Giallo” è tanto complicato quanto cruciale. La seconda difficoltà cui si viene poste a fronte, nel momento in cui si identificano, è quella di passare all’azione. Spesso si tende a minimizzare di fronte a noi stesse la serietà dei segnali di “Codice Giallo”, si pensa che se ne andranno spontaneamente o che, comunque, possiamo farcela da sole a venirne fuori rapidamente. Bugie. Tutte bugie. È dura e difficile. È tremendamente difficile, questa è la verità. E poiché tutto si gioca nella nostra mente, NON siamo propriamente capaci di venirne fuori da sole, perché in una battaglia contro noi stesse se vinciamo perdiamo. Dobbiamo allora armarci di una buona dose di umiltà e chiedere aiuto per non sprofondare in quel principio di ricaduta, perché chiedere aiuto non è segno di debolezza, viceversa, è segno di grande intelligenza, maturità e responsabilità.

mercoledì 20 luglio 2011

Freni al ricovero: E' complicato

La vita è incredibilmente complicata. Ci sono le relazioni interpersonali (amici, familiari, colleghi di lavoro, compagni di scuola, etc…), c’è il lavoro, c’è la scuola, c’è lo sport, e ci sono comunque un sacco di variabili sulle quali in realtà non possiamo avere alcun controllo. Sebbene l’anoressia non sia solo ed unicamente sinonimo di “controllo”, trovo che la necessità di avere il controllo sia uno dei leit-motive di ogni DCA.

Molto spesso, quando si percorre la strada del ricovero, sebbene non si provi esattamente la “mancanza dei bei tempi andati” quando eravamo completamente in balia dell’anoressia, quando sentiamo la mancanza del DCA sono proprio i momenti in cui la vita sembra farsi più difficile, ed allora sentiamo la mancanza della semplicità connessa all’anoressia. E questo può essere un ulteriore blocco al ricovero.

L'anoressia semplifica la vita

Quando si è nel pieno dell’anoressia, le cose che c’interessano sono essenzialmente 3: perseguire la restrizione alimentare, continuare a provare il senso di controllo e di soddisfazione che ci dà la restrizione alimentare, cercare di nascondere al resto del mondo quello che stiamo facendo. Possiamo anche avere qualche difficoltà nel lavoro o nella scuola – ma va bene comunque, perchè stiamo restringendo l’alimentazione. Possiamo anche avere difficoltà a preparare una gara sportiva – ma va bene comunque, perchè ci sentiamo soddisfatte di noi stesse, sentiamo di avere il controllo e che, perciò, possiamo controllare qualsiasi ambito della nostra vita. Possiamo anche aver litigato con la nostra migliore amica – ma va bene comunque, perché siamo state brave a raccontare bugie e nessuno ha fatto caso a quanto poco anche oggi abbiamo mangiato. Ta-dah! E’ semplice, no?! Fintanto che continuniamo ad esercitare il nostro ferreo controllo alimentare, la vita diventa tremendamente semplice perchè nient’altro conta.

E poiché più si prosegue la restrizione alimentare, più sono gravi le carenze dell’aminoacido triptofano, minore è la produzione di serotonina, peggiore è la neurotrasmissione, maggiore è l’ossessività dei pensieri inerenti il DCA, la semplicità diventa poco a poco sempre più pronunciata. Perché, letteralmente, l’unica cosa cui si diviene capaci di pensare è la restrizione alimentare. Anche se si volesse, anche se si avesse bisogno di pensare a qualcosa di diverso, non ci si riesce. Tutto va a ruotare intorno alla restrizione e al senso di controllo e di soddisfazione che ne derivano. Ci sembra di avere la nostra vita tanto più in mano quanto più ci sta sfuggendo. Certo, la ginnastica mentale che bisogna fare per perseguire la restrizione alimentare è tutt’altro che semplice. Ci si sforza continuamente d’immaginare quali circostanze potrebbero limitare la possibilità di restringere l’alimentazione, e in quale modo fare la cresta a quel che mangiamo. Nonostante questo, tale ginnastica mentale è comunque più semplice di tutte le altre sfide che la vita ci porrebbe davanti se non avessimo lo schermo dell’anoressia. Così s’impara a negare, a isolarci, a mentire, a nascondere, per preservare l’anoressia e l’apparente semplicità e controllo che questa pare, in un primo momento, apportare.

Quando si è nel pieno dell’anoressia, non si è molto preoccupate relativamente a quello che sarà il futuro lontano – non si pensa neanche, per esempio, che l’anoressia possa ucciderci. Non si pensa minimamente ai danni che l’anoressia lascerà sul nostro corpo anche se dovessimo sopravviverle. Fintanto che l’anoressia rimane il nostro asso nella manica, fintanto che quel poco che mangiamo basta a mantenerci in vita, non si dà grande importanza al futuro. Non gli si dà grande peso.

Restrizione alimentare. Controllo. Attività fisica. Queste cose sono molto più facili rispetto a tutto il resto, rispetto alle relazioni interpersonali, al lavoro, allo studio. La vita richiede che ci mettiamo tutte noi stesse per giocare in ruoli differenti, cavarcela in situazioni diverse, rapportarci a persone differenti. E’ difficile. Quando riceviamo un invito a cena da un’amica, dobbiamo determinare come quest’invito possa essere incastrato con i nostri impegni e le nostre responsabilità: dove queste responsabilità possono venire meno, se c’è bisogno di noi a casa, se possiamo organizzare gli altri impegni in modo da farci rientrare anche la cena. Quando si ha un DCA, tutti questi problemi non esistono: si declina l’invito e basta, in quanto cena = cibo = mangiare di fronte ad altri. Egoista, se vogliamo, ma definitivamente semplice.

Percorrere la strada del ricovero significa accettare la vita con tutti i suoi problemi, difficoltà e “catastrofi”. Significa giocare tutte le parti, e le cose non andranno sempre come vorremmo. Significa relazionarsi con le persone correndo il rischio di essere ferite. Significa accettare le nostre imperfezioni, e assumersi la responsabilità di provare a vivere davvero. Ma io credo che ne valga la pena. Che ne valga la pena comunque. Che valga la pena alzare la campana di vetro dell’anoressia, anche solo per respirare un attimo.

giovedì 23 giugno 2011

Freni al ricovero: Endorfine

Quel che sto per scrivere non sorprenderà affatto chi ha un DCA, ma forse potrà stupire chi non ha mai vissuto l’anoressia sulla propria pelle: quando si percorre la strada del ricovero si sente la mancanza dell’elevato livello di endorfine che consegue alla restrizione alimentare. Si sente la mancanza del senso di forza, controllo e soddisfazione che solo l’anoressia è in grado di conferire in quel modo particolare. Si sente la mancanza di quel senso di onnipotenza. Se ne sente la mancanza.

Ovviamente, l’anoressia non è solo sensazioni positive: alla lunga finisce per dare più problemi di quanti sembra toglierne. Ma il nostro cervello – studi scientifici alla mano – è bravo a rimuovere le cose negative conservando invece quelle positive. E quindi, quello che rimane è in definitiva la mancanza delle endorfine, la mancanza della sensazione di forza, controllo e benessere che l’anoressia sembrava conferire. Ci manca un sacco. Ma proprio tanto. Non sentiamo la mancanza del fatto che magari a volte non avevamo abbastanza fiato, o abbiamo collassato. Questo non ha importanza, perché non è che la conseguenza della restrizione alimentare. Questo certo non ci manca. Ma quei momenti in cui ci sembrava di essere migliori degli altri, qui momenti in cui riuscivamo a restringere nonostante le pressioni circostanti, quei momenti in cui ci sentivamo forti, soddisfatte, quei momenti in cui ci sembrava di poter controllare tutto, quei momenti in cui sentivamo di avere tutta la vita nelle nostre mani… ecco, quelli ci mancano da morire.

Sebbene le endorfine non siano uno dei maggiori freni al percorso di ricovero, sicuramente possono giocarci la loro parte. Quando si recupera il peso fisiologico, ci si sente sicuramente meglio – da un punto di vista oggettivo – sia fisicamente che mentalmente. Ma il problema di fondo rimane: non si riesce a trovare più niente che ci faccia stare bene quanto ci ha fatte stare bene l’anoressia. Niente che faccia liberare così tante endorfine. All’Università ho studiato che l’unica cosa che faccia rilasciare tante endorfine quante la restrizione alimentare nell’anoressia, è l’utilizzo di droghe. Del resto, penso che gli stupefacenti e l’anoressia abbiano tantissimo in comune. Anche l’anoressia, a suo modo, è una droga: dà dipendenza, assuefazione fisica e mentale, fa sentire “migliori”, conferisce una sensazione di forza, controllo, soddisfazione, onnipotenza. Certo, percorrendo la strada del ricovero ci si rende conto che ci sono tante altre cose belle nella vita: lo sport, gli hobby, le amiche, il lavoro, ma questi non fanno da rimpiazzo alle sensazioni che l’anoressia ci faceva provare. Non stimolano il rilascio di altrettante endorfine.

Da una parte, penso che dovremmo semplicemente smetterla di cercare di trovare un rimpiazzo all’anoressia. Purtroppo il problema è il bisogno di avere quell’elevato livello di endorfine pur non utilizzando mezzi autodistruttivi. Molto, molto arduo. E forse, a ben pensarci, l’anoressia ci faceva sentire così bene proprio perché tutto il resto sembrava andare terribilmente male.

Recentemente, mi sono ritrovata a pensare a cose che ho fatto quand’ero piccola. Per esempio, quando passavo Estati su Estati a giocare a calcio su un campetto che è stato ad oggi spianato per costruire una casa. Oppure quando mi arrampicavo su un ciliegio che è stato poi abbattuto. Oppure quando facevo le “esplorazioni” in un palazzo disabitato che è stato successivamente trasformato in un albergo. Oppure quando ho fatto le mie prime gare di karate, mettendomi la cintura gialla anche se ero ancora cintura bianca. Inizialmente, ripensando a cose di questo tipo, mi è venuta un po’ di nostalgia. Poi però mi sono detta: “Bè, sono state cose davvero divertenti, però adesso sono cresciuta e sono altre le cose che voglio fare” e i pensieri sono a poco a poco sfumati.

Chissà, forse un giorno succederà qualcosa del genere anche per l’anoressia… Saremo in grado di guardare al periodo della restrizione alimentare e dirci: “Sì, è stato grandioso, mi ha fatto sentire speciale, ed è stato bello finché è durato, ma questo è il mio passato, e davanti a me ho un futuro che voglio provare a costruire in maniera differente”.


P.S.= Chiedo un consiglio a chi ci è passata... Alla fine di Agosto mi scadrà il contratto dell'appartamento in affitto in cui abito adesso, e dovrò traslocare... Se vi è capitata una cosa del genere, come avete fatto a trovare un nuovo appartamento? Vi siete rivolte alle agenzie immobiliari? Avete cercato tramite Internet? Avete cercato un "passaparola" tra conoscenti?... Qual è secondo voi il modo migliore in cui procedere per trovare casa in affitto senza perdere troppo tempo?...

martedì 28 dicembre 2010

R.I.P. Anoressia

Dopo tanti anni trascorsi completamente in balia dell’anoressia, dopo tanti ricoveri, è arrivato un momento in cui mi sono resa conto che il mio modo di guardare alla vita era cambiato talmente che non sarei mai stata più nuovamente in tutto e per tutto attivamente anoressica.

Mi sono accorta che nella mia vita c’era molto di più di quello che l’anoressia aveva promesso di darmi senza poi concedermelo veramente: molte cose che avrei voluto fare, molte opportunità da tenere in considerazione, molti obiettivi da raggiungere, molti sogni da realizzare… un futuro così scintillante che avrebbe quasi potuto accecarmi.

Mi sono accorta che, se veramente lo volevo e m’impegnavo lottando con tutta me stessa, nella mia vita non ci sarebbe stato più posto per le tutte le ossessioni dell’anoressia, le sue distorsioni, il checking, i ricoveri in clinica, il tempo gettato via nel grip anoressico. Mi sono accorta che la mia vita poteva essere molto più di tutto questo. Così tanto in più che per l’anoressia non ci sarebbe stato più spazio.

Questa realizzazione, questa presa di consapevolezza, avrebbe dovuto rendermi felice. Avrei dovuto essere contenta di aver capito che non sarei più riscivolata totalmente nella completa oscurità dell’anoressia.

Eppure – abbastanza ironicamente – tutto quello che ho sentito è stato un gran senso di vuoto. Mi sono sentita addolorata come se mi fosse stato strappato un pezzo di me stessa. Ho provato un serpeggiante senso di panico, tanta tristezza, un enorme, terrorizzante senso di vuoto.

Mi sono chiesta chi fossi. Dopo così tanto tempo… Senza l’anoressia, senza questa etichetta, senza questa identità, senza quegli obiettivi… cos’era rimasto di me?
Ho pianto la perdita dell’anoressia come si piange la morte della persona più cara che si ha.
La sto ancora piangendo.

Com’è possibile?
Come posso sentire fino a questo punto la mancanza di ciò che ha distrutto la mia vita?
Come posso provare dolore per quello che ha tentato di distruggermi dall’interno verso l’esterno?
Come posso piangere quello che mi ha portato via tutto ciò che amavo, tutta la persona che ero, lasciando il mio corpo devastato e la mia anima lacerata?
Perché ne sento la mancanza?

Mi sono forse già dimenticata cosa si nascondeva dietro quel senso di soddisfazione, di appagamento, di controllo, di forza, di onnipotenza? Mi sono forse già dimenticata che erano tutte bugie che l’anoressia mi raccontava? Mi sono forse dimenticata quel dolore che cercavo di negare persino a me stessa, quelle lacrime non piante, quell’agonia emozionale, quella disperazione nel non poter sfuggire a me stessa, ai demoni della mia testa?

Anoressia…

Mi manchi.
Ti odio.
Mi manchi.
Ti odio.


Non tornerò nella tua oscurità.

Non tornerò indietro.

L’anoressia mi tenterà giorno dopo giorno, per il resto della mia vita, con tutte le meravigliose sensazioni che mi ha fatto provare, con tutto il modo in cui mi ha fatta sentire… Mi stuzzicherà continuamente con la voglia di riprendere a restringere, con quel senso di controllo su ogni minimo dettaglio della mia vita che mi faceva sentire di avere, con la ricerca di quella fisicità che ho sempre desiderato per stare bene con me stessa…

Ma non tornerò indietro.

Perciò, anoressia… Riposa In Pace.

domenica 15 novembre 2009

Domanda #6: Il circolo vizioso

Vi chiedo scusa, ragazze, ma ho deciso di anticipare ad oggi la risposta alla domanda che mi ha fatto R.: lei mi ha detto, tramite e-mail, che dopodomani inizierà il suo percorso di ricovero in un centro specializzato per DCA... quindi vorrei che leggesse la mia risposta adesso, nella speranza che possa esserle anche solo un pochino d'aiuto per il percorso difficile e coragigoso che ha deciso d'intraprendere...

E quindi, la domanda di R. è:
“Sono anoressica ed ho questo problema: quando sono sottopeso, il mio corpo mi piace e mi sento a mio agio con me stessa, ma so che è deleterio per la mia salute quindi (con l’aiuto della nutrizionista da cui sono seguita), m’impegno a riprendere peso fino a che non ho raggiunto il mio peso-forma. Ma quando ho raggiunto il mio peso-forma comincio a non apprezzare più il mio corpo, mi sento a disagio, sono triste e nervosa, quindi comincio a restringere di nuovo, e torno sottopeso. Quando sono sottopeso… - tornare all’inizio e rileggere tutto questo un sacco di volte, poiché è questa la mia vita da 6 anni a questa parte. Come posso apprezzare il mio corpo quando sono nel mio peso-forma? Come posso rompere questo circolo vizioso?”

I problemi, in questo caso potrebbero essere due. Innanzitutto, la fissa dei numeri. Forse dovresti provare a concentrarti più sull’essere in salute che non sull’essere al tuo peso-forma. Hai modo di non conoscere più il tuo peso? Butta la bilancia che hai a casa. Lascia che la nutrizionista ti pesi, ma dai le spalle all’asticella della bilancia e non farti dire niente. In questo modo, la nutrizionista potrà comunque sapere come stanno andando le cose e comportarsi di conseguenza a seconda che tu abbia perso o preso peso, ma tu non ci starai così male perché non saprai quale è il tuo peso.

So che spesso si comincia a sentirci tristi e a disagio col nostro corpo nel momento in cui si viene a sapere che il numero segnato dalla bilancia è salito. Ma se tu ti concentri sul ritrovare un corretto stato di salute piuttosto che un corretto peso, forse comincerai a odiare meno il tuo corpo, se non ti fissi su quello che dice un numero. Parte del motivo per cui ti piace il tuo corpo quando sei sottopeso potrebbe essere legato al fatto che tu SAI di essere sottopeso. E che questo non è salutare. Il che sembra un po’ la ragione per cui cominci a non apprezzare il tuo corpo quando raggiungi il tuo peso-forma… poiché sai di averlo raggiunto. E questo ti dà ansia. Forse perché quel peso è espresso da un numero che non avresti mai voluto essere.

Non pensare più a te stessa o al tuo peso-forma come a un numero. Prova ad escludere i numeri dalla tua vita. Concretizza che essere in salute è l’unico modo che ti permetterà di vivere la tua vita. La felicità, tuttavia, non seguirà immediatamente la salute; perciò preparati ad essere Infelice quando raggiungerai il tuo peso-forma. Ma l’infelicità non persisterà se tu provi ad accettare il tuo peso-forma senza darti il permesso di restringere ancora una volta. Tu hai tutta la forza per farlo. Certo, prendere peso non è proprio una delle cose più piacevoli del mondo (e questo per la maggior parte della gente, che abbia o meno un DCA), ma pensa che devi farlo solo per un po’. Non durerà all’infinito. E poi, il resto verrà da sé. E’ MOLTO più facile avere una mente felice e in salute quando anche il corpo è tale.

Se acquisisci un peso-forma e lo mantieni per un ristretto lasso di tempo (alcune settimane, qualche mese) prima di ricominciare a restringere ricominciando a percorrere il circolo vizioso, semplicemente questo tempo non è abbastanza per venire a patti col tuo peso fisiologico e tutte le altre cose che lo concernono. Non ti dai mai la possibilità. Ti stai fregando con le tue stesse mani. Non puoi progredire sulla strada del ricovero se ti sottoponi a continui auto-sabotaggi.

Ti costerà un sacco di dolore, lacrime e frustrazione, ma se ti permetti di sopportare il tuo peso-forma quanto più a lungo possibile, ti accorgerai che le cose non sono poi così difficili come sembravano nei primi tempi. Spesso, quando siamo sottopeso, siamo felici per quella che è la nostra esteriorità, ma non siamo felici del tutto. Quella che tu desideri e meriti, invece, è una felicità totale, non una felicità fasulla data da un corpo che forzia a stare a un peso più basso del tuo peso fisiologico.

So che il ciclo continua anche se non te ne rendi conto – credimi, l’ho vissuto e lo sto vivendo anch’io – ma al fine di spezzarlo, devi esserne conscia. Estremamente conscia. Devi venirci a patti. In questo modo, quando raggiungerai il tuo peso-forma, sarai CONSAPEVOLE di ciò che succederà. Perché è già successo. Ma sarai CONSAPEVOLE anche di quello che stai cercando veramente. E non sarà più un numero a fermarti. Questo è l’atto di forza più grande che tu possa mai fare: dirigere consapevolmente i tuoi pensieri.

Non è il numero il problema. Lo so io, lo sai tu, lo sappiamo tutte. Il peso è una sciocchezza. Focalizzati sulla salute, e dimentica la bilancia. Ci sono i professionisti a monitorarti adesso, senza più bisogno che lo faccia tu.

In bocca al lupo per il ricovero!
 
Clicky Web Analytics Licenza Creative Commons
Anoressia: after dark by Veggie is licensed under a Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported License.