Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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venerdì 27 dicembre 2013

Lego House

Mi sono chiesta più e più volte, in questi giorni, cos’avrei potuto scrivere nell’ultimo post del 2013. Mi sono venute millemila idee diverse, ma nessuna mi sembrava veramente convincente. Ad un certo punto, però, mi sono trovata ad interrogarmi su cosa fosse veramente per me la fine dell’anno, ed è da questo interrogativo che ho tratto l’ispirazione per il post odierno.

Non so come la pensate voi, ma io vedo sempre il finire di ogni anno come un momento in cui concentrarsi su qualcosa di particolarmente positivo che c’è stato nei 12 mesi appena trascorsi, al fine di portare con sé quella cosa che ci ha fatte stare bene anche nel nuovo anno che si appresta ad iniziare. A ben pensarci, in questo 2013 ci sono state talmente tante cose da salvare e da portare dritte nel 2014, che se mi volessi concentrare su ognuna di esse singolarmente dovrei scrivere almeno una trentina di post. Sceglierne una sola è ben arduo, perché così facendo mi vedo costretta a tagliar fuori un sacco di cose e persone che hanno cambiato la mia vita in meglio durante quest’ultimo anno, un sacco di cose e persone che, ciascuna a loro modo, mi hanno aiutata a continuare a combattere contro l’anoressia.

Lo sport, il lavoro come istruttrice/arbitro di karate, il tirocinio in Pronto Soccorso… tutte cose che arricchiscono la mia vita e che voglio portare con me non solo nel 2014, ma anche in tutti gli anni a venire. Così come tutte le meravigliose persone che hanno incrociato la mia strada durante quest’anno. E se penso alle persone, ce n’è una in particolare che mi fa sorridere. Una persona con cui ho condiviso un sacco di esperienze e di pensieri. Una persona che mi illumina le giornate. La prima persona cui penso quando mi sveglio la mattina, e l’ultima persona cui mando un SMS di buonanotte la sera. La persona che più di ogni altra mi fa venire voglia di continuare a combattere contro l’anoressia senza mollare la presa. La persona più speciale che ci sia. Il mio migliore amico Alex.

Per cui, sì, credo proprio che quest’ultimo post del 2013 debba essere dedicato a lui.

E dunque, Alex, questo è per te.

Il cuore è un muscolo, solo questo. L’ho pensato per un sacco di tempo. Il cuore è un muscolo. Era molto più semplice vederla in questo modo, molto più conveniente. L’unico modo per non correre nessun rischio, in definitiva. Perché succede che a un certo punto i cuori interrotti, quelli le cui ferite sono aperte e sanguinano ancora, si congelano. E’ il loro modo per riprendersi e per difendersi dall’altro male che gli può essere fatto. Avere il cuore congelato ha indubbiamente dei grandi vantaggi, mi dicevo: primo fra tutti il fatto che, non riuscendo a provare niente, si evita di soffrire. Il cuore è un organo strano… in realtà è un organo di copertura, perché poi quello che noi chiamiamo cuore probabilmente lo fa la testa, e comunque sono collegati, un po’ come orecchio, naso e gola… il male che gli fai (o che gli fanno) non passa, si accuccia in un angolino e rimane lì, sempre vivo. Per la maggior parte del tempo dorme, ma poi succede che si risveglia. E quando si risveglia il male che fa è sempre uguale. Non ci sono ferite del cuore che passano. Si forma come un cerotto sopra, ma è talmente sottile che basta poco perché la ferita si riapra e ricominci a sanguinare. Quando il cuore è congelato questo non accade. Tutto tace, nel bene e nel male. Né gioia né dolore. Uno strano equilibrio che, allo stesso tempo, non fa stare bene ma non fa neanche stare male…

Ecco, per tanto tempo il mio cuore è stato questo. Solo un muscolo in definitiva. E mi andava benissimo così. Meglio non provare niente, che correre il rischio di essere ferita. Meglio non avvicinarsi a nessuno, non avere alcuna amicizia, tirare su muri contro chiunque, essere tutt’al più gentile, ma distante, mettere sempre paletti, tirarsi indietro il prima possibile. Avevo l’anoressia, e questo era quanto. E questo era tutto. Meglio seppellire quel vano sentimento dell’amicizia da qualche parte, molto in profondità. E andare avanti, a testa alta, guardando dritta davanti, concentrata sul percorso, solo l’anoressia al mio fianco, e niente più grane.

Io basto a me stessa. Pensavo così.

Tu hai interrotto il mio loop. 

Tu sei stato un inciampo, ecco cosa. Ci ho pensato, è proprio così: tu sei stato un inciampo. Hai visto, proprio com’è quando s’inciampa. Ti sei messo in mezzo, così, all’improvviso, e io non ho fatto in tempo a scansarmi. Sono inciampata. Ero così fermamente convinta di avere il cuore congelato, così convinta che l’anoressia e il controllo fossero il fulcro della mia vita, e che niente e nessuno avrebbe potuto cambiare questa situazione, che non avevo proprio messo in conto la possibilità di un disgelo. Il cuore riprende a battere, le ferite si risentono e si trasformano in paura che ciò che ha fatto male possa accadere di nuovo… con altre modalità e con altre forme… ma si riprova una strana sensazione, quella di tornare a vivere. Si sente il muscolo pompare, il sangue scorrere… e rientrare in circolo. Ho preso le distanze dall’anoressia. Mi sono risvegliata. E non ero più abituata. E quando non si è abituati è facile cadere, è facile prendere dei muri a 200 all’ora contromano… Perché senza gelo intorno al cuore e senza la coperta di Linus rappresentata dall’anoressia, mi sono sentita vulnerabile. Così mi sono chiesta cosa fosse meglio: il cuore congelato o il cuore che riprende a vivere? La solitudine dell’anoressia o la possibilità di un’apertura? Prima credevo di conoscere la risposta. Ora non ho neanche più voglia di pormi la domanda.

La verità è che ho sempre avuto una paura incredibile di stare di nuovo male. 

Tu sei stato un imprevisto. E, paradossalmente, hai cambiato tutto. Ero così convinta che sarei andata avanti da sola, che il controllo che mi faceva provare l’anoressia fosse l’unica cosa di cui avevo bisogno, che quando la mia strada si è incrociata con la tua, la prima cosa che ho pensato è stata che non potevo permettermi una simile distrazione. Eppure, inconsapevolmente, la mia testa aveva già cominciato a divagare. Senza volerlo, ero già entrata in una nuova misura. Senza volerlo, mi ero già voltata verso di te.

Io scrivo molto, però paradossalmente in realtà non mi piacciono granché le parole. Perché sono misere. Perché quando stanno nella tua testa, le cose sono grandi, enormi, immense… poi ti trovi a doverle mettere giù a parole, e quelle si rimpiccioliscono, si riducono a non più che grandezza naturale. A maggior ragione se si tratta di sentimenti. Come si può pensare di descrivere un sentimento a parole? Pensa all’amicizia, per esempio. Ad un amico si dice “ti voglio bene”. Sono tre parole semplici, brevi per giunta, assolutamente banali. E le si usano per esprimere un qualcosa che è tutt’altro che semplice e banale. E allora? C’è una discrepanza incredibile. Per questo non mi piacciono le parole. Perché non rendono l’idea. Per questo io “ti voglio bene” non l’ho mai detto a nessuno. Perché mi sarebbe sembrato di banalizzare, di svilire questo sentimento racchiudendolo in tre parole. Ma sai che cosa, ben pensandoci? Forse è proprio questo il bello. Che sono state inventate tre parole così semplici che riescono a dire qualcosa di davvero grande. E allora, voglio provarci anch’io.

E quindi ti voglio bene, ti voglio bene anche se non te l’ho mai detto esplicitamente face-to-face perché per me è difficile sciogliere la matassa dei sentimenti, e metterli giù a chiare lettere. Una volta mi hai detto che io sono la prima Vera Amica che hai incontrato da quando hai iniziato a frequentare Medicina. Bè, posso dirti solo che anche tu sei il migliore amico che avrei mai potuto conoscere. Se dovessi mettermi a ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me in questi anni, per come mi hai sempre supportata (e sopportata!) tuo malgrado, non mi basterebbero le prossime 10 vite. Ogni singola volta che mi hai telefonato ho esitato per un attimo a rispondere fissando il tuo nome sul display del cellulare e pensando col sorriso sulle labbra che eri troppo… troppo per me. Troppo, sì… troppo tutto per essere vero. Ma lo eri. Lo sei. E vorrei riuscire a dirti tutto questo a voce, ma lo scrivo perché so che non riuscirei a dirlo guardandoti negli occhi per più di 2 secondi senza sentirmi in difficoltà. Vorrei dirti tante cose, che è meraviglioso il semplice fatto che esisti, ma non ce la farei mai perché sarei sopraffatta dall'emozione, mi tremerebbe la voce, mi tremerebbero le mani, dovrei concentrarmi per mantenere una parvenza di normalità, e farei una fatica bestiale. Quando sono con te mi dimentico del tirocinio, del karate, di cosa devo fare nella settimana, del lavoro, dell’anoressia, del controllo, di respirare. Penso che tu sei la cosa più bella che mi sia mai capitata. E se mai sono riuscita a fare qualcosa per te, è niente rispetto alla gioia che ho provato nell’esserti stata vicino in questi anni: non sai quanto bene mi hai fatto. Sei stato tu a trasformarmi, Alex. Sei stato il motivo del mio primo vero sorriso dopo tanto tempo. Il solo pensiero che avrei potuto non conoscerti mi è sempre risuonato dentro come la peggiore delle minacce, perciò ringrazio la casualità che ti ha portato nella mia strada. Mi sono sempre sentita privilegiata anche solo per aver ricevuto la tua amicizia, il tuo sguardo, la possibilità di addentrarmi anche solo un po’ nel tuo mondo. Perché io non avrei mai immaginato di poter trovare un amico a cui voler bene quanto ne voglio a te.

Ma queste sono parole, e io sento che le parole adesso non bastano per descrivere la nostra amicizia, e per esprimere il bene che ti voglio. E allora, provo a dirtelo in una forma che mi è più congeniale: con un video. Io come Chloe Sullivan (interpretata da Allison Mack), tu come Clark Kent (interpretato da Tom Welling) nel telefilm “Smallville”. La nostra amicizia raccontata con le loro immagini, perché è come la loro amicizia: più forte di tutti, più forte di tutto.

(QUI per vederlo direttamente su YouTube) In fondo, posso solo dirti grazie. Grazie di tutto. Davvero. Ti voglio un bene dell’anima per la persona stupenda che sei e per tutto quello che mi hai dato da quando ci siamo conosciuti. Mi fai venir voglia di continuare a combattere e a tenere duro ogni volta che ti vedo, o anche solo ogni volta che ti penso. Mi rendi migliore.


















(Graduation Day, 25/07/2013) (click sulla foto per ingrandire)

So che adesso abbiamo fatto scelte molto diverse per il nostro futuro, e dunque non potremo più stare side by side come quando andavamo a lezione insieme tutti i giorni, ed ognuno di noi s’incamminerà per la propria strada… Sono però sicura che, nonostante questo, l’amicizia che ci lega non cambierà d’una virgola. So che ci vedremo molto più raramente ma, pur con tutti i nostri rispettivi impegni, spero proprio che continueremo a trovare il modo di ritagliarci un po’ di tempo solo per noi... perché qualsiasi cosa io faccia, è molto più divertente se la faccio insieme a te.

 
(click sull'immagine per ingrandire)

venerdì 2 settembre 2011

Turning



Can’t read my, cant’ read my, no you can’t read my poker face… She’s got to love nobody.

La fine e l’inizio, il bacio di due coni.
Io e te. Perché tu sei me, ma io non sono te. Ora l’ho capito. Che tu non puoi esistere senza di me. Ma io ho tutta la capacità di andare avanti senza di te.
I can do better – without you.

Aggiungo “paranoica” alla lista dei miei difetti mentre per la quarta volta riapro la valigia per controllare se ci ho messo tutto. Sì che ci ho messo tutto, sono stata attenta, e poi ho già ampiamente ricontrollato, quindi cos’è quest’ansia che sale e mi spinge a ripassare in rassegna il contenuto del bagaglio ancora una volta? Ci ho messo tutto, avevo fatto un elenco ed ho spuntato tutte le voci, dunque non può mancare niente all’appello. Eppure poggio la valigia a terra e la apro ancora una volta per essere sicura, ma proprio sicura-sicura di aver preso ogni cosa. Passo in rassegna ogni piega, ogni tasca, ogni scomparto e, sì, c’è proprio tutto. Tutto quello che se ne verrà via con me, penso, è adesso contenuto in quella valigia e nel trolley blu che ho già portato in fondo alle scale. Non ho lasciato niente. Faccio per chiudere la valigia, poi però la riapro di nuovo mentre mi scappa un sorriso involontario perché ho improvvisamente capito la vera ragione di quel quarto controllo. Non per vedere se veramente mancasse qualcosa – già lo sapevo che c’era tutto, in fondo – ma per capire. Per capire che ci sono cose che non posso portare con me, perché otto anni di ricordi non si possono in alcun modo stipare in una valigia, e per capire che ci sono cose che non voglio portare con me.
Get out my mouth, get out my head, get out my mind: you’re nothing but trouble.

Per quanto si possa piangere o gridare a squarciagola, nessuno può fare niente per noi. Non esistono i miracoli. Il vento soffia continuamente, perciò la forza per restare in piedi dobbiamo trovarla da sole.

La prima cosa che mi è venuta in mente, e non sono riuscita a trattenere una risata di fronte all’ennesimo paradosso, è che, in fin dei conti, si trattava di due A. Buffo come due cose tanto opposte possano avere anche punti in comune, no?! Una A prima, e poi ancora una A dopo. Due A a scandire. Così diverse, così uguali. Sembra quasi un segno, non so. La prima A l’ho vista bene, per tanti anni, segnapassi costante della mia vita, così imponente e totalizzante che la seconda A è passata a lungo inosservata. Eppure ha saputo farsi strada a poco a poco, così, senza che io me ne rendessi conto. Perché avevo sempre pensato che la prima A fosse la più forte, quindi non mi ero mai neanche posta il dubbio che potesse esistere qualcosa in grado di contrastarla. Tuttavia, le cose sono lentamente cambiate, dal momento in cui è arrivata la seconda A. E allora, qual è veramente la A più forte? Prima ero sicura di conoscere la risposta. Adesso non ho nemmeno più voglia di pormi la domanda.

E’ umano amare facilmente, vero? Ma lo è altrettanto odiare.

Io sono forte, così pensavo. Così pensavo quando la prima A era l’unica costituente della mia vita. Io sono forte. Non sono una di quelle ragazze deboli che hanno bisogno di essere protette. Io non ho bisogno dell’aiuto di nessuno. Io sono forte. Me la sono cavata sempre da sola. E continuerò a farlo. Proprio così. Non ho bisogno di niente e nessuno.
Avevo la mia A, quindi non avevo bisogno di nient’altro. Bastavo a me stessa.

Ormai valigia e trolley stanno fuori dalla porta: devo solo chiudere a doppia mandata e lasciare le chiavi dietro il vaso di fiori, come da accordi. Poi prenderò l’auto e partirò. Ho fatto un conteggio approssimato, ci sto dentro coi tempi, avevamo detto a mezzogiorno, adesso sono le undici, in un’ora dovrei farcela benissimo, traffico permettendo. E chi se ne frega se il limite di velocità in autostrada è 130 Km/h… quando mai sono stata dentro al limite? Nient’altro da fare, dunque: solo chiudere la porta, caricare i bagagli in macchina, ed andare. Eppure esito ancora. Esito ancora e lancio un’ultima occhiata al corridoio spoglio, alle sue pareti bianche. Ho preso quello che mi serviva, ho messo a posto tutto il resto. Non sembra neanche più l’appartamento in cui ho abitato negli ultimi otto anni, adesso è tutto asettico, non si scorgono tracce di me. Mi mancherà nonostante tutto, mi mancherà anche se non era veramente mio, perché col tempo avevo comunque finito per abituarmici, perché in otto anni succedono tante cose, e perché la mia vita è cambiata tanto negli ultimi otto anni. E negli ultimi otto anni io ero lì, abitavo in quell’appartamento, e ogni mese, ogni settimana, ogni giorno lo trovo scandito in quelle pareti ormai spoglie ed in quell’ordine che non mi appartiene. Forse è normale esitare, è normale provare nostalgia nei confronti del posto in cui si è vissuto per un po’. Ma ora è tempo di essere nuova immagine. Chiudo la porta, giro la chiave. Do le spalle al passato. Mi incammino verso il futuro. Se voglio diventare più forte, è arrivato il momento di svegliarmi.

I was close to a fall line, heaven knows, you found me in time. Was it real? Now I feel like I'm never coming down.

Ti ricordi com’era all’inizio, quando ci siamo conosciuti, al 3° anno di università? Tu che cercavi di attaccare discorso, e io che piazzavo lo zaino sulla sedia di destra e il fonendo su quella di sinistra, affinché non ti sedessi accanto a me. Chissà cos’hai pensato di me, in quel periodo. Di certo devi aver pensato che non avevo alcuna intenzione di fare amicizia con te. Del resto, un giorno te lo dissi anche esplicitamente di andare a rompere da qualche altra parte. Eppure, che strano, non ti sei dato per vinto. Forse è per questo che, col tempo, sei riuscito a cambiarmi. Senza volerlo, poco a poco sono entrata in una nuova misura. Senza volerlo, poco a poco mi sono voltata verso di te. Non è vero che non volessi fare amicizia con te… la verità è che era solo alla prima A che non piacevi. La verità è fino a quel momento la prima A era stata la mia unica amica, e perciò avevo paura di fare amicizia con te. Non riuscivo a sostenere il tuo sguardo non perché non volessi avere a che fare con te, ma perché avevo come l’impressione che tu potessi leggermi dentro. E questo non potevo permetterlo. Non ancora.

“Sai cos’è in realtà la debolezza? E’ dire subito non ci riesco. In realtà non è vero che non ci riesci, la verità è che non ci provi neanche. Non si può dire che non si riesce a fare una cosa se non si prova a farla. Se vuoi diventare più forte, invece di scappare, accetta ogni sfida e combatti fino all’ultimo”.

Le persone non amano facilmente. E altrettanto difficilmente odiano.
Voglio credere in te… per favore, posso crederti almeno un po’?

Sono arrivata per prima, ma fortunatamente l’attesa non è troppo lunga: in capo a 10 minuti lo vedo che sbuca dall’angolo della strada e tenta di salutarmi con un cenno della testa, visto che ha entrambe le mani impegnate da due ingombranti valige. Mi raggiunge, mentre io mi frugo in tasca alla ricerca delle chiavi del portone, e sono così eccitata che quasi me le faccio scivolare di mano. Il nome della via, il numero civico, il portone: la mia nuova casa. La mia nuova avventura. La mia nuova sfida. Che stavolta non devo affrontare da sola, però, perché il mio migliore amico è qui accanto a me. Perché questo nuovo appartamento, questa casa in cui abiteremo da ora in poi, l’abbiamo affittata insieme. E mi viene in mente quel film, e mi tornano in mente quelle parole, quelle stesse parole che vorrei dire mentre fisso il portone di fronte a me: se tu abitassi qui, ora saresti a casa. Cerco di tenere ferma la mano mentre giro la chiave nella toppa: non voglio che lui possa leggere la mia emozione, non mi piace mettere a nudo quello che ho dentro. “Io sono forte e sto bene da sola” ho pensato per molto tempo. Però… in realtà… ho sempre voluto un po’ più di coraggio. Il coraggio di aspettare l’alba senza fuggire. Il coraggio di affrontare la vita. Il coraggio di credere e contare su qualcuno. L’ho sempre voluto. Ma avevo paura che mi dicessero che non avevano bisogno di me, perciò dovevo pensare “Io sono forte”. Tuttavia in realtà volevo che la Veggie che vive dentro di me si accorgesse della propria debolezza, e che smettesse di fingere di essere forte e coraggiosa.
Perciò, per favore… non mi lasciare sola adesso. Adesso che abito qui con te. E, perciò, adesso che sono a casa.

Tell me how you’ve never felt.

La nostra nuova abitazione. Abbiamo lasciato i bagagli alla rinfusa nel corridoio, e siamo entrati in soggiorno con il timore quasi reverenziale di rompere il silenzio che ci avvolge nella penombra della stanza. Non mi sembra ancora vero che tutto questo stia succedendo sul serio. Non mi sembra ancora vero che questo appartamento al primo piano sarà il posto in cui io ed Alex abiteremo nei prossimi anni. È tutto così bello che non ho parole per descriverlo. È tutto così – come dovrebbe essere. Io ho sempre considerato gli altri come dei nemici, per questo non sono mai riuscita a mostrare a nessuno i miei punti deboli. Per questo ho scelto la mia prima A, l’Anoressia. Perché, in fin dei conti, ho sempre provato una paura fortissima ed inarginabile, ed in qualche modo dovevo porle un contenitore, trovare un modo per controllarla. Ho scelto l’anoressia, e a poco a poco mi sono dannata, sotto i piedi un oceano senza fondo. In tanti allora – medici, psichiatri, psicologi, dietisti – hanno cercato di prendersi cura di me, affinché non cadessi in quell’oceano, e io mi sono spesso augurata di precipitarvi dentro, di affondare e di svanire nel nulla. Ho sempre detestato la mia incapacità di fidarmi degli altri… e di me stessa. E mi detesto perché spesso, per eccesso di paura, ferisco chi mi circonda. Del resto, mi dicevo, anche gli altri la pensano così, no?! Anche loro mi detestano, giusto?! Ma io sono forte, non ho bisogno di loro e non ho alcuna intenzione di arrendermi, in fin dei conti ho l’anoressia. Però poi è arrivata la seconda A, l’Amicizia. E tu, Alex, tu mi hai detto che non vuoi che io me ne vada. Hai detto “no”? Non vuoi vedermi scomparire? Io e te, adesso, in mezzo al soggiorno del nostro nuovo alloggio. Non vuoi vedermi scomparire? Dunque posso davvero restare qui? Ho davvero il diritto di continuare a vivere, in questa casa con te? Perché è qui che voglio restare.

Accettare i miei limiti è il primo passo che devo fare se voglio diventare più forte. Perché sono arrivata all’estremo, e mi sono rialzata. Non c’è spazio per l’autocommiserazione, ma solo per l’azione. Perché quando tutto è perduto, è allora che si progredisce.

Quasi come se ci fossimo letti nel pensiero, allunghiamo entrambi la mano e le nostre dita s’incontrano e s’intrecciano. Sei tu quello che stringe più forte, e mi viene da sorridere perché avevo pensato di essere io quella più nervosa e tu quello più saldo – tu sarai la forza mia – ma forse le cose non stanno proprio così. Siamo emozionati tutti e due, ecco cosa. E tu ti volti verso di me e mi sorridi mentre mi stringi forte la mano. Quando mi sorridi… quel tuo sorriso vorrei preservarlo per sempre. Starting from here. Cerchiamo di costruire qualcosa insieme. Perché la nostra amicizia, nel bene e nel male, è più forte di qualsiasi ostacolo che la vita potrà mai pararci di fronte.

Anche oggi, come sempre, arriverà la notte. Ma con Alex al mio fianco, ormai non ho più paura. Grazie alla nostra amicizia, ormai non ho più paura. Non ho più paura. Voglio vivere molte cose. La luce è dentro di me.

Le valige piazzate ognuno nella propria cameretta, adesso stiamo seduti sul divano del soggiorno. Una volta tanto, non c’è bisogno di parlare. I nostri occhi dicono già tutto. Questo è l’inizio. Questa è una nuova strada che si apre. La fine e l’inizio, il bacio di due coni. E si (ri)comincia da qui. Con una sola A, la seconda. Insieme.
“Alex, ehi, Alex!”
“Dimmi”
“Indovina chi vorrei essere in questo momento, più di ogni altra persona al mondo?”
“Chi vorresti essere?”
“Me stessa”



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mercoledì 13 aprile 2011

"Dea"

In Settembre 2010 partecipai – più per gioco che per altro – ad un concorso letterario che avevo trovato per caso su Internet. Non avendo risaputo niente al riguardo in questi mesi, mi ero completamente scordata di avervi partecipato, ed invece ecco che proprio qualche giorno fa mi è arrivata un’e-mail che mi annunciava di esserne la vincitrice! ^__^

Il racconto con cui ho partecipato a questo concorso, che s’intitola “Dea”, in realtà, è un racconto che avevo scritto nel 2006, proprio durante uno dei miei ricoveri in clinica causa anoressia, e voglio adesso proporvelo: è un racconto un po’ “forte”, credo, ma spero che sappiate prenderlo alla giusta maniera, tenendo conto del fatto che, quando l’ho scritto, ero molto più dentro al sintomo di adesso, sebbene già fossi aperta alla possibilità di qualcosa di diverso, come credo traspaia anche dal paragrafo finale del racconto stesso.

Peraltro, alla luce della mia posizione attuale, rileggendo questo racconto mi è venuto da pensare ad un post che avevo scritto, in cui parlavo delle differenze tra “anoressia” e “pro-ana” (probabilmente molte di voi l’avranno già letto, in ogni caso, per quelle che non l’avessero fatto, potete trovarlo QUI)

Ecco, considerato il contenuto del mio racconto, mi è venuto da aggiungere un altro aspetto: per le ragazze “pro-ana/mia” “Ana” è la personificazione dell’anoressia, un sintomo che viene visto come una dea potente, cui rivolgere invocazioni d’amicizia e preghiere, ci sono blog con i Ten-Thin Commandments. Per le ragazze anoressiche questo dualismo non esiste. Non hanno bisogno di divinità cui relazionarsi: tramite il sintomo, cercano di diventare esse stesse dee. Un qualcosa che viene dall’esterno, e un qualcosa che viene dall’interno. Ci ho scritto un post sopra, ma forse la differenza è tutta qui.

A parte questa riflessione, comunque…

Dedico questa vittoria a: my best BEST friends, Duccia ed Alex.

A Duccia, con tutto l’affetto che c’è stato, c’è, e sempre ci sarà. Perché tu, nonostante tutte le difficoltà di questi anni, non hai mai lasciato la mia mano.

Ad Alex, e tu sai il perché. Anzi, The Reason.
(Forse semplicemente perché sei tu. Sei sempre tu. Grazie. Sarei persa senza di te.)

E dedico questo racconto a: tutte voi, ragazze.

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