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venerdì 25 ottobre 2013
Suggerimenti su come parlare a qualcuno che ha un DCA
Questo post è per i genitori/familiari/amici/colleghi/compagni di squadra di chi ha un DCA.
Parlare con chi ha un DCA è spesso e volentieri molto difficile, e non esistono ricette universali per garantire una buona comunicazione, perché ogni persona che ha un DCA è diversa dalle altre; per cui ciò che può rivelarsi funzionale nei confronti di una certa persona, può non esserlo affatto per qualcun altro.
Io non ho competenze psicologiche, e non ne so granché sulle tecniche comunicative. Perciò, credo che la prima cosa che dovrebbero fare i famigliari di una persona che ha un DCA, sarebbe quella di rivolgersi al terapeuta che la segue, al fine di elaborare una strategia comportamentale concertata con una persona professionalmente competente, che dunque è mirata sulla singola paziente, poiché ogni persona è diversa dall’altra, e quindi non per tutte vanno bene le stesse cose.
Però penso che, al di là dell’importantissimo consulto con lo psicoterapeuta, ci siano alcune semplici cose che sia possibile mettere in atto, al fine di permettere a genitori, familiari e amici di stare vicino ad una persona che ha un DCA.
Per cui, ecco quali “consigli comunicativi” darei a chi ha a che fare con una persona affetta da anoressia/bulimia/binge/DCAnas:
1. Prendete il comando. Se conoscete una persona che ha un DCA, se le siete vicino, non abbiate timore a chiederle come sta. Forse questa persona avrà voglia di rispondervi sinceramente e ve ne parlerà, forse non ne avrà voglia e si limiterà ad un sorriso stereotipato e ad un “Va tutto bene” di circostanza. Non importa. Quello che importa è che le avrete fatto capire sia che voi vi interessate a come vanno le cose, sia che nel momento in cui avesse voglia di parlarne, voi ci siete per ascoltarla.
2. Evitate i cliché. Esistono un sacco e una sporta di luoghi comuni sui disturbi alimentari. Bè, sappiate che sono solo e soltanto luoghi comuni: non racchiudono neanche un minimo di verità. Per cui, quando vi avvicinate ad una persona con anoressia/bulimia, spogliate la mente di tutti i preconcetti sui disturbi alimentati che i mass-media vi hanno finora inculcato. Evitate le frasi fatte e fini a se stesse, del tipo: “E’ solo una fase, vedrai che prima o poi passa!”, oppure “Cerca di mangiare normalmente, così vedrai che le cose vanno meglio!”. Ancora peggio, evitate di dire cose che possano suscitare sensi di colpa (“Mi stai avvelenando la vita con tutte le tue stupide fisime”), nonché simil-ricatti (“Mangia, dai, fallo per me”): lasciano assolutamente il tempo che trovano.
3. Fate attenzione al linguaggio del corpo. Non si comunica solo con le parole: a volte uno sguardo, un gesto, un movimento, comunicano più di millemila discorsi. Quando parlate con una persona che ha un DCA cercate di essere rilassati, sereni, di mostrarvi aperti al dialogo, senza dare alcun giudizio, ma semplicemente essendo proni all’ascolto e alla conversazione.
4. Chiedete in che modo potete essere d’aiuto. Ogni persona che ha un DCA è diversa dalle altre, per cui persone diverse possono avere esigenze differenti. Non solo: anche una stessa persona può avere esigenze differenti nei vari momenti del suo percorso di ricovero. Perciò, chiedete alla persona che ha un DCA in quale modo potreste esserle d’aiuto: sarà lei ad indicarvi come preferirebbe vi comportaste, e cosa preferirebbe faceste. E questo può esserle d’aiuto.
5. Non parlate sempre e solo dell’anoressia/bulimia. In quanto genitori/familiari/amici preoccupati, immagino che possa venirvi spontaneo, nel momento in cui vi relazionate ad una persona che ha un DCA, cercare d’incentrare la conversazione sulla patologia, sulle problematiche, su tutto ciò che è inerente il DCA stesso… perché sviscerare la patologia è un qualcosa che vi serve per tenere a bada l’ansia che si scaturisce dal dover vivere vicino ad una persona che sta male. Ma ricordatevi che l’anoressia/la bulimia, rappresenta solo una malattia, e dunque una minuscola parte della persona affetta. Nessuno può essere definito semplicemente dalla propria patologia, perché siamo ben altro e molto di più di una mera malattia, per cui reiterare a parlare sempre del DCA può essere controproducente. Cercate allora piuttosto altri lidi di conversazione, in maniera tale da distrarre la persona dai suoi pensieri fissi del DCA, e da farle vedere che esiste molto altro oltre il disturbo alimentare.
6. Non evitare i vissuti. Se una persona con un DCA viene da voi per parlarne, non tagliate corto perché si tratta di un qualcosa di cui è difficile discutere, e che fa male. Datele la libertà di parlarne, e fatele capire che quando avrà bisogno di voi (per parlare o per qualsiasi cosa), potrà sempre contare sul vostro supporto.
7. Datele tempo. Ci possono volere anni affinché una persona malata di anoressia/bulimia sia in grado di parlare della propria patologia. E c’è chi può preferire scrivervi una lettera, o mandarvi una e-mail, o telefonarvi, piuttosto che parlarvene faccia-a-faccia. Rispettate la sua modalità comunicativa, e rispondetele utilizzando lo stesso mezzo: l’importante è che la persona sappia che siete disposti a starle vicino e a “parlare” con lei anche attraverso altre vie rispetto alla parola verbale. In qualsiasi momento.
8. Non focalizzatevi sul cibo. L’alimentazione è la punta dell’ice-berg di un DCA. I veri problemi sono ben più importanti e profondi, e ben altro rispetto al cibo. Per cui, evitare scaramucce su quanto/cosa mangiare, e cercate di interagire con le vostre figlie/nipoti/sorelle/amiche tentando di andare un po’ più in profondità, rispetto a quelle che potrebbero essere le vere problematiche sottostanti il comportamento alimentare erroneo, al fine di capire anche come potete essere, a tal proposito, di supporto.
Chiunque abbia qualche altro consiglio da aggiungere alla lista, è caldamente pregata di farlo nei commenti.
Parlare con chi ha un DCA è spesso e volentieri molto difficile, e non esistono ricette universali per garantire una buona comunicazione, perché ogni persona che ha un DCA è diversa dalle altre; per cui ciò che può rivelarsi funzionale nei confronti di una certa persona, può non esserlo affatto per qualcun altro.
Io non ho competenze psicologiche, e non ne so granché sulle tecniche comunicative. Perciò, credo che la prima cosa che dovrebbero fare i famigliari di una persona che ha un DCA, sarebbe quella di rivolgersi al terapeuta che la segue, al fine di elaborare una strategia comportamentale concertata con una persona professionalmente competente, che dunque è mirata sulla singola paziente, poiché ogni persona è diversa dall’altra, e quindi non per tutte vanno bene le stesse cose.
Però penso che, al di là dell’importantissimo consulto con lo psicoterapeuta, ci siano alcune semplici cose che sia possibile mettere in atto, al fine di permettere a genitori, familiari e amici di stare vicino ad una persona che ha un DCA.
Per cui, ecco quali “consigli comunicativi” darei a chi ha a che fare con una persona affetta da anoressia/bulimia/binge/DCAnas:
1. Prendete il comando. Se conoscete una persona che ha un DCA, se le siete vicino, non abbiate timore a chiederle come sta. Forse questa persona avrà voglia di rispondervi sinceramente e ve ne parlerà, forse non ne avrà voglia e si limiterà ad un sorriso stereotipato e ad un “Va tutto bene” di circostanza. Non importa. Quello che importa è che le avrete fatto capire sia che voi vi interessate a come vanno le cose, sia che nel momento in cui avesse voglia di parlarne, voi ci siete per ascoltarla.
2. Evitate i cliché. Esistono un sacco e una sporta di luoghi comuni sui disturbi alimentari. Bè, sappiate che sono solo e soltanto luoghi comuni: non racchiudono neanche un minimo di verità. Per cui, quando vi avvicinate ad una persona con anoressia/bulimia, spogliate la mente di tutti i preconcetti sui disturbi alimentati che i mass-media vi hanno finora inculcato. Evitate le frasi fatte e fini a se stesse, del tipo: “E’ solo una fase, vedrai che prima o poi passa!”, oppure “Cerca di mangiare normalmente, così vedrai che le cose vanno meglio!”. Ancora peggio, evitate di dire cose che possano suscitare sensi di colpa (“Mi stai avvelenando la vita con tutte le tue stupide fisime”), nonché simil-ricatti (“Mangia, dai, fallo per me”): lasciano assolutamente il tempo che trovano.
3. Fate attenzione al linguaggio del corpo. Non si comunica solo con le parole: a volte uno sguardo, un gesto, un movimento, comunicano più di millemila discorsi. Quando parlate con una persona che ha un DCA cercate di essere rilassati, sereni, di mostrarvi aperti al dialogo, senza dare alcun giudizio, ma semplicemente essendo proni all’ascolto e alla conversazione.
4. Chiedete in che modo potete essere d’aiuto. Ogni persona che ha un DCA è diversa dalle altre, per cui persone diverse possono avere esigenze differenti. Non solo: anche una stessa persona può avere esigenze differenti nei vari momenti del suo percorso di ricovero. Perciò, chiedete alla persona che ha un DCA in quale modo potreste esserle d’aiuto: sarà lei ad indicarvi come preferirebbe vi comportaste, e cosa preferirebbe faceste. E questo può esserle d’aiuto.
5. Non parlate sempre e solo dell’anoressia/bulimia. In quanto genitori/familiari/amici preoccupati, immagino che possa venirvi spontaneo, nel momento in cui vi relazionate ad una persona che ha un DCA, cercare d’incentrare la conversazione sulla patologia, sulle problematiche, su tutto ciò che è inerente il DCA stesso… perché sviscerare la patologia è un qualcosa che vi serve per tenere a bada l’ansia che si scaturisce dal dover vivere vicino ad una persona che sta male. Ma ricordatevi che l’anoressia/la bulimia, rappresenta solo una malattia, e dunque una minuscola parte della persona affetta. Nessuno può essere definito semplicemente dalla propria patologia, perché siamo ben altro e molto di più di una mera malattia, per cui reiterare a parlare sempre del DCA può essere controproducente. Cercate allora piuttosto altri lidi di conversazione, in maniera tale da distrarre la persona dai suoi pensieri fissi del DCA, e da farle vedere che esiste molto altro oltre il disturbo alimentare.
6. Non evitare i vissuti. Se una persona con un DCA viene da voi per parlarne, non tagliate corto perché si tratta di un qualcosa di cui è difficile discutere, e che fa male. Datele la libertà di parlarne, e fatele capire che quando avrà bisogno di voi (per parlare o per qualsiasi cosa), potrà sempre contare sul vostro supporto.
7. Datele tempo. Ci possono volere anni affinché una persona malata di anoressia/bulimia sia in grado di parlare della propria patologia. E c’è chi può preferire scrivervi una lettera, o mandarvi una e-mail, o telefonarvi, piuttosto che parlarvene faccia-a-faccia. Rispettate la sua modalità comunicativa, e rispondetele utilizzando lo stesso mezzo: l’importante è che la persona sappia che siete disposti a starle vicino e a “parlare” con lei anche attraverso altre vie rispetto alla parola verbale. In qualsiasi momento.
8. Non focalizzatevi sul cibo. L’alimentazione è la punta dell’ice-berg di un DCA. I veri problemi sono ben più importanti e profondi, e ben altro rispetto al cibo. Per cui, evitare scaramucce su quanto/cosa mangiare, e cercate di interagire con le vostre figlie/nipoti/sorelle/amiche tentando di andare un po’ più in profondità, rispetto a quelle che potrebbero essere le vere problematiche sottostanti il comportamento alimentare erroneo, al fine di capire anche come potete essere, a tal proposito, di supporto.
Chiunque abbia qualche altro consiglio da aggiungere alla lista, è caldamente pregata di farlo nei commenti.
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venerdì 16 agosto 2013
“Può una persona che ha attraversato un DCA, e ne porterà i segni, approcciarsi alla professione di psicoterapeuta con successo?”
Come promesso nel post precedente, lo spazio di oggi è dedicato alle vostre risposte alla domanda di LookingForM, ovvero: “Può una persona che ha attraversato un DCA , e ne porterà i segni, approcciarsi alla professione di psicoterapeuta con successo?”.
La domanda si apre ad un’estrema soggettività d’interpretazione e di risposta, ed infatti le vostre opinioni che mi sono pervenute (ringrazio tutte coloro che hanno risposto: siete state gentilissime, GRAZIE!!), sono inevitabilmente molto eterogenee.
In effetti, credo che sia una tematica sulla quale è impossibile dare una risposta unitaria ed oggettiva.
Se mi venisse chiesto: “Veggie, pensi che tu potresti approcciarti alla professione di psicoterapeuta con successo?” La, mia risposta sarebbe: “No.” Ma questa è una risposta che vale solo e soltanto per me. Personalmente (ripeto: personalmente) non credo proprio che potrei mai lavorare come psicoterapeuta nel campo dei DCA, e questo proprio perché ho vissuto/sto vivendo in prima persona l’anoressia. Mi spiego: da quando mi sono laureata ed ho iniziato a fare tirocinio per almeno 8 ore al giorno, mi sono resa conto che, per l’efficacia terapeutica, una certa tipologia di rapporto medico-paziente è fondamentale. La compliance terapeutica è tanto maggiore quanto più il paziente riconosce la competenza del medico, ergo si fida di lui/lei. Il riconoscere un medico come “competente”, presuppone che, più o meno inconsciamente, il paziente si ponga su un livello diverso rispetto a quello del medico stesso (diverso, NON inferiore!!). Il che, a sua volta, presuppone che il medico comprenda il vissuto del paziente, ma non lo capisca, sia presente insomma un distacco emotivo – non inteso nel senso che il medico dev’essere un cubetto di ghiaccio alla Dottor House, anzi, a mio avviso un buon medico dev’essere sempre gentile, disponibile, pronto a spiegare sempre le cose al paziente, e comprensivo… ma non si deve spingere oltre un certo limite di “socievolezza”, ci dev'essere un certo distacco emotivo, che permette al medico di ragionare ed agire con lucidità ed in maniera mirata. [Il che spiega, banalmente, come mai i propri famigliari/parenti/amici, spesso e volentieri non sono effettivamente i migliori/medici psicoterapeuti per una persona.] Viceversa se io, che ho vissuto/vivo l’anoressia, mi mettessi in relazione con una paziente che ha il mio stesso background di malattia, il rapporto che c’instaurerei, per come sono fatta, sarebbe più un rapporto “amicale” perché ci riconosceremmo come “simili”, data la grande entità di quello che ci accomuna, e questo farebbe sì che la relazione terapeutica ne risentirebbe negativamente. Per questo affermo con convinzione che io non sarei una buona psicoterapeuta per chi ha un DCA. Però ovviamente questo vale solo e soltanto per me stessa.
Detto questo, le vostre risposte (nell’ordine in cui mi sono pervenute).
Sarah995
Io credo che, chiunque abbia attraversato un DCA, possa poi dedicarsi alla professione di psicoterapeuta con successo e che, anzi, forse riuscirebbe ad avere più empatia con i propri pazienti dato che sarà passato anche lui dalle stesse situazioni prima di uscire dall'anoressia. Inoltre, credo eviterebbe di fare qualche domanda scomoda o avere qualche comportamento che prima risultava a lui fastidioso. In pratica, a mio parere, uno psicoterapeuta che ce l'ha fatta a lottare contro l'anoressia sarebbe in grado di comprendere maggiormente chi sta aiutando.
Hellie
Sì, si può. Freud diceva che l'analista procede con la terapia fin dove non incontra le proprie resistenze. Ciascuno di noi, dca o meno, è sensibile ad alcune tematiche, ma ciò non vuol dire non poter riuscire a coronare i nostri sogni. Il primo lavoro da fare è su di noi, per superare i nostri limiti, i nostri punti oscuri. L'unica cosa che ci impedisce di riuscire è la paura.
Lauretta
La mia risposta alla domanda è "lo spero" dato che sto studiando per diventare psicologa, e ho attualmente un dca non meglio identificato…
MughettoV
A mio parere, sì, è possibile. Ci sono tante persone che si avviano alla carriera sociale o comunque sanitaria proprio perché hanno vissuto in prima persona tali problematiche. Piena comprensione, pieno supporto. Specie per questo tipo di problema, si sente subito la differenza da una persona che l'ha vissuta con una che non l'ha vissuta. Lo psicologo deve poter capire A FONDO il malessere del paziente, e quindi non basta studiare su qualche libro. Ci vogliono doti umane, quali l'empatia. Beh, ragazze mie... chi più di noi ha empatia?
Wolfie
Di fronte a questa domanda, mi viene spontaneamente da rispondere con un’altra domanda: perché mai una persona che ha vissuto sulla propria pelle l’inferno di un dca dovrebbe aver voglia di continuare a stare immersa in quella sofferenza? Credo che già da questo sia intuibile come la penso sull’argomento. Penso che sia molto, molto difficile che una persona che ha avuto un dca possa poi essere una buona psicoterapeuta. Perché certe cose le abbiamo vissute su di noi, e ci hanno fatto male. Poi, se per lavoro dobbiamo avere quotidianamente a che fare con persone che portano su di sé quello stesso dolore, e cerchiamo di farcene carico, ci arriva addosso una “bomba emotiva”. Quindi io m’immagino che, se una persona che ha vissuto un dolore grande come quello di un dca si immerge per lavoro tra persone che hanno quello stesso dolore, nel giro di poco tempo avrà bisogno lei stessa di una psicoterapia, perché è sottoposta ad un carico emotivo troppo grande. Di certo una persona che ha avuto un dca avrà una grande capacità di capire ciò che provano le sue pazienti, e questo sarebbe anche positivo, però poi secondo me questa grande capacità le si ritorce contro, facendola soffrire non solo per sé, ma anche per tutte le ragazze di cui si deve far carico, che stanno soffrendo, perché vedere sugli altri le stesse sofferenze che abbiamo vissuto noi è micidialmente doloroso.
Jonny
È indubbio che una persona che abbia vissuto un disturbo alimentare possieda capacità di empatia proprie di chi ha un determinato vissuto sulle spalle, un’empatia che deriva dall’esperienza vissuta, e non da una mera lettura di testi universitari, che permette di permeare realmente a fondo il sentire delle proprie pazienti. Tuttavia, mi chiedo quanto questo mestiere possa giovare alla persona stessa che lo svolge. Mi pare che per una persona che ha avuto un disturbo alimentare, scegliersi un lavoro in quel campo sia un modo per rimanere comunque vincolata alla malattia. Quando la propria vita ruota per tanto tempo intorno all’anoressia, quando l’anoressia – seppure in maniera patologica – diviene il centro della propria vita per tanti anni, diventa veramente difficile il riuscire a concepire un futuro senza il dannato disturbo alimentare. Per cui, una persona che ha avuto problemi alimentari, e che poi vuol fare la psicoterapeuta, mi fa pensare a una persona che vuole rimanere in qualche modo attaccata all’anoressia, pur magari non restringendo più l’alimentazione. Insomma, una sorta di scusa per continuare una vita coll’anoressia, ma in maniera apparentemente più “sana”, una auto-giustificazione, una auto-presa-per-il-culo ben congegnata per restare comunque, in un certo qual modo, entro il problema. Peraltro, mi sembra pure un po’ presuntuoso da parte di una persona che “si porta ancora addosso i segni di un DCA”, decidere di “curare” per professione gli altri, pur non essendo neanche stata pienamente in grado di curare se stessa. Infine, lavorare come psicoterapeuta significa far girare gran parte della propria vita attorno alla malattia, interagire costantemente con persone malate, reiterare più e più volte nell’ascolto dei soliti discorsi patologici, e non penso proprio che questo giovi a chi in passato ha già avuto problemi d’anoressia, anzi, mi pare un trigger di portata non indifferente per favorire le ricadute. Poi, cazzo, questa è solo la mia opinione, e ognuno sceglie per la propria vita, ci mancherebbe altro, solo che l’idea di fare la psicoterapeuta non mi sembra proprio la più brillante che una persona con problemi d’anoressia o di bulimia potrebbe avere.
Connie
Per rispondere a questa domanda spiegando come la penso, inizio citando un’autrice giapponese che mi piace tantissimo: “Sai, si dice che gli essere umani siano divisi in sunshine, le persone solari, e moonshine, quelle lunari. I sunshine emettono luce propria, e riescono persino ad illuminare le altre persone. I moonshine riescono a splendere per la prima volta solo grazie alla presenza dei sunshine. Sia io, sia lei, siamo come la luna. Io posso capire i suoi sentimenti ma non ho la forza per cambiarla. Penso che invece tu, dicendo "così non va bene" abbia la forza necessaria per trascinarla.” Io credo che questo discorso, completamente decontestualizzato, valga anche per i DCA. Ed è per questo che credo che una persona che ha avuto un DCA difficilmente potrà essere una psicoterapeuta veramente valida. Di certo chi ha vissuto queste malattie avrà una sensibilità ed un’empatia estremamente spiccate, ma quello che veramente conta secondo me in una psicoterapia, non è quanto la terapeuta mi capisce, ma quanto riesce ad aiutarmi a trovare soluzioni che mi permettano per lo meno di raggiungere un equilibrio. Se io vado da una terapeuta e le riferisco un mio vissuto, non m’importa sentirmi dire un “Ti capisco, perché ci sono passata anch’io”. Se voglio sentirmi dire una cosa del genere, vengo su questo blog (o su altri simili) poiché è fondamentalmente improntato alla condivisione, senza alcuna pretesa terapeutica. Ma se vado in terapia, è perché voglio sentirmi dire “Okay, su questo problema possiamo provare a lavorarci così e cosà”, voglio qualcuno che sappia darmi un aiuto concreto. Qualcuno mi dirà che le due cose, comprensione e aiuto concreto, possono coesistere, ma io non credo che sia così scontato. Con le persone anoressiche o bulimiche che ho avuto modo di conoscere durante un ricovero, mi sento profondamente affine, ma ho sempre tracciato una linea di confine nel mio relazionarmi a loro. “Più avanti di così non vado”: ecco cosa penso. A relazionarsi con persone che hanno vissuto questa malattia, anche se poi magari hanno studiato per poter legittimamente diventare psicoterapeute, si finisce comunque per rimestare nella malattia. La psicoterapeuta che mi segue attualmente non ha mai avuto un DCA. So che, perciò, non può capire veramente e fino in fondo quello che le dico quando le parlo dell’anoressia. Ma proprio perché si tratta di una persona che non è in grado di identificarsi in questa malattia, forse è in grado di scovare quelle risposte che una terapeuta “interna” alla malattia, che guarda nella mia stessa direzione, con i miei stessi occhi, non potrebbe mai riuscire a trovare.
Volendo stilare una conclusione, direi che non esiste risposta oggettiva per la domanda di LookingForM.
Cara LookingForM, la risposta alla tua domanda, dunque, potrai svelarla soltanto tu stessa, un domani. Non si può sapere a priori se una persona che ha vissuto un DCA possa essere o mano una buona psicoterapeuta… se è però questo il mestiere che pensa le piacerebbe svolgere, dovrebbe comunque provarci. Poi sarà la vita, passo per passo, a svelare se quella scelta professionale si è rivelata buona o meno. E, in tutti i casi, esiste sempre e comunque la possibilità di proseguire per la strada che si è intrapreso – se si vede che è proprio ciò che calza a pennello – o di cambiare spostandosi su qualcos’altro. Non penso che esistano delle “Certezze” per antonomasia… penso solo che bisogna andare avanti facendo quello che riteniamo migliore per noi stesse… e sarà un domani la vita a stabilire quello che di certo il futuro potrà riservarci.
La domanda si apre ad un’estrema soggettività d’interpretazione e di risposta, ed infatti le vostre opinioni che mi sono pervenute (ringrazio tutte coloro che hanno risposto: siete state gentilissime, GRAZIE!!), sono inevitabilmente molto eterogenee.
In effetti, credo che sia una tematica sulla quale è impossibile dare una risposta unitaria ed oggettiva.
Se mi venisse chiesto: “Veggie, pensi che tu potresti approcciarti alla professione di psicoterapeuta con successo?” La, mia risposta sarebbe: “No.” Ma questa è una risposta che vale solo e soltanto per me. Personalmente (ripeto: personalmente) non credo proprio che potrei mai lavorare come psicoterapeuta nel campo dei DCA, e questo proprio perché ho vissuto/sto vivendo in prima persona l’anoressia. Mi spiego: da quando mi sono laureata ed ho iniziato a fare tirocinio per almeno 8 ore al giorno, mi sono resa conto che, per l’efficacia terapeutica, una certa tipologia di rapporto medico-paziente è fondamentale. La compliance terapeutica è tanto maggiore quanto più il paziente riconosce la competenza del medico, ergo si fida di lui/lei. Il riconoscere un medico come “competente”, presuppone che, più o meno inconsciamente, il paziente si ponga su un livello diverso rispetto a quello del medico stesso (diverso, NON inferiore!!). Il che, a sua volta, presuppone che il medico comprenda il vissuto del paziente, ma non lo capisca, sia presente insomma un distacco emotivo – non inteso nel senso che il medico dev’essere un cubetto di ghiaccio alla Dottor House, anzi, a mio avviso un buon medico dev’essere sempre gentile, disponibile, pronto a spiegare sempre le cose al paziente, e comprensivo… ma non si deve spingere oltre un certo limite di “socievolezza”, ci dev'essere un certo distacco emotivo, che permette al medico di ragionare ed agire con lucidità ed in maniera mirata. [Il che spiega, banalmente, come mai i propri famigliari/parenti/amici, spesso e volentieri non sono effettivamente i migliori/medici psicoterapeuti per una persona.] Viceversa se io, che ho vissuto/vivo l’anoressia, mi mettessi in relazione con una paziente che ha il mio stesso background di malattia, il rapporto che c’instaurerei, per come sono fatta, sarebbe più un rapporto “amicale” perché ci riconosceremmo come “simili”, data la grande entità di quello che ci accomuna, e questo farebbe sì che la relazione terapeutica ne risentirebbe negativamente. Per questo affermo con convinzione che io non sarei una buona psicoterapeuta per chi ha un DCA. Però ovviamente questo vale solo e soltanto per me stessa.
Detto questo, le vostre risposte (nell’ordine in cui mi sono pervenute).
Sarah995
Io credo che, chiunque abbia attraversato un DCA, possa poi dedicarsi alla professione di psicoterapeuta con successo e che, anzi, forse riuscirebbe ad avere più empatia con i propri pazienti dato che sarà passato anche lui dalle stesse situazioni prima di uscire dall'anoressia. Inoltre, credo eviterebbe di fare qualche domanda scomoda o avere qualche comportamento che prima risultava a lui fastidioso. In pratica, a mio parere, uno psicoterapeuta che ce l'ha fatta a lottare contro l'anoressia sarebbe in grado di comprendere maggiormente chi sta aiutando.
Hellie
Sì, si può. Freud diceva che l'analista procede con la terapia fin dove non incontra le proprie resistenze. Ciascuno di noi, dca o meno, è sensibile ad alcune tematiche, ma ciò non vuol dire non poter riuscire a coronare i nostri sogni. Il primo lavoro da fare è su di noi, per superare i nostri limiti, i nostri punti oscuri. L'unica cosa che ci impedisce di riuscire è la paura.
Lauretta
La mia risposta alla domanda è "lo spero" dato che sto studiando per diventare psicologa, e ho attualmente un dca non meglio identificato…
MughettoV
A mio parere, sì, è possibile. Ci sono tante persone che si avviano alla carriera sociale o comunque sanitaria proprio perché hanno vissuto in prima persona tali problematiche. Piena comprensione, pieno supporto. Specie per questo tipo di problema, si sente subito la differenza da una persona che l'ha vissuta con una che non l'ha vissuta. Lo psicologo deve poter capire A FONDO il malessere del paziente, e quindi non basta studiare su qualche libro. Ci vogliono doti umane, quali l'empatia. Beh, ragazze mie... chi più di noi ha empatia?
Wolfie
Di fronte a questa domanda, mi viene spontaneamente da rispondere con un’altra domanda: perché mai una persona che ha vissuto sulla propria pelle l’inferno di un dca dovrebbe aver voglia di continuare a stare immersa in quella sofferenza? Credo che già da questo sia intuibile come la penso sull’argomento. Penso che sia molto, molto difficile che una persona che ha avuto un dca possa poi essere una buona psicoterapeuta. Perché certe cose le abbiamo vissute su di noi, e ci hanno fatto male. Poi, se per lavoro dobbiamo avere quotidianamente a che fare con persone che portano su di sé quello stesso dolore, e cerchiamo di farcene carico, ci arriva addosso una “bomba emotiva”. Quindi io m’immagino che, se una persona che ha vissuto un dolore grande come quello di un dca si immerge per lavoro tra persone che hanno quello stesso dolore, nel giro di poco tempo avrà bisogno lei stessa di una psicoterapia, perché è sottoposta ad un carico emotivo troppo grande. Di certo una persona che ha avuto un dca avrà una grande capacità di capire ciò che provano le sue pazienti, e questo sarebbe anche positivo, però poi secondo me questa grande capacità le si ritorce contro, facendola soffrire non solo per sé, ma anche per tutte le ragazze di cui si deve far carico, che stanno soffrendo, perché vedere sugli altri le stesse sofferenze che abbiamo vissuto noi è micidialmente doloroso.
Jonny
È indubbio che una persona che abbia vissuto un disturbo alimentare possieda capacità di empatia proprie di chi ha un determinato vissuto sulle spalle, un’empatia che deriva dall’esperienza vissuta, e non da una mera lettura di testi universitari, che permette di permeare realmente a fondo il sentire delle proprie pazienti. Tuttavia, mi chiedo quanto questo mestiere possa giovare alla persona stessa che lo svolge. Mi pare che per una persona che ha avuto un disturbo alimentare, scegliersi un lavoro in quel campo sia un modo per rimanere comunque vincolata alla malattia. Quando la propria vita ruota per tanto tempo intorno all’anoressia, quando l’anoressia – seppure in maniera patologica – diviene il centro della propria vita per tanti anni, diventa veramente difficile il riuscire a concepire un futuro senza il dannato disturbo alimentare. Per cui, una persona che ha avuto problemi alimentari, e che poi vuol fare la psicoterapeuta, mi fa pensare a una persona che vuole rimanere in qualche modo attaccata all’anoressia, pur magari non restringendo più l’alimentazione. Insomma, una sorta di scusa per continuare una vita coll’anoressia, ma in maniera apparentemente più “sana”, una auto-giustificazione, una auto-presa-per-il-culo ben congegnata per restare comunque, in un certo qual modo, entro il problema. Peraltro, mi sembra pure un po’ presuntuoso da parte di una persona che “si porta ancora addosso i segni di un DCA”, decidere di “curare” per professione gli altri, pur non essendo neanche stata pienamente in grado di curare se stessa. Infine, lavorare come psicoterapeuta significa far girare gran parte della propria vita attorno alla malattia, interagire costantemente con persone malate, reiterare più e più volte nell’ascolto dei soliti discorsi patologici, e non penso proprio che questo giovi a chi in passato ha già avuto problemi d’anoressia, anzi, mi pare un trigger di portata non indifferente per favorire le ricadute. Poi, cazzo, questa è solo la mia opinione, e ognuno sceglie per la propria vita, ci mancherebbe altro, solo che l’idea di fare la psicoterapeuta non mi sembra proprio la più brillante che una persona con problemi d’anoressia o di bulimia potrebbe avere.
Connie
Per rispondere a questa domanda spiegando come la penso, inizio citando un’autrice giapponese che mi piace tantissimo: “Sai, si dice che gli essere umani siano divisi in sunshine, le persone solari, e moonshine, quelle lunari. I sunshine emettono luce propria, e riescono persino ad illuminare le altre persone. I moonshine riescono a splendere per la prima volta solo grazie alla presenza dei sunshine. Sia io, sia lei, siamo come la luna. Io posso capire i suoi sentimenti ma non ho la forza per cambiarla. Penso che invece tu, dicendo "così non va bene" abbia la forza necessaria per trascinarla.” Io credo che questo discorso, completamente decontestualizzato, valga anche per i DCA. Ed è per questo che credo che una persona che ha avuto un DCA difficilmente potrà essere una psicoterapeuta veramente valida. Di certo chi ha vissuto queste malattie avrà una sensibilità ed un’empatia estremamente spiccate, ma quello che veramente conta secondo me in una psicoterapia, non è quanto la terapeuta mi capisce, ma quanto riesce ad aiutarmi a trovare soluzioni che mi permettano per lo meno di raggiungere un equilibrio. Se io vado da una terapeuta e le riferisco un mio vissuto, non m’importa sentirmi dire un “Ti capisco, perché ci sono passata anch’io”. Se voglio sentirmi dire una cosa del genere, vengo su questo blog (o su altri simili) poiché è fondamentalmente improntato alla condivisione, senza alcuna pretesa terapeutica. Ma se vado in terapia, è perché voglio sentirmi dire “Okay, su questo problema possiamo provare a lavorarci così e cosà”, voglio qualcuno che sappia darmi un aiuto concreto. Qualcuno mi dirà che le due cose, comprensione e aiuto concreto, possono coesistere, ma io non credo che sia così scontato. Con le persone anoressiche o bulimiche che ho avuto modo di conoscere durante un ricovero, mi sento profondamente affine, ma ho sempre tracciato una linea di confine nel mio relazionarmi a loro. “Più avanti di così non vado”: ecco cosa penso. A relazionarsi con persone che hanno vissuto questa malattia, anche se poi magari hanno studiato per poter legittimamente diventare psicoterapeute, si finisce comunque per rimestare nella malattia. La psicoterapeuta che mi segue attualmente non ha mai avuto un DCA. So che, perciò, non può capire veramente e fino in fondo quello che le dico quando le parlo dell’anoressia. Ma proprio perché si tratta di una persona che non è in grado di identificarsi in questa malattia, forse è in grado di scovare quelle risposte che una terapeuta “interna” alla malattia, che guarda nella mia stessa direzione, con i miei stessi occhi, non potrebbe mai riuscire a trovare.
Volendo stilare una conclusione, direi che non esiste risposta oggettiva per la domanda di LookingForM.
Cara LookingForM, la risposta alla tua domanda, dunque, potrai svelarla soltanto tu stessa, un domani. Non si può sapere a priori se una persona che ha vissuto un DCA possa essere o mano una buona psicoterapeuta… se è però questo il mestiere che pensa le piacerebbe svolgere, dovrebbe comunque provarci. Poi sarà la vita, passo per passo, a svelare se quella scelta professionale si è rivelata buona o meno. E, in tutti i casi, esiste sempre e comunque la possibilità di proseguire per la strada che si è intrapreso – se si vede che è proprio ciò che calza a pennello – o di cambiare spostandosi su qualcos’altro. Non penso che esistano delle “Certezze” per antonomasia… penso solo che bisogna andare avanti facendo quello che riteniamo migliore per noi stesse… e sarà un domani la vita a stabilire quello che di certo il futuro potrà riservarci.
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venerdì 12 luglio 2013
A proposito del Mindfulness nel trattamento dei DCA
Sapete cos’è il “Mindfulness”? Wikipedia lo definisce come: “modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc, intenzionalmente e in modo non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.” È una modalità terapeutica di cui ho sentito molto parlare, ultimamente. Sta prendendo sempre più campo, e ci sono molteplici ricerche che cercano di dimostrare quanto questa sia utile nel trattamento di disturbi d’ansia, depressione, DOC, somatizzazioni e patologie correlate. Nessuna sorpresa dunque che il Mindfulness sia diventato popolare anche nel campo dei disturbi alimentari. Secondo questa tecnica terapeutica dovremmo cercare di imparare a “vivere il momento” e cercare di essere delle osservatrici neutre della nostra stessa vita. Personalmente (mia opinione, e dunque opinabile per antonomasia) su di me NON ho trovato utile l’applicare questa metodica terapeutica. C’è chi dice che invece sia utile eccome, sicuramente è molto utilizzata, ma gli studi scientifici che cercando di dimostrare l’efficacia di questa terapia nel trattamento dei DCA, soprattutto anoressia, sono numericamente molto limitati, condotti su piccoli campioni, e comunque parziali. Cionnonostante, sono a conoscenza del fatto (riferitomi da alcune lettrici di questo blog) che alcune cliniche utilizzano il Mindfulness come un qualcosa di perfettamente integrato al loro protocollo terapeutico. Nell’ambito dei DCA, infatti, questa tecnica consiste nel cercare di non “fuggire” mentalmente dal cibo, ma concentrarsi su quello che si ha nel piatto, senza pensare ad altro, e cercando di tenere bassi i livelli di ansia nella consapevolezza che quello che si mangia è quanto previsto dal proprio “equilibrio alimentare”.
La domanda da porsi, dunque, è: il Mindfulness funziona? E, se sì, chi può trarne beneficio?
Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda, ed hanno impostato uno studio cercando di valutare l’efficacia delle tecniche del Mindfulness attuate sia prima che durante i pasti, su un gruppo di pazienti affette da DCA ricoverate in una clinica. In breve, hanno scoperto che il Mindfulness non è sempre una modalità efficace (né tantomeno la migliore) per aiutare le persone con un DCA durante la fase di ri-alimentazione. (Marek et al., 2013)
Spesso il termine Mindfulness viene utilizzato come se fosse un qualcosa che tutti conoscono, un qualcosa di ovvio. Non lo è, naturalmente. L’utilizzo colloquiale del termine Mindfulness non rispecchia esattamente quello che gli psicologi intendono quando utilizzano questo termine. In una non recentissima dichiarazione consensuale (Bishop et al., 2004), gli psicologi scrivono che il Mindfulness è:
“un processo che permette di regolare la propria attenzione, al fine di ottenere una consapevolezza non elaborativa dell’evento corrente, e la capacità di relazionarsi all’evento in questione con un orientamento di curiosità, apertura mentale, e accettazione. Il Mindfulness è inoltre un processo di approfondimento della conoscenza sulla natura della propria mente, e l’adozione di una prospettiva decentrata sui pensieri e sui sentimenti, in maniera tale che possano essere vissuti per quella che è la loro soggettività (VS la loro necessaria validazione) e la loro natura transitoria (VS la loro permanenza).”
(mia traduzione)
Considerato che la maggior parte delle persone con un DCA tendono fortemente a giudicare se stesse (penso di essere il CEO di questo club!) nonché tentano disperatamente di controllare i propri sentimenti e il modo in cui gli eventi esterni le influenzano (perché c’è quella sensazione che se si riesce a controllare allora non succederà niente di male, o di ansiogeno... di questo club sono il CEO dei CEO!!), il Mindfulness teoricamente potrebbe essere visto come un ottimo modo per arginare questi sintomi. Finora, la maggior parte del lavoro che è stato fatto col Mindfulness si è concentrato sulla bulimia e sul binge. Immagino che questo sia successo perché credo che (ma vado a naso, perché non mi è mai successo, quindi se a qualcuna è successo ed è diverso da quello che sto per scrivere, mi smentisca pure!) durante un’abbuffata la persona bulimica/con binge non è concentrata e lucidamente consapevole di quello che sta mangiando e delle sensazioni che sta provando (giusto??). E immagino che questo sia un punto molto importante per chi ha questo tipo di DCA.
Sempre in linea teorica, se una persona con bulimia/binge attuasse il Mindfulness, sarebbe meno propensa ad abbuffarsi, e forse non si sentirebbe troppo in colpa dopo averlo fatto (immagino, poi non so). Anche se gli studi scientifici al riguardo forniscono dati imprecisi, e spesso i campioni utilizzati sono troppo piccoli per poter parlare di statistica efficace, pare che i trattamenti in cui è integrato il Mindfulness siano promettenti soprattutto per la bulimia e il binge. Pare che questa metodica terapeutica sia efficace anche per persone con problemi di obesità. Ma i risultati ottenuti non ci dicono comunque che il Mindfulness sia assolutamente sempre efficace per ogni qualsiasi tipo di DCA, e per ogni qualsiasi persona.
Cos’hanno trovato i ricercatori?
In uno studio coinvolgente 17 donne affette da DCA ricoverate in una clinica, e 23 donne-controllo, ovvero donne senza DCA, Ryan Marek e i suoi colleghi hanno diviso ciascun gruppo circa a metà. Metà delle persone di ciascun gruppo è stata sottoposta a distrazioni durante il pasto. L’altra metà invece è stata sottoposta a Mindfulness. Alle partecipanti allo studio è stato anche chiesto di rispondere ad un questionario relativo al proprio umore (per esempio: tristezza, paura, vergogna, serenità, disgusto, depressione, ansia, rabbia, emozione) e alle proprie sensazioni di fame/sazietà. Inoltre, dovevano scrivere delle annotazioni relativamente a cosa ne pensassero (quanto gradissero o meno) quel tipo di trattamento.
Delle 17 pazienti affette da DCA, una aveva l’anoressia, 8 la bulimia, e 8 dei DCAnas. A tutte le partecipanti allo studio è stata fatta mangiare una fetta di torta ai mirtilli e al caffè, e gli è stato fatto compilare il questionario sull’umore prima e dopo averla mangiata. Questo è stato fatto per due volte.
Per il gruppo di controllo (quello formato da ragazze senza DCA) il Mindfulness riduceva significativamente le eventuali sensazioni negative post-pasto. Per il gruppo delle ragazze con DCA, invece, l’effetto era più scarso: coloro che erano state sottoposte a Mindfulness provavano più ansia, tristezza, depressione e senso di colpa post-pasto rispetto a quelle che erano state sottoposte a distrazioni. Le ragazze con DCA, inoltre, scrivevano di aver gradito il Mindfulness molto meno rispetto a quanto fosse stato gradito dalle ragazze senza DCA.
Gli autori hanno scritto:
“Dato che il Mindfulness è stato applicato su pazienti che hanno una forte ansia a fronte dell’idea di dover mangiare, nonché alterate sensazioni di fame/sazietà, quello che è venuto fuori forse non è sorprendente. Poiché molte delle pazienti affette da DCA sono malnutrite da molto tempo, le loro sensazioni di fame/sazietà non sono più biologiche. Consequenzialmente, esse riferiscono eccessiva pienezza, gonfiore, dolore addominale anche dopo aver consumato piccole quantità di cibo. Per cui, non si può dire che il Mindfulness sia inefficace nelle pazienti che hanno un DCA, ma semplicemente che dovrebbe essere una tecnica applicata più a lungo, affinchè le pazienti possano padroneggiarla, e quindi trovarla funzionale.”
(mia traduzione)
Come la penso io?
Per quello che mi riguarda personalmente, le distrazioni sono sempre state e sono tuttora un toccasana quando devo mangiare. Più mi concentro su quello che sto mangiando e sulle sensazioni che sto provando, più mi si chiude lo stomaco e non riesco più a mangiare. Se mi ci dovessi concentrare ad ogni pasto per prenderci l’abitudine, comincerei immediatamente di nuovo a restringere. Per questo mentre mangio preferisco leggere un libro o guardare la TV.
Ovviamente, la distrazione durante il pasto non dev’essere considerata una stampella perenne e assoluta. Non c’è niente di sbagliato nel pensare a quello che si sta mangiando, magari per qualcuna di voi può essere anche utile per sapere che sta mangiando quanto deve, e non si sta abbuffando. Ma se il pensiero dev’essere puntato su quante calorie contiene l’alimento che si ha nel piatto, su quanta attività fisica dovrebbe essere fatta per smaltirlo, su quanto sarebbe bello poter restringere, allora il rimedio diventa peggiore del male. Meglio allora lasciar perdere il Mindfulness, e invitare a pranzo un amico con cui fare due chiacchiere.
E voi, come la pensate?
La domanda da porsi, dunque, è: il Mindfulness funziona? E, se sì, chi può trarne beneficio?
Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda, ed hanno impostato uno studio cercando di valutare l’efficacia delle tecniche del Mindfulness attuate sia prima che durante i pasti, su un gruppo di pazienti affette da DCA ricoverate in una clinica. In breve, hanno scoperto che il Mindfulness non è sempre una modalità efficace (né tantomeno la migliore) per aiutare le persone con un DCA durante la fase di ri-alimentazione. (Marek et al., 2013)
Spesso il termine Mindfulness viene utilizzato come se fosse un qualcosa che tutti conoscono, un qualcosa di ovvio. Non lo è, naturalmente. L’utilizzo colloquiale del termine Mindfulness non rispecchia esattamente quello che gli psicologi intendono quando utilizzano questo termine. In una non recentissima dichiarazione consensuale (Bishop et al., 2004), gli psicologi scrivono che il Mindfulness è:
“un processo che permette di regolare la propria attenzione, al fine di ottenere una consapevolezza non elaborativa dell’evento corrente, e la capacità di relazionarsi all’evento in questione con un orientamento di curiosità, apertura mentale, e accettazione. Il Mindfulness è inoltre un processo di approfondimento della conoscenza sulla natura della propria mente, e l’adozione di una prospettiva decentrata sui pensieri e sui sentimenti, in maniera tale che possano essere vissuti per quella che è la loro soggettività (VS la loro necessaria validazione) e la loro natura transitoria (VS la loro permanenza).”
(mia traduzione)
Considerato che la maggior parte delle persone con un DCA tendono fortemente a giudicare se stesse (penso di essere il CEO di questo club!) nonché tentano disperatamente di controllare i propri sentimenti e il modo in cui gli eventi esterni le influenzano (perché c’è quella sensazione che se si riesce a controllare allora non succederà niente di male, o di ansiogeno... di questo club sono il CEO dei CEO!!), il Mindfulness teoricamente potrebbe essere visto come un ottimo modo per arginare questi sintomi. Finora, la maggior parte del lavoro che è stato fatto col Mindfulness si è concentrato sulla bulimia e sul binge. Immagino che questo sia successo perché credo che (ma vado a naso, perché non mi è mai successo, quindi se a qualcuna è successo ed è diverso da quello che sto per scrivere, mi smentisca pure!) durante un’abbuffata la persona bulimica/con binge non è concentrata e lucidamente consapevole di quello che sta mangiando e delle sensazioni che sta provando (giusto??). E immagino che questo sia un punto molto importante per chi ha questo tipo di DCA.
Sempre in linea teorica, se una persona con bulimia/binge attuasse il Mindfulness, sarebbe meno propensa ad abbuffarsi, e forse non si sentirebbe troppo in colpa dopo averlo fatto (immagino, poi non so). Anche se gli studi scientifici al riguardo forniscono dati imprecisi, e spesso i campioni utilizzati sono troppo piccoli per poter parlare di statistica efficace, pare che i trattamenti in cui è integrato il Mindfulness siano promettenti soprattutto per la bulimia e il binge. Pare che questa metodica terapeutica sia efficace anche per persone con problemi di obesità. Ma i risultati ottenuti non ci dicono comunque che il Mindfulness sia assolutamente sempre efficace per ogni qualsiasi tipo di DCA, e per ogni qualsiasi persona.
Cos’hanno trovato i ricercatori?
In uno studio coinvolgente 17 donne affette da DCA ricoverate in una clinica, e 23 donne-controllo, ovvero donne senza DCA, Ryan Marek e i suoi colleghi hanno diviso ciascun gruppo circa a metà. Metà delle persone di ciascun gruppo è stata sottoposta a distrazioni durante il pasto. L’altra metà invece è stata sottoposta a Mindfulness. Alle partecipanti allo studio è stato anche chiesto di rispondere ad un questionario relativo al proprio umore (per esempio: tristezza, paura, vergogna, serenità, disgusto, depressione, ansia, rabbia, emozione) e alle proprie sensazioni di fame/sazietà. Inoltre, dovevano scrivere delle annotazioni relativamente a cosa ne pensassero (quanto gradissero o meno) quel tipo di trattamento.
Delle 17 pazienti affette da DCA, una aveva l’anoressia, 8 la bulimia, e 8 dei DCAnas. A tutte le partecipanti allo studio è stata fatta mangiare una fetta di torta ai mirtilli e al caffè, e gli è stato fatto compilare il questionario sull’umore prima e dopo averla mangiata. Questo è stato fatto per due volte.
Per il gruppo di controllo (quello formato da ragazze senza DCA) il Mindfulness riduceva significativamente le eventuali sensazioni negative post-pasto. Per il gruppo delle ragazze con DCA, invece, l’effetto era più scarso: coloro che erano state sottoposte a Mindfulness provavano più ansia, tristezza, depressione e senso di colpa post-pasto rispetto a quelle che erano state sottoposte a distrazioni. Le ragazze con DCA, inoltre, scrivevano di aver gradito il Mindfulness molto meno rispetto a quanto fosse stato gradito dalle ragazze senza DCA.
Gli autori hanno scritto:
“Dato che il Mindfulness è stato applicato su pazienti che hanno una forte ansia a fronte dell’idea di dover mangiare, nonché alterate sensazioni di fame/sazietà, quello che è venuto fuori forse non è sorprendente. Poiché molte delle pazienti affette da DCA sono malnutrite da molto tempo, le loro sensazioni di fame/sazietà non sono più biologiche. Consequenzialmente, esse riferiscono eccessiva pienezza, gonfiore, dolore addominale anche dopo aver consumato piccole quantità di cibo. Per cui, non si può dire che il Mindfulness sia inefficace nelle pazienti che hanno un DCA, ma semplicemente che dovrebbe essere una tecnica applicata più a lungo, affinchè le pazienti possano padroneggiarla, e quindi trovarla funzionale.”
(mia traduzione)
Come la penso io?
Per quello che mi riguarda personalmente, le distrazioni sono sempre state e sono tuttora un toccasana quando devo mangiare. Più mi concentro su quello che sto mangiando e sulle sensazioni che sto provando, più mi si chiude lo stomaco e non riesco più a mangiare. Se mi ci dovessi concentrare ad ogni pasto per prenderci l’abitudine, comincerei immediatamente di nuovo a restringere. Per questo mentre mangio preferisco leggere un libro o guardare la TV.
Ovviamente, la distrazione durante il pasto non dev’essere considerata una stampella perenne e assoluta. Non c’è niente di sbagliato nel pensare a quello che si sta mangiando, magari per qualcuna di voi può essere anche utile per sapere che sta mangiando quanto deve, e non si sta abbuffando. Ma se il pensiero dev’essere puntato su quante calorie contiene l’alimento che si ha nel piatto, su quanta attività fisica dovrebbe essere fatta per smaltirlo, su quanto sarebbe bello poter restringere, allora il rimedio diventa peggiore del male. Meglio allora lasciar perdere il Mindfulness, e invitare a pranzo un amico con cui fare due chiacchiere.
E voi, come la pensate?
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venerdì 5 luglio 2013
ACT: una nuova possibile terapia per l'anoressia
[Innanzitutto, vi ringrazio per aver risposto al P.S. del mio post precedente. Riassumendo per grandi linee, le tematiche che più v’interessano sono relative alle nuove scoperte e ai nuovi studi (anche relativamente all’aspetto genetico) che vengono fatti sull’anoressia, alle novità terapeutiche per i DCA, alle strategie di auto-aiuto, agli adattamenti del nostro organismo alla restrizione alimentare, nonché alla mia esperienza personale. Okay, prometto che toccherò tutti questi punti nei prossimi post… cominciando da quello che mi sta più a cuore, ovvero le novità relativamente alla terapia dei DCA. (Dato che fare prevenzione è d’estrema difficoltà, diagnosi precoce e terapia sono le principali armi che dovrebbero essere affinate contro i DCA…)]
Per molte malattie – fisiche e psichiche – ad oggi esiste una terapia ben precisa e validata da tutto il mondo scientifico. Ciò non vale per l’anoressia: attualmente non si conosce alcuna terapia (né farmacologica ne psicologica) che permetta in maniera mirata di guarire dall’anoressia. Esistono molti approcci differenti, che consentono di fare dei passi avanti sulla strada del ricovero, ma nessuna terapia univocamente efficace. Pertanto, numerose sono le ricerche tuttora in atto per cercare di trovare approcci terapeutici sempre più efficaci ai DCA. Tra quelle che ho letto, la prospettiva terapeutica che mi pare più promettente ed interessante è la cosiddetta “AC-Therapy” (Acceptance and Commitment Therapy). Come la DBT (Dialectical Behavioral Therapy), anche la ACT è in un certo senso un derivato della terapia cognitivo-comportamentale (che, a me personalmente, non piace granchè come approccio ai DCA – mia opinione personale), rispetto alla quale presenta però diverse importanti differenze.
Sono da poco usciti 2 nuovi studi (uno pubblicato in una rivista scientifica americana, l’altro presentato alla “London Conference on Eating Disorders") che comparano la ACT ai più comuni approcci terapeutici all’anoressia. Nessuno dei 2 studi rivela che la ACT porti ad una significativa riduzione dei pensieri e di comportamenti tipici dei DCA, sebbene venga evidenziato che la ACT riduce significativamente le ricadute durante i 6 mesi successivi ad un ricovero.
Okay, ma in che cosa consiste questa ACT?, vi starete chiedendo.
La ACT è una terapia il cui obiettivo primario, diversamente dalle terapie più frequentemente applicate, non è quello di ridurre i sintomi dell’anoressia/bulimia. Piuttosto che ridurre i sintomi in se, la ACT ritiene che la riduzione dei comportamenti patologici possa essere la conseguenza spontanea dell’essere riusciti a ridurre l’ansia sottostante. Come? Accettando le cose che non possiamo controllare, e cercando di cambiare quello che possiamo cambiare. Osservare e considerare se stesse e il mondo circostante nel presente è uno degli elementi-chiave di questo tipo di terapia, che si basa sul dare priorità a ciò che per la persona è veramente importante nella vita, a prescindere da ciò che l’anoressia le suggerisce. Per esempio, se noi consideriamo l’amicizia come una priorità nella nostra vita, e un amico c’invita ad andare a mangiare una pizza insieme, noi dovremmo andarci, senza validare la voce dell’anoressia che ci dice di restare a casa per poter continuare a restringere l’alimentazione, o per non derogare dall’ “equilibrio alimentare”. Questo significa accettare il fatto che andare a mangiare quella pizza ci farà sentire in ansia e sarà psicologicamente stressante, ma validare l’importanza dell’amicizia. Scrivono gli autori dello studio che ho menzionato prima e che è stato pubblicato poche settimane fa su “Behavior Modification” (Juarascio et al., 2013)
“L’evitamento, ovvero il cercare di negare e rimuovere le esperienze dolore vissute, nonché il sottrarsi a certe situazioni, anche quando il farlo è inefficace o riduce la capacità d’impegnarsi in comportamenti desiderati, si pensa stia alla base di molta sofferenza psicologica (Hayes et al., 2004). In definitiva, la priorità di evitare pensieri angoscianti, sentimenti ansiogeni, o eventi che mettono in difficoltà, riduce la capacità di adottare misure comportamentali che sono necessarie per vivere una vita degna. Pertanto, la ACT insegna alle pazienti come ottenere distanza psicologica da esperienze dolorose interne, chiarire quali sono veramente le cose che ognuno considera come prioritarie nella propria vita oltre il DCA, e creare obiettivi che possono aiutare le pazienti a vivere la propria vita più appagante, ad avere una vita piena di significato, e aumentare la volontà di sperimentare esperienze interne negative al fine di ottenere risultati che possono comunque migliorare la qualità della vita.
Poichè l’evitamento (di persone, situazioni, cibi, etc…) è un qualcosa con cui le persone affette da anoressia hanno frequentemente a che fare (è uno dei nodi focali dei DCA, in effetti), questo spiega come mai la ACT possa essere una buona terapia per i disturbi alimentari.”
(mia traduzione)
Cos’hanno scoperto i ricercatori?
In breve, i ricercatori hanno reclutato 140 donne affette da DCA, che erano state ricoverate al “The Renfrew Center” di Philadelphia, e hanno comparato il normale trattamento ricevuto in questo centro, con lo stesso normale trattamento a cui erano state aggiunti 2 incontri ogni settimana di terapia ACT di gruppo. Circa metà delle donne erano affette da anoressia, l’altra metà da bulimia. Età per lo più intorno ai 26 – 27 anni, la più giovane una 18enne, la più grande una 55enne. I ricercatori hanno valutato le variazioni del B.M.I. tanto quanto le variazioni dei comportamenti e dei pensieri tipici dei DCA, nonché la capacità di riuscire a prendere le distanze dai pensieri ansiogeni, l’accettazione del venir meno del senso di controllo, e la regolarizzazione delle emozioni.
Le donne che erano state sottoposte alla terapia ACT, avevano fatto 6 incontri di gruppo (per un totale di 3 settimane di durata della terapia, facendo 2 incontri ogni settimana). Il che mi fa pensare ad un uso non particolarmente forte di questa terapia. 6 incontri? Tutto qui? Secondo me non si può neanche propriamente parlare di terapia, se il tutto si riduce a 6 incontri. È come guardare uno spot pubblicitario sulle vacanze alle Bahamas, e poi dire che ci si è state.
Comunque, al di là della mia opinione personale sulla durata della terapia, entrambi i gruppi (sia quello che non era stato sottoposto alla ACT, sia quello che c’era stato sottoposto) avevano mostrato miglioramenti significativi rispetto alla patologia. Questo però non sorprende, visto che la valutazione era stata fatta rispetto ai comportamenti che queste donne presentavano al momento dell’ingresso in clinica, per cui è abbastanza ovvio che dopo il ricovero ci fosse stata una riduzione della restrizione alimentare, del vomito auto-indotto, delle abbuffate, anche se la terapia in se fosse stata inefficace. Non c’era stata una riduzione superiore di questi comportamenti nelle donne che avevano seguito anche la ACT. Tuttavia, queste ultime riuscivano a gestire meglio la propria alimentazione dopo la dimissione dalla clinica, e avevano un tasso di ricadute decisamente inferiore (3,5% contro il 18%). E questo mi sembra un dato decisamente importante e significativo.
Altri aspetti sono stati considerati “trending towards statistical significance”, il che significa che hanno avuto una certa rilevanza, ma statisticamente parlando non abbastanza. Questo potrebbe voler dire sia che lo studio dovrebbe essere ripetuto su un numero maggiore di partecipanti per incrementarne la rilevanza statistica, sia che i ricercatori hanno cercato di glissare su dati che non corrispondevano propriamente alle loro aspettative.
Nell’altro studio, quello presentato alla “London Eating Disorder Conference” diretta da Ata Ghaderi, i ricercatori hanno randomizzato 43 donne affette da anoressia sottoponendole o a terapia tradizionale, o ad ACT, in ambo i casi facendo 19 sedute, e affiancandole con psicoterapia settimanale, corretto regime alimentare, e controlli medici occasionali. I ricercatori hanno poi comparato B.M.I., qualità della vita, strategie di coping, e pensieri e comportamenti tipici del DCA tra i 2 gruppi al termine del trattamento. (Piccola precisazione: solo il 58% delle partecipanti ha portato a termine lo studio.)
Entrambi i gruppi hanno mostrato un più o meno equivalente incremento del B.M.I. durante il trattamento, ma la frequenza delle ricadute post-trattamento è stata un po’ inferiore nelle donne che avevano seguito la ACT.
In conclusione, mi sa tanto che la ACT non è la terapia rivoluzionaria e risolutiva per guarire sempre e definitivamente dall’anoressia… del resto, ma quale terapia lo è? Penso però che sia un buon punto di partenza, la trovo una terapia valida, e credo che dovrebbe essere condotto un maggior numero di studi scientifici al riguardo, più che altro per capire quale tipologia di pazienti potrebbero giovare maggiormente di questo tipo di terapia, e se potesse essere utile l’impiegarla in associazione ad altri tipi di terapia tuttora già in uso per il trattamento dei DCA.
Per molte malattie – fisiche e psichiche – ad oggi esiste una terapia ben precisa e validata da tutto il mondo scientifico. Ciò non vale per l’anoressia: attualmente non si conosce alcuna terapia (né farmacologica ne psicologica) che permetta in maniera mirata di guarire dall’anoressia. Esistono molti approcci differenti, che consentono di fare dei passi avanti sulla strada del ricovero, ma nessuna terapia univocamente efficace. Pertanto, numerose sono le ricerche tuttora in atto per cercare di trovare approcci terapeutici sempre più efficaci ai DCA. Tra quelle che ho letto, la prospettiva terapeutica che mi pare più promettente ed interessante è la cosiddetta “AC-Therapy” (Acceptance and Commitment Therapy). Come la DBT (Dialectical Behavioral Therapy), anche la ACT è in un certo senso un derivato della terapia cognitivo-comportamentale (che, a me personalmente, non piace granchè come approccio ai DCA – mia opinione personale), rispetto alla quale presenta però diverse importanti differenze.
Sono da poco usciti 2 nuovi studi (uno pubblicato in una rivista scientifica americana, l’altro presentato alla “London Conference on Eating Disorders") che comparano la ACT ai più comuni approcci terapeutici all’anoressia. Nessuno dei 2 studi rivela che la ACT porti ad una significativa riduzione dei pensieri e di comportamenti tipici dei DCA, sebbene venga evidenziato che la ACT riduce significativamente le ricadute durante i 6 mesi successivi ad un ricovero.
Okay, ma in che cosa consiste questa ACT?, vi starete chiedendo.
La ACT è una terapia il cui obiettivo primario, diversamente dalle terapie più frequentemente applicate, non è quello di ridurre i sintomi dell’anoressia/bulimia. Piuttosto che ridurre i sintomi in se, la ACT ritiene che la riduzione dei comportamenti patologici possa essere la conseguenza spontanea dell’essere riusciti a ridurre l’ansia sottostante. Come? Accettando le cose che non possiamo controllare, e cercando di cambiare quello che possiamo cambiare. Osservare e considerare se stesse e il mondo circostante nel presente è uno degli elementi-chiave di questo tipo di terapia, che si basa sul dare priorità a ciò che per la persona è veramente importante nella vita, a prescindere da ciò che l’anoressia le suggerisce. Per esempio, se noi consideriamo l’amicizia come una priorità nella nostra vita, e un amico c’invita ad andare a mangiare una pizza insieme, noi dovremmo andarci, senza validare la voce dell’anoressia che ci dice di restare a casa per poter continuare a restringere l’alimentazione, o per non derogare dall’ “equilibrio alimentare”. Questo significa accettare il fatto che andare a mangiare quella pizza ci farà sentire in ansia e sarà psicologicamente stressante, ma validare l’importanza dell’amicizia. Scrivono gli autori dello studio che ho menzionato prima e che è stato pubblicato poche settimane fa su “Behavior Modification” (Juarascio et al., 2013)
“L’evitamento, ovvero il cercare di negare e rimuovere le esperienze dolore vissute, nonché il sottrarsi a certe situazioni, anche quando il farlo è inefficace o riduce la capacità d’impegnarsi in comportamenti desiderati, si pensa stia alla base di molta sofferenza psicologica (Hayes et al., 2004). In definitiva, la priorità di evitare pensieri angoscianti, sentimenti ansiogeni, o eventi che mettono in difficoltà, riduce la capacità di adottare misure comportamentali che sono necessarie per vivere una vita degna. Pertanto, la ACT insegna alle pazienti come ottenere distanza psicologica da esperienze dolorose interne, chiarire quali sono veramente le cose che ognuno considera come prioritarie nella propria vita oltre il DCA, e creare obiettivi che possono aiutare le pazienti a vivere la propria vita più appagante, ad avere una vita piena di significato, e aumentare la volontà di sperimentare esperienze interne negative al fine di ottenere risultati che possono comunque migliorare la qualità della vita.
Poichè l’evitamento (di persone, situazioni, cibi, etc…) è un qualcosa con cui le persone affette da anoressia hanno frequentemente a che fare (è uno dei nodi focali dei DCA, in effetti), questo spiega come mai la ACT possa essere una buona terapia per i disturbi alimentari.”
(mia traduzione)
Cos’hanno scoperto i ricercatori?
In breve, i ricercatori hanno reclutato 140 donne affette da DCA, che erano state ricoverate al “The Renfrew Center” di Philadelphia, e hanno comparato il normale trattamento ricevuto in questo centro, con lo stesso normale trattamento a cui erano state aggiunti 2 incontri ogni settimana di terapia ACT di gruppo. Circa metà delle donne erano affette da anoressia, l’altra metà da bulimia. Età per lo più intorno ai 26 – 27 anni, la più giovane una 18enne, la più grande una 55enne. I ricercatori hanno valutato le variazioni del B.M.I. tanto quanto le variazioni dei comportamenti e dei pensieri tipici dei DCA, nonché la capacità di riuscire a prendere le distanze dai pensieri ansiogeni, l’accettazione del venir meno del senso di controllo, e la regolarizzazione delle emozioni.
Le donne che erano state sottoposte alla terapia ACT, avevano fatto 6 incontri di gruppo (per un totale di 3 settimane di durata della terapia, facendo 2 incontri ogni settimana). Il che mi fa pensare ad un uso non particolarmente forte di questa terapia. 6 incontri? Tutto qui? Secondo me non si può neanche propriamente parlare di terapia, se il tutto si riduce a 6 incontri. È come guardare uno spot pubblicitario sulle vacanze alle Bahamas, e poi dire che ci si è state.
Comunque, al di là della mia opinione personale sulla durata della terapia, entrambi i gruppi (sia quello che non era stato sottoposto alla ACT, sia quello che c’era stato sottoposto) avevano mostrato miglioramenti significativi rispetto alla patologia. Questo però non sorprende, visto che la valutazione era stata fatta rispetto ai comportamenti che queste donne presentavano al momento dell’ingresso in clinica, per cui è abbastanza ovvio che dopo il ricovero ci fosse stata una riduzione della restrizione alimentare, del vomito auto-indotto, delle abbuffate, anche se la terapia in se fosse stata inefficace. Non c’era stata una riduzione superiore di questi comportamenti nelle donne che avevano seguito anche la ACT. Tuttavia, queste ultime riuscivano a gestire meglio la propria alimentazione dopo la dimissione dalla clinica, e avevano un tasso di ricadute decisamente inferiore (3,5% contro il 18%). E questo mi sembra un dato decisamente importante e significativo.
Altri aspetti sono stati considerati “trending towards statistical significance”, il che significa che hanno avuto una certa rilevanza, ma statisticamente parlando non abbastanza. Questo potrebbe voler dire sia che lo studio dovrebbe essere ripetuto su un numero maggiore di partecipanti per incrementarne la rilevanza statistica, sia che i ricercatori hanno cercato di glissare su dati che non corrispondevano propriamente alle loro aspettative.
Nell’altro studio, quello presentato alla “London Eating Disorder Conference” diretta da Ata Ghaderi, i ricercatori hanno randomizzato 43 donne affette da anoressia sottoponendole o a terapia tradizionale, o ad ACT, in ambo i casi facendo 19 sedute, e affiancandole con psicoterapia settimanale, corretto regime alimentare, e controlli medici occasionali. I ricercatori hanno poi comparato B.M.I., qualità della vita, strategie di coping, e pensieri e comportamenti tipici del DCA tra i 2 gruppi al termine del trattamento. (Piccola precisazione: solo il 58% delle partecipanti ha portato a termine lo studio.)
Entrambi i gruppi hanno mostrato un più o meno equivalente incremento del B.M.I. durante il trattamento, ma la frequenza delle ricadute post-trattamento è stata un po’ inferiore nelle donne che avevano seguito la ACT.
In conclusione, mi sa tanto che la ACT non è la terapia rivoluzionaria e risolutiva per guarire sempre e definitivamente dall’anoressia… del resto, ma quale terapia lo è? Penso però che sia un buon punto di partenza, la trovo una terapia valida, e credo che dovrebbe essere condotto un maggior numero di studi scientifici al riguardo, più che altro per capire quale tipologia di pazienti potrebbero giovare maggiormente di questo tipo di terapia, e se potesse essere utile l’impiegarla in associazione ad altri tipi di terapia tuttora già in uso per il trattamento dei DCA.
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