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venerdì 31 gennaio 2014
Definizione di "ricovero"/4: La vita dopo un DCA
Eccoci qua all’ultimo post della serie “Definizione di “ricovero””, post nel quale voglio prendere in considerazione ciò che succede a chi ha avuto un DCA nel momento in cui arriva ad una duratura remissione dello stesso. Abbandonare i comportamenti patologici indotti dal DCA rappresenta, in un certo senso, un mezzo per raggiungere un fine: il fine è il raggiungimento della salute e di una quanto migliore possibile qualità della vita. Non c’è una modalità univoca per arrivare ad acquistare un’ottima qualità della vita, né del resto è possibile dare un’univoca definizione di “ottima qualità della vita”: quello che è considerato “vita di qualità” varia infatti da persona a persona.
Ma è possibile guardare un gruppo di persone che hanno avuto una completa remissione dall’anoressia/bulimia e accorgersi che più o meno tempo fa queste persone erano devastate dalla piena espressione di un disturbo alimentare?
La risposta è: dipende. Dipende sia dal gruppo di persone che si prendono in esame, sia dagli specifici fattori che si prendono in considerazione.
Perfezionismo e bisogno di controllo
Il perfezionismo e/o il bisogno di controllo sono caratteristiche comuni, concomitanti o meno, a molte persone affette da DCA. Molte pazienti riferiscono elevati livelli di perfezionismo e/o forte bisogno di controllo sia prima che durante il DCA, il che ha portato i ricercatori a pensare che il perfezionismo e il bisogno di controllo fossero significativi fattori di rischio in merito allo sviluppo di un DCA. Quello che ci si chiede dunque è come il perfezionismo e/o il bisogno di controllo persistano anche dopo un percorso di “ricovero”. I dati a tal proposito sono piuttosto variegati, ma sembra che le persone che si ammalano di anoressia/bulimia siano più perfezioniste e/o più fissate col controllo rispetto a chi non ha mai avuto un DCA, anche se sia i livelli di perfezionismo sia il bisogno di controllo sembrano ridursi man mano che si procede sulla strada del ricovero.
In uno studio pubblicato su “International Journal Of Eating Disorders”, Anna Bardone-Cone e i suoi colleghi hanno comparato donne che avevano raggiunto una remissione dall’anoressia a donne che stavano ancora percorrendo la strada del ricovero, in merito a caratteristiche quali il perfezionismo e il bisogno di controllo. (Bardone-Cone et al., 2010) I ricercatori hanno reclutato 96 donne che erano ricoverate o che erano state ricoverate in una clinica specializzata per DCA nel Missouri. Di queste donne, 53 erano nel pieno del loro DCA, 15 stavano percorrendo la strada del ricovero, e 20 erano arrivate ad una remissione stabile. Sono stati valutati sia i comportamenti sintomatici propri del DCA, sia (tramite differenti misure) il perfezionismo e il bisogno di controllo.
Le donne che avevano raggiunto una remissione stabile dal DCA, presentavano livelli di perfezionismo e/o un bisogno di controllo soltanto di poco superiori rispetto a quelli di donne che non avevano mai avuto un DCA. Tuttavia, le donne che stavano percorrendo la strada del ricovero, mostravano livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo molto più elevati e più vicini a quelli delle donne nel pieno del loro DCA. Questo potrebbe voler dire che sia il perfezionismo sia il bisogno di controllo sono i 2 fattori che permangono più a lungo e si fanno risentire anche in quelle persone che sono piuttosto lontane dal DCA e molto avanti nella strada del ricovero. Potrebbe anche però voler anche dire che il ricovero da un DCA è ciò che permette la riduzione del perfezionismo e/o del bisogno di controllo.
Questi risultati contrastano con quelli di uno studio precedente, che aveva rilevato che i livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo rimanevano molto elevati anche dopo il “ricovero” da un DCA. Ma forse questa discrepanza è dovuta alla differente definizione di “ricovero” considerata dai 2 studi. Sarebbe bello poter ripetere ambo gli studi utilizzando un’univoca definizione di “ricovero”, per vedere cosa potrebbe venirne fuori.
Altre caratteristiche di personalità
Il perfezionismo e il bisogno di controllo sono 2 caratteristiche, non necessariamente concomitanti, spesso e volentieri presenti in chi ha l’anoressia, ma non sono i soli 2 fattori significativi. Alcune ricerche compiute sui tratti di personalità pre-esordio del DCA e post-esordio del DCA (Klump et al., 2004) di 358 donne malate di anoressia, bulimia o DCAnas hanno individuato altre caratteristiche caratteriali che condizionano il percorso di ricovero. Hanno valutato la personalità utilizzando il “Cloninger’s Temperament and Character Inventory” (che da ora in poi abbrevierò come “CTCI”).
Di che cosa si tratta?
In breve:
Il termine “temperamento” si riferisce a quell’ampia parte della nostra personalità che è innata. Nel CTCI sono considerati 4 aspetti del temperamento: evitamento, ricerca delle novità, dipendenza dalla ricompensa e persistenza. Il “carattere” è invece visto come un qualcosa di più flessibile e di non innato, bensì costruito giorno dopo giorno sulla base delle proprie esperienze di vita. Il CTCI valuta 3 differenti aspetti del carattere: autoreferenzialità, cooperatività e trascendenza.
Anche se alcuni aspetti del temperamento e del carattere variano dopo aver fatto un percorso di ricovero dal DCA, in molte aree non c’è granché shift. I ricercatori hanno trovato elevati livelli di evitamento in persone con DCA sia prima che dopo l’esordio dello stesso. Hanno altresì notato una riduzione dei livelli di cooperatività. La ricerca delle novità era più spiccata nelle donne affette da bulimia, anche se comunque ne è stato riscontrato un aumento anche nelle donne affette da anoressia, dopo che avevano raggiunto una quantomeno parziale remissione della malattia. Parlando più in generale del temperamento e del carattere, le donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero mostravano significative differenze dalle donne che non avevano mai avuto un DCA in alcune specifiche aree, soprattutto nell’evitamento, nella ricerca delle novità, e nella cooperatività.
Aspetto interessante da notare, tutte le donne che erano arrivate ad una remissione del DCA presentavano tratti di personalità piuttosto simili tra loro. In altre parole, le donne con un passato/presente di DCA si somigliano per certi tratti caratteriali tra di loro, molto di più di quanto non facciano le donne che non hanno mai avuto un DCA. I ricercatori hanno comparato i tratti di personalità utilizzando un’ampia gamma di questionari, relativi non solo al DCA, di 60 donne che erano riuscite ad arrivare ad una remissione dell’anoressia o della bulimia (Wagner et al., 2006). In questo modo hanno potuto vedere come certi aspetti della personalità fossero non solo più frequentemente presenti in donne che avevano vissuto un DCA rispetto a quelle che non l’avevano vissuto, ma anche comuni tra le donne stesse. Sulla base di questo studio le donne che avevano raggiunto una remissione dal loro DCA sono state suddivise in 2 principali gruppi: quelle del primo gruppo avevano alti livelli di impulsività, ricerca delle novità, e trascendenza, quelle del secondo gruppo avevano alti livelli di evitamento e persistenza.
E loro, cosa ne dicono?
Uno dei modi migliori per capire com’è la vita di chi ha fatto significativi passi avanti sulla strada del ricovero, è chiederglielo direttamente. Così 2 ricercatori svedesi hanno chiesto a 14 donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero, e che erano a buon punto, di sottoporsi ad un’intervista relativa alla loro propria percezione del “ricovero”. (Bjork & Alstrom, 2006). Le 14 donne in questione avevano tutte un’età compresa tra i 22 e i 34 anni, e si erano ammalate di DCA dai 2 al 12 anni prima. 4 di queste donne erano affette da anoressia, 4 da bulimia e 6 da DCAnas.
Prima che i ricercatori iniziassero a raccogliere le interviste, fecero immediatamente un’osservazione: tutte le partecipanti allo studio erano molto pronte e contente di condividere i loro pensieri e le loro sensazioni a proposito del “ricovero”. Molte di loro avevano un sacco di cose da dire, ed era così possibile raccogliere un sacco di materiale. Alcune di loro, tuttavia, avevano dato delle risposte piuttosto stringate: vivevano la vita che erano riuscite a riconquistare, e non avevano voglia di pensare nuovamente a quel DCA che gliel’aveva devastata.
Le frasi di queste ragazze si commentano da sole. Giusto per citarne qualcuna che quoto in pieno:
“Cerco di fare le cose per il mio bene in un altro modo, credo. Anche quando restringevo l’alimentazione mi sembrava di farlo per il mio bene, ma questa era solo una bugia derivata dall’anoressia. Adesso lavoro per la mia salute, per me stessa. Non vorrei sembrare un’egoista, una che si mette sempre al primo posto e pensa di avere ogni diritto del mondo, è che, semplicemente, cerco di ascoltarmi di più. Mi do tregua, tempo per respirare. Per esempio, se un giorno sono stanca e ho soltanto voglia di sedermi sul divano e leggere un libro, mi do il permesso di farlo, non come prima che dovevo essere sempre al pezzo.” (Novaly)
“Sì, ho accettato il mio corpo. Il che non significa che lo amo. Non mi piaccio fisicamente, ma accetto di essere così perché è quello che mi serve per riuscire a vivere a pieno la mia vita. Il mio corpo è sano e lavora, e questo è quanto. Ecco cosa penso. Non è il corpo che vorrei, ma per rendermi funzionale deve essere così, e dunque così sia.” (Haley)
“Ho ricominciato a lavorare per bene, ad uscire con gli amici, a dedicarmi allo sport… insomma, pian piano mi sono ripresa tutte le cose che mi piacciono e dalle quali con l’anoressia mi ero allontanata. Sto vivendo una vita di qualità. Sono ancora vulnerabile ai pensieri del DCA, però sono consapevole che sono tali e riesco a tenergli testa, cosicché continuo ad alimentarmi adeguatamente, e a fare tutto ciò che rende la mia vita degna d’essere chiamata tale. Ci sarà sempre qualcosa dell’anoressia in me, ma io sarò più forte di lei e i suoi pensieri li ricaccerò in un angolino senza più permettergli di affiorare e di condizionare questa vita di qualità che ho faticosamente ricostruito.” (Andrea)
I ricercatori concludono:
“Riguardo alle loro vite quotidiane attuali, le partecipanti allo studio esprimono speranza, consapevolezza, determinazione, e un senso di libertà. È chiaro che riescono a discernere la loro vita presente rispetto alla loro vita passata nei momenti peggiori del DCA. Il “ricovero” per queste donne è sinonimo di affrontare quotidianamente il DCA che in precedenza aveva riempito le loro vite, alimentandosi correttamente in maniera costante, e trovando altri interessi in modo da non identificarsi più nel DCA stesso. Sono donne che combattono per essere sane, sia fisicamente che psicologicamente. Anche se sono lucidamente consapevoli che le ricadute possono essere dietro l’angolo e che c’è da tenere sempre alta la guardia, sanno che non torneranno più ad una condizione di sudditanza nei confronti del DCA. E lo sanno perché adesso hanno raggiunto un’ottima qualità della vita, e si rendono conto che vale davvero la pena preservarla.”
(mia traduzione)
Concordo. In pieno.
Ma è possibile guardare un gruppo di persone che hanno avuto una completa remissione dall’anoressia/bulimia e accorgersi che più o meno tempo fa queste persone erano devastate dalla piena espressione di un disturbo alimentare?
La risposta è: dipende. Dipende sia dal gruppo di persone che si prendono in esame, sia dagli specifici fattori che si prendono in considerazione.
Perfezionismo e bisogno di controllo
Il perfezionismo e/o il bisogno di controllo sono caratteristiche comuni, concomitanti o meno, a molte persone affette da DCA. Molte pazienti riferiscono elevati livelli di perfezionismo e/o forte bisogno di controllo sia prima che durante il DCA, il che ha portato i ricercatori a pensare che il perfezionismo e il bisogno di controllo fossero significativi fattori di rischio in merito allo sviluppo di un DCA. Quello che ci si chiede dunque è come il perfezionismo e/o il bisogno di controllo persistano anche dopo un percorso di “ricovero”. I dati a tal proposito sono piuttosto variegati, ma sembra che le persone che si ammalano di anoressia/bulimia siano più perfezioniste e/o più fissate col controllo rispetto a chi non ha mai avuto un DCA, anche se sia i livelli di perfezionismo sia il bisogno di controllo sembrano ridursi man mano che si procede sulla strada del ricovero.
In uno studio pubblicato su “International Journal Of Eating Disorders”, Anna Bardone-Cone e i suoi colleghi hanno comparato donne che avevano raggiunto una remissione dall’anoressia a donne che stavano ancora percorrendo la strada del ricovero, in merito a caratteristiche quali il perfezionismo e il bisogno di controllo. (Bardone-Cone et al., 2010) I ricercatori hanno reclutato 96 donne che erano ricoverate o che erano state ricoverate in una clinica specializzata per DCA nel Missouri. Di queste donne, 53 erano nel pieno del loro DCA, 15 stavano percorrendo la strada del ricovero, e 20 erano arrivate ad una remissione stabile. Sono stati valutati sia i comportamenti sintomatici propri del DCA, sia (tramite differenti misure) il perfezionismo e il bisogno di controllo.
Le donne che avevano raggiunto una remissione stabile dal DCA, presentavano livelli di perfezionismo e/o un bisogno di controllo soltanto di poco superiori rispetto a quelli di donne che non avevano mai avuto un DCA. Tuttavia, le donne che stavano percorrendo la strada del ricovero, mostravano livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo molto più elevati e più vicini a quelli delle donne nel pieno del loro DCA. Questo potrebbe voler dire che sia il perfezionismo sia il bisogno di controllo sono i 2 fattori che permangono più a lungo e si fanno risentire anche in quelle persone che sono piuttosto lontane dal DCA e molto avanti nella strada del ricovero. Potrebbe anche però voler anche dire che il ricovero da un DCA è ciò che permette la riduzione del perfezionismo e/o del bisogno di controllo.
Questi risultati contrastano con quelli di uno studio precedente, che aveva rilevato che i livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo rimanevano molto elevati anche dopo il “ricovero” da un DCA. Ma forse questa discrepanza è dovuta alla differente definizione di “ricovero” considerata dai 2 studi. Sarebbe bello poter ripetere ambo gli studi utilizzando un’univoca definizione di “ricovero”, per vedere cosa potrebbe venirne fuori.
Altre caratteristiche di personalità
Il perfezionismo e il bisogno di controllo sono 2 caratteristiche, non necessariamente concomitanti, spesso e volentieri presenti in chi ha l’anoressia, ma non sono i soli 2 fattori significativi. Alcune ricerche compiute sui tratti di personalità pre-esordio del DCA e post-esordio del DCA (Klump et al., 2004) di 358 donne malate di anoressia, bulimia o DCAnas hanno individuato altre caratteristiche caratteriali che condizionano il percorso di ricovero. Hanno valutato la personalità utilizzando il “Cloninger’s Temperament and Character Inventory” (che da ora in poi abbrevierò come “CTCI”).
Di che cosa si tratta?
In breve:
Il termine “temperamento” si riferisce a quell’ampia parte della nostra personalità che è innata. Nel CTCI sono considerati 4 aspetti del temperamento: evitamento, ricerca delle novità, dipendenza dalla ricompensa e persistenza. Il “carattere” è invece visto come un qualcosa di più flessibile e di non innato, bensì costruito giorno dopo giorno sulla base delle proprie esperienze di vita. Il CTCI valuta 3 differenti aspetti del carattere: autoreferenzialità, cooperatività e trascendenza.
Anche se alcuni aspetti del temperamento e del carattere variano dopo aver fatto un percorso di ricovero dal DCA, in molte aree non c’è granché shift. I ricercatori hanno trovato elevati livelli di evitamento in persone con DCA sia prima che dopo l’esordio dello stesso. Hanno altresì notato una riduzione dei livelli di cooperatività. La ricerca delle novità era più spiccata nelle donne affette da bulimia, anche se comunque ne è stato riscontrato un aumento anche nelle donne affette da anoressia, dopo che avevano raggiunto una quantomeno parziale remissione della malattia. Parlando più in generale del temperamento e del carattere, le donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero mostravano significative differenze dalle donne che non avevano mai avuto un DCA in alcune specifiche aree, soprattutto nell’evitamento, nella ricerca delle novità, e nella cooperatività.
Aspetto interessante da notare, tutte le donne che erano arrivate ad una remissione del DCA presentavano tratti di personalità piuttosto simili tra loro. In altre parole, le donne con un passato/presente di DCA si somigliano per certi tratti caratteriali tra di loro, molto di più di quanto non facciano le donne che non hanno mai avuto un DCA. I ricercatori hanno comparato i tratti di personalità utilizzando un’ampia gamma di questionari, relativi non solo al DCA, di 60 donne che erano riuscite ad arrivare ad una remissione dell’anoressia o della bulimia (Wagner et al., 2006). In questo modo hanno potuto vedere come certi aspetti della personalità fossero non solo più frequentemente presenti in donne che avevano vissuto un DCA rispetto a quelle che non l’avevano vissuto, ma anche comuni tra le donne stesse. Sulla base di questo studio le donne che avevano raggiunto una remissione dal loro DCA sono state suddivise in 2 principali gruppi: quelle del primo gruppo avevano alti livelli di impulsività, ricerca delle novità, e trascendenza, quelle del secondo gruppo avevano alti livelli di evitamento e persistenza.
E loro, cosa ne dicono?
Uno dei modi migliori per capire com’è la vita di chi ha fatto significativi passi avanti sulla strada del ricovero, è chiederglielo direttamente. Così 2 ricercatori svedesi hanno chiesto a 14 donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero, e che erano a buon punto, di sottoporsi ad un’intervista relativa alla loro propria percezione del “ricovero”. (Bjork & Alstrom, 2006). Le 14 donne in questione avevano tutte un’età compresa tra i 22 e i 34 anni, e si erano ammalate di DCA dai 2 al 12 anni prima. 4 di queste donne erano affette da anoressia, 4 da bulimia e 6 da DCAnas.
Prima che i ricercatori iniziassero a raccogliere le interviste, fecero immediatamente un’osservazione: tutte le partecipanti allo studio erano molto pronte e contente di condividere i loro pensieri e le loro sensazioni a proposito del “ricovero”. Molte di loro avevano un sacco di cose da dire, ed era così possibile raccogliere un sacco di materiale. Alcune di loro, tuttavia, avevano dato delle risposte piuttosto stringate: vivevano la vita che erano riuscite a riconquistare, e non avevano voglia di pensare nuovamente a quel DCA che gliel’aveva devastata.
Le frasi di queste ragazze si commentano da sole. Giusto per citarne qualcuna che quoto in pieno:
“Cerco di fare le cose per il mio bene in un altro modo, credo. Anche quando restringevo l’alimentazione mi sembrava di farlo per il mio bene, ma questa era solo una bugia derivata dall’anoressia. Adesso lavoro per la mia salute, per me stessa. Non vorrei sembrare un’egoista, una che si mette sempre al primo posto e pensa di avere ogni diritto del mondo, è che, semplicemente, cerco di ascoltarmi di più. Mi do tregua, tempo per respirare. Per esempio, se un giorno sono stanca e ho soltanto voglia di sedermi sul divano e leggere un libro, mi do il permesso di farlo, non come prima che dovevo essere sempre al pezzo.” (Novaly)
“Sì, ho accettato il mio corpo. Il che non significa che lo amo. Non mi piaccio fisicamente, ma accetto di essere così perché è quello che mi serve per riuscire a vivere a pieno la mia vita. Il mio corpo è sano e lavora, e questo è quanto. Ecco cosa penso. Non è il corpo che vorrei, ma per rendermi funzionale deve essere così, e dunque così sia.” (Haley)
“Ho ricominciato a lavorare per bene, ad uscire con gli amici, a dedicarmi allo sport… insomma, pian piano mi sono ripresa tutte le cose che mi piacciono e dalle quali con l’anoressia mi ero allontanata. Sto vivendo una vita di qualità. Sono ancora vulnerabile ai pensieri del DCA, però sono consapevole che sono tali e riesco a tenergli testa, cosicché continuo ad alimentarmi adeguatamente, e a fare tutto ciò che rende la mia vita degna d’essere chiamata tale. Ci sarà sempre qualcosa dell’anoressia in me, ma io sarò più forte di lei e i suoi pensieri li ricaccerò in un angolino senza più permettergli di affiorare e di condizionare questa vita di qualità che ho faticosamente ricostruito.” (Andrea)
I ricercatori concludono:
“Riguardo alle loro vite quotidiane attuali, le partecipanti allo studio esprimono speranza, consapevolezza, determinazione, e un senso di libertà. È chiaro che riescono a discernere la loro vita presente rispetto alla loro vita passata nei momenti peggiori del DCA. Il “ricovero” per queste donne è sinonimo di affrontare quotidianamente il DCA che in precedenza aveva riempito le loro vite, alimentandosi correttamente in maniera costante, e trovando altri interessi in modo da non identificarsi più nel DCA stesso. Sono donne che combattono per essere sane, sia fisicamente che psicologicamente. Anche se sono lucidamente consapevoli che le ricadute possono essere dietro l’angolo e che c’è da tenere sempre alta la guardia, sanno che non torneranno più ad una condizione di sudditanza nei confronti del DCA. E lo sanno perché adesso hanno raggiunto un’ottima qualità della vita, e si rendono conto che vale davvero la pena preservarla.”
(mia traduzione)
Concordo. In pieno.
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venerdì 24 gennaio 2014
Definizione di "ricovero"/3: Cosa contribuisce al ricovero/remissione di un DCA?
Negli ultimi 2 post ho parlato di come gli psicoterapeuti definiscono il “ricovero” e di come lo fanno le persone affette da DCA. Oggi voglio prendere i considerazione quali sono i fattori predittivi l’esito del “ricovero” in un DCA.
Premessa. Quando scriverò dei fattori predittivi di cattivo esito del “ricovero”, è possibile che qualcuna di voi ci si riconosca, e si scoraggi. “Veggie sta forse dicendo che non riuscirò mai a stare meglio?”. NO. Non sto assolutamente dicendo questo. Io sono dell’idea che CHIUNQUE, con il giusto supporto psicoterapeutico e nutrizionale, ma soprattutto con tanta forza di volontà, possa fare enormi passi avanti sulla strada del ricovero. Tutte noi – tutte – abbiamo fattori predittivi sia positivi che negativi in merito all’esito del “ricovero”. Per cui, riconoscersi addosso qualche fattore predittivo negativo non significa assolutamente che non possiate stare meglio, significa semplicemente che, in media, le persone che hanno presentato quelle caratteristiche hanno avuto più difficoltà nel loro percorso di ricovero. Ma la media è un fattore statistico, non ha affatto valore assoluto. Il vostro destino non sta scritto da nessuna parte, siete voi che ce lo create quotidianamente: con il giusto supporto, la psicoterapia, l’ “equilibrio alimentare” e soprattutto con tutto il vostro impegno e olio di gomito, potrete sicuramente arrivare ad avere una qualità della vita sempre migliore. Per cui, non scoraggiatevi e soprattutto non fate assurde previsioni sull’esito del vostro percorso di ricovero basandovi unicamente su quello che sto per scrivere: piuttosto, se vi rendete conto di avere qualche fattore predittivo negativo, utilizzatelo come spunto per lavorarci su durante le sedute di psicoterapia.
*Fine del predicozzo / Inizia il post vero e proprio*
Fattori ponderali e alimentari
La maggior parte della letteratura relativa ai fattori che influenzano il “ricovero” è stata ricavata su persone affette da anoressia. Ho trovato solo 2 studi inerenti la bulimia, ma non identificano alcun vero criterio predittivo l’esito del “ricovero” (Keel & Mitchell, 1997). Per cui, leggendo questo post tenete conto che parlo di dati estrapolati da studi condotti sull’anoressia.
Diagnosi precoce. In numerosi studi, una breve durata della malattia e un B.M.I. nel range del normopeso al momento della diagnosi sembrano essere fattori predittivi positivi del successo di un percorso di ricovero. (Ovvio che questa sia una variabile importante, è la scoperta dell’acqua calda.)
Recupero ponderale adeguato. In uno studio condotto su 212 adolescenti ospedalizzate per anoressia in Europa, i ricercatori hanno trovato che circa la metà andava incontro ad una seconda ospedalizzazione (Steinhausen et al., 2008). Basandosi sui dati, hanno identificato 5 fattori predittivi di riospedalizzazione in circa 2/3 delle pazienti: comorbidità con altre patologie psichiatriche, esordio del DCA in tenera età, iperattività, basso peso corporeo raggiunto, basso B.M.I. alla dimissione dal primo ricovero ospedaliero.
L’importanza di recuperare del peso è stata sottolineata anche in altri studi. In un follow-up dopo 21 anni di 84 donne che erano state ospedalizzate per anoressia, il 40% erano riuscite ad ottenere una remissione completa, il 20% alternavano periodi di remissione a ricadute, e il 26% erano acorda infognate nella malattia. (Le restanti, 14%, erano decedute). In questo caso, i fattori predittivi l’esito del percorso di ricovero erano rappresentati da: durata della malattia, B.M.I., sottotipo I o II di anoressia, severità dei sintomi psicologici, severità dei problemi relazionali, età d’esordio dell’anoressia, peso riacquistato.
Un altro studio inglese condotto su 22 donne ospedalizzate per anoressia ha rilevato che, effettivamente, riuscire a ritornare al proprio set-point fisiologico di peso corporeo rappresenta un element che evita successive riospedalizzazioni, e che aiuta nella remissione. (Baran, Weltzin & Kaye, 1995)
Varietà alimentare. I ricercatori hanno trovato che tanto maggiore è la varietà di cibi che una persona affetta da anoressia riesce a tornare a mangiare, tanto minore è la frequenza di ricadute. (Schebendach et al., 2008). Le 47 donne seguite in questo studio erano state ospedalizzate all’EDU del New York State Psychiatric Institute alla Columbia University. Dopo aver raggiunto un B.M.I. pari a 18 (il minimo del normopeso), alle 47 donne è stato fatto scrivere un “diario alimentare” per una settimana, quindi sono state seguite per un anno. A questo punto, si è visto che le donne che avevano una dieta più varia erano più avanti nel loro percorso di ricovero rispetto a quelle che mangiavano sempre i soliti poco vari cibi, a parità di calorie assunte.
Fattori psicologici
Non soltanto i fattori relativi al recupero ponderale e all’alimentazione fanno la differenza nel percorso di ricovero, ci sono anche differenze individuali sul piano caratteriale/psicologico che condizionano il percorrere la strada del ricovero.
Perfezionismo, disistima e bisogno di controllo. In uno studio condotto su 26 donne ricoverate in un ospedale francese per anoressia, i ricercatori hanno somministrato loro un questionario relativo ai DCA, e le hannoo seguite per circa 8 – 10 anni. (Bizeul, Sadowsky & Rigaud, 2001). Metà delle donne ha ottenuto una remissione dell’anoressia durante il periodo di follow up, l’altra metà non c’è riuscita. In questo studio, nella fattispecie, i ricercatori hanno definito “ricovero” il recupero del proprio set-point fisiologico di peso corporeo, la presenza di ciclo mestruale regolare, l’assenza dei comportamenti alimentari tipici del DCA per almeno 2 anni consecutivi, autonomia dalla famiglia, recupero di una buona qualità della vita.
I ricercatori hanno notato che le donne che rispondendo al questionario si riconoscevano caratteristiche quali il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo, ma anche la difficoltà nelle relazioni interpersonali e una scarsa interocezione erano quelle che raggiungevano risultati più scarsi in termini di “ricovero”. Quando i ricercatori hanno preso in considerazione questi parametri, tuttavia, hanno notato che solo il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo hanno effettivamente un valore predittivo negativo sull’esito del ricovero.
Supporto. In uno studio retrospettivo qualitativo condotto su 69 donne in Nuova Zelanda, i ricercatori hanno chiesto alle persone esaminate quali ritenevano fossero i fattori “sociali” che le avevano aiutate a stare meglio mentre percorrevano la strada del ricovero. Il 90% delle intervistate ha risposto “familiari” e/o “amici”. Altri fattori considerati un importante aiuto nel percorrere la strada del ricovero sono stati (in ordine d’importanza decrescente, secondo le percentuali riportate dallo studio in questione): crescita/maturazione, scoperta di altri interessi, psicoterapia, acquisizione di autonomia, lavoro, sport, supporto di altre persone che stavano combattendo contro il DCA, farmaci, gravidanza, il proprio partner.
Al di là della singola cosa, tutte le donne concordavano nel dire che un adeguato supporto da parte degli altri era stato un elemento molto importante nel loro percorso di ricovero. Chi fossero le persone supportive – amici, familiari, psicoterapeuti, partner – sembrava essere meno importante del supporto in sé per sé. Inoltre, un altro fondamentale aspetto del percorso di ricovero, a detta dei soggetti esaminati, stava nel riuscire a trovare altri interessi al di fuori dell’anoressia.
E i ricercatori sottolineano proprio questo aspetto alla fine dello studio:
“Il punto di forza e, allo stesso tempo, il punto di debolezza di questo studio consiste nel fatto che è filtrato esclusivamente dalla prospettiva delle pazienti. Pazienti che crescono, fanno nuove esperienze di vita, si aprono a nuovi interessi, e contemporaneamente grazie alla psicoterapia si guardano dentro cercando d’individuare le cause che le hanno portate a sviluppare il loro DCA. […] La prospettiva delle pazienti, unita ai dati clinici, ci permette di ricavare una sorta di romanzo, e di avere una ricca comprensione dell’eziologia e dei fattori che contribuiscono all’esito positivo di un percorso di ricovero dall’anoressia.”
(mia traduzione)
(…CONTINUA…)
Premessa. Quando scriverò dei fattori predittivi di cattivo esito del “ricovero”, è possibile che qualcuna di voi ci si riconosca, e si scoraggi. “Veggie sta forse dicendo che non riuscirò mai a stare meglio?”. NO. Non sto assolutamente dicendo questo. Io sono dell’idea che CHIUNQUE, con il giusto supporto psicoterapeutico e nutrizionale, ma soprattutto con tanta forza di volontà, possa fare enormi passi avanti sulla strada del ricovero. Tutte noi – tutte – abbiamo fattori predittivi sia positivi che negativi in merito all’esito del “ricovero”. Per cui, riconoscersi addosso qualche fattore predittivo negativo non significa assolutamente che non possiate stare meglio, significa semplicemente che, in media, le persone che hanno presentato quelle caratteristiche hanno avuto più difficoltà nel loro percorso di ricovero. Ma la media è un fattore statistico, non ha affatto valore assoluto. Il vostro destino non sta scritto da nessuna parte, siete voi che ce lo create quotidianamente: con il giusto supporto, la psicoterapia, l’ “equilibrio alimentare” e soprattutto con tutto il vostro impegno e olio di gomito, potrete sicuramente arrivare ad avere una qualità della vita sempre migliore. Per cui, non scoraggiatevi e soprattutto non fate assurde previsioni sull’esito del vostro percorso di ricovero basandovi unicamente su quello che sto per scrivere: piuttosto, se vi rendete conto di avere qualche fattore predittivo negativo, utilizzatelo come spunto per lavorarci su durante le sedute di psicoterapia.
*Fine del predicozzo / Inizia il post vero e proprio*
Fattori ponderali e alimentari
La maggior parte della letteratura relativa ai fattori che influenzano il “ricovero” è stata ricavata su persone affette da anoressia. Ho trovato solo 2 studi inerenti la bulimia, ma non identificano alcun vero criterio predittivo l’esito del “ricovero” (Keel & Mitchell, 1997). Per cui, leggendo questo post tenete conto che parlo di dati estrapolati da studi condotti sull’anoressia.
Diagnosi precoce. In numerosi studi, una breve durata della malattia e un B.M.I. nel range del normopeso al momento della diagnosi sembrano essere fattori predittivi positivi del successo di un percorso di ricovero. (Ovvio che questa sia una variabile importante, è la scoperta dell’acqua calda.)
Recupero ponderale adeguato. In uno studio condotto su 212 adolescenti ospedalizzate per anoressia in Europa, i ricercatori hanno trovato che circa la metà andava incontro ad una seconda ospedalizzazione (Steinhausen et al., 2008). Basandosi sui dati, hanno identificato 5 fattori predittivi di riospedalizzazione in circa 2/3 delle pazienti: comorbidità con altre patologie psichiatriche, esordio del DCA in tenera età, iperattività, basso peso corporeo raggiunto, basso B.M.I. alla dimissione dal primo ricovero ospedaliero.
L’importanza di recuperare del peso è stata sottolineata anche in altri studi. In un follow-up dopo 21 anni di 84 donne che erano state ospedalizzate per anoressia, il 40% erano riuscite ad ottenere una remissione completa, il 20% alternavano periodi di remissione a ricadute, e il 26% erano acorda infognate nella malattia. (Le restanti, 14%, erano decedute). In questo caso, i fattori predittivi l’esito del percorso di ricovero erano rappresentati da: durata della malattia, B.M.I., sottotipo I o II di anoressia, severità dei sintomi psicologici, severità dei problemi relazionali, età d’esordio dell’anoressia, peso riacquistato.
Un altro studio inglese condotto su 22 donne ospedalizzate per anoressia ha rilevato che, effettivamente, riuscire a ritornare al proprio set-point fisiologico di peso corporeo rappresenta un element che evita successive riospedalizzazioni, e che aiuta nella remissione. (Baran, Weltzin & Kaye, 1995)
Varietà alimentare. I ricercatori hanno trovato che tanto maggiore è la varietà di cibi che una persona affetta da anoressia riesce a tornare a mangiare, tanto minore è la frequenza di ricadute. (Schebendach et al., 2008). Le 47 donne seguite in questo studio erano state ospedalizzate all’EDU del New York State Psychiatric Institute alla Columbia University. Dopo aver raggiunto un B.M.I. pari a 18 (il minimo del normopeso), alle 47 donne è stato fatto scrivere un “diario alimentare” per una settimana, quindi sono state seguite per un anno. A questo punto, si è visto che le donne che avevano una dieta più varia erano più avanti nel loro percorso di ricovero rispetto a quelle che mangiavano sempre i soliti poco vari cibi, a parità di calorie assunte.
Fattori psicologici
Non soltanto i fattori relativi al recupero ponderale e all’alimentazione fanno la differenza nel percorso di ricovero, ci sono anche differenze individuali sul piano caratteriale/psicologico che condizionano il percorrere la strada del ricovero.
Perfezionismo, disistima e bisogno di controllo. In uno studio condotto su 26 donne ricoverate in un ospedale francese per anoressia, i ricercatori hanno somministrato loro un questionario relativo ai DCA, e le hannoo seguite per circa 8 – 10 anni. (Bizeul, Sadowsky & Rigaud, 2001). Metà delle donne ha ottenuto una remissione dell’anoressia durante il periodo di follow up, l’altra metà non c’è riuscita. In questo studio, nella fattispecie, i ricercatori hanno definito “ricovero” il recupero del proprio set-point fisiologico di peso corporeo, la presenza di ciclo mestruale regolare, l’assenza dei comportamenti alimentari tipici del DCA per almeno 2 anni consecutivi, autonomia dalla famiglia, recupero di una buona qualità della vita.
I ricercatori hanno notato che le donne che rispondendo al questionario si riconoscevano caratteristiche quali il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo, ma anche la difficoltà nelle relazioni interpersonali e una scarsa interocezione erano quelle che raggiungevano risultati più scarsi in termini di “ricovero”. Quando i ricercatori hanno preso in considerazione questi parametri, tuttavia, hanno notato che solo il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo hanno effettivamente un valore predittivo negativo sull’esito del ricovero.
Supporto. In uno studio retrospettivo qualitativo condotto su 69 donne in Nuova Zelanda, i ricercatori hanno chiesto alle persone esaminate quali ritenevano fossero i fattori “sociali” che le avevano aiutate a stare meglio mentre percorrevano la strada del ricovero. Il 90% delle intervistate ha risposto “familiari” e/o “amici”. Altri fattori considerati un importante aiuto nel percorrere la strada del ricovero sono stati (in ordine d’importanza decrescente, secondo le percentuali riportate dallo studio in questione): crescita/maturazione, scoperta di altri interessi, psicoterapia, acquisizione di autonomia, lavoro, sport, supporto di altre persone che stavano combattendo contro il DCA, farmaci, gravidanza, il proprio partner.
Al di là della singola cosa, tutte le donne concordavano nel dire che un adeguato supporto da parte degli altri era stato un elemento molto importante nel loro percorso di ricovero. Chi fossero le persone supportive – amici, familiari, psicoterapeuti, partner – sembrava essere meno importante del supporto in sé per sé. Inoltre, un altro fondamentale aspetto del percorso di ricovero, a detta dei soggetti esaminati, stava nel riuscire a trovare altri interessi al di fuori dell’anoressia.
E i ricercatori sottolineano proprio questo aspetto alla fine dello studio:
“Il punto di forza e, allo stesso tempo, il punto di debolezza di questo studio consiste nel fatto che è filtrato esclusivamente dalla prospettiva delle pazienti. Pazienti che crescono, fanno nuove esperienze di vita, si aprono a nuovi interessi, e contemporaneamente grazie alla psicoterapia si guardano dentro cercando d’individuare le cause che le hanno portate a sviluppare il loro DCA. […] La prospettiva delle pazienti, unita ai dati clinici, ci permette di ricavare una sorta di romanzo, e di avere una ricca comprensione dell’eziologia e dei fattori che contribuiscono all’esito positivo di un percorso di ricovero dall’anoressia.”
(mia traduzione)
(…CONTINUA…)
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venerdì 17 gennaio 2014
Definizione di "ricovero"/2: Come definiscono il ricovero coloro che hanno un DCA?
Nel post della settimana scorsa ho parlato di come il “ricovero” da un DCA viene definito dagli psicoterapeuti: penso che siano stati fatti col tempo un sacco di passi avanti nel comprendere cosa significhi il termine “ricovero” (remissione/guarigione) da un punto di vista prettamente scientifico, dato che attualmente gli psicoterapeuti sono consapevoli che il concetto di “ricovero” è molto più esteso del semplice riprendere a mangiare normalmente e riacquistare il peso perso. Certo, questa è una parte del “ricovero”, ma non lo rappresenta assolutamente in toto.
Quando si parla di “ricovero”, però, non si può considerare solo il punto di vista della scienza: è parlando con le persone che hanno/stanno combattendo un DCA che è possibile capire cosa significhi per loro il ricovero in termini di miglioramento della qualità della vita, funzionamento psicosociale, ricadute, e così via. Alcuni ricercatori, perciò, per definire il “ricovero” hanno deciso di – semplicemente – parlare con delle ragazze affette da DCA.
Studi di questo tipo sono ovviamente qualitativi, e basati su ampie interviste delle ragazze in questione. Ora, devo ammettere che io in genere sono più per il quantitativo che non per il qualitativo. Mi piacciono i numeri e i dati concreti. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che è ben difficile, se non impossibile, dare numeri precisi quando si parla di un qualcosa come il ricovero da un DCA. Per cui, credo sia corretto utilizzare questa tipologia di studi per un post che tratta del ricovero dal punto di vista delle persone affette da DCA.
Raggiungere il "ricovero"
Uno studio del 2004 pubblicato in “Qualitative Health Research” considerava non soltanto la definizione di “ricovero” in sè per sè, ma anche come questa cambiava nei pensieri delle ragazze affette da DCA man mano che cominciavano a stare meglio (D’Abundo & Chally, 2004). Per alcune persone, ammettere la gravità della propria condizione e la necessità d’iniziare a combattere contro il DCA rappresentava un vero e proprio punto di svolta, dicono gli autori dello studio:
“Per alcune, il riconoscimento della gravità della malattia è avvenuto in seguito ad un evento critico che ha aperto loro gli occhi sulla realtà. Di fronte ad un ricovero ospedaliero, una delle ragazze intervistate ha detto: “Io ci lavoro in ospedale, faccio l’infermiera, non ero pronta ad essere la paziente”. Asseriva che avrebbe preferito cambiare le sue abitudini alimentari piuttosto che far venire a conoscenza del DCA i suoi colleghi. Riconoscere la gravità della malattia significa anche rendersi conto di quali sono le conseguenze negative che questa ha sulla propria salute fisica e mentale. Le ragazze intervistate si sono rese conto che le conseguenze di un DCA includono l’avere un aspetto fisico peggiore, l’avere sempre freddo, il non riuscire a mangiare in presenza di altre persone, l’avere problemi di fertilità, l’avere restrizioni o abbuffate, il sentirsi spesso asteniche, il non riuscire a pensare chiaramente, il non avere una vita sociale. Le ragazze intervistate hanno detto anche di “essere stufe” di tutto quello che il DCA aveva portato nelle loro vite.”
(mia traduzione)
Molte delle ragazze intervistate definiscono l’inizio del proprio “ricovero” il ricominciare ad uscire con gli amici, il ricominciare a studiare/lavorare, e l’avere di nuovo un po’ di vita sociale: la ricostruzione delle relazioni. Ciò nonostante, tutte le ragazze intervistate dicono di non aver superato completamente il proprio DCA. È sempre in un qualche recesso della loro mente, e devono comunque combattere quotidianamente per tenere a bada certi comportamenti e pensieri.
Un altro studio sempre relativo a donne che parlano del loro “ricovero” dall’anoressia, è centrato sulla tematica del “Riappropriarsi della Vera Se Stessa” nel momento in cui viene intrapreso un percorso di ricovero (Lamoureaux & Bottorff, 2005) Percorrere la strada del ricovero non è semplice, né rapido, né costante. Una delle intervistate dice:
“Questo è ciò che ha caratterizzato la mia battaglia contro l’anoressia: periodi di remissione alternati a ricadute. Mi sentivo… come se, andando avanti, m’introducessi in un territorio sconosciuto… in un’identità sconosciuta… in dei comportamenti che non mi erano affatto familiari… per cui, non era una passeggiata di salute. Trovavo più confortante l’anoressia, sebbene fossi consapevole della malattia, perché anche se mi distruggeva, per lo meno non c’era niente di nuovo, la restrizione alimentare era una strada che conoscevo benissimo, e questo mi rassicurava. Lasciare tutto questo mi faceva sentire estremamente vulnerabile. Ecco da dove veniva la mia paura: da questa sensazione di vulnerabilità.”
(mia traduzione)
Definire il “ricovero”
Capire come avviene il processo di ricovero è ovviamente utile, ma questo non ci dice che cos’è il “ricovero”. E, soprattutto, non ci dice se la percezione che hanno le persone malate di DCA del “ricovero” corrisponde o meno alle definizioni date dalla scienza. Fortunatamente, esiste uno studio che si occupa proprio di questo. La prima ricercatrice che ha cercato di capire cosa fosse il “ricovero” per le persone affette da DCA è Greta Noordenbos, della Leiden University in Olanda.
Il primo step del suo studio consisteva nel porre 4 domande a delle ragazze considerate completamente “ricoverate” (guarite) dall’anoressia/bulimia (Noordenbos & Seubring, 2006):
1 - Quali criteri sono per te importanti per definire il “ricovero” dall’anoressia/bulimia?
2 - Sei d’accordo con quella che è la definizione che gli psicoterapeuti danno di “ricovero”?
3 - Quali dei criteri proposti dagli psicoterpeuti hai soddisfatto al termine del tuo ultimo percorso di “ricovero”?
4 - Hai avuto ulteriori miglioramenti dopo che hai completato il tuo ultimo percorso di “ricovero”?
Utilizzando la letteratura preesistente a proposito del “ricovero” da un DCA, Noordenbos ha chiesto a ragazze affette da DCA di valutare l’importanza di 52 elementi inerenti il “ricovero”, elementi relativi ai comportamenti alimentari, all’immagine corporea, alla salute fisica, al funzionamento psicosociale, agli aspetti emozionali, e così via. Come potete vedere dalla tabella sottostante (l’ho ripresa pari-pari dallo studio in questione), a sinistra sono elencati gli elementi considerati, e a destra la percentuale di quanto le pazienti trovavano importante quell’elemento ai fini del “ricovero” dall’anoressia/bulimia (da un minimo dello 0% per elementi non importanti, a un massimo del 100% per elementi importantissimi).
(click sull'immagine per ingradire)
Un altro studio sempre condotto da Noordenbos si basava sul somministrare a ragazze “ricoverate” dal proprio DCA delle domande aperte relative a quali fossero secondo loro i fattori più importanti nel percorso di “ricovero” da un DCA (Noordenbos, 2011). Le loro risposte potevano essere distinte in alcune categorie principali, di gran lunga più ampie rispetto a quelle considerate nel precedente studio del 2006:
• Comportamento alimentare
• Attività fisica
• Immagine corporea
• Pensieri ossessivi
• Salute fisica
• Salute mentale
• Gestione delle emozioni
• Relazioni interpersonali
• Vita lavorativa
• Gestione delle comorbidità
Alcuni di questi aspetti si ritrovano nel Ricovero Olistico di cui vi parlavo nel post precedente, ecco perchè tra tutte le definizioni scientifiche di “ricovero” è quella che mi piace di più: è relativamente semplice da utilizzare, e considera aspetti del “ricovero” che chi è affetto da DCA asserisce essere importanti.
E voi, ragazze, come la pensate? Cosa significa per voi “ricovero” dall’anoressia/bulimia/binge/DCAnas?
(…CONTINUA…)
Quando si parla di “ricovero”, però, non si può considerare solo il punto di vista della scienza: è parlando con le persone che hanno/stanno combattendo un DCA che è possibile capire cosa significhi per loro il ricovero in termini di miglioramento della qualità della vita, funzionamento psicosociale, ricadute, e così via. Alcuni ricercatori, perciò, per definire il “ricovero” hanno deciso di – semplicemente – parlare con delle ragazze affette da DCA.
Studi di questo tipo sono ovviamente qualitativi, e basati su ampie interviste delle ragazze in questione. Ora, devo ammettere che io in genere sono più per il quantitativo che non per il qualitativo. Mi piacciono i numeri e i dati concreti. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che è ben difficile, se non impossibile, dare numeri precisi quando si parla di un qualcosa come il ricovero da un DCA. Per cui, credo sia corretto utilizzare questa tipologia di studi per un post che tratta del ricovero dal punto di vista delle persone affette da DCA.
Raggiungere il "ricovero"
Uno studio del 2004 pubblicato in “Qualitative Health Research” considerava non soltanto la definizione di “ricovero” in sè per sè, ma anche come questa cambiava nei pensieri delle ragazze affette da DCA man mano che cominciavano a stare meglio (D’Abundo & Chally, 2004). Per alcune persone, ammettere la gravità della propria condizione e la necessità d’iniziare a combattere contro il DCA rappresentava un vero e proprio punto di svolta, dicono gli autori dello studio:
“Per alcune, il riconoscimento della gravità della malattia è avvenuto in seguito ad un evento critico che ha aperto loro gli occhi sulla realtà. Di fronte ad un ricovero ospedaliero, una delle ragazze intervistate ha detto: “Io ci lavoro in ospedale, faccio l’infermiera, non ero pronta ad essere la paziente”. Asseriva che avrebbe preferito cambiare le sue abitudini alimentari piuttosto che far venire a conoscenza del DCA i suoi colleghi. Riconoscere la gravità della malattia significa anche rendersi conto di quali sono le conseguenze negative che questa ha sulla propria salute fisica e mentale. Le ragazze intervistate si sono rese conto che le conseguenze di un DCA includono l’avere un aspetto fisico peggiore, l’avere sempre freddo, il non riuscire a mangiare in presenza di altre persone, l’avere problemi di fertilità, l’avere restrizioni o abbuffate, il sentirsi spesso asteniche, il non riuscire a pensare chiaramente, il non avere una vita sociale. Le ragazze intervistate hanno detto anche di “essere stufe” di tutto quello che il DCA aveva portato nelle loro vite.”
(mia traduzione)
Molte delle ragazze intervistate definiscono l’inizio del proprio “ricovero” il ricominciare ad uscire con gli amici, il ricominciare a studiare/lavorare, e l’avere di nuovo un po’ di vita sociale: la ricostruzione delle relazioni. Ciò nonostante, tutte le ragazze intervistate dicono di non aver superato completamente il proprio DCA. È sempre in un qualche recesso della loro mente, e devono comunque combattere quotidianamente per tenere a bada certi comportamenti e pensieri.
Un altro studio sempre relativo a donne che parlano del loro “ricovero” dall’anoressia, è centrato sulla tematica del “Riappropriarsi della Vera Se Stessa” nel momento in cui viene intrapreso un percorso di ricovero (Lamoureaux & Bottorff, 2005) Percorrere la strada del ricovero non è semplice, né rapido, né costante. Una delle intervistate dice:
“Questo è ciò che ha caratterizzato la mia battaglia contro l’anoressia: periodi di remissione alternati a ricadute. Mi sentivo… come se, andando avanti, m’introducessi in un territorio sconosciuto… in un’identità sconosciuta… in dei comportamenti che non mi erano affatto familiari… per cui, non era una passeggiata di salute. Trovavo più confortante l’anoressia, sebbene fossi consapevole della malattia, perché anche se mi distruggeva, per lo meno non c’era niente di nuovo, la restrizione alimentare era una strada che conoscevo benissimo, e questo mi rassicurava. Lasciare tutto questo mi faceva sentire estremamente vulnerabile. Ecco da dove veniva la mia paura: da questa sensazione di vulnerabilità.”
(mia traduzione)
Definire il “ricovero”
Capire come avviene il processo di ricovero è ovviamente utile, ma questo non ci dice che cos’è il “ricovero”. E, soprattutto, non ci dice se la percezione che hanno le persone malate di DCA del “ricovero” corrisponde o meno alle definizioni date dalla scienza. Fortunatamente, esiste uno studio che si occupa proprio di questo. La prima ricercatrice che ha cercato di capire cosa fosse il “ricovero” per le persone affette da DCA è Greta Noordenbos, della Leiden University in Olanda.
Il primo step del suo studio consisteva nel porre 4 domande a delle ragazze considerate completamente “ricoverate” (guarite) dall’anoressia/bulimia (Noordenbos & Seubring, 2006):
1 - Quali criteri sono per te importanti per definire il “ricovero” dall’anoressia/bulimia?
2 - Sei d’accordo con quella che è la definizione che gli psicoterapeuti danno di “ricovero”?
3 - Quali dei criteri proposti dagli psicoterpeuti hai soddisfatto al termine del tuo ultimo percorso di “ricovero”?
4 - Hai avuto ulteriori miglioramenti dopo che hai completato il tuo ultimo percorso di “ricovero”?
Utilizzando la letteratura preesistente a proposito del “ricovero” da un DCA, Noordenbos ha chiesto a ragazze affette da DCA di valutare l’importanza di 52 elementi inerenti il “ricovero”, elementi relativi ai comportamenti alimentari, all’immagine corporea, alla salute fisica, al funzionamento psicosociale, agli aspetti emozionali, e così via. Come potete vedere dalla tabella sottostante (l’ho ripresa pari-pari dallo studio in questione), a sinistra sono elencati gli elementi considerati, e a destra la percentuale di quanto le pazienti trovavano importante quell’elemento ai fini del “ricovero” dall’anoressia/bulimia (da un minimo dello 0% per elementi non importanti, a un massimo del 100% per elementi importantissimi).
(click sull'immagine per ingradire)
Un altro studio sempre condotto da Noordenbos si basava sul somministrare a ragazze “ricoverate” dal proprio DCA delle domande aperte relative a quali fossero secondo loro i fattori più importanti nel percorso di “ricovero” da un DCA (Noordenbos, 2011). Le loro risposte potevano essere distinte in alcune categorie principali, di gran lunga più ampie rispetto a quelle considerate nel precedente studio del 2006:
• Comportamento alimentare
• Attività fisica
• Immagine corporea
• Pensieri ossessivi
• Salute fisica
• Salute mentale
• Gestione delle emozioni
• Relazioni interpersonali
• Vita lavorativa
• Gestione delle comorbidità
Alcuni di questi aspetti si ritrovano nel Ricovero Olistico di cui vi parlavo nel post precedente, ecco perchè tra tutte le definizioni scientifiche di “ricovero” è quella che mi piace di più: è relativamente semplice da utilizzare, e considera aspetti del “ricovero” che chi è affetto da DCA asserisce essere importanti.
E voi, ragazze, come la pensate? Cosa significa per voi “ricovero” dall’anoressia/bulimia/binge/DCAnas?
(…CONTINUA…)
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venerdì 10 gennaio 2014
Definizione di "ricovero"/1: Come definiscono il ricovero gli psicoterapeuti?
A partire da oggi voglio iniziare a scrivere una serie di post in merito alla definizione di “ricovero”, parola che, come avrete avuto modo di notare leggendo il mio blog, io utilizzo moltissimo. È tuttavia una parola che non ha un significato unico, un’univoca chiave di lettura, quando si parla di disturbi alimentari: c’è chi la utilizza come sinonimo di “guarigione”, chi la usa come sinonimo di “remissione”, chi la usa come sinonimo di “percorso”… per tale motivo voglio dedicare questo e i miei prossimi post alla definizione del termine “ricovero”, quali sono le varie definizioni di ricovero, e perché sono importanti. In questo primo post, inizierò col parlare di quello che gli psicoterapeuti considerano come “ricovero” (guarigione/remissione) da un DCA.
Considerato che la stragrande maggioranza delle lettrici del mio blog (a giudicare dai commenti e dalle e-mail che ricevo) hanno un DCA, o sono familiari di persone con un DCA, potrà sembrarvi strano che io voglia condurvi in una piuttosto esoterica discussione di tutte le minuzie che gli psichiatri prendono in considerazione quando parlano di “ricovero” da un DCA. Potrebbe sembrarvi a primo acchito che io voglia sottilizzare: cos’è, una questione di tempo? mi chiederete voi. Si può parlare di ricovero quando una persona non manifesta i sintomi del DCA per due settimane? Per due mesi? Per due anni? E se si arrivasse addirittura a tre anni? O se fosse un anno soltanto?
So che alcune di voi sono delle nerd delle definizioni come me, e che troveranno quindi la discussione interessante di per se stessa. Ma la maggior parte di voi immagino legga questo blog per trovare suggerimenti di auto-aiuto su come gestire le problematiche quotidiane relative al proprio DCA, su come limitare certi comportamenti tipici del DCA, su come cercare di allontanare i pensieri caratteristici del DCA, e magari arriccia il naso di fronte ad un post in cui mi metto a speculare sulle definizioni di “ricovero”. Ma, ragazze, aspettate solo un secondo. Non smettete di leggere qui, andate avanti. Perché vi accorgerete che avere un’idea più precisa delle varie definizioni di “ricovero” può essere utile per capire meglio quale linea terapeutica può essere più efficace da intraprendere per ciascuna.
Sarebbe meraviglioso se ogni qualsiasi ragazza affetta da un DCA ne riemergesse ritrovando una totale naturalezza nell’alimentarsi, eliminando ogni problematica relazionale, e amando il proprio corpo in tutto e per tutto, ma questa semplicemente non è la realtà. La realtà è che le persone che sviluppano un DCA costituiscono un gruppo estremamente eterogeneo, e altrettanto eterogeneo perciò non può che essere il ricovero dal DCA stesso.
L’obiettivo nel dare una definizione di “ricovero” nel senso prettamente scientifico del termine è cercare di capire quali sono gli elementi che permettono a chi ha un DCA di stare meglio (e anche ovviamente quali sono quelli che viceversa non lo permettono), se c’è qualche particolare fattore che è cruciale nello stare meglio, se ci sono fattori opzionali, e perché.
Detto questo, arriviamo al dunque. (Per chi, come me, è affetta da DCNnas – Disturbo del Comportamento Nerd Non Altrimenti Specificato, vada pure tranquillamente avanti. Per le altre: munitevi di bombole dell’ossigeno, e buona immersione!)
Criterio Morgan-Russell
Il primissimo tentativo di definire il “ricovero” da un DCA è stato fatto nel 1975 (in quegli anni l’anoressia era l’unico DCA considerato in quanto tale nel DSM!) dagli psicologi britannici Morgan e Russel, ed è stato pubblicato su “Psychological Medicine”. I dati da loro elaborati per definire il “ricovero” (che hanno appunto preso da loro il nome di “Criterio Morgan-Russell”) consideravano 14 differenti fattori, dal lavoro svolto, alle relazioni psicosociali, al peso corporeo, alla presenza o meno del ciclo mestruale. Per semplicità tuttavia, Morgan e Russell fecero riferimento soltanto al peso corporeo e alla presenza/assenza del ciclo: le pazienti che ottenevano i migliori risultati in termini “ricovero” dal DCA erano coloro il cui peso corporeo era almeno l’85% del peso corporeo ideale, e che mestruavano regolarmente. Ottenevano modesti risultati le pazienti il cui peso corporeo era compreso tra il 75% e l’85% rispetto al peso corporeo ideale e che avevano un ciclo mestruale irregolare. Ottenevano scarsi risultati le pazienti il cui peso corporeo era al di sotto del 75% rispetto al peso corporeo ideale, con mestruazioni rare o assenti. Questi dati li avevano ottenuti grazie ad uno studio condotto su 41 pazienti affette da anoressia, seguite con dei follow-up per 4 anni. I criteri di Morgan-Russell sono anche definiti “Regola del tre”, che viene da loro esplicata come: “una paziente su 3 guarisce dal DCA, una paziente su 3 va incontro a continui cicli di remissione e peggioramento, una paziente su 3 rimane cronicamente malata”.
Ritengo ci siano molti problemi relativi al Criterio Morgan-Russell. Innanzitutto, la scarsità dei parametri considerati: di ogni paziente viene valutato solamente il peso corporeo e la presenza/assenza del ciclo. Un po’ pochino per definire lo stato di salute di una persona, non credete?? Inoltre, come la mettiamo quando ad avere un DCA è un maschio, una donna in menopausa, o una bambina che non ha ancora avuto il menarca? In tutti questi casi il ciclo mestruale non può ovviamente essere considerato, e il Criterio non può dunque essere applicato. In secondo luogo, come si può definire esattamente quale sia “l’85% del peso corporeo ideale” di una persona? Con questa frase, i due psicologi intendevano più semplicemente dire che la paziente non rispondeva più ai criteri di peso proposti dal DSM per l’anoressia… il che non significa che una persona sia automaticamente guarita dall’anoressia, perché io credo che una malattia mentale la si possa avere quale che sia il proprio peso. Infine, se è vero che, come dice questo Criterio, un terzo delle pazienti "guariscono", gli altri due terzi mantengono comunque in qualche modo più o meno esplicito caratteristiche comportamentali proprie del DCA. Il che non è decisamente un buon risultato.
E non sono la sola a pensarla così, come conferma uno studio eseguito circa 20 anni dopo: Ratnasuriya et al., 1991. Ci sono voluti ben 20 anni per arrivare a questo. 20 anni in cui è stato sempre utilizzato il Criterio Morgan-Russell.
Nuove definizioni
Gli psicoterapeuti non erano dunque inconsapevoli degli evidenti limiti del Criterio Morgan-Russell, ma non avendo molto materiale a disposizione su cui lavorare, c’era ben poco da fare. Tuttavia, col passare del tempo, gli psicoterapeuti hanno cominciato a considerare sempre di più l’intervallo libero da sintomi come parametro di valutazione del “ricovero” da un DCA. Si pone però un problema: per quanto tempo una persona non deve manifestare i comportamenti tipici del DCA, per poter parlare di “ricovero” dal DCA? Gli psicoterapeuti non trovano un accordo su questo, e gli studi a tal proposito si moltiplicano. Ci sono alcuni studi che parlano di “ricovero” quando la paziente non manifesta sintomi del DCA per alcuni mesi (per esempio: Herzog et al., 1999), ed altri che parlano di “ricovero” solo se i sintomi sono assenti per anni (per esempio: Von Holle et al., 2008).
Gli autori di quest’ultimo studio scrivono:
“Il tasso di ricovero [tra le pazienti affette da DCA] varia moltissimo, sia in base alla definizione di “ricovero” cui si fa riferimento, sia in base alla lunghezza dei follow-up. La lunghezza dell’osservazione in precedenti studi longitudinali è infatti estremamente variabile, in un range compreso tra 1 e 15 anni. Gli studi con follow-up a breve termine forniscono risultati migliori in termini di riuscita del ricovero, perché valutano soltanto brevi periodi in cui le pazienti non manifestano i sintomi. Tuttavia in questo modo si perdono la ciclicità e le ricadute che una persona con un DCA può presentare anche a distanza di anni ed anni.”
(mia traduzione)
Lo studio di Von Holle et al., peraltro, sembra trovare bassi tassi di ricovero: valutando l’assenza di sintomi per un periodo di 3 anni, solo il 10% delle persone affette da anoressia, e solo il 15% delle persone affette da bulimia possono dirsi in pieno ricovero. Ma, data la periodicità dei disturbi alimentari, niente esclude che anche queste persone apparentemente del tutto ricoverate abbiano avuto successivamente a quei 3 anni delle ricadute.
Le definizioni di “ricovero” aiutano anche a trovare una definizione di “ricaduta” (Olmsted, Kaplan & Rockert, 2005). In questo studio, i ricercatori cominciano a rendersi conto del fatto che, data la natura dei DCA, il “ricovero” non può essere un qualcosa di univoco, ma esiste soltanto all’interno di un certo range di variabilità. Comprendere quale sia questo range di variabilità e quali siano i più importanti markers dello stesso è cruciale per poter capire cosa succede alle persone che hanno un DCA quando intraprendono un percorso di “ricovero”.
Ricovero olistico
Una delle più omnicomprensive definizioni di “ricovero” da un DCA, viene da uno studio pubblicato nel 2010 in “Behavior Research and Therapy” (Bardone-Cone et al., 2010). In questo studio, i ricercatori hanno distinto e valutato tre diversi aspetti del “ricovero” da un DCA.
• Ricovero fisico: Non più sottopeso/sovrappeso (sulla base del diverso DCA), non più sintomi fisici propri del DCA (per esempio: non più alterazioni elettrolitiche derivanti dal vomito auto-indotto, oppure non più svenimenti causati dalla carenza alimentare)
• Ricovero comportamentale: Non più comportamenti anomali tipici del DCA per almeno 3 mesi; per esempio: non più restrizione alimentare, non più abbuffata-vomito, non più attività fisica eccessiva, non più abuso di lassativi, etc.
• Ricovero psichico: Non più sintomi psicologici condizionanti comportamenti, derivanti dal DCA; per esempio: ricominciare a fare le cose che si era smesso di fare a causa del DCA, riappropriarsi di lavoro/studio, amicizie, sport, hobby
Si parla di “pieno ricovero” quando una persona soddisfa tutti e 3 i criteri, di “parziale ricovero” quando ne soddisfa 2 su 3. Gli psicoterapeuti e i ricercatori sono consapevoli che i primi 2 criteri sono quelli che possono essere soddisfatti più rapidamente e per certi versi anche più facilmente, ma è solo quando questi 2 criteri si combinano con il terzo, che si ha un soddisfacente stato di “ricovero”.
Com’è facilmente immaginabile, i ricercatori hanno trovato che le persone “pienamente ricoverate” (cioè rispondenti a tutti e 3 i criteri sopraelencati) erano indistinguibili rispetto alle persone non affette da DCA, sia sul piano fisico che sul piano comportamentale, e abbastanza simili alle persone non affette da DCA sul piano psichico. Le persone ancora nel pieno del DCA erano indistinguibili rispetto ad altre persone malate di DCA non incluse nella ricerca, e le persone “parzialmente ricoverate” si trovavano in una via di mezzo tra gli altri 2 gruppi.
La maggior parte dei parametri utilizzati per valutare gli aspetti psichici del ricovero sono relativi a comportamenti socio-culturali (il lavoro, lo studio, la frequentazione delle amicizie, il fare sport, etc…) che un DCA fa venir meno. Penso che siano degli ottimi parametri da valutare, ma personalmente mi sarebbe piaciuto che fossero stati contemplati anche altri parametri come il bisogno di controllo, o l’ansia, o l’autostima, etc. Ritengo infatti che, non includendo parametri di questo tipo, si perda un sottogruppo di pazienti che sono quelle “un-po’-meno-che-pienamente ricoverate” e che dunque potrebbero avere ancora bisogno d’aiuto, ma poiché hanno un peso corretto, non restringono più l’alimentazione, e hanno una vita ricca di molteplici attività e relazioni amicali, potrebbero erroneamente essere considerate del tutto uscite dall’anoressia.
Fatto il mio solito appunto da bastian contraria inveterata, mi piace che Bardone-Cone e i suoi colleghi abbiano scisso i 3 differenti aspetti del “ricovero” da un DCA. Penso infatti che sia estremamente importante il sottolineare che il ricominciare a mangiare normalmente e il riacquistare un peso salutare sia solo un aspetto del “ricovero” da un DCA, e che ricominciare a vivere sotto tutti gli altri aspetti sia un passo cruciale per stare veramente meglio. Come dicevo prima, negli aspetti psichici del ricovero io incorporerei anche altri parametri, però comunque l’idea di base dei ricercatori mi piace.
Dunque, ecco cosa intendono oggi gli psicoterapeuti quando parlano di “ricovero”. Ma non sono solo gli psicoterapeuti a parlarne…
(CONTINUA…)
Considerato che la stragrande maggioranza delle lettrici del mio blog (a giudicare dai commenti e dalle e-mail che ricevo) hanno un DCA, o sono familiari di persone con un DCA, potrà sembrarvi strano che io voglia condurvi in una piuttosto esoterica discussione di tutte le minuzie che gli psichiatri prendono in considerazione quando parlano di “ricovero” da un DCA. Potrebbe sembrarvi a primo acchito che io voglia sottilizzare: cos’è, una questione di tempo? mi chiederete voi. Si può parlare di ricovero quando una persona non manifesta i sintomi del DCA per due settimane? Per due mesi? Per due anni? E se si arrivasse addirittura a tre anni? O se fosse un anno soltanto?
So che alcune di voi sono delle nerd delle definizioni come me, e che troveranno quindi la discussione interessante di per se stessa. Ma la maggior parte di voi immagino legga questo blog per trovare suggerimenti di auto-aiuto su come gestire le problematiche quotidiane relative al proprio DCA, su come limitare certi comportamenti tipici del DCA, su come cercare di allontanare i pensieri caratteristici del DCA, e magari arriccia il naso di fronte ad un post in cui mi metto a speculare sulle definizioni di “ricovero”. Ma, ragazze, aspettate solo un secondo. Non smettete di leggere qui, andate avanti. Perché vi accorgerete che avere un’idea più precisa delle varie definizioni di “ricovero” può essere utile per capire meglio quale linea terapeutica può essere più efficace da intraprendere per ciascuna.
Sarebbe meraviglioso se ogni qualsiasi ragazza affetta da un DCA ne riemergesse ritrovando una totale naturalezza nell’alimentarsi, eliminando ogni problematica relazionale, e amando il proprio corpo in tutto e per tutto, ma questa semplicemente non è la realtà. La realtà è che le persone che sviluppano un DCA costituiscono un gruppo estremamente eterogeneo, e altrettanto eterogeneo perciò non può che essere il ricovero dal DCA stesso.
L’obiettivo nel dare una definizione di “ricovero” nel senso prettamente scientifico del termine è cercare di capire quali sono gli elementi che permettono a chi ha un DCA di stare meglio (e anche ovviamente quali sono quelli che viceversa non lo permettono), se c’è qualche particolare fattore che è cruciale nello stare meglio, se ci sono fattori opzionali, e perché.
Detto questo, arriviamo al dunque. (Per chi, come me, è affetta da DCNnas – Disturbo del Comportamento Nerd Non Altrimenti Specificato, vada pure tranquillamente avanti. Per le altre: munitevi di bombole dell’ossigeno, e buona immersione!)
Criterio Morgan-Russell
Il primissimo tentativo di definire il “ricovero” da un DCA è stato fatto nel 1975 (in quegli anni l’anoressia era l’unico DCA considerato in quanto tale nel DSM!) dagli psicologi britannici Morgan e Russel, ed è stato pubblicato su “Psychological Medicine”. I dati da loro elaborati per definire il “ricovero” (che hanno appunto preso da loro il nome di “Criterio Morgan-Russell”) consideravano 14 differenti fattori, dal lavoro svolto, alle relazioni psicosociali, al peso corporeo, alla presenza o meno del ciclo mestruale. Per semplicità tuttavia, Morgan e Russell fecero riferimento soltanto al peso corporeo e alla presenza/assenza del ciclo: le pazienti che ottenevano i migliori risultati in termini “ricovero” dal DCA erano coloro il cui peso corporeo era almeno l’85% del peso corporeo ideale, e che mestruavano regolarmente. Ottenevano modesti risultati le pazienti il cui peso corporeo era compreso tra il 75% e l’85% rispetto al peso corporeo ideale e che avevano un ciclo mestruale irregolare. Ottenevano scarsi risultati le pazienti il cui peso corporeo era al di sotto del 75% rispetto al peso corporeo ideale, con mestruazioni rare o assenti. Questi dati li avevano ottenuti grazie ad uno studio condotto su 41 pazienti affette da anoressia, seguite con dei follow-up per 4 anni. I criteri di Morgan-Russell sono anche definiti “Regola del tre”, che viene da loro esplicata come: “una paziente su 3 guarisce dal DCA, una paziente su 3 va incontro a continui cicli di remissione e peggioramento, una paziente su 3 rimane cronicamente malata”.
Ritengo ci siano molti problemi relativi al Criterio Morgan-Russell. Innanzitutto, la scarsità dei parametri considerati: di ogni paziente viene valutato solamente il peso corporeo e la presenza/assenza del ciclo. Un po’ pochino per definire lo stato di salute di una persona, non credete?? Inoltre, come la mettiamo quando ad avere un DCA è un maschio, una donna in menopausa, o una bambina che non ha ancora avuto il menarca? In tutti questi casi il ciclo mestruale non può ovviamente essere considerato, e il Criterio non può dunque essere applicato. In secondo luogo, come si può definire esattamente quale sia “l’85% del peso corporeo ideale” di una persona? Con questa frase, i due psicologi intendevano più semplicemente dire che la paziente non rispondeva più ai criteri di peso proposti dal DSM per l’anoressia… il che non significa che una persona sia automaticamente guarita dall’anoressia, perché io credo che una malattia mentale la si possa avere quale che sia il proprio peso. Infine, se è vero che, come dice questo Criterio, un terzo delle pazienti "guariscono", gli altri due terzi mantengono comunque in qualche modo più o meno esplicito caratteristiche comportamentali proprie del DCA. Il che non è decisamente un buon risultato.
E non sono la sola a pensarla così, come conferma uno studio eseguito circa 20 anni dopo: Ratnasuriya et al., 1991. Ci sono voluti ben 20 anni per arrivare a questo. 20 anni in cui è stato sempre utilizzato il Criterio Morgan-Russell.
Nuove definizioni
Gli psicoterapeuti non erano dunque inconsapevoli degli evidenti limiti del Criterio Morgan-Russell, ma non avendo molto materiale a disposizione su cui lavorare, c’era ben poco da fare. Tuttavia, col passare del tempo, gli psicoterapeuti hanno cominciato a considerare sempre di più l’intervallo libero da sintomi come parametro di valutazione del “ricovero” da un DCA. Si pone però un problema: per quanto tempo una persona non deve manifestare i comportamenti tipici del DCA, per poter parlare di “ricovero” dal DCA? Gli psicoterapeuti non trovano un accordo su questo, e gli studi a tal proposito si moltiplicano. Ci sono alcuni studi che parlano di “ricovero” quando la paziente non manifesta sintomi del DCA per alcuni mesi (per esempio: Herzog et al., 1999), ed altri che parlano di “ricovero” solo se i sintomi sono assenti per anni (per esempio: Von Holle et al., 2008).
Gli autori di quest’ultimo studio scrivono:
“Il tasso di ricovero [tra le pazienti affette da DCA] varia moltissimo, sia in base alla definizione di “ricovero” cui si fa riferimento, sia in base alla lunghezza dei follow-up. La lunghezza dell’osservazione in precedenti studi longitudinali è infatti estremamente variabile, in un range compreso tra 1 e 15 anni. Gli studi con follow-up a breve termine forniscono risultati migliori in termini di riuscita del ricovero, perché valutano soltanto brevi periodi in cui le pazienti non manifestano i sintomi. Tuttavia in questo modo si perdono la ciclicità e le ricadute che una persona con un DCA può presentare anche a distanza di anni ed anni.”
(mia traduzione)
Lo studio di Von Holle et al., peraltro, sembra trovare bassi tassi di ricovero: valutando l’assenza di sintomi per un periodo di 3 anni, solo il 10% delle persone affette da anoressia, e solo il 15% delle persone affette da bulimia possono dirsi in pieno ricovero. Ma, data la periodicità dei disturbi alimentari, niente esclude che anche queste persone apparentemente del tutto ricoverate abbiano avuto successivamente a quei 3 anni delle ricadute.
Le definizioni di “ricovero” aiutano anche a trovare una definizione di “ricaduta” (Olmsted, Kaplan & Rockert, 2005). In questo studio, i ricercatori cominciano a rendersi conto del fatto che, data la natura dei DCA, il “ricovero” non può essere un qualcosa di univoco, ma esiste soltanto all’interno di un certo range di variabilità. Comprendere quale sia questo range di variabilità e quali siano i più importanti markers dello stesso è cruciale per poter capire cosa succede alle persone che hanno un DCA quando intraprendono un percorso di “ricovero”.
Ricovero olistico
Una delle più omnicomprensive definizioni di “ricovero” da un DCA, viene da uno studio pubblicato nel 2010 in “Behavior Research and Therapy” (Bardone-Cone et al., 2010). In questo studio, i ricercatori hanno distinto e valutato tre diversi aspetti del “ricovero” da un DCA.
• Ricovero fisico: Non più sottopeso/sovrappeso (sulla base del diverso DCA), non più sintomi fisici propri del DCA (per esempio: non più alterazioni elettrolitiche derivanti dal vomito auto-indotto, oppure non più svenimenti causati dalla carenza alimentare)
• Ricovero comportamentale: Non più comportamenti anomali tipici del DCA per almeno 3 mesi; per esempio: non più restrizione alimentare, non più abbuffata-vomito, non più attività fisica eccessiva, non più abuso di lassativi, etc.
• Ricovero psichico: Non più sintomi psicologici condizionanti comportamenti, derivanti dal DCA; per esempio: ricominciare a fare le cose che si era smesso di fare a causa del DCA, riappropriarsi di lavoro/studio, amicizie, sport, hobby
Si parla di “pieno ricovero” quando una persona soddisfa tutti e 3 i criteri, di “parziale ricovero” quando ne soddisfa 2 su 3. Gli psicoterapeuti e i ricercatori sono consapevoli che i primi 2 criteri sono quelli che possono essere soddisfatti più rapidamente e per certi versi anche più facilmente, ma è solo quando questi 2 criteri si combinano con il terzo, che si ha un soddisfacente stato di “ricovero”.
Com’è facilmente immaginabile, i ricercatori hanno trovato che le persone “pienamente ricoverate” (cioè rispondenti a tutti e 3 i criteri sopraelencati) erano indistinguibili rispetto alle persone non affette da DCA, sia sul piano fisico che sul piano comportamentale, e abbastanza simili alle persone non affette da DCA sul piano psichico. Le persone ancora nel pieno del DCA erano indistinguibili rispetto ad altre persone malate di DCA non incluse nella ricerca, e le persone “parzialmente ricoverate” si trovavano in una via di mezzo tra gli altri 2 gruppi.
La maggior parte dei parametri utilizzati per valutare gli aspetti psichici del ricovero sono relativi a comportamenti socio-culturali (il lavoro, lo studio, la frequentazione delle amicizie, il fare sport, etc…) che un DCA fa venir meno. Penso che siano degli ottimi parametri da valutare, ma personalmente mi sarebbe piaciuto che fossero stati contemplati anche altri parametri come il bisogno di controllo, o l’ansia, o l’autostima, etc. Ritengo infatti che, non includendo parametri di questo tipo, si perda un sottogruppo di pazienti che sono quelle “un-po’-meno-che-pienamente ricoverate” e che dunque potrebbero avere ancora bisogno d’aiuto, ma poiché hanno un peso corretto, non restringono più l’alimentazione, e hanno una vita ricca di molteplici attività e relazioni amicali, potrebbero erroneamente essere considerate del tutto uscite dall’anoressia.
Fatto il mio solito appunto da bastian contraria inveterata, mi piace che Bardone-Cone e i suoi colleghi abbiano scisso i 3 differenti aspetti del “ricovero” da un DCA. Penso infatti che sia estremamente importante il sottolineare che il ricominciare a mangiare normalmente e il riacquistare un peso salutare sia solo un aspetto del “ricovero” da un DCA, e che ricominciare a vivere sotto tutti gli altri aspetti sia un passo cruciale per stare veramente meglio. Come dicevo prima, negli aspetti psichici del ricovero io incorporerei anche altri parametri, però comunque l’idea di base dei ricercatori mi piace.
Dunque, ecco cosa intendono oggi gli psicoterapeuti quando parlano di “ricovero”. Ma non sono solo gli psicoterapeuti a parlarne…
(CONTINUA…)
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venerdì 29 novembre 2013
Una critica costruttiva
Tra i commenti al post precedente, decontestualizzata da esso, ho ricevuto una critica costruttiva da parte di Katniss-L., cui voglio dedicare il post di oggi per 2 motivi:
1) Quello che Katniss-L. ha scritto, seppure in chiave critica, è interessante e ragionato, e mi sembrava perciò limitativo il ridurlo ad una mera risposta ad un commento, anche perché vengono sollevate delle tematiche che potrebbero essere condivise anche da altre/i lettrici/lettori del mio blog, per cui così facendo posso rispondere a chiunque stesse pensando le medesime cose che Katniss-L. mi ha scritto.
2) Ho delle idee ben precise in merito a questa critica costruttiva che mi è stata rivolta, perché il mio modus operandi su questo blog è coerente e motivato, e mi sembra corretto espletarlo. Qui ho la possibilità di spiegare il perché. Inoltre, trattandosi di una critica, non volevo “nasconderla” tra i commenti glissando con una rapida risposta, ma condividere con tutte voi il mio pensiero al riguardo.
Ringrazio comunque Katniss-L. per la sua critica costruttiva, perché ovviamente mi fa sempre piacere ricevere apprezzamenti per quello che scrivo sul blog (e a chi non fa piacere ricevere opinioni positive?!...), ma apprezzo molto anche l’onestà di chi, con correttezza ed educazione, mi spiega il suo punto di vista che può pure contrastare il mio. Del resto, le opinioni sono opinabili per antonomasia, quindi è ovvio che ognuno la veda a suo modo, perché la soggettività interindividuale è innegabile ed è quello che ci rende uniche. Perciò, ben vengano anche i pareri contrastanti: la luce è tale solo e soltanto se esiste anche l’ombra.
E arriviamo dunque al fatidico commento di Katniss-L.:
“Cara Veggie, leggo da molto tempo il tuo blog, ma non ho mai commentato finora. Premettendo che apprezzo moltissimo il “lavoro” che stai facendo su questo blog, vorrei comunque esprimere alcune mie perplessità.
Mi sono laureata in psicologia da alcuni mesi, e proprio in virtù del percorso di studi che ho fatto e del lavoro che andrò a svolgere, leggendo il tuo blog mi sono talvolta sorpresa a pensare a quanto possa essere difficile per te scegliere cosa scrivere nei post, ma soprattutto “cosa” rispondere alle persone che ti commentano quando ti espongono la loro situazione e ti chiedono cosa fare.
Tu hai affermato più volte che non dai giudizi né suggerimenti perché non ti compete in quanto non professionista. Questa affermazione mi sorprende, perché nelle risposte che scrivi ai vari commenti, dai sempre dei consigli, che talvolta sono molto chiare e nette. Mi riferisco, per esempio, a quando scrivi (cito le tue testuali parole copiate da alcune tue risposte a dei commenti): “Non so se sei seguita da una dietista e/o da una psicologa, in ogni caso ti consiglio vivamente di rivolgerti a queste figure professionali”, oppure: “Quando ti assalgono i pensieri propri del DCA, anziché agirli, cerca di fare qualsiasi altra cosa per distrarti”, oppure: “Cerca di mangiare tutto quello che è previsto dal tuo “equilibrio alimentare”, pensando che il cibo adesso è la tua medicina” oppure: “Prima chiedi aiuto, meglio sarà, per cui non esitare a farlo”; giusto per citare alcuni esempi. A me queste sembrano delle indicazioni molto nette. Oppure in un’altra occasione scrivi: “Mi sembra che il tuo problema principale in questo momento sia che stai aggravando la tua patologia di base piangendoti addosso in maniera incredibile”, e questo mi “puzza” molto di giudizio. Allora, quello che mi chiedo è: non è un tantino azzardato da parte tua scrivere su un blog risposte a domande di persone sconosciute sulla base di ciò che affermano?
A me capita di pensare alle storie che ascolto dai pazienti mentre svolgo il mio tirocinio come a un intreccio complicatissimo, non fosse altro che il punto di vista del soggetto narrante, ammesso in buona fede ma deformato da meccanismi inconsapevoli, è solo una fioca luce nella ricerca non certo della “verità”, ma di una interpretazione plausibile e verosimile di ciò che emerge nella relazione di coppia psicoterapeuta-paziente.
Quindi, quando sul blog ti vengono fatte certe domande o dette certe cose, tu sei chiamata a muoverti sulle sabbie mobili nel momento in cui rispondi. E data la precisione delle domande che talora ti vengono rivolte, come un giudice non puoi esimerti dal prendere una posizione.
In definitiva, mi interrogo sull’opportunità di dare delle risposte a commenti di persone sconosciute, sulla base di una manciata d’indizi, che peraltro chi scrive sceglie accuratamente.”
Cara Katniss-L., le cose che scrivi sono tutt’altro che sciocche, ma converrai con me in merito alla constatazione che chi mi scrive è abbastanza intelligente da sapere che non sarò io, con le mie poche parole di risposta, a risolvere le loro problematiche (alimentari e non), poiché problemi seri la cui gestione richiede – come spesso e volentieri consiglio, è vero, e qui lo ribadisco – l’intervento di specialisti.
Credo che molte delle ragazze che commentano il mio blog scrivano per rompere un silenzio con se stesse, per raccontarsi come si farebbe con quell’amica, quell’amico, cui non si riescono a rivelare problematiche così importanti e pervasive come un DCA. Diciamo che i commenti che ricevo – e le risposte che do – sono una specie di specchio che riflette le persone, le loro verità, le loro bugie, le loro sofferenze, le loro difficoltà, le loro speranze, le loro illusioni, etc. E’ chi commenta i miei post a guardarsi in quello specchio, che le aiuta a capire non solo ciò che sta succedendo, ma ciò che si nascondono, che si inventano.
Io so di non rispondere a delle persone del tutto vere ed autentiche, ma soltanto a quello che loro vogliono apparire a me e a se stesse. Per questo bastano gli indizi “scelti”, come dici tu, ma non sempre accuratamente, dico io.
Io non ho mai pensato di esercitare un potere più o meno salvifico, ma come semplice blogger, di condividere la mia esperienza di vita con l’anoressia, di esprimere il mio punto di vista, di creare un piccolo spazio virtuale di condivisione e sostegno reciproco nella lotta contro i DCA, di chiacchierare con persone sconosciute che proprio per questo si raccontano come vogliono, rimanendo aderenti alla loro realtà oppure inventandosi.
Tu dici che non è vero che io non esprimo consigli o giudizi: premesso che gli esempi che tu hai citato riguardo a ciò che ho scritto sono completamente decontestualizzati e quindi un po’ fuorvianti per come li presenti tu rispetto a come suonavano nell’originale, quando erano inseriti nel relativo commento, in quanto ai consigli, sono come tali soggettivi perché provenienti da un essere umano (non a caso, premetto sempre “Secondo me”, “Io penso che”, “A mio parere”, etc), e dunque passibili di valutazione da parte di chi li riceve, e di sciente decisione su cosa fare a prescindere da quello che io posso aver scritto. In quanto ai giudizi, diciamo che se li do, non è sulla persona che scrive (che ovviamente non conosco, e dunque non mi permetterei mai), ma unicamente su quello che scrive (che è quello che la persona mi vuol far arrivare).
Questo mi toglie dalle responsabilità che invece, giustamente, tu hai in quanto psicoterapeuta.
Quelli che scrivo non sono ordini da eseguire né verità assolute, ma semplice condivisione di quello che mi ha aiutata, in un passato più o meno remoto, a stare meglio nella mia lotta contro l'anoressia, nella speranza che possa essere d’aiuto anche a chi mi legge.
1) Quello che Katniss-L. ha scritto, seppure in chiave critica, è interessante e ragionato, e mi sembrava perciò limitativo il ridurlo ad una mera risposta ad un commento, anche perché vengono sollevate delle tematiche che potrebbero essere condivise anche da altre/i lettrici/lettori del mio blog, per cui così facendo posso rispondere a chiunque stesse pensando le medesime cose che Katniss-L. mi ha scritto.
2) Ho delle idee ben precise in merito a questa critica costruttiva che mi è stata rivolta, perché il mio modus operandi su questo blog è coerente e motivato, e mi sembra corretto espletarlo. Qui ho la possibilità di spiegare il perché. Inoltre, trattandosi di una critica, non volevo “nasconderla” tra i commenti glissando con una rapida risposta, ma condividere con tutte voi il mio pensiero al riguardo.
Ringrazio comunque Katniss-L. per la sua critica costruttiva, perché ovviamente mi fa sempre piacere ricevere apprezzamenti per quello che scrivo sul blog (e a chi non fa piacere ricevere opinioni positive?!...), ma apprezzo molto anche l’onestà di chi, con correttezza ed educazione, mi spiega il suo punto di vista che può pure contrastare il mio. Del resto, le opinioni sono opinabili per antonomasia, quindi è ovvio che ognuno la veda a suo modo, perché la soggettività interindividuale è innegabile ed è quello che ci rende uniche. Perciò, ben vengano anche i pareri contrastanti: la luce è tale solo e soltanto se esiste anche l’ombra.
E arriviamo dunque al fatidico commento di Katniss-L.:
“Cara Veggie, leggo da molto tempo il tuo blog, ma non ho mai commentato finora. Premettendo che apprezzo moltissimo il “lavoro” che stai facendo su questo blog, vorrei comunque esprimere alcune mie perplessità.
Mi sono laureata in psicologia da alcuni mesi, e proprio in virtù del percorso di studi che ho fatto e del lavoro che andrò a svolgere, leggendo il tuo blog mi sono talvolta sorpresa a pensare a quanto possa essere difficile per te scegliere cosa scrivere nei post, ma soprattutto “cosa” rispondere alle persone che ti commentano quando ti espongono la loro situazione e ti chiedono cosa fare.
Tu hai affermato più volte che non dai giudizi né suggerimenti perché non ti compete in quanto non professionista. Questa affermazione mi sorprende, perché nelle risposte che scrivi ai vari commenti, dai sempre dei consigli, che talvolta sono molto chiare e nette. Mi riferisco, per esempio, a quando scrivi (cito le tue testuali parole copiate da alcune tue risposte a dei commenti): “Non so se sei seguita da una dietista e/o da una psicologa, in ogni caso ti consiglio vivamente di rivolgerti a queste figure professionali”, oppure: “Quando ti assalgono i pensieri propri del DCA, anziché agirli, cerca di fare qualsiasi altra cosa per distrarti”, oppure: “Cerca di mangiare tutto quello che è previsto dal tuo “equilibrio alimentare”, pensando che il cibo adesso è la tua medicina” oppure: “Prima chiedi aiuto, meglio sarà, per cui non esitare a farlo”; giusto per citare alcuni esempi. A me queste sembrano delle indicazioni molto nette. Oppure in un’altra occasione scrivi: “Mi sembra che il tuo problema principale in questo momento sia che stai aggravando la tua patologia di base piangendoti addosso in maniera incredibile”, e questo mi “puzza” molto di giudizio. Allora, quello che mi chiedo è: non è un tantino azzardato da parte tua scrivere su un blog risposte a domande di persone sconosciute sulla base di ciò che affermano?
A me capita di pensare alle storie che ascolto dai pazienti mentre svolgo il mio tirocinio come a un intreccio complicatissimo, non fosse altro che il punto di vista del soggetto narrante, ammesso in buona fede ma deformato da meccanismi inconsapevoli, è solo una fioca luce nella ricerca non certo della “verità”, ma di una interpretazione plausibile e verosimile di ciò che emerge nella relazione di coppia psicoterapeuta-paziente.
Quindi, quando sul blog ti vengono fatte certe domande o dette certe cose, tu sei chiamata a muoverti sulle sabbie mobili nel momento in cui rispondi. E data la precisione delle domande che talora ti vengono rivolte, come un giudice non puoi esimerti dal prendere una posizione.
In definitiva, mi interrogo sull’opportunità di dare delle risposte a commenti di persone sconosciute, sulla base di una manciata d’indizi, che peraltro chi scrive sceglie accuratamente.”
Cara Katniss-L., le cose che scrivi sono tutt’altro che sciocche, ma converrai con me in merito alla constatazione che chi mi scrive è abbastanza intelligente da sapere che non sarò io, con le mie poche parole di risposta, a risolvere le loro problematiche (alimentari e non), poiché problemi seri la cui gestione richiede – come spesso e volentieri consiglio, è vero, e qui lo ribadisco – l’intervento di specialisti.
Credo che molte delle ragazze che commentano il mio blog scrivano per rompere un silenzio con se stesse, per raccontarsi come si farebbe con quell’amica, quell’amico, cui non si riescono a rivelare problematiche così importanti e pervasive come un DCA. Diciamo che i commenti che ricevo – e le risposte che do – sono una specie di specchio che riflette le persone, le loro verità, le loro bugie, le loro sofferenze, le loro difficoltà, le loro speranze, le loro illusioni, etc. E’ chi commenta i miei post a guardarsi in quello specchio, che le aiuta a capire non solo ciò che sta succedendo, ma ciò che si nascondono, che si inventano.
Io so di non rispondere a delle persone del tutto vere ed autentiche, ma soltanto a quello che loro vogliono apparire a me e a se stesse. Per questo bastano gli indizi “scelti”, come dici tu, ma non sempre accuratamente, dico io.
Io non ho mai pensato di esercitare un potere più o meno salvifico, ma come semplice blogger, di condividere la mia esperienza di vita con l’anoressia, di esprimere il mio punto di vista, di creare un piccolo spazio virtuale di condivisione e sostegno reciproco nella lotta contro i DCA, di chiacchierare con persone sconosciute che proprio per questo si raccontano come vogliono, rimanendo aderenti alla loro realtà oppure inventandosi.
Tu dici che non è vero che io non esprimo consigli o giudizi: premesso che gli esempi che tu hai citato riguardo a ciò che ho scritto sono completamente decontestualizzati e quindi un po’ fuorvianti per come li presenti tu rispetto a come suonavano nell’originale, quando erano inseriti nel relativo commento, in quanto ai consigli, sono come tali soggettivi perché provenienti da un essere umano (non a caso, premetto sempre “Secondo me”, “Io penso che”, “A mio parere”, etc), e dunque passibili di valutazione da parte di chi li riceve, e di sciente decisione su cosa fare a prescindere da quello che io posso aver scritto. In quanto ai giudizi, diciamo che se li do, non è sulla persona che scrive (che ovviamente non conosco, e dunque non mi permetterei mai), ma unicamente su quello che scrive (che è quello che la persona mi vuol far arrivare).
Questo mi toglie dalle responsabilità che invece, giustamente, tu hai in quanto psicoterapeuta.
Quelli che scrivo non sono ordini da eseguire né verità assolute, ma semplice condivisione di quello che mi ha aiutata, in un passato più o meno remoto, a stare meglio nella mia lotta contro l'anoressia, nella speranza che possa essere d’aiuto anche a chi mi legge.
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venerdì 16 agosto 2013
“Può una persona che ha attraversato un DCA, e ne porterà i segni, approcciarsi alla professione di psicoterapeuta con successo?”
Come promesso nel post precedente, lo spazio di oggi è dedicato alle vostre risposte alla domanda di LookingForM, ovvero: “Può una persona che ha attraversato un DCA , e ne porterà i segni, approcciarsi alla professione di psicoterapeuta con successo?”.
La domanda si apre ad un’estrema soggettività d’interpretazione e di risposta, ed infatti le vostre opinioni che mi sono pervenute (ringrazio tutte coloro che hanno risposto: siete state gentilissime, GRAZIE!!), sono inevitabilmente molto eterogenee.
In effetti, credo che sia una tematica sulla quale è impossibile dare una risposta unitaria ed oggettiva.
Se mi venisse chiesto: “Veggie, pensi che tu potresti approcciarti alla professione di psicoterapeuta con successo?” La, mia risposta sarebbe: “No.” Ma questa è una risposta che vale solo e soltanto per me. Personalmente (ripeto: personalmente) non credo proprio che potrei mai lavorare come psicoterapeuta nel campo dei DCA, e questo proprio perché ho vissuto/sto vivendo in prima persona l’anoressia. Mi spiego: da quando mi sono laureata ed ho iniziato a fare tirocinio per almeno 8 ore al giorno, mi sono resa conto che, per l’efficacia terapeutica, una certa tipologia di rapporto medico-paziente è fondamentale. La compliance terapeutica è tanto maggiore quanto più il paziente riconosce la competenza del medico, ergo si fida di lui/lei. Il riconoscere un medico come “competente”, presuppone che, più o meno inconsciamente, il paziente si ponga su un livello diverso rispetto a quello del medico stesso (diverso, NON inferiore!!). Il che, a sua volta, presuppone che il medico comprenda il vissuto del paziente, ma non lo capisca, sia presente insomma un distacco emotivo – non inteso nel senso che il medico dev’essere un cubetto di ghiaccio alla Dottor House, anzi, a mio avviso un buon medico dev’essere sempre gentile, disponibile, pronto a spiegare sempre le cose al paziente, e comprensivo… ma non si deve spingere oltre un certo limite di “socievolezza”, ci dev'essere un certo distacco emotivo, che permette al medico di ragionare ed agire con lucidità ed in maniera mirata. [Il che spiega, banalmente, come mai i propri famigliari/parenti/amici, spesso e volentieri non sono effettivamente i migliori/medici psicoterapeuti per una persona.] Viceversa se io, che ho vissuto/vivo l’anoressia, mi mettessi in relazione con una paziente che ha il mio stesso background di malattia, il rapporto che c’instaurerei, per come sono fatta, sarebbe più un rapporto “amicale” perché ci riconosceremmo come “simili”, data la grande entità di quello che ci accomuna, e questo farebbe sì che la relazione terapeutica ne risentirebbe negativamente. Per questo affermo con convinzione che io non sarei una buona psicoterapeuta per chi ha un DCA. Però ovviamente questo vale solo e soltanto per me stessa.
Detto questo, le vostre risposte (nell’ordine in cui mi sono pervenute).
Sarah995
Io credo che, chiunque abbia attraversato un DCA, possa poi dedicarsi alla professione di psicoterapeuta con successo e che, anzi, forse riuscirebbe ad avere più empatia con i propri pazienti dato che sarà passato anche lui dalle stesse situazioni prima di uscire dall'anoressia. Inoltre, credo eviterebbe di fare qualche domanda scomoda o avere qualche comportamento che prima risultava a lui fastidioso. In pratica, a mio parere, uno psicoterapeuta che ce l'ha fatta a lottare contro l'anoressia sarebbe in grado di comprendere maggiormente chi sta aiutando.
Hellie
Sì, si può. Freud diceva che l'analista procede con la terapia fin dove non incontra le proprie resistenze. Ciascuno di noi, dca o meno, è sensibile ad alcune tematiche, ma ciò non vuol dire non poter riuscire a coronare i nostri sogni. Il primo lavoro da fare è su di noi, per superare i nostri limiti, i nostri punti oscuri. L'unica cosa che ci impedisce di riuscire è la paura.
Lauretta
La mia risposta alla domanda è "lo spero" dato che sto studiando per diventare psicologa, e ho attualmente un dca non meglio identificato…
MughettoV
A mio parere, sì, è possibile. Ci sono tante persone che si avviano alla carriera sociale o comunque sanitaria proprio perché hanno vissuto in prima persona tali problematiche. Piena comprensione, pieno supporto. Specie per questo tipo di problema, si sente subito la differenza da una persona che l'ha vissuta con una che non l'ha vissuta. Lo psicologo deve poter capire A FONDO il malessere del paziente, e quindi non basta studiare su qualche libro. Ci vogliono doti umane, quali l'empatia. Beh, ragazze mie... chi più di noi ha empatia?
Wolfie
Di fronte a questa domanda, mi viene spontaneamente da rispondere con un’altra domanda: perché mai una persona che ha vissuto sulla propria pelle l’inferno di un dca dovrebbe aver voglia di continuare a stare immersa in quella sofferenza? Credo che già da questo sia intuibile come la penso sull’argomento. Penso che sia molto, molto difficile che una persona che ha avuto un dca possa poi essere una buona psicoterapeuta. Perché certe cose le abbiamo vissute su di noi, e ci hanno fatto male. Poi, se per lavoro dobbiamo avere quotidianamente a che fare con persone che portano su di sé quello stesso dolore, e cerchiamo di farcene carico, ci arriva addosso una “bomba emotiva”. Quindi io m’immagino che, se una persona che ha vissuto un dolore grande come quello di un dca si immerge per lavoro tra persone che hanno quello stesso dolore, nel giro di poco tempo avrà bisogno lei stessa di una psicoterapia, perché è sottoposta ad un carico emotivo troppo grande. Di certo una persona che ha avuto un dca avrà una grande capacità di capire ciò che provano le sue pazienti, e questo sarebbe anche positivo, però poi secondo me questa grande capacità le si ritorce contro, facendola soffrire non solo per sé, ma anche per tutte le ragazze di cui si deve far carico, che stanno soffrendo, perché vedere sugli altri le stesse sofferenze che abbiamo vissuto noi è micidialmente doloroso.
Jonny
È indubbio che una persona che abbia vissuto un disturbo alimentare possieda capacità di empatia proprie di chi ha un determinato vissuto sulle spalle, un’empatia che deriva dall’esperienza vissuta, e non da una mera lettura di testi universitari, che permette di permeare realmente a fondo il sentire delle proprie pazienti. Tuttavia, mi chiedo quanto questo mestiere possa giovare alla persona stessa che lo svolge. Mi pare che per una persona che ha avuto un disturbo alimentare, scegliersi un lavoro in quel campo sia un modo per rimanere comunque vincolata alla malattia. Quando la propria vita ruota per tanto tempo intorno all’anoressia, quando l’anoressia – seppure in maniera patologica – diviene il centro della propria vita per tanti anni, diventa veramente difficile il riuscire a concepire un futuro senza il dannato disturbo alimentare. Per cui, una persona che ha avuto problemi alimentari, e che poi vuol fare la psicoterapeuta, mi fa pensare a una persona che vuole rimanere in qualche modo attaccata all’anoressia, pur magari non restringendo più l’alimentazione. Insomma, una sorta di scusa per continuare una vita coll’anoressia, ma in maniera apparentemente più “sana”, una auto-giustificazione, una auto-presa-per-il-culo ben congegnata per restare comunque, in un certo qual modo, entro il problema. Peraltro, mi sembra pure un po’ presuntuoso da parte di una persona che “si porta ancora addosso i segni di un DCA”, decidere di “curare” per professione gli altri, pur non essendo neanche stata pienamente in grado di curare se stessa. Infine, lavorare come psicoterapeuta significa far girare gran parte della propria vita attorno alla malattia, interagire costantemente con persone malate, reiterare più e più volte nell’ascolto dei soliti discorsi patologici, e non penso proprio che questo giovi a chi in passato ha già avuto problemi d’anoressia, anzi, mi pare un trigger di portata non indifferente per favorire le ricadute. Poi, cazzo, questa è solo la mia opinione, e ognuno sceglie per la propria vita, ci mancherebbe altro, solo che l’idea di fare la psicoterapeuta non mi sembra proprio la più brillante che una persona con problemi d’anoressia o di bulimia potrebbe avere.
Connie
Per rispondere a questa domanda spiegando come la penso, inizio citando un’autrice giapponese che mi piace tantissimo: “Sai, si dice che gli essere umani siano divisi in sunshine, le persone solari, e moonshine, quelle lunari. I sunshine emettono luce propria, e riescono persino ad illuminare le altre persone. I moonshine riescono a splendere per la prima volta solo grazie alla presenza dei sunshine. Sia io, sia lei, siamo come la luna. Io posso capire i suoi sentimenti ma non ho la forza per cambiarla. Penso che invece tu, dicendo "così non va bene" abbia la forza necessaria per trascinarla.” Io credo che questo discorso, completamente decontestualizzato, valga anche per i DCA. Ed è per questo che credo che una persona che ha avuto un DCA difficilmente potrà essere una psicoterapeuta veramente valida. Di certo chi ha vissuto queste malattie avrà una sensibilità ed un’empatia estremamente spiccate, ma quello che veramente conta secondo me in una psicoterapia, non è quanto la terapeuta mi capisce, ma quanto riesce ad aiutarmi a trovare soluzioni che mi permettano per lo meno di raggiungere un equilibrio. Se io vado da una terapeuta e le riferisco un mio vissuto, non m’importa sentirmi dire un “Ti capisco, perché ci sono passata anch’io”. Se voglio sentirmi dire una cosa del genere, vengo su questo blog (o su altri simili) poiché è fondamentalmente improntato alla condivisione, senza alcuna pretesa terapeutica. Ma se vado in terapia, è perché voglio sentirmi dire “Okay, su questo problema possiamo provare a lavorarci così e cosà”, voglio qualcuno che sappia darmi un aiuto concreto. Qualcuno mi dirà che le due cose, comprensione e aiuto concreto, possono coesistere, ma io non credo che sia così scontato. Con le persone anoressiche o bulimiche che ho avuto modo di conoscere durante un ricovero, mi sento profondamente affine, ma ho sempre tracciato una linea di confine nel mio relazionarmi a loro. “Più avanti di così non vado”: ecco cosa penso. A relazionarsi con persone che hanno vissuto questa malattia, anche se poi magari hanno studiato per poter legittimamente diventare psicoterapeute, si finisce comunque per rimestare nella malattia. La psicoterapeuta che mi segue attualmente non ha mai avuto un DCA. So che, perciò, non può capire veramente e fino in fondo quello che le dico quando le parlo dell’anoressia. Ma proprio perché si tratta di una persona che non è in grado di identificarsi in questa malattia, forse è in grado di scovare quelle risposte che una terapeuta “interna” alla malattia, che guarda nella mia stessa direzione, con i miei stessi occhi, non potrebbe mai riuscire a trovare.
Volendo stilare una conclusione, direi che non esiste risposta oggettiva per la domanda di LookingForM.
Cara LookingForM, la risposta alla tua domanda, dunque, potrai svelarla soltanto tu stessa, un domani. Non si può sapere a priori se una persona che ha vissuto un DCA possa essere o mano una buona psicoterapeuta… se è però questo il mestiere che pensa le piacerebbe svolgere, dovrebbe comunque provarci. Poi sarà la vita, passo per passo, a svelare se quella scelta professionale si è rivelata buona o meno. E, in tutti i casi, esiste sempre e comunque la possibilità di proseguire per la strada che si è intrapreso – se si vede che è proprio ciò che calza a pennello – o di cambiare spostandosi su qualcos’altro. Non penso che esistano delle “Certezze” per antonomasia… penso solo che bisogna andare avanti facendo quello che riteniamo migliore per noi stesse… e sarà un domani la vita a stabilire quello che di certo il futuro potrà riservarci.
La domanda si apre ad un’estrema soggettività d’interpretazione e di risposta, ed infatti le vostre opinioni che mi sono pervenute (ringrazio tutte coloro che hanno risposto: siete state gentilissime, GRAZIE!!), sono inevitabilmente molto eterogenee.
In effetti, credo che sia una tematica sulla quale è impossibile dare una risposta unitaria ed oggettiva.
Se mi venisse chiesto: “Veggie, pensi che tu potresti approcciarti alla professione di psicoterapeuta con successo?” La, mia risposta sarebbe: “No.” Ma questa è una risposta che vale solo e soltanto per me. Personalmente (ripeto: personalmente) non credo proprio che potrei mai lavorare come psicoterapeuta nel campo dei DCA, e questo proprio perché ho vissuto/sto vivendo in prima persona l’anoressia. Mi spiego: da quando mi sono laureata ed ho iniziato a fare tirocinio per almeno 8 ore al giorno, mi sono resa conto che, per l’efficacia terapeutica, una certa tipologia di rapporto medico-paziente è fondamentale. La compliance terapeutica è tanto maggiore quanto più il paziente riconosce la competenza del medico, ergo si fida di lui/lei. Il riconoscere un medico come “competente”, presuppone che, più o meno inconsciamente, il paziente si ponga su un livello diverso rispetto a quello del medico stesso (diverso, NON inferiore!!). Il che, a sua volta, presuppone che il medico comprenda il vissuto del paziente, ma non lo capisca, sia presente insomma un distacco emotivo – non inteso nel senso che il medico dev’essere un cubetto di ghiaccio alla Dottor House, anzi, a mio avviso un buon medico dev’essere sempre gentile, disponibile, pronto a spiegare sempre le cose al paziente, e comprensivo… ma non si deve spingere oltre un certo limite di “socievolezza”, ci dev'essere un certo distacco emotivo, che permette al medico di ragionare ed agire con lucidità ed in maniera mirata. [Il che spiega, banalmente, come mai i propri famigliari/parenti/amici, spesso e volentieri non sono effettivamente i migliori/medici psicoterapeuti per una persona.] Viceversa se io, che ho vissuto/vivo l’anoressia, mi mettessi in relazione con una paziente che ha il mio stesso background di malattia, il rapporto che c’instaurerei, per come sono fatta, sarebbe più un rapporto “amicale” perché ci riconosceremmo come “simili”, data la grande entità di quello che ci accomuna, e questo farebbe sì che la relazione terapeutica ne risentirebbe negativamente. Per questo affermo con convinzione che io non sarei una buona psicoterapeuta per chi ha un DCA. Però ovviamente questo vale solo e soltanto per me stessa.
Detto questo, le vostre risposte (nell’ordine in cui mi sono pervenute).
Sarah995
Io credo che, chiunque abbia attraversato un DCA, possa poi dedicarsi alla professione di psicoterapeuta con successo e che, anzi, forse riuscirebbe ad avere più empatia con i propri pazienti dato che sarà passato anche lui dalle stesse situazioni prima di uscire dall'anoressia. Inoltre, credo eviterebbe di fare qualche domanda scomoda o avere qualche comportamento che prima risultava a lui fastidioso. In pratica, a mio parere, uno psicoterapeuta che ce l'ha fatta a lottare contro l'anoressia sarebbe in grado di comprendere maggiormente chi sta aiutando.
Hellie
Sì, si può. Freud diceva che l'analista procede con la terapia fin dove non incontra le proprie resistenze. Ciascuno di noi, dca o meno, è sensibile ad alcune tematiche, ma ciò non vuol dire non poter riuscire a coronare i nostri sogni. Il primo lavoro da fare è su di noi, per superare i nostri limiti, i nostri punti oscuri. L'unica cosa che ci impedisce di riuscire è la paura.
Lauretta
La mia risposta alla domanda è "lo spero" dato che sto studiando per diventare psicologa, e ho attualmente un dca non meglio identificato…
MughettoV
A mio parere, sì, è possibile. Ci sono tante persone che si avviano alla carriera sociale o comunque sanitaria proprio perché hanno vissuto in prima persona tali problematiche. Piena comprensione, pieno supporto. Specie per questo tipo di problema, si sente subito la differenza da una persona che l'ha vissuta con una che non l'ha vissuta. Lo psicologo deve poter capire A FONDO il malessere del paziente, e quindi non basta studiare su qualche libro. Ci vogliono doti umane, quali l'empatia. Beh, ragazze mie... chi più di noi ha empatia?
Wolfie
Di fronte a questa domanda, mi viene spontaneamente da rispondere con un’altra domanda: perché mai una persona che ha vissuto sulla propria pelle l’inferno di un dca dovrebbe aver voglia di continuare a stare immersa in quella sofferenza? Credo che già da questo sia intuibile come la penso sull’argomento. Penso che sia molto, molto difficile che una persona che ha avuto un dca possa poi essere una buona psicoterapeuta. Perché certe cose le abbiamo vissute su di noi, e ci hanno fatto male. Poi, se per lavoro dobbiamo avere quotidianamente a che fare con persone che portano su di sé quello stesso dolore, e cerchiamo di farcene carico, ci arriva addosso una “bomba emotiva”. Quindi io m’immagino che, se una persona che ha vissuto un dolore grande come quello di un dca si immerge per lavoro tra persone che hanno quello stesso dolore, nel giro di poco tempo avrà bisogno lei stessa di una psicoterapia, perché è sottoposta ad un carico emotivo troppo grande. Di certo una persona che ha avuto un dca avrà una grande capacità di capire ciò che provano le sue pazienti, e questo sarebbe anche positivo, però poi secondo me questa grande capacità le si ritorce contro, facendola soffrire non solo per sé, ma anche per tutte le ragazze di cui si deve far carico, che stanno soffrendo, perché vedere sugli altri le stesse sofferenze che abbiamo vissuto noi è micidialmente doloroso.
Jonny
È indubbio che una persona che abbia vissuto un disturbo alimentare possieda capacità di empatia proprie di chi ha un determinato vissuto sulle spalle, un’empatia che deriva dall’esperienza vissuta, e non da una mera lettura di testi universitari, che permette di permeare realmente a fondo il sentire delle proprie pazienti. Tuttavia, mi chiedo quanto questo mestiere possa giovare alla persona stessa che lo svolge. Mi pare che per una persona che ha avuto un disturbo alimentare, scegliersi un lavoro in quel campo sia un modo per rimanere comunque vincolata alla malattia. Quando la propria vita ruota per tanto tempo intorno all’anoressia, quando l’anoressia – seppure in maniera patologica – diviene il centro della propria vita per tanti anni, diventa veramente difficile il riuscire a concepire un futuro senza il dannato disturbo alimentare. Per cui, una persona che ha avuto problemi alimentari, e che poi vuol fare la psicoterapeuta, mi fa pensare a una persona che vuole rimanere in qualche modo attaccata all’anoressia, pur magari non restringendo più l’alimentazione. Insomma, una sorta di scusa per continuare una vita coll’anoressia, ma in maniera apparentemente più “sana”, una auto-giustificazione, una auto-presa-per-il-culo ben congegnata per restare comunque, in un certo qual modo, entro il problema. Peraltro, mi sembra pure un po’ presuntuoso da parte di una persona che “si porta ancora addosso i segni di un DCA”, decidere di “curare” per professione gli altri, pur non essendo neanche stata pienamente in grado di curare se stessa. Infine, lavorare come psicoterapeuta significa far girare gran parte della propria vita attorno alla malattia, interagire costantemente con persone malate, reiterare più e più volte nell’ascolto dei soliti discorsi patologici, e non penso proprio che questo giovi a chi in passato ha già avuto problemi d’anoressia, anzi, mi pare un trigger di portata non indifferente per favorire le ricadute. Poi, cazzo, questa è solo la mia opinione, e ognuno sceglie per la propria vita, ci mancherebbe altro, solo che l’idea di fare la psicoterapeuta non mi sembra proprio la più brillante che una persona con problemi d’anoressia o di bulimia potrebbe avere.
Connie
Per rispondere a questa domanda spiegando come la penso, inizio citando un’autrice giapponese che mi piace tantissimo: “Sai, si dice che gli essere umani siano divisi in sunshine, le persone solari, e moonshine, quelle lunari. I sunshine emettono luce propria, e riescono persino ad illuminare le altre persone. I moonshine riescono a splendere per la prima volta solo grazie alla presenza dei sunshine. Sia io, sia lei, siamo come la luna. Io posso capire i suoi sentimenti ma non ho la forza per cambiarla. Penso che invece tu, dicendo "così non va bene" abbia la forza necessaria per trascinarla.” Io credo che questo discorso, completamente decontestualizzato, valga anche per i DCA. Ed è per questo che credo che una persona che ha avuto un DCA difficilmente potrà essere una psicoterapeuta veramente valida. Di certo chi ha vissuto queste malattie avrà una sensibilità ed un’empatia estremamente spiccate, ma quello che veramente conta secondo me in una psicoterapia, non è quanto la terapeuta mi capisce, ma quanto riesce ad aiutarmi a trovare soluzioni che mi permettano per lo meno di raggiungere un equilibrio. Se io vado da una terapeuta e le riferisco un mio vissuto, non m’importa sentirmi dire un “Ti capisco, perché ci sono passata anch’io”. Se voglio sentirmi dire una cosa del genere, vengo su questo blog (o su altri simili) poiché è fondamentalmente improntato alla condivisione, senza alcuna pretesa terapeutica. Ma se vado in terapia, è perché voglio sentirmi dire “Okay, su questo problema possiamo provare a lavorarci così e cosà”, voglio qualcuno che sappia darmi un aiuto concreto. Qualcuno mi dirà che le due cose, comprensione e aiuto concreto, possono coesistere, ma io non credo che sia così scontato. Con le persone anoressiche o bulimiche che ho avuto modo di conoscere durante un ricovero, mi sento profondamente affine, ma ho sempre tracciato una linea di confine nel mio relazionarmi a loro. “Più avanti di così non vado”: ecco cosa penso. A relazionarsi con persone che hanno vissuto questa malattia, anche se poi magari hanno studiato per poter legittimamente diventare psicoterapeute, si finisce comunque per rimestare nella malattia. La psicoterapeuta che mi segue attualmente non ha mai avuto un DCA. So che, perciò, non può capire veramente e fino in fondo quello che le dico quando le parlo dell’anoressia. Ma proprio perché si tratta di una persona che non è in grado di identificarsi in questa malattia, forse è in grado di scovare quelle risposte che una terapeuta “interna” alla malattia, che guarda nella mia stessa direzione, con i miei stessi occhi, non potrebbe mai riuscire a trovare.
Volendo stilare una conclusione, direi che non esiste risposta oggettiva per la domanda di LookingForM.
Cara LookingForM, la risposta alla tua domanda, dunque, potrai svelarla soltanto tu stessa, un domani. Non si può sapere a priori se una persona che ha vissuto un DCA possa essere o mano una buona psicoterapeuta… se è però questo il mestiere che pensa le piacerebbe svolgere, dovrebbe comunque provarci. Poi sarà la vita, passo per passo, a svelare se quella scelta professionale si è rivelata buona o meno. E, in tutti i casi, esiste sempre e comunque la possibilità di proseguire per la strada che si è intrapreso – se si vede che è proprio ciò che calza a pennello – o di cambiare spostandosi su qualcos’altro. Non penso che esistano delle “Certezze” per antonomasia… penso solo che bisogna andare avanti facendo quello che riteniamo migliore per noi stesse… e sarà un domani la vita a stabilire quello che di certo il futuro potrà riservarci.
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venerdì 27 luglio 2012
25 ragioni per cui il "ricovero" è meraviglioso
Nell’ultimo post di questo blog ho rivolto a tutte voi la medesima domanda: qual è la ragione per cui reputate positivo il percorso di ricovero dall’anoressia che state facendo? Niente goals stratosferici, solo piccoli e semplici obiettivi nella vita di tutti i giorni.
L’obiettivo di questa domanda posta in termini così semplici e “materiali”, come certamente avrete capito, è quella di illustrare i vantaggi immediati dell’intraprendere un percorso di ricovero, non gli obiettivi a lungo termine che sembrano irraggiungibili da chi muove i suoi primi passi, ma quei traguardi che si possono raggiungere in tempo relativamente breve e che hanno ricadute positive sulla vita quotidiana.
Ringrazio perciò tutte coloro che hanno risposto tramite blog e tramite e-mail. Alcune di voi mi hanno mandato mail piuttosto lunghe, quindi ho dovuto tagliare cercando di riassumere il pensiero di ciascuna in una frase. Spero di aver centrato quello che intendevate dire.
Il risultato delle vostre risposte? Questo post.
25 RAGIONI PER CUI IL "RICOVERO" E' MERAVIGLIOSO
1. Posso vivere con meno ansia, scoprire, fare ciò che mi passa per la testa, uscire dalla “comfort zone” del DCA (Hellie)
2. Mi permette di alleggerirmi dalle mie paure, errate convinzioni e sofferenze: via la gabbia e le catene della malattia! (M.M.)
3. Riesco a fare un pasto decente senza masticare ogni boccone dalle 15 alle 55 volte prima di deglutire. (Signorina Anarchia)
4. Posso concedermi di fare un errore senza pensare di essere un errore. (Ilaria)
5. Posso uscire con gli amici, mangiare una pizza, partire senza pensare a cosa/quanto/come mangerò, andare dai parenti senza pensare a come compensare il pranzo stratosferico, partecipare alle feste come il Natale o Pasqua senza ansia a partire da una settimana prima. (Sonnen Blume)
6. Ogni giorno che passa sembro sempre meno malata. (Comy)
7. Ho di nuovo la mia 4^ di reggiseno. Ed è sexy! (Kia)
8. Ci sono più capelli sulla mia testa che sulla mia spazzola. (Jade)
9. Mi sento parte della mia vita: la vivo e non più la sopravvivo. Tengo i piedi a terra, ho il vento tra i capelli, e non ne ho mai abbastanza. (Sere)
10. La mia pelle è liscia e idratata anche senza bisogno di creme. (Mirabelle-Lety)
11. Quando mi sveglio la mattina, non è il cibo la prima cosa cui penso. (Vale)
12. Non mi sento più in colpa se mangio più di quanto mi ero auto-imposta. (Sandy)
13. Posso mangiare quando ho fame (ovviamente, senza esagerare…!) (Anna)
14. Mi sono accorta che posso andare a mangiare fuori con i miei amici anche senza essere sopraffatta dall’ansia. (Milly)
15. La mia temperatura corporea è rientrata nella norma grazie al ripristino del metabolismo: niente più mani perennemente gelide e maniche lunghe anche d’Agosto! (C.)
16. Posso trascorrere momenti meravigliosi con le persone cui voglio bene: si può andare a fare shopping, si può andare a mangiare una pizza, o qualsiasi cosa, senza che le ossessioni del DCA mi impediscano di fare tutto questo. (Wolfie)
17. Energia! Senza bisogno di bere litri di caffè! (Shiva)
18. Per quella che è stata la mia esperienza, mi sembra che il peso recuperato e il miglioramento delle mie prestazioni in ogni campo della mia vita siano strettamente correlati. So che qualcuno ha anche fatto uno studio su questo… pensateci. (Connie)
19. Miglioramento della funzione ormonale --> Pubertà (2° round) -->; Frivolezza da ragazzina quattordicenne con in testa sporcaccionate da maschiaccio. E, cazzo sì, questa è veramente una buona cosa. (Jonny)
20. La mia testa riesce a CONCENTRARSI, ad ANALIZZARE, e a CREARE di nuovo. Sentirsi meglio ed essere produttiva è quanto di più potente per rialzare l’autostima. (Stella)
21. Dire SI al cibo consumato in maniera normale, senza più abbuffate e sensi di colpa, è come dire SI a tutte le cose belle della vita. (Elena)
22. Restringere l’alimentazione ed evitare solo certi cibi è, alla lunga, noioso e deprimente. E fa perdere un sacco di occasioni di divertimento fuori con gli amici. (Sam)
23. Esco nuovamente di casa e posso andare in giro senza sentire gli occhi di tutti puntati su di me, posso andare al cinema, posso andare in discoteca e non sentirmi una merda mentre lo faccio. “Un altro po’ di pop corn?” “Oh, sì, perché no… se paghi tu!” (Charlie)
24. Posso indossare di nuovo una taglia normale, e i vestiti mi cadono bene e non sembra più che vada in giro portando tende da circo. (Chloe)
25. (Perché anch’io voglio dire la mia, eh…!) Ho imparato che la vita non è solo bianco e nero, buono o cattivo, meravigliosa o terribile, e che vivere nelle aree di grigio è normale, salutare e – posso osare dirlo? – decisamente elettrizzante.
Se qualcun’altra volesse aggiungersi nel commenti… Quali sono le vostre ragioni per cui percorrere la strada del ricovero combattendo contro l'anoressia vale la pena?
L’obiettivo di questa domanda posta in termini così semplici e “materiali”, come certamente avrete capito, è quella di illustrare i vantaggi immediati dell’intraprendere un percorso di ricovero, non gli obiettivi a lungo termine che sembrano irraggiungibili da chi muove i suoi primi passi, ma quei traguardi che si possono raggiungere in tempo relativamente breve e che hanno ricadute positive sulla vita quotidiana.
Ringrazio perciò tutte coloro che hanno risposto tramite blog e tramite e-mail. Alcune di voi mi hanno mandato mail piuttosto lunghe, quindi ho dovuto tagliare cercando di riassumere il pensiero di ciascuna in una frase. Spero di aver centrato quello che intendevate dire.
Il risultato delle vostre risposte? Questo post.
25 RAGIONI PER CUI IL "RICOVERO" E' MERAVIGLIOSO
1. Posso vivere con meno ansia, scoprire, fare ciò che mi passa per la testa, uscire dalla “comfort zone” del DCA (Hellie)
2. Mi permette di alleggerirmi dalle mie paure, errate convinzioni e sofferenze: via la gabbia e le catene della malattia! (M.M.)
3. Riesco a fare un pasto decente senza masticare ogni boccone dalle 15 alle 55 volte prima di deglutire. (Signorina Anarchia)
4. Posso concedermi di fare un errore senza pensare di essere un errore. (Ilaria)
5. Posso uscire con gli amici, mangiare una pizza, partire senza pensare a cosa/quanto/come mangerò, andare dai parenti senza pensare a come compensare il pranzo stratosferico, partecipare alle feste come il Natale o Pasqua senza ansia a partire da una settimana prima. (Sonnen Blume)
6. Ogni giorno che passa sembro sempre meno malata. (Comy)
7. Ho di nuovo la mia 4^ di reggiseno. Ed è sexy! (Kia)
8. Ci sono più capelli sulla mia testa che sulla mia spazzola. (Jade)
9. Mi sento parte della mia vita: la vivo e non più la sopravvivo. Tengo i piedi a terra, ho il vento tra i capelli, e non ne ho mai abbastanza. (Sere)
10. La mia pelle è liscia e idratata anche senza bisogno di creme. (Mirabelle-Lety)
11. Quando mi sveglio la mattina, non è il cibo la prima cosa cui penso. (Vale)
12. Non mi sento più in colpa se mangio più di quanto mi ero auto-imposta. (Sandy)
13. Posso mangiare quando ho fame (ovviamente, senza esagerare…!) (Anna)
14. Mi sono accorta che posso andare a mangiare fuori con i miei amici anche senza essere sopraffatta dall’ansia. (Milly)
15. La mia temperatura corporea è rientrata nella norma grazie al ripristino del metabolismo: niente più mani perennemente gelide e maniche lunghe anche d’Agosto! (C.)
16. Posso trascorrere momenti meravigliosi con le persone cui voglio bene: si può andare a fare shopping, si può andare a mangiare una pizza, o qualsiasi cosa, senza che le ossessioni del DCA mi impediscano di fare tutto questo. (Wolfie)
17. Energia! Senza bisogno di bere litri di caffè! (Shiva)
18. Per quella che è stata la mia esperienza, mi sembra che il peso recuperato e il miglioramento delle mie prestazioni in ogni campo della mia vita siano strettamente correlati. So che qualcuno ha anche fatto uno studio su questo… pensateci. (Connie)
19. Miglioramento della funzione ormonale --> Pubertà (2° round) -->; Frivolezza da ragazzina quattordicenne con in testa sporcaccionate da maschiaccio. E, cazzo sì, questa è veramente una buona cosa. (Jonny)
20. La mia testa riesce a CONCENTRARSI, ad ANALIZZARE, e a CREARE di nuovo. Sentirsi meglio ed essere produttiva è quanto di più potente per rialzare l’autostima. (Stella)
21. Dire SI al cibo consumato in maniera normale, senza più abbuffate e sensi di colpa, è come dire SI a tutte le cose belle della vita. (Elena)
22. Restringere l’alimentazione ed evitare solo certi cibi è, alla lunga, noioso e deprimente. E fa perdere un sacco di occasioni di divertimento fuori con gli amici. (Sam)
23. Esco nuovamente di casa e posso andare in giro senza sentire gli occhi di tutti puntati su di me, posso andare al cinema, posso andare in discoteca e non sentirmi una merda mentre lo faccio. “Un altro po’ di pop corn?” “Oh, sì, perché no… se paghi tu!” (Charlie)
24. Posso indossare di nuovo una taglia normale, e i vestiti mi cadono bene e non sembra più che vada in giro portando tende da circo. (Chloe)
25. (Perché anch’io voglio dire la mia, eh…!) Ho imparato che la vita non è solo bianco e nero, buono o cattivo, meravigliosa o terribile, e che vivere nelle aree di grigio è normale, salutare e – posso osare dirlo? – decisamente elettrizzante.
Se qualcun’altra volesse aggiungersi nel commenti… Quali sono le vostre ragioni per cui percorrere la strada del ricovero combattendo contro l'anoressia vale la pena?
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venerdì 27 novembre 2009
Calendar Girls: bring up to date
Dato che Dicembre è ormai alle porte, anche il nostro calendario è in decisa lavorazione per essere pronto quanto prima. Per il momento, un piccolo preview per tutte voi… Spero di aver rispettato tutte le consegne dei mesi per quelle che avevano fatto richiesta, e spero che a quelle che non avevano specificato piaccia in mese in cui sono state inserite. Ringrazio ancora una volta infinitamente tutte le personcine meravigliose che hanno deciso di prendere parte a questo progetto, nonché tutte coloro che, pur non essendone direttamente parte, hanno dato il loro sostegno e il loro appoggio… GRAZIE, RAGAZZE!!

Approfitto dell’argomento di questo post per fare un piccolo sondaggio: stavo pensando a come realizzare la copertina del nostro calendario, e mi piacerebbe avere la vostra opinione in merito.
Io ho avuto 3 idee in proposito:
1 – Versione Semplice: Sfondo bianco, scritta “Calendario 2010” + una frase positiva che possa rappresentarci un po’ tutte quante (anche se non ho ancora pensato a quale potrebbe essere).
2 – Versione Positive Mode: Stralci di immagini positive intervallate a pensieri positivi, e la scritta “Calendario 2010” in sovrimpressione.
3 – Versione Anteprima: Quadrettini allineati su 5 righe e 4 colonne con le nostre foto in formato mini, e la scritta “Calendario 2010” in sovrimpressione. Magari ci possiamo mettere la frase positiva pure qui.
4 – Versione Manga: Quadrettini allineati su 5 righe e 4 colonne in cui io rappresenterò ciascuna di noi in stile manga (bè, per lo meno ci proverò), e la scritta “Calendario 2010” in sovrimpressione. Anche qui magari ci mettiamo la frase positiva.
Mi farebbe davvero piacere se vi andasse di dirmi quale delle 4 preferireste... So che comunque nessuna delle 4 è un’idea eccezionale, quindi se avete qualche altra cosa da propormi fatelo senza esitazione: tutte le idee sono le benvenute!
Dato che questo è il NOSTRO calendario, mi piacerebbe che per lo meno la copertina decidessimo tutte insieme come farla, quindi fatemi sapere – lasciandomi un commento o tramite e-mail – quale idea preferite: come in ogni “Paese democratico”, verrà realizzata quella che riceverà più voti. Quindi… aspetto numerose le vostre opinioni!
Grazie ancora a tutte!!! (Veggie s’inchina davanti a voi stupendissime ragazze…)
P.S.= Special thanks to Duccia!

Approfitto dell’argomento di questo post per fare un piccolo sondaggio: stavo pensando a come realizzare la copertina del nostro calendario, e mi piacerebbe avere la vostra opinione in merito.
Io ho avuto 3 idee in proposito:
1 – Versione Semplice: Sfondo bianco, scritta “Calendario 2010” + una frase positiva che possa rappresentarci un po’ tutte quante (anche se non ho ancora pensato a quale potrebbe essere).
2 – Versione Positive Mode: Stralci di immagini positive intervallate a pensieri positivi, e la scritta “Calendario 2010” in sovrimpressione.
3 – Versione Anteprima: Quadrettini allineati su 5 righe e 4 colonne con le nostre foto in formato mini, e la scritta “Calendario 2010” in sovrimpressione. Magari ci possiamo mettere la frase positiva pure qui.
4 – Versione Manga: Quadrettini allineati su 5 righe e 4 colonne in cui io rappresenterò ciascuna di noi in stile manga (bè, per lo meno ci proverò), e la scritta “Calendario 2010” in sovrimpressione. Anche qui magari ci mettiamo la frase positiva.
Mi farebbe davvero piacere se vi andasse di dirmi quale delle 4 preferireste... So che comunque nessuna delle 4 è un’idea eccezionale, quindi se avete qualche altra cosa da propormi fatelo senza esitazione: tutte le idee sono le benvenute!
Dato che questo è il NOSTRO calendario, mi piacerebbe che per lo meno la copertina decidessimo tutte insieme come farla, quindi fatemi sapere – lasciandomi un commento o tramite e-mail – quale idea preferite: come in ogni “Paese democratico”, verrà realizzata quella che riceverà più voti. Quindi… aspetto numerose le vostre opinioni!
Grazie ancora a tutte!!! (Veggie s’inchina davanti a voi stupendissime ragazze…)
P.S.= Special thanks to Duccia!
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sabato 23 maggio 2009
La bellezza secondo me - Un'opinione discordante
Molto facile confrontarsi con le persone che la pensano come noi: sicuramente non si corre il rischio di venire contraddette, e sicuramente ciò che diciamo non viene messo in discussione.
Penso però che sia giusto ed importante anche dare voce a chi ha idee diverse, in maniera tale da poter avere un confronto ed esaminare le cose sotto ogni punto di vista.
Questo blog è nato come un punto di condivisione, perciò penso sia corretto dare spazio ad ogni punto di vista.
Tornando dunque sul tema “La bellezza secondo me”, voglio pubblicare un ultimo concetto di “bellezza” che mi è arrivato. Un’opinione in disaccordo, controcorrente rispetto a quelle che ho pubblicato finora. Un parere su cui penso sia comunque giusto discutere.
CLARA SUTHERLAND
“Ora potete sputarmi in faccia, offendermi, ma il mio più grande pregio è la sincerità, non ci sono proprio a dire bugie (e neanche a scriverle...)
Per me la magrezza è bellezza, non importa il viso, non importa il colore degli occhi o dei capelli come non importa il carattere.
Tutte le mie amiche sono rigorosamente più grasse di me, tutte le volte che mi si è avvicinata una più magra l'ho mandata a quel paese.
Scusate, ma la falsità non mi piace...”
Cara Clara Sutherland, hmmm, vediamo… Non hai scritto parolacce, non mi hai offesa, non hai offeso persone a cui voglio bene: quindi per quale motivo dovrei io sputarti in faccia od offenderti? Finche le cose vengono dette nel rispetto reciproco, sono benaccette tutte le opinioni. Io non offendo, non sputo (non mi sono ancora trasformata in un lama), semmai discuto. Che è quello che faccio sempre. Che è proprio quello che intendo fare anche questa volta con te.
Leggendo le tue parole, la prima cosa che mi è venuta da pensare è che tu abbia la coda di paglia. Sì, perchè nonostante tu ostenti la tua sincerità, penso che tu non abbia detto le cose come stanno fino in fondo… Diciamo che hai detto solo una parte della verità, quella che ti faceva comodo. Del resto, se tu ti sentissi perfettamente convinta della veridicità di quello che hai scritto, perché mettere le mani avanti dicendo “ora potete sputarmi in faccia, offendermi” ? Di fronte a un’affermazione del genere, mi sembra abbastanza evidente che tu stessa non sei convinta di quello che scrivi. Se fossi sicura di avere ragione e di dire esattamente quello che pensi, non sentiresti il bisogno di giustificarti.
Ma, a parte questo, veniamo alla tua riflessione. Più che riflessione, mi sembra che tu abbia cercato di mettere insieme una serie di luoghi comuni ai quali tu per prima tenti disperatamente di credere, poiché evidentemente – e di questo mi dispiace, e te lo dico anch’io con sincerità – stai vivendo una situazione in cui non stai bene con te stessa, in cui non ti piaci, e quindi DEVI credere che la magrezza ti porterà la bellezza, perché sennò non sapresti come fare ad andare avanti.
Il problema nasce nel momento in cui, in realtà, dentro di te, anche se magari in questo momento non lo vuoi ammettere perché se lo ammettessi ti crollerebbe tutto il castello di carte che hai faticosamente costruito, tu sai perfettamente che non è vero. Anche perché, mettiamo le cose sul semplice: c’è una tipa di 40 Kg che è una testa di cazzo, approfittatrice, opportunista, ipocrita, bugiarda, infida, pettegola, frivola, che parla male di te appena giri le spalle, ed è pure un po’ troia. Pensi che questo sia il ritratto di una bella persona? Vorresti essere sua amica? Se mi rispondi “SI” e ne sei sinceramente convinta, posso solo consigliarti l’indirizzo del manicomio più vicino…
Scrivi che le tue amiche sono grasse… Però le definisci “amiche”… e qui ti contraddici da sola: se davvero sei convinta che la magrezza è bellezza, che ci stai a fare con delle bruttissime persone grasse? Non possono piacerti!! Eppure, se le definisci “amiche”, devi trovare qualcosa di bello in loro, sennò sarebbero semplici conoscenti o tipe che incontri per sbaglio per strada e che neanche saluti… Quindi, quelle tue amiche sono belle persone anche se sono grasse? Ma come?, o non hai detto che l’essere belle persone è correlato solo ad un fatto di magrezza?... La contraddizione è evidente. Per questo ho esordito dicendo che non (ti) stai raccontando tutta la verità fino in fondo.
È ovvio che in questo momento allontani le persone più magre di te… ma non per un fatto di bellezza/bruttezza, ma semplicemente perché, come già ho scritto, in questo momento le ragazze magre ti rimandano a un’idea di come secondo te DOVRESTI essere perché pensi che questo ti farebbe più felice e ti farebbe stare meglio con te stessa…
Spero che non sarà troppo tardi quando comincerai a raccontarti davvero la verità, e ti accorgerai che non è così…
Ti abbraccio forte,
Veggie
Penso però che sia giusto ed importante anche dare voce a chi ha idee diverse, in maniera tale da poter avere un confronto ed esaminare le cose sotto ogni punto di vista.
Questo blog è nato come un punto di condivisione, perciò penso sia corretto dare spazio ad ogni punto di vista.
Tornando dunque sul tema “La bellezza secondo me”, voglio pubblicare un ultimo concetto di “bellezza” che mi è arrivato. Un’opinione in disaccordo, controcorrente rispetto a quelle che ho pubblicato finora. Un parere su cui penso sia comunque giusto discutere.
CLARA SUTHERLAND
“Ora potete sputarmi in faccia, offendermi, ma il mio più grande pregio è la sincerità, non ci sono proprio a dire bugie (e neanche a scriverle...)
Per me la magrezza è bellezza, non importa il viso, non importa il colore degli occhi o dei capelli come non importa il carattere.
Tutte le mie amiche sono rigorosamente più grasse di me, tutte le volte che mi si è avvicinata una più magra l'ho mandata a quel paese.
Scusate, ma la falsità non mi piace...”
Cara Clara Sutherland, hmmm, vediamo… Non hai scritto parolacce, non mi hai offesa, non hai offeso persone a cui voglio bene: quindi per quale motivo dovrei io sputarti in faccia od offenderti? Finche le cose vengono dette nel rispetto reciproco, sono benaccette tutte le opinioni. Io non offendo, non sputo (non mi sono ancora trasformata in un lama), semmai discuto. Che è quello che faccio sempre. Che è proprio quello che intendo fare anche questa volta con te.
Leggendo le tue parole, la prima cosa che mi è venuta da pensare è che tu abbia la coda di paglia. Sì, perchè nonostante tu ostenti la tua sincerità, penso che tu non abbia detto le cose come stanno fino in fondo… Diciamo che hai detto solo una parte della verità, quella che ti faceva comodo. Del resto, se tu ti sentissi perfettamente convinta della veridicità di quello che hai scritto, perché mettere le mani avanti dicendo “ora potete sputarmi in faccia, offendermi” ? Di fronte a un’affermazione del genere, mi sembra abbastanza evidente che tu stessa non sei convinta di quello che scrivi. Se fossi sicura di avere ragione e di dire esattamente quello che pensi, non sentiresti il bisogno di giustificarti.
Ma, a parte questo, veniamo alla tua riflessione. Più che riflessione, mi sembra che tu abbia cercato di mettere insieme una serie di luoghi comuni ai quali tu per prima tenti disperatamente di credere, poiché evidentemente – e di questo mi dispiace, e te lo dico anch’io con sincerità – stai vivendo una situazione in cui non stai bene con te stessa, in cui non ti piaci, e quindi DEVI credere che la magrezza ti porterà la bellezza, perché sennò non sapresti come fare ad andare avanti.
Il problema nasce nel momento in cui, in realtà, dentro di te, anche se magari in questo momento non lo vuoi ammettere perché se lo ammettessi ti crollerebbe tutto il castello di carte che hai faticosamente costruito, tu sai perfettamente che non è vero. Anche perché, mettiamo le cose sul semplice: c’è una tipa di 40 Kg che è una testa di cazzo, approfittatrice, opportunista, ipocrita, bugiarda, infida, pettegola, frivola, che parla male di te appena giri le spalle, ed è pure un po’ troia. Pensi che questo sia il ritratto di una bella persona? Vorresti essere sua amica? Se mi rispondi “SI” e ne sei sinceramente convinta, posso solo consigliarti l’indirizzo del manicomio più vicino…
Scrivi che le tue amiche sono grasse… Però le definisci “amiche”… e qui ti contraddici da sola: se davvero sei convinta che la magrezza è bellezza, che ci stai a fare con delle bruttissime persone grasse? Non possono piacerti!! Eppure, se le definisci “amiche”, devi trovare qualcosa di bello in loro, sennò sarebbero semplici conoscenti o tipe che incontri per sbaglio per strada e che neanche saluti… Quindi, quelle tue amiche sono belle persone anche se sono grasse? Ma come?, o non hai detto che l’essere belle persone è correlato solo ad un fatto di magrezza?... La contraddizione è evidente. Per questo ho esordito dicendo che non (ti) stai raccontando tutta la verità fino in fondo.
È ovvio che in questo momento allontani le persone più magre di te… ma non per un fatto di bellezza/bruttezza, ma semplicemente perché, come già ho scritto, in questo momento le ragazze magre ti rimandano a un’idea di come secondo te DOVRESTI essere perché pensi che questo ti farebbe più felice e ti farebbe stare meglio con te stessa…
Spero che non sarà troppo tardi quando comincerai a raccontarti davvero la verità, e ti accorgerai che non è così…
Ti abbraccio forte,
Veggie
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lunedì 11 maggio 2009
La bellezza secondo me - Take 5
Ecco qua, ancora le vostre opinioni sulla "bellezza"!! Grazie a tutte!
SANDY
"Credo che la bellezza sia semplicità, un modo di essere, di esprimersi, di fare e ognuno a suo modo, con un suo stile, con il suo carattere...
Credo che non sia data dai Kg che abbiamo o da ciò che indossiamo,
Credo che dei jeans "D&G" non mi rendano migliore se poi non riesco a pensare alle persone che fanno parte della mia vita e a quelle che potrebbero farne parte se solo io fossi un po’ meno egoista...
CREDO CHE LA BELLEZZA SIA QUALCOSA DI INDESCRIVIBILE E CHE OGNUNO E’ BELLO A SUO MODO PERCHE’ SE FOSSIMO TUTTI UGUALI (PELLE E OSSA O QUELLE CHE LE RAGAZZE “PRO-ANA” DEFINIREBBERO BALENE) LA BELLEZZA NON ESISTEREBBE PERCHE’ SAREBBE LA NORMALITA’ DELLA NOSTRA VITA...
UN PO’ COME RESPIRARE: DIVENTEREBBE NORMALE E QUINDI LA DAREMMO PER SCONTATA!
LA BELLEZZA E’ DATA NON SOLO DA CIO’ CHE SIAMO NOI MA DA CIO’ CHE SENTE CHI CI AMA QUAND'E’ CON NOI...
IL RESTO NON CONTA O COMUNQUE E’ POCO IMPORTANTE...
LA BELLEZZA DELLE MODELLE E DEGLI STILISTI NON CONTA PERCHE’ NON SONO LORO A DECIDERE MA NOI!!!
BASTEREBBE UNIRSI E TUTTE INSIEME SMETTERLA DI COMPRARE TAGLIE DEL TIPO LA 36 O LA 38 (E SOPRATTUTTO FINIRE I DIGIUNI ASURDI PER POTER RIENTRARE IN QUELLE TAGLIE) E ALLA FINE SMETTEREBBERO TUTTI DI PRODURLE E TUTTI CAPIREBBERO FINALMENTE CHE NON SI E’ BELLI PERCHE’ SI E’ SIMILI AGLI ALTRI MA SI E’ BELLI PERCHE’ SI è SE STESSI: UNICI NEL NOSTRO GENERE!!!
BELLI CI SI SENTE, NON CI SI E’. Come dice Veggie, "NN PIACERSI è UNA VERA E PROPRIA CONDANNA"... per piacersi bisogna essere ingenui, vanitosi o sicuri di sè
Se c'è una cosa che ho imparato è che "ANCHE I MIGLIORI SONO LONTANI DALLA PERFEZIONE"...
Lo tengo a mente per non dimenticarlo mai..."
MARTINA
"Cos'è la bellezza per me... mi viene in mente un'espressione che i francesi usano spesso "etre bien dans sa peaux"... sentirsi bene nella propria pelle.
Penso che la bellezza sia una sensazione tutta personale di equilibrio ed armonia. Non è uno stato fisico, ma mentale… per cui varia continuamente. Non lo so... a volte mi capita di sentirmi bella solo perchè fuori c'è il sole, perchè ho dei bei programmi per la giornata o sono insieme ad amici spensierata e sorridente...poco importa in quei momenti se sono in tuta, con le mie scarpe da tennis vecchie e bucate, ma a cui sono molto affezionata (già… ho questo vizietto di affezionarmi un po’ troppo a tutto...).
Insomma si sa che la bellezza è relativa, ma tendiamo sempre a pensare che sia relativa allo sguardo degli altri, io credo che sia lo sguardo con cui noi stesse ci percepiamo che è relativo. Rimandiamo agli altri l'immagine che abbiamo di noi... un'immagine che può cambiare tante di quelle volte al giorno da farci venire il mal di testa!
La bellezza non è qualcosa che o si ha o non si ha, ma qualcosa che bisogna imparare a riconoscere e a trasmettere, prima di tutto a noi stesse!"
FRANCESCA
"Premettendo che non ho le idee molto chiare su questo punto...
Secondo me la bellezza non è in generale una caratteristica intrinseca, ma qualcosa che si manifesta in momenti particolari... una persona è bella quando lascia intravedere la sua essenza, quando smette di essere concentrata su se stessa e si lascia cogliere in un attimo di serenità, quando riesce a stabilire un contatto con chi le sta intorno, quando sorride per esempio...
Quella stessa bellezza la ritrovo in particolari situazioni, in un tramonto, in un teorema di algebra (^_^), in un profumo, in un libro o in un film o in un momento di serenità senza motivo... quando anche io riesco a distaccarmi da me stessa per essere completamente assorbita dall'interesse per qualcosa di esterno...
Non ci ho mai riflettuto molto e non saprei dire se la mia sia stata una ricerca di bellezza, però pensandoci adesso direi che il mio obiettivo non era tanto la bellezza quanto il rientrare in determinati canoni che mi avrebbero permesso di essere accettata, dagli altri e quindi da me stessa, anche se ritenevo quei canoni distorti e sbagliati... ma forse, in un certo senso, la mia è stata anche una ricerca di bellezza, perchè l'inadeguatezza che mi sentivo (sento, a volte) addosso era il contrario di quello che considero bellezza... mi sentivo goffa, sgraziata, ingombrante… anche e soprattutto a livello morale… troppo attaccata a me stessa, sempre e comunque concentrata su me stessa... e l'anoressia è stata forse (tra le altre cose, perchè non credo di poter linearizzare così un problema tanto complesso) una ricerca di distacco... volevo disperatamente mostrare il mio disinteresse per ciò che era il mio corpo, materialmente... e quindi un disinteresse verso i suoi bisogni fisici... e alla fine ho ottenuto l'effetto contrario: quel corpo da cui cercavo il completo distacco è divenuto alla fine l'unico oggetto dei miei pensieri... e io stessa ero diventata solo “un corpo”."
CLAUDIA
"La "bellezza" certamente è un tema cruciale per chiunque abbia sofferto di disturbi alimentari...
Non si tratta di bellezza esteriore, o almeno quella è un pretesto.
Io personalmente so che se dimagrisco non sarò più bella agli occhi degli altri, e forse nemmeno ai miei, ci sarebbero molte altre cose che potrei fare per abbellire la mia persona che non affamarvi, vomitare ecc...
Purtroppo ci sono ancora dentro in pieno a queste cose, sto cercando di farmi aiutare ad aiutare me stessa ad uscirne. Non vedo molta luce in questo senso, ma non voglio smettere di cercarla, se non altro per mantenere la mia mente aperta ad altro, ad altri, che non sempre ossessivamente concentrata su me stessa...
"La bellezza salverà il mondo o lo farà impazzire di desiderio".
è il mio personale adattamento di una frase di Dostoevskij...
Questo invece è un estratto di un post che avevo scritto tempo fa a riguardo, anche se lo trovo un pò forzato in certi punti...
Penso troppo al senso della bellezza. Perché se ne parla così poco? Perché nei discorsi della gente compare così di rado la parola “bello”? O quando compare è buttata lì, con noncuranza, con leggerezza, senza troppe implicazioni di sorta. Si dice che una cosa è vera, non bella. Ma del resto chi è così sprovveduto da rispolverare l’equazione bellezza è verità, verità è bellezza?
Mi sento divorata dal bisogno di estetismo! [...] Devo creare io il senso della bellezza che cerco e che forse, anzi di sicuro sopravvaluto, in fondo la bellezza è poi così bella?
Oh niente idealismi certo, certo… Allora dico senza mezzi termini che la bellezza è tremenda, mi rifaccio a una particolare forma di “cosmetica del nemico” che implica un solipsismo affamato, si affamato, di superfici lucide con cui devo farci i miei pericolosissimi conti. Con la penna, le mani, usando i nei, i miei nei come unità di misura del corpo. Non più numeri, ma nei, come un codice da interpretare, anche se qui non si tratta di risolvere nulla. Il bello non mi risolve, non è riposante né confortevole, almeno nelle mie vaghe nozioni post-adolescenziali compromesse.
Non si parla nella nostra società in termini di bellezza se non come complimento un po’ posticcio, un accessorio che tutti vogliono e ricercano con i mezzi che il nostro tempo è lieto di offrirci-venderci spesso a caro prezzo. E se dicessi che intendo la bellezza come una forza? In senso fisico, energico però, in senso rivoluzionario anche...
Non facciamo i finti tonti kantiani, la bellezza soggettivamente universale non ci è nota, imbevuti come siamo, più o meno consciamente, di qualche corrente e categoria estetica verso cui simpatizziamo e da cui attingiamo le norme per giudicare tutto il resto, per “addomesticare” il bello, al posto di viverlo. Ma cosa pretendo allora? Io scrivo per necessità e la bellezza è un tema che in questo momento (sempre!) mi era necessario e quindi ne parlo, non arrivando a nessuna conclusione, perché è così che mi intendo con me stessa…
Non cambio le mie abitudini, anche se forse sarebbe ora... Mi chiedo fino a quanto potrò permettermi di andare in giro con i capelli viola, calze a rete fucsia, e orpelli simili senza sembrare ridicola. Ma perché dovrebbe importarmi?
La bellezza si materializza nel rapporto con l’Altro, non esiste una bellezza non dialogata, non esiste una bellezza che non venga giocata, riflessa, “imbrogliata”. l’illusione è arte, è tecnica delle prime, ultime cose. La bellezza è questa dolcissima nemica cosmetica dall’aurea violacea."
VALENTINA84
"La bellezza secondo me... Prima di poter rispondere ci ho dovuto pensare tanto. Quante volte diciamo “quella persona è bella” riferendoci magari a un calciatore, a una modella o a una velina… ma anche nella vita quotidiana, in discoteca, a lavoro incontriamo qualcuno è diciamo che è bello spesso perché ha un fisico da urlo o un andamento possente.
Per una persona come me che si sente e forse si è sempre sentita brutta, nonostante alcuni mi dicano il contrario, non è facile definire una cosa che non sento mi appartenga…
Inizio con una frase che mi ha detto il mio dolcissimo ragazzo: “Ogni tuo sorriso è come aver conquistato il più lontano dei pianeti”!!! Ogni volta che riesce a farmi ridere mi dice che sono bellissima, ma io non credo proprio di esserlo… poi quando rido men che meno… infatti quando mi fanno le foto non riesco mai a ridere!!!
Forse questa potrebbe essere una bellezza per tutte noi: il SORRISO!!!
Poi leggendo il libro di Fabio Volo “Un posto nel mondo” dice una frase che mi ha colpito molto… “vedersi riflessi negli occhi di chi ci ama ci rende molto più belli”!!!
Io credo che personalmente il mio problema sia questo: io mi guardo sempre con i miei occhi severissimi, che non fanno altro che criticarmi, in ogni piccolo dettaglio… sempre a dire che questo non va bene, questo neanche… che quella ragazza ha il fisico migliore del mio, che un’altra è più slanciata, ecc…potrei stare ore ad elencare le cose che non mi piacciono di me e che invece trovo stupende in altre persone.
Ma è proprio questo mio non vedermi bella che mi ha condannata: sei brutta non vai bene…meglio scomparire!!!E ora che sono ingrassata: sei bruttissima, orrenda…non sei più magra…continua ad abbuffarti tanto ormai…Come se avessi qualcosa di irreparabile…ma ora ho capito che non è così!!!
Sono una ragazza sanissima… e anche bella perché sono io!!! Valentina come me ce ne è una sola e solo una ce ne sarà!!! Che poi: bella per chi??? Per i canoni di miss Italia??? Beh non mi interessa fare la modella nè la soubrette… io sono e voglio fare l’ingegnere, ma voglio anche essere in futuro una moglie che sarà la più bella per suo marito e una mamma che sarà la migliore del mondo per i suoi figli!!!
La chiave della bellezza secondo me è volersi bene…
Io ora sto camminando verso questa strada… passettino dopo passettino… caduta dopo caduta…
Con la mia forza…con tutta la voglia che ho di stare bene e quando riesco, con il… sorriso!!!"
SANDY
"Credo che la bellezza sia semplicità, un modo di essere, di esprimersi, di fare e ognuno a suo modo, con un suo stile, con il suo carattere...
Credo che non sia data dai Kg che abbiamo o da ciò che indossiamo,
Credo che dei jeans "D&G" non mi rendano migliore se poi non riesco a pensare alle persone che fanno parte della mia vita e a quelle che potrebbero farne parte se solo io fossi un po’ meno egoista...
CREDO CHE LA BELLEZZA SIA QUALCOSA DI INDESCRIVIBILE E CHE OGNUNO E’ BELLO A SUO MODO PERCHE’ SE FOSSIMO TUTTI UGUALI (PELLE E OSSA O QUELLE CHE LE RAGAZZE “PRO-ANA” DEFINIREBBERO BALENE) LA BELLEZZA NON ESISTEREBBE PERCHE’ SAREBBE LA NORMALITA’ DELLA NOSTRA VITA...
UN PO’ COME RESPIRARE: DIVENTEREBBE NORMALE E QUINDI LA DAREMMO PER SCONTATA!
LA BELLEZZA E’ DATA NON SOLO DA CIO’ CHE SIAMO NOI MA DA CIO’ CHE SENTE CHI CI AMA QUAND'E’ CON NOI...
IL RESTO NON CONTA O COMUNQUE E’ POCO IMPORTANTE...
LA BELLEZZA DELLE MODELLE E DEGLI STILISTI NON CONTA PERCHE’ NON SONO LORO A DECIDERE MA NOI!!!
BASTEREBBE UNIRSI E TUTTE INSIEME SMETTERLA DI COMPRARE TAGLIE DEL TIPO LA 36 O LA 38 (E SOPRATTUTTO FINIRE I DIGIUNI ASURDI PER POTER RIENTRARE IN QUELLE TAGLIE) E ALLA FINE SMETTEREBBERO TUTTI DI PRODURLE E TUTTI CAPIREBBERO FINALMENTE CHE NON SI E’ BELLI PERCHE’ SI E’ SIMILI AGLI ALTRI MA SI E’ BELLI PERCHE’ SI è SE STESSI: UNICI NEL NOSTRO GENERE!!!
BELLI CI SI SENTE, NON CI SI E’. Come dice Veggie, "NN PIACERSI è UNA VERA E PROPRIA CONDANNA"... per piacersi bisogna essere ingenui, vanitosi o sicuri di sè
Se c'è una cosa che ho imparato è che "ANCHE I MIGLIORI SONO LONTANI DALLA PERFEZIONE"...
Lo tengo a mente per non dimenticarlo mai..."
MARTINA
"Cos'è la bellezza per me... mi viene in mente un'espressione che i francesi usano spesso "etre bien dans sa peaux"... sentirsi bene nella propria pelle.
Penso che la bellezza sia una sensazione tutta personale di equilibrio ed armonia. Non è uno stato fisico, ma mentale… per cui varia continuamente. Non lo so... a volte mi capita di sentirmi bella solo perchè fuori c'è il sole, perchè ho dei bei programmi per la giornata o sono insieme ad amici spensierata e sorridente...poco importa in quei momenti se sono in tuta, con le mie scarpe da tennis vecchie e bucate, ma a cui sono molto affezionata (già… ho questo vizietto di affezionarmi un po’ troppo a tutto...).
Insomma si sa che la bellezza è relativa, ma tendiamo sempre a pensare che sia relativa allo sguardo degli altri, io credo che sia lo sguardo con cui noi stesse ci percepiamo che è relativo. Rimandiamo agli altri l'immagine che abbiamo di noi... un'immagine che può cambiare tante di quelle volte al giorno da farci venire il mal di testa!
La bellezza non è qualcosa che o si ha o non si ha, ma qualcosa che bisogna imparare a riconoscere e a trasmettere, prima di tutto a noi stesse!"
FRANCESCA
"Premettendo che non ho le idee molto chiare su questo punto...
Secondo me la bellezza non è in generale una caratteristica intrinseca, ma qualcosa che si manifesta in momenti particolari... una persona è bella quando lascia intravedere la sua essenza, quando smette di essere concentrata su se stessa e si lascia cogliere in un attimo di serenità, quando riesce a stabilire un contatto con chi le sta intorno, quando sorride per esempio...
Quella stessa bellezza la ritrovo in particolari situazioni, in un tramonto, in un teorema di algebra (^_^), in un profumo, in un libro o in un film o in un momento di serenità senza motivo... quando anche io riesco a distaccarmi da me stessa per essere completamente assorbita dall'interesse per qualcosa di esterno...
Non ci ho mai riflettuto molto e non saprei dire se la mia sia stata una ricerca di bellezza, però pensandoci adesso direi che il mio obiettivo non era tanto la bellezza quanto il rientrare in determinati canoni che mi avrebbero permesso di essere accettata, dagli altri e quindi da me stessa, anche se ritenevo quei canoni distorti e sbagliati... ma forse, in un certo senso, la mia è stata anche una ricerca di bellezza, perchè l'inadeguatezza che mi sentivo (sento, a volte) addosso era il contrario di quello che considero bellezza... mi sentivo goffa, sgraziata, ingombrante… anche e soprattutto a livello morale… troppo attaccata a me stessa, sempre e comunque concentrata su me stessa... e l'anoressia è stata forse (tra le altre cose, perchè non credo di poter linearizzare così un problema tanto complesso) una ricerca di distacco... volevo disperatamente mostrare il mio disinteresse per ciò che era il mio corpo, materialmente... e quindi un disinteresse verso i suoi bisogni fisici... e alla fine ho ottenuto l'effetto contrario: quel corpo da cui cercavo il completo distacco è divenuto alla fine l'unico oggetto dei miei pensieri... e io stessa ero diventata solo “un corpo”."
CLAUDIA
"La "bellezza" certamente è un tema cruciale per chiunque abbia sofferto di disturbi alimentari...
Non si tratta di bellezza esteriore, o almeno quella è un pretesto.
Io personalmente so che se dimagrisco non sarò più bella agli occhi degli altri, e forse nemmeno ai miei, ci sarebbero molte altre cose che potrei fare per abbellire la mia persona che non affamarvi, vomitare ecc...
Purtroppo ci sono ancora dentro in pieno a queste cose, sto cercando di farmi aiutare ad aiutare me stessa ad uscirne. Non vedo molta luce in questo senso, ma non voglio smettere di cercarla, se non altro per mantenere la mia mente aperta ad altro, ad altri, che non sempre ossessivamente concentrata su me stessa...
"La bellezza salverà il mondo o lo farà impazzire di desiderio".
è il mio personale adattamento di una frase di Dostoevskij...
Questo invece è un estratto di un post che avevo scritto tempo fa a riguardo, anche se lo trovo un pò forzato in certi punti...
Penso troppo al senso della bellezza. Perché se ne parla così poco? Perché nei discorsi della gente compare così di rado la parola “bello”? O quando compare è buttata lì, con noncuranza, con leggerezza, senza troppe implicazioni di sorta. Si dice che una cosa è vera, non bella. Ma del resto chi è così sprovveduto da rispolverare l’equazione bellezza è verità, verità è bellezza?
Mi sento divorata dal bisogno di estetismo! [...] Devo creare io il senso della bellezza che cerco e che forse, anzi di sicuro sopravvaluto, in fondo la bellezza è poi così bella?
Oh niente idealismi certo, certo… Allora dico senza mezzi termini che la bellezza è tremenda, mi rifaccio a una particolare forma di “cosmetica del nemico” che implica un solipsismo affamato, si affamato, di superfici lucide con cui devo farci i miei pericolosissimi conti. Con la penna, le mani, usando i nei, i miei nei come unità di misura del corpo. Non più numeri, ma nei, come un codice da interpretare, anche se qui non si tratta di risolvere nulla. Il bello non mi risolve, non è riposante né confortevole, almeno nelle mie vaghe nozioni post-adolescenziali compromesse.
Non si parla nella nostra società in termini di bellezza se non come complimento un po’ posticcio, un accessorio che tutti vogliono e ricercano con i mezzi che il nostro tempo è lieto di offrirci-venderci spesso a caro prezzo. E se dicessi che intendo la bellezza come una forza? In senso fisico, energico però, in senso rivoluzionario anche...
Non facciamo i finti tonti kantiani, la bellezza soggettivamente universale non ci è nota, imbevuti come siamo, più o meno consciamente, di qualche corrente e categoria estetica verso cui simpatizziamo e da cui attingiamo le norme per giudicare tutto il resto, per “addomesticare” il bello, al posto di viverlo. Ma cosa pretendo allora? Io scrivo per necessità e la bellezza è un tema che in questo momento (sempre!) mi era necessario e quindi ne parlo, non arrivando a nessuna conclusione, perché è così che mi intendo con me stessa…
Non cambio le mie abitudini, anche se forse sarebbe ora... Mi chiedo fino a quanto potrò permettermi di andare in giro con i capelli viola, calze a rete fucsia, e orpelli simili senza sembrare ridicola. Ma perché dovrebbe importarmi?
La bellezza si materializza nel rapporto con l’Altro, non esiste una bellezza non dialogata, non esiste una bellezza che non venga giocata, riflessa, “imbrogliata”. l’illusione è arte, è tecnica delle prime, ultime cose. La bellezza è questa dolcissima nemica cosmetica dall’aurea violacea."
VALENTINA84
"La bellezza secondo me... Prima di poter rispondere ci ho dovuto pensare tanto. Quante volte diciamo “quella persona è bella” riferendoci magari a un calciatore, a una modella o a una velina… ma anche nella vita quotidiana, in discoteca, a lavoro incontriamo qualcuno è diciamo che è bello spesso perché ha un fisico da urlo o un andamento possente.
Per una persona come me che si sente e forse si è sempre sentita brutta, nonostante alcuni mi dicano il contrario, non è facile definire una cosa che non sento mi appartenga…
Inizio con una frase che mi ha detto il mio dolcissimo ragazzo: “Ogni tuo sorriso è come aver conquistato il più lontano dei pianeti”!!! Ogni volta che riesce a farmi ridere mi dice che sono bellissima, ma io non credo proprio di esserlo… poi quando rido men che meno… infatti quando mi fanno le foto non riesco mai a ridere!!!
Forse questa potrebbe essere una bellezza per tutte noi: il SORRISO!!!
Poi leggendo il libro di Fabio Volo “Un posto nel mondo” dice una frase che mi ha colpito molto… “vedersi riflessi negli occhi di chi ci ama ci rende molto più belli”!!!
Io credo che personalmente il mio problema sia questo: io mi guardo sempre con i miei occhi severissimi, che non fanno altro che criticarmi, in ogni piccolo dettaglio… sempre a dire che questo non va bene, questo neanche… che quella ragazza ha il fisico migliore del mio, che un’altra è più slanciata, ecc…potrei stare ore ad elencare le cose che non mi piacciono di me e che invece trovo stupende in altre persone.
Ma è proprio questo mio non vedermi bella che mi ha condannata: sei brutta non vai bene…meglio scomparire!!!E ora che sono ingrassata: sei bruttissima, orrenda…non sei più magra…continua ad abbuffarti tanto ormai…Come se avessi qualcosa di irreparabile…ma ora ho capito che non è così!!!
Sono una ragazza sanissima… e anche bella perché sono io!!! Valentina come me ce ne è una sola e solo una ce ne sarà!!! Che poi: bella per chi??? Per i canoni di miss Italia??? Beh non mi interessa fare la modella nè la soubrette… io sono e voglio fare l’ingegnere, ma voglio anche essere in futuro una moglie che sarà la più bella per suo marito e una mamma che sarà la migliore del mondo per i suoi figli!!!
La chiave della bellezza secondo me è volersi bene…
Io ora sto camminando verso questa strada… passettino dopo passettino… caduta dopo caduta…
Con la mia forza…con tutta la voglia che ho di stare bene e quando riesco, con il… sorriso!!!"
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mercoledì 29 aprile 2009
La bellezza secondo me - Take 1
Ragazze, let's start!! ^__^
L'8 Aprile avevo pubblicato un post dal titolo "La bellzza secondo me", invitandovi ad esprimere la vostra opinione di merito al concetto di "bellezza".
Per prima cosa, voglio ringraziare tutte le meravigliose persone che hanno risposto al mio appello inviandomi le loro preziose risposte... Non ne aspettavo così tante, perciò, davvero GRAZIE A TUTTE VOI!!
Data la quantità di risposte, dunque, quello che era nato come un "post cumulativo", sarà spezzato in 5 post differenti, uniti dal fil rouge dell'argomento "bellezza"... Abbiate un po' di pazienza, e pubblicherò tutte le vostre parole...
Cominciamo quindi subito con i primi 5 interventi...
ILARIA
"Cos’è la bellezza?
Poter sorridere di fronte al riflesso dello specchio, andare fieri di dire “questo riflesso mi appartiene”... la consapevolezza di valere, di importare... poter andare in giro a testa alta... e non sempre con gli occhi bassi nell’eterno desiderio di voler scomparire.
Adesso che ci penso... non ho un’idea precisa di “bellezza”: nessun canone fisso, nessuno stereotipo. Alte o basse, bionde o more, non è quello che fa la differenza. È il fatto di sentirsi adeguate. Una volta mi dicevano “sei proprio carina”: brava a scuola, figlia perfetta, sorella perfetta, amica perfetta... nessuno aveva niente da ridire. E la prima che ha trovato qualcosa da ridire sono stata proprio io, che un giorno ho deciso che il “carina” non mi si addiceva... e dovevo cambiare.
Adesso, sai... nessuno mi dice da mesi, se non anni, che sono “carina”: eppure sono sempre io, la stessa ragazza, la stessa figlia, la stessa sorella, la stessa Ilaria. Mi hai detto che “non esistono persone giuste o sbagliate”, però di fatto esistono persone che l’opinione comune ritiene tali.
Tutte noi abbiamo fatto/stiamo facendo questo per arrivare a quella che consideriamo BELLEZZA, e che forse non raggiungeremo mai. Questa mattina guardavo una mia compagna di classe: è la classica “figa”, ma non perché particolarmente BELLA, quanto perché ritenuta così da tutti... come cammina, come parla, come... com’è. Ecco, direi che lei è proprio “bella”.
Dunque, questa è la mia teoria... la bellezza, quella che cerco attraverso questo percorso di accettazione-rifiuto del cibo, non è fatta solo di dimagrimento. Il dimagrimento in sé non è altro che un mezzo per arrivare più in là. È una pedina del gioco. Solo una pedina. Forse, credo, se fossi magra (se mi vedessi magra, perché a sto punto non ci capisco più niente tra come sono e come vedo) sarei BELLA perché avrei stabilito di esserlo. Una è bella quando crede e si sente tale.
Io non sono bella. Non sono neanche lontanamente carina.
Tornando al nemico-amico specchio... lui è il dado, che determina le mosse delle pedine.
Specchio e bilancia = dadi; restrizione = pedina; bellezza = vittoria.
Più o meno nella mia testa la partita si gioca così...
Vincerò solo se la mia pedina non verrà distrutta... solo se i dadi la lasceranno proseguire in santa pace.
Questo è tutto quello che ti direi nei momenti bui... sto cercando un po’ alla volta di distruggere completamente l’intero gioco, dadi, pedine... tutto.
E va già meglio, perché anche se non sono per niente “bella”, a volte guardando lo specchio, un accenno di sorriso lo faccio. A volte guardo il riflesso di fronte a me,e penso “sei tutto quello che mi resta, e ti voglio bene”."
INVISIBILE
"La bellezza è uscire di casa ed essere felice.
La bellezza è indossare un vestito e sentirsi elegante.
La bellezza è ascoltare qualcuno ed aiutarlo.
La bellezza è guardarsi allo specchio e piacersi."
ASHA
"Io ho saputo amare uomini e donne indistintamente proprio perchè l'amore, come la bellezza, è soggettivo e va al di là di convinzioni e apparenze.
La bellezza è quel neo vicino al naso che ti fa apparire così particolare, così vera, così unica.
E' quel vezzo di rossetto che esalta le tue labbra in una giornata di sole.
E' quel profumo particolare che una sera di estate mi avvolge e ogni volta che lo sento penso a te.
E' quel gesto preciso in quel momento che cambia la nostra vita e che rimarrà impresso nella mia testa per tutta la mia esistenza.
La bellezza quindi, non è un fattore puramente estetico. E' quanto di più poetico, sentito, ricercato, una persona possa fare per te, direttamente o indirettamente.
Di ogni persona che ho amato, ad esempio, ricordo la sua bellezza. Ricordo le dolcissime parole di mio marito, le lacrime quando stavo per entrare per fare il cesareo di tutti e due i miei bambini, il suo sguardo abbracciandoli che ringraziava il mio dolore, le continue coccole e carezze che mi regala. Adoro la sua lunga schiena morbida, sulla quale spesso mi piace riposare.
Di una ragazza ricordo i lunghi capelli neri che portava come un premio da esibire, la pelle eburnea e morbida scurita dal diabete giovanile, le sue mani ossute con quelle unghie sempre appuntite, il dolce sorriso e l'immensa comprensione del mio essere.
La bellezza di un altro ragazzo consisteva nel suo sorriso dirompente, non poteva non sembrare un adone per chiunque ci parlasse, anche solo per un attimo. Poi, magari, attraversando la strada, non lo avresti neanche notato. Ma ricordo le notti a ridere assieme, a raccontarci le nostre vite e ricordo ancora la fiamma della gioia e della spensieratezza nei suo occhi che lo faceva così bello e attraente.
Il mio primo ragazzo, ad esempio, era veramente bello. Solare, mediterraneo, allegro e spensierato. E lui, nel mio cuore, è rimasto sempre il più bello. Ma un motivo c'è, la vita ci ha diviso alle superiori. Io sono rimasta in questa vita e lui è passato all'altra. Non avendomi mai potuto "tradire" in nessun modo, mai ferire, mai soffrire, nel mio cuore rimane "l'assoluto" di bellezza pura, giovane, semplice e amore che ho mai vissuto.
Quindi, tutto ciò, per dirvi che la bellezza va vissuta in ogni sua forma. Che poi di ogni persona ci rimane impressa una particolarità, un modo di essere, un evento che fa di lui, per noi, la cosa più bella del mondo.
E spesso la bellezza è "temporale". Ciò che oggi ci appare meraviglioso, stupendo, virile, dolcissimo, l'indomani, per un qualsiasi evento che muta il nostro pensiero o il nostro animo, può divenire la più tenebrosa e ripugnante delle bellezze.
Da grande ho capito che "non si può piacere a tutti", ma sicuramente si può essere piacevole per un numero infinito di persone. E questo va molto al di fuori del "fisico" e di quei canoni di bellezza che difficilmente possono essere raggiunti e mantenuti.
Poi, come ciliegina sulla torta, mia nonna diceva sempre: "Sai Sarah, le persone sono una bilancia. Se togli da una parte, aggiungeranno nell'altra. Così come la bellezza e l'intelligenza degli umani." Poi mi guardava e mi diceva: "Noi siamo molto intelligenti, non stupirti se sembriamo goffe e buffe. Stai sicura che questa è la scelta migliore". E io le sorridevo e ho sempre creduto fermamente in ciò che lei mi raccontava."
PILARY
"La bellezza secondo me… è semplicemente "sentirsi belle".
Risposta un po’ banale forse (spero di no!) ma trovo inutile cercare di oggettivare un concetto così soggettivo come questo...
So che quando mi sento bella mi vedo bella... e quando mi sento bella dentro... lo sono anche fuori..."
SORRIDENTE
"La bellezza secondo me è qualcosa che va oltre l'aspetto fisico, è la luce ed il calore che una persona emana, è il garbo nella voce e nei movimenti."
L'8 Aprile avevo pubblicato un post dal titolo "La bellzza secondo me", invitandovi ad esprimere la vostra opinione di merito al concetto di "bellezza".
Per prima cosa, voglio ringraziare tutte le meravigliose persone che hanno risposto al mio appello inviandomi le loro preziose risposte... Non ne aspettavo così tante, perciò, davvero GRAZIE A TUTTE VOI!!
Data la quantità di risposte, dunque, quello che era nato come un "post cumulativo", sarà spezzato in 5 post differenti, uniti dal fil rouge dell'argomento "bellezza"... Abbiate un po' di pazienza, e pubblicherò tutte le vostre parole...
Cominciamo quindi subito con i primi 5 interventi...
ILARIA
"Cos’è la bellezza?
Poter sorridere di fronte al riflesso dello specchio, andare fieri di dire “questo riflesso mi appartiene”... la consapevolezza di valere, di importare... poter andare in giro a testa alta... e non sempre con gli occhi bassi nell’eterno desiderio di voler scomparire.
Adesso che ci penso... non ho un’idea precisa di “bellezza”: nessun canone fisso, nessuno stereotipo. Alte o basse, bionde o more, non è quello che fa la differenza. È il fatto di sentirsi adeguate. Una volta mi dicevano “sei proprio carina”: brava a scuola, figlia perfetta, sorella perfetta, amica perfetta... nessuno aveva niente da ridire. E la prima che ha trovato qualcosa da ridire sono stata proprio io, che un giorno ho deciso che il “carina” non mi si addiceva... e dovevo cambiare.
Adesso, sai... nessuno mi dice da mesi, se non anni, che sono “carina”: eppure sono sempre io, la stessa ragazza, la stessa figlia, la stessa sorella, la stessa Ilaria. Mi hai detto che “non esistono persone giuste o sbagliate”, però di fatto esistono persone che l’opinione comune ritiene tali.
Tutte noi abbiamo fatto/stiamo facendo questo per arrivare a quella che consideriamo BELLEZZA, e che forse non raggiungeremo mai. Questa mattina guardavo una mia compagna di classe: è la classica “figa”, ma non perché particolarmente BELLA, quanto perché ritenuta così da tutti... come cammina, come parla, come... com’è. Ecco, direi che lei è proprio “bella”.
Dunque, questa è la mia teoria... la bellezza, quella che cerco attraverso questo percorso di accettazione-rifiuto del cibo, non è fatta solo di dimagrimento. Il dimagrimento in sé non è altro che un mezzo per arrivare più in là. È una pedina del gioco. Solo una pedina. Forse, credo, se fossi magra (se mi vedessi magra, perché a sto punto non ci capisco più niente tra come sono e come vedo) sarei BELLA perché avrei stabilito di esserlo. Una è bella quando crede e si sente tale.
Io non sono bella. Non sono neanche lontanamente carina.
Tornando al nemico-amico specchio... lui è il dado, che determina le mosse delle pedine.
Specchio e bilancia = dadi; restrizione = pedina; bellezza = vittoria.
Più o meno nella mia testa la partita si gioca così...
Vincerò solo se la mia pedina non verrà distrutta... solo se i dadi la lasceranno proseguire in santa pace.
Questo è tutto quello che ti direi nei momenti bui... sto cercando un po’ alla volta di distruggere completamente l’intero gioco, dadi, pedine... tutto.
E va già meglio, perché anche se non sono per niente “bella”, a volte guardando lo specchio, un accenno di sorriso lo faccio. A volte guardo il riflesso di fronte a me,e penso “sei tutto quello che mi resta, e ti voglio bene”."
INVISIBILE
"La bellezza è uscire di casa ed essere felice.
La bellezza è indossare un vestito e sentirsi elegante.
La bellezza è ascoltare qualcuno ed aiutarlo.
La bellezza è guardarsi allo specchio e piacersi."
ASHA
"Io ho saputo amare uomini e donne indistintamente proprio perchè l'amore, come la bellezza, è soggettivo e va al di là di convinzioni e apparenze.
La bellezza è quel neo vicino al naso che ti fa apparire così particolare, così vera, così unica.
E' quel vezzo di rossetto che esalta le tue labbra in una giornata di sole.
E' quel profumo particolare che una sera di estate mi avvolge e ogni volta che lo sento penso a te.
E' quel gesto preciso in quel momento che cambia la nostra vita e che rimarrà impresso nella mia testa per tutta la mia esistenza.
La bellezza quindi, non è un fattore puramente estetico. E' quanto di più poetico, sentito, ricercato, una persona possa fare per te, direttamente o indirettamente.
Di ogni persona che ho amato, ad esempio, ricordo la sua bellezza. Ricordo le dolcissime parole di mio marito, le lacrime quando stavo per entrare per fare il cesareo di tutti e due i miei bambini, il suo sguardo abbracciandoli che ringraziava il mio dolore, le continue coccole e carezze che mi regala. Adoro la sua lunga schiena morbida, sulla quale spesso mi piace riposare.
Di una ragazza ricordo i lunghi capelli neri che portava come un premio da esibire, la pelle eburnea e morbida scurita dal diabete giovanile, le sue mani ossute con quelle unghie sempre appuntite, il dolce sorriso e l'immensa comprensione del mio essere.
La bellezza di un altro ragazzo consisteva nel suo sorriso dirompente, non poteva non sembrare un adone per chiunque ci parlasse, anche solo per un attimo. Poi, magari, attraversando la strada, non lo avresti neanche notato. Ma ricordo le notti a ridere assieme, a raccontarci le nostre vite e ricordo ancora la fiamma della gioia e della spensieratezza nei suo occhi che lo faceva così bello e attraente.
Il mio primo ragazzo, ad esempio, era veramente bello. Solare, mediterraneo, allegro e spensierato. E lui, nel mio cuore, è rimasto sempre il più bello. Ma un motivo c'è, la vita ci ha diviso alle superiori. Io sono rimasta in questa vita e lui è passato all'altra. Non avendomi mai potuto "tradire" in nessun modo, mai ferire, mai soffrire, nel mio cuore rimane "l'assoluto" di bellezza pura, giovane, semplice e amore che ho mai vissuto.
Quindi, tutto ciò, per dirvi che la bellezza va vissuta in ogni sua forma. Che poi di ogni persona ci rimane impressa una particolarità, un modo di essere, un evento che fa di lui, per noi, la cosa più bella del mondo.
E spesso la bellezza è "temporale". Ciò che oggi ci appare meraviglioso, stupendo, virile, dolcissimo, l'indomani, per un qualsiasi evento che muta il nostro pensiero o il nostro animo, può divenire la più tenebrosa e ripugnante delle bellezze.
Da grande ho capito che "non si può piacere a tutti", ma sicuramente si può essere piacevole per un numero infinito di persone. E questo va molto al di fuori del "fisico" e di quei canoni di bellezza che difficilmente possono essere raggiunti e mantenuti.
Poi, come ciliegina sulla torta, mia nonna diceva sempre: "Sai Sarah, le persone sono una bilancia. Se togli da una parte, aggiungeranno nell'altra. Così come la bellezza e l'intelligenza degli umani." Poi mi guardava e mi diceva: "Noi siamo molto intelligenti, non stupirti se sembriamo goffe e buffe. Stai sicura che questa è la scelta migliore". E io le sorridevo e ho sempre creduto fermamente in ciò che lei mi raccontava."
PILARY
"La bellezza secondo me… è semplicemente "sentirsi belle".
Risposta un po’ banale forse (spero di no!) ma trovo inutile cercare di oggettivare un concetto così soggettivo come questo...
So che quando mi sento bella mi vedo bella... e quando mi sento bella dentro... lo sono anche fuori..."
SORRIDENTE
"La bellezza secondo me è qualcosa che va oltre l'aspetto fisico, è la luce ed il calore che una persona emana, è il garbo nella voce e nei movimenti."
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