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lunedì 7 settembre 2009
Pensiero del giorno
Per tanto tempo siamo state le nostre peggiori nemiche.
Non c’è niente di più semplice.
Adesso è arrivato il momento di essere le nostre migliori amiche.
Di combattere PER noi stesse, e non più CONTRO noi stesse.
Non c’è niente di più difficile.
Ma ne vale assolutamente la pena.
Non c’è niente di più semplice.
Adesso è arrivato il momento di essere le nostre migliori amiche.
Di combattere PER noi stesse, e non più CONTRO noi stesse.
Non c’è niente di più difficile.
Ma ne vale assolutamente la pena.
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lunedì 24 agosto 2009
Modi per morire... e per vivere
Esistono molti modi per morire.
Alcuni di questi sono poco dolorosi: morire per soffocamento da gas di scarico, tagliarsi la giugulare, imbottirsi di tranquillanti, spararsi alla tempia, saltare giù dall’ultimo piano di un palazzo.
Non ci vuole poi molto, no?!
Altri sono mediamente dolorosi: tagliarsi le vene, mangiare cocci di vetro, bere un litro di candeggina, bere un paio litri di ammoniaca, assumere barbiturici, andare in overdose, diventare anoressica, diventare bulimica.
Ma ce n’è uno che è più doloroso di tutti gli altri: VIVERE.
Perché nel momento in cui decidi di abbandonare lo scudo dell’anoressia per provare a viere una vita degna d'essere chiamata tale, provi un dolore così forte che ti sembra di essere quasi sul punto di morire. Perché la scelta o meno della strada del ricovero è quella che mette di fronte al bivio tra la vita e la morte. Perché con l’anoressia si muore solo per vivere, si muore dentro, ogni giorno un po’ di più. È arrivato il momento d’imparare a vivere solo per vivere.
Vivere, poiché vivere è il modo in cui muoiono le persone che hanno coraggio. Tutti gli altri sono solo palliativi, anestetici, modi che si pensa possano aiutarci a metterci in stand-by.
Bisogna trovare il coraggio di ricominciare a vivere davvero, perché che si viva per morire o che si muoia per vivere, a nessuno interessa. Se l’anoressia è la scelta di diventare invisibili per essere viste dagli altri – questa è solo un’altra delle bugie che l’anoressia racconta. Nella nostra vita, siamo solo noi di fronte a noi stesse. Questa battaglia è unicamente la NOSTRA. Questa vita è unicamente la NOSTRA. Dobbiamo trovare il coraggio di viverla. Viverla perché nell’immenso palcoscenico del mondo, anche se non conosciamo la coreografia, ci verrà richiesto comunque di ballare. Non dobbiamo permettere all’anoressia di farci rimanere sedute in un angolo: IMPROVVISIAMO.
Certo, decidere di combattere contro l’anoressia è un rischio, ma chi non rischia non prova dolore… e chi non prova dolore, non potrà mai dire di essere viva davvero.
E ricordate sempre che morire è il coraggio di un attimo… ma vivere è il coraggio di sempre.
Alcuni di questi sono poco dolorosi: morire per soffocamento da gas di scarico, tagliarsi la giugulare, imbottirsi di tranquillanti, spararsi alla tempia, saltare giù dall’ultimo piano di un palazzo.
Non ci vuole poi molto, no?!
Altri sono mediamente dolorosi: tagliarsi le vene, mangiare cocci di vetro, bere un litro di candeggina, bere un paio litri di ammoniaca, assumere barbiturici, andare in overdose, diventare anoressica, diventare bulimica.
Ma ce n’è uno che è più doloroso di tutti gli altri: VIVERE.
Perché nel momento in cui decidi di abbandonare lo scudo dell’anoressia per provare a viere una vita degna d'essere chiamata tale, provi un dolore così forte che ti sembra di essere quasi sul punto di morire. Perché la scelta o meno della strada del ricovero è quella che mette di fronte al bivio tra la vita e la morte. Perché con l’anoressia si muore solo per vivere, si muore dentro, ogni giorno un po’ di più. È arrivato il momento d’imparare a vivere solo per vivere.
Vivere, poiché vivere è il modo in cui muoiono le persone che hanno coraggio. Tutti gli altri sono solo palliativi, anestetici, modi che si pensa possano aiutarci a metterci in stand-by.
Bisogna trovare il coraggio di ricominciare a vivere davvero, perché che si viva per morire o che si muoia per vivere, a nessuno interessa. Se l’anoressia è la scelta di diventare invisibili per essere viste dagli altri – questa è solo un’altra delle bugie che l’anoressia racconta. Nella nostra vita, siamo solo noi di fronte a noi stesse. Questa battaglia è unicamente la NOSTRA. Questa vita è unicamente la NOSTRA. Dobbiamo trovare il coraggio di viverla. Viverla perché nell’immenso palcoscenico del mondo, anche se non conosciamo la coreografia, ci verrà richiesto comunque di ballare. Non dobbiamo permettere all’anoressia di farci rimanere sedute in un angolo: IMPROVVISIAMO.
Certo, decidere di combattere contro l’anoressia è un rischio, ma chi non rischia non prova dolore… e chi non prova dolore, non potrà mai dire di essere viva davvero.
E ricordate sempre che morire è il coraggio di un attimo… ma vivere è il coraggio di sempre.
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domenica 17 maggio 2009
Il primo giorno del resto della mia vita

Questa è la storia di un incontro che non dura una vita, ma la cambia per sempre. Questa è la storia del 17 Maggio 2008. Questa è la storia del primo giorno del resto della mia vita.
C’è un momento nella vita in cui si aprono gli occhi. Si aprono gli occhi e si vede la luce. È il momento in cui si dice basta. È il momento in cui si sceglie di cominciare a combattere. A combattere per noi stesse, e non più contro noi stesse. Il momento in cui si decide di dire addio all’anoressia, si fa inversione a U, e s’inizia a mettere piede, per la prima volta sul serio, sulla strada del ricovero. Il mio momento è stato esattamente un anno fa. Il 17 Maggio 2008. Sì, il primo giorno del resto della mia vita.
Reduce da un periodo d’anoressia veramente brutto, da una ricaduta di quelle pese, in questo giorno, l’anno scorso, sono andata a San Bonifacio, dove le t.A.T.u., le mie cantanti preferite, si sarebbero esibite in un live nel locale Club Skylight. Avevo esitato tanto prima di prendere questa decisione, ma alla fine avevo deciso di andarci. Con i sentimenti contrastanti, i pensieri contrastanti, ma ci sono andata. Mio papà scherzava, diceva “E’ il richiamo del fan, ti ci vuole questo per scollarti di casa!”, ma io penso sul serio che ci sia stato del vero in questo. Ma non era solo questo. Era di più. Non semplicemente il richiamo del fan, bensì il richiamo di qualcosa di più profondo, forse di nuovo la ricerca di un appiglio per non sprofondare, per provare a tenersi a galla anche solo per una sera. Per ritrovare qualcosa che è stato salvato da tutto, e che è rimasto nonostante tutto. Pensandoci, mi sono accorta che non mi veniva in mente nient’altro di cui potessi dire la stessa cosa. Perciò alla fine ci sono andata.
E mi sono detta che ci dovevo andare come si deve, con la camicia bianca e la cravatta a quadretti scozzesi, com’era stato quando avevo sentito per la prima volta una loro canzone, com’era stato quando volevo andarle a vedere al Festivalbar, com’era stato quando avevo 14 anni e cantavo le loro canzoni e m’immedesimavo in loro ed avrei voluto essere come loro ed avrei voluto essere con loro e mi ero comprata pure la minigonna a pieghe come la loro. Così mi sono messa la camicia bianca e la cravatta a quadretti scozzesi, e sono andata al Club Skylight, e quando sono arrivata lì era quasi la mezzanotte.
Sono scesa e mi sono diretta verso l’ingresso del locale con le nocche che mi erano sbiancate da quanto stringevo forte il biglietto. Solo che all’ingresso c’era una marea di gente che faceva la fila per entrare, fila per modo di dire visto che più che altro era una calca assiepata all’ingresso con la gente che cercava d’introdursi per prima, ma che fretta avranno avuto, mi chiedevo io, che avevo solo voglia di venire via da lì. E ho cominciato a domandarmi: ma che cavolo sono venuta a fare. Perché io non ce la faccio, però sono sempre in tempo a tornare indietro. E in prima battuta l’ho fatto. Girato il culo e tornata alla macchina. Il mio riflesso sul finestrino della macchina mi guarda beffardo come a chiedermi: già finito? E io a rispondergli: ho dimenticato il documento, non ti lasciano passare se non dimostri che sei maggiorenne. Il documento ce l’avevo in tasca, però. Perciò ho preso la borsa, ho tirato fuori il post-it, e me lo sono infilato in tasca velocissimamente. Tanto per mentire anche di fronte a me stessa. Divertiti, mi dico mentre richiudo lo sportello della macchina. E con questo mi frego da sola perché non posso più tornare indietro col pretesto che ho dimenticato qualcosa. Cosa, poi? Il biglietto? La penna per farmi fare l’autografo? Il coraggio? Va bene, porca puttana, ritorno all’ingresso. Calca uguale a prima. Medito uno svenimento tattico (ma anche fisiologico, considerate le mie precarie condizioni fisiche), poi opto per una fessura laterale in cui riesco a scorrere più o meno senza problemi. Data la shilouette. Ah, ah, ah. Mi ritirano il biglietto, e così sono entrata.
Premessa: mia prima volta in un locale. Scenario: una bolgia di persone che sta stipata in una misera pista da ballo con luci stroboscopiche, caldo, odore di chiuso, di sudore e musica tunz-tunz a tutto volume. Ho resistito per circa 7 secondi e 36 decimi. Dopodichè ho mandato a fanculo le t.A.T.u. (che prima delle 2 non sarebbero arrivate) e mi son detta che l’unica cosa che dovevo fare era cercare una via d’uscita. Ero assolutamente certa che se fossi rimasta lì anche solo 2 secondi in più mi sarei messa a gridare. La cosa positiva, nella fattispecie, era che anche se l’avessi fatto, causa musica, non mi avrebbe sentito nessuno.
Insomma, sono riuscita più o meno a strisciare fino al cesso. C’erano 3 toilette, quindi non rischiavo di fare l’occupazione a oltranza: mi sono infilata in una e mi sono chiusa dentro. Lì ho ricominciato a respirare. Mi sono detta che sarei uscita solo quando il locale si fosse svuotato. E a fanculo tutto il resto. Da una parte pure mi dispiaceva essere arrivata fin lì per poi non vedere niente, però stavo davvero troppo male a stare nel mezzo agli altri, e quel cesso era così tranquillo rispetto a tutto il resto, lì davvero non mi vedeva nessuno, potevo respirare. Allora mi sono appallottolata sul pavimento, testa tra le ginocchia e braccia intorno, e mi sono messa a raccontarmi la trama dell’ultimo libro che avevo letto, ma con calma, tanto per impegnare il tempo. E non lo so per quanto tempo sono rimasta così, ma riuscivo solo così a respirare, quindi ci sono rimasta.
E poi ho sentito il DJ che annunciava l’esibizione delle t.A.T.u. e nell’aria hanno risuonato le note della prima canzone che hanno cantato: Loves me not. E io ho sentito che erano loro, che erano lì, che c’erano veramente, e che forse c’era anche un altro posto dove poter respirare, anche solo per un attimo. Nei loro occhi. Ho pensato con tutta la gente che c’è però non riuscirò a vederle neanche da lontano. Ma è il richiamo del fan. O è qualcosa di più profondo, non so. È quel qualcosa che ti dice ogni lasciata è persa, che se vuoi qualcosa nella vita devi darti da fare e prendertela, che non si può tornare indietro ma che c’è qualcosa che si salva e che se è l’unica cosa che si salva nella tua vita che è andata completamente a puttane allora merita di essere salvata. Se è l’unica cosa che può farti essere qualcosa. Forse te stessa.
Sono uscita dal cesso, e il palco era lì, non lontano ma a poco più di 5 metri, con loro, le t.A.T.u., che erano lì sopra e cantavano, e quelle parole anche se non le avevo più cantate le ricordavo, le ricordavo tutte, dalla prima all’ultima, e mi sono messa ad intonarle insieme a loro. Insieme a loro e a una miriade di altri fan, si capisce. E in prima battuta mi ha fatto strano, perché finora le loro canzoni le avevo sempre ascoltate nell’intimità della mia stanza, ed era stato sempre un po’ come se le cantassero solo per me, invece adesso le t.A.T.u. stavano cantando per tutti e non lo sapevano neppure che io c’ero. Ma io c’ero. Forse è stato proprio quello il punto. Io c’ero e ho sentito che c’ero. Ho sentito che c’ero mentre cantavo, mentre le guardavo, mentre mi veniva involontariamente da sorridere, mentre tornavo quattordicenne anche solo per il tempo di qualche canzone. C’erano anche gli altri, ma gli altri sono spariti e siamo rimaste solo io e le t.A.T.u., io e loro, io spezzata, frantumata, lacerata, rotta dentro, loro bellissime, splendenti, sorridenti, semplicemente "perfette" come la loro musica… eppure una cosa sola. Loro cantavano, io cantavo e mi sono dimenticata di tutto, compresa l’anoressia.
Non riesco a descrivere come mi sono sentita… diversa eppure me stessa, autentica. Lì, in tanti, in mezzo ad un entusiasmo indescrivibile al quale partecipavo anch’io. Non c’era più distinzione tra dove finivo io e dove cominciavano gli altri. Eravamo solo io e loro, come se fossi stata sul palco a cantare con loro, come se stessero cantando di nuovo solo per me. E sono stata bene. Non ho sentito più niente e sono stata bene. La musica mi è entrata dentro e mi ha fatta vibrare. Ho continuato a cantare, e tutto era in perfetta sintonia, una sorta di oceano umano di cui io non ero che una goccia in un grande mare in cui eravamo tutti confusi. I bisogni annullati, i pensieri cancellati. Niente più paura né solitudine, solo una meravigliosa sensazione di essere lì insieme a loro 2, di calore e di assenza di desideri: tutto si stava già realizzando. Hanno cantato 10 canzoni ed io con loro, persino la mia preferita, Not gonna get us, ed è stato semplicemente meraviglioso. Solo quando loro hanno salutato ed i riflettori sono calati sono stata assalita da un’ondata di panico, la consapevolezza che adesso era finito tutto e che ricominciavo a precipitare, che la gente era tornata tutt’intorno e non potevo più respirare ma solo soffocare.
E allora, senza neanche pensarci, ho fatto la cosa, l’unica che in quel momento avrei potuto fare, l’unica che sentivo possibile, l’unica ancora di salvezza: nel momento in cui loro sono sparite dietro le quinte mi sono lanciata all’inseguimento. Ho sgomitato come una forsennata tra la calca, a testa bassa come quando bisogna prendere il primo tram o si perde il treno, alla faccia di tutto e di tutti. Se vuoi qualcosa nella vita, ragazza mia, se vuoi qualcosa nella vita, lascia che te lo dica, datti da fare e prenditela, cazzo.
Semplicemente non ci ho pensato, ma quando sono arrivata loro si stavano già dirigendo verso i camerini, con tanto di bodyguards a corona. Ho continuato a non pensare. O forse sì, ma solo per o la va o la spacca. E io sono andata. Di corsa. Ho afferrato Lena per il retro dell’impermeabile ancor prima che qualcuno – io stessa – potesse accorgersi di quello che stava succedendo. Lei si è voltata e altrettanto hanno fatto i 3 bodyguards, lanciandomi le occhiate di chi riconosce l’assassino di John Lennon. Oddio cosa sto facendo. Adesso mi pestano. Scappo. E invece no. Invece sono rimasta lì, immobile, più perché a quel punto ero terrorizzata che non per coraggio. Se mi avessero conficcato un’accetta in testa prendendo la rincorsa, probabilmente sarei rimasta lì a beccarla in pieno. Ma poi Lena ha detto “No, it’s okay”, mi ha sorriso mi ha preso la mano e siamo entrate in un privée. Io semplicemente non credevo che stava succedendo davvero, e avrei voluto dire un milione di cose ma ero come paralizzata e non mi usciva niente.
Mi hanno fatto gli autografi su una locandina, Yulia mi ha preso dalle mani la macchina fotografica e l’ha data a un bodyguard che ha scattato. E io pensavo a un miliardo di cose, e io non pensavo a niente, e io volevo dire tante tantissime cose ma le parole si erano bloccate da qualche parte e non volevano saperne di uscire… Tutte le volte che, in passato, avevo immaginato di parlare con loro, tutti i discorsi che mi ero costruita con cura in inglese e in russo, tutto quello che mi passava per la testa era fermo lì, non arrivata alla lingua. E poi un bodyguard mi ha rimesso in mano la macchina fotografica e mi ha allontanata in maniera spiccia, fine di tutto, tutte le parole bloccate dentro, e non sono riuscita a dire niente, e ho continuato a guardarle mentre mi allontanavo sospinta, e loro sorridevano, e io penso che quel loro sorriso me lo ricorderò per sempre, quel loro sorriso che per un attimo mi ha fatto dimenticare tutto e mi ha fatto sentire “normale” io me lo ricorderò per sempre. E poi gliel’ho detto: “Cпасибо”. Grazie. Ma ero troppo lontana e sicuramente non mi hanno sentita. Ma non importa. Sono riuscita a dirglielo. E spero che i miei occhi gli abbiano detto quello che la voce ha taciuto. I loro sì.

Certo, poi sono tornata alla mia vita ordinaria. Ma per un attimo, c’era stato qualcosa. Non m’importa se era stata solo un’ora a cantare le loro canzoni, o pochi secondi di pazzo inseguimento, o l’istante di uno scatto fotografico. C’era stato. E io ho sentito che poteva esserci ancora. Ho sentito che potevo ricominciare. Ho sentito che quello poteva essere il primo giorno del resto della mia vita. Perché, per un attimo c’era stato qualcosa. Quell’attimo, sì, quell’attimo. Qualsiasi cosa succeda, sarà dentro di me. Per sempre. Навсегда.
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martedì 14 aprile 2009
Ricadere nella ricaduta
Le ricadute ci sono spesso. Io stessa ne sono l’esempio più evidente. E non c’è niente di male, niente di sbagliato in questo. Le ricadute sono parte integrante del ricovero. Davvero.
E allora, come venirne a capo e rialzarsi?
Punto n°1: Imparate a non sentirvi frustrate o arrabbiate con voi stesse se vi capita di riadottare alcuni comportamenti disfunzionali: siete umane, la perfezione non esiste. Ogni tanto ricadere capita, e va bene. Va davvero bene. Ve lo assicuro.
Punto n°2: Tenete sempre presente il fatto che se avete una ricaduta, ciò non significa che siete tornate al punto di partenza. Ogni progresso che avete fatto, ogni piccola cosa che siete riuscite a conquistare, non svaniscono solo perché c’è stata una ricaduta, ma rimangono sempre a costituire il vostro background. Tutti i vostri progressi NON sono negati, NON sono mandati a puttane dalla ricaduta. Anzi, potete utilizzarli come basi per ripartire nel vostro processo di ricovero, in maniera tale da prendere consapevolezza di quello che vi ha fatto ricadere, imparando così ad evitarlo. Imparando a stare più attente. Usate i vostri progressi. Vi porteranno esattamente dove volete arrivare. Potrà volerci molto tempo. Potrà essere dannatamente difficile. Ma ci arriverete.
Le cose contro cui state combattendo si riveleranno alla fine le più remunerative. La vostra vita è IMPORTANTE, e voi state combattendo per la salute e per la felicità, adesso… e quando raggiungerete la vostra meta… sarà fantastico.
Punto n°3: Non arrendetevi. Trovate il coraggio e la forza di rialzarvi anche se la caduta è stata brutta. Se avete bisogno d’aiuto, non vergognatevi a chiederlo. Avere l’umiltà di ammettere di essere in difficoltà è segno di vera intelligenza. Certe volte rialzarsi sarà particolarmente duro, ma non mollate. Ne vale la pena, alla fine. Perché la fine può essere il vostro nuovo inizio.
E allora, come venirne a capo e rialzarsi?
Punto n°1: Imparate a non sentirvi frustrate o arrabbiate con voi stesse se vi capita di riadottare alcuni comportamenti disfunzionali: siete umane, la perfezione non esiste. Ogni tanto ricadere capita, e va bene. Va davvero bene. Ve lo assicuro.
Punto n°2: Tenete sempre presente il fatto che se avete una ricaduta, ciò non significa che siete tornate al punto di partenza. Ogni progresso che avete fatto, ogni piccola cosa che siete riuscite a conquistare, non svaniscono solo perché c’è stata una ricaduta, ma rimangono sempre a costituire il vostro background. Tutti i vostri progressi NON sono negati, NON sono mandati a puttane dalla ricaduta. Anzi, potete utilizzarli come basi per ripartire nel vostro processo di ricovero, in maniera tale da prendere consapevolezza di quello che vi ha fatto ricadere, imparando così ad evitarlo. Imparando a stare più attente. Usate i vostri progressi. Vi porteranno esattamente dove volete arrivare. Potrà volerci molto tempo. Potrà essere dannatamente difficile. Ma ci arriverete.
Le cose contro cui state combattendo si riveleranno alla fine le più remunerative. La vostra vita è IMPORTANTE, e voi state combattendo per la salute e per la felicità, adesso… e quando raggiungerete la vostra meta… sarà fantastico.
Punto n°3: Non arrendetevi. Trovate il coraggio e la forza di rialzarvi anche se la caduta è stata brutta. Se avete bisogno d’aiuto, non vergognatevi a chiederlo. Avere l’umiltà di ammettere di essere in difficoltà è segno di vera intelligenza. Certe volte rialzarsi sarà particolarmente duro, ma non mollate. Ne vale la pena, alla fine. Perché la fine può essere il vostro nuovo inizio.
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domenica 5 aprile 2009
Il motto di oggi
“Ieri è storia.
Domani è un mistero.
Solo oggi è un dono.
Per questo lo chiamiamo IL PRESENTE”.
(E. Roosevelt)
… e io aggiungo: “…perciò, viviamo per l’OGGI”.
Ripetetelo insieme a me.
E continuate ad andare avanti.
“Ieri è storia.
Domani è un mistero.
Solo oggi è un dono.
Per questo lo chiamiamo IL PRESENTE”.
Perciò, viviamo per l’OGGI.
E avanti così…
Domani è un mistero.
Solo oggi è un dono.
Per questo lo chiamiamo IL PRESENTE”.
(E. Roosevelt)
… e io aggiungo: “…perciò, viviamo per l’OGGI”.
Ripetetelo insieme a me.
E continuate ad andare avanti.
“Ieri è storia.
Domani è un mistero.
Solo oggi è un dono.
Per questo lo chiamiamo IL PRESENTE”.
Perciò, viviamo per l’OGGI.
E avanti così…
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giovedì 19 febbraio 2009
Ricordando l'obiettivo...
Questo blog ha uno scopo e un proposito. Non solo, ha un messaggio. Ha un obiettivo. È qui soprattutto per dare una mano alle ragazze con disturbi alimentari. Il mio obiettivo è quello di far capire che è possibile convivere con l’anoressia senza farsene sopraffare, perché è ciò che sto facendo. Perciò voglio che le persone che leggono qui possano dire: “Ehi, se ce la fa lei, allora posso benissimo farcela anch’io!”.
Tutto qui.
Fin dal mio primo ricovero, fin dai miei primi colloqui con psichiatre e psicologhe, ho sempre avuto la sensazione di trovarmi al cospetto di persone estremamente competenti… da un punto di vista teorico. E si sa che il gap tra teoria e pratica è sempre enorme. Sapevo che loro mi comprendevano, ma contemporaneamente mi rendevo pure conto che non potevano capirmi. Semplicemente perché non l’avevano vissuto, solo studiato sui libri. Ed invece avrei tanto voluto una persona che sapesse veramente cosa fosse il mio inferno-paradiso. Perciò, poiché non ho avuto quello che desideravo, sto cercando di trasformarmi in questo per qualcun’altra.
Quando facevo le scuole medie e vedevo ragazze anoressiche in TV o leggevo articoli di giornale in proposito, pensavo che non avrei mai avuto niente a che fare con questo mondo. Ma improvvisamente, prima che me ne rendessi conto, c’ero già dentro. La realtà era diventata TV, e la finzione si era tramutata in realtà.
Quando sono arrivata a pesare XX Kg, sono stata ricoverata per la prima volta. E, l’ho già scritto, non è stato che il primo dei miei ricoveri. Ho fatto passi avanti e poi sono tornata indietro, ho visto la luce e sono sprofondata ancora nelle tenebre, sono stata peggio prima di stare meglio e poi ancora peggio. Talvolta stavo peggio solo perché questo mi faceva sentire meglio.
Per tanto tempo non c’era niente che scattasse dentro la mia testa, per questo finivo inevitabilmente per ricadere negli stessi errori. Non volevo guarire sul serio, anche se era quello che dicevo. La restrizione e l’anoressia erano diventate tali costanti nella mia vita che avevo finito per considerarle normali e, a loro modo, confortanti. Rassicuranti. Restringere, tenere sotto controllo il cibo, mi faceva sentire in grado di tenere sotto controllo molti altri aspetti della mia vita. E, soprattutto, mi faceva sentire speciale. Anche se sapevo che era distorto, non volevo smettere perché non c’era mai stato nient’altro nella mia vita in grado di farmi sentire così speciale. Perciò mi arrabbiavo ogni qualvolta la dietista mi diceva che sarei dovuta arrivare a pesare almeno XX Kg, era un qualcosa di estremamente ansiogeno per me, perché continuavo a pensare a quale sarebbe stato il mio aspetto se avessi raggiunto quel peso, pur sapendo, in qualche recondito angolo della mia mente che mi ostinavo a mettere a tacere, che una donna avrebbe dovuto pesare pure di più di quanto pronosticava per me la dietista… e, ovviamente, anche avere molte più curve. Sembrare una donna. Non una ragazzina.
Anche quando ho cominciato a migliorare e a mangiare abbastanza da poter essere considerata “okay”, ho continuato sempre e comunque a combattere con gli aspetti mentali dell’anoressia: le fondamenta dell’ice-berg. Quello che mi ha sempre dato più noia è che nel momento in cui riacquisti un peso “normale” tutti pensano che stai di nuovo bene e che è finito tutto e che non hai più niente. Non è assolutamente vero, ovviamente, ma gli altri non lo capiscono. È una delle cose più lontane che ci siano dalla verità. L’anoressia è tutta una questione di testa, e si può essere anoressiche a qualsiasi peso. Ma è difficile spiegare a chi non l’ha vissuto sulla propria pelle.
Io sono sempre stata una di quelle persone capaci di fare buon viso a cattivo gioco – di sorridere quando avrei voluto piangere, di parlare sottovoce quando avrei voluto gridare, di dire che andava tutto bene quando stavo da cani – e se questo da una parte può avermi aiutata a fare in modo che nessuno sapesse esplicitamente della mia anoressia, dall’altra sicuramente è stato un fattore di mantenimento del sintomo. Un po’ come se, poiché nessuno conosceva i miei problemi, allora i miei problemi non esistevano, e potevo far finta di essere “normale” e di vivere una vita “normale” almeno per un po’. Ma era un po’ triste. Perché dentro di me mi sentivo continuamente andare in pezzi. Volevo essere felice con gli altri, ma non potevo essere me stessa. Quindi solo la mia maschera era felice. Ma io? Dov’ero finita io?
Mi sentivo come confinata in un angolo a guardare una ragazza che faceva finta di essere me che faceva finta che fosse tutto a posto, di essere felice e di divertirsi.
Mi ero costruita il mio mondo perfetto, avevo fatto in modo di non destare sospetti in nessuno, ed io credevo di essere appagata. Però, ogni tanto, mi sembrava di sentire una voce. “Va davvero tutto bene, Veggie?”. Era come se dentro di me ci fosse stato un blocco di ghiaccio che non si scioglieva mai. Ero lontana anni-luce da tutti, anche quando ero circondata dalla gente. Anche se non volevo ammetterlo, questo mi metteva a disagio, perché mi faceva pensare di essere incapace di provare ogni qualsiasi sentimento. Qualsiasi cosa succedesse, avevo come l’impressione che niente potesse realmente toccarmi. A parte l’anoressia, l’inebriante senso di potere derivato dalla restrizione, tutto mi sembrava indifferente. Ma dentro di me ero tormentata da un grande dubbio. “La realtà è che io non esisto più? Anche se sono tecnicamente viva, la vera me stessa è già morta da un pezzo…”. Se l’era portata via l’anoressia. E io ero rimasta sola. Incastrata da qualche parte nella mia mente, e sola.
Anche se cercavo di mentire a me stessa, sapevo che non mi piaceva affatto l’idea di poter vivere tutta la mia vita in questo modo. Del resto, a chi piacerebbe?
Sapevo, del resto, che se non fossi cambiata io, se non avessi deciso di fare qualcosa, la situazione non sarebbe cambiata. Sapevo che se non avessi deciso di cominciare ad arrampicarmi, dentro quel buco ci sarei rimasta. Che se non avessi cercato di salvare me stessa, nessuno mi avrebbe salvata. E che se non fossi riuscita a salvare me stessa, non sarei stata mai in grado di salvare nessuno.
Soltanto durante l’ultimo periodo del mio 2° anno di università sono riuscita a capirlo fino in fondo. E a reagire. Dopo anni ed anni in cui ero rimasta sul fondo. Dopo anni ed anni di ricoveri. Dopo anni e anni di “equilibri alimentari” prescritti dalla dietista e mai seguiti fino in fondo. Dopo anni ed anni di bugie. Dopo anni ed anni di scorno con la mia famiglia. Dopo anni ed anni di psicoterapia a singhiozzo, assolutamente inconcludente. Dopo anni e anni di una vita che non era vita. Dopo anni ed anni, ho cominciato ad insegnare a me stessa come spezzare il circolo vizioso che stavo ostinandomi a percorrere.
Capendo finalmente che.
Non. Ho. Bisogno. Dell’. Anoressia. Per. Essere. Speciale.
Perché, è vero, non sono speciale. Sono normale. E va bene così. Perché non c’è niente di più speciale del riuscire ad affrontare la vita giorno dopo giorno essendo una persona normale.
E questo vale per tutte voi.
E questo può cominciare con tutte voi.
Ma, soprattutto, questo può cominciare.
Tutto qui.
Fin dal mio primo ricovero, fin dai miei primi colloqui con psichiatre e psicologhe, ho sempre avuto la sensazione di trovarmi al cospetto di persone estremamente competenti… da un punto di vista teorico. E si sa che il gap tra teoria e pratica è sempre enorme. Sapevo che loro mi comprendevano, ma contemporaneamente mi rendevo pure conto che non potevano capirmi. Semplicemente perché non l’avevano vissuto, solo studiato sui libri. Ed invece avrei tanto voluto una persona che sapesse veramente cosa fosse il mio inferno-paradiso. Perciò, poiché non ho avuto quello che desideravo, sto cercando di trasformarmi in questo per qualcun’altra.
Quando facevo le scuole medie e vedevo ragazze anoressiche in TV o leggevo articoli di giornale in proposito, pensavo che non avrei mai avuto niente a che fare con questo mondo. Ma improvvisamente, prima che me ne rendessi conto, c’ero già dentro. La realtà era diventata TV, e la finzione si era tramutata in realtà.
Quando sono arrivata a pesare XX Kg, sono stata ricoverata per la prima volta. E, l’ho già scritto, non è stato che il primo dei miei ricoveri. Ho fatto passi avanti e poi sono tornata indietro, ho visto la luce e sono sprofondata ancora nelle tenebre, sono stata peggio prima di stare meglio e poi ancora peggio. Talvolta stavo peggio solo perché questo mi faceva sentire meglio.
Per tanto tempo non c’era niente che scattasse dentro la mia testa, per questo finivo inevitabilmente per ricadere negli stessi errori. Non volevo guarire sul serio, anche se era quello che dicevo. La restrizione e l’anoressia erano diventate tali costanti nella mia vita che avevo finito per considerarle normali e, a loro modo, confortanti. Rassicuranti. Restringere, tenere sotto controllo il cibo, mi faceva sentire in grado di tenere sotto controllo molti altri aspetti della mia vita. E, soprattutto, mi faceva sentire speciale. Anche se sapevo che era distorto, non volevo smettere perché non c’era mai stato nient’altro nella mia vita in grado di farmi sentire così speciale. Perciò mi arrabbiavo ogni qualvolta la dietista mi diceva che sarei dovuta arrivare a pesare almeno XX Kg, era un qualcosa di estremamente ansiogeno per me, perché continuavo a pensare a quale sarebbe stato il mio aspetto se avessi raggiunto quel peso, pur sapendo, in qualche recondito angolo della mia mente che mi ostinavo a mettere a tacere, che una donna avrebbe dovuto pesare pure di più di quanto pronosticava per me la dietista… e, ovviamente, anche avere molte più curve. Sembrare una donna. Non una ragazzina.
Anche quando ho cominciato a migliorare e a mangiare abbastanza da poter essere considerata “okay”, ho continuato sempre e comunque a combattere con gli aspetti mentali dell’anoressia: le fondamenta dell’ice-berg. Quello che mi ha sempre dato più noia è che nel momento in cui riacquisti un peso “normale” tutti pensano che stai di nuovo bene e che è finito tutto e che non hai più niente. Non è assolutamente vero, ovviamente, ma gli altri non lo capiscono. È una delle cose più lontane che ci siano dalla verità. L’anoressia è tutta una questione di testa, e si può essere anoressiche a qualsiasi peso. Ma è difficile spiegare a chi non l’ha vissuto sulla propria pelle.
Io sono sempre stata una di quelle persone capaci di fare buon viso a cattivo gioco – di sorridere quando avrei voluto piangere, di parlare sottovoce quando avrei voluto gridare, di dire che andava tutto bene quando stavo da cani – e se questo da una parte può avermi aiutata a fare in modo che nessuno sapesse esplicitamente della mia anoressia, dall’altra sicuramente è stato un fattore di mantenimento del sintomo. Un po’ come se, poiché nessuno conosceva i miei problemi, allora i miei problemi non esistevano, e potevo far finta di essere “normale” e di vivere una vita “normale” almeno per un po’. Ma era un po’ triste. Perché dentro di me mi sentivo continuamente andare in pezzi. Volevo essere felice con gli altri, ma non potevo essere me stessa. Quindi solo la mia maschera era felice. Ma io? Dov’ero finita io?
Mi sentivo come confinata in un angolo a guardare una ragazza che faceva finta di essere me che faceva finta che fosse tutto a posto, di essere felice e di divertirsi.
Mi ero costruita il mio mondo perfetto, avevo fatto in modo di non destare sospetti in nessuno, ed io credevo di essere appagata. Però, ogni tanto, mi sembrava di sentire una voce. “Va davvero tutto bene, Veggie?”. Era come se dentro di me ci fosse stato un blocco di ghiaccio che non si scioglieva mai. Ero lontana anni-luce da tutti, anche quando ero circondata dalla gente. Anche se non volevo ammetterlo, questo mi metteva a disagio, perché mi faceva pensare di essere incapace di provare ogni qualsiasi sentimento. Qualsiasi cosa succedesse, avevo come l’impressione che niente potesse realmente toccarmi. A parte l’anoressia, l’inebriante senso di potere derivato dalla restrizione, tutto mi sembrava indifferente. Ma dentro di me ero tormentata da un grande dubbio. “La realtà è che io non esisto più? Anche se sono tecnicamente viva, la vera me stessa è già morta da un pezzo…”. Se l’era portata via l’anoressia. E io ero rimasta sola. Incastrata da qualche parte nella mia mente, e sola.
Anche se cercavo di mentire a me stessa, sapevo che non mi piaceva affatto l’idea di poter vivere tutta la mia vita in questo modo. Del resto, a chi piacerebbe?
Sapevo, del resto, che se non fossi cambiata io, se non avessi deciso di fare qualcosa, la situazione non sarebbe cambiata. Sapevo che se non avessi deciso di cominciare ad arrampicarmi, dentro quel buco ci sarei rimasta. Che se non avessi cercato di salvare me stessa, nessuno mi avrebbe salvata. E che se non fossi riuscita a salvare me stessa, non sarei stata mai in grado di salvare nessuno.
Soltanto durante l’ultimo periodo del mio 2° anno di università sono riuscita a capirlo fino in fondo. E a reagire. Dopo anni ed anni in cui ero rimasta sul fondo. Dopo anni ed anni di ricoveri. Dopo anni e anni di “equilibri alimentari” prescritti dalla dietista e mai seguiti fino in fondo. Dopo anni ed anni di bugie. Dopo anni ed anni di scorno con la mia famiglia. Dopo anni ed anni di psicoterapia a singhiozzo, assolutamente inconcludente. Dopo anni e anni di una vita che non era vita. Dopo anni ed anni, ho cominciato ad insegnare a me stessa come spezzare il circolo vizioso che stavo ostinandomi a percorrere.
Capendo finalmente che.
Non. Ho. Bisogno. Dell’. Anoressia. Per. Essere. Speciale.
Perché, è vero, non sono speciale. Sono normale. E va bene così. Perché non c’è niente di più speciale del riuscire ad affrontare la vita giorno dopo giorno essendo una persona normale.
E questo vale per tutte voi.
E questo può cominciare con tutte voi.
Ma, soprattutto, questo può cominciare.
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domenica 30 novembre 2008
Paura di fallire
Penso sia semplicemente naturale, dopo aver passato l'anoressia, temere di ricaderci… ma la cosa importante è che, se ciò dovesse accedere, adesso sappiamo di avere le armi per combatterla. Quel che è stato parte di noi non cesserà mai completamente di esistere, ma si può essere più forti e riuscire a sopravvivere. Riuscire a conviverci senza che l'anoressia abbia la meglio.
Lo so, a volte pensare di intraprendere un processo di ricovero fa paura. Ma la paura è solo una scusa per non affrontare le cose. Ci vuole molto tempo per liberarsi dei fantasmi del proprio passato, specie se questi ci hanno infestato a lungo. Ma le ricadute sono normali, e bisogna cercare di non scoraggiarsi. È una lotta difficile, lo so, ma possiamo farcela, tutte quante. Ci saranno giorni buoni e giorni cattivi. Bisogna solo non perdere mai di vista il traguardo, ciò che ci vuole veramente dalla vita. Se si riesce a tenere la testa alta, a rialzarsi dopo ogni caduta, siamo già ad un buon punto della strada.
I giorni cattivi sono inevitabili, giorni in cui tutto si tinge di nero e viene voglia di mollare perché sembra che la vita si chiuda e allora si teme di non essere più capaci di affrontare ciò che ci aspetta. La paura che arriva, allora, può far venire voglia di riadottare quei comportamenti sbagliati del passato. Rituffarsi in quelle dinamiche che, per quanto negative e distruttive, davano comunque sicurezza. Bè, anche se è doppiamente difficile, è proprio in momenti come questi che bisogna continuare a combattere.
La paura lega al passato. Al non lasciar la strada vecchia per la nuova. Talvolta andare incontro ad un futuro sconosciuto fa così paura che sembra essere preferibile quello che è stato in passato, per quanto distruttivo potesse essere. Per questo lasciare il passato è così difficile. Perciò bisogna cercare semplicemente di muovere un passo dopo l’altro, piccoli passi, giorno dopo giorno. Ma siamo tutte umane, perciò, si sa, le ricadute ci sono. Il fatto che ci siano non significa che tutto il duro lavoro che si è fatto per arrivare fino a quel punto è stato inutile o è andato distrutto. Non significa che bisogna ricominciare tutto di nuovo da capo, perché quello che è stato fatto, in qualche modo, resta. Può essere usato come “rampa di lancio” per ripartire. Partendo da un’esperienza come l'anoressia è maledettamente difficile raggiungere un traguardo positivo, perciò è naturale avere delle ricadute. Dunque bisogna semplicemente riconoscerle come tali e non demoralizzasi ma cercare di superarle. Se si capisce quel che si è fatto di sbagliato, si potrà evitare di rifarlo in futuro. Ci si potrà rialzare e dire “ricomincio da qui”.
Pensatela un po’ così: se volete andare da Milano a Napoli e, dopo aver percorso 300 Km, la vostra auto ha un guasto e si ferma, non è che dovete ritornare a Milano e ripartire di nuovo da capo per Napoli! Siete e rimanete a 300 Km dal punto di partenza. Ed è da lì che ripartirete non appena la vostra auto sarà stata riparata. Poi, può darsi che durante il viaggio si guasti nuovamente e dobbiate fermarvi ancora, oppure è probabile che abbiate sete o dobbiate andare in bagno e decidiate di fermarvi ad un Autogrill, e più volte vi dovrete fermare, più lungo sarà il viaggio, ma non dovrete mai ricominciarlo da capo! Si tratta solo di risalire in macchina e ripartire. Prima o poi arriverete sicuramente. E lasciate che vi dica una cosa: non c’è niente di male nel fermarsi quante volte lo vogliate.
Credete più in voi stesse che nei fantasmi del vostro passato. E non abbiate paura di fallire ancora. Rialzarsi è sempre possibile, qualora lo vogliate.
Lo so, a volte pensare di intraprendere un processo di ricovero fa paura. Ma la paura è solo una scusa per non affrontare le cose. Ci vuole molto tempo per liberarsi dei fantasmi del proprio passato, specie se questi ci hanno infestato a lungo. Ma le ricadute sono normali, e bisogna cercare di non scoraggiarsi. È una lotta difficile, lo so, ma possiamo farcela, tutte quante. Ci saranno giorni buoni e giorni cattivi. Bisogna solo non perdere mai di vista il traguardo, ciò che ci vuole veramente dalla vita. Se si riesce a tenere la testa alta, a rialzarsi dopo ogni caduta, siamo già ad un buon punto della strada.
I giorni cattivi sono inevitabili, giorni in cui tutto si tinge di nero e viene voglia di mollare perché sembra che la vita si chiuda e allora si teme di non essere più capaci di affrontare ciò che ci aspetta. La paura che arriva, allora, può far venire voglia di riadottare quei comportamenti sbagliati del passato. Rituffarsi in quelle dinamiche che, per quanto negative e distruttive, davano comunque sicurezza. Bè, anche se è doppiamente difficile, è proprio in momenti come questi che bisogna continuare a combattere.
La paura lega al passato. Al non lasciar la strada vecchia per la nuova. Talvolta andare incontro ad un futuro sconosciuto fa così paura che sembra essere preferibile quello che è stato in passato, per quanto distruttivo potesse essere. Per questo lasciare il passato è così difficile. Perciò bisogna cercare semplicemente di muovere un passo dopo l’altro, piccoli passi, giorno dopo giorno. Ma siamo tutte umane, perciò, si sa, le ricadute ci sono. Il fatto che ci siano non significa che tutto il duro lavoro che si è fatto per arrivare fino a quel punto è stato inutile o è andato distrutto. Non significa che bisogna ricominciare tutto di nuovo da capo, perché quello che è stato fatto, in qualche modo, resta. Può essere usato come “rampa di lancio” per ripartire. Partendo da un’esperienza come l'anoressia è maledettamente difficile raggiungere un traguardo positivo, perciò è naturale avere delle ricadute. Dunque bisogna semplicemente riconoscerle come tali e non demoralizzasi ma cercare di superarle. Se si capisce quel che si è fatto di sbagliato, si potrà evitare di rifarlo in futuro. Ci si potrà rialzare e dire “ricomincio da qui”.
Pensatela un po’ così: se volete andare da Milano a Napoli e, dopo aver percorso 300 Km, la vostra auto ha un guasto e si ferma, non è che dovete ritornare a Milano e ripartire di nuovo da capo per Napoli! Siete e rimanete a 300 Km dal punto di partenza. Ed è da lì che ripartirete non appena la vostra auto sarà stata riparata. Poi, può darsi che durante il viaggio si guasti nuovamente e dobbiate fermarvi ancora, oppure è probabile che abbiate sete o dobbiate andare in bagno e decidiate di fermarvi ad un Autogrill, e più volte vi dovrete fermare, più lungo sarà il viaggio, ma non dovrete mai ricominciarlo da capo! Si tratta solo di risalire in macchina e ripartire. Prima o poi arriverete sicuramente. E lasciate che vi dica una cosa: non c’è niente di male nel fermarsi quante volte lo vogliate.
Credete più in voi stesse che nei fantasmi del vostro passato. E non abbiate paura di fallire ancora. Rialzarsi è sempre possibile, qualora lo vogliate.
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