Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 28 marzo 2014

Quest'immagine potrebbe essere dannosa per la tua salute

Come ho già scritto più e più volte, NON credo che i mass-media siano responsabili dell’anoressia. NON credo che vedere le immagini di modelle particolarmente magre possa causare un DCA. È pur vero che, se queste cose non sono determinanti nella comparsa dell’anoressia, di certo non sono comunque utili né positive per chi ha un disturbo alimentare (ma anche per che non ce l’ha, se è per questo). E certe immagini non le possiamo evitare, per quanto si tenti: riviste, TV, cartelloni pubblicitari ci stanno sotto gli occhi tutti i giorni. E non è infrequente – soprattutto nelle riviste più modaiole e molto lette per lo più da un pubblico giovane di sesso femminile – trovare fotografie di modelle opportunamente ritoccate con qualche programma di elaborazione digitale.
Personalmente, non ho nulla in contrario ad un moderato uso di Photoshop per cancellare qualche imperfezione cutanea o per far risaltare determinati colori o cose del genere. La fotografia è una forma di arte, dopotutto.

Ma quando questi software vengono utilizzati per ritoccare pesantemente l’immagine delle modelle, quando queste diventano più digitali che umane, quando non c’è alcun modo che certi capi d’abbigliamento presenti in un’immagine possano riflettere ciò che effettivamente succede quando un reale essere umano li indossa, ecco, questo secondo me è scorretto (per non usare una parola più offensiva, che inizia sempre per “S”…). E’ nient’altro che pubblicità ingannevole. E il vedere delle immagini del genere incasina non poco le nostre sinapsi neuronali.

L’immagine di una modella esageratamente magra ci dice, indirettamente, che è possibile arrivare in tranquillità ad avere un peso del genere. Perché il nostro cervello non è programmato per pensare al fotoritocco, ma solo per esaminare le immagini che gli vengono poste di fronte: se vede una ragazza sorridente ad un peso improbabile, il pensiero di fondo sarà quello che è possibile essere felici quando si è estremamente sottopeso. È un’enorme cavolata, ovviamente, ma è così che rudimentalmente funziona la nostra mente. Pochi esseri umani hanno un sottopeso fisiologico, e neanche coloro che sono fisiologicamente magri si avvicinano alla magrezza di certe modelle che si vedono nei giornali o nei cartelloni pubblicitari.

Scrivono la ricercatrice Marika Tiggemann e i suoi colleghi in un articolo sulla rivista “Body Image”: 

“[…] Anche sfogliando distrattamente una qualsiasi rivista modaiola, sarà possibile notare una vasta pletora di ragazze giovani, alte, con gambe lunghissime, occhi grandi da cerbiatto, pelle liscia come una pesca, tratti somatici tipicamente caucasici. Queste stesse immagini mostrano modelle estremamente magre. Non sono semplicemente donne naturalmente magre, ma le moderne tecniche di modificazione digitale sono ad oggi utilizzate di routine per allungare le gambe, togliere peso e centimetri dalla vita, dai fianchi, dalle cosce, ed eliminare ogni qualsiasi difetto. (Bennet, 2008). Così presentati, gli standard fisici proposti dai mass-media diventano ancor più irrealistici ed irraggiungibili per la donna media. […]” 
(mia traduzione)

È luogo comune diffuso che questi modelli di eccessiva magrezza proposti dai mass-media giochino una parte importante nella genesi dei DCA. Come sapete, io la penso diversamente. Io non credo che cose del genere abbiamo il potere di far nascere un disturbo alimentare in un soggetto che non ha alcun altro fattore predisponente per questo tipo di malattia. Non credo che possano essere una significativa causa nemmeno in chi ha fattori predisponenti. Però credo che senz’altro il vedere immagini di questo tipo non faccia bene a nessuno, non sia in alcun modo d’aiuto, soprattutto per chi sta combattendo contro il proprio DCA.

Alcuni Paesi hanno proposto di varare una legge che imponga a chiunque pubblichi foto di modelle, di segnalare con apposita etichetta quelle che sono state alterate con programmi di fotoritocco. L’idea di base è che, se si è consapevoli che quelle immagini sono fake, se ci viene sbattuto sotto gli occhi il fatto che sono fake, allora verrà ascritta loro meno importanza e credibilità. A naso, ho subito concordato con quest’idea. Ma poi ho scoperto un recentissimo studio scientifico elaborato da Tiggemann e colleghi, che viceversa mostra come etichette di questo genere non sono utili come potrebbe sembrare a istinto. Anzi, non sono utili affatto.

Cos'hanno scoperto i ricercatori: 

I ricercatori hanno reclutato per il loro studio 120 studentesse universitarie di età compresa tra i 18 e i 35 anni, facendo vedere loro 15 pagine di una rivista piene di foto di modelle eccessivamente magre. Alcune di queste immagini erano prive di ogni qualsiasi etichetta, alcune erano accompagnate da un’etichetta generica (“Attenzione: Quest’immagine è frutto di fotoritocco”), alcune erano accompagnate da un’etichetta specifica (“Attenzione: Quest’immagine è frutto di fotoritocco utilizzato per rendere la pelle più liscia, i muscoli più tonici, le braccia, le gambe ed i fianchi più magri”). Laddove presenti, le etichette erano piazzate alla destra o alla sinistra dell’immagine della modella, in maniera tale che fossero ben visibili (Font: Calibri, Dimensione carattere: 11). I ricercatori hanno anche organizzato un gruppo di controllo, costituito da donne con le medesime caratteristiche, cui venivano fatte vedere fotografie di accessori, o di automobili, o comunque di oggetti inanimati. Dopo aver visualizzato le immagini, a tutte le donne era richiesto di rispondere ad una serie di domande relative al loro umore e all’insoddisfazione per la propria fisicità, nonché relative alla loro considerazione in generale relativamente al proprio corpo.

Le donne che avevano guardato le foto delle modelle rivelavano un’insoddisfazione per il proprio corpo maggiore rispetto a quelle che avevano visto le foto di oggetti inanimati. Allo stesso tempo, il livello d’insoddisfazione era pressoché identico sia in chi aveva guardato foto non contrassegnate, sia in chi aveva guardato foto accompagnate da etichette. In altre parole, quelle donne provavano insoddisfazione per la propria fisicità anche se erano pienamente consapevoli che le immagini guardate erano fake. Il pensiero sottostante di queste donne immagino sia stato: “Se persino le modelle hanno bisogno di un pesante fotoritocco per apparire in questo modo, immagina di quanto “aiuto” ho bisogno io per sembrare anche solo lontanamente simile a loro”.

 Una variabile che appare significativa è un fattore chiamato “comparazione sociale”. Consiste sostanzialmente nella frequenza con cui una persona paragona il proprio corpo a tutte coloro che la circondano (e si sentono sempre inferiori alle altre, e sempre colpevoli per questo). Le donne che hanno questo tipo di problema sono quelle più vulnerabili alla visione di certi tipi d’immagini, nonché – secondo lo studio – quelle la cui insoddisfazione per il proprio corpo era più elevata anche dopo aver visto le immagini contrassegnate da etichette.

I ricercatori hanno ripetuto una seconda volta un esperimento del tutto simile, che ha sostanzialmente confermato i risultati del precedente.

Gli autori dello studio hanno quindi concluso:

“Dai risultati di questo studio si evince che, anziché interrompere o prevenire la comparazione sociale come desiderato, il vedere immagini contenenti etichette d’avvertimento implementa la comparazione sociale stessa. Forse perché dette etichette fanno focalizzare ancor di più l’attenzione sul corpo della modella, anziché guardare l’immagine nel suo insieme. Questo è confermato dal fatto che, soprattutto in quelle donne che hanno problemi di spiccata comparazione sociale, la presenza delle etichette accanto alle immagini accresce la loro insoddisfazione nei confronti della propria fisicità. […]” 
(mia traduazione) 

Io immagino che questo dipenda dal fatto che la maggior parte di noi, in fondo, sa perfettamente che le foto delle modelle che si vedono sono fotoritoccate. A livello cognitivo, razionale, sappiamo bene che sono fake. Ma è nel gap che intercorre tra visualizzazione di un’immagine e sua interpretazione razionale che si cela l’emotività. E l’emotività non può essere cancellata da nessuna etichetta d’avvertimento. Inoltre, queste etichette fanno sì che la concentrazione si focalizzi molto di più sul corpo della modella, cercando di vedere quali parti non sono “reali”, e scrutando ogni singolo dettaglio per individuare possibili segni d’alterazione e rielaborazione digitale.

In poche parole, io credo che ci sarebbe bisogno di una maggiore variabilità nelle immagini che ci vengono propinate dai mass-media: sia in termini di taglia, di dimensioni e forme del corpo, sia in termini di etnia, e molti altri fattori di questo tipo. E questo come considerazione generale, rivolta a qualsiasi donna, non necessariamente a chi ha un DCA, perché credo che i disturbi alimentari affondino le loro radici in tutt’altre problematiche ben più profonde e complesse della mera fisicità. Sarebbe bello poter sfogliare una rivista modaiola, ed avere per lo meno l’idea di come un paio di jeans possano vestire su di noi, non su un’immagine ritoccata per essere quanto più vicina possibile ad un appendiabiti…

venerdì 21 marzo 2014

A voi la parola / 16

Per lo spazio di “A Voi La Parola”, oggi voglio proporvi le parole di Gothica, che esprime le sue riflessioni sul DCA sulla base della propria esperienza e del proprio vissuto:

“L’anoressia è una malattia mentale, un’instabilità di se stessi nel mantenere l’autocontrollo sulla propria mente, ciò si ripercuote sul nostro corpo. 
Chi soffre di anoressia abusa del proprio corpo per trasmettere le proprie sensazioni, le proprie emozioni, in un periodo della vita che non sempre richiede problemi consistenti, a volte è un bagaglio che ci si porta dietro e che continua per inerzia anche senza un motivo ben definito. L’anoressia è una droga mentale, si assume tramite la propria coscienza e la propria emotività, è una malattia difficile da curare, vista la complessità della nostra mente. 

Inconsciamente questa malattia ci porta a comportamenti estremi, a volte senza rigor di logica, sebbene la persona stessa si renda conto del male e della sofferenza che porterà al suo corpo e soprattutto la sua mente, perchè la verità dell’anoressia sta nella nostra testa e nient’altro. 

Il dimagrire, il non mangiare, il vomito auto-indotto non son altro che un mezzo di comunicazione… perchè siamo emotivi… perchè ci sentiamo sconfitti nell’essere, perchè ci sentiamo deboli, perchè siamo fragili. 
Cos’è l’anoressia? L’anoressia è una malattia creata dal sub-conscio dell’uomo, causato dalla complessità della mente umana, a volte spinto da problemi personali che si protrae nel tempo. E’ una malattia mentale e la psicologia umana è complessa ed intricata. 

Ciò che noi definiamo il rifiutare il cibo, il rigettarlo, non è altro che lasciare un vuoto incolmabile dentro noi stessi, una sorta di auto-masochismo e chiunque… chiunque lo sa cosa comporta, a volte anche problemi secondari irreversibili, vedi l’osteoporosi, eppure continuiamo a farci del male… perchè? Perchè lo vogliamo, perchè ce ne rendiamo conto solo in parte o forse perchè facciamo solo finta di essere felici. 

L’anoressia è un’instabilità di noi stessi, l’anoressia l’abbiamo creata noi, non è genetica, non è trasmissiva, non esiste un virus… è tutto dentro la nostra testa. 
Una persona anoressica non deve per forza pesare 40 chili, lo si nota maggiormente su una persona magra, ma non è quello il sintomo, il sintomo sta nel nostro comportamento e nel modo che ci rapportiamo verso gli altri, anche una persona che pesa ben più di 40 chili pur non notandolo può essere malata, la superficialità involontaria di molte persone non è stupidità, ma solamente ignoranza in senso buono. Nervosismo, rabbia, introversione, mancanza di appetito sussistente….questi sono solo alcuni dei sintomi, ci manca una motivazione per uscirne, per tornare a vivere, per tornare a mangiare senza sentirsi in colpa, e se la troviamo facciamo in modo di cancellarla per tornare a vivere nel nostro mondo anoressico. L’anoressia non è la perfezione, l’anoressia può portarti alla morte, la perfezione non esiste, la perfezione è stare bene con noi stessi, qualsiasi siano i fatti. 

C’è chi la venera, chi ci gioca… ma c’è chi sta male e chi muore per questo, c’è chi si rende davvero conto della gravità della situazione eppure continua… e questo è ancora peggio che non rendersene conto. 

Può iniziare per caso, può iniziare volontariamente, ma è sempre una malattia che pervade la mente di molte donne ed in percentuali minori anche di uomini. 
L’anoressia… è la parte oscura della nostra anima, ciò che ci porta a non ragionare col la parte razionale del nostro cervello. 
La bulimia nell’anoressia è una sorta di punizione per aver osato mangiare quel poco in più che ci fa pentire di averlo fatto. 
La bulimia è il farci del male, perchè quando si vomita si sta male, si soffre e questa sofferenza ci fa stare "bene" inconsciamente e stupidamente. 

L’anoressia porta a essere sempre più magri, si arriva ad un certo punto dove si raggiunge l’estremo, dove non si riesce ad avere più quella sorta di auto-controllo su noi stessi, non si riesce a smettere, io sono arrivata a pesare un massimo di XX chili, ma ho saputo fermarmi, ho saputo "valutare" quanto voler essere magra, anche se brutto da dire è così, avere un limite, c’è chi non riesce e raggiunge livelli di magrezza estrema e molto evidente, ma questa è solo esteriorità, perchè ripeto, l’anoressia è una malattia mentale, non fisica, si muore dentro. 

Ho voluto rapportare tutto ciò come una sorta di sfogo personale, viste le mie costanti crisi ormai persistenti da un paio di mesi, visto il mio auto-controllo instabile, che mi porta a crisi bulimiche sempre più frequenti. 

Voglio che chi legga queste parole lo faccia con la parte razionale del proprio cervello e non con la parte malata. 
Io soffro di anoressia… io soffro… e basta. 
Come si può definire questa vita? Una vita fatta di continue auto-commiserazioni, di colpe e di male inflitto volontariamente… anche se in parte inconsciamente? 
Possiamo sembrar felici, ma dentro stiamo morendo, questo segreto… un segreto per le persone che ci incontrano per strada, persone che non ci conoscono o che sanno poco di noi.
Vi siete mai soffermati a guardare una persona e pensare alla sua vita, alle sue emozioni, alla sua storia? Io lo faccio spesso. 

Riflettete.”

Cara Gothica, ti ringrazio per aver voluto condividere con me e con le altre lettrici di questo blog le tue riflessioni. Ti auguro davvero che questa preziosa presa di consapevolezza da parte tua possa rappresentare un importantissimo passo nel tuo percorso di ricovero, che ti possa permettere, in futuro, di lavorarci su al fine di stare sempre meglio.
Ti faccio un enorme in bocca al lupo!

venerdì 14 marzo 2014

Un'immagine di prevenzione (NON) vale mille parole

Dato che domani, 15 Marzo, è la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, ovvero la giornata nazionale dell’informazione e della prevenzione sui DCA (date un’occhiata QUI per maggiori informazioni), mi sembra opportuno dedicare anche il post di oggi a parlare della prevenzione dei disturbi alimentari.

Immagino che sappiate tutte cosa sono le infographics. Bene, recentemente ho scoperto che esistono delle infographics che dovrebbero essere state miratamente create per la prevenzione dei disturbi alimentari.

Allora, vi dirò una cosa: a me le infographics in genere piacciono molto. Mi è sempre piaciuto disegnare, fin da quando ero una bambina, e mi piace pensare al modo in cui sia possibile presentare delle informazioni in forma visiva. Per cui, in generale, ho un’opinione positiva sulle infographics. Il problema sorge nel momento in cui si va a considerare il contenuto di alcune di queste infographics, specie se parliamo di prevenzione dei DCA.

Due nelle fattispecie sono le infographics inerenti l’informazione e la prevenzione dei DCA, che ho visto essere più spesso condivise su Internet, e di cui voglio parlare oggi.

Questa è la prima (click sull'immagine per ingrandire):

Dunque, esaminiamo quest’immagine. I 2/3 superiori della infographic non hanno in effetti NIENTE a che vedere con anoressia e bulimia. Sono inerenti diete ed immagine corporea. Questo non c’entra con le vere problematiche di chi ha un DCA. È come dire che io so come ci si sente ad essere decapitate, perchè una volta mi sono tagliata un polpastrello con la carta mentre sfogliavo un libro. NON E’ LA STESSA COSA. Però, se ci pensate, la maggior parte delle informazioni che vanno per la maggiore quando si parla di prevenzione dei disturbi alimentari sono relative proprio a diete ed immagine corporea. Okay, a tutti coloro che pensano che questo sia il focus di un DCA: non scherziamo davvero. Tenete da parte questa roba per la “Giornata Nazionale Anti-Dieta” o per la “Giornata Dell’Immagine Corporea Positiva”.

Questa è l’altra infographic (click sull'immagine per ingrandire):

Di nuovo, circa la metà delle cose listate hanno semplicemente a che fare con la dieta. È un po’ una contraddizione, visto che si dovrebbe parlare di prevenzione. Il secondo punto della lista dice che l’anoressia è nel 50-80% dei casi determinata geneticamente (e vi assicuro, basandomi su alcuni recenti studi scientifici che sono stati condotti al riguardo, che non è assolutamente vero), dopodiché in molti altri punti si va avanti a parlare di diete ed immagine corporea. Mi sembra un po’ come se per la “Giornata Nazionale Dell’Informazione e Della Prevenzione Sulla Depressione” indossassimo tutti quanti magliette con su scritto: “Don’t Worry, Be Happy!”.

Infographics di questo tipo mi irritano un po’ perchè mi sembra che manchino completamente l’obiettivo. Ci sono molte persone che hanno vissuto e che vivono l’esperienza dei DCA che potrebbero raccontare la verità su queste malattie, anziché limitarci a volantini che un sembrano un po’ come pacche sulle spalle per persone che non sanno cosa sia veramente un DCA, cercando di spostare la loro attenzione su cose che non c’entrano neanche un granché con la malattia.

Le verità sui DCA, di fatto, non vengono mai dette esplicitamente nelle campagne rivolte alle grandi masse: non viene spiegato loro che i DCA sono malattie mentali potenzialmente letali, che hanno poco a che vedere col cibo e molto a che vedere col bisogno di controllo o con altre necessità, che sono solo un sintomo superficiale che maschera problematiche ben più profonde e variabilissime da persona a persona, che la riabilitazione nutrizionale e la psicoterapia sono di fondamentale importanza per poter stare meglio, che le lunghe liste d’attesa ai pochi centri specializzati esistenti in Italia ritardano gli accessi e rendono più difficile curare una malattia quando non è più in fase precoce, che ci sono persone che muoiono in attesa che si liberi un posto in questi centri. Persone che vedono il venir meno della terapia perché, secondo i terapeuti, non sono complianti. Persone cui non viene fatta diagnosi di DCA perché hanno un aspetto fisico che non risponde allo stereotipo di emaciazione che la gente normalmente pensa sia tipico di chiunque abbia un DCA. Persone che ricevono un trattamento inadeguato rispetto alle loro esigenze perché negli ospedali il personale non è specializzato, famiglie che vengono dilaniate dai DCA, genitori che non si rendono conto. Il fatto che in Italia i centri specializzati sono per lo più privati, e a meno di non accedere ad una convenzione con la ASL di pertinenza, costano uno sfondo e molti non se li possono permettere. Il fatto che i medici spesso non hanno competenze mirate sui DCA, e psicologi che continuano a ripetere la solita vecchia (e falsa!) storia che un DCA deriva da un alterato rapporto madre-figlia.

Dovremmo averne abbastanza. Dovremmo fare qualcosa… di diverso.

Effettivamente quanto ho appena scritto non è esattamente il piacevole genere di cosa che si presta alla realizzazione di un’infographic. È una verità amara. Ma è pur sempre la verità. Bisognerebbe che ci fossero molti più siti Internet che trattano della tematica dei DCA in maniera corretta, preventiva, educativa. Lo so che leggere certe cose non è allegro né piacevole. E dunque? Ci sono persone che MUOIONO a causa dell’anoressia/della bulimia/del binge/dei DCAnas, e tutto quello che si riesce a fare sono delle figurine che parlano di come dovremmo amare il nostro corpo? È questo? Questo è il meglio che riusciamo a fare?

Io penso che la prevenzione dei DCA sia molto importante, ma il punto è: tutti sanno che sarebbe importante prevenire i disturbi alimentari. Non serve a niente focalizzare l’attenzione sulle diete o sull’immagine corporea, perché sennò la gente guarderà solo quello, e non servirà a niente, perché non è quello il vero problema. Serve maggiore informazione. Corretta. E il modo migliore per informare le persone è farle parlare con chi ha vissuto/vive personalmente queste problematiche. Non servono a niente i poster, le locandine, le pubblicità-progresso, le infographics artistiche. Serve che le persone che hanno vissuto/vivono un DCA ci mettano la faccia e vadano a parlarne nei corsi universitari di Medicina, di Scienze Infermieristiche, di Dietistica, che vadano a parlarne nelle classi delle scuole superiori, nelle riunioni dei genitori. Serve che parlino della REALTA’ dell’avere l’anoressia/la bulimia.

Una infographic a largo target non sarà mai efficace. Perché allora non impiegare più saggiamente le proprie risorse

venerdì 7 marzo 2014

Maldestri suggerimenti di prevenzione per i genitori

Dato che stiamo andando verso la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, che è centrata su informazione e prevenzione dei DCA (fate click QUI per avere maggiori informazioni), vorrei parlare proprio di questo: informazione e prevenzione. Quando si parla di informazione e prevenzione dei DCA, c’è da dire che parte di essa è rivolta verso che è già affetta da un DCA, e consiste per lo più nello spiegare quali saranno le terribili conseguenze del DCA sia dal punto di vista fisico che psicologico, al fine di mettere in guardia le persone che intendono proseguire su questa strada (penso che sia una buona cosa, ma non credo funzioni veramente se una persona è nel pieno di un DCA, perché in fin dei conti non siamo stupide e sappiamo quanto il DCA sia dannoso, se lo portiamo avanti è perché rappresenta quella che in quel momento percepiamo come la più ottimale strategia di coping a fronte di altre problematiche); parte di essa è rivolta invece verso i genitori.

Questa è una cosa senz’altro positiva, se viene però condotta nella maniera adeguata. Di certo, a suo tempo, i miei genitori non sapevano che il mio costante bisogno di controllo su tutto era una spia lampeggiante. Né sapevano che la mia restrizione alimentare era solo un sintomo che nascondeva tutt’altri problemi. E non sapevano neanche quali potessero essere i segnali da cogliere per capire che in me c’era qualcosa che non andava, nè le conseguenze di un DCA diagnosticato tardivamente. Ecco, informazioni in merito a queste tematiche sono veramente utili, e sarebbe meraviglioso se venissero fornite più massivamente.

Purtroppo, spesso e volentieri, la prevenzione e l’informazione non viene affatto condotta nella maniera adeguata. Ho provato a digitare su Google “Eating Disorders Prevention" + "Parents” e guardate un po’ quali sono i primi link che mi sono saltati fuori:

Eating Disorders Often Begin At Home (The Almagest)

Food for Thought (Hamlet Hub)

How Parental Behavior May Impact A Child’s Body Image (Forbes)

Li avete letti? Okay, superficialmente questi articoli non sembrano malaccio. In effetti, sembrano tremendamente positivi. Ecco come aiutare i genitori ad aiutare le loro figlie! Come potrebbero mai questi articoli mandare un messaggio sbagliato?
Ecco come:

1) Tutti questi articoli sottilmente (ma neanche tanto…) incolpano i genitori per lo sviluppo di un DCA nelle loro figlie. Nell’articolo di “Forbes”, infatti, l’autore scrive:  

“I genitori vengono presi come esempio. Sfortunatamente, i genitori possono talora dimenticare come le loro azioni, pensieri e parole impattano nella vita dei propri figli. Quando si parla di immagine corporea e comportamenti alimentari, la cosa diventa particolarmente rilevante. […] Pertanto i genitori devono fare molta attenzione a come mangiano, a come si relazionano al proprio corpo, e all’impatto che questo potrebbe potenzialmente avere sui loro figli.”
(mia traduzione) 

Sì, okay. È naturale che i comportamenti genitoriali possano influenzare i figli – in fin dei conti, si impara a camminare e a parlare per imitazione. Ma c’è un gap enorme tra questo e il dire che la mera imitazione può creare un disturbo alimentare. La verità è che nessun comportamento genitoriale può far ammalare la figlia di anoressia. Non funziona assolutamente così. Anche se il messaggio riportato nell’articolo sembra positivo, instilla subliminalmente senso di colpa nel genitore che legge: “se una ragazza ha un DCA, i suoi genitori erano fissati su peso e cibo e avevano una relazione sbagliata con la propria immagine corporea”. Falso. Certo in rarissimi casi può esistere questa correlazione, ma è una cosa più unica che rara, e dunque ciò non vuol dire che è il comportamento dei genitori a causare un DCA nelle loro figlie, o che, se tu hai un DCA, allora i tuoi genitori ti hanno condizionato pesantemente.

2) Questi articoli danno ai genitori un falso senso di sicurezza. Le persone pensano che se ai loro figli viene insegnato come alimentarsi correttamente, o gli viene spiegato quanto deleterio sia un DCA, o gli viene detto di amarsi ed accettarsi per quella che è la loro fisicità, essi non si ammaleranno mai di anoressia. Perché, in teoria, sanno tutto quello che c’è da sapere per evitare la malattia.

Ma non si può pensare di immunizzare un/a bambino/a all’anoressia fornendogli spiegazioni razionali e corrette, perché un DCA non è una malattia “razionale”. Si può fare tutto l’immaginabile e l’inimmaginabile, e si può farlo bene, e ugualmente quel bambino/a potrà in futuro ammalarsi di anoressia/bulimia.

3) Questi articoli danno per scontato che la causa principale dei DCA sia rappresentata da problemi con la propria immagine corporea. Non è che questo sia falso. Questo è ENORMEMENTE ED INCOMMENSURABILMENTE FALSO! Alcune persone malate di DCA possono sviluppare un’alterazione della percezione della propria immagine corporea (il termine tecnico è “dismorfismo corporeo”) nel corso della malattia, ma sono solo una piccola percentuale rispetto a tutte le malate di DCA, e comunque questa è una conseguenza della malattia, non una causa! Penso che noi tutte sappiamo benissimo che il nostro DCA è stato determinato da tutt’altri tipi di problemi sottostanti, variabili da persona a persona, e che abbiamo utilizzato il DCA più che altro come strategia di coping, ma erano ben altri i veri problemi, NON certo il voler essere magre per fare le modelle! Ergo, in tutti questi articoli c’è un grosso errore di fondo.

4) Questi articoli operano un’errata fusione tra “dieta” e “disturbo alimentare”. Un’altra cosa che mi fa veramente incavolare, di nuovo in riferimento all’articolo pubblicato su “Forbes” (sì, è il peggiore dei 3, secondo me):  

“Basandosi su studi recenti (ah sì? E quali sarebbero? Perché, causalmente, non ne viene citato neanche uno? – mia nota a margine) i DCA stanno diventando sempre più frequenti, e esordiscono anche in tenerissima età. L’associazione Nazionale dei DCA dice che circa l’80% delle bambine di 10 anni, infatti, hanno paura di prendere peso. (statistica pescata da chissà dove… sono maligna se dico “inventata”?! – altra mia nota a margine) Sebbene vari fattori contribuiscano alla comparsa e allo sviluppo di un DCA, il modo in cui una madre si relazione alla propria immagine corporea ha una significativa influenza su come i suoi figli vedranno se stessi. Uno studio ha rilevato che l’eccessiva concentrazione di una madre sul proprio peso corporeo è la terza causa più importante che determina problemi d’immagine corporea nelle adolescenti che credono che le loro madri le vogliano magre, e sono 2 - 3 volte più propense a preoccuparsi a loro volta del proprio peso. Queste anomale percezioni dell’immagine corporea non sono un’esclusiva delle ragazze: uno studio della “Harvard School of Public Health” del 2013 ha rilevato che circa il 18% dei ragazzi adolescenti inclusi nel loro studio erano “estremamente preoccupati” per la loro fisicità. In effetti, discutere delle diete o esprimere il desiderio di perdere peso davanti a propri figli quando sono bambini od adolescenti può influenzare negativamente la loro immagine corporea.”
(mia traduzione)

A-ha.
E questo, secondo le loro menti illuminate, cosa avrebbe a che fare con i disturbi alimentari?

5) Questi articoli hanno una concezione dei DCA che andava di moda un secolo fa. Ecco a voi qualche perla estratta dall’articolo di “Forbes”:

Le prime speculazioni, basate su vecchissimi modelli psicoanalitici, hanno a che fare con il concetto di cibo come nutrimento materno:  

“Per comprendere la natura psicosociale dei DCA occorre considerare che questa è relazionata a concetti comportamentali come il ruolo dell’attaccamento – radicato al “latte materno”, spiega Krasner. “Questa comprensione primordiale del ruolo che il cibo gioca permette di avere una visione relazionale dei disturbi alimentari nella famiglia”.  

"Come spiega Krasner, le prime ipotesi in merito alla patogenesi dei DCA sono relative alle difficoltà tra madre e figlia nella condivisione del “latte materno”: dare amore, ricevere amore, condividere il cibo, condividere ricorrenze legate al cibo.”
(mia traduzione)

Ehm… COMECOSA? L’autore dell’articolo in questione e il cosiddetto “esperto psicoterapeuta” Krasner hanno mai provato a leggere qualcosa relativo ai DCA che sia stato pubblicato negli ultimi 10 anni? O si sono limitati alla lettura di fonti dell’ottocento? Questa roba è retrograda, ampiamente superata dagli studi e dalle acquisizioni più recenti, è semplicemente sbagliata e obsoleta!

Io credo che i genitori non siano la causa della comparsa di DCA nei propri figli, e non credo neanche che ne possano prevenire l’insorgenza. Sebbene sia vero che un buon comportamento genitoriale è d’aiuto per i figli, lo è semplicemente perché i genitori cercano di educare correttamente i propri figli, non perché questo possa in alcun modo avere a che fare con lo sviluppo o meno di un DCA.
Il fatto che una ragazza possa avere un DCA non è in correlazione diretta con i genitori che ha avuto, e non dice niente relativamente a questi genitori.

La frase “I genitori vengono presi come esempio” non dovrebbe mai, mai, mai e poi mai essere utilizzata quando si parla di DCA. Bisogna smetterla di colpevolizzare i genitori.

Immaginate se leggeste un articolo in merito alla prevenzione dei tumori che fornisce un elenco di suggerimenti in merito alle norme igieniche di base per i genitori, come se questo implicasse che la comparsa di un tumore fosse un segno di scarsa igiene del bambino. Immaginate che questi segnali precoci di tumore sarebbero trattati così superficialmente se bisognasse prendere seriamente in considerazione l’idea di consultare un medico?

I disturbi alimentari non sono un problema con “l’immagine corporea”. Sono solo la spia esteriore di numerosi e svariati altri problemi sottostanti. Non possono essere prevenuti o trattati con le semplici cure genitoriali. Se si sospetta un DCA in una ragazza, non bisogna puntare il dito sui genitori, ma bisogna soltanto AGIRE IMMEDIATAMENTE cercando aiuto sia da un punto di vista nutrizionale, ma soprattutto da un punto di vista psicoterapeutico.

venerdì 28 febbraio 2014

"Essere anoressica" VS "Avere l'anoressia"

Il post di oggi trae spunto dal commento che Kay mi ha lasciato nel post precedente. Mi riferisco a:  

“Questo post è molto divertente, ma perché quando gli altri ti fanno le domande e usano la parola “anoressica” tu rispondi sempre con “avere l’anoressia”? (Non è solo questo post, ti leggo da un po’ di tempo e ho notato che scrivi sempre “avere l’anoressia”, ma non dici mai “anoressica”).”

Il commento è breve e semplice, eppure solleva una questione che reputo molto interessante, e che mi sembra corretto approfondire.

Partiamo da un dato di fatto: è vero, non utilizzo il termine “anoressica”, ma dico sempre “avere l’anoressia”; in questo Kay si rivela attenta lettrice. Non è una casualità o un vizio di forma, è una mia deliberata scelta, perché non ritengo che i due termini siano sinonimi e perciò utilizzo l’unico che ritengo essere corretto.

Perché noi non siamo anoressiche, noi ABBIAMO l’anoressia.

Io sono, io ho. Una parola di differenza, un abisso in mezzo.

Allora ho fatto un giretto tra i blog, e mi sono accorta che, effettivamente, più volte vengono utilizzate le espressioni “sono anoressica”/”sono bulimica”, come se chi scrive percepisse l’anoressia/la bulimia come modo di essere, e dunque come identità.

E’ vero anche nei commenti che lasciate in questo blog, dove a volte leggo “io sono anoressica”/”io sono bulimica”, e più ci penso, più mi rendo conto che generalmente non funziona così.
Stando in un Pronto Soccorso, la raccolta dell’anamnesi prevede il chiedere ai pazienti un resoconto delle loro pregresse patologie. Ma quante persone affette, per esempio, da reflusso gastro-esofageo dicono: “Io sono un reflussore”?. Quante persone affette da enfisema polmonare dicono “Io sono enfisematoso”? Nessuna. Alla domanda: “Ha malattie di rilevo?” che pongo routinariamente ogni qualvolta raccolgo un’anamnesi, le risposte sono tassativamente: “Ho il reflusso”, “Ho l’enfisema polmonare”.

Il punto forse è che nelle malattie che affliggono prettamente il corpo, la persona avverte spontaneamente la dissociazione del soma dall’ “io”, cosa che nelle malattie psichiatriche non succede di default. In fin dei conti, quando va tutto bene, quando il corpo sta bene, non ci accorgiamo che esiste. Non ci accorgiamo di avere dei polmoni, un fegato, dei reni. Ci si sente tutt’uno: il corpo aderisce perfettamente a noi stesse – ed è noi stesse. Se si ha una malattia organica, che so, se fa male un braccio, all’improvviso la parte dolorante non fa più parte di noi: ci dissociamo da lei. Si dice infatti “Mi fa male un braccio”, piuttosto che “Sento male al braccio”, come a sottolineare questa distanza.

Eppure, nel campo dei DCA, è frequente sentire persone che dicono “sono anoressica”/”sono bulimica”. Come se la base di una malattia mentale quale un DCA non permettesse la realizzazione di questa dissociazione – come se la malattia facesse parte del sé. Ed ecco che la malattia cessa di essere tale e assurge ad identità.

Dunque perché quando si parla di malattie fisiche si utilizza sempre il verbo avere (“ho mal di testa”, “ho mal di stomaco”, “ho il raffreddore”, etc…) e quando si parla di disturbi alimentari si cede spesso spontaneamente il passo al verbo essere? Quand’è che la malattia-DCA può non essere più percepito come tale, cioè come malattia vera e propria?

Io credo che la distorsione possa verificarsi poiché il cervello parla a se stesso, e parlando a se stesso muta le proprie percezioni.

Supponiamo che nel cervello ci siano due interpreti che comunicano tra loro. E supponiamo che il primo interprete sia un corrispondente dall’estero che dà notizie sul mondo – ove per mondo intendo tutto quello che c’è fuori e dentro al corpo. Il secondo interprete è invece un commentatore che scrive editoriali. Leggono l’uno il lavoro dell’altro. A uno servono i dati, all’altro una sintesi; s’influenzano a vicenda.
Fanno conversazioni del tipo:

Primo Interprete: Dolore al piede sinistro, dietro al tallone.
Secondo Interprete: Credo sia la scarpa troppo stretta.
Primo Interprete: Controllato. Tolta la scarpa. Il piede fa ancora male.
Secondo Interprete: L’hai guardato?
Primo Interprete: Fatto. È arrossato.
Secondo Interprete: Sangue?
Primo Interprete: No.
Secondo Interprete: Lascia perdere.
Primo Interprete: Okay.

Però un minuto dopo c’è un altro rapporto.

Primo Interprete: Dolore al piede sinistro, dietro il tallone.
Secondo Interprete: Lo so già.
Primo Interprete: Fa ancora male. S’è pure gonfiato.
Secondo Interprete: E’ solo una vescica. Lascia perdere.
Primo Interprete: Okay.

Cinque minuti dopo…

Secondo Interprete: Non stuzzicarla.
Primo Interprete: Se la faccio scoppiare starò meglio!
Secondo Interprete: Questo lo pensi tu. Lasciala stare.
Primo Interprete: Okay. Ma fa ancora male.

Quel che succede invece nei disturbi alimentari è che ci sono dei problemi di comunicazione tra il primo e il secondo interprete. Per cui succedono cose del tipo:

Primo Interprete: C’è un pinguino nella mia camera.
Secondo Interprete: Non è un pinguino… è un letto.
Primo Interprete: E’ un pinguino! È un pinguino!
Secondo Interprete: Mi sembra una cosa ridicola… Andiamo a vedere.

Allora, dendriti, neuroni, serotonina e interpreti si radunano tutti e trotterellano verso la camera. Se uno non ha una malattia che coinvolge la psiche, l’asserzione del secondo interprete, che quello è un letto, verrà accettata dal primo. Altresì, viceversa. Il problema, nella malattia che coinvolge la psiche è che il primo interprete vede davvero un pinguino. I messaggi che trasmettono i neuroni sono in qualche modo errati. Solo che, quello che succede di norma, è che il secondo interprete s’interroga: cosa sta succedendo? Lui dice che c’è un pinguino, ma io non ne sono convinto; forse c’è qualcosa che non va in me. C’è abbastanza dubbio da fornire un appiglio, da comprendere il gap esistente tra l’essere e l’avere, e il rendersi conto dunque di essere affette da una patologia che sarà opportuno affrontare con l’aiuto della psicoterapia e della riabilitazione nutrizionale. Identificarsi nella malattia invece è deleterio, perché se tutti i neuroni dicono che c’è un pinguino, il dubbio viene meno. Non c’è più un vero e proprio spazio per l’analisi, perché la malattia non è neanche più malattia, è un’identità, e subentra la quantomai falsa ma illudente considerazione che non si può guarire da noi stesse, e quindi tanto vale non buttare tempo ed energie in una psicoterapia. E questo può rallentare e/o fallare enormemente un percorso di ricovero.

Ma io sono del tutto convinta che noi non siamo delle malattie. Per questo utilizzo sempre il verbo avere. Non è un gap italiano, il mio, è una scelta intenzionale. E credo che concretizzare il fatto di avere una malattia, ma non esserlo, sia il primo passo concreto per potervi combattere.

Perciò, ragazze, vi dico semplicemente che non dovete assolutamente accettare la frase “sono anoressica/bulimica”, perchè così facendo vincolate voi stesse ad una malattia, e vi permettete una quantomeno parziale identificazione nella malattia, cosa che, a mio parere, è solo deleteria. Non dovete accettare questa frase, dovete RIBELLARVI a questa frase… questo è il vero passo avanti. Certo, occorre essere consapevoli di AVERE una malattia, sennò non si può neanche decidere d’iniziare a combatterla, ma esserne consapevoli non credo sia necessariamente sinonimo del fatto che il DCA debba essere parte di noi… non lo è, infatti, come del resto non lo è nessuna malattia.

Noi NON SIAMO la nostra malattia. Noi ABBIAMO una malattia. Perchè noi, noi come persone, siamo molto, molto, molto, MOLTO di più di una malattia.

venerdì 21 febbraio 2014

F.A.Q. ( = Foolishly Asked Questions)

[Premessa: Penso che l’ironia rappresenti un aspetto molto importante della nostra lotta contro il DCA. Ergo, questo post nasce proprio con quest’intenzione: basarmi su alcune e-mail che ho ricevuto per fare ironia. Non ho alcuna intenzione di offendere nessuno – e, se qualcuna dovesse riconoscersi e sentirsi offesa, chiedo scusa in anticipo – e, naturalmente, l’anonimato è garantito. Don’t take it too seriously, girls: è solo per farci una risata. Buona lettura.] 

Avendo riportato la mia e-mail su questo blog, frequentemente ricevo messaggi da parte vostra. Con alcune di voi mi scrivo abitualmente, e sono veramente contenta che questo blog ci abbia permesso di conoscerci in alcuni casi anche nella vita reale, e comunque al di là del mero disturbo alimentare.

Per il resto: il 90% delle e-mail che ricevo sono da parte di persone che desiderano condividere con me la loro esperienza di DCA, persone che mi chiedono consigli di auto-aiuto da affiancare alla psicoterapia, persone cui piace il mio blog, persone che semplicemente hanno bisogno di sfogarsi (ne approfitto per ringraziare tutte/i coloro che mi scrivono… GRAZIE!); il 5% invece sono da parte di persone che m’indirizzano critiche costruttive, e che parimenti ringrazio, perché critiche intelligenti di questo tipo servono per guardarsi da un altro punto di vista e riflettere. Infine, vi è un restante 5% che… bè, non saprei proprio come classificare. Ora, è cosa nota che su Internet gira veramente gente di tutti i tipi, ma a volte riesco a rimanere comunque senza parole. Mi riferisco a quelle persone che, in tutta serietà, mi scrivono raccontandomi più o meno in breve la loro esperienza di DCA (e non solo) e raggiungono l’acme della loro e-mail concludendola con una topica domanda. Di quelle che le leggi e ti chiedi se chi le ha scritte ci è o ci fa. Ma ci fa parecchio, eh!

Per cui, nel post di oggi ho deciso di riunire le più folli, astruse e insensate domande sull’anoressia ed affini che mi sono state indirizzate. Con le mie relative risposte, ovviamente. Perché anche se si parla di disturbi alimentari, che sono una cosa seria, credo che un po’ d’ironia faccia sempre bene. Veder… ehm, ridere per credere. ^___^

Giusto perché c’insegnano che la Matematica non è un’opinione, mentre la forma della lingua italiana che s’impara tipo in prima elementare invece sembra proprio esserlo:

• Ma te quante calorie mangi mediamente al giorno? 
Non mangio calorie. Mangio cibo.

Questo quesito invece mi è stato rivolto da un’attentissima lettrice alla quale evidentemente non sono sfuggiti i fatti che questo non è un blog pro ana, e che il mio DCA sia, da manuale, Anoressia Nervosa Sottotipo 1:

• Vorrei poter vomitare, ma non ci riesco. Sai dirmi quali oggetti posso utilizzare per ottenere un buon risultato? 
Ma certo. Ecco qui un prontuario step-by-step.
1) Utilizza le mani per abbassare il chiusino del water.
2) Utilizza le gambe per uscire dal gabinetto.
3) Utilizza le mani ancora una volta per chiudere la porta del gabinetto.
4) Utilizza le gambe ancora una volta per andare in un’altra stanza. Possibilmente una in cui non sei sola.
5) L’impulso di vomitare a poco a poco passa: hai ottenuto un buon risultato.

Le classiche ed immancabili:

• Quanto pesi?  




















• Sono alta 167 cm, qual è il peso perfetto per la mia altezza? 


Altre perle:

• Qual è la dieta migliore da seguire? 
Quella in cui quando hai fame mangi quanto e quello che ti va, e smetti quando ti senti sazia. La migliore in assoluto.

• Perché le anoressiche sono sempre così serie? 
No, guarda, forse sembriamo serie dall’esterno. All’interno siamo party h24, tutto sesso, droga e rock’n’roll.
(SEMPRE serie? Cioè, ma questo cosa fa nella vita, lo stalker di gente malata di anoressia?) 

• Chi ha l’anoressia sta sempre da sola perché odia tutti gli altri? 
No, odiamo solo chi ci fa domande del genere.

• Visto che studi Medicina, conosci qualcosa che possa fungere da soppressore dell’appetito? 
Cibo. La risposta che stai cercando è “CIBO”.

• Quando eri nel pieno dell’anoressia, come ti guardavi allo specchio?
Con gli occhi.

• Sono anoressica da quando avevo 13 anni. Potrei essere pronta per fare sesso? 
Se lo chiedi a me… no, suppongo che tu non sia pronta. (Ma non per via dell’anoressia, eh!)
(Qualcuna mi spieghi la correlazione tra l’essere affette da un DCA e l’avere rapporti sessuali. Vi prego. Poi la spieghi anche all’autrice della domanda.) 

• Io ora peso XX chili. Pensi che sembrerei anoressica se perdessi altri 10 chili e entrassi in una 36? 
 Non puoi sembrare anoressica. L’anoressia è una malattia, non una taglia.

• Per essere anoressica devi aver perso un certo tot di peso o avere un BMI sotto un certo valore? 
NO!!!!!!!!

E, per finire, alcune risposte serie:

• Ma, in fin dei conti, tutto ciò che vorrei dire si riduce a 3 parole: perché non digiunare?
In 3 parole? Perché ti ucciderà.

• Come si può iniziare un percorso di ricovero? 
1) Decidere di voler veramente iniziare un percorso di ricovero.
2) Ricercare aiuto professionale.
3) Tanto – ma tanto – olio di gomito.

• Come sei riuscita a combattere contro l’anoressia?
Ho VOLUTO farlo.

venerdì 14 febbraio 2014

"The Biggest Loser" e un'ipocrisia ancora più "Big"

Alcuni giorni fa una lettrice di questo blog (che preferisce rimanere anonima) mi ha segnalato tramite e-mail un programma televisivo chiamato “The Biggest Loser”, chiedendomi cosa ne pensassi. Poiché non ne avevo mai neanche sentito parlare, prima di esprimere un’opinione mi sembrava giusto capire di cosa si trattasse. E così ho scoperto che “The Biggest Loser” è un reality show americano, che è però possibile seguire anche sui nostri computer in streaming. Questo reality consta di più concorrenti obesi, che devono perdere quanto più peso possibile, e soprattutto devono perderne più degli altri concorrenti per vincere (vince chi perde più peso nello stesso lasso di tempo, infatti), tramite un’alimentazione ridottissima e un allenamento spaccaossa sotto la supervisione di un personal trainer. Ho scoperto anche che questo programma esiste da un bel po’, e poiché in U.S.A. è stato molto seguito, ne sono state fatte più stagioni. Nell’ultima stagione la vincitrice è stata una ragazza di 24 anni, Rachel Frederickson, che in poco meno di 7 mesi ha perso 70 chili, passando da 118 chili a 48 chili. E proprio a causa di questa drastica e rapida perdita di peso si sono scatenate numerose polemiche negli U.S.A., e su molteplici Social Network.

Okay, io non ho mai seguito una singola puntata di questo programma perché non è proprio il mio genere di cosa, ma sono comunque del tutto certa che: A) Non mi sarebbe piaciuto e B) Non è un programma edificante da seguire per nessuna persona in generale.

Forse alcune di voi lo conoscono e lo hanno seguito, e forse alcune di voi potranno dire che far dimagrire una persona obesa è positivo, e che perciò questo è un programma che trasmette energia e voglia di impegnarsi per raggiungere gli obiettivi, e che promuove una cultura della salute. Rispetto la vostra opinione. Ma non sono d’accordo.

Ho scoperto che nella puntata finale di ogni stagione di questo reality show ciascuno dei concorrenti mostra il risultato di settimane e settimane di duro lavoro, dieta ed esercizio fisico alimentazione da Biafra e allenamento alla morte. E che la vincitrice dell’ultima stagione (ehm, perdente?) ha scatenato un inferno di commenti e di polemiche: tanto che alla fine i presentatori, i personal trainers, i dietisti, e i telespettatori si sono dichiarati d’accordo nel decretare che la vincitrice del programma aveva perso veramente troppo peso e che si era ammalata di anoressia (nell'ovviamente falso e semplicistico luogo comune che magrezza eccessiva = anoressia).

Se v’interessano maggiori dettagli potete leggere ciò che è stato scritto QUI, ma sappiate che ci sarebbe un sacco e una sporta in più da dire quando si parla di diete, attività fisica, peso, perdita di peso, etc.

In questo post voglio meramente esprimere la mia opinione al riguardo – come tale, opinabile per antonomasia.

Okay, partiamo da un dato di fatto. Considerati peso ed altezza di Rachel (dati trovati su Internet), la ragazza ha attualmente un B.M.I. di 18, quindi tecnicamente parlando sta al limite inferiore del normopeso. Ma se andasse in una clinica che si occupa di DCA, e raccontasse le modalità con cui ha perso peso, probabilmente verrebbe incoraggiata a prendere qualche chilo e a farsi seguire da una psicologa.

Penso che “The Biggest Loser” sia un programma potenzialmente pericoloso? Cazzarola, SI.

Ma la cosa che trovo più disdicevole è: Perché la gente si preoccupa solo e soltanto degli effetti della restrizione alimentare e/o dell’attività fisica eccessiva in persone che sono obiettivamente magre? 

Sicuramente gli avversari di Rachel hanno seguito diete simili alla sua, ed hanno fatto altrettanta attività fisica. Anche loro hanno perso molto peso, (anche se non sono arrivati a perdere i 70 chili di Rachel), in un lasso di tempo relativamente breve, il che può essere provocato solo da A) un’alimentazione eccessivamente restrittiva e limitata qualitativamente o B) un’attività fisica veramente esasperata e non mirata (o, suppongo, C) entrambe). Tuttavia, se leggete qualcosa su Internet vi accorgerete che la stragrande maggioranza della gente è preoccupata solo e soltanto per Rachel. Una donna magra. Perché non per gli altri?

Mi sembra semplicistico rispondere a questa domanda dicendo: bè, perché gli altri non sono stati i vincitori del programma. Sicuramente c’è del vero in questo – le luci dei riflettori si puntano sempre su chi vince, perché questo fa audience. Ma, perdonate il francesismo, penso sia una stronzata.

Quando io ero estremamente sottopeso e descrivevo la modesta attività fisica che facevo (mi ero ridotta a 2 soli allenamenti di karate la settimana di un’ora ciascuno, perché ero così sottopeso che non avrei retto altro) tutti si sdegnavano. Dicevano che quell’attività fisica era pericolosa per una persona nelle mie condizioni. Questo era verissimo, niente da eccepire. Ma quando ho cominciato a mangiare seguendo l’ “equilibrio alimentare” prescritto dalla mia dietista, sono tornata al mio set-point di peso corporeo fisiologico, pur essendo comunque una persona magra perché lo sono di costituzione, e ho ricominciato a fare allenamenti di karate consistenti e pure a lavorare come istruttrice di karate, nessuno ha battuto ciglio. Dicevano che non era più malattia, era dedizione e professionalità. Perché per loro ero sana e in forma.

Dunque, quella stessa attività fisica che se svolta da una donna molto magra fa scattare l’etichetta di “anoressia”, è la medesima che le persone “sovrappeso” o “obese” vengono incoraggiate a fare. Se una persona eccede col peso, le viene consigliato di stare a dieta stretta e di fare attività fisica. È così che vanno le cose.

Rachel seppure vincitrice del programma, non potrà mai vincere. La sua drammatica perdita di peso la condanna ad essere un’eterna perdente. All’inizio, era una ragazza obesa. Questo la portava a considerarsi una perdente. Adesso è magra – troppo magra, dicono tutti, è diventata anoressica. Di nuovo, una sconfitta. E, tra l’altro, sicuramente in un lasso di tempo più o meno lungo questa ragazza riguadagnerà del peso, anche solo perché quando si dimagrisce così in fretta parte dei chili persi sono relativi a perdita di liquidi – ovvero disidratazione – per cui basterà una corretta reidratazione per farle riprendere del peso. Un’altra sconfitta: perché a quel punto tutti saranno pronti a commentare su come Rachel, che aveva perso così tanto peso, è nuovamente ingrassata. NON E’ POSSIBILE VINCERE.

È vero che l’obesità è pericolosa per la salute, ma anche una dieta esageratamente restrittiva, un esercizio fisico tostissimo e una rapida perdita di peso in un lasso di tempo ridotto sono altrettanto pericolosi per la salute, qualsiasi sia il peso di partenza della persona, fine della fiera. Il fatto che una persona parta dall’obesità per raggiungere il normopeso, se il percorso non viene condotto sotto supervisione medica e adeguatamente dilazionato nel tempo, non è sinonimo di guadagnarci in salute. Qualsiasi sia il peso di partenza di una persona, se ne perde troppo in poco tempo, danneggia il suo organismo. Per non parlare delle turbe psicologiche che possono accompagnare un processo del genere, e che possono pure predisporre una persona su cui gravano già dei fattori di rischio a sviluppare un DCA.

Niente di strano che le persone di preoccupino per la perdita di peso di Rachel. Quello che mi sembra profondamente ipocrita, però, è che nessuno si preoccupi degli altri concorrenti del reality, che hanno sicuramente seguito la medesima dieta e fatto la sua stessa attività fisica, e che hanno comunque perso molto peso in poco tempo, ma che poiché non sono dimagriti altrettanto, vengono salutati con pacche sulle spalle ed incoraggiati a continuare sulla stessa strada perché possono riuscire a perdere ancora peso.

E lo stesso vale per chi ha un DCA: non solo una persona sottopeso che restringe l’alimentazione, e che quindi desta l’attenzione, è da considerare a rischio anoressia. Anche persone sovrappeso o normopeso possono maturare la stessa patologia. Perché l’anoressia non è una questione di peso, è una questione di attitudine mentale.

venerdì 7 febbraio 2014

Dalla parte delle pazienti difficili

Quando ho affrontato il mio primo ricovero in una clinica specializzata per il trattamento di DCA, sono stata una vera bega per tutti: in parole povere, una rompicoglioni. Non lo dico né con vergogna e rimprovero, né con orgoglio. Ero una rompicoglioni, è semplicemente un dato di fatto. Ero ancora minorenne, e il ricovero era stato coatto, per cui io non ero assolutamente consenziente né collaborativa: non rispettavo l’ “equilibrio alimentare” che mi era stato assegnato, rispondevo in maniera maleducata ai terapeuti, facevo scherzi alla “Pranked” alle altre ragazze ricoverate, stavo sempre zitta durante la terapia di gruppo e mostravo palese disinteresse, prendevo per il culo tutti, non rispettavo le regole. Ero arrogante e strafottente. Ero convinta che avrei potuto farcela da sola a tenere testa all’anoressia, pensavo che un’alimentazione corretta fosse solo una secondarietà rispetto al trattamento psicoterapico, ho sempre tenuto un atteggiamento sgradevole e sgarbato, ero noncurante rispetto ai danni fisici dell’anoressia, e mi sentivo una straganza solo perché tra tutte le ragazze ricoverate in quel momento ero l’unica con una diagnosi di “Anoressia nervosa Sottotipo 1”, cioè prettamente restrittiva, senza mai uno sgarro, senza mai un’incrinatura al mio rigido ed egosintonico controllo.

Appunto, ero una rompicoglioni.

Ripensandoci adesso, mi dispiace di essermi comportata così nei confronti del personale della clinica, e delle altre ragazze ricoverate. Non lo meritavano. Ostentavo una gran sicurezza e sembravo la più forte e la più tosta di tutti, solo per celare il fatto che in realtà ero terrorizzata. Ero terrorizzata da tutto quanto. Mi faceva più paura l’idea di poter non avere più l’anoressia, che tutti i danni che mi procurava l’anoressia stessa. Oscillavo tra momenti in cui razionalmente riconoscevo la necessità di combattere contro l’anoressia e la consapevolezza di non poterlo fare da sola, e momenti in cui pensavo che andava bene così e che non avevo bisogno di niente e nessuno. Gli psicoterapeuti, i dietisti, le infermiere, tutto il personale della clinica, e le altre ragazze ricoverate sono rimaste prese in mezzo ad una mia guerra che era prettamente interiore. Un dietista e uno psicologo competenti ed intelligenti non la prendevano sul personale, e cercavano di tener testa alle mie stronzate. Tutti gli altri, invece, o se la sono presa perché non rientravo negli schemi e non ero collaborativa come le altre ragazze, o – suppongo – sono riuscita ad intimidirli così tanto con la mia falsa sicurezza e volitività, che mi hanno lasciata fare quello che volevo. Anoressia: 1, Veggie: 0.

Quel primo ricovero è stato sicuramente l’esperienza peggiore, tuttavia anche in seguito non sono mai stata una paziente facile, e non ho mai preteso di esserlo. Ciò detto, credo che chiunque voglia avere a che fare soltanto con “pazienti facili”, non debba lavorare nel campo dei disturbi alimentari.

Dopo quel primo disastroso ricovero, comunque, ce ne sono stati altri 4, nella medesima struttura ma dilazionati negli anni: a quel punto ero maggiorenne, e sono stata io ogni volta a richiedere il ricovero, quindi ero decisamente più collaborativa. Durante questi 4 ricoveri ho conosciuto un sacco di altre ragazze che potevano tranquillamente essere classificate come “pazienti difficili”. In effetti, conosco ben poche persone affette da un DCA che non siano state “pazienti difficili”.

I nostri modi di scatenare l’inferno, tuttavia, variano notevolmente da persona a persona. Generalizzando, ci sono ragazze apertamente difficili: quelle che si agitano, gridano, imprecano, si rifiutano di seguire le regole, dicono esplicitamente al personale di non rompere, rifiutano il cibo. Possono sembrare solo delle arroganti maleducate ma, come lo sono stata io, sono in realtà delle ragazze spaventate.

Ci sono poi invece ragazze altrettanto difficili, ma in maniera più velata, meno esplicita: quelle che se hanno difficoltà a mangiare qualcosa lo nascondono nel tovagliolo e se lo mettono in tasca, quelle che se non vogliono partecipare alla terapia di gruppo fingono interesse ma in realtà pensano a tutt’altro, quelle che dicono ai terapeuti ciò che si aspettano di sentirsi dire ma poi fanno comunque quello che vogliono.

Queste ragazze danno meno nell’occhio ma alla fine, in ambo i casi, si arriva agli psicoterapeuti che dicono: “Non sappiamo come aiutarti, non sappiamo cos’è che ti fa stare male, perché non ci parli di quelli che sono i tuoi problemi?”. E di fronte a questo interrogativo, entrambe le tipologie di “pazienti difficili” rimangono sedute in silenzio. Fissano lo psicoterapeuta con aria inespressiva, e scuotono le spalle come a volersi scrollare di dosso la domanda.

Con entrambe le tipologie di “pazienti difficili”, dopo un po’ di tempo i terapeuti iniziano a sentirsi frustrati, e alla fine se ne lavano le mani. Pensano che noi, essendo “pazienti difficili”, non ne valiamo la pena. Pensano che non valga la pena di perdere energie e tempo con noi. Sentono che non riescono ad aiutarci, e ne sono imbarazzati, o provano vergogna, o semplicemente non concepiscono il fatto che tutte le loro lauree e dottorati possano non averli comunque resi in grado di entrare nella nostra mentalità e poter essere effettivamente d’aiuto. Non vogliono avere a che fare con pazienti che sembrano accondiscenti ma che poi fanno comunque come vogliono, e men che meno con pazienti che gridano, che li insultano, che fanno le arroganti, salvo poi ricevere una telefonata dal Pronto Soccorso a mezzanotte che li informa dell’ennesima prodezza (dis)alimentare delle loro assistite.

Non dimenticherò mai la psicoterapeuta che mi scaricò dicendomi: “Tu non sei malata di anoressia, l’anoressia è solo un sintomo, una manifestazione della tua vera malattia: tu sei malata di controllo, ecco qual è il vero problema. Ma se tu per prima non sei disposta a rinunciare a questo controllo, la tua patologia cronicizzerà, ed io non posso fare niente per te.”

Lei ha mollato con me. E anche altri terapeuti, successivamente.

Loro ci rinunciano, con noi “pazienti difficili”, si arrendono. Alzano bandiera bianca.

E così noi alziamo bandiera bianca con noi stesse.

Quello che tali terapeuti non hanno mai fatto è rimanere abbastanza a lungo da capire che quando ci aggrappiamo disperatamente al nostro disturbo alimentare
per paura
o rabbia
o pura testadaggine…
… quando ci aggrappiamo disperatamente ad esso contro ogni logica e razionalità, ecco, quegli psicoterapeuti che si arrendono non sapranno mai che un giorno noi ci aggrapperemo alla strada del ricovero con altrettanta fierezza.

Non fraintendetemi, non voglio dire che bisogna essere sempre entusiaste del tipo oh-percorrere-la-strada-del-ricovero-è-una-meraviglia-assoluta!, perché è ovvio che le cose non stanno così. Spesso e volentieri percorrere la strada del ricovero è tutt’altro che semplice e divertente, ed è ben arduo affrontare la lotta quotidiana contro il DCA. Pensare che una persona possa essere sempre al 100% super-iper-motivata a combattere contro l’anoressia è semplicemente sciocco.

Ma la forza che ci vincola al nostro disturbo alimentare – contro ogni parvenza di una vita normale, anche quando dilania noi stesse e le nostre relazioni con familiari ed amici, anche quando sappiamo che potremmo morire se continuiamo a seguire il DCA – è una risorsa. Perché quella forza noi la possediamo. Dobbiamo solo direzionarla nella giusta direzione: verso la strada del ricovero.

Le caratteristiche della propria personalità, come la capacità di essere una rompicoglioni, sono in genere neutre. Sono quello che sono. È il modo in cui le utilizziamo che fa la differenza. Essere una narcisista manipolatrice non vi aiuterà a farvi un sacco di amici, ma potrebbe rendervi un’ottima politica o un’ottima CEO. La paura di staccarsi da un DCA può essere poco a poco trasformata nella paura di ricadere di nuovo nel DCA. Un rifiuto ostinato a provare qualcosa di nuovo può lasciarvi bloccate nell’anoressia per decenni O può significare che la vostra abitudine di combattere contro il DCA un giorno sarà altrettanto solida.

Fin troppe ragazze vengono tacciate di essere “pazienti difficili” e vengono mollate dai terapeuti, con conseguente chiusura al trattamento, ricaduta, e infognamento ancora peggiore nel DCA a causa del senso di fallimento provato. Non metto in dubbio che possano effettivamente essere delle “pazienti difficili”. Non nego che, per gli psicoterapeuti, lavorare con una paziente malata di anoressia/bulimia/DCAnas possa essere un compito ingrato e molto difficile. Ma quando le persone cominciano a rendersi conto di quali sono le 2 facce della medaglia dell’essere rompicoglioni, possiamo cominciare ad allontanarci dal nostro DCA. Spesso e volentieri non siamo intenzionalmente “difficili” (ehm, okay, ammetto che effettivamente in certe occasioni io ho cercato di fare la difficile…), bensì siamo confuse, e spaventate, e bloccate, e arrabbiate. Chi non sarebbe “difficile” in situazioni del genere? L’essere una “paziente difficile” da trattare non giustifica gli psicoterapeuti che se ne lavano le mani. L’essere una “paziente difficile” non dovrebbe essere una scusa per gli psicoterapeuti per rinunciare. Purtroppo troppo spesso è proprio così.

Sì, io sono stata una “paziente difficile”. Sì, mi è stato detto che ero una malata di controllo, che sarei stata una paziente cronica e al di là di ogni possibile aiuto. Sì, mi sono dovuta fare un culo come un rosone per trovare la psicologa e la dietista che facessero al mio caso, e soprattutto per combattere contro l’anoressia giorno dopo giorno, cosa che sto facendo tuttora. Sì, ci ho impiegato anni, ed anni, ed anni, ed anni. Ma adesso ho davvero una buonissima qualità della vita.

“Difficile” NON è sinonimo di “Impossibile” né di “Senza speranza” – non lo dimenticate.

venerdì 31 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/4: La vita dopo un DCA

Eccoci qua all’ultimo post della serie “Definizione di “ricovero””, post nel quale voglio prendere in considerazione ciò che succede a chi ha avuto un DCA nel momento in cui arriva ad una duratura remissione dello stesso. Abbandonare i comportamenti patologici indotti dal DCA rappresenta, in un certo senso, un mezzo per raggiungere un fine: il fine è il raggiungimento della salute e di una quanto migliore possibile qualità della vita. Non c’è una modalità univoca per arrivare ad acquistare un’ottima qualità della vita, né del resto è possibile dare un’univoca definizione di “ottima qualità della vita”: quello che è considerato “vita di qualità” varia infatti da persona a persona.

Ma è possibile guardare un gruppo di persone che hanno avuto una completa remissione dall’anoressia/bulimia e accorgersi che più o meno tempo fa queste persone erano devastate dalla piena espressione di un disturbo alimentare?

La risposta è: dipende. Dipende sia dal gruppo di persone che si prendono in esame, sia dagli specifici fattori che si prendono in considerazione.

Perfezionismo e bisogno di controllo 

Il perfezionismo e/o il bisogno di controllo sono caratteristiche comuni, concomitanti o meno, a molte persone affette da DCA. Molte pazienti riferiscono elevati livelli di perfezionismo e/o forte bisogno di controllo sia prima che durante il DCA, il che ha portato i ricercatori a pensare che il perfezionismo e il bisogno di controllo fossero significativi fattori di rischio in merito allo sviluppo di un DCA. Quello che ci si chiede dunque è come il perfezionismo e/o il bisogno di controllo persistano anche dopo un percorso di “ricovero”. I dati a tal proposito sono piuttosto variegati, ma sembra che le persone che si ammalano di anoressia/bulimia siano più perfezioniste e/o più fissate col controllo rispetto a chi non ha mai avuto un DCA, anche se sia i livelli di perfezionismo sia il bisogno di controllo sembrano ridursi man mano che si procede sulla strada del ricovero.

In uno studio pubblicato su “International Journal Of Eating Disorders”, Anna Bardone-Cone e i suoi colleghi hanno comparato donne che avevano raggiunto una remissione dall’anoressia a donne che stavano ancora percorrendo la strada del ricovero, in merito a caratteristiche quali il perfezionismo e il bisogno di controllo. (Bardone-Cone et al., 2010) I ricercatori hanno reclutato 96 donne che erano ricoverate o che erano state ricoverate in una clinica specializzata per DCA nel Missouri. Di queste donne, 53 erano nel pieno del loro DCA, 15 stavano percorrendo la strada del ricovero, e 20 erano arrivate ad una remissione stabile. Sono stati valutati sia i comportamenti sintomatici propri del DCA, sia (tramite differenti misure) il perfezionismo e il bisogno di controllo.

Le donne che avevano raggiunto una remissione stabile dal DCA, presentavano livelli di perfezionismo e/o un bisogno di controllo soltanto di poco superiori rispetto a quelli di donne che non avevano mai avuto un DCA. Tuttavia, le donne che stavano percorrendo la strada del ricovero, mostravano livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo molto più elevati e più vicini a quelli delle donne nel pieno del loro DCA. Questo potrebbe voler dire che sia il perfezionismo sia il bisogno di controllo sono i 2 fattori che permangono più a lungo e si fanno risentire anche in quelle persone che sono piuttosto lontane dal DCA e molto avanti nella strada del ricovero. Potrebbe anche però voler anche dire che il ricovero da un DCA è ciò che permette la riduzione del perfezionismo e/o del bisogno di controllo.

Questi risultati contrastano con quelli di uno studio precedente, che aveva rilevato che i livelli di perfezionismo e/o bisogno di controllo rimanevano molto elevati anche dopo il “ricovero” da un DCA. Ma forse questa discrepanza è dovuta alla differente definizione di “ricovero” considerata dai 2 studi. Sarebbe bello poter ripetere ambo gli studi utilizzando un’univoca definizione di “ricovero”, per vedere cosa potrebbe venirne fuori.

Altre caratteristiche di personalità 

Il perfezionismo e il bisogno di controllo sono 2 caratteristiche, non necessariamente concomitanti, spesso e volentieri presenti in chi ha l’anoressia, ma non sono i soli 2 fattori significativi. Alcune ricerche compiute sui tratti di personalità pre-esordio del DCA e post-esordio del DCA (Klump et al., 2004) di 358 donne malate di anoressia, bulimia o DCAnas hanno individuato altre caratteristiche caratteriali che condizionano il percorso di ricovero. Hanno valutato la personalità utilizzando il “Cloninger’s Temperament and Character Inventory” (che da ora in poi abbrevierò come “CTCI”).
Di che cosa si tratta?

In breve:

Il termine “temperamento” si riferisce a quell’ampia parte della nostra personalità che è innata. Nel CTCI sono considerati 4 aspetti del temperamento: evitamento, ricerca delle novità, dipendenza dalla ricompensa e persistenza. Il “carattere” è invece visto come un qualcosa di più flessibile e di non innato, bensì costruito giorno dopo giorno sulla base delle proprie esperienze di vita. Il CTCI valuta 3 differenti aspetti del carattere: autoreferenzialità, cooperatività e trascendenza.

Anche se alcuni aspetti del temperamento e del carattere variano dopo aver fatto un percorso di ricovero dal DCA, in molte aree non c’è granché shift. I ricercatori hanno trovato elevati livelli di evitamento in persone con DCA sia prima che dopo l’esordio dello stesso. Hanno altresì notato una riduzione dei livelli di cooperatività. La ricerca delle novità era più spiccata nelle donne affette da bulimia, anche se comunque ne è stato riscontrato un aumento anche nelle donne affette da anoressia, dopo che avevano raggiunto una quantomeno parziale remissione della malattia. Parlando più in generale del temperamento e del carattere, le donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero mostravano significative differenze dalle donne che non avevano mai avuto un DCA in alcune specifiche aree, soprattutto nell’evitamento, nella ricerca delle novità, e nella cooperatività.

Aspetto interessante da notare, tutte le donne che erano arrivate ad una remissione del DCA presentavano tratti di personalità piuttosto simili tra loro. In altre parole, le donne con un passato/presente di DCA si somigliano per certi tratti caratteriali tra di loro, molto di più di quanto non facciano le donne che non hanno mai avuto un DCA. I ricercatori hanno comparato i tratti di personalità utilizzando un’ampia gamma di questionari, relativi non solo al DCA, di 60 donne che erano riuscite ad arrivare ad una remissione dell’anoressia o della bulimia (Wagner et al., 2006). In questo modo hanno potuto vedere come certi aspetti della personalità fossero non solo più frequentemente presenti in donne che avevano vissuto un DCA rispetto a quelle che non l’avevano vissuto, ma anche comuni tra le donne stesse. Sulla base di questo studio le donne che avevano raggiunto una remissione dal loro DCA sono state suddivise in 2 principali gruppi: quelle del primo gruppo avevano alti livelli di impulsività, ricerca delle novità, e trascendenza, quelle del secondo gruppo avevano alti livelli di evitamento e persistenza.

E loro, cosa ne dicono? 

Uno dei modi migliori per capire com’è la vita di chi ha fatto significativi passi avanti sulla strada del ricovero, è chiederglielo direttamente. Così 2 ricercatori svedesi hanno chiesto a 14 donne che avevano intrapreso un percorso di ricovero, e che erano a buon punto, di sottoporsi ad un’intervista relativa alla loro propria percezione del “ricovero”. (Bjork & Alstrom, 2006). Le 14 donne in questione avevano tutte un’età compresa tra i 22 e i 34 anni, e si erano ammalate di DCA dai 2 al 12 anni prima. 4 di queste donne erano affette da anoressia, 4 da bulimia e 6 da DCAnas.

Prima che i ricercatori iniziassero a raccogliere le interviste, fecero immediatamente un’osservazione: tutte le partecipanti allo studio erano molto pronte e contente di condividere i loro pensieri e le loro sensazioni a proposito del “ricovero”. Molte di loro avevano un sacco di cose da dire, ed era così possibile raccogliere un sacco di materiale. Alcune di loro, tuttavia, avevano dato delle risposte piuttosto stringate: vivevano la vita che erano riuscite a riconquistare, e non avevano voglia di pensare nuovamente a quel DCA che gliel’aveva devastata.

Le frasi di queste ragazze si commentano da sole. Giusto per citarne qualcuna che quoto in pieno:

“Cerco di fare le cose per il mio bene in un altro modo, credo. Anche quando restringevo l’alimentazione mi sembrava di farlo per il mio bene, ma questa era solo una bugia derivata dall’anoressia. Adesso lavoro per la mia salute, per me stessa. Non vorrei sembrare un’egoista, una che si mette sempre al primo posto e pensa di avere ogni diritto del mondo, è che, semplicemente, cerco di ascoltarmi di più. Mi do tregua, tempo per respirare. Per esempio, se un giorno sono stanca e ho soltanto voglia di sedermi sul divano e leggere un libro, mi do il permesso di farlo, non come prima che dovevo essere sempre al pezzo.” (Novaly)

“Sì, ho accettato il mio corpo. Il che non significa che lo amo. Non mi piaccio fisicamente, ma accetto di essere così perché è quello che mi serve per riuscire a vivere a pieno la mia vita. Il mio corpo è sano e lavora, e questo è quanto. Ecco cosa penso. Non è il corpo che vorrei, ma per rendermi funzionale deve essere così, e dunque così sia.” (Haley)

“Ho ricominciato a lavorare per bene, ad uscire con gli amici, a dedicarmi allo sport… insomma, pian piano mi sono ripresa tutte le cose che mi piacciono e dalle quali con l’anoressia mi ero allontanata. Sto vivendo una vita di qualità. Sono ancora vulnerabile ai pensieri del DCA, però sono consapevole che sono tali e riesco a tenergli testa, cosicché continuo ad alimentarmi adeguatamente, e a fare tutto ciò che rende la mia vita degna d’essere chiamata tale. Ci sarà sempre qualcosa dell’anoressia in me, ma io sarò più forte di lei e i suoi pensieri li ricaccerò in un angolino senza più permettergli di affiorare e di condizionare questa vita di qualità che ho faticosamente ricostruito.” (Andrea)

I ricercatori concludono:

“Riguardo alle loro vite quotidiane attuali, le partecipanti allo studio esprimono speranza, consapevolezza, determinazione, e un senso di libertà. È chiaro che riescono a discernere la loro vita presente rispetto alla loro vita passata nei momenti peggiori del DCA. Il “ricovero” per queste donne è sinonimo di affrontare quotidianamente il DCA che in precedenza aveva riempito le loro vite, alimentandosi correttamente in maniera costante, e trovando altri interessi in modo da non identificarsi più nel DCA stesso. Sono donne che combattono per essere sane, sia fisicamente che psicologicamente. Anche se sono lucidamente consapevoli che le ricadute possono essere dietro l’angolo e che c’è da tenere sempre alta la guardia, sanno che non torneranno più ad una condizione di sudditanza nei confronti del DCA. E lo sanno perché adesso hanno raggiunto un’ottima qualità della vita, e si rendono conto che vale davvero la pena preservarla.” 
(mia traduzione) 

Concordo. In pieno.

venerdì 24 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/3: Cosa contribuisce al ricovero/remissione di un DCA?

Negli ultimi 2 post ho parlato di come gli psicoterapeuti definiscono il “ricovero” e di come lo fanno le persone affette da DCA. Oggi voglio prendere i considerazione quali sono i fattori predittivi l’esito del “ricovero” in un DCA.

Premessa. Quando scriverò dei fattori predittivi di cattivo esito del “ricovero”, è possibile che qualcuna di voi ci si riconosca, e si scoraggi. “Veggie sta forse dicendo che non riuscirò mai a stare meglio?”. NO. Non sto assolutamente dicendo questo. Io sono dell’idea che CHIUNQUE, con il giusto supporto psicoterapeutico e nutrizionale, ma soprattutto con tanta forza di volontà, possa fare enormi passi avanti sulla strada del ricovero. Tutte noi – tutte – abbiamo fattori predittivi sia positivi che negativi in merito all’esito del “ricovero”. Per cui, riconoscersi addosso qualche fattore predittivo negativo non significa assolutamente che non possiate stare meglio, significa semplicemente che, in media, le persone che hanno presentato quelle caratteristiche hanno avuto più difficoltà nel loro percorso di ricovero. Ma la media è un fattore statistico, non ha affatto valore assoluto. Il vostro destino non sta scritto da nessuna parte, siete voi che ce lo create quotidianamente: con il giusto supporto, la psicoterapia, l’ “equilibrio alimentare” e soprattutto con tutto il vostro impegno e olio di gomito, potrete sicuramente arrivare ad avere una qualità della vita sempre migliore. Per cui, non scoraggiatevi e soprattutto non fate assurde previsioni sull’esito del vostro percorso di ricovero basandovi unicamente su quello che sto per scrivere: piuttosto, se vi rendete conto di avere qualche fattore predittivo negativo, utilizzatelo come spunto per lavorarci su durante le sedute di psicoterapia.

*Fine del predicozzo / Inizia il post vero e proprio* 

Fattori ponderali e alimentari 

La maggior parte della letteratura relativa ai fattori che influenzano il “ricovero” è stata ricavata su persone affette da anoressia. Ho trovato solo 2 studi inerenti la bulimia, ma non identificano alcun vero criterio predittivo l’esito del “ricovero” (Keel & Mitchell, 1997). Per cui, leggendo questo post tenete conto che parlo di dati estrapolati da studi condotti sull’anoressia.

Diagnosi precoce. In numerosi studi, una breve durata della malattia e un B.M.I. nel range del normopeso al momento della diagnosi sembrano essere fattori predittivi positivi del successo di un percorso di ricovero. (Ovvio che questa sia una variabile importante, è la scoperta dell’acqua calda.) 

Recupero ponderale adeguato. In uno studio condotto su 212 adolescenti ospedalizzate per anoressia in Europa, i ricercatori hanno trovato che circa la metà andava incontro ad una seconda ospedalizzazione (Steinhausen et al., 2008). Basandosi sui dati, hanno identificato 5 fattori predittivi di riospedalizzazione in circa 2/3 delle pazienti: comorbidità con altre patologie psichiatriche, esordio del DCA in tenera età, iperattività, basso peso corporeo raggiunto, basso B.M.I. alla dimissione dal primo ricovero ospedaliero.

L’importanza di recuperare del peso è stata sottolineata anche in altri studi. In un follow-up dopo 21 anni di 84 donne che erano state ospedalizzate per anoressia, il 40% erano riuscite ad ottenere una remissione completa, il 20% alternavano periodi di remissione a ricadute, e il 26% erano acorda infognate nella malattia. (Le restanti, 14%, erano decedute). In questo caso, i fattori predittivi l’esito del percorso di ricovero erano rappresentati da: durata della malattia, B.M.I., sottotipo I o II di anoressia, severità dei sintomi psicologici, severità dei problemi relazionali, età d’esordio dell’anoressia, peso riacquistato.

Un altro studio inglese condotto su 22 donne ospedalizzate per anoressia ha rilevato che, effettivamente, riuscire a ritornare al proprio set-point fisiologico di peso corporeo rappresenta un element che evita successive riospedalizzazioni, e che aiuta nella remissione. (Baran, Weltzin & Kaye, 1995)

Varietà alimentare. I ricercatori hanno trovato che tanto maggiore è la varietà di cibi che una persona affetta da anoressia riesce a tornare a mangiare, tanto minore è la frequenza di ricadute. (Schebendach et al., 2008). Le 47 donne seguite in questo studio erano state ospedalizzate all’EDU del New York State Psychiatric Institute alla Columbia University. Dopo aver raggiunto un B.M.I. pari a 18 (il minimo del normopeso), alle 47 donne è stato fatto scrivere un “diario alimentare” per una settimana, quindi sono state seguite per un anno. A questo punto, si è visto che le donne che avevano una dieta più varia erano più avanti nel loro percorso di ricovero rispetto a quelle che mangiavano sempre i soliti poco vari cibi, a parità di calorie assunte.

Fattori psicologici 

Non soltanto i fattori relativi al recupero ponderale e all’alimentazione fanno la differenza nel percorso di ricovero, ci sono anche differenze individuali sul piano caratteriale/psicologico che condizionano il percorrere la strada del ricovero.

Perfezionismo, disistima e bisogno di controllo. In uno studio condotto su 26 donne ricoverate in un ospedale francese per anoressia, i ricercatori hanno somministrato loro un questionario relativo ai DCA, e le hannoo seguite per circa 8 – 10 anni. (Bizeul, Sadowsky & Rigaud, 2001). Metà delle donne ha ottenuto una remissione dell’anoressia durante il periodo di follow up, l’altra metà non c’è riuscita. In questo studio, nella fattispecie, i ricercatori hanno definito “ricovero” il recupero del proprio set-point fisiologico di peso corporeo, la presenza di ciclo mestruale regolare, l’assenza dei comportamenti alimentari tipici del DCA per almeno 2 anni consecutivi, autonomia dalla famiglia, recupero di una buona qualità della vita.

I ricercatori hanno notato che le donne che rispondendo al questionario si riconoscevano caratteristiche quali il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo, ma anche la difficoltà nelle relazioni interpersonali e una scarsa interocezione erano quelle che raggiungevano risultati più scarsi in termini di “ricovero”. Quando i ricercatori hanno preso in considerazione questi parametri, tuttavia, hanno notato che solo il perfezionismo, la disistima e il bisogno di controllo hanno effettivamente un valore predittivo negativo sull’esito del ricovero.

Supporto. In uno studio retrospettivo qualitativo condotto su 69 donne in Nuova Zelanda, i ricercatori hanno chiesto alle persone esaminate quali ritenevano fossero i fattori “sociali” che le avevano aiutate a stare meglio mentre percorrevano la strada del ricovero. Il 90% delle intervistate ha risposto “familiari” e/o “amici”. Altri fattori considerati un importante aiuto nel percorrere la strada del ricovero sono stati (in ordine d’importanza decrescente, secondo le percentuali riportate dallo studio in questione): crescita/maturazione, scoperta di altri interessi, psicoterapia, acquisizione di autonomia, lavoro, sport, supporto di altre persone che stavano combattendo contro il DCA, farmaci, gravidanza, il proprio partner.

Al di là della singola cosa, tutte le donne concordavano nel dire che un adeguato supporto da parte degli altri era stato un elemento molto importante nel loro percorso di ricovero. Chi fossero le persone supportive – amici, familiari, psicoterapeuti, partner – sembrava essere meno importante del supporto in sé per sé. Inoltre, un altro fondamentale aspetto del percorso di ricovero, a detta dei soggetti esaminati, stava nel riuscire a trovare altri interessi al di fuori dell’anoressia.

E i ricercatori sottolineano proprio questo aspetto alla fine dello studio:

“Il punto di forza e, allo stesso tempo, il punto di debolezza di questo studio consiste nel fatto che è filtrato esclusivamente dalla prospettiva delle pazienti. Pazienti che crescono, fanno nuove esperienze di vita, si aprono a nuovi interessi, e contemporaneamente grazie alla psicoterapia si guardano dentro cercando d’individuare le cause che le hanno portate a sviluppare il loro DCA. […] La prospettiva delle pazienti, unita ai dati clinici, ci permette di ricavare una sorta di romanzo, e di avere una ricca comprensione dell’eziologia e dei fattori che contribuiscono all’esito positivo di un percorso di ricovero dall’anoressia.” 
(mia traduzione)


(…CONTINUA…)

venerdì 17 gennaio 2014

Definizione di "ricovero"/2: Come definiscono il ricovero coloro che hanno un DCA?

Nel post della settimana scorsa ho parlato di come il “ricovero” da un DCA viene definito dagli psicoterapeuti: penso che siano stati fatti col tempo un sacco di passi avanti nel comprendere cosa significhi il termine “ricovero” (remissione/guarigione) da un punto di vista prettamente scientifico, dato che attualmente gli psicoterapeuti sono consapevoli che il concetto di “ricovero” è molto più esteso del semplice riprendere a mangiare normalmente e riacquistare il peso perso. Certo, questa è una parte del “ricovero”, ma non lo rappresenta assolutamente in toto.

Quando si parla di “ricovero”, però, non si può considerare solo il punto di vista della scienza: è parlando con le persone che hanno/stanno combattendo un DCA che è possibile capire cosa significhi per loro il ricovero in termini di miglioramento della qualità della vita, funzionamento psicosociale, ricadute, e così via. Alcuni ricercatori, perciò, per definire il “ricovero” hanno deciso di – semplicemente – parlare con delle ragazze affette da DCA.

Studi di questo tipo sono ovviamente qualitativi, e basati su ampie interviste delle ragazze in questione. Ora, devo ammettere che io in genere sono più per il quantitativo che non per il qualitativo. Mi piacciono i numeri e i dati concreti. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che è ben difficile, se non impossibile, dare numeri precisi quando si parla di un qualcosa come il ricovero da un DCA. Per cui, credo sia corretto utilizzare questa tipologia di studi per un post che tratta del ricovero dal punto di vista delle persone affette da DCA.

Raggiungere il "ricovero"

Uno studio del 2004 pubblicato in “Qualitative Health Research” considerava non soltanto la definizione di “ricovero” in sè per sè, ma anche come questa cambiava nei pensieri delle ragazze affette da DCA man mano che cominciavano a stare meglio (D’Abundo & Chally, 2004). Per alcune persone, ammettere la gravità della propria condizione e la necessità d’iniziare a combattere contro il DCA rappresentava un vero e proprio punto di svolta, dicono gli autori dello studio:

“Per alcune, il riconoscimento della gravità della malattia è avvenuto in seguito ad un evento critico che ha aperto loro gli occhi sulla realtà. Di fronte ad un ricovero ospedaliero, una delle ragazze intervistate ha detto: “Io ci lavoro in ospedale, faccio l’infermiera, non ero pronta ad essere la paziente”. Asseriva che avrebbe preferito cambiare le sue abitudini alimentari piuttosto che far venire a conoscenza del DCA i suoi colleghi. Riconoscere la gravità della malattia significa anche rendersi conto di quali sono le conseguenze negative che questa ha sulla propria salute fisica e mentale. Le ragazze intervistate si sono rese conto che le conseguenze di un DCA includono l’avere un aspetto fisico peggiore, l’avere sempre freddo, il non riuscire a mangiare in presenza di altre persone, l’avere problemi di fertilità, l’avere restrizioni o abbuffate, il sentirsi spesso asteniche, il non riuscire a pensare chiaramente, il non avere una vita sociale. Le ragazze intervistate hanno detto anche di “essere stufe” di tutto quello che il DCA aveva portato nelle loro vite.” 
(mia traduzione) 

Molte delle ragazze intervistate definiscono l’inizio del proprio “ricovero” il ricominciare ad uscire con gli amici, il ricominciare a studiare/lavorare, e l’avere di nuovo un po’ di vita sociale: la ricostruzione delle relazioni. Ciò nonostante, tutte le ragazze intervistate dicono di non aver superato completamente il proprio DCA. È sempre in un qualche recesso della loro mente, e devono comunque combattere quotidianamente per tenere a bada certi comportamenti e pensieri.

Un altro studio sempre relativo a donne che parlano del loro “ricovero” dall’anoressia, è centrato sulla tematica del “Riappropriarsi della Vera Se Stessa” nel momento in cui viene intrapreso un percorso di ricovero (Lamoureaux & Bottorff, 2005) Percorrere la strada del ricovero non è semplice, né rapido, né costante. Una delle intervistate dice:

“Questo è ciò che ha caratterizzato la mia battaglia contro l’anoressia: periodi di remissione alternati a ricadute. Mi sentivo… come se, andando avanti, m’introducessi in un territorio sconosciuto… in un’identità sconosciuta… in dei comportamenti che non mi erano affatto familiari… per cui, non era una passeggiata di salute. Trovavo più confortante l’anoressia, sebbene fossi consapevole della malattia, perché anche se mi distruggeva, per lo meno non c’era niente di nuovo, la restrizione alimentare era una strada che conoscevo benissimo, e questo mi rassicurava. Lasciare tutto questo mi faceva sentire estremamente vulnerabile. Ecco da dove veniva la mia paura: da questa sensazione di vulnerabilità.” 
(mia traduzione) 

Definire il “ricovero” 

Capire come avviene il processo di ricovero è ovviamente utile, ma questo non ci dice che cos’è il “ricovero”. E, soprattutto, non ci dice se la percezione che hanno le persone malate di DCA del “ricovero” corrisponde o meno alle definizioni date dalla scienza. Fortunatamente, esiste uno studio che si occupa proprio di questo. La prima ricercatrice che ha cercato di capire cosa fosse il “ricovero” per le persone affette da DCA è Greta Noordenbos, della Leiden University in Olanda.

Il primo step del suo studio consisteva nel porre 4 domande a delle ragazze considerate completamente “ricoverate” (guarite) dall’anoressia/bulimia (Noordenbos & Seubring, 2006):
1 - Quali criteri sono per te importanti per definire il “ricovero” dall’anoressia/bulimia?
2 - Sei d’accordo con quella che è la definizione che gli psicoterapeuti danno di “ricovero”?
3 - Quali dei criteri proposti dagli psicoterpeuti hai soddisfatto al termine del tuo ultimo percorso di “ricovero”? 
4 - Hai avuto ulteriori miglioramenti dopo che hai completato il tuo ultimo percorso di “ricovero”?

Utilizzando la letteratura preesistente a proposito del “ricovero” da un DCA, Noordenbos ha chiesto a ragazze affette da DCA di valutare l’importanza di 52 elementi inerenti il “ricovero”, elementi relativi ai comportamenti alimentari, all’immagine corporea, alla salute fisica, al funzionamento psicosociale, agli aspetti emozionali, e così via. Come potete vedere dalla tabella sottostante (l’ho ripresa pari-pari dallo studio in questione), a sinistra sono elencati gli elementi considerati, e a destra la percentuale di quanto le pazienti trovavano importante quell’elemento ai fini del “ricovero” dall’anoressia/bulimia (da un minimo dello 0% per elementi non importanti, a un massimo del 100% per elementi importantissimi).


(click sull'immagine per ingradire) 

Un altro studio sempre condotto da Noordenbos si basava sul somministrare a ragazze “ricoverate” dal proprio DCA delle domande aperte relative a quali fossero secondo loro i fattori più importanti nel percorso di “ricovero” da un DCA (Noordenbos, 2011). Le loro risposte potevano essere distinte in alcune categorie principali, di gran lunga più ampie rispetto a quelle considerate nel precedente studio del 2006:
• Comportamento alimentare
• Attività fisica
• Immagine corporea
• Pensieri ossessivi
• Salute fisica
• Salute mentale
• Gestione delle emozioni
• Relazioni interpersonali
• Vita lavorativa
• Gestione delle comorbidità

Alcuni di questi aspetti si ritrovano nel Ricovero Olistico di cui vi parlavo nel post precedente, ecco perchè tra tutte le definizioni scientifiche di “ricovero” è quella che mi piace di più: è relativamente semplice da utilizzare, e considera aspetti del “ricovero” che chi è affetto da DCA asserisce essere importanti.

E voi, ragazze, come la pensate? Cosa significa per voi “ricovero” dall’anoressia/bulimia/binge/DCAnas?

(…CONTINUA…)
 
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