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venerdì 6 marzo 2015

Chiunque abbia l'anoressia ha solo paura d'ingrassare? Possiamo incolpare la società occidentale?

Una cosa che trovo divertente dell’aver posto un tracciante sul mio blog, è vedere quali parole conducono le persone al mio angolo virtuale; l’altra faccia della medaglia è ovviamente rappresentata dal fatto che non posso interagire direttamente con queste persone. Questo post rappresenta dunque, per lo meno in parte, un tentativo di rispondere ad una delle più comuni domande che indirizza le persone verso il mio blog. Domande frequenti sono varianti delle seguenti: “le modelle troppo magre causano l’anoressia?”, “relazione tra anoressia e immagini di modelle eccessivamente magre”, “le foto delle modelle nei giornali causano l’anoressia?”, “anoressia e ragazze che vogliono essere come le modelle”, “il ruolo della società nell’anoressia”, “pensieri dei medici su come le modelle magre causano l’anoressia”, “la società e l’eccessiva magrezza sono da incolpare per l’anoressia?”. Ecco, questo è il punto.

Ho già affrontato questa tematica in diversi post, l’ultimo di questi era quello in cui disquisivo su alcuni Case Report che si occupavano dei DCA in donne non vedenti, ma già in passato avevo parlato di come l’idea – ovvero il luogo comune – che va per la maggiore tra la gente sia quello che la società occidentale promuove un’ideale di magrezza che causa l’anoressia e che le ragazze con questa malattia hanno paura d’ingrassare.

Questo luogo comune, insieme all’idea che i DCA non esistano nei paesi non-occidentali (o che compaiano solo quando essi risentano dell’influenza dei mass media occidentali), come è emerso anche dal commento che Rosa ha lasciato al mio post precedente, è spesso accettato come fosse un dato di fatto.

Rieger e i suoi colleghi, in un loro studio, hanno cercato di esaminare se questi luoghi comuni fossero effettivamente fondati o meno. Più nello specifico, il loro obiettivo era quello di: “Esaminare in maniera critica 2 luoghi comuni sulla correlazione tra società, peso e anoressia: 1) che la preoccupazione per il proprio fisico è una specifica manifestazione occidentale contemporanea della malattia e 2) che la diffusione della cultura occidentale è responsabile dello sviluppo dell’anoressia nei Paesi non-occidentali. [Per condurre] una review della letteratura empirica e teoretica sugli aspetti culturali dell’anoressia nervosa e sulle cartelle cliniche di 14 donne asiatiche trattate per DCA a Sydney, in Australia.” (mia traduzione)

In sostanza, questi ricercatori sostengono che è il desiderio di perdere peso come forma di controllo piuttosto che la paura di prendere peso a rappresentare una caratteristica distintiva dell’anoressia, e che l’interazione della cultura occidentale nei paesi non-occidentali non è la sola, e men che meno la principale, causa di anoressia, ma semmai tutt’al più una delle millemila concause che stanno alla base di una malattia notoriamente multifattoriale.

Il loro non è un articolo di primo piano né una review omnicomprensiva, ma credo che sia comunque una review che dà molto da pensare, e che tira fuori degli aspetti veramente convincenti ed importanti.

Per come stanno le cose ad oggi, una diagnosi formale di anoressia nervosa, usando il DSM, richiede che le pazienti presentino:

• “intensa paura di acquistare peso o di diventare grassi, anche quando si è sottopeso.” e
• “Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso” Il criterio del peso (“al di sotto dell'85% rispetto a quanto previsto”) e l’assenza di mestruazioni (amenorrea) sono altrettanto controversi (ne ho già discusso in passato in altri post, quindi evito di ripetermi).

Questi criteri sarebbero dovuti cambiare nell’ultima edizione del DSM, e nella fattispecie il criterio dell’amenorrea avrebbe dovuto essere eliminato… in realtà, però, leggendo il DSM-V si vede che detti criteri sono rimasti per lo più invariati:

• “Intensa paura di aumentare di peso o di ingrassare, o comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, nonostante un peso significativamente basso.”
• “Anomalia nel modo in cui è percepito il peso o la forma del proprio corpo; inappropriata influenza del peso o della forma del corpo sulla propria autostima, o persistente perdita della capacità di valutare la gravità della attuale perdita di peso.”

In sostanza, Rieger e i suoi colleghi valutano se questi criteri siano validi (Non esattamente, in effetti, perché quest’articolo è stato pubblicato nel 2001, dunque prima della revisione della corrente edizione del DSM, ma francamente penso che i redattori del DSM avrebbero tratto grosso beneficio dal leggere questo articolo).

Com’era già chiaro dal 1995, quando uno psichiatra inglese, Gerald Russell, scrisse:  
“Può darsi che si stia avvicinando il momento in cui sarà opportuno rivedere i nostri criteri diagnostici per l’anoressia nervosa, perché credo ci sia una falsa precisione nella formulazione attuale.” (mia traduzione)

Tra l’altro, Russell è stato il primo a pubblicare una descrizione della bulimia nervosa (e, sì, il “Segno di Russell” ha proprio preso il nome da lui).  

Natura delle preoccupazioni per il peso nell’anoressia 

Studi cross-culturali suggeriscono che la preoccupazione per il peso è minore nelle pazienti non-occidentali rispetto a quelle occidentali. Per esempio, in uno studio di 70 pazienti cinesi di Hong Kong, meno della metà riportavano preoccupazione per il proprio peso durante la fase più acuta della malattia. Tuttavia, queste donne attribuivano la loro perdita di peso ad inappetenza, epigastralgie o dolori addominali, il che suggerisce che la diagnosi di anoressia nervosa poteva essere del tutto inappropriata: una perdita di peso legata a perdita di appetito (nota bene: nel gergo medico l’ “inappetenza” si traduce con “anoressia” – ma NON “anoressia nervosa”!!) è piuttosto un segno di depressione – non di anoressia nervosa.

Rieger suggerisce che quello che è estremamente comune (universale?) nei casi di anoressia nervosa (“ciò che la distingue da ogni altra condizione patologica”) è la natura egosintonica del disturbo. Più specificatamente, il fatto che “la magrezza estrema non è percepita dalle pazienti come un reale problema: per quanto consapevoli che potrebbero averne dei danni di salute, continuano comunque a perseguirla perché questo le fa stare bene e le fa sentire come se avessero tutto sotto controllo”.

Rieger quota la descrizione di una paziente fatta da Charles Lasègue nel lontano 1873:
[…] soprattutto, lo stato di quiete, potrei quasi dire uno stato di appagamento davvero patologico. Non solo [la paziente] non mostrava alcun interesse nel farsi curare, ma era sostanzialmente soddisfatta della sua condizione, pur comprendendo i potenziali rischi per la sua salute. Comparando questo stato di soddisfazione con l’ostinazione a proseguire un percorso patologico, non credo che arriverò molto lontano. Comparando invece tutto questo con le altre forme di anoressia, non posso che osservare quale enorme divario vi sia. […]” (mia traduzione)

Nota a margine: la parola “magrezza” NON è contemplata nella prima descrizione dell’anoressia nervosa da parte di Lasègue.

Un’altra interessante paziente la troviamo in uno studio condotto da Ciseaux nel 1980: “[…] è come se [la paziente] non capisse cosa significa prendersi cura della propria salute. Sostiene che più dimagrisce, o comunque si mantiene magra, meglio si sente […] orgogliosa delle proprie capacità di controllo […] come se la restrizione alimentare fosse diventata la cosa più importante che abbia mai fatto nella sua vita. […]” (mia traduzione)

Rieger evidenzia altri esempi di pazienti che non contemplano affatto la paura di prendere peso od ingrassare:
 “[…] la restrizione alimentare dà un senso di grande potere, le pazienti provano la sensazione soddisfacente di avere tutto sotto controllo, e questo serve a perpetrare la patologia e a mantenerne la natura egosintonica. […]” (mia traduzione)

Insomma, quello che si evince è che, nelle varie pazienti, la restrizione alimentare e la correlata conseguente perdita di peso viene vissuta come fortemente egosintonica.

Rieger conclude la prima parte dello studio citando Russell: 
La paura di prendere peso sembra essere piuttosto una conseguenza, che non una caratteristica in sé, dell’anoressia nervosa, e non è comunque presente in tutte le pazienti. Quello che invece è costante ed immutabile in tutte le pazienti è il fatto che la natura della patologia è fortemente egosintonica, che è guidata dalla percezione di una sensazione di controllo, e che questo controllo esteso alla propria alimentazione e al proprio corpo permette alle pazienti di venire a capo dei propri conflitti interiori tacitandoli e illudendosi così di averli risolti.” (mia traduzione)

Natura delle preoccupazioni per il peso nell’anoressia in Paesi non-occidentali. 

È stato – e tuttora purtroppo è – luogo comune sui DCA il credere che esistano solo nel mondo occidentale, e che la loro comparsa nelle minoranze di immigrati sia legata all’influenza della cultura e dei mass media occidentali: l’internalizzazione di un ideale di magrezza. Alcuni ricercatori avevano provato ad attribuire la differente prevalenza dei DCA nei vari Paesi non-occidentali al diverso “livello di occidentalizzazione” di suddetti Paesi.

Questo tentativo di attribuzione, ovviamente, non tiene conto dei casi di anoressia che comunque si sono verificati ben prima che il modello di magrezza fosse quello dominante nella società. Quel che è certo è che, quando William Gull e Charles Lasègue descrivevano casi di anoressia, la parola “magrezza” non viene MAI menzionata.

Ad oggi esistono studi che mirano a dimostrare che esiste una correlazione tra modelli proposti dalla civiltà occidentale, preoccupazione per la propria fisicità, e DCA, e allo stesso tempo esistono altrettanti studi che mirano a dimostrate che detta correlazione è inesistente.

Per esempio, uno studio rivela che nelle ragazze asiatiche emigrate in Inghilterra, la restrizione alimentare era correlate a valori tradizionali (e NON occidentali) (Hill & Bhatti, 1995). Questa conclusione è supportata da un ulteriore studio condotto da Mumford e i suoi colleghi nel 1991, che rileva la medesima correlazione. Hoek ed i suoi colleghi, in uno studio del 1998, rivelano che la prevalenza dell’anoressia nella popolazione generale di un’isola caraibica era la medesima dei Paesi occidentali, e uno studio di Apter et al. nel 1994 mostra che in un gruppo di villaggi musulmani le donne mostravano le medesime psicopatologie alimentari di pazienti occidentali affette da anoressia.

Fare studi cross-culturali è, tuttavia, molto difficile: innanzitutto, i test e gli strumenti utilizzati per valutare le pazienti in un Paese, sono applicabili, adeguati e rilevanti per pazienti di un altro Paese? E mentre tali problemi metodologici possono spiegare i risultati contraddittori ottenuti, Rieger suggerisce che questo “può essere dovuto ad una possibilità raramente presa in considerazione: che a prescindere dalla provenienza geografica, l’anoressia può rappresentare comunque una strategia di coping che viene messa in atto a prescindere da tutto.”

Gli autori hanno preso in esame anche le cartelle cliniche di 14 pazienti asiatiche affette da anoressia e bulimia, trattate a Sydney, in Australia. Tutte le pazienti riferivano di aver vissuto la restrizione alimentare come egosintonica, ma solo alcune di esse riferivano di aver paura di riprendere peso/ingrassare. Pur non mostrando particolare paura nei confronti del riprendere peso, alcune delle pazienti si rifiutavano di prendere in considerazione la gravità clinica della loro condizione di sottopeso.

Parlando della mia esperienza personale (quanto di meno scientifico possa esserci, insomma…), effettivamente io non ho mai avuto paura di riprendere peso, ed ero anche consapevole del fatto che il mio regime di restrizione alimentare era insalubre ed avrebbe potuto recare danni alla mia salute: tuttavia avevo talmente tanto bisogno di sentirmi in controllo, che le preoccupazioni sulla salute scivolavano in secondo piano. Non mi interessava il peso in sé (tant’è che non mi sono mai pesata, nemmeno nella fase più acuta dell’anoressia), anzi, avrei preferito poter continuare a restringere l’alimentazione pur mantenendo costate il mio peso (cosa impossibile, ovviamente) affinchè nessuno se ne accorgesse e io potessi continuare a restringere l’alimentazione per sentire il senso di controllo che mi trasmetteva. Infatti non m’interessava il perdere peso, mi interessava solo il meccanismo della restrizione alimentare perché mi faceva percepire questo (illusorio) senso di controllo: l’anoressia era una strategia di coping strettamente connessa al mio patologico bisogno di controllare ogni singolo ambito della mia vita. Difatti nel momento in cui, durante il mio percorso di ricovero, sono arrivata a comprendere a pieno questo (inizialmente ne avevo una consapevolezza molto parziale), seguire l’ "equilibrio alimentare" è diventato relativamente semplice.

Tornando allo studio in questione, Rieger e i suoi colleghi lanciano anche dei suggerimenti per studi futuri miranti a valutare la validità dei loro assunti. In sostanza, dicono che i futuri studi dovrebbero essere più esplorativi e aperti alle più svariate interpretazioni. Dicono che dovrebbero andare oltre i soliti test per DCA standardizzati nei Paesi occidentali, e affrontare la tematica con meno pregiudizi lasciando aperto il campo a tutte le ipotesi possibili: valutare per esempio se anche nei Paesi non-occidentali ci siano degli ideali di magrezza su basi culturali o religiose o tradizionali, perché affezionarsi ad ipotesi sbagliate può in definitiva limitare la comprensione dell’anoressia, per cui è importante esaminare criticamente ogni possibile ipotesi.

Per come la vedo io, la domanda centrale è: qual è la caratteristica distintiva dell’anoressia? E’ la paura di prendere peso, e dunque chi non ha questa paura rappresenta un caso “atipico” di anoressia, o è l’ampiamente applicabile criterio dell’egosintonico desiderio di restringere l’alimentazione? Io voto a favore dell’egosintonia: ritengo che l’egosintonica natura della patologia sia ciò che veramente definisce l’anoressia. E, egosintonicamente parlando, suppongo anche di aver ragione.

Se mi rifaccio alla mia esperienza, infatti, io non volevo affatto dimagrire (ero magra già in partenza), anche perché questo comprometteva le mie prestazioni sportive, però volevo restringere l’alimentazione perché mi faceva sentire in controllo. A suo modo, mi faceva stare bene. E io volevo sentirmi in quel modo. Secondo me, queste sono ragioni profondamente egosintoniche, anche perchè non m’interessava il peso in sé.

E voi, ragazze, cosa ne pensate? Qual è stata la vostra esperienza? Quale pensate sia il ruolo della paura di riprendere peso nell’anoressia? E dell’egosintonia? Se vi va, scrivetelo nei commenti!

venerdì 28 marzo 2014

Quest'immagine potrebbe essere dannosa per la tua salute

Come ho già scritto più e più volte, NON credo che i mass-media siano responsabili dell’anoressia. NON credo che vedere le immagini di modelle particolarmente magre possa causare un DCA. È pur vero che, se queste cose non sono determinanti nella comparsa dell’anoressia, di certo non sono comunque utili né positive per chi ha un disturbo alimentare (ma anche per che non ce l’ha, se è per questo). E certe immagini non le possiamo evitare, per quanto si tenti: riviste, TV, cartelloni pubblicitari ci stanno sotto gli occhi tutti i giorni. E non è infrequente – soprattutto nelle riviste più modaiole e molto lette per lo più da un pubblico giovane di sesso femminile – trovare fotografie di modelle opportunamente ritoccate con qualche programma di elaborazione digitale.
Personalmente, non ho nulla in contrario ad un moderato uso di Photoshop per cancellare qualche imperfezione cutanea o per far risaltare determinati colori o cose del genere. La fotografia è una forma di arte, dopotutto.

Ma quando questi software vengono utilizzati per ritoccare pesantemente l’immagine delle modelle, quando queste diventano più digitali che umane, quando non c’è alcun modo che certi capi d’abbigliamento presenti in un’immagine possano riflettere ciò che effettivamente succede quando un reale essere umano li indossa, ecco, questo secondo me è scorretto (per non usare una parola più offensiva, che inizia sempre per “S”…). E’ nient’altro che pubblicità ingannevole. E il vedere delle immagini del genere incasina non poco le nostre sinapsi neuronali.

L’immagine di una modella esageratamente magra ci dice, indirettamente, che è possibile arrivare in tranquillità ad avere un peso del genere. Perché il nostro cervello non è programmato per pensare al fotoritocco, ma solo per esaminare le immagini che gli vengono poste di fronte: se vede una ragazza sorridente ad un peso improbabile, il pensiero di fondo sarà quello che è possibile essere felici quando si è estremamente sottopeso. È un’enorme cavolata, ovviamente, ma è così che rudimentalmente funziona la nostra mente. Pochi esseri umani hanno un sottopeso fisiologico, e neanche coloro che sono fisiologicamente magri si avvicinano alla magrezza di certe modelle che si vedono nei giornali o nei cartelloni pubblicitari.

Scrivono la ricercatrice Marika Tiggemann e i suoi colleghi in un articolo sulla rivista “Body Image”: 

“[…] Anche sfogliando distrattamente una qualsiasi rivista modaiola, sarà possibile notare una vasta pletora di ragazze giovani, alte, con gambe lunghissime, occhi grandi da cerbiatto, pelle liscia come una pesca, tratti somatici tipicamente caucasici. Queste stesse immagini mostrano modelle estremamente magre. Non sono semplicemente donne naturalmente magre, ma le moderne tecniche di modificazione digitale sono ad oggi utilizzate di routine per allungare le gambe, togliere peso e centimetri dalla vita, dai fianchi, dalle cosce, ed eliminare ogni qualsiasi difetto. (Bennet, 2008). Così presentati, gli standard fisici proposti dai mass-media diventano ancor più irrealistici ed irraggiungibili per la donna media. […]” 
(mia traduzione)

È luogo comune diffuso che questi modelli di eccessiva magrezza proposti dai mass-media giochino una parte importante nella genesi dei DCA. Come sapete, io la penso diversamente. Io non credo che cose del genere abbiamo il potere di far nascere un disturbo alimentare in un soggetto che non ha alcun altro fattore predisponente per questo tipo di malattia. Non credo che possano essere una significativa causa nemmeno in chi ha fattori predisponenti. Però credo che senz’altro il vedere immagini di questo tipo non faccia bene a nessuno, non sia in alcun modo d’aiuto, soprattutto per chi sta combattendo contro il proprio DCA.

Alcuni Paesi hanno proposto di varare una legge che imponga a chiunque pubblichi foto di modelle, di segnalare con apposita etichetta quelle che sono state alterate con programmi di fotoritocco. L’idea di base è che, se si è consapevoli che quelle immagini sono fake, se ci viene sbattuto sotto gli occhi il fatto che sono fake, allora verrà ascritta loro meno importanza e credibilità. A naso, ho subito concordato con quest’idea. Ma poi ho scoperto un recentissimo studio scientifico elaborato da Tiggemann e colleghi, che viceversa mostra come etichette di questo genere non sono utili come potrebbe sembrare a istinto. Anzi, non sono utili affatto.

Cos'hanno scoperto i ricercatori: 

I ricercatori hanno reclutato per il loro studio 120 studentesse universitarie di età compresa tra i 18 e i 35 anni, facendo vedere loro 15 pagine di una rivista piene di foto di modelle eccessivamente magre. Alcune di queste immagini erano prive di ogni qualsiasi etichetta, alcune erano accompagnate da un’etichetta generica (“Attenzione: Quest’immagine è frutto di fotoritocco”), alcune erano accompagnate da un’etichetta specifica (“Attenzione: Quest’immagine è frutto di fotoritocco utilizzato per rendere la pelle più liscia, i muscoli più tonici, le braccia, le gambe ed i fianchi più magri”). Laddove presenti, le etichette erano piazzate alla destra o alla sinistra dell’immagine della modella, in maniera tale che fossero ben visibili (Font: Calibri, Dimensione carattere: 11). I ricercatori hanno anche organizzato un gruppo di controllo, costituito da donne con le medesime caratteristiche, cui venivano fatte vedere fotografie di accessori, o di automobili, o comunque di oggetti inanimati. Dopo aver visualizzato le immagini, a tutte le donne era richiesto di rispondere ad una serie di domande relative al loro umore e all’insoddisfazione per la propria fisicità, nonché relative alla loro considerazione in generale relativamente al proprio corpo.

Le donne che avevano guardato le foto delle modelle rivelavano un’insoddisfazione per il proprio corpo maggiore rispetto a quelle che avevano visto le foto di oggetti inanimati. Allo stesso tempo, il livello d’insoddisfazione era pressoché identico sia in chi aveva guardato foto non contrassegnate, sia in chi aveva guardato foto accompagnate da etichette. In altre parole, quelle donne provavano insoddisfazione per la propria fisicità anche se erano pienamente consapevoli che le immagini guardate erano fake. Il pensiero sottostante di queste donne immagino sia stato: “Se persino le modelle hanno bisogno di un pesante fotoritocco per apparire in questo modo, immagina di quanto “aiuto” ho bisogno io per sembrare anche solo lontanamente simile a loro”.

 Una variabile che appare significativa è un fattore chiamato “comparazione sociale”. Consiste sostanzialmente nella frequenza con cui una persona paragona il proprio corpo a tutte coloro che la circondano (e si sentono sempre inferiori alle altre, e sempre colpevoli per questo). Le donne che hanno questo tipo di problema sono quelle più vulnerabili alla visione di certi tipi d’immagini, nonché – secondo lo studio – quelle la cui insoddisfazione per il proprio corpo era più elevata anche dopo aver visto le immagini contrassegnate da etichette.

I ricercatori hanno ripetuto una seconda volta un esperimento del tutto simile, che ha sostanzialmente confermato i risultati del precedente.

Gli autori dello studio hanno quindi concluso:

“Dai risultati di questo studio si evince che, anziché interrompere o prevenire la comparazione sociale come desiderato, il vedere immagini contenenti etichette d’avvertimento implementa la comparazione sociale stessa. Forse perché dette etichette fanno focalizzare ancor di più l’attenzione sul corpo della modella, anziché guardare l’immagine nel suo insieme. Questo è confermato dal fatto che, soprattutto in quelle donne che hanno problemi di spiccata comparazione sociale, la presenza delle etichette accanto alle immagini accresce la loro insoddisfazione nei confronti della propria fisicità. […]” 
(mia traduazione) 

Io immagino che questo dipenda dal fatto che la maggior parte di noi, in fondo, sa perfettamente che le foto delle modelle che si vedono sono fotoritoccate. A livello cognitivo, razionale, sappiamo bene che sono fake. Ma è nel gap che intercorre tra visualizzazione di un’immagine e sua interpretazione razionale che si cela l’emotività. E l’emotività non può essere cancellata da nessuna etichetta d’avvertimento. Inoltre, queste etichette fanno sì che la concentrazione si focalizzi molto di più sul corpo della modella, cercando di vedere quali parti non sono “reali”, e scrutando ogni singolo dettaglio per individuare possibili segni d’alterazione e rielaborazione digitale.

In poche parole, io credo che ci sarebbe bisogno di una maggiore variabilità nelle immagini che ci vengono propinate dai mass-media: sia in termini di taglia, di dimensioni e forme del corpo, sia in termini di etnia, e molti altri fattori di questo tipo. E questo come considerazione generale, rivolta a qualsiasi donna, non necessariamente a chi ha un DCA, perché credo che i disturbi alimentari affondino le loro radici in tutt’altre problematiche ben più profonde e complesse della mera fisicità. Sarebbe bello poter sfogliare una rivista modaiola, ed avere per lo meno l’idea di come un paio di jeans possano vestire su di noi, non su un’immagine ritoccata per essere quanto più vicina possibile ad un appendiabiti…

venerdì 22 marzo 2013

Lasciate che ve lo ripeta: i mass-media non causano l'anoressia

Per l’ennesima volta, ho ricevuto un’e-mail da parte di una persona che ha attribuito la colpa della comparsa dei disturbi alimentari soprattutto tra le adolescenti, alla cattiva influenza che i modelli di bellezza associata ad un’eccessiva magrezza proposti dai mass-media avrebbero sulle ragazze.

Io non sono d’accordo, e ne ho già parlato. Ma, visto che ci siamo, ne approfitto per ribadire il concetto, per come la penso io. Mi farebbe piacere se, nei commenti, mi diceste come la vedete voi.

Tutto è cominciato con gli adesivi.

Un pomeriggio del mio terzo ricovero in una clinica specializzata nel trattamento per DCA, durante il gruppo di “Immagine Corporea”, ad ogni ragazza erano stati dati due fogli con degli adesivi, delle riviste per adolescenti e delle fotografie di persone comuni. Su uno dei fogli c’erano adesivi con su scritto: “Questa promuove un’immagine corporea sana!” e con associato uno smile. Gli adesivi sull’altro foglio invece recitavano: “Questa promuove un disturbo alimentare” accompagnati da una faccina triste. Noi ragazze dovevamo associare questi adesivi alle donne delle immagini che avevamo a disposizione. L’idea di base credo fosse quella di far associare il primo foglio di adesivi alle immagini delle donne comuni, e il secondo alle immagini delle modelle pubblicate sulle riviste, al fine di dimostrare come le immagini proposte dalla stampa potessero essere causa del DCA.

Ora, l’idea che le immagini proposte dai mass-media possano spingere le ragazze verso lo sviluppo di un DCA, è un’idea che va decisamente di moda, un’idea che da anni viene propagandata come verità, ma che secondo me non lo è. L’ho sempre pensato, anche ovviamente sulla base della mia esperienza personale. Nel pomeriggio di cui vi parlavo, mi rifiutai di eseguire il compito proposto dalla psicoterapeuta. Le dissi che non era realistico, perché io credo che tutte sappiano che la stragrande maggioranza delle fotografie di modelle è fotoritoccata, e che i loro corpi – i loro corpi reali, voglio dire – non sono così “perfetti” come vengono ritratti sulle pagine patinate delle riviste.

Nei miei lunghi anni in cui sono stata nel pieno dell’anoressia, fortunatamente non ho comunque sofferto di dismorfofobia, quindi vedevo benissimo che ero così magra da essere arrivata ben oltre la definizione sociale e mediatica di “magrezza”. Ma non l’ho mai fatto per imitare le modelle, che non mi hanno benché minimamente influenzata – sono sempre stata una sportiva piuttosto che una fashionist – anzi, ero perfettamente cosciente del fatto che, quando pesavo XX chili, ero tutt’altro che attraente… ma non m’importava. Pur riconoscendo che così magra ero pure più brutta del solito, avevo comunque bisogno di continuare a restringere l’alimentazione perché questo mi faceva sentire in controllo. E quel controllo per me era tutto, era l’unica cosa che mi appagava, l’unica cosa che mi faceva sentire forte e completamente soddisfatta di me stessa, quindi per me era necessario portarlo avanti a tutti i costi, per le sensazioni positive che lì per lì mi faceva provare. L’idea di voler somigliare alle modelle non mi è mai passata neanche per l’anticamera del cervello.

Tuttavia, è facile comprendere come la maggior parte della gente pensi che i mass-media, la società odierna e le modelle possano causare un disturbo alimentare. Il timore di ingrassare penso sia comune anche alle persone che non hanno un DCA. E tutte le persone sono bombardate dai messaggi mediatici. Ecco che, se in una persona che non sviluppa comunque un disturbo alimentare, certi input fanno venire comunque il timore di prendere peso, è facile pensare che su altri soggetti più vulnerabili questi stessi stimoli possano provocare un DCA.

Ma non è così. E lo dimostrano anche degli studi scientifici che hanno proprio valutato l’assenza di connessione tra mass-media e anoressia. Uno studio pubblicato nell’ “American Journal Of Psychiatry” ha rivelato che circa l’85% delle ragioni per cui, giusto per dire, io mi sono ammalata di anoressia e la mia migliore amica no, è attribuibile al proprio background di vita individuale. Uno studio di follow-up pubblicato in “Archives Of Psychiatry” mostra che solo il 2% di questa differenza di rischio tra me e la mia migliore amica è attribuibile all’influenza dei mass-media e ai modelli proposti dalla società odierna. Questi studi confermano l’idea che i DCA siano malattie assolutamente multifattoriali e composite, che dipendono da fattori completamente individuali e variabili da persona a persona. Studi scientifici alla mano, dunque, nel causare l’anoressia il background individuale schiaccia alla stragrande l’influenza dei mass-media.

Dunque, qual è il problema? Perché è così importante individuare cosa realmente possa causare un DCA, lasciando perdere i luoghi comuni sull’influenza dei mass-media? Innanzitutto, perché l’erronea idea che i DCA possano essere provocati dalle immagini di donne trasmesse dai mass-media, fa sì che l’attenzione venga focalizzata solo sui soggetti che si ritengono a rischio sulla base di questo criterio, ovvero le ragazze adolescenti e basta. Gli uomini, le bambine, le donne adulte… bè, anche loro possono soffrire di DCA. Ma poiché non sono ragazze adolescenti, i loro sintomi sono frequentemente presi sotto gamba, ignorati, tanto dai familiari e dagli amici, quanto addirittura talora dai medici. Inoltre, il luogo comune che i DCA siano provocati dall’influenza dei mass-media, è deleterio anche perché svaluta la serietà di queste malattie. Se la gente pensa che i DCA siano solo capricci di bambine vanitose che si lasciano influenzare troppo dalle foto delle modelle, questi difficilmente saranno considerati per quello che sono veramente, ovvero serie malattie, e ci sarà una minore tendenza a pensare che chi ha un DCA abbia bisogno d’aiuto professionale, e una maggiore tendenza a incolpare chi ha un DCA della sua stessa malattia.
No, dobbiamo svincolarci da questi preconcetti. E far capire alla gente che anche le il riacquisire un regime alimentare regolare è di fondamentale importanza per percorrere la strada del ricovero, riuscire a mangiare un pasto normale non ci guarirà.

Da quando ho cominciato a scrivere su questo blog, raccontando la mia storia di anoressia, molte ragazze e donne mi hanno contattata – vuoi tramite blog, vuoi tramite e-mail – alcune dicendomi che vivevano anche loro un DCA e quindi sapevano di cosa stavo parlando, altre invece dicendomi che mi capivano perché anche loro avevano chiesto di tanto in tanto ai loro fidanzati/mariti se non avessero qualche chilo di troppo. Ora, comparare un’insoddisfazione nei confronti della propria fisicità ad un vero e proprio disturbo alimentare è come comparare un graffio ad un’amputazione. Fino a che l’idea che la fa da padrona è quella che i mass-media possono provocare un DCA, per chi non ha vissuto queste malattie sulla propria pelle è facile confondere l’insoddisfazione per il proprio peso con un disturbo alimentare. Ma sono decisamente due cose completamente diverse.

Certo, i mass-media giocano un ruolo importante rispetto ai DCA… ma non quello che si potrebbe comunemente pensare. I mass-media, infatti, hanno un profondo impatto su quello che la gente che non ha mai vissuto un DCA pensa a proposito dei DCA stessi. Nella maggior parte dei casi, sono proprio i mass-media ad auto-attribuirsi il ruolo di causa scatenante dei DCA (quanti servizi televisivi vi siete sorbite, in cui si diceva appunto che i disturbi alimentari son dovuti ai modelli irraggiungibili di donna proposti da TV e riviste??!), e questo perpetua nelle persone che sono “esterne” alla problematica l’idea che i DCA siano una moda, un capriccio, che non siano malattie serie, e che se le ragazze che ne sono affette non fossero così infantili, superficiali ed influenzabili, non ne soffrirebbero.

Vorrei solo aggiungere che anoressia e bulimia sono delle vere e proprie malattie serie, come riportato sul DSM–IV, che hanno un tasso di mortalità stimato pari al 20%. Pertanto, prima riusciremo a rimuovere l’erroneo luogo comunque relativo al fatto che i mass-media sono la principale causa di DCA, potremo focalizzare tutte le energie nello sviluppare trattamenti effettivamente efficaci nei confronti degli stessi.

sabato 23 maggio 2009

La bellezza secondo me - Un'opinione discordante

Molto facile confrontarsi con le persone che la pensano come noi: sicuramente non si corre il rischio di venire contraddette, e sicuramente ciò che diciamo non viene messo in discussione.

Penso però che sia giusto ed importante anche dare voce a chi ha idee diverse, in maniera tale da poter avere un confronto ed esaminare le cose sotto ogni punto di vista.
Questo blog è nato come un punto di condivisione, perciò penso sia corretto dare spazio ad ogni punto di vista.

Tornando dunque sul tema “La bellezza secondo me”, voglio pubblicare un ultimo concetto di “bellezza” che mi è arrivato. Un’opinione in disaccordo, controcorrente rispetto a quelle che ho pubblicato finora. Un parere su cui penso sia comunque giusto discutere.

CLARA SUTHERLAND
“Ora potete sputarmi in faccia, offendermi, ma il mio più grande pregio è la sincerità, non ci sono proprio a dire bugie (e neanche a scriverle...)
Per me la magrezza è bellezza, non importa il viso, non importa il colore degli occhi o dei capelli come non importa il carattere.
Tutte le mie amiche sono rigorosamente più grasse di me, tutte le volte che mi si è avvicinata una più magra l'ho mandata a quel paese.
Scusate, ma la falsità non mi piace...


Cara Clara Sutherland, hmmm, vediamo… Non hai scritto parolacce, non mi hai offesa, non hai offeso persone a cui voglio bene: quindi per quale motivo dovrei io sputarti in faccia od offenderti? Finche le cose vengono dette nel rispetto reciproco, sono benaccette tutte le opinioni. Io non offendo, non sputo (non mi sono ancora trasformata in un lama), semmai discuto. Che è quello che faccio sempre. Che è proprio quello che intendo fare anche questa volta con te.

Leggendo le tue parole, la prima cosa che mi è venuta da pensare è che tu abbia la coda di paglia. Sì, perchè nonostante tu ostenti la tua sincerità, penso che tu non abbia detto le cose come stanno fino in fondo… Diciamo che hai detto solo una parte della verità, quella che ti faceva comodo. Del resto, se tu ti sentissi perfettamente convinta della veridicità di quello che hai scritto, perché mettere le mani avanti dicendo “ora potete sputarmi in faccia, offendermi” ? Di fronte a un’affermazione del genere, mi sembra abbastanza evidente che tu stessa non sei convinta di quello che scrivi. Se fossi sicura di avere ragione e di dire esattamente quello che pensi, non sentiresti il bisogno di giustificarti.

Ma, a parte questo, veniamo alla tua riflessione. Più che riflessione, mi sembra che tu abbia cercato di mettere insieme una serie di luoghi comuni ai quali tu per prima tenti disperatamente di credere, poiché evidentemente – e di questo mi dispiace, e te lo dico anch’io con sincerità – stai vivendo una situazione in cui non stai bene con te stessa, in cui non ti piaci, e quindi DEVI credere che la magrezza ti porterà la bellezza, perché sennò non sapresti come fare ad andare avanti.

Il problema nasce nel momento in cui, in realtà, dentro di te, anche se magari in questo momento non lo vuoi ammettere perché se lo ammettessi ti crollerebbe tutto il castello di carte che hai faticosamente costruito, tu sai perfettamente che non è vero. Anche perché, mettiamo le cose sul semplice: c’è una tipa di 40 Kg che è una testa di cazzo, approfittatrice, opportunista, ipocrita, bugiarda, infida, pettegola, frivola, che parla male di te appena giri le spalle, ed è pure un po’ troia. Pensi che questo sia il ritratto di una bella persona? Vorresti essere sua amica? Se mi rispondi “SI” e ne sei sinceramente convinta, posso solo consigliarti l’indirizzo del manicomio più vicino…

Scrivi che le tue amiche sono grasse… Però le definisci “amiche”… e qui ti contraddici da sola: se davvero sei convinta che la magrezza è bellezza, che ci stai a fare con delle bruttissime persone grasse? Non possono piacerti!! Eppure, se le definisci “amiche”, devi trovare qualcosa di bello in loro, sennò sarebbero semplici conoscenti o tipe che incontri per sbaglio per strada e che neanche saluti… Quindi, quelle tue amiche sono belle persone anche se sono grasse? Ma come?, o non hai detto che l’essere belle persone è correlato solo ad un fatto di magrezza?... La contraddizione è evidente. Per questo ho esordito dicendo che non (ti) stai raccontando tutta la verità fino in fondo.

È ovvio che in questo momento allontani le persone più magre di te… ma non per un fatto di bellezza/bruttezza, ma semplicemente perché, come già ho scritto, in questo momento le ragazze magre ti rimandano a un’idea di come secondo te DOVRESTI essere perché pensi che questo ti farebbe più felice e ti farebbe stare meglio con te stessa…

Spero che non sarà troppo tardi quando comincerai a raccontarti davvero la verità, e ti accorgerai che non è così…

Ti abbraccio forte,

Veggie

sabato 28 febbraio 2009

A voi la parola / 5

L’appuntamento con “A voi la parola” è arrivato… E le parole di oggi sono quelle di Vale.
Un’altra meravigliosa ragazza che ha attraversato l’anoressia e che adesso sta combattendo e che perciò ha deciso di condividere con me e con tutte voi una “catena di immagini” – come lei stessa le definisce – relative soprattutto al periodo in cui l’anoressia minacciava di avere le meglio si di lei illudendola con le sue bugie, lusinghe e false promesse…

Da sempre mi dicono tutti che sono magra. Da piccola ero davvero magra. C’era un periodo che mangiavo tre cose al giorno. Avevo un’ossessione in testa.
Una volta indossavo un top azzurro a fiorellini e dei jeans. Avevo la pancia grossa e la coprivo con la mano per mascherarla. Erano i primi giorni di scuola. Sono salita sulla bilancia marrone. Ho deciso che dovevo dimagrire e ho eliminato la merenda a metà pomeriggio.

Una volta ero seduta sul letto. Di lato c’era l’armadio a specchi e di fronte un tavolino pieghevole con un piatto di pastina. In un’ora avevo mangiato poche stelline di pasta perché avevo la fobia di soffocarmi inghiottendo. Ad un certo punto mi giro di lato e mi specchio e penso che se continua così non riuscirò più a mangiare. Vado da mia mamma e dico che ho mangiato abbastanza. E’ abbastanza quello che ho mangiato, giusto? Non è troppo poco.

Una volta avevo dei jeans e una maglia bianca e blu con le maniche a ¾. Ritornavo a casa da scuola a piedi. Sono salita sulla bilancia marrone e l’ago arrivava quasi a 40. Senza vestiti 39. Ho sorriso. Poi ho pensato che dovevo dimagrire ancora per mantenere agevolmente il mio obiettivo. Così anche se fossi ingrassata, non avrei intaccato i 40.
Una volta mi sono pesata sulla bilancia marrone ed ero 42. Per tutta la giornata ho mangiato di tutto. Poi con una merendina in mano mi sono domandata perché mangiavo se ero 42? E poi mi è sovvenuto. Era domenica ed ormai avrei aspettato lunedì per le tre cose. Ogni cosa che facevo la dovevo giustificare alla mia mente, che mi controllava e non era la mia mente ma un’entità pensante severa che aveva ideato la teoria delle tre cose e per sgarrare dovevi fare la giustificazione, come a scuola.

Una volta avevo il pigiama e ho spezzettato minuziosamente degli involtini di carne crudi buttandoli nello scarico del lavandino ed ho sporcato un piatto ed una teglia da forno.

Una volta ho messo sotto l’acqua calda cinque pennette perché non sapevo cucinare e poi le ho condite con un pesto pronto e con tutto questo ho sporcato il piatto. Non sapevo cucinare ma dovevo avere un modo per fare finta di aver mangiato, perché altrimenti sarei stata costretta a mangiare una quarta cosa e poi dovevo scontare. Non sapevo cucinare ma ho scoperto l’acqua calda.

Una volta ho compilato un elenco di 26 cose da scontare ed ho fatto il calcolo dei giorni che avrei impiegato.

Vorrei sradicare la teoria delle tre cose dalla testa. E’ un’ossessione ossessionante ossessiva. Vorrei dimenticarla, anzi non averla mai avuta. Adesso quando mangio è un’infinita domenica prima del lunedì.


Trovo che le parole di Vale riescano a centrare bene il bersaglio: la descrizione minuziosa di quelle che sono le metodiche ossessive, le ritualità dell’anoressia, tanto personali nello specifico quanto comuni a tutte come meccanismo sottostante. Poi il senso d’insoddisfazione, l’idea che ci si possa spingere sempre più oltre senza tener conto del fatto che si è già varcato il confine da un pezzo… E soprattutto, la lenta presa di consapevolezza, ben evidente nel paragrafo finale, che la vita con l’anoressia non è vita, ma solo un simulacro di vita… che si riduce però a nient’altro che a una perenne attesa di un domani migliore che non verrà mai perché troppe sono le presunte pene da scontare.

Vale, ti ringrazio tanto per queste parole. So quant’è duro capire che tutto quello che l’anoressia sembra darti è in realtà tutto quello che ti toglie. So quant’è duro ammettere che tutto quello che sembra di avere non è altro che un’illusione. So quant’è duro cominciare a lottare. Ma tu l’hai fatto. Ci sei riuscita. Non smettere mai. Ti sono vicina.

P.S.= Il prossimo appuntamento con "A voi la parola" va al 27 Marzo... ^__^
 
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