Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.

venerdì 25 luglio 2014

Nuova normalità

In un articolo che ho letto qualche giorno fa, era riportata un’intervista ad una paziente con una neoplasia, in cui raccontava quali strategie di coping aveva messo in atto per far fronte alla sua malattia e alla chemioterapia.

Il cancro è diventata la mia nuova normalità” – asserisce la paziente in quest’intervista.

Perciò mi è venuto da pensare che questo tipo di pensiero può essere applicato anche alla strada del ricovero da un DCA. La strada del ricovero dall’anoressia è diventata la mia nuova normalità. Per molto tempo ho considerato l’anoressia stessa “normale”. Sebbene razionalmente mi rendessi perfettamente conto che il mio comportamento alimentare era anomalo, lo reputavo comunque “normale” per me stessa. Stavo semplicemente seguendo il mio progetto per sentirmi in controllo. Ed è difficile valutare quanto sia anomalo un determinato comportamento quando sei malata di anoressia da tanti anni, perché viene meno la memoria di com’erano le cose prima dell’anoressia, di come facessi a vivere tranquillamente prima. L’anoressia è anomala, è bizzarra ma, a suo modo, col tempo finisce anche per diventare assolutamente “normale”.

Per questo ho scritto che parte del lavoro che sto facendo adesso consiste nel rendere la strada del ricovero la mia nuova normalità. Rompere tutte le vecchie abitudini legate all’anoressia e iniziare a percorrere la strada del ricovero potrebbe sembrare la cosa più naturale e normale da fare.

E invece è estremamente difficile per chi ne è dentro. Certo, ci sono segnapassi fissi nelle nostre giornate: andare a lavoro/a scuola, fare sport, mettere in ordine la casa, uscire con gli amici, etc. E, a fianco a questo, ci sono tutte le cose da fare inerenti la lotta contro il DCA: fare i 5 pasti quotidiani seguendo l’ “equilibrio alimentare”, andare a fare la spesa al supermercato, cucinare e, per chi adottava comportamenti di compensazione, trovare modi per riempire il tempo che veniva precedentemente utilizzato per fare esercizio fisico allo sfinimento, per abbuffarsi, per vomitare, per fare checking.

Il nostro aspetto fisico a poco a poco si normalizza, il peso torna nella norma, e forse ricominciamo anche a comportarci normalmente. Niente di male, anzi, al contrario, solo che questo non significa che l’anoressia se n’è andata. Non significa che l’anoressia se n’è andata, o che ci sentiamo distaccate da essa come se fosse semplicemente parte del nostro vissuto. Il DCA continua a sembrare “normale”, uno standard di vita, per un sacco di tempo anche dopo che i comportamenti esteriormente più malati se ne sono andati. È molto più facile, per il nostro cervello, “imparare” i comportamenti tipici di un DCA piuttosto che dimenticarli. E le emozioni positive che l’anoressia stessa suscita, aiutano la stessa a diventare sempre più forte e ad ingranare sempre di più nella nostra testa. I comportamenti che si devono adottare per percorrere la strada del ricovero non sono gratificanti come la restrizione alimentare, non hanno perciò tutta la sua forza, ed è per questo che impiegano tanto tempo a diventare solidi come prima lo era il DCA. Ed è per questo che la strada del ricovero è così lunga da percorrere.

In ogni caso, io sto facendo diventare il ricovero la mia nuova normalità. Questo non significa che adesso vada tutto sempre a meraviglia e che non abbia assolutamente più alcun problema, ovviamente. Questo significa però che, se anche l’anoressia c’è sempre, io sto combattendo.
La cosa più difficile è iniziare a percorrere la strada del ricovero, è fare il primo passo. La cosa positiva è che, una volta trovato il coraggio per farlo, man mano che il tempo passa, le cose diventano un po’ meno dure. Fortunatamente, il nostro cervello si abitua. Si è abituato all’anoressia, perciò non c’è alcun motivo per cui adesso non possa abituarsi al percorrere la strada del ricovero.

venerdì 18 luglio 2014

Anoressia e metabolismo (II)

Dato che mi è stato richiesto sempre più frequentemente anche tramite e-mail, soprattutto in seguito al post che ho scritto a Giugno 2013, oggi ritorno a parlare del metabolismo, e delle influenze che i disturbi alimentari hanno su di esso.

Premettendo il solito disclaimer: 

1) Non sono una dietista né una dietologa. Non studio Dietistica all’università, e non ho frequentato alcun corso specialistico in Scienze della Nutrizione Umana. Sono laureata in Medicina, attualmente lavoro come medico di 118 (contratto a tempo determinato... sigh...), e le mie conoscenze in merito all’alimentazione e al metabolismo derivano dall’esame di Nutrizione, che ho sostenuto nel contesto del corso integrato di Fisiologia. 

2) Questo blog, per quanto ne so basandomi sulle e-mail che ricevo, è letto anche da ragazze di 12 – 13 anni. Quello che scriverò in questo post vuol essere perciò fruibile anche per coloro che non hanno particolari competenze. Ergo, cercherò di esprimermi in maniera non troppo complicata, ed inevitabilmente dovrò ricorrere a delle semplificazioni. Chiedo scusa in anticipo a tutti i professionisti del settore sanitario che leggeranno questo post, che inevitabilmente presenterà delle imprecisioni e delle facilonerie; d’altronde l’obiettivo non è quello di scrivere un trattato medico, ma un qualcosa che possa essere letto e compreso anche da chi ha fatto tutt’altro genere di studi. 

3) Quello che scriverò in questo post ha carattere assolutamente GENERALE. Nessuna mi lasci commenti chiedendomi consigli sul suo caso specifico, perché NON sono una professionista del settore, quindi NON sono in grado di darvene. L’unico consiglio che do vivamente a tutte quante è quello di lasciar perdere i fai-da-te o i consigli chiesti a chi non se ne intende veramente, e rivolgersi invece appunto ad una figura professionale competente che possa aiutarvi ad impostare un piano alimentare personalizzato, perché credo che questo sia un elemento fondamentale per combattere contro l’anoressia. 

E dunque, torniamo a parlare di metabolismo.

Il principale consumo di energia per il nostro corpo deriva dal metabolismo basale, ovvero il bruciare quelle calorie che servono per mantenere attive, in una situazione di riposo completo, le funzioni vitali (battito cardiaco, respirazione, funzionamento cerebrale, etc…) che necessitano di energia per continuare a svolgersi. Il metabolismo basale rappresenta circa i due terzi del fabbisogno calorico quotidiano. Le altre “spese energetiche” quotidiane derivano dall’attività fisica (intendendo col termine “attività fisica” ogni qualsiasi tipo di movimento) e dai processi digestivi stessi.

Dato questo preambolo, voi penserete che la restrizione alimentare si basa sul presupposto che, riducendo le entrate di cibo e quindi di energia, il corpo preleverà quelle che gli servono per sopravvivere dalle riserve depositate, ovvero dal tessuto adiposo. Ebbene, vi stupirà sapere che le cose non funzionano affatto in maniera così semplice e lineare. E ora vi spiego il perché.

Dire che il metabolismo basale è velocizzato o rallentato, significa che cambia la velocità con cui l’organismo brucia le calorie introdotte con il cibo. La velocità del metabolismo, anche in chi non ha un DCA, varia in funzione del sesso, dello stile di vita, della tipologia di alimentazione, nonché dell’età: il metabolismo è infatti molto elevato durante l’infanzia, e si abbassa poi di circa il 2,5% in ogni decennio di vita. (Questo è il motivo per cui, al contrario di quello che molti ciarlatani affermano, è impossibile mantenere sempre il peso dei 20 anni).

Il metabolismo si abbassa a bestia quando si riduce l’assunzione di cibo, proprio come accade nel caso della restrizione alimentare dell’anoressia, e questo abbassamento comincia ad evidenziarsi già dopo le prime 48 ore dall’inizio della restrizione alimentare. Questo succede perché, nel momento in cui si riduce l’introito calorico quotidiano, il corpo risponde immediatamente risparmiando energia per assicurare la sopravvivenza delle sue funzioni vitali.

Inoltre, a differenza di quello che si potrebbe pensare, quando s’inizia una restrizione alimentare, il primo peso che si perde non è legato alla distruzione del tessuto adiposo, bensì alla perdita di liquidi, e alla iniziale consumazione delle proteine del tessuto muscolare.

Quando una persona restringe l’alimentazione, e quindi al suo corpo viene negata la quantità di energia necessaria, esso reagisce cercando di risparmiare il più possibile anche dai pochi cibi che ingerisce, per cui il metabolismo si abbassa progressivamente: ecco perché all’inizio della restrizione alimentare è più facile perdere peso, e poi la cosa diventa man mano sempre più difficile, anche se la restrizione prosegue. Il metabolismo infatti si riduce più velocemente ed in misura maggiore man mano che il corpo diviene più sensibilizzato alla riduzione del cibo. Ecco perché, quando dopo un lungo periodo di restrizione alimentare, una persona ricomincia a mangiare normalmente, recupera molto peso in poco tempo: perché il metabolismo è così basso che tutto viene percepito come un surplus che il corpo cerca di accaparrarsi per “farne scorta” in previsione di un ulteriore periodo di restrizione alimentare. Perciò, se state cominciato un percorso di ricovero e siete alle prese con il vostro primo “equilibrio alimentare”, non spaventatevi e non mollate se inizialmente il peso s’impenna: è perfettamente normale che ciò accada, ma non continuerete assolutamente a prendere peso all’infinito, anzi, quando il vostro metabolismo sarà ritornato ai livelli ottimali, il vostro peso si ripristinerà sul vostro set-point, e rimarrà sempre più o meno lì… purchè continuiate ad alimentarvi in maniera regolare.

Dovete però tener conto del fatto che ci vorrà un bel po’ di tempo affinché il vostro metabolismo, fiaccato dalla restrizione alimentare, ritorni a funzionare normalmente, e che al fine di arrivare a ciò, la vostra alimentazione dev’essere sempre regolare. So che all’inizio può essere ansiogeno, ma vi assicuro che la soluzione c’è, ed è quella di perseverare nel seguire il vostro “equilibrio alimentare”, e lasciare che il vostro corpo si assesti al suo set-point di peso naturale. Esiste un set-point di peso naturale per ciascuna di noi, ed è quello a cui ci si stabilizza naturalmente mangiando regolarmente con continuità.

Vorrei precisare inoltre che i cosiddetti “sgarri” dal proprio “equilibrio alimentare” non vanno assolutamente demonizzati: il metabolismo, infatti, quando ripristinato correttamente, funziona anche velocizzandosi, per cui se una persona assume più calorie di quante sarebbero necessaria per soddisfare il proprio fabbisogno calorico giornaliero, il metabolismo accelera in modo da bruciarle senza che queste incidano sul peso corporeo, perché l’obiettivo è sempre quello di mantenere il set-point (che è geneticamente determinato). Quindi, lasciate da parte quella cavolata di luogo comune che vuole che le calorie in eccesso vengano immediatamente trasformate in tessuto adiposo.

Bè, spero che questa integrazione al post che avevo scritto lo scorso Giugno 2013 possa esservi utile.
 Naturalmente, per qualsiasi chiarimento o domanda (ma NON consulenza personalizzata!!), chiedetemi pure nei commenti, o tramite e-mail (veggie.any@gmail.com).
E se c’è qualche medico/dietologo/dietista/nutrizionista che legge e vuole fare maggiori precisazioni rispetto alla mia trattazione semplicistica dell’argomento, è il benvenuto!!

venerdì 11 luglio 2014

Il vuoto

Per molto tempo la restrizione alimentare ha rappresentato per me una sorta di “ancora di salvezza”. Rappresentava la mia forma di immunità ad ogni qualsiasi problema e difficoltà della vita. Era un po’ come se pensassi: finché riesco a restringere l’alimentazione ho la manifestazione tangibile che ho il controllo, e se ho il controllo su tutto, niente può andare storto. Non importava quanto le cose potessero andare effettivamente storte, quanto la mia vita potesse essere un completo casino, l’idea che sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo, era un mantra, una lampadina costantemente accesa nella mia testa.

Ho perso il treno e arriverò all’Università con un’ora di ritardo, e mi perderò una lezione importante ai fini dell’esame? sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo 

Quel colloquio di lavoro non è andato granché bene? sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo 

Ho avuto da ridire con quel professore che un domani mi farà l’esame di Cardiologia? sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo 

Mi sento la più inetta tra tutti i miei colleghi? sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo 

Ho litigato con il mio migliore amico? sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo 

Non mi sono classificata prima in quella gara di karate? sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo 

Non ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissa? sì, ma tanto sto restringendo l’alimentazione quindi ho il controllo 

… e così via.

E poi sono arrivata a constatare un ineluttabile dato di fatto.

In nessun modo la mia restrizione alimentare e la mia sensazione di avere il controllo su tutto potevano attenuare le conseguenze dei miei errori e le cavolate che facevo nella mia vita, essi funzionavano soltanto come una sorta di auto-affermazione – una specie di salvaguardia contro il crollo della mia autostima.

E l’errore che compiamo tutte noi quando ragioniamo in questo modo (perché sono del tutto certa di non essere l’unica a ragionare così) è che attribuiamo la nostra identità e il nostro valore ad una para mentale, anziché concentrarci su quelle che sono le nostre vere abilità, delle quali potremo essere, a ragione, orgogliose, come per esempio la nostra bravura in Matematica, nel lavoro, nello sport, nel cantare, nel disegnare, o in qualsiasi altra cosa.

Ed è proprio in questo che risiede il problema: perdonate il francesismo, ma A NESSUNO FREGA UN CAZZO DEL FATTO CHE RESTRINGIAMO L’ALIMENTAZIONE E QUINDI ABBIAMO IL CONTROLLO.

Il restringere l’alimentazione ergo l’avere la sensazione di essere in controllo non ci rende in alcun modo persone migliori né tantomeno persone speciali o più interessanti. Ciò non arricchisce in alcun modo la nostra vita. In effetti, paradossalmente, il restringere l’alimentazione, pur facendoci sul momento percepire un’illusoria sensazione di controllo, alla lunga dà così tanti problemi che non mi basterebbero i prossimi 50 post per elencarli tutti.

Perché, alla fine della fiera, tutto quello che l’anoressia lascia dentro è il vuoto. Quel senso di vuoto che si pianta in testa e rimane sempre lì, preciso identico.
Perché il vuoto che deriva dall’anoressia è vuoto vero, ed è una cosa tremenda.
Il vuoto vero non è il niente. Il niente è troppo poco.

Per dirvi, ecco due scene.

Uno: Vai in gita scolastica, arrivi in una camera d’albergo e apri un cassetto di un armadio per metterci la tua roba. Il cassetto è vuoto, e cominci ad infilarci mutande, magliette, calzini.

Due: Torni a casa tua, nel cassetto più basso dell’armadio tieni tutti i soldi che hai, nascosti in una scatola da scarpe. Ti pieghi, lo apri, il cassetto è vuoto.

Ecco, questi sono due cassetti, e tutti e due sono vuoti.
Ma sono la stessa cosa?
Non penso proprio.

Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa. Qualcosa di importante, che c’è sempre stato, poi a un certo punto guardi e ti accorgi che quella cosa non c’è più.

Ecco, questo è il vuoto. Non l'assenza, la mancanza.

E questa è l’anoressia.

venerdì 4 luglio 2014

Impostare un peso da raggiungere: Un esercizio arbitrario?

Il raggiungimento di un peso salutare viene considerato una sorta di grande traguardo per i medici che hanno a che fare con una paziente affetta da DCA. Infatti un peso salutare viene spesso considerato come un prerequisito per il miglioramento anche sotto il punto di vista psicologico. Ora, il fatto che recuperare peso sia una componente cruciale del percorso di ricovero dall’anoressia, è una verità incontrovertibile. Il problema sorge quando si arriva a dover determinare QUANTO peso sia necessario recuperare. Come viene impostato il peso ideale, ottimale, di una persona che ha un DCA? E chi lo decide?

Nonostante la sua riconosciuta rilevanza, forse vi stupirà sapere che nella comunità scientifica c’è molto disaccordo in merito a come il “peso ideale” dovrebbe essere determinato. Peraltro, uno studio condotto da Peter Roots e dai suoi colleghi, ha mostrato che c’è discrepanza persino nelle metodiche utilizzate da cliniche specializzate nel trattamento di DCA, tanto in Gran Bretagna quanto negli altri Paesi europei.

In uno studio pubblicato nel 2006, Roots e i suoi colleghi hanno valutato come delle cliniche specializzate nel trattamento di DCA determinassero, monitorizzassero e utilizzassero il concetto di “peso ideale” nel trattamento delle pazienti ricoverate per anoressia. Ai ricercatori interessava inoltre sapere il tasso di aumento di peso atteso, quanto spesso le paziente erano state pesate, chi era stato coinvolto nella determinazione del “peso ideale”, e come il “peso ideale” era utilizzato nel “processo terapeutico e nel piano di dimissione/vita al di fuori della clinica”. Per realizzare questa ricerca hanno sottoposto il loro questionario a 28 specialisti che lavoravano in cliniche specializzate nel trattamento di DCA (17 in Gran Bretagna, 11 in altri Paesi europei).

Solo 21 dei 28 specialisti interpellati hanno accettato di partecipare alla ricerca: per lo più vi hanno partecipato specialisti inglesi, ma anche della Danimarca, della Finlandia, dell’Olanda, della Francia, della Germania, della Svezia, della Spagna e dell’Irlanda. (In Italia nessuno specialista ha accettato di partecipare, per carità, non interessiamoci di queste problematiche, ci mancherebbe altro…)

In breve, i seguenti sono stati i principali risultati ottenuti.

Quante cliniche specializzate in DCA stabiliscono un “peso ideale” per le loro pazienti? 

Delle 21 cliniche specializzate considerate, ben 18 stabiliscono un “peso ideale”: 10 di queste stabiliscono un “peso ideale” ben preciso, le altre 8 stabiliscono un “range di peso ideale”.
 Le restanti 3 non stabiliscono alcun “peso ideale” da raggiungere.

Come e quando il “peso ideale” per una paziente viene stabilito (per le 18 cliniche che lo stabiliscono, ovviamente) ? 

Per quel che riguarda il quando, 5 delle 18 cliniche stabiliscono il “peso ideale” prima che il ricovero abbia inizio, mentre le restanti lo stabiliscono al momento dell’ammissione in clinica.

Per quel che riguarda il come, 9 delle 18 cliniche lo stabiliscono in base ai percentili valutati sull’età della paziente, 5 lo stabiliscono in base al B.M.I., e 4 in base ad entrambi questi criteri.

Inoltre, 12 di queste cliniche stabiliscono il “peso ideale” sulla base di un valore standard (per lo più corrispondente ad un B.M.I. pari a 19), 4 lo decidono negoziando con le pazienti (generalmente almeno un mese dopo l’inizio del ricovero), e 2 considerando variabili individuali come la familiarità o il peso pre-anoressia. E’ interessante sottolineare come 2 di queste 18 cliniche hanno sottolineato “l’importanza di NON negoziare con la paziente il peso ideale da raggiungere”.

Dunque, sulle 21 cliniche coinvolte nella ricerca, come potete ben vedere, sono state ottenute ben 15 diverse risposte riguardo a come viene determinato il “peso ideale” che una paziente dovrebbe raggiungere. Vorrei sottolineare che 3 di queste 21 cliniche non stabiliscono alcun “peso ideale” cui arrivare, il che significa che abbiamo un’ulteriore variante, e dunque all’atto pratico 16 diverse risposte. 

Qual è il tasso di aumento di peso atteso? 

Sulla base delle risposte delle cliniche specializzate, è emerso che alcune di essere si attendono un recupero di 0,3 – 1 chilo la settimana, mentre altre si aspettano un aumento più consistente, ovvero 0,8 – 2 chili la settimana.

Aumento di peso e vita al di fuori della clinica 

Posto che il recupero ponderale è un’importante componente del percorso di ricovero, non è sorprendente che sia altrettanto importante il consolidare i progressi fatti, mantenere e migliorare al momento della dimissione e del reinserimento nella vita di tutti i giorni. Delle 21 cliniche specializzate considerate:

• In 9 cliniche, la dimissione dipende dal raggiungimento del “peso ideale”/”range di peso ideale”, e in 6 di queste per essere dimesse occorre anche mantenere quel peso per un certo periodo (1 – 6 settimane).
• In 8 cliniche, in aggiunta al peso, la dimissione dipende anche dalla disponibilità dei genitori/familiari di seguire la paziente, e dalla responsabilizzazione della paziente nell’assunzione di cibo in maniera adeguata.
• In 2 cliniche, in aggiunta a tutto quanto detto sinora, la dimissione dipende anche dai cambiamenti psicologici ed emotivi, e per una di queste in particolare dipende anche dalla capacità della paziente di non fissarsi più sul “peso ideale” e concentrarsi piuttosto sui suoi vissuti emotivi.

Cosa significa tutto questo? 

Innanzitutto, la mancanza di criteri univoci per stabilire il “peso ideale”, il tasso di aumento di peso, nonché i criteri di dimissione, fa sì che, per esempio, una 14enne che a causa dell’anoressia ha raggiunto XX chili al momento del ricovero, può essere dimessa quando:

• Ha un B.M.I. di almeno 16,5 dopo 13 settimane di ricovero secondo le linee guida di una prima clinica (aumento di circa mezzo chilo la settimana)
• Ha un B.M.I. di almeno 18 dopo 10 settimane di ricovero secondo le linee guida di una seconda clinica (aumento di circa 1 chilo la settimana)
• Ha un B.M.I. di almeno 18 dopo 33 settimane di ricovero secondo le linee guida di una terza clinica (aumento di circa 0,3 chili la settimana)
 • Ha un B.M.I. di almeno 21 dopo 10 settimane di ricovero secondo le linee guida di una quarta clinica (aumento di circa 2 chili la settimana)

Dunque, sulla base di questo, il “peso ideale” della nostra ipotetica paziente 14enne varia entro un range di 11 chili, e la durata totale del ricovero varia entro un range di 23 settimane – e questo solo per quanto riguarda le poche cliniche prese in esame in questo studio... immaginatevi il casino se fossero state di più.

In un altro studio recentissimo condotto in Australia da Rocks e i suoi colleghi nel 2013, in cui sono stati intervistati dei dietisti, è stata riscontrata la medesima enorme variabilità in merito alla scelta del “peso ideale” per chi soffre d’anoressia, e alla modalità con cui questo “peso ideale” viene determinato.

12 dietisti hanno riferito che gli obiettivi di “peso ideale” venivano comunemente stabiliti per le paziente ricoverate nella loro struttura, e che questo peso veniva determinato dal team medico multidisciplinare. Il resto dei dietisti intervistati ha dichiarato che gli obiettivi di peso da raggiungere si basavano esclusivamente sulle esigenze di ogni singola paziente. Il “peso ideale” veniva definito utilizzando: uno specifico “peso ideale” (10 dietisti), uno specifico B.M.I. (8 dietisti), un “range di peso ideale” (9 dietisti), o un “range di B.M.I. ideale” (8 dietisti). Le specifiche di “peso ideale” venivano principalmente calcolate sulla base di percentili legati all’età e all’altezza, stadio dello sviluppo, stadio del percorso di ricovero, B.M.I.

Come la penso io… (dicesi “mia opinione”, ergo opinabile per definizione)

Il concetto di “peso ideale” è – perdonate il francesismo – una cazzata. Pensateci: da una parte i medici vi dicono che per stare meglio dovete smetterla di fissarvi sul peso, ma dall’altra il recupero del peso E’ importante (oserei dire necessario) per poterla smettere di avere fissazioni. Già qui, è una contraddizione in termini. Del resto, la disomogeneità dei criteri, come dimostrato dagli studi di cui prima vi parlavo, non fa altro che creare ulteriore confusione.

Penso sbaglino quelle cliniche che fissano il raggiungimento di un certo B.M.I. come criterio per la dimissione: più una persona parte da un peso basso, più tempo gli ci vorrà per raggiungere il B.M.I. target. E vivere mesi, mesi e mesi all’interno di una clinica può essere anche controproducente, vuoi perché impedisce di avere quelle relazioni sociali che già di per sé l’anoressia ha limitato tantissimo, vuoi perché la paziente si può adagiare nell’ambiente ovattato e protetto rappresentato dalla clinica, e avere quindi ancor più difficoltà a relazionarsi al mondo esterno al momento della dimissione, il che faciliterà moltissimo la ricaduta nell’anoressia.

E’ anche vero che il perdurare di un peso particolarmente basso è pure un altro fattore che rende difficile l’allontanarsi dall’anoressia, e favorisce comunque le ricadute.

Inoltre, sebbene il recupero ponderale e il ritorno del ciclo mestruale siano senz’altro importanti, centrare tutta l’attenzione sulla necessità di raggiungere il “peso ideale” può diventare assolutamente controproducente. Non solo perché può dare alla paziente l’idea che i medici siano interessati solo ed unicamente al suo peso, e non al suo benessere psicologico, ma anche perché:
- per le ragazze che sono già fissate col peso, c’è il rischio che si fissino altrettanto sul mantenimento del “peso ideale” una volta raggiunto, e crollino se aumentano anche di un solo chilo rispetto al “peso ideale”;
- per le ragazze che non sono fissate col peso, c’è il rischio che venga fatta nascere questa fissa.

Altro che ricovero, dunque: una cosa del genere infogna ancora di più nell’anoressia! Tanto più che, come dimostrato dagli studi, il concetto di “peso ideale” per una paziente è piuttosto arbitrario, e che alcuni medici hanno idee completamente sbagliate su cosa significhi avere un peso “salutare”.

Il B.M.I., inoltre, a mio avviso serve più che altro a gettare fumo negli occhi. Questo indice dà per assunto che, se maggiore o uguale a 18, la persona è nomopeso e dunque automaticamente in salute. E io credo che tutti (genitori, familiari, e pure i medici) vogliano illuderci che è vera l’equazione normopeso = stato di salute. Ma non è vero. Per quanto possa piacere illudersi di questo, non è così che stanno le cose. L’OMS definisce la salute come “completo stato di benessere fisico, psichico e sociale”: dunque, se una persona è normopeso ma è ancora psicologicamente devastata dall’anoressia, è tutt’altro che in salute. Essere davvero in salute richiede un sacco (spesso e volentieri un SAAAAAAAAAAACCO) di tempo, ovvero molto, molto di più di quello che serve per recuperare un peso decente. E questo implica l’aver fatto passi avanti sotto il profilo psicologico, e l’aver migliorato consistentemente la propria qualità della vita.

Per cui, dimettere pazienti nel momento in cui hanno raggiunto un certo B.M.I. prestabilito dalla clinica, e che l’hanno raggiunto praticamente perché sono state forzate a mangiare (e magari stanno già progettando di restringere di nuovo l’alimentazione al momento della dimissione), quando dunque non hanno lavorato abbastanza sotto un punto di vista psicologico, o quando è stato inculcato loro che devono mantenere un certo peso, perché quello è il loro “peso ideale” quando magari non è assolutamente vero, e comunque quello non è un peso salutare per loro, non mi sembra proprio una strategia ottimale, a meno che – non me ne vogliate per la frecciatina – non siate direttori di cliniche private non convenzionate col SSN, per cui ogni ri-ricovero rappresenta per voi una fonte di guadagno.

Non so se avete notato: solo 3 delle cliniche esaminate da Roots e dai suoi colleghi non mettevano alcun tipo di limitazione sul peso da raggiungere. Il che significa che, purtroppo, nella maggior parte delle cliniche il peso è considerato un parametro molto più importante rispetto ai progressi psicologici nel decidere o meno la dimissione. La cosa mi fa rimanere abbastanza basita, visto che pensavo fosse assodato che l’anoressia è una malattia mentale, e visto che è noto e scientificamente documentato che le persone malate di anoressia che una volta ricoverate in clinica vengono forzate a recuperare un discreto quantitativo di peso in un ridotto lasso di tempo, senza un parallelamente forte percorso psicologico (che, del resto, richiederebbe moooooolto più tempo), hanno un’altissima percentuale di ricadute della malattia immediatamente dopo la dimissione.

È un vicolo cieco, davvero. Raggiungere un peso salutare è certamente importante, ma stabilire a priori e con esattezza quale sia il “peso ideale” di una persona è impossibile. Recuperare peso è senz’altro importante affinché il nostro cervello ragioni adeguatamente, e dunque affinché ci possiamo concentrare sul percorso psicoterapeutico, ma focalizzarsi troppo sul peso (soprattutto se si tratta di uno scorretto “peso ideale” determinato del tutto arbitrariamente) è assolutamente controproducente in un percorso di ricovero, perché alimenta i pensieri malati e il rimuginare su questi pensieri porta via tempo prezioso che potrebbe essere appunto impiegato per concentrarsi sulla parte psicologica del percorso di ricovero.

Il “peso ideale” non è in alcun modo un valido marker per stabilire quanto la persona sia “guarita” dall’anoressia. A mio parere, se proprio si vuole parlare di peso, perché comunque per chi è malata d’anoressia è importante recuperarlo, allora l’attenzione dovrebbe essere piuttosto concentrata sul raggiungimento del proprio Set-Point di peso corporeo fisiologico. Il Set-Point infatti si definisce in maniera assolutamente individualizzata, e deroga da ogni possibile tabella e schematizzazione. Come ho già scritto anche in un altro post, ognuna di noi discende da una certa famiglia, ha la propria genetica, il proprio morfotipo, le proprie peculiarità costituzionali. Ogni persona ha un suo proprio Set-Point di peso corporeo che è biologicamente appropriato per lei stessa. Niente a che vedere con i target o con l’idealità, bensì con la genetica, la biologia, lo stile di vita. Questa è la realtà. Una volta raggiunto il proprio Set-Point di peso corporeo fisiologico, il peso tende a stabilizzarsi spontaneamente su quei valori, perché il corpo tende a mantenere la propria omeostasi. E questo non può essere calcolato con alcuna tabella né deciso a propri, ma viene semplicemente raggiunto col tempo, alimentandosi con l’aiuto di una dietista in maniera sana e regolare.

venerdì 27 giugno 2014

Il problema della "pseudo anoressia"

Squillino le trombe e rullino i tamburi, gente: ecco a voi un nuovo disturbo alimentare. Si chiama “pseudo anoressia”.

Un momento… cosacosacosa?? Avevamo veramente bisogno di un altro nomignolo per un DCA come le tante drunkoressia, ortoressia, vigoressia che, a mio parere, negano l’estrema sofferenza che accompagna ogni qualsiasi disturbo alimentare? Inoltre, secondo me, dare nomi specifici ai DCA fa accendere una competitività che è insita in questo tipo di patologie. Se io dico “pseudo anoressia”, sembra che il prefisso implichi che se solo ti impegni un po’ di più, o se solo perdi qualche altro chilo, allora anche tu potrai avere una vera e propria anoressia nervosa! Già che ho letto di persone che hanno un DCAnas, e che per questo non si sentono “abbastanza malate”… ecco, la “pseudo anoressia” a mio avviso suscita lo stesso effetto. In ogni caso, adesso si parla di “pseudo anoressia” quando una persona presenta queste caratteristiche:

• Si alimenta di nascosto
• Non mangia mai in pubblico
• Il suo peso corporeo aumenta e diminuisce continuamente alternativamente
• È ossessionata da corpo, peso, alimentazione

Il problema è che personalmente classificherei la maggior parte di questi comportamenti come alimentazione disordinata, piuttosto che come un vero e proprio disordine alimentare. I criteri sopraelencati possono infatti tranquillamente descrivere una qualsiasi persona che mangia scorrettamente, ma non ha un DCA. Il problema è che ancora non siamo molto bravi a discernere tra alimentazione disordinata e disordini alimentari. Persino le associazioni più famose che si occupano specificatamente di DCA non hanno ancora trovato un criterio per splittare le due cose. Può un disordine alimentare essere un caso estremo di alimentazione disordinata? Non lo sappiamo ancora. Secondo me NO, però questa è solo la mia opinione, e la verità è che non lo sappiamo.

Se ci pensate, i golden standard per la dagnosi di DCA sono ancora oggi dei test psicologici (per esempio il Test EAT-26, il Questionario SCOFF, il Test EDE, etc…) che per lo più vanno a valutare fattori relativi alla dieta e all’immagine corporea. In questo modo, viene dato per implicito il fatto che tanto maggiori sono le alterazioni della dieta e della percezione dell’immagine corporea, tanto più è probabile che la persona in questione abbia un DCA, e che sia grave. Tuttavia, se ci si concentra solo su queste cose, risulteranno positive al test anche persone che non hanno un DCA, ma solo un’alimentazione disordinata. E, viceversa, risulteranno negative ai test persone che invece hanno un vero e proprio DCA, ma che non sono particolarmente centrate sulla dieta o sull’immagine corporea. Il margine d’imprecisione di questi test dunque è in realtà ENORME.

Personalmente ritengo che un modo migliore per discernere tra disordine alimentare ed alimentazione disordinata potrebbe essere rappresentato dalla determinazione dell’intrusività dei pensieri indotti dal (presunto) disturbo alimentare. A prescindere dal peso, dal B.M.I., dalla frequenza con cui una si abbuffa e/o vomita, bisognerebbe vedere quanto i comportamenti ed i pensieri dettati dal (presunto) DCA incidono negativamente sulla qualità della vita. Questo secondo me sarebbe il vero e corretto criterio per valutare la presenza nonché la “gravità” (virgolette d’obbligo!) di un DCA (quale che sia). Quando si parla di “qualità della vita”, infatti, si fa contemporaneamente riferimento sia al campo fisico che a quello psicologico: è indubbio che non si possa avere una buona qualità della vita con un corpo fisicamente non in salute (vuoi per il sottopeso eccessivo in chi è affetta da anoressia, vuoi per i danni prodotti dalle condotte di compensazione in chi è affetta da bulimia, vuoi per le abbuffate in chi soffre di binge, etc…), e allo stesso tempo è indubbio che non si possa avere una buona qualità della vita con una mentalità pervasa dal DCA... perché tanto più esso è presente nella nostra testa, tanto più si perde in vita sociale, lavoro, studio, sport, e tutte quelle cose che rendono la nostra vita appunto una vita di qualità. Ergo, secondo me la qualità della vita (e l’entità della sua compromissione) sarebbe il parametro ottimale nella valutazione della presenza e della “gravità” di un DCA, compendiando tutti gli aspetti suddetti, fisici e mentali.

Il principale problema comunque, secondo me, sta in quelli che sono gli attuali criteri diagnostici di anoressia e bulimia. Per dirla terra-terra, sono abbastanza assurdi. Anche perché sono estremamente limitativi: per cui, se si vuole valutare l’aderenza a questi criteri, viene fuori che in realtà circa il 50 – 70% delle persone con un DCA, ha in effetti un DCAnas (Walsh & Sysko, 2009). Anche se molti, persino medici, si riferiscono ai DCAnas considerandoli una sorta di “DCA subclinici”, io credo che questo sia totalmente, completamente ed assolutamente sbagliato. Perché la penso così? Perché i tassi di mortalità nelle persone affette da DCAnas (la cosiddetta “anoressia subclinica nella fattiscpecie”) e “pseudo anoressia” sono attualmente uguali identici a quelli di chi è affetta da anoressia o bulimia (Crow et al., 2009)

Visto che a molte persone viene diagnosticato un DCAnas, mi viene da pensare che non si stia facendo un granché di lavoro per definire cosa sia veramente un DCA. Nello studio di Walsh & Sysko che vi ho linkato prima, i ricercatori configurano quelle che chiamano “Grandi Categorie per la Diagnosi di DCA”, al fine di ridurre il numero di diagnosi di DCAnas e classificare più accuratamente le varie tipologie di disturbi alimentari ed i loro sintomi. In questo studio vengono dunque create 4 Grandi Categorie: “Anoressia Nervosa e disordini alimentari comportamentalmente simili”, “Bulimia Nervosa e disordini alimentari comportamentalmente simili”, “Binge Eating Disorder e disordini alimentari comportamentalmente simili” e “DCAnas”. In questo modo si potrebbe farla finita con i requisiti di peso e di presunta distorsione dell’immagine corporea tuttora presenti nella diagnosi di anoressia, così come con il numero di abbuffate che una persona dovrebbe fare ogni settimana per poter rientrare nella diagnosi di bulimia.

Uno studio restrospettivo ha dimostrato che utilizzando questo schema calssificativo, tra le persone che si rivolgevano al “Columbia Centre for Eating Disorders”, la prevalenza dei DCAnas poteva essere ridotta dal 39,3% al 2,4% (Sysko & Walsh, 2011). Ovviamente, ci sono un sacco di difficoltà nel passare a questo tipo di schema perché non sappiamo quanto possano essere effettivamente simili tra loro le persone che rientrano in una medesima categoria diagnostica. Tuttavia io credo che smetterla di considerare i numeri sarebbe un’ottima cosa da fare, perché ora come ora, basandoci così tanto sui numeri per fare diagnosi, un sacco di ragazze vengono trattate come se i loro DCA non fossero seri solo perché non rispondono a pieno a criteri diagnostici numerici di anoressia e bulimia. In realtà, non è affatto vero che i DCA di quelle ragazze non sono seri, è che i criteri diagnostici attuali sono UNA STRONZATA. (Sì, penso che questo sia il termine tecnico più adatto da usare in questo contesto…)

In conclusione, quello che vorrei dire semplicemente è: non abbiamo alcun bisogno di un “nuovo” DCA. Abbiamo già parole su parole per definirli. Perciò, anziché perdere tempo a coniare neologismi, sarebbe il caso di concentrarsi sul miglioramento dei criteri per diagnosticare i DCA. Le persone cui viene appiccicata l’etichetta di “pseudo anoressia” non hanno necessariamente un “disturbo alimentare subclinico”: possono essere anche persone che hanno un vero e proprio DCA conclamato. Quell’anoressia che viene definita “subclinica” è in effetti virtualmente indistinguibile dall’anoressia clinicamente conclamata. C’è bisogno di aumentare la consapevolezza in merito a queste patologie, e abbiamo anche bisogno di un metodo efficace per descrivere e considerare in toto i disturbi alimentari, in qualsiasi forma essi si presentino, senza perdere tempo ad inventare nuovi nomi che veramente lasciano solo il tempo che trovano.

venerdì 20 giugno 2014

Combattere contro l'anoressia: Tips & Tricks

1. Concentratevi su ogni qualsiasi cosa non abbia niente a che vedere con i soliti pensieri che vi mette in testa l’anoressia.  

2. Se avete qualche problema strettamente inerente la vostra alimentazione, contattate immediatamente la dietista/nutrizionista che vi segue e parlatene con lei, al fine di trovare una soluzione razionale e alimentarmente corretta, ma che allo stesso tempo non vi crei troppi problemi.

3. Evitate di leggere su Internet o sulle riviste ogni qualsiasi cosa abbia a che fare con l’alimentazione, evitate programmi televisivi che parlano di cibo. Piuttosto, cercate di ragionare su quali possano essere quei veri problemi che state disperatamente cercando di soffocare sotto il capro espiatorio dell'alimentazione.

4. Visualizzate dentro la vostra mente dove volete arrivare con il vostro percorso di ricovero, e concentratevi su cosa potete fare al momento come piccolo passo per raggiungere poco a poco il vostro obiettivo ultimo.

5. Quando sentite di avere un problema che scarichereste mettendo in atto comportamenti tipici del DCA, prendete fiato e fermatevi un attimo a pensare a cosa potreste concretamente fare per affrontare (e magari anche risolvere) quel problema senza utilizzare la vecchia strategia di coping rappresentata dall’anoressia.  

6. Cercate quotidianamente strategie di coping che non siano disfunzionali e nocive come l’anoressia, ma che vi consentano comunque di tamponare le difficoltà.  

7. Distraetevi in ogni modo possibile. State più tempo con i vostri amici: essere circondate da persone con cui state bene e con cui fate cose divertenti, è un ottimo modo per decentrare l’attenzione dai soliti pensieri tipici del DCA, e per passare momenti piacevoli.

8. Se avete delle difficoltà mirate sul momento del pasto in sé (per esempio, non riuscite ancora a seguire il vostro “equilibrio alimentare”), cercate di mangiare insieme a qualcuno che vi aiuti a mantenervi “sulla giusta strada”.  

9. Cercate di circondarvi di persone che abbiano una relazione sana con il cibo e con il proprio corpo, che non parlino affatto di queste tematiche, anzi, che se ne freghino proprio.  

9 bis. Evitate di circondarvi di persone che sono nel pieno di un DCA, che seguono diete, che hanno un’alimentazione incongrua, che non fanno altro che triare in ballo argomenti che vi riportano a piè pari dentro il DCA: con persone del genere intorno le probabilità di ricaduta aumentano considerevolmente.

10. Imparate a riconoscere quelli che sono i pensieri indotti dall’anoressia, che non hanno perciò niente di fondato né di vero in sé. Discernete quelli che sono i pensieri provocati dalla malattia, dai vostri veri pensieri. Non identificatevi nei pensieri della malattia. Quella è la patologia che avete, non siete voi.  

11. Se sentite che state per cedere, alzate il telefono e chiedete aiuto. A chiunque riteniate opportuno. Familiari, amici, psicoterapeuti, dietisti… chiunque.  

12. Non isolatevi. La solitudine è una delle maggiori trappole che l’anoressia può tendervi. Quando si è da sole, senza distrazione alcuna, è molto più facile che la mente si fissi su quelli che sono i pensieri tipici del DCA.  

13. Leggete libri, riviste, blog pro-ricovero, che non abbiano niente a che fare con l’alimentazione, ma che possano supportare la vostra motivazione.

14. Cercate di evitare tutto quello che ormai sapete essere un trigger che può favorire la vostra ricaduta nel DCA.  

15. Fate una cosa gentile al giorno nei confronti di voi stesse.  

16. Abbiate cura di voi stesse come se foste delle bambine: non siate troppo severe con voi stesse, datevi la possibilità di provare, di sbagliare, e di riprovare ancora e ancora e ancora. Gli obiettivi più lontani si raggiungono per piccoli passi.  

17. Non arrendetevi. Rialzatevi dopo ogni ricaduta, e ricominciate a lottare con più forza e più convinzione di prima. E ricordate che noi siamo fatte per combattere. Quando ci ammaliamo, il nostro corpo combatte per ripristinare la propria omeostasi. Quando tratteniamo il fiato, il nostro corpo combatte per riprendere a respirare. Quando ci tagliamo accidentalmente, il nostro corpo combatte per riparare la ferita. Ci sono millemila piccolissime cose – dalla superficie cutanea alla cellula posta più in profondità – che sono frutto di un costante combattimento che il nostro corpo pone in essere affinchè noi possiamo essere qui, oggi, davanti ai nostri computer, a scrivere/leggere queste parole. Perciò, se ogni nostra singola molecola non si arrende mai, perché mai dovremmo essere noi a farlo?

venerdì 13 giugno 2014

Peso recuperato, alimentazione corretta, ma niente ciclo mestruale in vista? E allora?

Date un’occhiata al DSM: quando si parla di criteri diagnostici per l’anoressia, questi si basano fortemente su dati che sono in realtà difficili da misurare e quantificare obiettivamente. La grande eccezione è rappresentata dall’amenorrea: l’assenza di mestruazioni (il cosiddetto “ciclo”) per almeno 3 mesi consecutivi. Questo criterio è stato fortunatamente eliminato dal DSM-V, ma per tanti anni ha purtroppo infestato il DSM-IV-TR.

Perchè questo criterio diagnostico? Forse perchè è facile da misurare oggettivamente; ed ecco che spesso viene commesso l’errore di considerare il ritorno del ciclo come un marker di “salute” e di “guarigione” dall’anoressia. In alcuni casi la ricomparsa del ciclo viene considerata come un obiettivo centrale del percorso terapeutico.

[Viceversa, il non perdere il ciclo viene spesso percepito da chi ha un DCA come la conferma che “non si è abbastanza malate”. Il loro DCA non viene legittimato perché pensano che se hanno ancora il ciclo vuol dire che il loro corpo è ancora in salute, per cui “devono perdere ancora peso” o “non meritano di chiedere aiuto” – il che è ovviamente un pensiero profondamente malato e completamente sbagliato.]

Spesso mi è capitato di leggere su vari blog di ragazze che stanno seguendo un percorso di ricovero, il cui peso si è ristabilito, che mangiano in maniera corretta e regolare, ma a cui non è ancora ritornato il ciclo mestruale. Ovviamente si chiedono cosa stia succedendo. Dovrei mangiare di più? Dovrei mangiare diversamente? Dovrei riprendere altro peso? Rispondere (correttamente!) a domande di questo tipo è una cosa pressochè impossibile da fare on-line. Ma mi ha fatto venire voglia di approfondire ulteriormente l’argomento. Il punto cruciale credo che sia:

Da che cosa dipende la ricomparsa del ciclo mestruale durante il percorso di ricovero dall’anoressia?

Per rispondere a questa domanda, oltre alle mie competenze professionali personali, mi baso soprattutto su uno specifico studio che è stato condotto al riguardo da Golden et al.

Qui sotto, vi metto un’immagine di quello che normalmente succede nel corpo di una donna in merito alla regolazione delle mestruazioni. Si tratta, in pratica, di una serie di circuiti a feedback positivo e negativo. Date un’occhiata a come i diversi ormoni aumentano e riducono la loro concentrazione ematica in maniera molto significativa durante il ciclo (per esempio, il picco dell’LH – ormone lutenizzante – si registra subito prima dell’ovulazione).

Ovviamente questo ciclo è alterato durante i periodi di amenorrea, e dunque gli autori dello studio in questione hanno cercato di vedere se ci fossero dei fattori che potevano predire o che potevano essere associati al ritorno del ciclo mestruale. Oltre a considerare i livelli di questi ormoni, i ricercatori hanno valutato anche il peso, la percentuale di massa grassa corporea, e l’entità dell’esercizio fisico fatto dalle pazienti.

I ricercatori hanno effettuato uno studio di coorte della durata di 2 anni, iniziato con 100 adolescenti affette da anoressia (sia sottotipo 1 che sottotipo 2), con 69 ragazze disponibili al primo follow-up dopo 12 mesi, e 59 ragazze disponibili al secondo follow-up dopo 24 mesi.

Caratteristiche delle ragazze coinvolte nello studio:
• Età compresa tra i 12 e i 24 anni.
• Peso perso mediamente: 13,5 chili.
• Amenorrea mediamente della durata di 11 mesi.
• Tutte stavano seguendo un percorso di ricovero al momento dello studio.  

Risultati principali:
• Dopo un anno, 47 delle 69 pazienti ripresentatesi al follow-up aveva nuovamente il ciclo (68%)
• Dopo 2 anni, 56 delle 59 pazienti ripresentatesi al follow-up aveva nuovamente il ciclo (95%)

Al follow-up di 24 mesi, per le 56 ragazze cui era tornato il ciclo:
• La durata totale media dell’amenorrea era stata pari a 22 mesi.
• Il ritorno del ciclo richiedeva necessariamente un aumento di peso.
• Il ritorno del ciclo avveniva nella maggior parte dei casi ad un peso maggiore rispetto al peso a cui il ciclo era andato via.
• Nella maggior parte dei casi il ciclo ritornava quando le ragazze raggiungevano un peso che era circa il 90% del loro Set Point di peso fisiologico.
• A 48 ragazze il ciclo era tornato dopo 6 mesi di mantenimento del loro Set Point di peso fisiologico.

Cosa si può dire delle ragazze cui il ciclo non era ancora ritornato al follow-up dopo 2 anni?

Escluse quelle ragazze che erano ancora parecchio sottopeso, se si considerano dunque solo quelle ragazze il cui peso si era più o meno ristabilito, tra coloro cui era tornato il ciclo, e coloro cui non era tornato, NON C’ERA ALCUNA DIFFERENZA di B.M.I., percentuale di massa grassa, recupero del peso fino a tornare al Set Point.

In quanto all’esercizio fisico: il 50% delle ragazze cui non era tornato il ciclo faceva ancora attività fisica in maniera eccessiva… ma la faceva anche il 42% delle ragazze cui era tornato il ciclo!

E allora, c’è veramente qualcosa che si correla con la presenza/assenza del ciclo, e che può predire quando il ciclo potrebbe ritornare?

Ebbene, ci dice lo studio in questione, SI: i livelli di estradiolo erano significativamente più bassi nelle ragazze cui NON era tornato il ciclo. Il 90% delle pazienti cui era tornato il ciclo aveva dei buoni livelli di estradiolo, perfettamente nel range della normalità. Viceversa, solo il 19% delle ragazze cui non era tornato il ciclo aveva livelli normali di estradiolo.

C’è da sottolineare comunque che il 10% delle ragazze cui era tornato il ciclo aveva comunque dei livelli di estradiolo molto bassi (e che, come dicevo, il 19% delle ragazze con livelli di estradiolo normali non aveva comunque il ciclo). Il che ci suggerisce che il corpo umano è tremendamente COMPLICATO. (Perciò, non panicate se il ciclo non vi è ancora tornato ma il vostro peso è già più alto rispetto a quello che avevate quando vi è andato via, o viceversa: è normale).

Aggiungo inoltre che, al primo follow-up, le ragazze messe a confronto tra quelle che avevano di nuovo il ciclo e quelle che non lo avevano ancora, erano simili tra loro per età, età del menarca, durata dell’amenorrea, durata della fase peggiore dell’anoressia, quantitativo di peso perso, entità di attività fisica fatta.

Un’altra cosa di questo studio che ho trovato interessante: le ragazze rimaste senza ciclo avevano pure livelli di LH così bassi da non essere pressoché misurabili all’inizio dello studio. La possibilità di rimanere senza ciclo è stata stimata 10 volte maggiore nelle ragazze che avevano inizialmente un LH pressoché assente, rispetto a quelle che avevano invece livelli di LH bassissimi (ovvio, dato il sottopeso) ma comunque misurabili.

Vorrei precisare inoltre che maggiore è il lasso di tempo in cui si rimane senza ciclo, maggiore è la compromissione ossea, maggiore dunque è il rischio di sviluppare osteopenia o addirittura osteoporosi anche in giovanissima età, perché gli ormoni che regolano la presenza del ciclo (gli estrogeni in particolar modo) sono attivi anche sulle ossa.

Comunque, tornando allo studio. Una delle cose che trovo più interessante di questa ricerca è che gli autori erano in grado di predire (retrospettivamente, suppongo…) quali ragazze avevano maggiori possibilità di rimanere senza ciclo, e quali (in un lasso di tempo ovviamente variabile da persona a persona) invece avevano maggiori possibilità che gli ritornasse. Il gruppo ad alto rischio per il non-ritorno del ciclo era rappresentato dalle ragazze con bassi livelli di estradiolo e bassi livelli di GnRH (GnHR nella figura che ho postato sopra). Ed inoltre, come vi dicevo, quelle che avevano inizialmente livelli di LH così bassi da essere praticamente non misurabili.

Gli autori dello studio concludono:

“[…] abbiamo dunque trovato che raggiungere almeno il 90% del peso rispetto al proprio Set Point di peso fisiologico, garantisce nella maggior parte dei casi il ritorno del ciclo, nell’86% delle pazienti entro 6 mesi dal recupero di questo peso. (Sebbene alcune abbiano recuperato il ciclo anche dopo 2 anni o più di peso corretto stabile). Il ritorno del ciclo non dipende meramente ed unicamente dalla percentuale di massa grassa corporea o dal peso, bensì dal recupero della funzione dell’asse endocrino ipotalamo-ipofisi-ovaie, ripristino funzionale che può essere valutato al meglio mediante la misurazione dei livelli sierici di estradiolo.”
(mia traduzione) 

Ergo, se siete preoccupare perché nonostante il recupero ponderale il ciclo non vi è ancora tornato, o se siete semplicemente curiose, chiedete al vostro medico di famiglia di poter misurare i vostri livelli ematici di estradiolo (basta un comune prelievo del sangue).

In ogni caso, giustamente gli autori dello studio precisano:

“Non esiste uno specifico livello di estradiolo che può prevedere quando le mestruazioni torneranno, prima della ricomparsa del ciclo. È possibile che un elevato livello di estradiolo indichi una correlazione, e non una predizione, del ritorno del ciclo. Elevati livelli di estrogeni esprimono meramente un ulteriore fondamentale cambiamento: la riattivazione in toto dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaie.” 
(mia traduzione) 

Dal mio punto di vista, il punto centrale di tutto questo è: se siete ancora molto sottopeso, o se comunque siete ancora lontane dal vostro Set Point di peso corporeo fisiologico (a prescindere dal peso in sé), è normale che non abbiate il ciclo. Tuttavia, il nostro corpo è IMMENSAMENTE COMPLICATO (come se non lo sapeste di già, eh?!) il che significa che non esiste un singolo fattore (peso corporeo, percentuale di massa grassa, B.M.I., qualità/quantità di alimentazione, entità dell’attività fisica, peso prima del DCA, etc…) che può adeguatamente predire quando vi ritornerà il ciclo durante il vostro percorso di ricovero. E, in certi casi, anche quando il peso è stato recuperato, e si è di nuovo raggiunto il proprio Set Point, le mestruazioni possono comunque non venire per mesi o addirittura per anni, perché dipendono tantissimo dall’azione ormonale, e se gli ormoni rimangono sballati, anche il ciclo ne risente. Per cui, non fate caso al peso che avevate quando vi è andato via il ciclo, e non vi angosciate se ancora non vi è tornato: riattivare l’asse ipotalamo-ipofisi-ovaie richiede ben di più del semplice recupero ponderale.

[Considerazione collaterale: l’assenza di mestruazioni non è sinonimo di assenza di ovulazione ( – e viceversa: la presenza di mestruazioni non è sinonimo di presenza di ovulazione). Ergo, se anche a causa del vostro DCA siete attualmente in amenorrea, potreste comunque avere l’ovulazione, il che significa che se avete dei rapporti potreste comunque rimanere incinta. Dunque divertitevi pure, assolutamente!, ma non dimenticate il condom!! ^__^]

venerdì 6 giugno 2014

Ampliare gli orizzonti: Neuroscienze VS Psicologia dei DCA

Ho letto l’abstract di un articolo pubblicato recentemente che illustra quali sono le maggiori problematiche inerenti il trattamento delle malattie mentali in generale, e dei disturbi alimentari in particolare. Quest’articolo, scritto da Jim Harris e Ashton Steele, e pubblicato su “Eating Disorders: The Journal Of Treatment And Prevention”, s’intitola provocatoriamente: “Have we lost our minds? The siren song of reductionism in Eating Disorder research and theory”.

Gli autori affermano che, nell’ultimo quinquennio, “il focus della ricerca sui DCA è stato shiftato dalla mente al cervello”. Personalmente, sono in disaccordo con quest’affermazione su 2 livelli. Innanzitutto, questa frase dà per assunto che “mente” e “cervello” siano 2 entità separate. Ma io non credo proprio che lo siano. La “mente” è semplicemente il range di funzioni consce che sono espletate dal cervello: per esempio i pensieri, le credenze, le emozioni, le intenzioni, le motivazioni ed i comportamenti. Queste sono funzioni mentali che originano nel cervello, sono eseguite dal cervello, e sono interpretate dal cervello.

Infatti, recenti sviluppi nella genetica e nelle tecniche di neuroimaging hanno permesso agli scienziati di studiare la struttura, le funzioni e i circuiti cerebrali nei minimi dettagli, cosa che non era possibile fare precedentemente. I ricercatori hanno utilizzato queste nuove tecnologie per creare e testare nuove ipotesi riguardo il funzionamento del cervello nelle persone che hanno un DCA. E si sono così accorti che, quando il DCA è pienamente in atto, nel cervello si verificano delle alterazioni funzionali; né più e né meno di quanto accade per chi ha un disturbo bipolare o la schizofrenia.

Tuttavia, mentre la ricerca genetica e di neuroimaging ha proliferato nel campo dei DCA, altrettanto è stato fatto per quel che concerne le ricerche sugli aspetti psicologici e sui trattamenti psicoterapeutici dei DCA, soprattutto per quel che riguarda la terapia cognitivo-comportamentale, e la terapia familiare. Al contrario di quanto affermano Harris e Steele, non abbiamo “lost our minds”. Abbiamo semplicemente allargato gli orizzonti e approfondito il campo d’indagine per studiare le basi neuroscientifiche delle malattie mentali come le nuove tecnologie permettono di fare.

Harris e Steele, scindendo il concetto di “mente” da quello di “cervello”, sostengono che i DCA siano malattie del “cervello”, e che quindi necessitino di cure mirate sull’anomalia neurobiologica sottostante: in parole povere, farmaci. I due ricercatori infatti concludono che c’è molto da lavorare in campo farmacologico, perché in effetti ad oggi non è stato ancora trovato alcun farmaco che riesca a garantire significativi benefici alle pazienti affette da anoressia/bulimia/binge/DCAnas.

Quest’assunto semplicistico e il suo corollario riflettono a mio avviso una sostanziale mancanza di comprensione dell’interazione tra il funzionamento del cervello e i sintomi delle patologie psichiatriche. Secondo me, infatti, gli autori sbagliano nel non riuscire a riconoscere il fatto che molti interventi psicoterapeutici sono estremamente utili (spesso e volentieri anche più di quelli farmacologici) per migliorare la qualità della vita di pazienti con patologie psichiatriche che pure possono avere una base biologica.

Giusto per fare un esempio: è ampiamente riconosciuto tanto dalla comunità scientifica quanto dagli psicologi, che l’autismo è una malattia biologico-neurologica determinata per lo più dalla mancanza di una particolare tipologia di neuroni (i cosiddetti “neuroni-specchio”). Tutt’oggi, non esiste alcun farmaco che abbia mostrato significativi miglioramenti nel trattamento dell’autismo. Il gold-standard per il trattamento dell’autismo è ad oggi l’A.B.A. (Applied Behavior Analysis), che è una sottospecie di terapia comportamentale incentrata sulla costruzione delle competenze, formazione dei genitori, e modificazione delle contingenze ambientali (chiedo venia ad eventuali psicoterapeuti che leggono per la mia semplicistica spiegazione). La maggior parte dei bambini con autismo risponde molto bene a questo tipo di terapia, e alcuni di loro possono addirittura arrivare ad integrarsi a scuola nelle classi di bambini “normali” senza che si noti la discrepanza tra chi ha l’autismo e chi non ce l’ha.

Vi dice qualcosa? Dovrebbe, visto che è esattamente ciò che accade nel mondo dei DCA. Qui i trattamenti psicologici sono molteplici, perché ognuna di noi ha il proprio carattere e quindi risponde in maniera diversa, per cui la psicoterapia necessita di essere personalizzata, però effettivamente grazie alla psicoterapia si possono fare grossi passi avanti, che ad oggi nessun farmaco in sé permette di fare.

Credo che ci siano molti preconcetti sulla psicoterapia. Per esempio, molte persone pensano che la finalità della psicoterapia sia semplicemente quella di ri-insegnare alla paziente ad alimentarsi correttamente. Non funziona assolutamente così, ma proprio per niente. La gestione degli aspetti alimentari dev’essere lasciata nelle mani di un dietista/dietologo/nutrizionista, la funzione della psicoterapia è quella di scavare nell’interiorità, di capire ed affrontare quali sono i veri problemi che si nascondono dietro il banale capro espiatorio dell’anoressia/bulimia. Certo, riprendere ad alimentarsi correttamente fa parte del percorso di ricovero, ed è importante che questo avvenga. Ma è solo una delle tante componenti della strada del ricovero.

Altro esempio: molte gente pensa che grazie alla psicoterapia la persona possa uscirne “come nuova”, completamente cambiata. Di nuovo, un falso luogo comune. L’obiettivo della psicoterapia non è assolutamente quello di cambiare il carattere di una persona, bensì di insegnarle semplicemente a smussare certi angoli, ad usare i suoi punti di forza, e a trovare nuovi armi per affrontare le situazioni difficili, mettendo così in atto strategie di coping che siano differenti da quella distruttiva del DCA.

A differenza di quella che è la credenza popolare, la psicoterapia non consiste nello sdraiarsi sul lettino davanti allo psichiatra e parlare del proprio rapporto con la madre. Questo tipo di psicoterapia che veniva praticata tipo 60 anni fa è del tutto superata, perché è stato dimostrato che non conduce ad alcun reale risultato. Viceversa, le psicoterapie odierne sono tutte basate sull’evidenza (Evidence-Based, per usare il termine tecnico): e sono psicoterapie attive, che spingono alla riflessione e all’azione e, credeteci o meno, sono funzionali.

Mi viene veramente rabbia quando sento le persone fare generalizzazioni in ambo i sensi, e dire: “La psicoterapia non funziona per malattie come i DCA”, oppure “La psicoterapia è l’unico e il miglior modo possibile per trattare i DCA”. La verità è più specifica: ci sono alcuni tipi di psicoterapia, basati sull’evidenza, che sono effettivamente utili per trattare i DCA; ma il tipo di psicoterapia da applicare che risulta funzionale varia da persona a persona, sulla base del suo carattere e del DCA che ha (non tutti i tipi di psicoterapia sono efficaci indiscriminatamente su tutte le pazienti!). Inoltre, in alcuni casi medicalmente valutati, può essere anche utile affiancare dei farmaci alla psicoterapia, principalmente laddove ci sono delle comorbidità (per esempio DCA + depressione, DCA + ansia, DCA + DOC, etc…), perché questo può agevolare il percorso in quegli specifici casi selezionati: dei farmaci non va abusato, ma neanche vanno evitati come fossero peste. Vanno usati nella maniera opportuna, e quando necessario, sotto prescrizione medica.

Dal mio punto di vista, non è sbagliato studiare i DCA anche da un punto di vista neuroscientifico. Però, occorre specificare che cosa s’intende, quando si parla di “studiare i DCA da un punto di vista neuroscientifico”.

A mio avviso, studiare i DCA da un punto di vista neuroscientifico NON significa:

• Che i DCA possono solo essere trattati con i farmaci.
• Che i fattori psicologici e le millemila concause individuali sono irrilevanti.
• Che la personalità della paziente non conta.
• Che la paziente non ci può fare niente, perché sono malattie che dipendono solo da un malfunzionamento del cervello.
• Che la psicoterapia è obsoleta.

Viceversa, studiare i DCA da un punto di vista neuroscientifico, secondo me SIGNIFICA:

• Che i DCA sono MALATTIE, nessuna differenza con tumori, diabete o schizofrenia.
• Che le pazienti scelgono, sì, un sintomo alimentare, ma non scelgono una malattia.
• Che i DCA non sono causati prettamente da dinamiche familiari o pressione sociale.
• Che la prevenzione primaria ad impostazione del tipo: “spieghiamo a tutti che le modelle sono troppo magre e non devono essere imitate”, oppure come: “devi imparare ad amare te stessa”, non serve a una pippa.
• Che una volta nel pieno del DCA, le alterazioni delle funzioni neurotrasmettitoriali sono simili per tutte, e che per correggerle occorre tornare ad alimentarsi regolarmente.
• Che avere genitori/sorelle/fratelli/parenti stretti con un DCA aumenta il rischio che anche la figlia/sorella/nipote abbia un DCA, non meramente per genetica, ma perché il cervello è un organo altamente imitativo e reiterativo.
• Che i farmaci possono essere utili, (MA NON CURATIVI!), in alcuni casi medicalmente valutati.
• Che ricominciare ad alimentarsi correttamente è necessario per eliminare alcuni sintomi dei DCA che sono proprio connessi alle alterazioni cerebrali conseguenti alla scorretta alimentazione, ma che questa è solo una piccola parte del percorso di ricovero.
• Che la psicoterapia mirante al trovare e all’affrontare le vere problematiche che si nascondono dietro all’anoressia, è fondamentale per fare passi avanti sulla strada del ricovero.
• Che per ogni paziente è necessario trovare un tipo specifico di psicoterapia che funzioni su di lei, perché non esistono panacee universali.
• Che le teorie elaborate nel secolo scorso, e propinate come verità assolute, in merito alle cause dei DCA sono per lo più scazzate.

Spero che Harris e Steele (e tutti i professionisti impiegati nella ricerca delle terapie per i DCA) possano concretizzare questi punti. Ancora più in generale, se la gente avesse anche solo queste conoscenze di base sui DCA, familiari ed amici di chi è malata potrebbero relazionarsi alla paziente in maniera migliore, senza lasciarsi condizionare da cliché e falsi luoghi comuni.

venerdì 30 maggio 2014

Quando anche "Le Iene" prendono cantonate

Raramente guardo la TV, per mancanza di tempo materiale. Uno dei pochi programmi che tuttavia occasionalmente guardo perché non mi dispiace è “Le Iene”. Proprio la scorsa settimana, il 21 Maggio, mentre seguivo questa trasmissione, ho visto un servizio relativo ai disturbi alimentari. Non so se avete presente di cosa sto parlando, in ogni caso potete trovare il video in QUESTA PAGINA. Prendetevi 10 minuti di tempo per guardarlo, e poi tornate qua.

Fatto? Okay, che ve ne pare? Non è il primo servizio de “Le Iene” che vedo in merito all’anoressia, ma questo mi sembra realizzato davvero male. Dieci minuti farciti di luoghi comuni, scorrettezze ed imprecisioni, che niente regalano tanto a chi ha veramente un DCA, quanto all’italiano medio che non sa nemmeno cosa significhi la sigla “DCA”. Sono rimasta sinceramente delusa.

Il servizio in questione si apre con il cliché per eccellenza sull’anoressia: una casa di moda che realizza manichini troppo magri, che vengono largamente criticati perché considerati istiganti i disturbi alimentari. Ecco allora che, richiamata dallo schiamazzo mediatico, la Iena Nadia Toffa si precipita di corsa: attaccandosi a questo falso luogo comune, ignorando la vera natura dell’anoressia, e senza neanche darsi la pena di approfondire, si piazza davanti alle telecamere per sciorinarne una definizione semplicemente assurda (donne che soffrono di disturbi alimentari = donne che hanno un pessimo rapporto col cibo – come da teorie psicologiche che andavano di moda 250 anni fa) e una descrizione sommaria, più che altro da manuale e neanche letto tanto bene (l’anoressia comporta un’astensione totale dal cibo? Proprio no, e almeno questo lo dico con totale cognizione di causa! E poi che la prima digestione avvenga in bocca, e che quindi anche chi soffre di chew & spit adsorba un certo quantitativo di calorie, credo lo sappiano anche i bambini… E che diamine c’entra il binge con l’autolesionismo? Possono essere anche presenti contemporaneamente, ma sono 2 problematiche completamente differenti! OMFG…), di che cosa consistano i vari DCA.

Dopodichè comincia a prendere una cantonata dietro l’altra sostenendo che i blog pro ana siano tenuti da persone malate che inneggiano alla patologia. Okay. Sfido chiunque di voi che mi sta leggendo in questo momento che abbia vissuto/viva in prima persona l’inferno di un DCA, a raccomandarlo caldamente. Sono pronta a scommettere che non lo augurereste neanche alla vostra peggiore nemica. Non diciamo cavolate: chi osanna un disturbo alimentare è perché non ha la più pallida idea di cosa significhi averlo. I 10 comandamenti, i trucchi per imparare a vomitare, schemi dietetici assurdi pescati chissà dove: cose che sono più che altro parodiche della malattia vera. Se hai bisogno di un libretto delle istruzioni per “diventare malata”, puoi stare tranquilla: non ti ammalerai mai. Se hai davvero un DCA, sai già tutto da sola.

Annuncio di pubblico servizio: Scimmiottare il comportamento esteriore di chi ha realmente un DCA (restringere l’alimentazione, procurarsi il vomito, assumere lassativi, fare tanta attività fisica, etc…) NON fa ammalare di DCA!
È come se io pretendessi di ammalarmi di depressione, e poiché ho letto da qualche parte che le persone con questa patologia stanno tutto il giorno a letto, ascoltano musica triste, e si rifiutano di parlare con chiunque, mi mettessi a comportarmi in tale modo. Ma questo non farebbe di me una malata di depressione. Farebbe di me soltanto una persona che imita il comportamento di chi è depresso. Ma mi mancherebbero tutte le sovrastrutture mentali che sono quelle che rendono la depressione tale, come patologia. E lo stesso vale per le pro ana: possono anche imitare i comportamenti esteriori di chi ha un DCA, ma sono per loro fortuna scevre delle sovrastrutture mentali che determinano la comparsa di un DCA vero e proprio. Ergo, rimangono delle mere imitatrici, e non delle malate istiganti alla patologia, come la Toffa sottolinea più e più volte.

L’unica cosa positiva che ci vedo è che per lo meno Nadia Toffa sottolinea che i blog pro ana possono essere potenzialmente pericolosi, come ho già detto più volte su questo blog, non tanto per chi ha già un DCA, che non ne viene minimamente toccato perché sa cosa significhi veramente essere malate, ma per quelle persone più giovani che hanno già sulle spalle tanti fattori predisponenti allo sviluppo di un DCA, e che prima o poi si ammalerebbero comunque, ma per le quali questi blog potrebbero rappresentare un innesco precoce della malattia, o per quelle ragazzine che possono essere più influenzabili proprio per la loro giovanissima età. Ecco, sì, almeno questo di positivo al servizio glielo riconosco: il tentativo far suonare un campanellino d’allarme affinché, come già in altri Paesi, si possano varare leggi per arginare il problema. Approvo insomma il fatto che si cerchi di mettere in evidenza il potenziale trigger dei blog pro ana/mia, anche se la trattazione è comunque parziale.

In ogni caso, il servizio prosegue con l’intervista di un uomo che afferma di essere autore di un blog incentrato sul dimagrimento. Due o tre domandine di rito, e poi il tizio viene lasciato parlare a ruota libera, palesando così che i suoi problemi sono ben altri rispetto al mero disturbo alimentare, poiché, partendo da un oggettivo sovrappeso, gli sarebbe stato sufficiente consultare un qualsiasi dietista/dietologo/nutrizionista, per avere una dieta adeguata a perdere peso in maniera sana e fisiologica, cosa che sarebbe stata un suo sacrosanto diritto perché effettivamente il sovrappeso può condurre a patologie esattamente come l’eccessivo sottopeso. Se però non l’ha fatto, evidentemente qualche altro problemino alla base c’è. Comunque la Toffa lo lascia andare avanti, e più parla e più a me quest’uomo mi fa sinceramente pena, proprio mi fa compassione, (mi sembra uno di quei parini un po’ fuori di testa che occasionalmente mi arrivano in Pronto Soccorso blaterando assurdità, che gli fai un sorriso, gli dai una pacca sulla spalla, gli dici due o tre paroline rassicuranti, e poi telefoni al reparto di Psichiatria per far scendere un medico in consulenza che se lo prenda in carico) per interrompere occasionalmente con commenti al vetriolo, accompagnati da considerazioni moralistiche e qualche altro luogo comune.

Il servizio si chiude con un’intervista a Monica, che più che “autrice di un blog pro mia” come viene definita, mi sembra semplicemente una ragazza malata di bulimia che non ha nessun tipo di supporto da parte delle persone che le stanno intorno, una famiglia assolutamente non collaborativa, un compagno che non vede perché non vuol vedere, e che pertanto ristagna nella malattia perché non ha alcuna rete sociale di sostegno e da sola non riesce a chiedere aiuto. Nel fare domande a Monica, la Toffa le si rivolge come se fosse una sorta di bambina scema di 3 anni, fa le faccine addolorato-comprensive, e negli intermezzi tra una domanda e l’altra commenta le risposte della ragazza con un tono misto tra il drammatico, il catastrofico, e il moralista, che è poi il medesimo tono che tirano fuori nei servizi in cui parlano di pedofilia, spaccio di droga, violenze sulle donne o disservizi statali.

Cos’abbiamo dunque, in definitiva, da questo servizio?
- Una serie di chiacchiere che reiterano i soliti falsi luoghi comuni sul binomio moda-anoressia.
- Una sommaria descrizione dei blog pro ana in cui viene cannato completamente il fatto che questi blog siano tenuti da persone realmente malate, quando invece non è così.
- L’intervista ad un tizio vaneggiante, appena fuggito da un qualche ospedale psichiatrico, che fa più pena dei cagnolini abbandonati nelle scatole di cartone sotto la pioggia.
- L’intervista che riporta l’esperienza di Monica, ragazza ancora profondamente immersa nella bulimia, e del tutto priva di ogni qualsiasi tipo di supporto da parte di chi le sta vicino, che non riesce pertanto a chiedere aiuto né ad immaginare una vita in cui la bulimia sia meno presente, e la cosa non viene in alcun modo smentita, come se non ci fosse la benché minima possibilità, il benché minimo margine di miglioramento.

Apprezzo comunque il fatto che, attraverso le parole di Monica, si capisca che i DCA sono malattie vere e proprie e non espedienti per ricercare la bellezza o la magrezza o capricci per fare le modelle. Apprezzo il fatto che ci sia una sorta di denuncia nei confronti dei blog pro ana/mia. Ma non si va oltre. E così e veramente troppo, TROPPO POCO, e troppo raffazzonato.

Comunque, essendo rimasta complessivamente delusa da questo servizio, quella sera stessa ho mandato a "Le Iene", attraverso il loro sito Internet, un messaggio per esprimere la mia opinione in merito.

Questo messaggio:  

"Care Iene, 

vi scrivo dopo aver appena visto l'ultimo servizio di Nadia Toffa sull'anoressia, in uno di quei momenti in cui pensi "o adesso o mai più". 

Seguo "Le Iene" da anni, in effetti, e quello di stasera non è il vostro primo servizio che vedo in merito a questa malattia, ma è sicuramente il primo che mi appare assolutamente di parte. 

Non mi sono piaciuti i (falsi) luoghi comuni in merito all'influenza della moda e dei mass-media sulla genesi dell'anoressia che sono stati tirati fuori, nonchè la centralità attribuita nel servizio ai blog pro ana, omettendo totalmente il fatto che il Web non è popolato soltanto da persone che inneggiano all'anoressia solo perchè non sanno cosa significhi veramente vivere con un disturbo alimentare, ma che ci sono anche sempre più numerosi blog in cui si riuniscono persone che stanno combattendo contro il proprio disturbo alimentare nel tentativo di allontanarsene quanto più possibile e ricostruirsi una vita, e che scrivono supportandosi a vicenda nel percorrere la strada del ricovero. Mi chiedo perchè, in effetti, blog di questo tipo non siano stati neanche menzionati per sbaglio in suddetto servizio. Posso permettermi la cattiveria di dire che è perchè l'inneggiare ad una malattia è un qualcosa di socialmente sconveniente e che pertanto attira l'attenzione del pubblico (e fa aumentare l'audience), mentre invece persone che cercano quotidianamente di tenere testa all'anoressia "fanno il loro dovere", e quindi non sono degne di nota??! 

La mia personale opinione inoltre è che non solo non abbiate mostrato la realtà dell'anoressia, ma che vi siate focalizzati su uno spaccato del tutto parziale, facendolo però passare come generale, e dimenticando perciò il fatto che ogni persona (e dunque ogni persona malata) è una storia a sè, e che fare generalizzazioni su tali tematiche è pertanto impossibile. 

La realtà dell’anoressia, se non lo sapeste, è quella di noi ragazze comuni che, con un peso più o meno nella norma, cerchiamo di affrontare la vita giorno dopo giorno con quella voce nella testa che non se ne vuole andare neanche dopo anni, noi ragazze comuni che ogni tanto ricadiamo, noi ragazze comuni che nutriamo comunque un forte bisogno di controllo, noi ragazze comuni che scontiamo a vita i danni (psico)fisici che l'anoressia ci ha prodotto, noi ragazze comuni la cui vita è nella sua quotidianità pesantemente condizionata dalla presenza di un disturbo alimentare, pur non essendo più esageratamente emaciate, noi ragazze comuni che ci impegnamo quotidianamente per riappropriarci di tutto ciò che l’anoressia ci ha tolto, per riappropriarci di una vita di qualità. Questa è la più comune forma di realtà dell’anoressia. Esistono certo casi estremi, magari come la donna che avete intervistato e che asseriva di vomitare anche 8 volte al giorno o di assumere anche 15 lassativi/die, ma non sono la regola. Io stessa, diversi anni fa, per un certo periodo sono stata un “caso estremo”, ma è stato un periodo che si è concluso relativamente in fretta, se consideriamo unicamente l’esteriorità. E quello non è stato forse neanche il peggio. Il peggio è venuto dopo. Quando ho iniziato a combattere. Questa è la realtà dell’anoressia: questo pantano nel quale si rimane mentalmente invischiate e non te lo scolli di dosso, diamine, neanche dopo anni ed anni. Tantissimo tempo ci vuole. Ben più di una Primavera. 

Chiedo venia per il tono di questo messaggio, ho scritto di getto e mi sono forse lasciata trasportare fin troppo dall'emotività. Il fatto è che se voi Iene parlate di un argomento ancora purtroppo molto spesso ritenuto "tabù" come l'anoressia, avreste effettivamente il potere di cambiare qualcosa: un sacco di genitori, familiari, amici, colleghi, etc, di persone malate di disturbi alimentari segue il vostro programma, perciò potreste veicolare davvero informazioni utili e suggerimenti importanti... se solo non vi fossilizzaste su falsi miti e su tutta la negatività che possono portare i blog pro ana, e viceversa raccoglieste invece testimonianze di vita vissuta con un disturbo alimentare e vi focalizzaste su tutta la positività dei blog "pro ricovero", forse riuscireste davvero a cambiare qualcosa. 

Veggie"

Voi cosa ne pensate di questo servizio? Siete d’accordo con me, oppure la vedete diversamente? Se vi va, fatemelo sapere nei commenti! 

Faccio inoltre un’ulteriore proposta a coloro che fossero d’accordo con la mia opinione: fate un “copia & incolla” del mio messaggio, ed inviatelo anche voi a Le Iene attraverso il format di contatto (lo trovate QUI). A me non hanno risposto, ma magari, se ricevessero un certo numero di messaggi analoghi, forse questo risveglierebbe la loro attenzione…

venerdì 23 maggio 2014

Alcuni comuni misconcepts sull'anoressia - Approfondimento

Questo è un approfondimento in merito al post che ho pubblicato Venerdì scorso. Se non lo avete letto, vi consiglio di farlo adesso, perché sennò avrete difficoltà a seguire ciò che sto per scrivere. Nel post di oggi mi voglio concentrare su questo: dato che effettivamente esistono tanti falsi luoghi comuni in merito ai DCA che la gente si beve indiscriminatamente, cosa potrebbero fare le persone malate di anoressia/bulimia/binge/DCAnas, nonché le associazioni che si occupano di DCA, per rettificare, migliorare, e rendere veritiero il modo in cui i DCA vengono percepiti dalla gente?

[Nota a margine in merito al mio post precedente: Mi sembra di non aver sottolineato abbastanza il fatto che ho usato quel tweet solo come esempio e punto di partenza per le mie riflessioni. Non intendevo in alcun modo puntare il dito contro la persona che ha scritto quelle parole nella fattispecie. Il mio obiettivo non è quello di sfuriare contro chiunque abbia dei misconcepts sull’anoressia. La persona che ha scritto quel tweet non è la prima, né l’ultima, né l’unica persona al mondo ad aver detto cose del genere sull’anoressia – ho preso quella frase solo perché l’avevo vista appena un paio di giorni prima.] 

Ma torniamo a noi.

Prima cosa: per chi ha un DCA, sappiate che quello che sto per scrivere è ciò di cui credo dovremmo essere consapevoli e prestare attenzione quando si parla della nostra malattia a persone che non hanno mai vissuto questa patologia. 

La mia non sarà ovviamente una lista completa – centrerò la mia attenzione solo sugli aspetti principali. Se pensate comunque che abbia tagliato fuori qualcosa d’importante, o se c’è qualsiasi cosa che vogliate aggiungere, fatelo pure nei commenti! (Adoro i vostri commenti.)

1. Spesso, quando in TV si parla di DCA, viene posto l’accento su quanto poco si mangia, su quanto poco si pesa (spesso e volentieri ciò viene accompagnato da fotografie di ragazze scheletriche) o da quanto spesso ci sono le abbuffate e/o il vomito autoindotto nella face più acuta della malattia. 

Io trovo sbagliatissimo che i mass media lancino questo tipo di messaggio. Sono forse informazioni rilevanti? Sono necessarie? Qual è lo scopo del fornire simili informazioni? Io penso che siano cose che fanno più male che bene.

Non penso che il sentire resoconti di restrizioni alimentari, descrizioni di sessioni di vomito, o il vedere foto di ragazze scheletriche possa essere un trigger per chi è già malate di DCA (bah, forse in alcuni rari casi, ma mi pare superfluo soffermarmi su questo), tuttavia in questo modo:

• si manda un messaggio completamente errato a chi è ancora nella fase acuta della malattia, dicendo implicitamente a queste persone che 1) non sono ancora abbastanza malate, 2) non necessitano perciò di alcun aiuto e, cosa pure peggiore 3) che non stanno correndo il rischio di andare incontro a complicanze psicofisiche perché mangiano di più, pesano di più, o vomitano di meno rispetto agli scheletri ambulanti trasmessi in TV.
• si manda un messaggio totalmente sbagliato alla gente che non ha mai vissuto un DCA sulla propria pelle, perché questi servizi televisivi gli dicono che una ragazza che ha “veramente” un DCA assume XX clorie al giorno, o pesa XX chili. Se così non è, allora la ragazza in questione non ha “veramente un DCA, ma è solo una drama queen o una che vuole soltanto attirare l’attenzione.
• si manda un messaggio sbagliato a medici, infermieri, impiegati nelle professioni sanitarie in merito a come deve “essere esteriormente” una persona con un DCA (per esempio, quali sintomi/comportamenti ricercare).

In realtà, sono tutti dati completamente empirici, e generalizzazioni da manuale del tutto erronee. I numeri non fanno statistica, perché ogni persona è una storia a sé. Ed è quindi sbagliatissimo che i servizi televisivi si concentrino sui numeri per descrivere i DCA. Anche perché questo porta ad un ulteriore falso luogo comune: il credere che quando quei numeri sono tornati nella norma, allora la persona è automaticamente guarita dal DCA. Quando invece noi sappiamo benissimo che non è affatto così.

Non voglio dire che i numeri non siano assolutamente mai rilevanti – in alcuni casi possono pure esserlo. In fin dei conti, nei post in cui vi racconto degli studi scientifici che sono stati condotti su anoressia/bulimia, utilizzo sempre un sacco di numeri. Si può anche parlare dei propri numeri personali, purché in privata sede. Ma io credo che quando le informazioni vengono date in pasto al pubblico, bisognerebbe essere molto più cauti e riflettere molto di più in merito al tipo di messaggio che viene passato, perché se la gente sente parlare di numeri a proposito dei DCA, poi è ovvio che ricercherà nelle persone che ha accanto quegli stessi numeri, per determinare o meno se la persona sia malata di DCA (ed ovviamente sbagliando).

E’ per questo motivo che ho bandito i numeri personali dal mio blog: ho raccontato la mia storia, per esempio, ma ho accuratamente evitato di scrivere, sia lì che altrove, la mia altezza, od il peso minimo che ho raggiunto durante il periodo peggiore dell’anoressia. Penso che questi numeri siano fini a se stessi e penso anche che sia opportuno evitare paragoni e confronti tipici di chi ha un DCA, nonché non permettere che chiunque non sia ancora del tutto convinta di voler combattere contro l'anoressia, leggendo determinati dati numerici, possa avere il tipico pensiero disturbato: "Se lei è arrivata a TOT allora io posso scendere di più", reiterando così ancora di più il loop distruttivo dell’anoressia. Allo stesso modo, non voglio che qualcuno possa pensare: “Ma io ancora non peso così poco come pesava lei, quindi va tutto bene, posso continuare così, e non ho alcun bisogno di chiedere aiuto perché evidentemente non solo malata abbastanza”. Allo stesso modo, non ho mai scritto e non scriverò mai quanto/cosa mangiavo nel periodo peggiore dell’anoressia, o quanto/cosa mangio adesso. Non penso che tutto questo abbia alcuna rilevanza: penso che l’unica cosa che conta è come ci si sente, a prescindere dal peso e dal comportamento alimentare.

2. Spesso, quando in TV si parla di DCA, viene posto l’accento su quale sia il significato dei DCA, e su quali aspetti caratteriali abbiano le persone malate. 

Questo potrebbe anche non essere totalmente sbagliato – per esempio, effettivamente la ricerca del controllo è una tendenza che la maggior parte delle persone malate di anoressia, chi più chi meno, ha. Penso però che la cosa diventi profondamente errata quando vengono fatte assurde generalizzazioni, passate come fossero oro colato, vero ed imprescindibile per tutte coloro che sono affette da anoressia. Vi faccio peraltro notare che la maggior parte di suddette generalizzazioni non ha per niente un base scientifica, e non è neanche supportata dall’evidenza. Pensate a quando viene detto che il DCA è dovuto ad un cattivo rapporto con la propria madre, ad un rifiuto di crescere, ad un rifiuto della sessualità, alla voglia di fare le modelle, erc… quante caselle spuntereste? Personalmente, neanche una.

Bisognerebbe pertanto che venisse sottolineato con forza il fatto che ogni persona è una storia a sé. Ognuna di noi ha il proprio carattere, il proprio background, e le proprie millemila concause che la portano ad ammalarsi, nonché il fatto che non esiste “l’Anoressia” per antonomasia, bensì “le anoressie”, una per ogni paziente che ne è affetta. Ergo, fare generalizzazioni è del tutto sbagliato ed impossibile. I DCA sono malattie fortemente personalizzate: se viene fatta una generalizzazione, potete giurarci che è una falsità.

Il fatto che il focus principale della mia anoressia sia stato il bisogno di controllo, non significa assolutamente che questo valga per chiunque altra abbia questa malattia. Allo stesso modo non tutte le persone malate di anoressia/bulimia/binge/DCAnas hanno dismorfofobia o contano le calorie o si pesano molto frequentemente (io non ho avuto nessuno di questi, appunto). Non tutte le persone malate di DCA hanno cattivi rapporti con la loro famiglia, hanno subìto molestie sessuali, hanno vissuto esperienze traumatiche, o erano ossessionate dall’esteriorità. Questi sono solo falsi luoghi comuni, se generalizzati: va chiesto alla singola persona quali sono i fattori che l’hanno portata verso il DCA.

Proprio per questo penso che sia importante che ognuna di noi possa raccontare la propria storia: perché siamo tutte differenti, e perciò così facendo rendiamo testimonianza del fatto che anche i DCA sono malattie estremamente eterogenee.

È inutile che i mass media perdano tempo a definire quali sono le caratteristiche caratteriali della “persona standard malata di anoressia”, e quali sintomi e comportamenti sono propri di chi ha “veramente” un DCA, soprattutto quando non c’è neanche una base scientifica a sostegno di ciò che viene detto. Il parlare a vancera non aiuta né chi è malata, né chi le sta vicino, né i medici.

Seconda cosa: ci sono 2 principali cose che vorrei vedere dalle associazioni che si occupano di DCA. 

E con questo NON sto puntando il dito contro qualcuno – senz’altro alcune associazioni sono migliori di altre, la mia vuole essere soltanto una sorta di generale “wishlist”.

1. Date MOLTA MENO importanza all’immagine corporea, alle diete, all’esteriorità. 

La stragrande maggioranza delle donne, prima o poi, nel corso della propria vita, si mette a dieta, non fosse altro che per perdere qualche chilo in vista dell’Estate. Eppure, tra tutte le donne, soltanto un infinitesima parte si ammala di DCA, e non sono necessariamente quelle che avevano fatto una dita. Perché? Perché i DCA non sono conseguenza di diete fai-da-te andate a finire male. Sono malattie vere e proprie, e il sintomo alimentare è solo il capro espiatorio di una serie di molteplici problematiche retrostanti: è proprio su queste ultime che bisognerebbe puntare l’attenzione.

Ergo, penso sia piuttosto inutile demonizzare le diete o andare per scuole facendo campagne sulla corretta alimentazione: poiché i problemi che spingono verso un DCA sono ben altri, con questo tipo di informazione chi si deve ammalare lo farà comunque.

E basta con le brochures in cui i DCA vengono tipicamente rappresentati come una povera tizia pelle e ossa che si guarda allo specchio e si vede obesa, o come una ragazza imbronciata davanti ad un piatto semivuoto, o come una deficiente disperata in piedi su una bilancia che si misura la circonferenza coscia! Sono immagini stereotipate che vanno a rinforzare l’immaginario comune sul fatto che i DCA siano malattie che c’entrano prettamente con il voler dimagrire, e non fanno in alcun modo capire alla gente la vera natura interiore dei DCA, sono immagini assolutamente sbagliate e fuorvianti!

Piuttosto, in quanto associazioni che si occupano specificatamente di DCA, dovreste promuovere la diffusione delle testimonianze di chi ha veramente vissuto/vive queste malattie. Dovreste spiegare quali sono le millemila concause e problematiche, diverse da individuo ad individuo, che possono spingere una persona verso il DCA. Dovreste cercare di impedire ai mass media di mandare il messaggio che l’immagine corporea, la diete, la ricerca della magrezza come le modelle sono ciò che spinge verso un DCA, perché sappiamo benissimo che tutto questo non c’entra una pippa con i disturbi alimentari.

2. Date MOLTA PIU' importanza agli studi scientifici che vengono condotti sui DCA, perchè possono svelare aspetti inattesi e fornire nuovi appigli terapeutici. Ma fatelo in maniera corretta, riportando le vere informazioni fornite da questi studi, e non semplificandoli e manipolandoli al fine di ridurli a ciò che vi piace venga detto. 

Giusto per dire, vi faccio un esempio tratto dal sito della NEDA (National Eating Disorder Association):

“I ricercatori stanno ancora cercando possibili cause biochimiche e/o biologiche dei DCA. In alcune persone affette da DCA, alcuni neurotrasmettitori nel cervello che controllano la fame, l’appetito, e la digestione sono stati trovati essere sbilanciati. Il significato e le implicazioni di questi sbilanciamenti sono ancora oggetto di studio.” 
(mia traduzione) 

Sbagliato. Sbilanciati? Lo sapevate che lo sbilanciamento chimico è un fattore che gioca un enorme ruolo nel mantenimento di un DCA durante la sua fase peggiore, e che non è poi così difficile spiegare alla gente quello che è venuto fuori dalle più recenti ricerche su anoressia, bulimia e DCAnas? Certo, il farlo è molto più faticoso del semplice buttare giù 2 paroline di comodo. Io stessa troverei difficile spiegare alcuni concetti medici e biochimici. In effetti, in tutto il blog non credo di aver mai parlato di cose come lo splicing alternativo, le modificazioni epigenetiche, o gli alleli. Sì, è difficile, eppure è possibile spiegare tutti questi concetti senza ricorrere ad eccessive semplificazioni che modificano il senso dello studio e fanno estrapolare false conclusioni.

È quello che io cerco sempre di fare quando vi presento degli studi scientifici fatti sui DCA. Sin da quando ho iniziato a scrivere su questo blog, infatti, mi sono rapidamente resa conto che la gente è affamata d’informazioni. Sia chi è malata di DCA, sia chi gli sta vicino. Tutti quanti vorrebbero sapere cose succede nella loro testa quando sono nel pieno di un DCA, o cosa succede nella festa delle loro figlie/i, o nella testa dei loro amici.

Mi piacerebbe perciò che venisse dato da parte delle associazioni che si occupano di DCA, maggiore risalto agli aspetti più strettamente scientifici di queste malattie. Penso che siano utili ed interessanti.

Ecco, queste sono le 2 principali cose che mi piacerebbe vedere in future da parte delle associazioni che si occupano di DCA: un minor focus sulla fisicità, per concentrarsi invece su quelle che sono le vere problematiche individuali nascoste dietro i DCA, e una maggiore attenzioni per gli studi scientifici che vengono condotti su queste malattie, da cui estrapolare importanti informazioni.

In definitiva, vorrei che venisse dato uno stop alla propaganda di falsi miti che tuttora imperano a proposito di anoressia/bulimia, perché le poche volte che mi capita di vedere in TV servizi o programmi sull’anoressia, sento ripetere sempre le solite bischerate da manuale e i soliti falsissimi luoghi comuni. Penso che bisognerebbe concentrarci di più sull’interiorità di chi ha un DCA, sul miglioramento dei servizi offerti a chi soffre di queste malattie, sulla prevenzione (soprattutto secondaria) e sull’abolizione dei tanti falsi miti esistenti, cui la gente purtroppo crede indiscriminatamente.

Qual è la vostra “wishlist”, invece? Cosa vorreste dalle associazioni che si occupano di DCA? Su cosa dovrebbe essere posto l’accento quando si parla di DCA?

venerdì 16 maggio 2014

Alcuni comuni misconcepts sull'anoressia

Oggi vorrei parlarvi di quelli che, a mio avviso, sono alcuni comuni misconcepts che la gente ha sui DCA, perché queste malattie vengono spesso e volentieri presentate in maniera erronea le rare volte che i mass-media ne trattano. Non intendo trattare diffusamente di tutti i falsi luoghi comuni che circolano su anoressia/bulimia/binge (magari in futuro scriverò un post anche su questo, vedremo…), ma semplicemente soffermarmi su alcuni aspetti relativi all’erronea interpretazione dei DCA da parte di chi non ne ha mai sofferto. Si tratta della mia personale opinione, per cui vi invito vivamente a lasciare commenti soprattutto se la pensate diversamente da me, o se credete che io abbia perso per strada qualcosa d’importante.

Arriviamo al dunque.
Un paio di giorni fa ho letto su Twitter questa frase:

“L’anoressia è un capriccio di ragazzine viziate, e io non ho tempo né energie da sprecare per stare al loro gioco.”

A suo modo, trovo questa frase “illuminante” sotto un sacco di punti di vista. È così sbagliata, così dannosa e pur nella sua brevità incarna così tanto di ciò che c’è di stereotipato nella comune visione dei DCA.

Lasciamo perdere chi abbia scritto questa frase, non è questo il punto. Del resto, un tweet che non può contenere più di 140 caratteri, è necessariamente decontestualizzato. Non ho niente nello specifico contro la persona che ha scritto questa frase, non la conosco neppure: utilizzo semplicemente questa frase come punto di partenza, per farvi capire come parole di uso così comune, nei Social Network e nei mass-media contribuiscano in larga misura a creare qui falsi cliché che purtroppo accompagnano fedelmente i DCA nella mente della gente che non ha mai vissuto questa malattia.

Dunque, una breve lista delle pericolose e fuorvianti implicazioni che vedo implicite in questa frase, che così spesso viene riecheggiata dai mass-media.  

1. Considerando l’anoressia (o un qualsiasi altro DCA) come un capriccio, si mette in secondo piano la severità di queste malattie e la loro complessa e multifattoriale eziologia. 

• Prendete la frase di prima e, al posto della parola “anoressia”, sostituite “schizofrenia”, “depressione”, “disturbo bipolare”, “ansia generalizzata”, “disturbo post-traumatico da stress”, etc. Non sono capricci, sono tutte quante patologie che possono mettere l’individuo in pericolo di vita. Sono vere e proprie malattie mentali che comportano peraltro un sacco di complicanze fisiche.

• Un “capriccio” è un qualcosa che viene messo in atto per attirare l’attenzione, e che cessa di essere nel momento in cui l’obiettivo viene raggiunto. I DCA non sono modalità per attirare l’attenzione altrui: sono malattie multifattoriali, le cui cause sono tantissime e variabili da persona a persona. Nessuno con un DCA vuole mettersi in mostra, il disturbo è solo una strategia di coping per cercare di tamponare le molteplici problematiche presenti nella vita di chi ha anoressia/bulimia/binge.

Nota a margine: A mio parere, una persona che ha un DCA e che dice “Sì, l’ho fatto per attirare l’attenzione dei miei genitori/amici/etc”, è tale e quale ad un tossicodipendente che dice “Smetto quando voglio”. Penso che questo abbia a che fare, in parte, con l’incapacità di ammettere la serietà del problema, o comunque con l’incapacità di ammettere quanto il DCA sia efficace come strategia di coping per i propri problemi personali. Altresì, non si spiegherebbe come mai, quando i suddetti genitori/amici/etc si accorgono del problema e trascinano la figlia/amica/etc dai medici, e dunque le prestano tutta l’attenzione di questo mondo perché preoccupatissimi per la loro salute psicofisica, queste persone non guariscano immediatamente. Se fosse veramente una richiesta d’attenzione, quando quell’attenzione arriva il DCA dovrebbe sparire, o no?!  

2. Considerando l’anoressia (o un qualsiasi altro DCA) come un qualcosa “da ragazzine” o, comunque, da persone infantili ed immature, si creano difficoltà ancor più enormi a chi si ammala di DCA e non è più così giovane. 

• L’anoressia e I DCA in generale NON sono un’esclusiva delle adolescenti. Ci sono molti studi che dimostrano come i DCA possano colpire a qualsiasi età, ed ambo i sessi. Quindi è assurdo circoscrivere i DCA alle ragazze giovani di sesso femminile, quando a soffrirne sono anche donne adulte, ed uomini.

• Se si vuol fare riferimento ad un presunto “infantilismo” od “immaturità”, sappiate che soffrono di DCA anche molti professionisti affermati nel mondo del lavoro e con un’ampia vita sociale. Cosa si potrebbe dire delle madri che lavorano, crescono figli, cercando di mandare avanti casa e famiglia, eppure combattono quotidianamente contro il loro DCA? I DCA non sono circoscritti solo ad alcune particolari fasce d’età, sesso, razza, status socioeconomico, livello d’istruzione od orientamento sessuale. Possono colpire chiunque ed in qualsiasi momento della vita  

3. Considerando l’anoressia (o un qualsiasi altro DCA) come un qualcosa messo in atto da persone “viziate”, si ammette implicitamente che solo poche persone “se lo possano permettere”. 

• L’idea che un DCA possa interessare soltanto persone “viziate” è assolutamente ridicola. Implica, indirettamente, che i DCA riguardano solo adolescenti appartenenti a classi sociali medio-alte, che non hanno niente di meglio da fare e che possono permettersi di fare capricci, appunto.

• Questo implica peraltro un qualcosa di ben peggiore: implica che, quando la persona che ha un DCA trova qualcosa da fare (per esempio lo studio, il lavoro, la nascita di un figlio, etc…) allora guarisce dal DCA. E guarisce perché ha molto da fare e quindi non ha più tempo da perdere col DCA. Implica che, se una rimane malata anche dopo aver trovato "altro da fare", allora è un'incapace fallita. Ehi, ragazze, non vorreste che guarire dall’anoressia fosse veramente così semplice? Basterebbe trovare lavoro o figliare come se non ci fosse un domani, e saremmo a posto.

• Queste implicazioni sono veramente frustranti per chi ha un DCA, perché è ovvio che le cose non stanno così. Ci sono donne che hanno figli, e che comunque continuano a dover quotidianamente affrontare il loro DCA. E non sono delle immature, non hanno tempo da perdere, eppure il DCA rimane sempre lì. Perché? Perché è una malattia, non un capriccioso passatempo borghese. E, infine, quella che a mio parere è la più grande pecca di questa frase:

4. Considerando l’anoressia (o un qualsiasi altro DCA)come un “capriccio da ragazzine viziate” si sposta la colpa sulla malata. È un modo assolutamente SFACCIATO per incolpare la paziente. 

• Questo implica che se qualcuna continua a rimanere incagliata nel DCA, è perché non si sta impegnando abbastanza, perché sta continuando a fare i suoi capricci infantili. E questo oscura il fatto che i DCA siano malattie dove, sì, la volontà è cruciale, però è necessaria ma non sufficiente. Inoltre, non viene preso in considerazione il fatto che i DCA hanno molteplici cause, e che sono quelle che vanno affrontate per poter stare meglio. Inoltre non tutte ricevono lo stesso supporto (tanto da parte dei medici quanto da parte di familiari/amici) e questo può svantaggiare certe persone che avrebbero anche la volontà ma fattivamente non i mezzi per incanalarla in maniera utile e positiva. Non considera il fatto che non si possono fare generalizzazioni perché le cause di un DCA variano da persona a persona – il che spiega peraltro come mai persone diverse rispondono in maniera differente ad uno stesso tipo di trattamento. Non considera il fatto che la malattia è tale.

Combattere contro il proprio DCA è possibile, ad ogni qualsiasi età. E non sta scritto da nessuna parte che se in passato, per un periodo più o meno lungo di tempo, la propria vita è stata dominata dal DCA, allora dovrà essere così anche in futuro. Ma è assurdo pensare che un DCA sia una malattia come l’influenza, dalla quale si può guarire in toto in breve tempo, senza alcun residuato. Ci vogliono anni ed anni di riabilitazione nutrizionale e di psicoterapia per poter stare meglio. E per alcune persone, persino il ricevere questo tipo di cure è un problema, perché non hanno disponibilità economiche e/o perchè purtroppo gli stessi medici hanno talvolta dei grossi preconcetti su chi si ammala di DCA.

Io non so se la persona che ha scritto quella frase su Twitter volesse dire tutte queste cose che io penso siano implicate nella sua affermazione (sinceramente ne dubito!), ma non è questo che importa. Ho utilizzato questa frase solo come punto di partenza per lanciare qualche insight rispetto alle problematiche che sorgono quando la gente che non li ha vissuti in prima persona parla dei DCA. E di come i mass-media stessi, in effetti, li presentano.

Una persona che ha un DCA e che legge una frase del genere, conosce la verità, e non se ne cura. Ma se una frase del genere viene letta da chi non ha un DCA, si rinsalderà in lui/lei ancor di più la sbagliatissima convinzione che anoressia, bulimia, binge e DCAnas siano capricci di adolescenti che vogliono imitare le modelle, e che guarire da un DCA significhi semplicemente “crescere”.
 
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