Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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lunedì 7 febbraio 2011

Vivere nella soluzione

Ieri sera guardavo in TV un programma in cui una ragazza in terapia per alcoolismo raccontava la sua storia e l’importanza dell’auto-aiuto e del supporto reciproco trovato negli Alcoolisti Anonimi. Sebbene possa quotare in pieno l’importanza del mutuo aiuto e del sostegno tra persone che si trovano a dover affrontare uno stesso problema – se non la pensassi così, questo blog non sarebbe mai nato! – è stata un’altra la frase pronunciata da questa ragazza che ha attirato la mia attenzione:
“Non c’è cura per l’alcoolismo” ha detto “ma c’è una soluzione. Ed è quella di rimanere sobri”.

E’ veramente raro trovare una combinazione di realismo e speranza in una vasta esposizione riguardo le dipendenze, ma questa frase ha rispecchiato perfettamente il mio punto di vista in merito alla strada del ricovero dall’anoressia: non c’è una cura, ma c’è una soluzione. E la soluzione è continuare a nutrirmi seguendo il “regime alimentare” che mi ha assegnato la mia dietista, mantenendo così un peso adeguato (e per “peso adeguato” intendo dire “peso fisiologico”, lasciando un attimo da parte tutti i discorsi inerenti il BMI), evitando di restringere l’alimentazione, e cercando aiuto nel momento in cui sento che sto per avere una ricaduta.

L’altra verità è che la soluzione all’alcolismo, a un DCA, o ad una qualsiasi altra forma di dipendenza, non è come la soluzione di un problema di matematica. Quando risolvi un problema di matematica, identifichi i dati utili, applichi la formula predefinita, e quello che esce è il risultato. La Risposta. Puoi aver risolto il problema correttamente o puoi aver fatto un errore di calcolo che porta il risultato a sballare, ma in ogni caso puoi procedere all’esercizio successivo. Viceversa, la soluzione all’anoressia e ai vissuti ad essa connessi, non è un qualcosa che si può trovare applicando una qualche procedura o prendendo un qualche farmaco specifico. Siamo noi stesse che ogni giorno dobbiamo elaborare una procedura che ci permetta di andare avanti, un giorno dopo l’altro, per il resto della nostra vita. Ed è una sfida difficile da affrontare. Veramente difficile. Così difficile che la scelta di una singola soluzione sembra semplicemente ridicola. Ma quando si affronta un percorso di ricovero dall’anoressia, ci sono milioni e milioni di soluzione, soluzioni che bisogna scovare e scegliere giorno dopo giorno.

Sinceramente? Quando andavo alle scuole superiori, la mia materia preferita è sempre stata la matematica. ^__^”

Per la maggior parte della gente che non ha vissuto sulla propria pelle una dipendenza, la “soluzione” appare ovvia: Non vuoi più essere tossicodipendente? Smettila di farti le pere! Non vuoi più essere depressa? Smettila di essere triste! Non vuoi più essere anoressica? Smettila di restringere l’alimentazione! Non vuoi più essere bulimica? Smettila di vomitare! Non vuoi più avere binge? Smettila di abbuffarti! Esteriorità e superfici. Quante di voi si sono sentite dire frasi del genere? Per anni ed anni ho sentito gente che mi diceva che se volevo guarire dall’anoressia dovevo semplicemente mangiare e riprendere peso. In un certo senso, poteva pure avere la sua parte di ragione, perché è ovvio che quando pesavo XX chili ero sul filo di un rasoio per quanto inerente la salute. Ma, alle persone che dicono cose del genere, io vorrei fare una domanda: Mangiare di più e recuperare il normopeso fa davvero stare meglio sotto ogni punto di vista e guarisce dall’anoressia? Secondo me, la “soluzione” non sta nel mangiare adeguatamente raggiungendo un peso decente, la “soluzione” sta nel capire cosa ci ha portato all’anoressia e di cosa abbiamo bisogno veramente per stare meglio con noi stesse e continuare a nutrirci anche quando è l’ultima cosa che vorremo fare. Trovare la “soluzione” non significa non avere più il desiderio di perdere peso di nuovo, o approcciarsi con gusto ad un pasto. Significa piuttosto riuscire ad approcciarsi al pasto.

Mi piacerebbe da pazzi che ci fosse una medicina in grado di guarire dall’anoressia, ma purtroppo non esiste. Perciò dobbiamo essere noi stesse la nostra medicina. Ci sono tante cose che ancora non sappiamo del nostro percorso di ricovero. Ma fintanto che giorno dopo giorno riusciamo a trovare una soluzione, possiamo continuare ad andare avanti lavorando su noi stesse.

giovedì 22 ottobre 2009

Domanda #1: Il ruolo della psicoterapia

La 1^ domanda cui rispondo, nell’ordine in cui mi sono state poste, è quella di Lety. Mi sto riferendo a:

“Che ruolo ha giocato la psicoterapia frontale (1:1) nel tuo percorso di ricovero, nel momento in cui hai avuto gli strumenti necessari per percorrere la strada del ricovero cercando di adottare quanto meno possibile i comportamenti disfunzionali dell’anoressia? Inoltre, dato che hai più volte scritto che attualmente ti segue solo una dietista, pensi di ricominciare prima o poi a fare psicoterapia?”

Per rispondere a questa domanda, è necessario che faccia una premessa: sono passata per le mani di diversi psicoterapeuti prima di trovare la persona “giusta” per me. “Giusta” è una parola grossa, ma al momento non ne trovo una più adeguata. Diciamo che ho cambiato diverse volte prima di trovare una persona con la quale mi sono seriamente impegnata per mettere su una terapia costruttiva e funzionale. Forse era lei ad essere la persona “giusta” per me, più probabilmente ero io che, a quel punto, avevo acquisito la determinazione necessaria per lavorare su me stessa e sull’anoressia.

In ogni caso, ho seguito una psicoterapia con questa persona per circa 3 anni. Quando ho iniziato la odiavo profondamente, poi ho cominciato a trovarla fastidiosa, poi a tollerarla ed infine, eventualmente, ad esserle grata per lo spazio che mi aveva offerto per lavorare su me stessa. Durante i 5 ricoveri in centro specializzato per DCA che ho fatto, inoltre, ho sempre seguito una terapia di gruppo. In entrambi i casi, è stata una psicoterapia concentrata sul “problema-anoressia”, anche se ho comunque avuto modo, soprattutto nella terapia individuale, di allargare lo spettro d’azione ad altri ambiti della mia vita, al fine di cercare di capire quali fossero i molteplici fattori d’insorgenza e mantenimento dell’anoressia, al fine di poter spezzare il circolo vizioso.

Ad ogni modo, tornando alla domanda, la psicoterapia frontale è stata per me utile anche in quanto modo di sapere che lì avevo una via d’uscita, uno sbocco. Nel momento in cui mi sono sentita in grado di “camminare unicamente sulle mie gambe”, ho smesso di andare dalla psicoterapeuta una volta la settimana, e ho cominciato a dilazionare gli appuntamenti: ci andavo un paio di volte al mese, o anche più raramente. Così facendo, sapevo che se mi fossi trovata di fronte ad una difficoltà – alimentare, relazionale, personale, etc… - avrei comunque avuto un appuntamento con la psicoterapeuta nel futuro, per quanto lontano, e quindi un’occasione per parlarne. Questo mi ha permesso di imparare a modulare l’ansia e di poter essere, nel giro di un po’ di tempo, completamente indipendente dal suo aiuto: ero capace di vivere con me stessa e di prendermi cura di me, ma sapevo che se avessi avuto una ricaduta o necessità del suo aiuto, lei sarebbe stata comunque lì.

Penso che la psicoterapia individuale abbia un’importanza fondamentale nel momento in cui siamo disponibili a lavorare su noi stesse nell’intraprendere il percorso di ricovero, perché fornisce importanti spunti ed armi per poter combattere ancora più efficacemente contro l’anoressia.

A proposito della psicoterapia, inoltre, ho scritto molto anche QUI… suggerisco vivamente una lettura a te e a chiunque non avesse ancora avuto modo di leggere questo post.

Riguardo all’idea di poter riprendere personalmente una psicoterapia, sì, è un’opzione che sto seriamente valutando. Mi sono già procurata i numeri telefonici di qualche terapeuta della mia zona, e credo proprio che presto proverò ad iniziare un nuovo percorso psicoterapeutico. Sono molto curiosa di vedere cos’altro posso scoprire lavorando su me stessa, e voglio darmi altre occasioni per riconoscere i miei limiti e provare a superarli: sicuramente il farlo affiancata da una persona competente mi aiuterà a mantenermi concentrata e a non disperdere le energie. Inoltre, se una psicoterapia può permettermi di scoprire nuove armi per combattere contro l’anoressia… bè, sono qui per questo! E se uno psicoterapeuta può darmi una mano nel farlo, non posso che dire che è il benvenuto. In fin dei conti, l’unico modo per iniziare a percorrere nuove strade è… iniziare a farlo!

Se avete altre domande, continuate a postarle QUI. Una alla volta, risponderò a tutte!

domenica 13 settembre 2009

One year later...



“Realizzare questo blog non sarà impresa facile; devi essere pronta ad affrontare l’anoressia, a perseguire questa battaglia giorno dopo giorno, a supportare tutte le ragazze che si trovano nella tua stessa posizione e a rispondere a tutti commenti che le alter lasceranno sui tuoi post, che potranno anche essere difficili da accettare. Se però te la senti di procedere, ti darò il mio appoggio incondizionato”.

Così mi sono detta quando, per la prima volta, ho avuto l’idea di aprire questo spazio virtuale di lotta contro l’anoressia. Sapevo che non sarebbe stata esattamente una passeggiata, e che forse avrei potuto non riuscire a centrare il mio obiettivo. Ma la mia decisione è stata: voglio provarci comunque.

Nel complesso, sono soddisfatta di quello che finora sono riuscita a costruire, anche se ho avuto i miei momenti d’incertezza. Non è facile dare una mano a delle persone che non si conoscono, a chissà quanti chilometri di distanza, e così talvolta ho temuto di non riuscire ad essere sufficientemente supportava. Ma ho sempre cercato di fare del mio meglio e spero che questo, in un modo o nell’altro, vi sia arrivato. Spero, in definitiva, di essere riuscita a trasmettervi qualcosa, per quanto piccolo questo “qualcosa” possa essere.

Ritengo che i blog siano uno strano prodotto, una sorta di “prodotto d’intrattenimento”, perché li si può leggere superficialmente senza dargli alcuna particolare importanza, oppure possono toccarti, possono suscitarti delle emozioni, possono cambiare il tuo modo di pensare ed arricchire la tua vita… dipende tutto da chi li fruisce. Questa è ovviamente una mia opinione personale. Immagino che, per un sacco di persone che non sono mai passate attraverso un DCA, il mio blog non sia affatto utile… per me, invece, è la mia realtà dell’ultimo anno.

La persona che ha scritto questi post esiste davvero, ed è qui per tutte voi… non scordatelo mai. Potete scrivermi (veggie.any@alice.it) in qualsiasi momento, qualsiasi cosa, e state certe che risponderò a tutte.

Sono stata felice dei commenti positivi che ho ricevuto, ed anche delle rimostranze e delle critiche, e chiedo scusa se qualche volta posso aver scritto delle cose che possono essere risultate offensive per qualcuno.

Adesso credo sia arrivato il momento di continuare ad andare avanti su questa strada che ho intrapreso, con questo blog, insieme a tute voi guerriere della luce. Continuare a combattere contro l’anoressia. Perché arriva un momento nella vita in cui anche quell’anoressia che sembrava essere la panacea, la soluzione a tutte le difficoltà, abbassa la maschera e si rivela per quello che veramente è: IL PROBLEMA. E così, si comincia a fare troppa fatica a sopportarla. Ma quando si è stanchi di qualcosa, bisogna allontanarsene: chiamatela pure fuga, se volete. Secondo me richiede anch’essa un certo coraggio. E poi, ciò che conta è la consapevolezza che si tornerà ad affrontare il problema, con l’intenzione di risolverlo. Affrontarlo da un’altra parte, da un altro punto di vista, però. Combattendo.

A un anno dall’apertura di questo spazio, perciò, volevo semplicemente fare un enorme “in bocca al lupo” a tutti quante stanno lottando contro l’anoressia. Lo so che ci sono momenti difficili nella vita, ma voi potete diventare più forti e superarli. Qualunque vostro desiderio si avvererà se siete convinte di poterlo realizzare.

Vorrei trasformarmi in vento, in vento simile ad un sospiro. Un vento che aiuta a combattere le avversità, che asciuga le lacrime, lenisce la stanchezza… ecco, vorrei diventare quel tipo di vento. Vorrei giungere da tutte voi in volo, liberarvi dall’anoressia e dal dolore e donarvi la felicità. Leggete questo blog quando siete tristi, ed io sarò al vostro fianco. Leggete questo blog quando siete felici, ed io sarò al vostro fianco.

Ma poiché sono solo una ragazza, ci sono momenti in cui mi sento stanca… momenti in cui soffro a causa dell’anoressia, e sopporto in silenzio… questa è una realtà che non posso cambiare. Eppure ogni mattina mi sveglio e penso che è bellissimo avere davanti un nuovo giorno che mi aspetta, un giorno in cui rinnovare il mio impegno per lottare contro l’anoressia, un giorno nuovo di zecca e senza errori, da riempire con tutto ciò che io ed io soltanto sarò capace di creare.

Grazie a tutte voi che mi state accompagnando sulla strada del ricovero, continuiamo a stare fianco a fianco e a combattere tutte insieme, se vi va.

Vi voglio bene,

Veggie

giovedì 20 novembre 2008

Quando i problemi attaccano

Dove c’è grande comprensione, può esserci altrettanto grande dolore. Un po’ come se il papà di una vostra amica muore… e voi potete capirla meglio di chiunque altro, perché magari anche vostro papà è morto da un po’. In questo modo, avete un legame con il vissuto della vostra amica ma, allo stesso tempo, vi trovate catapultate nel vostro proprio vissuto, nei vostri tristi ricordi, e questi ricordi possono veramente buttarvi giù.

Trovo che vivere con un disturbo alimentare possa essere un qualcosa di molto simile.
Quando vi trovate in un momento di vulnerabilità, potreste pensare che la cosa più semplice da fare sia rimuovere quei pensieri che vi fanno stare male, al fine di non ricadere nuovamente nel meccanismo della restrizione o dell’abbuffata-vomito. Okay, adesso vi chiedo di ripensarci. Talvolta essere vulnerabile e giù di morale è necessario per poter andare avanti. Deve succedere perché è anche questo parte del lungo processo di ricovero che potrà portarci ovunque vogliamo arrivare.

Certo, le soluzioni rapide possono pure sembrare le più rassicuranti, ma sono tutte a breve termine. Non risolveranno mai il problema di base. Perché l’unico modo per risolvere un problema è, in effetti, quello di affrontarlo.

Rimuovere il problema può, a primo acchito, sembrare possibile, benefico e pure necessario. E così, forzandoci a dimenticare il problema, andare avanti può apparire più facile. Ma, ripeto, questa è una soluzione a breve termine. Sforzarci per dimenticare qualcosa, non cancella quella cosa. Semplicemente, la nasconde, ci sbarra una porta contro. Ma, dietro quella porta, il problema rimane. E bussa. E, prima o poi, quel suono finisce per farci impazzire. Perciò, quando i problemi si presentano, dovremmo cercare di trovare il coraggio di affrontarli – perché, in fin dei conti, l’intermo mondo al di fuori di noi è un problema. E questo non cambierà mai… a meno che noi non impariamo a far fronte a questi problemi nel momento in cui ci si presentano davanti, senza negarli, ma semplicemente cercando di trovare la forza per affrontarli.

Mi ricordo che, durante il mio secondo ricovero, mi riusciva veramente difficile non empatizzare con le alter ragazze e rimanere positive quando mi sentivo circondata da tanta negatività. Ma tutte quante abbiamo continuato a farci forza a vicenda e siamo andate avanti, e a poco a poco siamo diventate sempre più legate e capaci di scavare in profondità dentro le altre… e dentro noi stesse. Così, affondandoli insieme, e da sole, i problemi hanno cominciato a poco a poco a farsi meno evidenti. Siamo diventate di grado di lavorarci su e di andare avanti, senza rimanere impantanate nel problema, né adottare strategie di coping disfunzionali e riecheggianti l’anoressia.

La possibilità che gli altri, con le loro parole, le loro osservazioni, i loro racconti, le loro difficoltà, ci influenzino creandoci nuovi problemi, data la nostra spiccata tendenza ad empatizzare, è in effetti elevata. È facile incorrere in pensieri intrusivi riguardanti il cibo o il corpo, sentirci più insicure, compararci alle altre. È ovvio ed è normale che succeda. E tenete conto che, quando succederà, sarete spinte a tentare di negare il problema e ad arginarlo con i comportamenti tipici dei DCA. Fate attenzione. Tenetelo a mente. Non fatevi fregare. Siate preparate. Se di fronte a un problema reagite restringendo o abbuffandovi-vomitando, non solo non risolverete il problema in questione, ma ve ne creerete pure un altro. Pensate a questo. Così sarete meno propense a distruggervi, e più propense ad affrontare il problema originario a testa alta.

Concludendo, voglio dirvi soltanto un cosa: non abbiate paura di avere ed affrontare i problemi. Perché questo succederà. Inevitabilmente. Prima o poi, più o meno frequentemente, ma capiterà. La vita consiste nel cercare di capire quello che si desidera, e nel lottare contro ciò che c’impedisce di realizzarlo. Certo, ci vuole tempo per affrontare un problema. Ma l’importante è decidersi ad affrontarlo. Perché solo se lo affronterete potrete risolverlo e lasciarvelo davvero alle spalle.
 
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