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venerdì 12 settembre 2014
Sfuggire al cibo: Migliorare la qualità della vita nell'anoressia
Qualche tempo fa ho letto un articolo relativo ad uno studio mirato a valutare come evitare che le persone affette da anoressia da molti anni abbandonassero il proprio precorso terapeutico. In effetti questo è un problema spinoso nel campo dei DCA, perché l’abbandono della terapia è un grosso problema, tanto nella ricerca scientifica quanto nella pratica clinica. Che le persone affette da anoressia abbiano paura di chiedere aiuto, che pensino di non averne bisogno, od entrambe le cose, è sempre e comunque difficile convincere qualcuno a presentarsi presso l'ufficio di un terapeuta, settimana dopo settimana, apportare modifiche come mangiare di più e aumentare di peso, per non parlare dell’introspezione che è necessario fare e di quanto si può essere restie ad abbandonare comportamenti e convinzioni che, seppur patologiche, costituivano a loro modo un’efficace strategia di coping.
Personalmente, non ho avuto granché problemi da un punto di vista strettamente alimentare (visto, gente? Sto facendo qualcosa per contrastare l’anoressia!), ma per molto tempo non volevo avere niente a che fare con l’introspezione. Andavo in terapia, ma era una sorta di pro-forma: non avevo nessuna intenzione di abbandonare il controllo in ogni ambito della mia vita. E questo mi conduceva a frequenti ricadute nell’anoressia stessa.
Dunque, nonostante i colloqui psicoterapeutici, e le relative spese, la mia anoressia rimaneva radicata e io stagnavo nell’impasse. La mia qualità della vita non era un granché. Sì, studiavo e lavoravo, e questo era già qualcosa… ma mi fermavo lì. Facevo comunque una fatica bestiale con lo studio e con il lavoro, lo sport era limitato a quel poco che potevo permettermi, ero completamente isolata dagli altri, e la mia salute era comunque precaria. Tuttavia, ero determinata a lavorare su me stessa: ero convinta che se avessi risolto i miei veri problemi, sarei stata anche più motivata a combattere contro l’anoressia, perché sarebbe venuto meno il vero substrato che l’alimentava.
La psicologa che mi seguiva in quel periodo era basilarmente d’accordo con questa mia linea di pensiero, e la supportava. In particolare mi spronava ad allargare le mie conoscenze sia in ambito universitario che lavorativo, a stringere nuove amicizie, a frequentare nuovi ambienti. Frequentare nuove persone avrebbe potuto permettermi di rompere un po’ il mio rigido controllo, cosa che ovviamente non successe.
Tentai più volte di agire in maniera analoga, con risultati pressoché equivalenti. Quel genio di terapeuta allora mi disse che ero io che non ne volevo proprio sapere di abbandonare il controllo e di ammorbidirmi un po’ lasciandomi un po’ andare, e quindi non c’era nulla da fare.
Migliorare la propria qualità della vita credo sia l’obiettivo più grande e più importante da raggiungere per chiunque abbia un DCA, ma come riuscirci è materia di ampio dibattito, soprattutto per quel che concerne le persone che hanno un DCA da molti anni. Sebbene le persone abbiano lentamente accettato l’idea che ridurre i sintomi propri del DCA sia in effetti la prima linea di trattamento, non c’è altrettanta chiarezza per quanto riguarda i DCA di lunga durata. Spesso i terapeuti non sono granché ottimisti in merito alle donne che hanno un DCA da tanti anni, e allo stesso modo l’idea che queste donne possano migliorare la propria qualità della vita è vista come una sorta di utopia.
Mettere il carro davanti ai buoi?
Nello studio di cui vi parlavo ad inizio post, i ricercatori specificavano che l’obiettivo non era quello di focalizzarsi sul peso guadagnato, ma piuttosto sulla qualità della vita. Ed in effetti, tramite questo loro studio hanno dimostrato alcuni piccoli miglioramenti della qualità della vita, e alcuni piccoli miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA. La domanda cui non hanno risposto, tuttavia, è: i miglioramenti della qualità della vita hanno portato a miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA? O viceversa? (La versione DCA di “è nato prima l’uovo o la gallina?”, insomma…)
Un nuovo studio pubblicato sull’ “International Journal of Eating Disorders” risponde proprio a questa domanda. Sebbene le pazienti implicate nello studio (ed affette da DCA da molti anni) non fossero particolarmente focalizzate sul cibo o sui cambiamenti comportamentali, quanto piuttosto sul miglioramento della qualità della vita, è emerso che miglioramenti nelle abitudini alimentari e recupero del proprio set-point di peso corporeo erano in effetti gli unici predittori di miglioramento della qualità della vita.
Brevemente, le partecipanti a questo studio erano donne di età compresa tra i 20 e i 62 anni, tutte affette da anoressia da almeno 7 anni. La maggior parte di queste donne non avevano figli, ed erano marcatamente sottopeso. Le partecipanti sono state valutate all’inizio del trattamento terapeutico, alla fine del trattamento, e 1 anno dopo la fine del trattamento. Sono state prese in considerazione le variazioni dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, le ripercussioni fisiche ed emotive che il DCA aveva sulla loro vita, l’eventuale presenza di comorbidità, e la loro complessiva qualità della vita legata al DCA.
I ricercatori hanno scoperto che il peso influenzava significativamente la qualità della vita delle donne affette da anoressia: quelle che erano più vicine al proprio set-point avevano una qualità della vita migliore rispetto a quelle che ne erano più lontane. Sebbene le variazioni di peso non siano state particolarmente prese in considerazione in questo studio (come secondo me è giusto che sia, perché i DCA sono malattie mentali), esse sono comunque ovviamente avvenute nel corso del percorso terapeutico. Nel momento in cui i ricercatori sono andati a valutare quali fattori fossero implicati nel miglioramento della qualità della vita, ne hanno immediatamente riscontrati 2: ritorno del peso al proprio set-point e regressione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA.
Gli autori concludono:
“Queste scoperte ci suggeriscono che i miglioramenti [nella qualità della vita] sono associate – e forse interdipendenti – alla riduzione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, e al ripristino del corretto peso corporeo. […] I risultati di questo studio ci suggeriscono inoltre che dovrebbe essere posta più enfasi nel miglioramento della qualità della vita, soprattutto quando si parla di persone che soffrono di anoressia da molti anni, piuttosto che concentrarsi meramente sul peso o sui sintomi: poiché un miglioramento della qualità della vita può indirettamente determinare un miglioramento del peso e una riduzione di pensieri e comportamenti tipici dell’anoressia. Ovviamente dovranno essere condotti altri trials clinici per confermare questi risultati, ma se questi venissero effettivamente confermati, allora avremmo la certezza che il miglioramento della qualità della vita è strettamente correlato al ritorno al proprio set-point di peso corporeo, e all’allontanamento di pensieri e comportamenti tipici del DCA, e che dunque non si può avere un effettivo miglioramento della qualità della vita se si mantiene un peso lontano dal proprio set-point, e se non si fanno entrare nella vita altre cose che allontano i pensieri tipici dell’anoressia.”
(mia traduzione)
Cosa significa tutto questo in merito al trattamento dei DCA? Convincere qualcuno che ha un DCA, soprattutto se è malato da molti anni, che deve cambiare la propria alimentazione e i propri comportamenti è dura*. Convincere qualcuno che ha un DCA, anche se da molti anni, che può comunque significativamente migliorare la propria qualità della vita è un po’ più semplice. In effetti, l’idea che avrei potuto, alla lunga, migliorare la mia qualità della vita, è proprio quello che mi ha spinto a non mollare nella mia lotta contro l’anoressia. Per chi ha un DCA da tanti anni, pertanto, potrebbe essere più semplice pensare di poter migliorare a piccoli passi la propria qualità della vita, piuttosto che stravolgere da un punto di vista strettamente comportamentale la propria routine (non me ne vogliano i fans della terapia cognitivo-comportamentale, ma per il trattamento dei DCA la trovo veramente inefficace).
Far sì che una persona si mantenga costante nel proprio percorso di ricovero è una vittoria. Perché quella contro l’anoressia è una lotta che dura una vita. Ma man mano che la qualità della vita migliora, tener testa all’anoressia diventa sempre meno faticoso. E così l’avere una migliore qualità della vita diventa l’obiettivo – e la vittoria – di chiunque abbia un DCA. Certo, siamo tutte persone diverse, perciò è normale che ognuna di noi possa aver bisogno di strade differenti su cui procedere per raggiungere il miglioramento della propria qualità della vita. Però, a prescindere dalle modalità, credo sia importante pensare a come la terapia di un DCA possa essere più efficace a fare sì che questo accada. Pur essendo ognuna fatta a proprio modo, la ricerca ci dimostra che indubbiamente per migliorare la qualità della vita bisogna spezzare l’isolamento in cui l’anoressia ci vincola, provare a conoscere persone e a fare cose, e focalizzarsi su quello che di bello può esserci nella nostra vita, piuttosto che limitarsi meramente a mangiare di più o a cercare meramente da un punto di vista comportamentale di abolire gli atteggiamenti ed i pensieri tipici dell’anoressia.
*ove per “è dura” intendo “eufemismo del secolo”.
P.S. = Vi ricordo il “P.S.” del post che ho scritto 2 settimane fa!... Aspetto le vostre infographics, non c’è nessuna fretta!
P.P.S. = Venerdì 19 non potrò aggiornare il blog, per cui il prossimo post lo pubblicherò Venerdì 26 Settembre. Ci rileggiamo tra 2 settimane! Stay tuned, gals!
Personalmente, non ho avuto granché problemi da un punto di vista strettamente alimentare (visto, gente? Sto facendo qualcosa per contrastare l’anoressia!), ma per molto tempo non volevo avere niente a che fare con l’introspezione. Andavo in terapia, ma era una sorta di pro-forma: non avevo nessuna intenzione di abbandonare il controllo in ogni ambito della mia vita. E questo mi conduceva a frequenti ricadute nell’anoressia stessa.
Dunque, nonostante i colloqui psicoterapeutici, e le relative spese, la mia anoressia rimaneva radicata e io stagnavo nell’impasse. La mia qualità della vita non era un granché. Sì, studiavo e lavoravo, e questo era già qualcosa… ma mi fermavo lì. Facevo comunque una fatica bestiale con lo studio e con il lavoro, lo sport era limitato a quel poco che potevo permettermi, ero completamente isolata dagli altri, e la mia salute era comunque precaria. Tuttavia, ero determinata a lavorare su me stessa: ero convinta che se avessi risolto i miei veri problemi, sarei stata anche più motivata a combattere contro l’anoressia, perché sarebbe venuto meno il vero substrato che l’alimentava.
La psicologa che mi seguiva in quel periodo era basilarmente d’accordo con questa mia linea di pensiero, e la supportava. In particolare mi spronava ad allargare le mie conoscenze sia in ambito universitario che lavorativo, a stringere nuove amicizie, a frequentare nuovi ambienti. Frequentare nuove persone avrebbe potuto permettermi di rompere un po’ il mio rigido controllo, cosa che ovviamente non successe.
Tentai più volte di agire in maniera analoga, con risultati pressoché equivalenti. Quel genio di terapeuta allora mi disse che ero io che non ne volevo proprio sapere di abbandonare il controllo e di ammorbidirmi un po’ lasciandomi un po’ andare, e quindi non c’era nulla da fare.
Migliorare la propria qualità della vita credo sia l’obiettivo più grande e più importante da raggiungere per chiunque abbia un DCA, ma come riuscirci è materia di ampio dibattito, soprattutto per quel che concerne le persone che hanno un DCA da molti anni. Sebbene le persone abbiano lentamente accettato l’idea che ridurre i sintomi propri del DCA sia in effetti la prima linea di trattamento, non c’è altrettanta chiarezza per quanto riguarda i DCA di lunga durata. Spesso i terapeuti non sono granché ottimisti in merito alle donne che hanno un DCA da tanti anni, e allo stesso modo l’idea che queste donne possano migliorare la propria qualità della vita è vista come una sorta di utopia.
Mettere il carro davanti ai buoi?
Nello studio di cui vi parlavo ad inizio post, i ricercatori specificavano che l’obiettivo non era quello di focalizzarsi sul peso guadagnato, ma piuttosto sulla qualità della vita. Ed in effetti, tramite questo loro studio hanno dimostrato alcuni piccoli miglioramenti della qualità della vita, e alcuni piccoli miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA. La domanda cui non hanno risposto, tuttavia, è: i miglioramenti della qualità della vita hanno portato a miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA? O viceversa? (La versione DCA di “è nato prima l’uovo o la gallina?”, insomma…)
Un nuovo studio pubblicato sull’ “International Journal of Eating Disorders” risponde proprio a questa domanda. Sebbene le pazienti implicate nello studio (ed affette da DCA da molti anni) non fossero particolarmente focalizzate sul cibo o sui cambiamenti comportamentali, quanto piuttosto sul miglioramento della qualità della vita, è emerso che miglioramenti nelle abitudini alimentari e recupero del proprio set-point di peso corporeo erano in effetti gli unici predittori di miglioramento della qualità della vita.
Brevemente, le partecipanti a questo studio erano donne di età compresa tra i 20 e i 62 anni, tutte affette da anoressia da almeno 7 anni. La maggior parte di queste donne non avevano figli, ed erano marcatamente sottopeso. Le partecipanti sono state valutate all’inizio del trattamento terapeutico, alla fine del trattamento, e 1 anno dopo la fine del trattamento. Sono state prese in considerazione le variazioni dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, le ripercussioni fisiche ed emotive che il DCA aveva sulla loro vita, l’eventuale presenza di comorbidità, e la loro complessiva qualità della vita legata al DCA.
I ricercatori hanno scoperto che il peso influenzava significativamente la qualità della vita delle donne affette da anoressia: quelle che erano più vicine al proprio set-point avevano una qualità della vita migliore rispetto a quelle che ne erano più lontane. Sebbene le variazioni di peso non siano state particolarmente prese in considerazione in questo studio (come secondo me è giusto che sia, perché i DCA sono malattie mentali), esse sono comunque ovviamente avvenute nel corso del percorso terapeutico. Nel momento in cui i ricercatori sono andati a valutare quali fattori fossero implicati nel miglioramento della qualità della vita, ne hanno immediatamente riscontrati 2: ritorno del peso al proprio set-point e regressione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA.
Gli autori concludono:
“Queste scoperte ci suggeriscono che i miglioramenti [nella qualità della vita] sono associate – e forse interdipendenti – alla riduzione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, e al ripristino del corretto peso corporeo. […] I risultati di questo studio ci suggeriscono inoltre che dovrebbe essere posta più enfasi nel miglioramento della qualità della vita, soprattutto quando si parla di persone che soffrono di anoressia da molti anni, piuttosto che concentrarsi meramente sul peso o sui sintomi: poiché un miglioramento della qualità della vita può indirettamente determinare un miglioramento del peso e una riduzione di pensieri e comportamenti tipici dell’anoressia. Ovviamente dovranno essere condotti altri trials clinici per confermare questi risultati, ma se questi venissero effettivamente confermati, allora avremmo la certezza che il miglioramento della qualità della vita è strettamente correlato al ritorno al proprio set-point di peso corporeo, e all’allontanamento di pensieri e comportamenti tipici del DCA, e che dunque non si può avere un effettivo miglioramento della qualità della vita se si mantiene un peso lontano dal proprio set-point, e se non si fanno entrare nella vita altre cose che allontano i pensieri tipici dell’anoressia.”
(mia traduzione)
Cosa significa tutto questo in merito al trattamento dei DCA? Convincere qualcuno che ha un DCA, soprattutto se è malato da molti anni, che deve cambiare la propria alimentazione e i propri comportamenti è dura*. Convincere qualcuno che ha un DCA, anche se da molti anni, che può comunque significativamente migliorare la propria qualità della vita è un po’ più semplice. In effetti, l’idea che avrei potuto, alla lunga, migliorare la mia qualità della vita, è proprio quello che mi ha spinto a non mollare nella mia lotta contro l’anoressia. Per chi ha un DCA da tanti anni, pertanto, potrebbe essere più semplice pensare di poter migliorare a piccoli passi la propria qualità della vita, piuttosto che stravolgere da un punto di vista strettamente comportamentale la propria routine (non me ne vogliano i fans della terapia cognitivo-comportamentale, ma per il trattamento dei DCA la trovo veramente inefficace).
Far sì che una persona si mantenga costante nel proprio percorso di ricovero è una vittoria. Perché quella contro l’anoressia è una lotta che dura una vita. Ma man mano che la qualità della vita migliora, tener testa all’anoressia diventa sempre meno faticoso. E così l’avere una migliore qualità della vita diventa l’obiettivo – e la vittoria – di chiunque abbia un DCA. Certo, siamo tutte persone diverse, perciò è normale che ognuna di noi possa aver bisogno di strade differenti su cui procedere per raggiungere il miglioramento della propria qualità della vita. Però, a prescindere dalle modalità, credo sia importante pensare a come la terapia di un DCA possa essere più efficace a fare sì che questo accada. Pur essendo ognuna fatta a proprio modo, la ricerca ci dimostra che indubbiamente per migliorare la qualità della vita bisogna spezzare l’isolamento in cui l’anoressia ci vincola, provare a conoscere persone e a fare cose, e focalizzarsi su quello che di bello può esserci nella nostra vita, piuttosto che limitarsi meramente a mangiare di più o a cercare meramente da un punto di vista comportamentale di abolire gli atteggiamenti ed i pensieri tipici dell’anoressia.
*ove per “è dura” intendo “eufemismo del secolo”.
P.S. = Vi ricordo il “P.S.” del post che ho scritto 2 settimane fa!... Aspetto le vostre infographics, non c’è nessuna fretta!
P.P.S. = Venerdì 19 non potrò aggiornare il blog, per cui il prossimo post lo pubblicherò Venerdì 26 Settembre. Ci rileggiamo tra 2 settimane! Stay tuned, gals!
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venerdì 20 dicembre 2013
Suggerimenti natalizi
Per alcune persone, il periodo pre-natalizio racchiude in sè un qualcosa di veramente magico: è il preludio di feste in famiglia e tra amici, progetti mirabolanti per il capodanno, scambio di regali a manetta, dolci caratteristici e musica di stagione. Ma per chi ha un DCA, che sia l’anoressia, la bulimia, il binge o un DCAnas, il Natale può rappresentare un qualcosa di piuttosto stressante.
Come ogni anno perciò, essendo questo il mio ultimo post pre-natalizio, voglio provare a scrivere alcuni suggerimenti che potrebbero aiutarvi ad alleviare la pressione del Natale, e a trascorrere con un pochina più di serenità questa giornata che può non essere proprio facilissima.
1) Organizzatevi. Se i vostri amici hanno in programma di fare qualcosa di particolare per Natale, non rinunciate a parteciparvi solo perchè ne siete ostacolate dal vostro DCA. Piuttosto, chiedete a chi ha organizzato l’evento gli orari dello stesso, cosa verrà cucinato, chi saranno i partecipanti, etc. In questo modo, saprete cosa aspettarvi e l’ansia diminuirà. In alternativa, fate la prima mossa: organizzate il ritrovo con gli amici a casa vostra, così potrete mangiare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”, e allo stesso tempo non dovrete rinunciare alla compagnia.
2) Spostate il discorso. Spesso e volentieri durante il pranzo/la cena di Natale la gente tende a parlare di argomenti quali il cibo che state mangiando, il cibo in generale, le diete, i propositi per l’anno nuovo, etc. Quando perciò sentite che la conversazione di sta facendo triggering, provate a spostare il discorso su altri lidi, tirando in campo altri argomenti di conversazione che non abbiano niente a che fare con tutto ciò che può riecheggiare anche solo alla lontana il DCA.
3) Non rimanete a tavola. È piuttosto comune, alla fine del pasto, rimanere seduti a tavola a chiacchierare. Ma il fatto che sia tradizione, non significa che è un obbligo. Perciò, sparecchiate la tavola e continuate a chiacchierare e celebrare in un’altra stanza, magari davanti ad un videogioco o guardando un film. Questo può aiutarvi ad allontanare l’attenzione dal cibo, prendendo così le distanze dai pensieri negativi, e a divertirvi in altro modo con le persone che vi stanno intorno.
4) Fatevi dare una mano. Se insieme a voi a Natale è presente qualcuno che sa del vostro DCA, parlate con lui/lei di quelle che sono le vostre difficoltà in maniera tale che questa persona possa supportarvi ed aiutarvi durante tutto l’arco della giornata.
5) Non focalizzatevi sul cibo, focalizzatevi sulle persone. Anziché fissarvi su quello che avete nel piatto, provate a distrarvi conversando con chi vi sta accanto: in questo modo l’idea del cibo si allontanerà, e una volta finito di pranzare/cenare potrete dedicarvi a cose certo più piacevoli, che vi facciano stare bene.
6) Ignorate i menagrami. Ci sarà sempre quella cugina/zia/cognata/suocera/nonna[inserire grado di parentela] antipatica ed acida che si divertirà a calpestare la vostra sensibilità ignorando le vostre difficoltà e sbandierando ai quattro venti cose come: “Ma come mai mangi così poco/tanto?”, “Guarda come sei dimagrita/ingrassata dall’anno scorso!”, “Non vorresti un altro po’ di quello/di quell’altro?”. Okay, frasi del genere non aiutano affatto chi ha un DCA. Perciò, quando qualcuno salta fuori con commenti di questo tipo, ignoratelo. Fate finta di non aver sentito, evitate di rispondere (che tanto con persone di questo tipo qualsiasi cosa diciate sarà usata contro di voi), dirottate il discorso su altre tematiche, e ricordate sempre che chi si esprime così, oltre a mancare completamente di tatto, non dice mai niente di vero né di importante.
7) Guardate il Natale in prospettiva. Vi suggerisco di prendere un foglio di carta e, con un pennarello, dividerlo in 12 parti identiche che rappresentano i 12 mesi dell’anno. Ogni mese, dividetelo poi in settimane, ed ogni settimana dividetela in giorni. Poi prendete un pennarello evidenziatore, e colorate la casellina che corrisponde al 25 Dicembre. Sembra molto piccola, non è vero?! Così diventa decisamente più maneggevole.
8) Non dimenticate che si tratta di un solo giorno. Per quanto terribile e durissimo il vostro Natale possa essere, tenete sempre a mente che si tratta di un giorno solo. Passa e finisce. Più velocemente di quel che possiate credere. E se anche col cibo non va come vorreste, se anche non riuscite a seguire il vostro “equilibrio alimentare” (in eccesso o in difetto), non preoccupatevi: il lavoro di mesi non viene certo compromesso da un singolo giorno. Anche perché il nostro corpo è dotato di un’ottima capacità di omeostasi, per cui tende a minimizzare ogni alterazione dall’ordinario, perciò, non vi preoccupate: non succederà assolutamente niente.
Se c'è qualcos'altro che vi è stato utile per gestire bene la giornata di Natale in passato e, se vi va, aggiungete qualche altro consiglio, qualcosa che voi avete trovato utile, nei commenti… e fatemi sapere com’è andata.
BUON NATALE!!
(grazie ad Ilaria che mi ha fornito questa simpaticissima immagine natalizia!!)
Come ogni anno perciò, essendo questo il mio ultimo post pre-natalizio, voglio provare a scrivere alcuni suggerimenti che potrebbero aiutarvi ad alleviare la pressione del Natale, e a trascorrere con un pochina più di serenità questa giornata che può non essere proprio facilissima.
1) Organizzatevi. Se i vostri amici hanno in programma di fare qualcosa di particolare per Natale, non rinunciate a parteciparvi solo perchè ne siete ostacolate dal vostro DCA. Piuttosto, chiedete a chi ha organizzato l’evento gli orari dello stesso, cosa verrà cucinato, chi saranno i partecipanti, etc. In questo modo, saprete cosa aspettarvi e l’ansia diminuirà. In alternativa, fate la prima mossa: organizzate il ritrovo con gli amici a casa vostra, così potrete mangiare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”, e allo stesso tempo non dovrete rinunciare alla compagnia.
2) Spostate il discorso. Spesso e volentieri durante il pranzo/la cena di Natale la gente tende a parlare di argomenti quali il cibo che state mangiando, il cibo in generale, le diete, i propositi per l’anno nuovo, etc. Quando perciò sentite che la conversazione di sta facendo triggering, provate a spostare il discorso su altri lidi, tirando in campo altri argomenti di conversazione che non abbiano niente a che fare con tutto ciò che può riecheggiare anche solo alla lontana il DCA.
3) Non rimanete a tavola. È piuttosto comune, alla fine del pasto, rimanere seduti a tavola a chiacchierare. Ma il fatto che sia tradizione, non significa che è un obbligo. Perciò, sparecchiate la tavola e continuate a chiacchierare e celebrare in un’altra stanza, magari davanti ad un videogioco o guardando un film. Questo può aiutarvi ad allontanare l’attenzione dal cibo, prendendo così le distanze dai pensieri negativi, e a divertirvi in altro modo con le persone che vi stanno intorno.
4) Fatevi dare una mano. Se insieme a voi a Natale è presente qualcuno che sa del vostro DCA, parlate con lui/lei di quelle che sono le vostre difficoltà in maniera tale che questa persona possa supportarvi ed aiutarvi durante tutto l’arco della giornata.
5) Non focalizzatevi sul cibo, focalizzatevi sulle persone. Anziché fissarvi su quello che avete nel piatto, provate a distrarvi conversando con chi vi sta accanto: in questo modo l’idea del cibo si allontanerà, e una volta finito di pranzare/cenare potrete dedicarvi a cose certo più piacevoli, che vi facciano stare bene.
6) Ignorate i menagrami. Ci sarà sempre quella cugina/zia/cognata/suocera/nonna[inserire grado di parentela] antipatica ed acida che si divertirà a calpestare la vostra sensibilità ignorando le vostre difficoltà e sbandierando ai quattro venti cose come: “Ma come mai mangi così poco/tanto?”, “Guarda come sei dimagrita/ingrassata dall’anno scorso!”, “Non vorresti un altro po’ di quello/di quell’altro?”. Okay, frasi del genere non aiutano affatto chi ha un DCA. Perciò, quando qualcuno salta fuori con commenti di questo tipo, ignoratelo. Fate finta di non aver sentito, evitate di rispondere (che tanto con persone di questo tipo qualsiasi cosa diciate sarà usata contro di voi), dirottate il discorso su altre tematiche, e ricordate sempre che chi si esprime così, oltre a mancare completamente di tatto, non dice mai niente di vero né di importante.
7) Guardate il Natale in prospettiva. Vi suggerisco di prendere un foglio di carta e, con un pennarello, dividerlo in 12 parti identiche che rappresentano i 12 mesi dell’anno. Ogni mese, dividetelo poi in settimane, ed ogni settimana dividetela in giorni. Poi prendete un pennarello evidenziatore, e colorate la casellina che corrisponde al 25 Dicembre. Sembra molto piccola, non è vero?! Così diventa decisamente più maneggevole.
8) Non dimenticate che si tratta di un solo giorno. Per quanto terribile e durissimo il vostro Natale possa essere, tenete sempre a mente che si tratta di un giorno solo. Passa e finisce. Più velocemente di quel che possiate credere. E se anche col cibo non va come vorreste, se anche non riuscite a seguire il vostro “equilibrio alimentare” (in eccesso o in difetto), non preoccupatevi: il lavoro di mesi non viene certo compromesso da un singolo giorno. Anche perché il nostro corpo è dotato di un’ottima capacità di omeostasi, per cui tende a minimizzare ogni alterazione dall’ordinario, perciò, non vi preoccupate: non succederà assolutamente niente.
Se c'è qualcos'altro che vi è stato utile per gestire bene la giornata di Natale in passato e, se vi va, aggiungete qualche altro consiglio, qualcosa che voi avete trovato utile, nei commenti… e fatemi sapere com’è andata.
BUON NATALE!!
(grazie ad Ilaria che mi ha fornito questa simpaticissima immagine natalizia!!)
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venerdì 26 aprile 2013
Ansia, cibo e necessità di controllo
Recentemente ho letto un articolo inerente la relazione che intercorre tra fobie e la necessità di controllo. Una delle componenti-chiave della fobia è l’ansia, la paura di perdere il controllo. Cosa potrebbe succedere se fossi chiusa dentro uno spazio molto ristretto e non potessi uscire? – si chiede la persona claustrofobica. O, nel caso dell’anoressia: cosa potrebbe succedere se io non restringessi sistematicamente l’alimentazione? Cosa potrebbe succedere se non facessi sempre la stessa attività fisica tutti i giorni?, e così via…
Il controllo è in realtà un sentimento qualitativo, sì, ma attraverso il DCA lo trasformiamo in un qualcosa di quantitativo: dose di cibo assunto, entità di attività fisica svolta, B.M.I., taglia dei vestiti… Il punto è che, in realtà, la nostra spasmodica ricerca di controllo è strettamente connessa alla ricerca di un sollievo dall’ansia. Il pensiero di base è: se riesco a controllare alla perfezione tutto ciò che riguarda il cibo e l’attività fisica, allora mi sentirò come se tutto nella vita potesse andare bene.
Salvo poi ovviamente il rendersi conto che questo “andare tutto bene” è un’utopia, e che le cose non vanno dritte a prescindere dal nostro comportamento alimentare. Ma la sensazione di controllo che l’anoressia comunque c’infonde è tale che continuiamo ad ancorarci ad essa anche quando sappiamo quanto possa essere deleteria per noi.
Io penso – per quella che è stata la mia esperienza personale, si capisce, lungi da me il voler fare di tutta l’erba un fascio – che l’aspetto fondamentale di un DCA sia proprio la mania di avere il controllo. La necessità di avere la sensazione di avere il controllo, vero o illusorio che sia, è la base di tutto. Ma non è tutto, ovviamente. Perché spesso l’anoressia non nasce soltanto come un qualcosa che si sente il bisogno di controllare, ma anche come un modo per provare a sentirci più a nostro agio con noi stesse. Il tutto diventa poi un serpente che si morde la coda: più andiamo avanti nella malattia, più sentiamo che il controllo ci sfugge, più strettamente cerchiamo di controllare l’alimentazione per evitare di essere soverchiate dall’ansia.
L’ansia è un altro elemento molto importante nel contesto di un DCA. Non è tanto correlata al cibo in sé, quanto a tutto il resto: alla vita stessa, così ansiogena che bisogna per forza ricorrere ad una strategia di coping. Occorre inoltre sempre tener presente il fatto che i DCA hanno un effetto sia psicologico, sia neurochimico: il ridurre l’introito alimentare limita la produzione di quei neurotrasmettitori che fomentano l’ansia, e i comportamenti rituali di checkup danno l’illusione di avere il pieno controllo su ogni singolo aspetto della propria vita.
Paradossalmente, più ci s’inoltra nell’anoressia, più la vita diventa difficile. Questo ci spinge a impegnarci ancora di più in questa via distruttiva per mantenere il senso di controllo che il DCA ci dà. L’avere un senso di controllo riduce lo stress.
Una delle cose che più stressa le persone è sentire di non avere il controllo. Quando perdiamo il controllo, attuiamo elaborate ginnastiche mentali per auto-convincerci che abbiamo il controllo, o per evitare di compiere azioni che potrebbero portarci a perdere il controllo. Molte di queste sono ascrivibili al “pensiero magico”: se vado sulla cyclette per mezz’ora, andrà tutto bene. Manterrò il controllo, il mio peso rimarrà stabile, e sarà tutto okay. Oppure: se riesco a restringere l'alimentazione in questo modo, posso controllare tutto e quindi niente mi coglierà impreparata. Cose del genere diventano mantra inconsci che ci ripetiamo più e più volte, arrivando ad organizzare sempre di più la nostra vita in funzione delle stesse.
Quel che dovremo fare, perciò, è imparare ad affrontare face-to-face i nostri veri problemi. Soltanto confrontandoci con quello che ci mette ansia e ci spaventa, possiamo renderci conto che il controllo è sopravvalutato. Inoltre, ironicamente, dato tutto il controllo che abbiamo dato prova di possedere con l’anoressia, possiamo utilizzare lo stesso per mantenerci dritte sulla strada del ricovero: non abbiamo forse dimostrato di avere un controllo così forte da permetterci di fare tutto ciò che vogliamo??!...
Dunque, in conclusione, l’anoressia non è una malattia del cibo, è una malattia del controllo. È anche una malattia dell’ansia, della paura, dello stress, di tutti i problemi assolutamente individuali e personali che ognuna di noi ha e che momentaneamente non riesce ad affrontare se non con quest’erronea strategia di coping. Un DCA è un insieme di tante cose, in fondo, per cui penso che l’unico semplice modo per spiegare cos’è un DCA sia il dire che è… complicato.
Il controllo è in realtà un sentimento qualitativo, sì, ma attraverso il DCA lo trasformiamo in un qualcosa di quantitativo: dose di cibo assunto, entità di attività fisica svolta, B.M.I., taglia dei vestiti… Il punto è che, in realtà, la nostra spasmodica ricerca di controllo è strettamente connessa alla ricerca di un sollievo dall’ansia. Il pensiero di base è: se riesco a controllare alla perfezione tutto ciò che riguarda il cibo e l’attività fisica, allora mi sentirò come se tutto nella vita potesse andare bene.
Salvo poi ovviamente il rendersi conto che questo “andare tutto bene” è un’utopia, e che le cose non vanno dritte a prescindere dal nostro comportamento alimentare. Ma la sensazione di controllo che l’anoressia comunque c’infonde è tale che continuiamo ad ancorarci ad essa anche quando sappiamo quanto possa essere deleteria per noi.
Io penso – per quella che è stata la mia esperienza personale, si capisce, lungi da me il voler fare di tutta l’erba un fascio – che l’aspetto fondamentale di un DCA sia proprio la mania di avere il controllo. La necessità di avere la sensazione di avere il controllo, vero o illusorio che sia, è la base di tutto. Ma non è tutto, ovviamente. Perché spesso l’anoressia non nasce soltanto come un qualcosa che si sente il bisogno di controllare, ma anche come un modo per provare a sentirci più a nostro agio con noi stesse. Il tutto diventa poi un serpente che si morde la coda: più andiamo avanti nella malattia, più sentiamo che il controllo ci sfugge, più strettamente cerchiamo di controllare l’alimentazione per evitare di essere soverchiate dall’ansia.
L’ansia è un altro elemento molto importante nel contesto di un DCA. Non è tanto correlata al cibo in sé, quanto a tutto il resto: alla vita stessa, così ansiogena che bisogna per forza ricorrere ad una strategia di coping. Occorre inoltre sempre tener presente il fatto che i DCA hanno un effetto sia psicologico, sia neurochimico: il ridurre l’introito alimentare limita la produzione di quei neurotrasmettitori che fomentano l’ansia, e i comportamenti rituali di checkup danno l’illusione di avere il pieno controllo su ogni singolo aspetto della propria vita.
Paradossalmente, più ci s’inoltra nell’anoressia, più la vita diventa difficile. Questo ci spinge a impegnarci ancora di più in questa via distruttiva per mantenere il senso di controllo che il DCA ci dà. L’avere un senso di controllo riduce lo stress.
Una delle cose che più stressa le persone è sentire di non avere il controllo. Quando perdiamo il controllo, attuiamo elaborate ginnastiche mentali per auto-convincerci che abbiamo il controllo, o per evitare di compiere azioni che potrebbero portarci a perdere il controllo. Molte di queste sono ascrivibili al “pensiero magico”: se vado sulla cyclette per mezz’ora, andrà tutto bene. Manterrò il controllo, il mio peso rimarrà stabile, e sarà tutto okay. Oppure: se riesco a restringere l'alimentazione in questo modo, posso controllare tutto e quindi niente mi coglierà impreparata. Cose del genere diventano mantra inconsci che ci ripetiamo più e più volte, arrivando ad organizzare sempre di più la nostra vita in funzione delle stesse.
Quel che dovremo fare, perciò, è imparare ad affrontare face-to-face i nostri veri problemi. Soltanto confrontandoci con quello che ci mette ansia e ci spaventa, possiamo renderci conto che il controllo è sopravvalutato. Inoltre, ironicamente, dato tutto il controllo che abbiamo dato prova di possedere con l’anoressia, possiamo utilizzare lo stesso per mantenerci dritte sulla strada del ricovero: non abbiamo forse dimostrato di avere un controllo così forte da permetterci di fare tutto ciò che vogliamo??!...
Dunque, in conclusione, l’anoressia non è una malattia del cibo, è una malattia del controllo. È anche una malattia dell’ansia, della paura, dello stress, di tutti i problemi assolutamente individuali e personali che ognuna di noi ha e che momentaneamente non riesce ad affrontare se non con quest’erronea strategia di coping. Un DCA è un insieme di tante cose, in fondo, per cui penso che l’unico semplice modo per spiegare cos’è un DCA sia il dire che è… complicato.
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venerdì 21 dicembre 2012
15 idee per superare il Natale
Dato che, a dispetto delle profezie Maya, il mondo non è finito, ecco che si avvicina anche per quest'anno il Natale, una giornata non troppo facile da attraversare per chi ha un DCA. Poiché il Natale rappresenta indubbiamente un momento ansiogeno, come si può cercare di venire a patti con lo stress e con l’ansia che si prova nel dover vivere una situazione simile?
Come tutti gli anni, voglio provare a darvi qualche piccolo suggerimento al riguardo, nella speranza che possa esservi anche solo un po’ utile…
1. Programmate. Se avete in programma di andare a trovare vostri amici o vostri parenti, pianificate in anticipo quella che potrebbe essere la situazione in cui andrete a trovarvi, in maniera tale da cercare di evitare stress e ansia extra. Se dovete pranzare con i vostri famigliari, potete pure far presente loro in anticipo che vi darebbe fastidio ricevere commenti sul vostro DCA o sulla vostra alimentazione durante il pranzo di Natale, e che dunque sono pregati di non farne.
2. Mangiate regolarmente. A prescindere da quello che possono fare le persone che vi stanno intorno, cercate comunque di mangiare semplicemente seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
3. Fate una lista. Scrivete ciò che vi va/non vi va di fare durante la giornata di Natale. Mettere le cose per iscritto aiuta a chiarire le idee, e ad evitare così di fare cose che si potrebbero rivelare controproducenti perché rinforzanti il DCA stesso.
4. Parlate con il vostro psicoterapeuta. Discutete con lo psicologo/psichiatra che vi segue di quali sono le vostre difficoltà in merito alla giornata natalizia. Lui sarà certamente la persona più adatta per suggerirvi strategie di coping per far fronte alle vostre preoccupazioni e alle vostre ansie.
5. Trovate un supporto. State vicino ad una persona che sa del vostro DCA, di cui vi fidate e con cui potete liberamente parlare di quello che vi mette in difficoltà, al fine di evitare che il DCA riempia per intero la vostra testa con i suoi pensieri distorti, mettendovi ancora più in agitazione.
6. Preparatevi le risposte. Se sapete che avrete a che fare con qualcuno che farà commenti sgradevoli su cosa/quanto mangiate, o sul vostro aspetto fisico, preparatevi in anticipo un repertorio di risposte con cui ribattere a detti commenti.
7. Offritevi di cucinare qualcosa. Se vi dà fastidio l’idea che il pasto sia cucinato da qualcuno che non è a conoscenza del vostro DCA, cucinate voi qualcosa e portatelo da casa, così sarete più tranquille rispetto a ciò che dovrete mangiare.
8. Siate flessibili. È tremendamente difficile, lo so. Ma, per quanto possa essere complicato, occorre considerare che le cose non sono necessariamente bianche o nere, ma che esistono infinite sfumature in mezzo. Se anche durante il pranzo di Natale mangiate più di quanto vi eravate prefissate, non è certo il pranzo abbondante di un giorno che modificherà significativamente il vostro peso. E lo stesso vale se mangiate meno (ma questa non è una buona scusa per farlo!).
9. Fate qualcosa di divertente. Organizzate qualche gioco, qualche attività che possa coinvolgere tutti quanti in maniera divertente: anche solo il fare questo aiuta a distrarsi dai pensieri che l’anoressia mette in testa.
10. Confidate in qualcuno. Spiegate a qualcuno di cui vi fidate e che sarà insieme a voi durante il pranzo di Natale quali sono i vostri problemi, e permettetegli di darvi consigli su ciò che è appropriato o meno mangiare, dato che l’anoressia falsa queste percezioni.
11. Fate solo quello che vi sentite. Declinate con educazione gli inviti, se vi rendete conto che certe situazioni potrebbero fomentare comportamenti in linea con l’anoressia. Questo non significa trovarsi una scusa per evitare ogni interazione sociale con gli altri, ma semplicemente essere consapevoli se si è forti abbastanza per tollerare una certa situazione ansiogena, o se questa porterà ad una ricaduta.
12. Lasciate perdere i cibi ansiogeni. Anche se per Natale è tradizione mangiare il pandoro o il panettone, evitate di farlo se questo vi fa stare male, e continuate a mangiare in maniera regolare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
13. Parlate con il vostro dietista. Chiedetegli se è possibile adattare il vostro “equilibrio alimentare” appositamente per la giornata di Natale, così da non dover mangiare in maniera differente da tutti gli altri commensali, ma inquadrando l’alimentazione di quel giorno con l’aiuto del dietista potrete comunque trovarlo meno ansiogeno.
14. Non vi focalizzate sugli errori. Situazioni particolarmente ansiogene fomentano le ricadute. E il Natale indubbiamente lo è. Perciò, non consideratevi un fallimento se non doveste riuscire a seguire il vostro “equilibrio alimentare”: è un momento difficile, nessuno vi richiede la perfezione… non chiedetevela da sole.
15. Fissate degli obiettivi. In primo luogo, in termini di positività: non concentratevi sulle ricadute, bensì su quello che siete riuscite a fare correttamente, sui progressi. In secondo luogo, in termini di progetti: anziché focalizzarvi sul cibo o sul corpo, pensate a quello che vi piacerebbe fare… e datevi la possibilità di farlo.
P.S.= Sul blog di Marta (www.spazioaiuto.it) potete trovare un post che tratta parimenti della tematica di Natale e DCA… passate a darci un’occhiata, se vi va!! ^__^
P.P.S.= Vi abbraccio strette, una ad una, e dato che credo di non aver modo di tornare su blogger prima di Natale, gli auguri ve li faccio adesso…
1. Programmate. Se avete in programma di andare a trovare vostri amici o vostri parenti, pianificate in anticipo quella che potrebbe essere la situazione in cui andrete a trovarvi, in maniera tale da cercare di evitare stress e ansia extra. Se dovete pranzare con i vostri famigliari, potete pure far presente loro in anticipo che vi darebbe fastidio ricevere commenti sul vostro DCA o sulla vostra alimentazione durante il pranzo di Natale, e che dunque sono pregati di non farne.
2. Mangiate regolarmente. A prescindere da quello che possono fare le persone che vi stanno intorno, cercate comunque di mangiare semplicemente seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
3. Fate una lista. Scrivete ciò che vi va/non vi va di fare durante la giornata di Natale. Mettere le cose per iscritto aiuta a chiarire le idee, e ad evitare così di fare cose che si potrebbero rivelare controproducenti perché rinforzanti il DCA stesso.
4. Parlate con il vostro psicoterapeuta. Discutete con lo psicologo/psichiatra che vi segue di quali sono le vostre difficoltà in merito alla giornata natalizia. Lui sarà certamente la persona più adatta per suggerirvi strategie di coping per far fronte alle vostre preoccupazioni e alle vostre ansie.
5. Trovate un supporto. State vicino ad una persona che sa del vostro DCA, di cui vi fidate e con cui potete liberamente parlare di quello che vi mette in difficoltà, al fine di evitare che il DCA riempia per intero la vostra testa con i suoi pensieri distorti, mettendovi ancora più in agitazione.
6. Preparatevi le risposte. Se sapete che avrete a che fare con qualcuno che farà commenti sgradevoli su cosa/quanto mangiate, o sul vostro aspetto fisico, preparatevi in anticipo un repertorio di risposte con cui ribattere a detti commenti.
7. Offritevi di cucinare qualcosa. Se vi dà fastidio l’idea che il pasto sia cucinato da qualcuno che non è a conoscenza del vostro DCA, cucinate voi qualcosa e portatelo da casa, così sarete più tranquille rispetto a ciò che dovrete mangiare.
8. Siate flessibili. È tremendamente difficile, lo so. Ma, per quanto possa essere complicato, occorre considerare che le cose non sono necessariamente bianche o nere, ma che esistono infinite sfumature in mezzo. Se anche durante il pranzo di Natale mangiate più di quanto vi eravate prefissate, non è certo il pranzo abbondante di un giorno che modificherà significativamente il vostro peso. E lo stesso vale se mangiate meno (ma questa non è una buona scusa per farlo!).
9. Fate qualcosa di divertente. Organizzate qualche gioco, qualche attività che possa coinvolgere tutti quanti in maniera divertente: anche solo il fare questo aiuta a distrarsi dai pensieri che l’anoressia mette in testa.
10. Confidate in qualcuno. Spiegate a qualcuno di cui vi fidate e che sarà insieme a voi durante il pranzo di Natale quali sono i vostri problemi, e permettetegli di darvi consigli su ciò che è appropriato o meno mangiare, dato che l’anoressia falsa queste percezioni.
11. Fate solo quello che vi sentite. Declinate con educazione gli inviti, se vi rendete conto che certe situazioni potrebbero fomentare comportamenti in linea con l’anoressia. Questo non significa trovarsi una scusa per evitare ogni interazione sociale con gli altri, ma semplicemente essere consapevoli se si è forti abbastanza per tollerare una certa situazione ansiogena, o se questa porterà ad una ricaduta.
12. Lasciate perdere i cibi ansiogeni. Anche se per Natale è tradizione mangiare il pandoro o il panettone, evitate di farlo se questo vi fa stare male, e continuate a mangiare in maniera regolare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
13. Parlate con il vostro dietista. Chiedetegli se è possibile adattare il vostro “equilibrio alimentare” appositamente per la giornata di Natale, così da non dover mangiare in maniera differente da tutti gli altri commensali, ma inquadrando l’alimentazione di quel giorno con l’aiuto del dietista potrete comunque trovarlo meno ansiogeno.
14. Non vi focalizzate sugli errori. Situazioni particolarmente ansiogene fomentano le ricadute. E il Natale indubbiamente lo è. Perciò, non consideratevi un fallimento se non doveste riuscire a seguire il vostro “equilibrio alimentare”: è un momento difficile, nessuno vi richiede la perfezione… non chiedetevela da sole.
15. Fissate degli obiettivi. In primo luogo, in termini di positività: non concentratevi sulle ricadute, bensì su quello che siete riuscite a fare correttamente, sui progressi. In secondo luogo, in termini di progetti: anziché focalizzarvi sul cibo o sul corpo, pensate a quello che vi piacerebbe fare… e datevi la possibilità di farlo.
P.S.= Sul blog di Marta (www.spazioaiuto.it) potete trovare un post che tratta parimenti della tematica di Natale e DCA… passate a darci un’occhiata, se vi va!! ^__^
P.P.S.= Vi abbraccio strette, una ad una, e dato che credo di non aver modo di tornare su blogger prima di Natale, gli auguri ve li faccio adesso…
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venerdì 23 dicembre 2011
Natale: soprav/vivere
Come sopravvivere al Natale quando si ha un DCA? Che tu sia anoressica, bulimica, o che tu sia un genitore/fratello/sorella/amico/amica di qualcuno che ha un DCA, DCAmocelo chiaramente, il Natale può essere fonte di complicazioni e di stress. E lo stress tende a peggiorare il quadro di chi ha un DCA, sia da un punto di vista alimentare, sia in termini di relazioni con gli altri.
Per prima cosa, perciò, se avete un DCA, è importante cercare di allentare la presa, ed essere consapevoli del fatto che ci saranno momenti in cui ci si sentirà completamente incapaci di esercitare il benché minimo controllo. Attraversare il Natale significa molto spesso sentirsi obbligate a fare cose che non ci va di fare, perciò è importante pianificare in anticipo dei getaway, in modo da non sentirci con l’acqua alla gola.
Se si ha un DCA, il Natale può essere terrorizzante. Perché si potrebbe essere costretto a viverlo lontano da un contesto casalingo e, quindi, protetto. Oppure può essere ansiogeno anche l’avere tutto il parentado riunito, e il dover fingere di essere felici, l’ostentare falsi sorrisi, desiderando soltanto scappare veloce, lontano e da qualche altra parte.
L’ansia a Natale è in definitiva una costante per chi ha un DCA, ma non deve rovinare questa giornata. Bisogna sempre ricordare che la comunicazione – come in qualsiasi altro giorno dell’anno – può aiutare a ridurre lo stress. Perciò, circondatevi di persone cui volete bene e con cui state bene, affinché esse stesse possano aiutarvi a superare le vostre difficoltà.
Consigli per chi ha un DCA:
• Telefonare al Numero Verde SOS Disturbi Alimentari: 800180969 per parlare delle proprie difficoltà. (Vi ricordo che potete rimanere anche anonime, non vi è richiesto d’identificarvi, quindi sentitevi libere di parlare di tutti i vostri timori).
• Pianificate in anticipo. Identificate una persona supportiva che possa starvi vicino durante la giornata (vuoi fisicamente, vuoi telefonicamente), e che sapete essere pronta in ogni momento ad ascoltare le vostre ansie. Parlateci immediatamente, non appena sentite che le cose si stanno mettendo male.
• Parlate con i vostri familiari (o comunque con le persone con cui trascorrete la giornata natalizia) del vostro DCA, e spiegategli cosa dovrebbero fare, come dovrebbero comportarsi, per non farvi venire troppa ansia.
• Pianificate le visite a casa di familiari e amici, e provate ad immaginare cosa potrebbe succedere in questi contesti. Pensate a cosa potrebbero dirvi, e a quali risposte potreste dargli.
• Se trascorrete il Natale a casa, pianificate il momento in cui i vostri familiari e i vostri amici possono venire a farvi visita, così sarete psicologicamente preparate al loro arrivo, e minimizzerete lo stress relativo a questi incontri. Se dovete prendere parte a un “pranzo di famiglia”, pianificate quello che mangerete magari cucinandovelo in anticipo, e se vi fa sentire più tranquille, continuate a seguire il vostro “equilibrio alimentare”.
• Se siete a mangiare a casa di amici o parenti e non avete la possibilità di seguire l’ “equilibrio alimentare”, contattate la persona incaricata di preparare il pasto, e chiedetegli cosa cucinerà, affinché possiate poi telefonare alla vostra dietista e chiedere quali quantità di questi cibi mangiare. Altrimenti, portate qualcosa di preparato da voi, che vi sentite di mangiare senza avere troppa ansia.
• Ricordate che, a differenza di ciò che potete pensare, non è vero che tutti gli occhi sono puntati su di voi, pronti a controllare cosa/quanto mangiate. Per lo più la gente pensa a ciò che c’è sul proprio piatto, e a chiacchierare con gli altri.
• Se qualcuno si mette a fare commenti su cosa quanto mangiate, ricordate che quelle parole non sono affatto importanti: voi seguite il vostro “equilibrio alimentare” e perciò sapete che state mangiando quel che è giusto mangiare, dunque i commenti degli altri sono insignificanti.
• Trovatevi un po’ di tempo per voi stesse – ascoltate il vostro CD musicale preferito, telefonate alla vostra migliore amica, andate a fare una passeggiata, andate a fare un giro in auto. È importante che facciate qualcosa che vi faccia star bene e vi rilassi.
• Fate presente quelle che sono le vostre difficoltà in maniera tranquilla e serena, senza fare scenate che fanno poi stare peggio sia voi sia chi vi sta intorno.
• Datevi la possibilità di vivere le vostre emozioni per quello che sono. Ricordate che non avete l’obbligo di essere felici e sorridere per tutto il tempo – nessuno si aspetta questo da voi.
• Se anche esagerate col cibo… il Natale dura un giorno. Un giorno in cui si mangia di più, nel computo totale dell’alimentazione, non cambia assolutamente niente.
Consigli per chi ha a che fare con chi ha un DCA:
• Pianificate in anticipo. Informate i vostri parenti e chi sarà presente al pranzo di Natale, che vi partecipa anche una persona con un DCA, e aiutateli a capire cosa è meglio fare/non fare, e in cosa consiste veramente un DCA. Purtroppo queste patologie sono spesso minimizzate o trattate in maniera superficiale dai media, e ciò non aiuta certo chi sta male.
• La tensione che si viene a generare nel periodo natalizio reduce l’effettiva capacità di comunicare tra i membri di una famiglia. Consapevoli di questo, cercate di conservare la calma e di comunicare in maniera diretta con chi vi circonda. Considerate che una persona che ha un DCA è molto sensibile ai segnali subliminali, quindi parlate con tranquillità e chiarezza.
• Se siete voi che avete il compito di occuparvi del cibo, chiedete alla persona che ha un DCA cosa preferirebbe mangiare.
• Non riponete irrealistiche aspettative su ciò che mangerà la persona che ha un DCA. Cercate di ricordare che ognuno si relaziona con le situazioni, le emozioni e i sentimenti in maniera differente, e che una persona che ha un DCA tende a scaricare tutto sul cibo. Perciò, non pressatele con commenti sull’alimentazione, magari dicendo di mangiare un po’ di più. Non dovete “salvare” nessuno.
• Non parlate di cibo o di diete durante il pasto, e non fate commenti sull’aspetto fisico di nessuno dei partecipanti al pranzo. Viceversa, se si deve fare un commento su una persona che ha un DCA, è meglio orientarsi su cose come: “E’ bello che anche tu sia qui”, “sei forte perché ce la metti tutta”, “sembri più felice, ora” o “ci sei mancata”. Insomma, messaggi d’affetto… che è ciò di cui tutti (e chi ha un DCA in particolar modo) hanno bisogno. Critiche, falsi pietismi, e commenti sull’aspetto fisico o sul tipo di alimentazione sono assolutamente improduttivi, anzi, persino dannosi.
• Il Natale è un giorno come tutti gli altri, e se ve lo aspettate “perfetto”, andrete incontro a grosse delusioni. Una persona che ha un DCA non “guarisce” perché è Natale, anzi, per Natale avrà ancora più problemi col cibo. Siate consapevoli di questo, e cercate di essere più supportavi possibile: lei non sta cercando di rovinare il vostro Natale, sta cercando di sopravvivere al Natale.
• Non vi focalizzate sul cibo, su quanto la persona col DCA mangia o meno, cercate semplicemente di apprezzare il tempo che potete trascorrere insieme.
Consigli per tutti quanti:
• Ascoltate le sensazioni trasmesse dal vostro corpo – imparate a dire “no” se una cosa non vi va, e “sì” se invece volete mangiarla. Il corpo sa molto meglio della testa ciò di cui ha bisogno.
• Imparate a riconoscere i segnali che il vostro corpo vi manda – ascoltare voi stesse, e non agite solo per ciò che gli altri si aspettano da voi.
• Comunicate le vostre emozioni e i vostri sentimenti. Non tenetevi dentro cose che vi fanno stare male. Parlatene con qualcuno di cui avete fiducia. Tenete un diario o un blog in cui sfogarvi. Buttare fuori le emozioni significa non inchiodarle più sul proprio corpo…
• Non cercate la perfezione: siate semplicemente voi stesse. Siate fiere di quello che siete, non perdete tempo a cercare di essere perfette… non ci riuscireste comunque, ed in ogni caso non ne vale la pena. Datevi la possibilità di essere voi stesse, anche in un giorno difficile come il Natale. Non c’è niente di meglio al mondo.
P.S.= Buon Natale a tutte, ragazze...

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Per prima cosa, perciò, se avete un DCA, è importante cercare di allentare la presa, ed essere consapevoli del fatto che ci saranno momenti in cui ci si sentirà completamente incapaci di esercitare il benché minimo controllo. Attraversare il Natale significa molto spesso sentirsi obbligate a fare cose che non ci va di fare, perciò è importante pianificare in anticipo dei getaway, in modo da non sentirci con l’acqua alla gola.
Se si ha un DCA, il Natale può essere terrorizzante. Perché si potrebbe essere costretto a viverlo lontano da un contesto casalingo e, quindi, protetto. Oppure può essere ansiogeno anche l’avere tutto il parentado riunito, e il dover fingere di essere felici, l’ostentare falsi sorrisi, desiderando soltanto scappare veloce, lontano e da qualche altra parte.
L’ansia a Natale è in definitiva una costante per chi ha un DCA, ma non deve rovinare questa giornata. Bisogna sempre ricordare che la comunicazione – come in qualsiasi altro giorno dell’anno – può aiutare a ridurre lo stress. Perciò, circondatevi di persone cui volete bene e con cui state bene, affinché esse stesse possano aiutarvi a superare le vostre difficoltà.
Consigli per chi ha un DCA:
• Telefonare al Numero Verde SOS Disturbi Alimentari: 800180969 per parlare delle proprie difficoltà. (Vi ricordo che potete rimanere anche anonime, non vi è richiesto d’identificarvi, quindi sentitevi libere di parlare di tutti i vostri timori).
• Pianificate in anticipo. Identificate una persona supportiva che possa starvi vicino durante la giornata (vuoi fisicamente, vuoi telefonicamente), e che sapete essere pronta in ogni momento ad ascoltare le vostre ansie. Parlateci immediatamente, non appena sentite che le cose si stanno mettendo male.
• Parlate con i vostri familiari (o comunque con le persone con cui trascorrete la giornata natalizia) del vostro DCA, e spiegategli cosa dovrebbero fare, come dovrebbero comportarsi, per non farvi venire troppa ansia.
• Pianificate le visite a casa di familiari e amici, e provate ad immaginare cosa potrebbe succedere in questi contesti. Pensate a cosa potrebbero dirvi, e a quali risposte potreste dargli.
• Se trascorrete il Natale a casa, pianificate il momento in cui i vostri familiari e i vostri amici possono venire a farvi visita, così sarete psicologicamente preparate al loro arrivo, e minimizzerete lo stress relativo a questi incontri. Se dovete prendere parte a un “pranzo di famiglia”, pianificate quello che mangerete magari cucinandovelo in anticipo, e se vi fa sentire più tranquille, continuate a seguire il vostro “equilibrio alimentare”.
• Se siete a mangiare a casa di amici o parenti e non avete la possibilità di seguire l’ “equilibrio alimentare”, contattate la persona incaricata di preparare il pasto, e chiedetegli cosa cucinerà, affinché possiate poi telefonare alla vostra dietista e chiedere quali quantità di questi cibi mangiare. Altrimenti, portate qualcosa di preparato da voi, che vi sentite di mangiare senza avere troppa ansia.
• Ricordate che, a differenza di ciò che potete pensare, non è vero che tutti gli occhi sono puntati su di voi, pronti a controllare cosa/quanto mangiate. Per lo più la gente pensa a ciò che c’è sul proprio piatto, e a chiacchierare con gli altri.
• Se qualcuno si mette a fare commenti su cosa quanto mangiate, ricordate che quelle parole non sono affatto importanti: voi seguite il vostro “equilibrio alimentare” e perciò sapete che state mangiando quel che è giusto mangiare, dunque i commenti degli altri sono insignificanti.
• Trovatevi un po’ di tempo per voi stesse – ascoltate il vostro CD musicale preferito, telefonate alla vostra migliore amica, andate a fare una passeggiata, andate a fare un giro in auto. È importante che facciate qualcosa che vi faccia star bene e vi rilassi.
• Fate presente quelle che sono le vostre difficoltà in maniera tranquilla e serena, senza fare scenate che fanno poi stare peggio sia voi sia chi vi sta intorno.
• Datevi la possibilità di vivere le vostre emozioni per quello che sono. Ricordate che non avete l’obbligo di essere felici e sorridere per tutto il tempo – nessuno si aspetta questo da voi.
• Se anche esagerate col cibo… il Natale dura un giorno. Un giorno in cui si mangia di più, nel computo totale dell’alimentazione, non cambia assolutamente niente.
Consigli per chi ha a che fare con chi ha un DCA:
• Pianificate in anticipo. Informate i vostri parenti e chi sarà presente al pranzo di Natale, che vi partecipa anche una persona con un DCA, e aiutateli a capire cosa è meglio fare/non fare, e in cosa consiste veramente un DCA. Purtroppo queste patologie sono spesso minimizzate o trattate in maniera superficiale dai media, e ciò non aiuta certo chi sta male.
• La tensione che si viene a generare nel periodo natalizio reduce l’effettiva capacità di comunicare tra i membri di una famiglia. Consapevoli di questo, cercate di conservare la calma e di comunicare in maniera diretta con chi vi circonda. Considerate che una persona che ha un DCA è molto sensibile ai segnali subliminali, quindi parlate con tranquillità e chiarezza.
• Se siete voi che avete il compito di occuparvi del cibo, chiedete alla persona che ha un DCA cosa preferirebbe mangiare.
• Non riponete irrealistiche aspettative su ciò che mangerà la persona che ha un DCA. Cercate di ricordare che ognuno si relaziona con le situazioni, le emozioni e i sentimenti in maniera differente, e che una persona che ha un DCA tende a scaricare tutto sul cibo. Perciò, non pressatele con commenti sull’alimentazione, magari dicendo di mangiare un po’ di più. Non dovete “salvare” nessuno.
• Non parlate di cibo o di diete durante il pasto, e non fate commenti sull’aspetto fisico di nessuno dei partecipanti al pranzo. Viceversa, se si deve fare un commento su una persona che ha un DCA, è meglio orientarsi su cose come: “E’ bello che anche tu sia qui”, “sei forte perché ce la metti tutta”, “sembri più felice, ora” o “ci sei mancata”. Insomma, messaggi d’affetto… che è ciò di cui tutti (e chi ha un DCA in particolar modo) hanno bisogno. Critiche, falsi pietismi, e commenti sull’aspetto fisico o sul tipo di alimentazione sono assolutamente improduttivi, anzi, persino dannosi.
• Il Natale è un giorno come tutti gli altri, e se ve lo aspettate “perfetto”, andrete incontro a grosse delusioni. Una persona che ha un DCA non “guarisce” perché è Natale, anzi, per Natale avrà ancora più problemi col cibo. Siate consapevoli di questo, e cercate di essere più supportavi possibile: lei non sta cercando di rovinare il vostro Natale, sta cercando di sopravvivere al Natale.
• Non vi focalizzate sul cibo, su quanto la persona col DCA mangia o meno, cercate semplicemente di apprezzare il tempo che potete trascorrere insieme.
Consigli per tutti quanti:
• Ascoltate le sensazioni trasmesse dal vostro corpo – imparate a dire “no” se una cosa non vi va, e “sì” se invece volete mangiarla. Il corpo sa molto meglio della testa ciò di cui ha bisogno.
• Imparate a riconoscere i segnali che il vostro corpo vi manda – ascoltare voi stesse, e non agite solo per ciò che gli altri si aspettano da voi.
• Comunicate le vostre emozioni e i vostri sentimenti. Non tenetevi dentro cose che vi fanno stare male. Parlatene con qualcuno di cui avete fiducia. Tenete un diario o un blog in cui sfogarvi. Buttare fuori le emozioni significa non inchiodarle più sul proprio corpo…
• Non cercate la perfezione: siate semplicemente voi stesse. Siate fiere di quello che siete, non perdete tempo a cercare di essere perfette… non ci riuscireste comunque, ed in ogni caso non ne vale la pena. Datevi la possibilità di essere voi stesse, anche in un giorno difficile come il Natale. Non c’è niente di meglio al mondo.
P.S.= Buon Natale a tutte, ragazze...

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venerdì 28 gennaio 2011
Domande #21; 22: Pasti, appetito, qualche suggerimento
Racchiudo le risposte a 2 domande in un solo post, visto che sono di base molto simili…
M. mi ha scritto:
“Recentemente ho avuto una ricaduta e ce la sto mettendo tutta per spezzare il circolo vizioso. Ho ricominciato a mangiare un po’ di più, ma non riesco a cancellare il sentimento di fallimento che provo ogni volta che mi siedo a tavola. So che il fallimento sta dentro me stessa, non nel cibo, ma i pensieri deviati dal DCA non riescono a farmi essere logica. Come posso non sentirmi una fallita anche se non restringo l’alimentazione?”
Sulla pin-board della mia camera sta appeso un Post-It con su scritto: “Fake it until you make it”. Se sei consapevole del fatto che la cosa giusta da fare è mangiare in maniera corretta ed essere orgogliosa di te stessa per questo, fallo senza assecondare i pensieri distorti dell’anoressia che ti suggerirebbero di restringere. Se ti senti giù di morale quando hai mangiato, ricorda a te stessa che, invece, ti stai dando una mano a stare meglio, e che recuperando il sottopeso anche la tua testa riuscirà a pensare più nitidamente. Certo, inizialmente la voce dell’anoressia nella tua testa continuerà a farti sentire sbagliata, ma tanto più a lungo mangerai in maniera regolare, tanto meglio riuscirai ad eludere la voce del DCA.
Prova ad adottare un sistema di “ricompense” per aiutarti ad associare sentimenti positive alle azioni giuste. Per esempio, prometti a te stessa che, se riuscirai a mangiare la tua colazione, dopo potrai concederti 15 minuti di relax per fare qualcosa di piacevole, divertente, che ti faccia stare bene. O, ancora di più: se riesci a seguire l’ “equilibrio alimentare” che ti ha assegnato la tua dietista per tutto il giorno, ricompensati comprandoti qualcosa che ti piace. Se ci riesci per una settimana, concediti un week-end all’insegna di tutto quello che ti piace fare. La ricompensa può essere tutto ciò che vuoi – una sera trascorsa a guardare il tuo DVD preferito anziché a lavorare, un nuovo paio di scarpe, etc… Se ce la metti tutta per ottenere il tuo obiettivo, e ti regali un gesto di gentilezza nel momento in cui ce l’hai fatta, allenerai la tua mente a capire cosa vale veramente la pena.
Ti suggerisco anche di usare dei Post-It: appendili laddove li puoi leggere spesso, e scrivici sopra frasi positive come “You can do anything you want: believe it” o qualcosa del genere. A volte è necessario che arrivino dall’esterno incoraggiamenti che non siamo capaci di dare a noi stesse.
---------------------------------------------------------------------
Titty, invece, mi scrive:
“Sto seguendo un percorso terapeutico da circa un anno. Sto andando abbastanza bene, visto che sono riuscita a smettere di restringere/abbuffarmi. Tuttavia, quando sono sotto stress, tendo a perdere l’appetito. Mi hanno insegnato che devo mangiare quando ho fame, ma che cosa devo fare se lo stimolo della fame non lo sento proprio? Attualmente non restringo volontariamente, ma talvolta mi rendo conto che il mangiare poco e niente mi porta a pensare “Potrei mangiare un po’ di meno anche domani…” e questo mi fa sbandare. Come posso mangiare in maniera equilibrata quando sono sotto stress e non ho fame?”
Prima cosa – complimenti per essere da una anno sulla strada del ricovero. Ad ogni modo… penso che tantissime persone, con un DCA o meno, tendano a perdere l’appetito quando sono stressate. Perché non provi a ritirare fuori gli schemi alimentari, quando ti succede di restringere? So che questo potrebbe sembrarti un passo indietro, visto che gli schemi alimentari si seguono di orma all’inizio di un percorso di ricovero, ma può essere d’aiuto, soprattutto nei momenti di stress. Gli schemi alimentari possono aiutarti a mangiare nei momenti in cui sai che devi, a prescindere dal tuo appetito, cercando di sforzarti a mangiare quello che devi. Talora è necessario fare determinate cose, anche se controvoglia, perché altrimenti si rischia di riscivolare nel DCA ancor prima di rendercene conto.
Focalizzati su quello che sai che è giusto mangiare, e tieni duro: anche i momenti più pesanti poi se ne vanno ed arrivano tempi migliori.
E per quanto riguarda i pensieri che ti vengono quando salti qualche pasto, ti rimando alla risposta che ho dato proprio qui sopra a M. Qualsiasi cosa tu possa fare per rinforzare i pensieri positivi nella battaglia contro l’anoressia è sempre un passo nella giusta direzione.
M. mi ha scritto:
“Recentemente ho avuto una ricaduta e ce la sto mettendo tutta per spezzare il circolo vizioso. Ho ricominciato a mangiare un po’ di più, ma non riesco a cancellare il sentimento di fallimento che provo ogni volta che mi siedo a tavola. So che il fallimento sta dentro me stessa, non nel cibo, ma i pensieri deviati dal DCA non riescono a farmi essere logica. Come posso non sentirmi una fallita anche se non restringo l’alimentazione?”
Sulla pin-board della mia camera sta appeso un Post-It con su scritto: “Fake it until you make it”. Se sei consapevole del fatto che la cosa giusta da fare è mangiare in maniera corretta ed essere orgogliosa di te stessa per questo, fallo senza assecondare i pensieri distorti dell’anoressia che ti suggerirebbero di restringere. Se ti senti giù di morale quando hai mangiato, ricorda a te stessa che, invece, ti stai dando una mano a stare meglio, e che recuperando il sottopeso anche la tua testa riuscirà a pensare più nitidamente. Certo, inizialmente la voce dell’anoressia nella tua testa continuerà a farti sentire sbagliata, ma tanto più a lungo mangerai in maniera regolare, tanto meglio riuscirai ad eludere la voce del DCA.
Prova ad adottare un sistema di “ricompense” per aiutarti ad associare sentimenti positive alle azioni giuste. Per esempio, prometti a te stessa che, se riuscirai a mangiare la tua colazione, dopo potrai concederti 15 minuti di relax per fare qualcosa di piacevole, divertente, che ti faccia stare bene. O, ancora di più: se riesci a seguire l’ “equilibrio alimentare” che ti ha assegnato la tua dietista per tutto il giorno, ricompensati comprandoti qualcosa che ti piace. Se ci riesci per una settimana, concediti un week-end all’insegna di tutto quello che ti piace fare. La ricompensa può essere tutto ciò che vuoi – una sera trascorsa a guardare il tuo DVD preferito anziché a lavorare, un nuovo paio di scarpe, etc… Se ce la metti tutta per ottenere il tuo obiettivo, e ti regali un gesto di gentilezza nel momento in cui ce l’hai fatta, allenerai la tua mente a capire cosa vale veramente la pena.
Ti suggerisco anche di usare dei Post-It: appendili laddove li puoi leggere spesso, e scrivici sopra frasi positive come “You can do anything you want: believe it” o qualcosa del genere. A volte è necessario che arrivino dall’esterno incoraggiamenti che non siamo capaci di dare a noi stesse.
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Titty, invece, mi scrive:
“Sto seguendo un percorso terapeutico da circa un anno. Sto andando abbastanza bene, visto che sono riuscita a smettere di restringere/abbuffarmi. Tuttavia, quando sono sotto stress, tendo a perdere l’appetito. Mi hanno insegnato che devo mangiare quando ho fame, ma che cosa devo fare se lo stimolo della fame non lo sento proprio? Attualmente non restringo volontariamente, ma talvolta mi rendo conto che il mangiare poco e niente mi porta a pensare “Potrei mangiare un po’ di meno anche domani…” e questo mi fa sbandare. Come posso mangiare in maniera equilibrata quando sono sotto stress e non ho fame?”
Prima cosa – complimenti per essere da una anno sulla strada del ricovero. Ad ogni modo… penso che tantissime persone, con un DCA o meno, tendano a perdere l’appetito quando sono stressate. Perché non provi a ritirare fuori gli schemi alimentari, quando ti succede di restringere? So che questo potrebbe sembrarti un passo indietro, visto che gli schemi alimentari si seguono di orma all’inizio di un percorso di ricovero, ma può essere d’aiuto, soprattutto nei momenti di stress. Gli schemi alimentari possono aiutarti a mangiare nei momenti in cui sai che devi, a prescindere dal tuo appetito, cercando di sforzarti a mangiare quello che devi. Talora è necessario fare determinate cose, anche se controvoglia, perché altrimenti si rischia di riscivolare nel DCA ancor prima di rendercene conto.
Focalizzati su quello che sai che è giusto mangiare, e tieni duro: anche i momenti più pesanti poi se ne vanno ed arrivano tempi migliori.
E per quanto riguarda i pensieri che ti vengono quando salti qualche pasto, ti rimando alla risposta che ho dato proprio qui sopra a M. Qualsiasi cosa tu possa fare per rinforzare i pensieri positivi nella battaglia contro l’anoressia è sempre un passo nella giusta direzione.
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mercoledì 22 dicembre 2010
12 idee per affrontare il Natale
Dato che il Natale è ormai alle porte, voglio suggerirvi 12 idee che spero possano aiutarvi ad affrontare con un po’ più di serenità questa festività, alla faccia dell’anoressia…
In fin dei conti, se ci pensate, per la maggior parte della gente il Natale è una bellissima festa. È il momento in cui tutta famiglia si riunisce e si può festeggiare scambiandosi regali, parlando e giocando insieme… e mangiando insieme. Proprio per questo, per chi ha un DCA, il Natale può diventare uno dei momenti più difficili dell’anno: per chi sta lottando contro l’anoressia o la bulimia, il Natale personifica tutte le peggiori ansie, determinando tensione e difficoltà. Perciò, ecco qualche idea per poter trascorrere il giorno di Natale con più tranquillità.
1 – Cercate di continuare a seguire l’ “equilibrio alimentare” che vi ha dato la vostra dietista o, se non avete uno schema alimentare fisso, cercate comunque di mangiare regolarmente. Evitate di stare troppo a lungo in cucina quando i pasti vengono preparati. Non saltate pasti e non restringete in vista del cenone della vigilia, ma continuate a cercare di mangiare in maniera regolare, anche durante il cenone.
2 – Preoccupatevi di più della vostra bellezza interiore che non di quella esteriore! Questo è un periodo di vacanze, e dunque un buon momento per riflettere, stare vicine alle persone cui vogliamo bene, e soprattutto per esprimere tutto il potenziale enorme che portate racchiuso dentro di voi.
3 – Parlate con la vostra psichiatra/psicologa/psicoterapeuta/dietista, o comunque col medico che vi segue nella vostra lotta contro l’anoressia, di quelli che sono i vostri problemi e le vostre ansie legate al Natale, affinché lui/lei possa supportarvi, preparavi, e darvi consigli più mirati su come relazionarvi al cibo e ai familiari in questa situazione, senza bisogno di ricorrere a strategie di coping distruttive come quelle dei DCA.
4 – Pensate bene a quelle che potrebbero essere le situazioni che potrebbero venire a crearsi nel momento in cui andate a casa di qualcuno od invitate qualcuno a casa vostra. Fate in modo di sapere quali sono le “uscite d’emergenza”, dov’è che potete trovare persone che possano esservi di supporto, e quando è il momento di staccare e rivolgervi a queste persone che vi possano aiutare e sostenere nei momenti più difficili.
5 – Parlate con le persone cui volete bene di come vi sentite: le vostre ansie, la lotta interiore, le difficoltà, le cose che vi fanno stare male, la tensione, tutto quello che vi passa per la testa. Fatevi quindi aiutare a godere dei momenti felici senza focalizzarvi troppo sul cibo e sul corpo.
6 – Trovate un’amica che sapete di poter chiamare in ogni momento, non appena vi accorgete che state mollando, con cui condividere ciò che vi turba e tutte e emozioni negative che vi attraversano. Telefonatele ogni qualvolta ne sentite il bisogno.
7 – Se possibile, fate presente ai vostri familiari o alle persone con cui trascorrerete il Natale, di quelle che sono le vostre difficoltà riguardo l’alimentazione, affinché loro possano non pressarvi troppo sul cibo e non fare commenti indesiderati a tal proposito.
8 – Scrivete su un Post-It frasi positive ed incoraggianti, e mettete il Post-It in tasca. Rileggetelo ogni qualvolta ne sentirete il bisogno, soprattutto nei momenti più difficili.
9 – Provate a concentrarvi su quelle che sono le cose positive del Natale al di là delle difficoltà inerenti l’alimentazione durante questo giorno: il poter rivedere persone cui volete bene, il poter condividere qualcosa tutti insieme. Anziché prevenire, provate ad agire.
10 – Cercate di acquisire una maggiore flessibilità mentale. Non siamo macchine: se anche un giorno si mangia di più, il nostro organismo cerca di mantenere la sua omeostasi, quindi non è un pasto più abbondante che farà variare il nostro peso.
11 – Cercate di non isolarvi e di non vedere il Natale come un giorno della serie “io contro il mondo”. Più ci s’immedesima nel ruolo della vittima, più si diventa vittime. Cercate di vedere gli aspetti positivi anche all’interno delle inevitabili difficoltà.
12 – Evitate di sovraccaricarvi di stress fisici ed emotivi, che coadiuvano la riacquisizione dei comportamenti alimentari tipici dell’anoressia e della bulimia come strategie di coping. Evitate di forzarvi a fare cose che non vi vanno, e cercate si immergervi solo in situazioni più rilassanti, semplici, accanto alle persone cui volete bene e che sono disposte a darvi una mano nella vostra lotta contro il DCA. Focalizzatevi sulle piccole cose, che sono quelle che rendono bello il Natale… e la vita.
Buon Natale a tutte, ragazze!
In fin dei conti, se ci pensate, per la maggior parte della gente il Natale è una bellissima festa. È il momento in cui tutta famiglia si riunisce e si può festeggiare scambiandosi regali, parlando e giocando insieme… e mangiando insieme. Proprio per questo, per chi ha un DCA, il Natale può diventare uno dei momenti più difficili dell’anno: per chi sta lottando contro l’anoressia o la bulimia, il Natale personifica tutte le peggiori ansie, determinando tensione e difficoltà. Perciò, ecco qualche idea per poter trascorrere il giorno di Natale con più tranquillità.
1 – Cercate di continuare a seguire l’ “equilibrio alimentare” che vi ha dato la vostra dietista o, se non avete uno schema alimentare fisso, cercate comunque di mangiare regolarmente. Evitate di stare troppo a lungo in cucina quando i pasti vengono preparati. Non saltate pasti e non restringete in vista del cenone della vigilia, ma continuate a cercare di mangiare in maniera regolare, anche durante il cenone.
2 – Preoccupatevi di più della vostra bellezza interiore che non di quella esteriore! Questo è un periodo di vacanze, e dunque un buon momento per riflettere, stare vicine alle persone cui vogliamo bene, e soprattutto per esprimere tutto il potenziale enorme che portate racchiuso dentro di voi.
3 – Parlate con la vostra psichiatra/psicologa/psicoterapeuta/dietista, o comunque col medico che vi segue nella vostra lotta contro l’anoressia, di quelli che sono i vostri problemi e le vostre ansie legate al Natale, affinché lui/lei possa supportarvi, preparavi, e darvi consigli più mirati su come relazionarvi al cibo e ai familiari in questa situazione, senza bisogno di ricorrere a strategie di coping distruttive come quelle dei DCA.
4 – Pensate bene a quelle che potrebbero essere le situazioni che potrebbero venire a crearsi nel momento in cui andate a casa di qualcuno od invitate qualcuno a casa vostra. Fate in modo di sapere quali sono le “uscite d’emergenza”, dov’è che potete trovare persone che possano esservi di supporto, e quando è il momento di staccare e rivolgervi a queste persone che vi possano aiutare e sostenere nei momenti più difficili.
5 – Parlate con le persone cui volete bene di come vi sentite: le vostre ansie, la lotta interiore, le difficoltà, le cose che vi fanno stare male, la tensione, tutto quello che vi passa per la testa. Fatevi quindi aiutare a godere dei momenti felici senza focalizzarvi troppo sul cibo e sul corpo.
6 – Trovate un’amica che sapete di poter chiamare in ogni momento, non appena vi accorgete che state mollando, con cui condividere ciò che vi turba e tutte e emozioni negative che vi attraversano. Telefonatele ogni qualvolta ne sentite il bisogno.
7 – Se possibile, fate presente ai vostri familiari o alle persone con cui trascorrerete il Natale, di quelle che sono le vostre difficoltà riguardo l’alimentazione, affinché loro possano non pressarvi troppo sul cibo e non fare commenti indesiderati a tal proposito.
8 – Scrivete su un Post-It frasi positive ed incoraggianti, e mettete il Post-It in tasca. Rileggetelo ogni qualvolta ne sentirete il bisogno, soprattutto nei momenti più difficili.
9 – Provate a concentrarvi su quelle che sono le cose positive del Natale al di là delle difficoltà inerenti l’alimentazione durante questo giorno: il poter rivedere persone cui volete bene, il poter condividere qualcosa tutti insieme. Anziché prevenire, provate ad agire.
10 – Cercate di acquisire una maggiore flessibilità mentale. Non siamo macchine: se anche un giorno si mangia di più, il nostro organismo cerca di mantenere la sua omeostasi, quindi non è un pasto più abbondante che farà variare il nostro peso.
11 – Cercate di non isolarvi e di non vedere il Natale come un giorno della serie “io contro il mondo”. Più ci s’immedesima nel ruolo della vittima, più si diventa vittime. Cercate di vedere gli aspetti positivi anche all’interno delle inevitabili difficoltà.
12 – Evitate di sovraccaricarvi di stress fisici ed emotivi, che coadiuvano la riacquisizione dei comportamenti alimentari tipici dell’anoressia e della bulimia come strategie di coping. Evitate di forzarvi a fare cose che non vi vanno, e cercate si immergervi solo in situazioni più rilassanti, semplici, accanto alle persone cui volete bene e che sono disposte a darvi una mano nella vostra lotta contro il DCA. Focalizzatevi sulle piccole cose, che sono quelle che rendono bello il Natale… e la vita.
Buon Natale a tutte, ragazze!
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giovedì 21 ottobre 2010
Planning dei pasti
Penso che una delle difficoltà del percorso di ricovero dall’anoressia non sia semplicemente ricominciare a mangiare, quanto piuttosto adottare un’alimentazione regolare, bilanciata ed equilibrata. Pur avendo un “equilibrio alimentare” da seguire, le cose possono farsi complicate soprattutto quando, per esempio per lavoro o per studio, capita di doversi trattenere a mangiare fuori da casa. In queste situazioni, il pensiero si focalizza sul cibo e l’anoressia minaccia di averla vinta: è più facile ricadere nella restrizione, o nel mangiare sempre le solite due o tre cose che si trovano più tranquillizzanti. Non è che un modo per lenire l’ansia verso l’alimentazione.
Fare un planning dei pasti può essere dunque utile per evitare l’ansia di dover mangiare fuori da casa, evitare di avere la sensazione di perdita di controllo, e garantire al nostro corpo cibo adeguato quantitativamente e qualitativamente. Ovviamente può essere necessario avere una certa flessibilità, ma organizzare i pasti in anticipo può essere davvero utile per evitare ricadute.
Dunque, qualche dritta su come poter fare un planning dei pasti.
(Magari potete parlarne anche con la vostra dietista affinché vi possa dare una mano nell’organizzazione…)
Batch cooking. Questo può essere utile per chi lavora o studia e deve quindi pranzare fuori da casa dal Lunedì al Venerdì. Il Sabato e la Domenica, fate un planning dei pasti per tutta la settimana. Magari dandovi più alternative, e alternando i nutrienti. La varietà non sarà eccezionale, ma può funzionare. Preparando i pasti la Domenica per tutta la settimana, sarete sicure di alimentarvi in maniera corretta, e non vi sottoporrete ogni sera allo stress di dover pensare e darvi da fare per preparare qualcosa per il giorno dopo. Potete mettere i “pacchetti” che preparate nel freezer, e tirarli fuori giorno dopo giorno. È molto pratico e molto tranquillizzante, dato che avete preparato già tutto a monte.
Planning della notte prima. Per alcune di voi, probabilmente, la cosa più difficile non è tanto il mangiare in sé per sé, quanto il decidere cosa mangiare. Perciò, ritagliarsi un momento ben definito in cui prendere questa decisione – per esempio dalle 22 alle 22.30 del giorno prima – vi permette di non focalizzarvi su questo pensiero per tutta la restante parte della giornata. Sapendo di avere infatti una mezz’ora da dedicare unicamente al pensiero del cibo, durante il giorno potrete rimanere calme e concentrate su quello che avete da fare. Questo, peraltro, vi permetterà di decidere sulla vostra alimentazione in maniera più oculata, perché non dovrete affrontare in contempo il problema di che cosa mangiare, e il problema di mangiare in sé per sé.
Deal meal. Fatevi una lista di tutte le possibili opzioni riguardo a ciò che potreste mangiare a colazione/spuntini/pranzo/cena, e di volta in volta scegliete l’opzione che vi va di più sul momento. Così avrete diverse possibilità, equivalenti da un punto di vista nutrizionale, tra le quali potervi barcamenare. Per esempio, per il secondo piatto del pranzo potreste scegliere tra carne, uova, pesce o formaggio. Cose di questo tipo. In questo modo, non avrete un’estrema rigidità nella scelta di che cosa poter mangiare. Potrete scegliere tra una delle opzioni possibili, garantendo varietà alla vostra alimentazione.
E voi, quali planning dei pasti utilizzate, che vi aiutano a mantenervi sulla strada del ricovero? Avete trovato qualcosa di particolarmente utile? O viceversa, avete da mettere in guardia su qualcosa di particolarmente inutile che può accentuare il rischio di ricadute?
Fare un planning dei pasti può essere dunque utile per evitare l’ansia di dover mangiare fuori da casa, evitare di avere la sensazione di perdita di controllo, e garantire al nostro corpo cibo adeguato quantitativamente e qualitativamente. Ovviamente può essere necessario avere una certa flessibilità, ma organizzare i pasti in anticipo può essere davvero utile per evitare ricadute.
Dunque, qualche dritta su come poter fare un planning dei pasti.
(Magari potete parlarne anche con la vostra dietista affinché vi possa dare una mano nell’organizzazione…)
Batch cooking. Questo può essere utile per chi lavora o studia e deve quindi pranzare fuori da casa dal Lunedì al Venerdì. Il Sabato e la Domenica, fate un planning dei pasti per tutta la settimana. Magari dandovi più alternative, e alternando i nutrienti. La varietà non sarà eccezionale, ma può funzionare. Preparando i pasti la Domenica per tutta la settimana, sarete sicure di alimentarvi in maniera corretta, e non vi sottoporrete ogni sera allo stress di dover pensare e darvi da fare per preparare qualcosa per il giorno dopo. Potete mettere i “pacchetti” che preparate nel freezer, e tirarli fuori giorno dopo giorno. È molto pratico e molto tranquillizzante, dato che avete preparato già tutto a monte.
Planning della notte prima. Per alcune di voi, probabilmente, la cosa più difficile non è tanto il mangiare in sé per sé, quanto il decidere cosa mangiare. Perciò, ritagliarsi un momento ben definito in cui prendere questa decisione – per esempio dalle 22 alle 22.30 del giorno prima – vi permette di non focalizzarvi su questo pensiero per tutta la restante parte della giornata. Sapendo di avere infatti una mezz’ora da dedicare unicamente al pensiero del cibo, durante il giorno potrete rimanere calme e concentrate su quello che avete da fare. Questo, peraltro, vi permetterà di decidere sulla vostra alimentazione in maniera più oculata, perché non dovrete affrontare in contempo il problema di che cosa mangiare, e il problema di mangiare in sé per sé.
Deal meal. Fatevi una lista di tutte le possibili opzioni riguardo a ciò che potreste mangiare a colazione/spuntini/pranzo/cena, e di volta in volta scegliete l’opzione che vi va di più sul momento. Così avrete diverse possibilità, equivalenti da un punto di vista nutrizionale, tra le quali potervi barcamenare. Per esempio, per il secondo piatto del pranzo potreste scegliere tra carne, uova, pesce o formaggio. Cose di questo tipo. In questo modo, non avrete un’estrema rigidità nella scelta di che cosa poter mangiare. Potrete scegliere tra una delle opzioni possibili, garantendo varietà alla vostra alimentazione.
E voi, quali planning dei pasti utilizzate, che vi aiutano a mantenervi sulla strada del ricovero? Avete trovato qualcosa di particolarmente utile? O viceversa, avete da mettere in guardia su qualcosa di particolarmente inutile che può accentuare il rischio di ricadute?
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martedì 8 giugno 2010
Domanda #11: Cibi proibiti & Quello che realmente nascondono
Oggi rispondo alla domanda che mi ha lasciato Francesca, ovvero:
“In questi anni di anoressia mi è successo di eliminare gradualmente dalla mia alimentazione moltissimi cibi, (direi quasi tutti eccetto le verdure la carne magra e lo yogurt magro)… che sono diventati una sorta di tabù... molti di questi non riesco tutt'ora a mangiarli, mentre alcuni altri sono riuscita con fatica a reintrodurli... volevo chiederti: a te è capitata una cosa del genere? Sei riuscita a risolvere completamente il problema o rimangono tutt'ora per te dei cibi proibiti? E soprattutto, come hai risolto questo problema e come hai fronteggiato la tentazione di eliminare di nuovo dall'alimentazione alcuni cibi?”
Forse potrà sorprendervi il sapere che io non ho mai avuto, neanche nei momenti peggiori dell’anoressia, dei cibi “proibiti”; così come non ho mai neanche avuto degli alimenti che consideravo particolarmente “sicuri”. Ho sempre mangiato un po’ di tutto sebbene ovviamente, quand’ero in fase restrittiva, in quantitativi a poco a poco sempre minori ed insufficienti per il mio fabbisogno energetico giornaliero. Tuttora, cerco di avere un’alimentazione quanto più possibile variata. Ovviamente ci sono alcuni cibi che non mi piacciono, come le patate, i wrustel, il cocomero, ma si tratta di cose che fin da piccola non mi sono mai piaciute. A parte questo, cerco sempre di mangiare un po’ di tutto, perché sono consapevole del fatto che ogni cibo contiene dei nutrienti, soprattutto per quanto riguarda le vitamine, i microelementi e gli oligoelementi, che sono importantissimi per il nostro organismo e non facili da reperire. La consapevolezza di questo mi ha aiutata molto a cercare di riappropriarmi di uno stile alimentare corretto.
Quando ero nel pieno dell’anoressia, ovviamente mangiavo pochissimo, meno di una bambina, ma non ho mai depennato dalla lista alcun tipo di cibo, e non ho mai contato sistematicamente le calorie. Come si dice dalle mie parti, facevo “a occhiometro”; tanto ero arrivata a un punto in cui mangiavo così poco che ero sicura che l’apporto fosse inferiore alla necessità. A ben pensarci, effettivamente avevo eliminato completamente dalla mia alimentazione caramelle, cioccolatini, e dolci più in generale.
Da quando sono seguita dalla mia dietista, con la quale mi vedo tuttora per regolari controlli, ho dovuto re-imparare cosa significa alimentarsi correttamente. E mi sono così accorta che la restrizione alimentare era in effetti nient’altro che un meccanismo di coping. Una sorta di forma di controllo. C’erano ben altri problemi oltre il cibo – il cibo non era veramente un problema. Nel momento in cui mi sono trovata ad affrontare direttamente quei problemi, sono stata in grado di realizzare che il cibo era solo cibo, nient’altro che un carburante per il mio corpo. Penso che questo sia ciò che ogni anoressica cerca di fare ogni giorno nel momento in cui si ritrova davanti alla tavola imbandita – comprendere e realizzare che il cibo è solo cibo. Eh, la scoperta dell’acqua calda! – direte voi. Ma è vero. Il cibo è ciò che serve a nutrirci e a darci l’energia necessaria per svolgere tutte le nostre attività quotidiane. Non è un’entità cattiva, violenta, distruttrice. Non è un’arma puntata contro. Non è una punizione. Non è un riempitivo. È solo del cibo.
Nel momento in cui ho iniziato a seguire l’ “equilibrio alimentare” che mi ha assegnato la mia dietista, ho dovuto a poco a poco incrementare le dosi degli alimenti mangiati. All’inizio era terrorizzante, ma poi mi sono accorta che aveva ragione lei: il mio peso aumentava in maniera estremamente graduale e non esplicitamente e rapidamente visibile, perché quella che si reintegrava era massa muscolare. E mi sono accorta che più seguivo l’ “equilibrio alimentare”, più seguirlo diventava semplice. Questo non significa che non abbia avuto ricadute nella restrizione, ne ho avute eccome, ma mi sono ripresa nella consapevolezza che le cose avrebbero potuto migliorare a poco a poco, senza i rapidi cambiamenti radicali a livello corporeo che temevo.
Certo, non posso dire a nessuna di voi che sia facile, non posso dirvi che non ci sono momenti di panico e in cui ci si sente estremamente male col proprio corpo, ma posso sicuramente dirvi che la cosa più difficile è il primo passo: fatto quello, tutti gli altri davvero vengono di conseguenza.
“In questi anni di anoressia mi è successo di eliminare gradualmente dalla mia alimentazione moltissimi cibi, (direi quasi tutti eccetto le verdure la carne magra e lo yogurt magro)… che sono diventati una sorta di tabù... molti di questi non riesco tutt'ora a mangiarli, mentre alcuni altri sono riuscita con fatica a reintrodurli... volevo chiederti: a te è capitata una cosa del genere? Sei riuscita a risolvere completamente il problema o rimangono tutt'ora per te dei cibi proibiti? E soprattutto, come hai risolto questo problema e come hai fronteggiato la tentazione di eliminare di nuovo dall'alimentazione alcuni cibi?”
Forse potrà sorprendervi il sapere che io non ho mai avuto, neanche nei momenti peggiori dell’anoressia, dei cibi “proibiti”; così come non ho mai neanche avuto degli alimenti che consideravo particolarmente “sicuri”. Ho sempre mangiato un po’ di tutto sebbene ovviamente, quand’ero in fase restrittiva, in quantitativi a poco a poco sempre minori ed insufficienti per il mio fabbisogno energetico giornaliero. Tuttora, cerco di avere un’alimentazione quanto più possibile variata. Ovviamente ci sono alcuni cibi che non mi piacciono, come le patate, i wrustel, il cocomero, ma si tratta di cose che fin da piccola non mi sono mai piaciute. A parte questo, cerco sempre di mangiare un po’ di tutto, perché sono consapevole del fatto che ogni cibo contiene dei nutrienti, soprattutto per quanto riguarda le vitamine, i microelementi e gli oligoelementi, che sono importantissimi per il nostro organismo e non facili da reperire. La consapevolezza di questo mi ha aiutata molto a cercare di riappropriarmi di uno stile alimentare corretto.
Quando ero nel pieno dell’anoressia, ovviamente mangiavo pochissimo, meno di una bambina, ma non ho mai depennato dalla lista alcun tipo di cibo, e non ho mai contato sistematicamente le calorie. Come si dice dalle mie parti, facevo “a occhiometro”; tanto ero arrivata a un punto in cui mangiavo così poco che ero sicura che l’apporto fosse inferiore alla necessità. A ben pensarci, effettivamente avevo eliminato completamente dalla mia alimentazione caramelle, cioccolatini, e dolci più in generale.
Da quando sono seguita dalla mia dietista, con la quale mi vedo tuttora per regolari controlli, ho dovuto re-imparare cosa significa alimentarsi correttamente. E mi sono così accorta che la restrizione alimentare era in effetti nient’altro che un meccanismo di coping. Una sorta di forma di controllo. C’erano ben altri problemi oltre il cibo – il cibo non era veramente un problema. Nel momento in cui mi sono trovata ad affrontare direttamente quei problemi, sono stata in grado di realizzare che il cibo era solo cibo, nient’altro che un carburante per il mio corpo. Penso che questo sia ciò che ogni anoressica cerca di fare ogni giorno nel momento in cui si ritrova davanti alla tavola imbandita – comprendere e realizzare che il cibo è solo cibo. Eh, la scoperta dell’acqua calda! – direte voi. Ma è vero. Il cibo è ciò che serve a nutrirci e a darci l’energia necessaria per svolgere tutte le nostre attività quotidiane. Non è un’entità cattiva, violenta, distruttrice. Non è un’arma puntata contro. Non è una punizione. Non è un riempitivo. È solo del cibo.
Nel momento in cui ho iniziato a seguire l’ “equilibrio alimentare” che mi ha assegnato la mia dietista, ho dovuto a poco a poco incrementare le dosi degli alimenti mangiati. All’inizio era terrorizzante, ma poi mi sono accorta che aveva ragione lei: il mio peso aumentava in maniera estremamente graduale e non esplicitamente e rapidamente visibile, perché quella che si reintegrava era massa muscolare. E mi sono accorta che più seguivo l’ “equilibrio alimentare”, più seguirlo diventava semplice. Questo non significa che non abbia avuto ricadute nella restrizione, ne ho avute eccome, ma mi sono ripresa nella consapevolezza che le cose avrebbero potuto migliorare a poco a poco, senza i rapidi cambiamenti radicali a livello corporeo che temevo.
Certo, non posso dire a nessuna di voi che sia facile, non posso dirvi che non ci sono momenti di panico e in cui ci si sente estremamente male col proprio corpo, ma posso sicuramente dirvi che la cosa più difficile è il primo passo: fatto quello, tutti gli altri davvero vengono di conseguenza.
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domenica 13 settembre 2009
One year later...

“Realizzare questo blog non sarà impresa facile; devi essere pronta ad affrontare l’anoressia, a perseguire questa battaglia giorno dopo giorno, a supportare tutte le ragazze che si trovano nella tua stessa posizione e a rispondere a tutti commenti che le alter lasceranno sui tuoi post, che potranno anche essere difficili da accettare. Se però te la senti di procedere, ti darò il mio appoggio incondizionato”.
Così mi sono detta quando, per la prima volta, ho avuto l’idea di aprire questo spazio virtuale di lotta contro l’anoressia. Sapevo che non sarebbe stata esattamente una passeggiata, e che forse avrei potuto non riuscire a centrare il mio obiettivo. Ma la mia decisione è stata: voglio provarci comunque.
Nel complesso, sono soddisfatta di quello che finora sono riuscita a costruire, anche se ho avuto i miei momenti d’incertezza. Non è facile dare una mano a delle persone che non si conoscono, a chissà quanti chilometri di distanza, e così talvolta ho temuto di non riuscire ad essere sufficientemente supportava. Ma ho sempre cercato di fare del mio meglio e spero che questo, in un modo o nell’altro, vi sia arrivato. Spero, in definitiva, di essere riuscita a trasmettervi qualcosa, per quanto piccolo questo “qualcosa” possa essere.
Ritengo che i blog siano uno strano prodotto, una sorta di “prodotto d’intrattenimento”, perché li si può leggere superficialmente senza dargli alcuna particolare importanza, oppure possono toccarti, possono suscitarti delle emozioni, possono cambiare il tuo modo di pensare ed arricchire la tua vita… dipende tutto da chi li fruisce. Questa è ovviamente una mia opinione personale. Immagino che, per un sacco di persone che non sono mai passate attraverso un DCA, il mio blog non sia affatto utile… per me, invece, è la mia realtà dell’ultimo anno.
La persona che ha scritto questi post esiste davvero, ed è qui per tutte voi… non scordatelo mai. Potete scrivermi (veggie.any@alice.it) in qualsiasi momento, qualsiasi cosa, e state certe che risponderò a tutte.
Sono stata felice dei commenti positivi che ho ricevuto, ed anche delle rimostranze e delle critiche, e chiedo scusa se qualche volta posso aver scritto delle cose che possono essere risultate offensive per qualcuno.
Adesso credo sia arrivato il momento di continuare ad andare avanti su questa strada che ho intrapreso, con questo blog, insieme a tute voi guerriere della luce. Continuare a combattere contro l’anoressia. Perché arriva un momento nella vita in cui anche quell’anoressia che sembrava essere la panacea, la soluzione a tutte le difficoltà, abbassa la maschera e si rivela per quello che veramente è: IL PROBLEMA. E così, si comincia a fare troppa fatica a sopportarla. Ma quando si è stanchi di qualcosa, bisogna allontanarsene: chiamatela pure fuga, se volete. Secondo me richiede anch’essa un certo coraggio. E poi, ciò che conta è la consapevolezza che si tornerà ad affrontare il problema, con l’intenzione di risolverlo. Affrontarlo da un’altra parte, da un altro punto di vista, però. Combattendo.
A un anno dall’apertura di questo spazio, perciò, volevo semplicemente fare un enorme “in bocca al lupo” a tutti quante stanno lottando contro l’anoressia. Lo so che ci sono momenti difficili nella vita, ma voi potete diventare più forti e superarli. Qualunque vostro desiderio si avvererà se siete convinte di poterlo realizzare.
Vorrei trasformarmi in vento, in vento simile ad un sospiro. Un vento che aiuta a combattere le avversità, che asciuga le lacrime, lenisce la stanchezza… ecco, vorrei diventare quel tipo di vento. Vorrei giungere da tutte voi in volo, liberarvi dall’anoressia e dal dolore e donarvi la felicità. Leggete questo blog quando siete tristi, ed io sarò al vostro fianco. Leggete questo blog quando siete felici, ed io sarò al vostro fianco.
Ma poiché sono solo una ragazza, ci sono momenti in cui mi sento stanca… momenti in cui soffro a causa dell’anoressia, e sopporto in silenzio… questa è una realtà che non posso cambiare. Eppure ogni mattina mi sveglio e penso che è bellissimo avere davanti un nuovo giorno che mi aspetta, un giorno in cui rinnovare il mio impegno per lottare contro l’anoressia, un giorno nuovo di zecca e senza errori, da riempire con tutto ciò che io ed io soltanto sarò capace di creare.
Grazie a tutte voi che mi state accompagnando sulla strada del ricovero, continuiamo a stare fianco a fianco e a combattere tutte insieme, se vi va.
Vi voglio bene,
Veggie
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martedì 1 settembre 2009
Take EAT easy!
Sì, torniamo a parlare di CIBO.
Probabilmente molte di voi, in questo momento, stanno cercando di seguire una “dieta” opportunamente prescritta da un dietista/nutrizionista, al fine di cercare di riacquisire con gradualità un peso fisiologico e sano.
Io stessa lo sto facendo, perciò so perfettamente quanto seguire questo regime alimentare, soprattutto in alcuni momenti, possa essere complicato, duro e difficile.
Voglio perciò provare a darvi qualche consiglio su come riuscire ad affrontare con un po’ più di tranquillità il momento del pasto, il momento in cui ci si trova faccia a faccia con il cibo nei quantitativi prescritti dall’ “equilibrio alimentare”. Nessuna pretesa di risolvere ogni qualsiasi difficoltà, ovviamente, anche perchè è ovvio che i problemi di fondo vadano affrontati e risolti con l’aiuto di una persona competente al riguardo, il dietista stesso oppure uno psicoterapeuta; quel che voglio fare è solo condividere qualche “escamotage”, qualche “dritta” che mi sta aiutando nel mio percorso alimentare, nel mio “fronteggiare” il cibo, e che spero possa essere utile anche a voi.
Per prima cosa, mai concentrarsi su quello che si ha nel piatto. Mai focalizzare troppo l’attenzione sul cibo: così facendo, infatti, questo finisce per diventare l’unico elemento presente nei nostri pensieri, e ci sembrerà che le dosi che dobbiamo assumere siano enormi e tendano a dilatarsi a dismisura… il che servirebbe solo a rendere il momento del pasto ancora più difficile, e l’impresa di mangiare tutto peggio delle 12 fatiche di Ercole.
Quindi, quel che bisogna cercare di fare è decentrare la nostra attenzione dal cibo. Come? Per esempio, cercando di svolgere altre attività durante il pasto: guardare un programma che ci piace in TV (oppure un DVD), ascoltare delle musica, oppure leggere (per la cronaca, questa è la mia soluzione preferita, visto che leggere mi piace molto): tutte cose che richiedono una certa attenzione e che, quindi, la svincolano dal pensiero del cibo. Cercate il diversivo che fa per voi! Per chi abita ancora con la propria famiglia, può essere d’aiuto, se c’è la possibilità, mangiare tutti insieme, in maniera tale da interagire con gli altri; oppure mangiare con un’amica. Questo può essere utile in maniera duplice: da una parte, parlare o comunque ascoltare gli altri che discutono e seguire i loro discorsi, catalizza l’attenzione distogliendola dall’alimentazione. Dall’altra, mangiare con persone che si cibano con naturalezza e che non hanno comportamenti “forzati” nei confronti del cibo, può aiutare a riacquisire un certo equilibrio.
Inoltre, è molto importante cercare di pensare al cibo come ad una medicina: una medicina è un qualcosa che non ci piace prendere, che di solito è amara, è difficile da buttare giù. Ma, a lungo termine, una medicina è anche un qualcosa che ci farà stare bene, che ci farà ritornare in salute. Ecco, bisogna provare allora a visualizzare il cibo come se fosse quella medicina: un qualcosa che magari non ci va di mangiare, che facciamo fatica ad inghiottire tutto, ma che, col passare del tempo, aiuterà il nostro corpo – e, quindi, la nostra mente – a stare meglio, a riacquisire uno stato fisiologico di salute.
Quanto mangiate, infine, non pensate che quel cibo vi serve per alimentarvi: pensate piuttosto che vi serve per nutrirvi, ovvero per prendervi cura di voi stesse.
Probabilmente molte di voi, in questo momento, stanno cercando di seguire una “dieta” opportunamente prescritta da un dietista/nutrizionista, al fine di cercare di riacquisire con gradualità un peso fisiologico e sano.
Io stessa lo sto facendo, perciò so perfettamente quanto seguire questo regime alimentare, soprattutto in alcuni momenti, possa essere complicato, duro e difficile.
Voglio perciò provare a darvi qualche consiglio su come riuscire ad affrontare con un po’ più di tranquillità il momento del pasto, il momento in cui ci si trova faccia a faccia con il cibo nei quantitativi prescritti dall’ “equilibrio alimentare”. Nessuna pretesa di risolvere ogni qualsiasi difficoltà, ovviamente, anche perchè è ovvio che i problemi di fondo vadano affrontati e risolti con l’aiuto di una persona competente al riguardo, il dietista stesso oppure uno psicoterapeuta; quel che voglio fare è solo condividere qualche “escamotage”, qualche “dritta” che mi sta aiutando nel mio percorso alimentare, nel mio “fronteggiare” il cibo, e che spero possa essere utile anche a voi.
Per prima cosa, mai concentrarsi su quello che si ha nel piatto. Mai focalizzare troppo l’attenzione sul cibo: così facendo, infatti, questo finisce per diventare l’unico elemento presente nei nostri pensieri, e ci sembrerà che le dosi che dobbiamo assumere siano enormi e tendano a dilatarsi a dismisura… il che servirebbe solo a rendere il momento del pasto ancora più difficile, e l’impresa di mangiare tutto peggio delle 12 fatiche di Ercole.
Quindi, quel che bisogna cercare di fare è decentrare la nostra attenzione dal cibo. Come? Per esempio, cercando di svolgere altre attività durante il pasto: guardare un programma che ci piace in TV (oppure un DVD), ascoltare delle musica, oppure leggere (per la cronaca, questa è la mia soluzione preferita, visto che leggere mi piace molto): tutte cose che richiedono una certa attenzione e che, quindi, la svincolano dal pensiero del cibo. Cercate il diversivo che fa per voi! Per chi abita ancora con la propria famiglia, può essere d’aiuto, se c’è la possibilità, mangiare tutti insieme, in maniera tale da interagire con gli altri; oppure mangiare con un’amica. Questo può essere utile in maniera duplice: da una parte, parlare o comunque ascoltare gli altri che discutono e seguire i loro discorsi, catalizza l’attenzione distogliendola dall’alimentazione. Dall’altra, mangiare con persone che si cibano con naturalezza e che non hanno comportamenti “forzati” nei confronti del cibo, può aiutare a riacquisire un certo equilibrio.
Inoltre, è molto importante cercare di pensare al cibo come ad una medicina: una medicina è un qualcosa che non ci piace prendere, che di solito è amara, è difficile da buttare giù. Ma, a lungo termine, una medicina è anche un qualcosa che ci farà stare bene, che ci farà ritornare in salute. Ecco, bisogna provare allora a visualizzare il cibo come se fosse quella medicina: un qualcosa che magari non ci va di mangiare, che facciamo fatica ad inghiottire tutto, ma che, col passare del tempo, aiuterà il nostro corpo – e, quindi, la nostra mente – a stare meglio, a riacquisire uno stato fisiologico di salute.
Quanto mangiate, infine, non pensate che quel cibo vi serve per alimentarvi: pensate piuttosto che vi serve per nutrirvi, ovvero per prendervi cura di voi stesse.
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domenica 28 giugno 2009
L'obiettivo finale
È facile perdere di vista l’obiettivo finale quando c’è qualcosa che si vuole raggiungere ma non si è abbastanza sicure su come fare a raggiungerlo. Si viene sopraffatte da ciò che vorremmo ottenere, ciò che vorremmo ESSERE, ciò che vorremmo provare. Questo, inevitabilmente, finisce per generare ansia. Molta ansia. E così, può succedere di perdere il controllo. Può succedere di essere pervase nuovamente dalla voglia di mettere in atto una serie di “tattiche” che ci aiutino a farci stare meglio. Può succedere così di metterle in atto e di tirarle avanti per ridurre il senso di angoscia e riuscire a sbarcare la giornata senza sclerare.
In questo modo, si finisce per riscivolare esattamente al punto di partenza. Per ricadere nelle grinfie di ciò cui giorno dopo giorno stiamo cercando di sfuggire. Per ricadere nelle grinfie dell’anoressia. Eppure, il tentativo che stavate facendo era quello di riuscire a stare bene… Sembra un po’ un controsenso, lo so… Eppure, è questo ciò che succede.
Si ricomincia a restringere.
Si perde peso.
Si torna a fare checking.
Si riadattano condotte disfunzionali.
Ricomincia l’autolesionismo.
Ritornano i pensieri ossessivi.
Si ricomincia a farci del male.
Ci sembra che sia tornato il “controllo”.
Magari ci si racconta pure che stiamo facendo tutto questo per riuscire a vivere – ma cosa farà in realtà tutto questo, a lungo termine?
Ci farà stare male?
Ci ucciderà lentamente?
Annienterà la nostra vita?
Distruggerà la nostra strada del ricovero?
Non dimenticate mai di guardare quello che è l’obiettivo finale del ricovero, ma non abbiate la smania di raggiungerlo. Piuttosto, prendetevi il tempo di cui sentite di aver bisogno, un giorno alla volta… così sarete sicure di poter vivere una vita sana e felice fino a raggiungere il vostro obiettivo finale. Lasciate che questo obiettivo sia la candela che illumina l’oscurità, la bandiera che sventola a distanza, il faro che vi mostra la via da seguire per raggiungere il porto.
Se vi focalizzate troppo e fin da subito sul raggiungere in breve tempo l’obiettivo finale, farete una grande ingiustizia a voi stesse e renderete questo già difficile viaggio ancora più complesso. Perciò, fate un passo dopo l’altro. Piccoli obiettivi. Tutto il tempo necessario; un giorno dopo l’altro. L’obiettivo finale non se ne va solo perchè state percorrendo lentamente la strada. È sempre là che aspetta solo voi.
In questo modo, si finisce per riscivolare esattamente al punto di partenza. Per ricadere nelle grinfie di ciò cui giorno dopo giorno stiamo cercando di sfuggire. Per ricadere nelle grinfie dell’anoressia. Eppure, il tentativo che stavate facendo era quello di riuscire a stare bene… Sembra un po’ un controsenso, lo so… Eppure, è questo ciò che succede.
Si ricomincia a restringere.
Si perde peso.
Si torna a fare checking.
Si riadattano condotte disfunzionali.
Ricomincia l’autolesionismo.
Ritornano i pensieri ossessivi.
Si ricomincia a farci del male.
Ci sembra che sia tornato il “controllo”.
Magari ci si racconta pure che stiamo facendo tutto questo per riuscire a vivere – ma cosa farà in realtà tutto questo, a lungo termine?
Ci farà stare male?
Ci ucciderà lentamente?
Annienterà la nostra vita?
Distruggerà la nostra strada del ricovero?
Non dimenticate mai di guardare quello che è l’obiettivo finale del ricovero, ma non abbiate la smania di raggiungerlo. Piuttosto, prendetevi il tempo di cui sentite di aver bisogno, un giorno alla volta… così sarete sicure di poter vivere una vita sana e felice fino a raggiungere il vostro obiettivo finale. Lasciate che questo obiettivo sia la candela che illumina l’oscurità, la bandiera che sventola a distanza, il faro che vi mostra la via da seguire per raggiungere il porto.
Se vi focalizzate troppo e fin da subito sul raggiungere in breve tempo l’obiettivo finale, farete una grande ingiustizia a voi stesse e renderete questo già difficile viaggio ancora più complesso. Perciò, fate un passo dopo l’altro. Piccoli obiettivi. Tutto il tempo necessario; un giorno dopo l’altro. L’obiettivo finale non se ne va solo perchè state percorrendo lentamente la strada. È sempre là che aspetta solo voi.
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giovedì 4 giugno 2009
Mente VS Corpo
Come potete sapere quello che state facendo? La vita può essere a volte così caotica… Perciò è estremamente difficile concentrarsi sul proprio disturbo alimentare.
Specialmente se vi accompagna da molto tempo, finisce per diventare come un’etichetta, un appiglio, un meccanismo per sopravvivere, dentro il quale la vostra mente finisce per restare intrappolata. Dentro questa prigione che non ha sbarre, non ha mura, non ha odore. Questa prigione per la mente.
Mi piacerebbe tanto avere le parole magiche per poter cambiare tutto questo. Mi piacerebbe tanto riuscire a dire cose che vi farebbero sentire meglio distaccandovi dal sintomo. Ma purtroppo, non ho questo potere. Le mie parole sono imperfette… ma sono tutto quello che posso darvi. Non me ne volete.
Se in questo momento state veramente combattendo contro il vostro disturbo alimentare, sicuramente avete un obiettivo in lontananza che vi pare estremamente difficile da raggiungere in questo momento. Ma se volete raggiungerlo, dovete mangiare per sostenervi. Non è una soluzione a lungo termine, ma è l’inizio di una possibile soluzione. Sostenetevi. Potrete preoccuparvi di come mangiare correttamente senza più bisogno di “stampelle” come l’ “equilibrio alimentare” quando avrete mangiato a sufficienza da poter sopravvivere e da poter far funzionare correttamente la vostra testa. Capite cosa intendo? Alla fine, dovete dare al vostro corpo quello di cui necessita per funzionare. Forse la parola “riempire” fa paura… ma in realtà anche la parola “privare” può diventare un’arma a doppio taglio estremamente terribile. Perciò, usiamo la parola “sostenere”. E quando il vostro corpo inizierà a ringraziarvi perché lo state nutrendo, la vostra mente comincerà a poco a poco a rilavorare nella maniera corretta per permettervi di affrontare il vostro passato e proiettarvi nel futuro.
Non pretendete di scalare una montagna tutta d’un balzo. Contentatevi di arrampicarvi innanzitutto su delle colline.
Quando non ci si nutre in maniera adeguata, la nostra mente lavora contro di noi. Distorce la realtà. Me ne sono accorta solo venendone fuori di quanto erano bacate le cose che pensavo quando ci stavo dentro, e che pure sul momento mi parevano perfettamente normali. È stato perciò sorprendente vedere quanto la mia mente si sia schiarita.
Talvolta, quando vi trovate sull’orlo dell’abisso, la cosa migliore da fare è NON pensare. Non pensare a niente. Semplicemente agire. Provare a mangiare. Provarci. E iniziare a lavorare sul sintomo e sui vissuti solo quando la vostra mente sarà in grado di farlo con lucidità. È una dura lotta, e non mancheranno i momenti bui e le emozioni negative, ma saranno pur sempre meglio del continuare a percorrere la spirale discendente dell’anoressia… perché continuare a scendere la discesa, non è il giusto modo per arrampicarsi su una collina.
Sarà molto più semplice fare autoanalisi dopo che il vostro corpo si sarà ristabilito. Dovete fare in modo di tacitare la voce dell’anoressia, per lasciare spazio alla vostra vera voce. Ci vuole un sacco di lavoro e di perseveranza, ma potete farlo se lo volete veramente. Avete tutte le potenzialità. All’inizio è sempre difficile, ma una volta fatto il primo passo gli altri seguono con molta più facilità.
State già combattendo la vostra battaglia contro i disturbi alimentari. Non avete nessun bisogno di un’altra battaglia che si svolga dentro di voi. Lasciate che l’unica lotta che ha luogo sia quella di Voi VS DCA, e non quella di mente VS corpo.
Specialmente se vi accompagna da molto tempo, finisce per diventare come un’etichetta, un appiglio, un meccanismo per sopravvivere, dentro il quale la vostra mente finisce per restare intrappolata. Dentro questa prigione che non ha sbarre, non ha mura, non ha odore. Questa prigione per la mente.
Mi piacerebbe tanto avere le parole magiche per poter cambiare tutto questo. Mi piacerebbe tanto riuscire a dire cose che vi farebbero sentire meglio distaccandovi dal sintomo. Ma purtroppo, non ho questo potere. Le mie parole sono imperfette… ma sono tutto quello che posso darvi. Non me ne volete.
Se in questo momento state veramente combattendo contro il vostro disturbo alimentare, sicuramente avete un obiettivo in lontananza che vi pare estremamente difficile da raggiungere in questo momento. Ma se volete raggiungerlo, dovete mangiare per sostenervi. Non è una soluzione a lungo termine, ma è l’inizio di una possibile soluzione. Sostenetevi. Potrete preoccuparvi di come mangiare correttamente senza più bisogno di “stampelle” come l’ “equilibrio alimentare” quando avrete mangiato a sufficienza da poter sopravvivere e da poter far funzionare correttamente la vostra testa. Capite cosa intendo? Alla fine, dovete dare al vostro corpo quello di cui necessita per funzionare. Forse la parola “riempire” fa paura… ma in realtà anche la parola “privare” può diventare un’arma a doppio taglio estremamente terribile. Perciò, usiamo la parola “sostenere”. E quando il vostro corpo inizierà a ringraziarvi perché lo state nutrendo, la vostra mente comincerà a poco a poco a rilavorare nella maniera corretta per permettervi di affrontare il vostro passato e proiettarvi nel futuro.
Non pretendete di scalare una montagna tutta d’un balzo. Contentatevi di arrampicarvi innanzitutto su delle colline.
Quando non ci si nutre in maniera adeguata, la nostra mente lavora contro di noi. Distorce la realtà. Me ne sono accorta solo venendone fuori di quanto erano bacate le cose che pensavo quando ci stavo dentro, e che pure sul momento mi parevano perfettamente normali. È stato perciò sorprendente vedere quanto la mia mente si sia schiarita.
Talvolta, quando vi trovate sull’orlo dell’abisso, la cosa migliore da fare è NON pensare. Non pensare a niente. Semplicemente agire. Provare a mangiare. Provarci. E iniziare a lavorare sul sintomo e sui vissuti solo quando la vostra mente sarà in grado di farlo con lucidità. È una dura lotta, e non mancheranno i momenti bui e le emozioni negative, ma saranno pur sempre meglio del continuare a percorrere la spirale discendente dell’anoressia… perché continuare a scendere la discesa, non è il giusto modo per arrampicarsi su una collina.
Sarà molto più semplice fare autoanalisi dopo che il vostro corpo si sarà ristabilito. Dovete fare in modo di tacitare la voce dell’anoressia, per lasciare spazio alla vostra vera voce. Ci vuole un sacco di lavoro e di perseveranza, ma potete farlo se lo volete veramente. Avete tutte le potenzialità. All’inizio è sempre difficile, ma una volta fatto il primo passo gli altri seguono con molta più facilità.
State già combattendo la vostra battaglia contro i disturbi alimentari. Non avete nessun bisogno di un’altra battaglia che si svolga dentro di voi. Lasciate che l’unica lotta che ha luogo sia quella di Voi VS DCA, e non quella di mente VS corpo.
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venerdì 29 maggio 2009
Condiziona la tua intuizione
Sicuramente molte di voi avranno sentito parlare dell’ “intuitive eating”, il cibarsi in maniera intuitiva. Sembra una buona cosa. Sembra una cosa difficile. Sembra una cosa… interessante. Di che si tratta?
Bè, innanzitutto, per praticare l’alimentazione intuitiva in maniera propria, bisogna avere un buon intuito. Lavorare sull’intuizione.
Premetto: io non sono capace di seguire questo tipo di regime alimentare, anche se mi piacerebbe. Però questo non significa niente, magari qualcuna di voi riesce a farlo, poichè siamo tutte persone differenti, ed ogni persona è una storia a sè.
E per farlo, dunque, dovete innanzitutto avere la piena consapevolezza di ciò che è meglio per il vostro corpo e per la vostra salute, e farlo ad ogni costo. E, come certo saprete, questo è estremamente difficile. Se non riuscite a farlo, o comunque se il vostro corpo non è in grado di fornirvi i giusti segnali perché ancora troppo influenzato dalla vostra mente, non è ancora arrivato il vostro momento di praticare l’alimentazione intuitiva. Non vi porterebbe a conseguenze salutari.
Personalmente, per quello che è il mio carattere, attualmente mangiare seguendo l’ “equilibrio alimentare” che mi ha prescritto la dietista che mi segue e pesando tutto al grammo mi fa sentire più sicura. Però so che c’è chi viene stimolata ancor più a restringere da un’alimentazione così rigidamente programmata. Allora, potreste provare a mediare tra “equilibrio alimentare” ed alimentazione intuitiva. In questo modo, potrete avere comunque una certa libertà d’azione: potete concedervi qualcosa che desiderate, e allo stesso tempo seguire delle linee-giuda per essere sicure di non finire col restringere o coll’abbuffarvi per poi vomitare.
Integrando a poco a poco l’alimentazione intuitiva con l’ “equilibrio alimentare”, potreste imparare a capire il vostro corpo, ad ascoltare i suoi bisogni, ad ascoltare voi stesse senza preoccuparvi di uscire matte o di avere ricadute.
Potreste iniziare dapprima a svincolare alcuni alimenti dall’ “equilibrio alimentare”, per esempio quelli che vi danno meno ansia, evitando così di pesarli. Per esempio, potreste iniziare col pesare tutto meno che la frutta. E poi, a poco a poco, quando vi sentirete più sicure, allargare il raggio d’azione ad altri cibi.
Certo, non tutte siamo uguali. Ci sono persone che riescono ad applicare l’alimentazione intuitiva con successo fin dai primi tentativi, ed altre che invece fanno difficoltà. È perfettamente normale. Ed è giusto che ognuna segua la strada che la fa sentire più a proprio agio. Probabilmente l’alimentazione intuitiva non è per tutte. Sicuramente non è per me. Ma sono certa che per alcune possa funzionare più che bene, e dare un contributo fondamentale per svincolarsi dall’ “equilibrio alimentare”. Ovvio, ci vuole comunque pazienza. E ci vuole pratica. Iniziare l’alimentazione intuitiva di botto e su tutti i pasti del giorno non la definirei una buona idea… Magari potreste provare a farla per un paio di giorni, e guardare come reagisce il vostro corpo e il vostro peso, o discuterne con la vostra dietista/nutrizionista e vedere cosa può fare per darvi una mano.
Potrebbe essere un buon traguardo.
Certo, come ho già detto, l’alimentazione intuitiva richiede intuizione! ^___^
Consigli? Parlatene con la vostra dietista/nutrizionista e soprattutto con i vostri familiari. Spiegategli che state cercando di riconoscere i segnali del vostro corpo riguardo a fame/sazietà e tutto ciò che le riguarda, E guardate se questo modo di alimentarvi può esservi d’aiuto oppure vi riporta ad adottare condotte disfunzionali. Non arrabbiatevi, non rattristatevi, non sentitevi frustrate se non va al primo tentativo. Ci vuole tanto tempo per imparare ad ascoltare di nuovo il proprio corpo. Siate pazienti con voi stesse. Siate gentili. Lo meritate.
Bè, innanzitutto, per praticare l’alimentazione intuitiva in maniera propria, bisogna avere un buon intuito. Lavorare sull’intuizione.
Premetto: io non sono capace di seguire questo tipo di regime alimentare, anche se mi piacerebbe. Però questo non significa niente, magari qualcuna di voi riesce a farlo, poichè siamo tutte persone differenti, ed ogni persona è una storia a sè.
E per farlo, dunque, dovete innanzitutto avere la piena consapevolezza di ciò che è meglio per il vostro corpo e per la vostra salute, e farlo ad ogni costo. E, come certo saprete, questo è estremamente difficile. Se non riuscite a farlo, o comunque se il vostro corpo non è in grado di fornirvi i giusti segnali perché ancora troppo influenzato dalla vostra mente, non è ancora arrivato il vostro momento di praticare l’alimentazione intuitiva. Non vi porterebbe a conseguenze salutari.
Personalmente, per quello che è il mio carattere, attualmente mangiare seguendo l’ “equilibrio alimentare” che mi ha prescritto la dietista che mi segue e pesando tutto al grammo mi fa sentire più sicura. Però so che c’è chi viene stimolata ancor più a restringere da un’alimentazione così rigidamente programmata. Allora, potreste provare a mediare tra “equilibrio alimentare” ed alimentazione intuitiva. In questo modo, potrete avere comunque una certa libertà d’azione: potete concedervi qualcosa che desiderate, e allo stesso tempo seguire delle linee-giuda per essere sicure di non finire col restringere o coll’abbuffarvi per poi vomitare.
Integrando a poco a poco l’alimentazione intuitiva con l’ “equilibrio alimentare”, potreste imparare a capire il vostro corpo, ad ascoltare i suoi bisogni, ad ascoltare voi stesse senza preoccuparvi di uscire matte o di avere ricadute.
Potreste iniziare dapprima a svincolare alcuni alimenti dall’ “equilibrio alimentare”, per esempio quelli che vi danno meno ansia, evitando così di pesarli. Per esempio, potreste iniziare col pesare tutto meno che la frutta. E poi, a poco a poco, quando vi sentirete più sicure, allargare il raggio d’azione ad altri cibi.
Certo, non tutte siamo uguali. Ci sono persone che riescono ad applicare l’alimentazione intuitiva con successo fin dai primi tentativi, ed altre che invece fanno difficoltà. È perfettamente normale. Ed è giusto che ognuna segua la strada che la fa sentire più a proprio agio. Probabilmente l’alimentazione intuitiva non è per tutte. Sicuramente non è per me. Ma sono certa che per alcune possa funzionare più che bene, e dare un contributo fondamentale per svincolarsi dall’ “equilibrio alimentare”. Ovvio, ci vuole comunque pazienza. E ci vuole pratica. Iniziare l’alimentazione intuitiva di botto e su tutti i pasti del giorno non la definirei una buona idea… Magari potreste provare a farla per un paio di giorni, e guardare come reagisce il vostro corpo e il vostro peso, o discuterne con la vostra dietista/nutrizionista e vedere cosa può fare per darvi una mano.
Potrebbe essere un buon traguardo.
Certo, come ho già detto, l’alimentazione intuitiva richiede intuizione! ^___^
Consigli? Parlatene con la vostra dietista/nutrizionista e soprattutto con i vostri familiari. Spiegategli che state cercando di riconoscere i segnali del vostro corpo riguardo a fame/sazietà e tutto ciò che le riguarda, E guardate se questo modo di alimentarvi può esservi d’aiuto oppure vi riporta ad adottare condotte disfunzionali. Non arrabbiatevi, non rattristatevi, non sentitevi frustrate se non va al primo tentativo. Ci vuole tanto tempo per imparare ad ascoltare di nuovo il proprio corpo. Siate pazienti con voi stesse. Siate gentili. Lo meritate.
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sabato 7 febbraio 2009
Le tre "H"
Il problema: Come rapportarsi con persone che parlano costantemente di cibo/peso/dieta/forme corporee, considerando che questi anche per noi rappresentano dei grossi problemi.
Questo può suscitare:
- Ansia
- Tristezza
- Spirito di emulazione
- Richiamo ai disturbi alimentari
- Rabbia
- Senso di ricaduta
- Impotenza
- Dolore
- Panico
- Etc…
- Tutte le cose sopraelencate
Tanto più che, molto spesso, la persona in questione è una persona a cui tenete ma che non sa del vostro disturbo alimentare, del quale non volete comunque parlare. E allora può diventare veramente complesso relazionarsi a questa persona.
Possibile soluzione: Personalmente, tendo a suggerire la strategia delle 3 “H”.
Le 3 “H”:
- Humor
- Honesty
- Heart to heart
Adesso vi spiego.
Supponiamo che la persona in questione vi dica: “Oddio, non ci posso credere, ho preso 3 chili!”.
Voi potreste ridere e ribattere: “Oh, bè, probabilmente hai solo bisogno di un gabinetto!”, e risollevare la situazione con un po’ di humor, dopodiché dire alla persona di stare tranquilla perché non è decisamente niente d’irreparabile, in maniera tale da non metterla di cattivo umore ma, contemporaneamente, di non mettervici voi.
Oppure, supponiamo che la persona in questione vi dica: “Accidenti, quanto sono grassa!”.
Voi potreste rispondere dicendole: “Ma figurati! Sei meravigliosa per quello che sei. Ed è questa la ragione per cui ti voglio bene”. Questa è honesty, onestà. E le persone talvolta temono la sincerità perché li mette a fronte di cose che non vogliono veramente sentire perché gli fanno paura, specie se sono belle, perché temono di poterle perdere. E poi, e qui parlo anche per esperienza personale, le persone che si fanno problemi col loro peso, molto spesso non sono affatto abituate a sentirsi dire cose del genere in piena serietà e sincerità. Ma se avete a cuore quella persona, dovete combattere i suoi pensieri negativi con qualcosa di REALE.
Un altro esempio. Supponiamo che la persona in questione vi dica: “Ho bisogno di fare una dieta drastica!!”.
La vostra risposta potrebbe essere: “No, non ne hai bisogno. Una dieta non ti farà sentire meglio, se non ti piaci. Perché il dimagrimento non è la risposta ai problemi. È solo un altro problema”. Nient’altro che pura honesty. La gente non è abituata a sentirsi sbattere in faccia con tanta onestà la realtà da qualcun altro. Ma talvolta è la cosa migliore da fare. Talvolta la persona con cui state parlando – anche se lo negherebbe – ha bisogno di sentirsi dire una cosa del genere. Un commento di questo tipo può portare la conversazione in un’altra direzione – in una buona direzione, in una giusta direzione, in una direzione utile.
E, per quanto riguarda l’ultima H.
Supponiamo che la persona in questione vi dica: “Sto provando a dimagrire. Oggi ho mangiato solo un’insalata, una mela, ed ho bevuto un lattina di Coca Cola light…” continuando poi a fornirvi un dettagliato resoconto delle sue abitudini alimentari dell’ultimo periodo. Dato che la cosa finisce per diventare inevitabilmente ansiogena, fatevi un favore parlandole heart to heart, cuore a cuore, e dicendole: “Non voglio dire che quello di cui mi stai parlando non sia importante, e ti sto ascoltando. E non voglio che tu pensi che io sia una persona con cui non si può parlare liberamente. Ma in questo momento per me è particolarmente difficile parlare di cibo, peso e diete. Ciò non significa che non voglio starti a sentire e che tu non sei importante per me, ma semplicemente che io ho un problema al riguardo sul quale devo ancora lavorare. Spero tu possa capirmi”.
Dicendo questo, non vi state giustificando. State dicendo la verità. Vi state preoccupando innanzitutto per voi stesse, ed è giusto che lo facciate. Ciò non significa che non siete delle buone amiche.
Certo, il mio è solo un esempio, poi potrete essere più o meno aperte a seconda della persona con cui state parlando e del rapporto che vi lega a lei. È chiaro che parlarne sarà più facile se la persona è al corrente del vostro disturbo alimentare, ma anche se non lo fosse, ci sono milioni di modi per comunicare in maniera più o meno soft quello che ho scritto qui sopra. E se poi la persona in questione dovesse iniziare a farvi domande alle quali non vi sentite di rispondere, basta che le diciate semplicemente: “Spero che non la consideri un’offesa o un segni di sfiducia, ma non me la sento di parlarne adesso. Però, se ce la farò, spero di poterne parlare con te in futuro”.
Tutte queste cose, lo so, sono difficili, ma quando le avrete fatte vedrete che vi sentirete meglio… e molto più equipaggiate di fronte a situazioni potenzialmente destabilizzanti.
Dopotutto, nella peggiore delle ipotesi, usare le 3 H è comunque meglio che rimanere in silenzio e con un falso sorriso incollato in faccia ad ascoltare cose che vi fanno stare male e vi spingono ad adottare di nuovo comportamenti disfunzionali… non è vero?!
Resterete sorprese di quanto la vostra voce, le vostre parole, possano fare una differenza. Resterete sorprese anche di quanto sia facile dire le cose una volta iniziato a farlo. Queste discussioni su peso/corpo/forme corporee/diete, capitano molto più spesso di quanto si desidererebbe, perciò sapere come destreggiarcisi è inevitabilmente un must.
Per stare meglio.
Tutte.
Questo può suscitare:
- Ansia
- Tristezza
- Spirito di emulazione
- Richiamo ai disturbi alimentari
- Rabbia
- Senso di ricaduta
- Impotenza
- Dolore
- Panico
- Etc…
- Tutte le cose sopraelencate
Tanto più che, molto spesso, la persona in questione è una persona a cui tenete ma che non sa del vostro disturbo alimentare, del quale non volete comunque parlare. E allora può diventare veramente complesso relazionarsi a questa persona.
Possibile soluzione: Personalmente, tendo a suggerire la strategia delle 3 “H”.
Le 3 “H”:
- Humor
- Honesty
- Heart to heart
Adesso vi spiego.
Supponiamo che la persona in questione vi dica: “Oddio, non ci posso credere, ho preso 3 chili!”.
Voi potreste ridere e ribattere: “Oh, bè, probabilmente hai solo bisogno di un gabinetto!”, e risollevare la situazione con un po’ di humor, dopodiché dire alla persona di stare tranquilla perché non è decisamente niente d’irreparabile, in maniera tale da non metterla di cattivo umore ma, contemporaneamente, di non mettervici voi.
Oppure, supponiamo che la persona in questione vi dica: “Accidenti, quanto sono grassa!”.
Voi potreste rispondere dicendole: “Ma figurati! Sei meravigliosa per quello che sei. Ed è questa la ragione per cui ti voglio bene”. Questa è honesty, onestà. E le persone talvolta temono la sincerità perché li mette a fronte di cose che non vogliono veramente sentire perché gli fanno paura, specie se sono belle, perché temono di poterle perdere. E poi, e qui parlo anche per esperienza personale, le persone che si fanno problemi col loro peso, molto spesso non sono affatto abituate a sentirsi dire cose del genere in piena serietà e sincerità. Ma se avete a cuore quella persona, dovete combattere i suoi pensieri negativi con qualcosa di REALE.
Un altro esempio. Supponiamo che la persona in questione vi dica: “Ho bisogno di fare una dieta drastica!!”.
La vostra risposta potrebbe essere: “No, non ne hai bisogno. Una dieta non ti farà sentire meglio, se non ti piaci. Perché il dimagrimento non è la risposta ai problemi. È solo un altro problema”. Nient’altro che pura honesty. La gente non è abituata a sentirsi sbattere in faccia con tanta onestà la realtà da qualcun altro. Ma talvolta è la cosa migliore da fare. Talvolta la persona con cui state parlando – anche se lo negherebbe – ha bisogno di sentirsi dire una cosa del genere. Un commento di questo tipo può portare la conversazione in un’altra direzione – in una buona direzione, in una giusta direzione, in una direzione utile.
E, per quanto riguarda l’ultima H.
Supponiamo che la persona in questione vi dica: “Sto provando a dimagrire. Oggi ho mangiato solo un’insalata, una mela, ed ho bevuto un lattina di Coca Cola light…” continuando poi a fornirvi un dettagliato resoconto delle sue abitudini alimentari dell’ultimo periodo. Dato che la cosa finisce per diventare inevitabilmente ansiogena, fatevi un favore parlandole heart to heart, cuore a cuore, e dicendole: “Non voglio dire che quello di cui mi stai parlando non sia importante, e ti sto ascoltando. E non voglio che tu pensi che io sia una persona con cui non si può parlare liberamente. Ma in questo momento per me è particolarmente difficile parlare di cibo, peso e diete. Ciò non significa che non voglio starti a sentire e che tu non sei importante per me, ma semplicemente che io ho un problema al riguardo sul quale devo ancora lavorare. Spero tu possa capirmi”.
Dicendo questo, non vi state giustificando. State dicendo la verità. Vi state preoccupando innanzitutto per voi stesse, ed è giusto che lo facciate. Ciò non significa che non siete delle buone amiche.
Certo, il mio è solo un esempio, poi potrete essere più o meno aperte a seconda della persona con cui state parlando e del rapporto che vi lega a lei. È chiaro che parlarne sarà più facile se la persona è al corrente del vostro disturbo alimentare, ma anche se non lo fosse, ci sono milioni di modi per comunicare in maniera più o meno soft quello che ho scritto qui sopra. E se poi la persona in questione dovesse iniziare a farvi domande alle quali non vi sentite di rispondere, basta che le diciate semplicemente: “Spero che non la consideri un’offesa o un segni di sfiducia, ma non me la sento di parlarne adesso. Però, se ce la farò, spero di poterne parlare con te in futuro”.
Tutte queste cose, lo so, sono difficili, ma quando le avrete fatte vedrete che vi sentirete meglio… e molto più equipaggiate di fronte a situazioni potenzialmente destabilizzanti.
Dopotutto, nella peggiore delle ipotesi, usare le 3 H è comunque meglio che rimanere in silenzio e con un falso sorriso incollato in faccia ad ascoltare cose che vi fanno stare male e vi spingono ad adottare di nuovo comportamenti disfunzionali… non è vero?!
Resterete sorprese di quanto la vostra voce, le vostre parole, possano fare una differenza. Resterete sorprese anche di quanto sia facile dire le cose una volta iniziato a farlo. Queste discussioni su peso/corpo/forme corporee/diete, capitano molto più spesso di quanto si desidererebbe, perciò sapere come destreggiarcisi è inevitabilmente un must.
Per stare meglio.
Tutte.
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giovedì 18 dicembre 2008
Arrivano le vacanze
A tutte:
Le cosiddette “vacanze di Natale” possono essere un periodo molto difficile. Un periodo fin troppo pieno di famiglia, cibo, comportamenti che finiscono per esasperarsi. Se scrivo queste parole, è semplicemente perché voglio dirvi che vi capisco e che vi sono vicina. Le vacanze di Natale possono essere estremamente ansiogene e possono farvi svegliare con un nodo in gola ogni mattina. Ma sapete una cosa?
Non è giusto. Le vacanze di Natale non sono state inventate per stare male. Sono state inventate per rilassarsi, per prendersi un po’ di tempo per pensare a noi stesse, per divertirsi… non per sperare che finiscano il più in fretta possibile. Perciò, cosa fare per non affrontare queste vacanze con l’inevitabile magone e per provare a trovarne gli aspetti migliori?
Fondamentalmente, dovreste cercare di darvi un bello scrollone e tentare di pensare positivo nonostante tutta la negatività che vi pesa dentro e di cui vi sentite impregnate. Dovreste cercare di pensare a stare bene voi stesse, e non a quello che gli altri vorrebbero voi faceste o come vorrebbero vi comportaste. So che è estremamente difficile, perché molto spesso questi “altri” sono genitori, parenti, amici, persone che contano molto per voi e che fareste di tutto per appagare… ma dalle quali vi sentite anche manipolate e sommerse. Bè, provare questi sentimenti va benissimo, è assolutamente naturale. Tutti i sentimenti lo sono – dato che si tratta di ciò che voi provate e che sorge spontaneamente. Però dovreste cercare di fare quello che è meglio per voi stesse, anche se ciò talvolta significa andare contro le aspettative altrui… e cercare di sopportare l’ansia che ne consegue, nella consapevolezza che voi meritate a pieno quello che tentate di ottenere per voi stesse.
So che può sembrare strano che io vi dica di pensare a voi stesse durante le vacanze di Natale, periodo in cui, tradizionalmente, viene sempre detto di pensare agli altri, ai bisognosi, ai meno fortunati… Ma solo se prima pensate a voi stesse ed avete cura di voi, e vi sentite in pace con voi stesse, potrete volgere lo sguardo verso l’esterno ed occuparvi degli altri. Un po’ come quando si dice che per piacere bisogna prima piacersi. Dovete cominciare con voi stesse per potervi aprire agli altri. Sembra facile e difficile allo stesso tempo, vero?!
Perciò cercate di stare tranquille, di focalizzarvi su ciò che desiderate per voi stesse, senza stare ad ascoltare i commenti degli altri. Qualche anno fa, chiunque facesse anche un piccolo e marginale commento su me e il cibo, mi rovinava completamente la giornata perché non riuscivo a smettere di pensarci e mi ci facevo sopra i peggiori film, arrivando così a caricare quelle parole di significati che molto probabilmente i miei interlocutori non avevano mai avuto neanche la minima idea di dargli. Quel che voglio dire, semplicemente, è che durante le feste, stando riuniti al tavolo con i parenti, può capitare che qualcuno faccia qualche commento su di voi e sul cibo: bene, non lasciate che ciò vi condizioni. Pensate a quello che è veramente importante per voi, che sapete cosa state facendo anche se gli altri possono non capirlo, e lasciate così che le parole altrui vi scorrano addosso.
Al solito, più facile a dirsi che a farsi. Ma tutto quello che dovete fare è tentare. Solo tentare. Quando vi succede qualcosa d’irritante, quando vedete o sentite qualcosa che vi fa tribolare, che vi fa venir voglia di restringere o di abbuffarvi, o di fare ogni qualsiasi altra cosa auto-distruttiva, ogni qualsiasi altro comportamento che vi ritrascina nel gorgo dei disturbi alimentari, NON CEDETE. Non lasciate che questi impulsi sopprimano la parte migliore di voi. Non cedete alla rabbia, alla tristezza, al dolore, alla frustrazione, all’ansia. Al contrario, usate tutte le emozioni che state provando, e trasducetele in determinazione per darvi la forza di continuare a comportarvi nel miglior modo possibile. Fate quello che è meglio per voi in senso oggettivo. Concedetevelo. Non pensate a quello che gli altri dicono o a come vi guardano. Pensate a voi stesse. Non pensate al cibo e a quanto dovreste/non dovreste mangiarne. Non fatevi fregare da quei pensieri ossessivi che finiscono per sembrare naturali, tanto spesso rimbalzano in testa. Pensate alla bambina che c’è in voi. E datele quello che desidera. Vi è permesso di essere indulgenti con voi stesse. Vi è permesso di cercare di sentirvi bene. Vi è permesso di essere felici. E non succede niente, sapete?!
Davvero.
Scrivetevi una lettera. Una lettera breve, una lettera lunga, anche solo una frase, poche parole, ciò che volete. Ma scrivetevi qualcosa di positivo, che vi rammenti che voi siete più forti di tutte le avversità che state attraversando e che perciò potete superarle. Magari potete anche scrivere semplicemente: “Puoi farcela! Sei molto più forte di quel che credi!”. Qualsiasi cosa, ma scrivetevela. Scrivetela unicamente per voi stesse. Scrivetela su un pezzo di carta e poi infilatelo nella tasca dei vostri jeans, o della vostra tuta, o nel vostro borsello, o in qualsiasi posto possiate averlo sempre con voi. E quando sentite che le cose vanno particolarmente male, quando sentite che proprio non ce la fate più, tiratelo fuori e leggetelo. Rassicuratevi. Non cedete. Non lasciatevi influenzare da tutto quello che anoressia e bulimia mettono in testa. Dopo vi ringrazierete. Magari il giorno dopo. Magari il mese dopo. O magari anni dopo. Ma vi ringrazierete.
Volete davvero che le vostre vacanze di natale siano un inferno? Uno stress continuo? Giorni pieni di rabbia, panico, nervosismo, ossessioni, angoscia, ansia, tristezza? Ma certo che non lo volete. E non lo meritate. Anzi, voi meritate tutte le cose più belle che le vacanze possono portare. Lo so che non si possono cancellare tutti i sentimenti negativi, le ossessioni ed i comportamenti sbagliati nel tempo di una vacanza di Natale. Ma potete iniziare a farlo.
Cominciate adesso. Iniziate con queste vacanze.
Faccio un enorme in bocca al lupo a tutte… Voi potete farcela tranquillamente, sapete?!
Le cosiddette “vacanze di Natale” possono essere un periodo molto difficile. Un periodo fin troppo pieno di famiglia, cibo, comportamenti che finiscono per esasperarsi. Se scrivo queste parole, è semplicemente perché voglio dirvi che vi capisco e che vi sono vicina. Le vacanze di Natale possono essere estremamente ansiogene e possono farvi svegliare con un nodo in gola ogni mattina. Ma sapete una cosa?
Non è giusto. Le vacanze di Natale non sono state inventate per stare male. Sono state inventate per rilassarsi, per prendersi un po’ di tempo per pensare a noi stesse, per divertirsi… non per sperare che finiscano il più in fretta possibile. Perciò, cosa fare per non affrontare queste vacanze con l’inevitabile magone e per provare a trovarne gli aspetti migliori?
Fondamentalmente, dovreste cercare di darvi un bello scrollone e tentare di pensare positivo nonostante tutta la negatività che vi pesa dentro e di cui vi sentite impregnate. Dovreste cercare di pensare a stare bene voi stesse, e non a quello che gli altri vorrebbero voi faceste o come vorrebbero vi comportaste. So che è estremamente difficile, perché molto spesso questi “altri” sono genitori, parenti, amici, persone che contano molto per voi e che fareste di tutto per appagare… ma dalle quali vi sentite anche manipolate e sommerse. Bè, provare questi sentimenti va benissimo, è assolutamente naturale. Tutti i sentimenti lo sono – dato che si tratta di ciò che voi provate e che sorge spontaneamente. Però dovreste cercare di fare quello che è meglio per voi stesse, anche se ciò talvolta significa andare contro le aspettative altrui… e cercare di sopportare l’ansia che ne consegue, nella consapevolezza che voi meritate a pieno quello che tentate di ottenere per voi stesse.
So che può sembrare strano che io vi dica di pensare a voi stesse durante le vacanze di Natale, periodo in cui, tradizionalmente, viene sempre detto di pensare agli altri, ai bisognosi, ai meno fortunati… Ma solo se prima pensate a voi stesse ed avete cura di voi, e vi sentite in pace con voi stesse, potrete volgere lo sguardo verso l’esterno ed occuparvi degli altri. Un po’ come quando si dice che per piacere bisogna prima piacersi. Dovete cominciare con voi stesse per potervi aprire agli altri. Sembra facile e difficile allo stesso tempo, vero?!
Perciò cercate di stare tranquille, di focalizzarvi su ciò che desiderate per voi stesse, senza stare ad ascoltare i commenti degli altri. Qualche anno fa, chiunque facesse anche un piccolo e marginale commento su me e il cibo, mi rovinava completamente la giornata perché non riuscivo a smettere di pensarci e mi ci facevo sopra i peggiori film, arrivando così a caricare quelle parole di significati che molto probabilmente i miei interlocutori non avevano mai avuto neanche la minima idea di dargli. Quel che voglio dire, semplicemente, è che durante le feste, stando riuniti al tavolo con i parenti, può capitare che qualcuno faccia qualche commento su di voi e sul cibo: bene, non lasciate che ciò vi condizioni. Pensate a quello che è veramente importante per voi, che sapete cosa state facendo anche se gli altri possono non capirlo, e lasciate così che le parole altrui vi scorrano addosso.
Al solito, più facile a dirsi che a farsi. Ma tutto quello che dovete fare è tentare. Solo tentare. Quando vi succede qualcosa d’irritante, quando vedete o sentite qualcosa che vi fa tribolare, che vi fa venir voglia di restringere o di abbuffarvi, o di fare ogni qualsiasi altra cosa auto-distruttiva, ogni qualsiasi altro comportamento che vi ritrascina nel gorgo dei disturbi alimentari, NON CEDETE. Non lasciate che questi impulsi sopprimano la parte migliore di voi. Non cedete alla rabbia, alla tristezza, al dolore, alla frustrazione, all’ansia. Al contrario, usate tutte le emozioni che state provando, e trasducetele in determinazione per darvi la forza di continuare a comportarvi nel miglior modo possibile. Fate quello che è meglio per voi in senso oggettivo. Concedetevelo. Non pensate a quello che gli altri dicono o a come vi guardano. Pensate a voi stesse. Non pensate al cibo e a quanto dovreste/non dovreste mangiarne. Non fatevi fregare da quei pensieri ossessivi che finiscono per sembrare naturali, tanto spesso rimbalzano in testa. Pensate alla bambina che c’è in voi. E datele quello che desidera. Vi è permesso di essere indulgenti con voi stesse. Vi è permesso di cercare di sentirvi bene. Vi è permesso di essere felici. E non succede niente, sapete?!
Davvero.
Scrivetevi una lettera. Una lettera breve, una lettera lunga, anche solo una frase, poche parole, ciò che volete. Ma scrivetevi qualcosa di positivo, che vi rammenti che voi siete più forti di tutte le avversità che state attraversando e che perciò potete superarle. Magari potete anche scrivere semplicemente: “Puoi farcela! Sei molto più forte di quel che credi!”. Qualsiasi cosa, ma scrivetevela. Scrivetela unicamente per voi stesse. Scrivetela su un pezzo di carta e poi infilatelo nella tasca dei vostri jeans, o della vostra tuta, o nel vostro borsello, o in qualsiasi posto possiate averlo sempre con voi. E quando sentite che le cose vanno particolarmente male, quando sentite che proprio non ce la fate più, tiratelo fuori e leggetelo. Rassicuratevi. Non cedete. Non lasciatevi influenzare da tutto quello che anoressia e bulimia mettono in testa. Dopo vi ringrazierete. Magari il giorno dopo. Magari il mese dopo. O magari anni dopo. Ma vi ringrazierete.
Volete davvero che le vostre vacanze di natale siano un inferno? Uno stress continuo? Giorni pieni di rabbia, panico, nervosismo, ossessioni, angoscia, ansia, tristezza? Ma certo che non lo volete. E non lo meritate. Anzi, voi meritate tutte le cose più belle che le vacanze possono portare. Lo so che non si possono cancellare tutti i sentimenti negativi, le ossessioni ed i comportamenti sbagliati nel tempo di una vacanza di Natale. Ma potete iniziare a farlo.
Cominciate adesso. Iniziate con queste vacanze.
Faccio un enorme in bocca al lupo a tutte… Voi potete farcela tranquillamente, sapete?!
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