Come gli alchimisti trasformavano il ferro in oro… voi potete trasformare l’oscurità in luce. Siete tutte benvenute.
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venerdì 20 dicembre 2013

Suggerimenti natalizi

Per alcune persone, il periodo pre-natalizio racchiude in sè un qualcosa di veramente magico: è il preludio di feste in famiglia e tra amici, progetti mirabolanti per il capodanno, scambio di regali a manetta, dolci caratteristici e musica di stagione. Ma per chi ha un DCA, che sia l’anoressia, la bulimia, il binge o un DCAnas, il Natale può rappresentare un qualcosa di piuttosto stressante.

Come ogni anno perciò, essendo questo il mio ultimo post pre-natalizio, voglio provare a scrivere alcuni suggerimenti che potrebbero aiutarvi ad alleviare la pressione del Natale, e a trascorrere con un pochina più di serenità questa giornata che può non essere proprio facilissima.

1) Organizzatevi. Se i vostri amici hanno in programma di fare qualcosa di particolare per Natale, non rinunciate a parteciparvi solo perchè ne siete ostacolate dal vostro DCA. Piuttosto, chiedete a chi ha organizzato l’evento gli orari dello stesso, cosa verrà cucinato, chi saranno i partecipanti, etc. In questo modo, saprete cosa aspettarvi e l’ansia diminuirà. In alternativa, fate la prima mossa: organizzate il ritrovo con gli amici a casa vostra, così potrete mangiare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”, e allo stesso tempo non dovrete rinunciare alla compagnia.

2) Spostate il discorso. Spesso e volentieri durante il pranzo/la cena di Natale la gente tende a parlare di argomenti quali il cibo che state mangiando, il cibo in generale, le diete, i propositi per l’anno nuovo, etc. Quando perciò sentite che la conversazione di sta facendo triggering, provate a spostare il discorso su altri lidi, tirando in campo altri argomenti di conversazione che non abbiano niente a che fare con tutto ciò che può riecheggiare anche solo alla lontana il DCA.

3) Non rimanete a tavola. È piuttosto comune, alla fine del pasto, rimanere seduti a tavola a chiacchierare. Ma il fatto che sia tradizione, non significa che è un obbligo. Perciò, sparecchiate la tavola e continuate a chiacchierare e celebrare in un’altra stanza, magari davanti ad un videogioco o guardando un film. Questo può aiutarvi ad allontanare l’attenzione dal cibo, prendendo così le distanze dai pensieri negativi, e a divertirvi in altro modo con le persone che vi stanno intorno.

4) Fatevi dare una mano. Se insieme a voi a Natale è presente qualcuno che sa del vostro DCA, parlate con lui/lei di quelle che sono le vostre difficoltà in maniera tale che questa persona possa supportarvi ed aiutarvi durante tutto l’arco della giornata.

5) Non focalizzatevi sul cibo, focalizzatevi sulle persone. Anziché fissarvi su quello che avete nel piatto, provate a distrarvi conversando con chi vi sta accanto: in questo modo l’idea del cibo si allontanerà, e una volta finito di pranzare/cenare potrete dedicarvi a cose certo più piacevoli, che vi facciano stare bene.

6) Ignorate i menagrami. Ci sarà sempre quella cugina/zia/cognata/suocera/nonna[inserire grado di parentela] antipatica ed acida che si divertirà a calpestare la vostra sensibilità ignorando le vostre difficoltà e sbandierando ai quattro venti cose come: “Ma come mai mangi così poco/tanto?”, “Guarda come sei dimagrita/ingrassata dall’anno scorso!”, “Non vorresti un altro po’ di quello/di quell’altro?”. Okay, frasi del genere non aiutano affatto chi ha un DCA. Perciò, quando qualcuno salta fuori con commenti di questo tipo, ignoratelo. Fate finta di non aver sentito, evitate di rispondere (che tanto con persone di questo tipo qualsiasi cosa diciate sarà usata contro di voi), dirottate il discorso su altre tematiche, e ricordate sempre che chi si esprime così, oltre a mancare completamente di tatto, non dice mai niente di vero né di importante.

7) Guardate il Natale in prospettiva. Vi suggerisco di prendere un foglio di carta e, con un pennarello, dividerlo in 12 parti identiche che rappresentano i 12 mesi dell’anno. Ogni mese, dividetelo poi in settimane, ed ogni settimana dividetela in giorni. Poi prendete un pennarello evidenziatore, e colorate la casellina che corrisponde al 25 Dicembre. Sembra molto piccola, non è vero?! Così diventa decisamente più maneggevole.

8) Non dimenticate che si tratta di un solo giorno. Per quanto terribile e durissimo il vostro Natale possa essere, tenete sempre a mente che si tratta di un giorno solo. Passa e finisce. Più velocemente di quel che possiate credere. E se anche col cibo non va come vorreste, se anche non riuscite a seguire il vostro “equilibrio alimentare” (in eccesso o in difetto), non preoccupatevi: il lavoro di mesi non viene certo compromesso da un singolo giorno. Anche perché il nostro corpo è dotato di un’ottima capacità di omeostasi, per cui tende a minimizzare ogni alterazione dall’ordinario, perciò, non vi preoccupate: non succederà assolutamente niente.

Se c'è qualcos'altro che vi è stato utile per gestire bene la giornata di Natale in passato e, se vi va, aggiungete qualche altro consiglio, qualcosa che voi avete trovato utile, nei commenti… e fatemi sapere com’è andata.

BUON NATALE!!  

(grazie ad Ilaria che mi ha fornito questa simpaticissima immagine natalizia!!)

venerdì 26 luglio 2013

Ansia, anoressia ed estrogeni: uno studio da prendere con le pinzze

Recentemente – stranamente attraverso Twitter! – ho scoperto un report su una recente scoperta che parrebbe mostrare come un incremento della concentrazione ematica di estrogeni riduca i livelli di ansia nelle persone affette da disturbi alimentari. A primo acchito, sembra una scoperta grandiosa: l’ansia è senz’altro un fattore molto importante nello sviluppo e nella perpetuazione dell’anoressia/bulimia, per cui riuscire a trovare qualcosa che la riduce sarebbe tanta roba!

Di per sè, il discorso non fa una piega.

Il problema è che, indagando un po’ più a fondo, salta fuori che questo studio ha poche e punte basi scientifiche, ed è viceversa molto empirico. Spiacente, ma devo rompere le uova nel paniere di chi, dopo aver letto le prime righe di questo post, si era già precipitata dal medico a farsi prescrivere millemila chili di estrogeni.

Ma lasciate che approfondisca un attimo cos’è saltato fuori da questa ricerca, cos’hanno trovato i ricercatori e (cosa più importante) cosa NON hanno trovato.

Primi due punti, giusto note a margine che mi sono venute in mente non appena ho letto l’abstract di questo “studio” (sono mie considerazioni, non hanno valenza oggettiva, prendetele per quello che sono, ma magari qualcosa di sensato c'è...):

1) Questo studio non è stato pubblicato in nessuna rivista scientifica. Sembra una sottigliezza, ed invece è importantissimo per diverse ragioni: personalmente non conosco tutti i dettagli riguardo a ciò che hanno fatto gli autori dello “studio”, quindi la mia analisi non sarà buona né completa come potrebbe essere se fossi a conoscenza di tutti i particolari. Certo è che parla di endocrinologia, quindi sarà senz’altro stato fatto valutare da degli endocrinologi: se questi ultimi non hanno dato il “via libera” alla pubblicazione, evidentemente vi hanno trovato delle cose non attendibili o comunque stonate.

2) La terapia con estrogeni e la pillola anticoncezionale non sono la stessa cosa. Leggendo alcuni dei commenti pubblicati dagli utenti di Internet in merito a questo “studio”, ho visto che alcune donne affermavano che effettivamente da quando prendevano la pillola anticoncezionale si sentivano meno ansiose. Eh certo, perché da quando prendete la pillola potete chiavare da mane a sera senza correre il rischio di restare incinta, lo credo che siete meno in ansia! (Perdonate la schiettezza, ma talvolta la gente scrive cose che mi fanno cascare le p… braccia). Vorrei peraltro far notare alle ragazzuole pronte ad affermare che da quando prendono la pillola si sentono meno in ansia, che i contraccettivi orali sono una combinazione di estrogeni + progesterone, oppure, nella maggior parte dei casi, progesterone e basta.

 Detto questo, ecco come è stato condotto lo “studio”.

Un team guidato da Madhusmita Misra (medico del Massachusetts General Hospital), ha raccolto un gruppo costituito da 72 ragazze di età compresa tra i 13 e i 18 anni, cui era stata diagnosticata anoressia. Metà di queste ragazze hanno ricevuto una terapia con estrogeni, l’altra metà una terapia con placebo. Le partecipanti sono state seguite per 18 mesi. Sia all’inizio che alla fine della ricerca sono stati dati alle ragazze dei questionari da compilare per valutare le cosiddette “state and trait anxiety” (in mancanza di una traduzione letterale che renda bene in Italiano, direi che si definisce “state anxiety” quanto una persona è ansiosa di fronte ad un evento specifico, e “trait anxiety” quanto una persona è caratterialmente ed in generale ansiosa), nonché la loro percezione della propria immagine corporea.

Da notare che metà delle partecipanti hanno abbandonato lo “studio” prima della fine. Non è insolito che una certa quota delle persone con anoressia/bulimia che vengono coinvolte in degli studi scientifici inerenti la loro malattia decida di uscirne prima della conclusione per svariate ragioni (è per questo che è così difficile trovare studi scientifici completi su malattie come i DCA – i campioni che completano lo studio sono piccoli e quindi statisticamente poco significativi), ma in questo “studio” ha mollato quasi il 50% delle persone coinvolte, che già erano poche, e penso che chiunque capisca che un studio condotto su 37 persone ha una valenza ESTREMAMENTE limitata. Comunque… alla fine dello studio erano rimaste 20 ragazze trattate con estrogeni, e 17 ragazze trattate con placebo. Dunque, numero di persone più o meno equivalente in ambo i gruppi.

Dalle conclusioni tratte da coloro che hanno condotto lo “studio”, pare che le ragazze che sono state trattate con estrogeni abbiano avuto una riduzione dell’ansia maggiore rispetto a quelle trattate col placebo. Anche se, mi verrebbe da aggiungere, dato l’esiguo numero di ragazze residue, penso che non ci siano state abbastanza parteciparti per capire se sia stato un caso fortuito, o se effettivamente gli estrogeni avevano fatto effetto.

È peraltro abbastanza interessante notare come, pur teoricamente riducendo i livelli di ansia, la terapia con estrogeni NON abbia cambiato in alcun modo i comportamenti alimentari, i comportamenti in generale, o la percezione dell’immagine corporea di queste ragazze. I ricercatori sostengono che la terapia estrogenica abbia prevenuto un peggioramento della percezione dell’immagine corporea associato al recupero del peso. Però non specificano quante delle partecipanti abbiano effettivamente ripreso peso (e quanto) durante i 18 mesi dell’esperimento, e non specificano neanche quali psicoterapia e/o terapia di riabilitazione nutrizionale queste ragazze abbiano concomitantemente seguito.

“L’identificazione delle terapie che riducono l’ansia e l’insoddisfazione per il proprio corpo con l’aumento del peso, possono avere un forte impatto in merito alla riduzione delle ricadute” afferma Misra in un’intervista che ha rilasciato QUI. “Queste scoperte hanno un forte impatto sulla terapia dell’anoressia nervosa, perché è possibile iniziare una terapia ormonale con estrogeni fin da subito in ragazze che ne sono carenti”. 
(mia traduzione)

[Nota a margine. TUTTE le donne con anoressia sono carenti di estrogeni: è uno dei principali motivi per cui a un certo punto sparisce il ciclo, e talora non torna neanche dopo aver recuperato peso.] 

Certo, una riduzione dell’ansia può essere importante, ed è senz’altro positiva Il problema è che questo “studio” non dimostra in alcun modo che la riduzione dell’ansia sia efficace nel guarire dall’anoressia, che era l’obiettivo che lo “studio” si poneva di dimostrare. Se si riuscisse veramente a dimostrare che una riduzione dei livelli di ansia migliora anche l’aspetto DCA, sarebbe veramente una gran cosa. Bisognerebbe quantomeno ripetere lo studio su un gruppo numericamente molto più ampio, e fare un follow-up più prolungato, anche per vedere se questo presunto abbassamento del livello di ansia si traduce anche in una riduzione dei comportamenti e dei pensieri tipici del DCA. Anche l’idea che una terapia estrogenica possa ridurre numericamente le ricadute è interessante ma, di nuovo, è necessario un lungo follow-up per vedere se questo sia effettivamente vero, o soltanto un’ipotesi.

È interessante, presumibilmente anche promettente, ma per ora, a mio parere, non credo possa essere considerato un significativo passo avanti.

venerdì 21 giugno 2013

Le cose buone (NON) arrivano per chi sa aspettare: I veri danni delle lunghe liste d'attesa

Chiedere aiuto quando si ha un DCA, è sempre un qualcosa di estremamente difficile per chiunque si trovi in questa situazione. Le motivazioni per cui è difficile possono essere molteplici, e variabili da persona a persona. Per alcune rivelare il proprio DCA può suscitare sentimenti d’intensa vergona. Per altre chiedere aiuto è umiliante. Per altre ancora c’è la difficoltà di abbandonare una strategia di coping che, per quanto patologica, è comunque assolutamente funzionale. E così via. Per non parlare delle difficoltà che s’incontrano nel parlare del proprio DCA a degli psicoterapeutici che potrebbero non essere in sintonia con la nostra personalità, o scarsamente provvisti d’empatia.

Comunque, in genere, quando proprio non se ne può veramente più del disturbo alimentare, quando stiamo veramente male e ci rendiamo conto che non abbiamo più niente da perdere, ci si decide a rivolgersi alla ASL/USL richiedendo di essere prese in carico e seguite per il nostro DCA. Cosa succede? Succede che nella maggior parte dei casi si riesce ad avere un appuntamento, ma le liste d’attesa sono spaventosamente lunghe. È l’altra faccia della medaglia dell’avere una sanità pubblica: la cosa estremamente positiva è che chiunque, a prescindere dal proprio status economico, può accedere alle cure. La cosa negativa è che questo crea liste d’attesa veramente lunghissime. La cosa è naturalmente variabile da regione a regione: qui dove vivo io le cose vanno relativamente bene, ma parlando con altre ragazze che hanno un DCA e che hanno chiesto aiuto in regioni differenti da quella in cui abito io, mi sono sentita dire che anche solo per avere un primo appuntamento c’è da aspettare 3 – 4 mesi.

In quale magico mondo una lista d’attesa di 4 mesi può essere considerate accettabile? (E non mi riferisco solo ai DCA, ma a tutte le malattie, comprese quelle più letali.)

Se una ragazza sottopeso causa anoressia si rivolge alla propria ASL/USL, e le viene detto che prima di avere un appuntamento dovrà attendere 4 mesi, il messaggio subliminale che passa è: non sei abbastanza malata. Non hai bisogno di essere visitata con urgenza. Non meriti medici che ti seguano. Non sei abbastanza importante da essere aiutata. Smettila di essere così infantile. Ripigliati.

Questo è il motivo per cui molte ragazze che soffrono d’anoressia/bulimia vanno incontro a problemi di salute anche gravi (e, purtroppo, in alcuni casi letali) mentre sono in lista d’attesa. Tuttavia, la maggior parte delle ragazze riesce in qualche modo a farcela e a rimanere relativamente stabile fino a che non arriva il giorno dell’appuntamento. Che cosa succede poi?

Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda e hanno provato a capire in che modo una lunga attesa possa influenzare la successiva risposta al trattamento da parte di una malata di DCA. I risultati cui sono giunti paiono tutt’altro che incoraggianti.

Uno studio a tal proposito è stato pubblicato lo scorso anno su “Behaviour Research and Therapy”, ed i ricercatori hanno valutato i fattori che hanno portato le pazienti affette da un DCA ad abbandonare la terapia ambulatoriale. Alcuni di questi fattori sono strettamente individuali, ma uno dei più importanti predittori di abbandono della terapia è rappresentato proprio dalla lunghezza della lista d’attesa prima di avere un appuntamento (Carter et al., 2012).

Esaminiamo quindi un po’ i dati, e vediamo cosa hanno trovato questi ricercatori. Per prima cosa, la definizione di “abbandono”.

“L’ “abbandono” della terapia viene comunemente definito come una cessazione non consensuale della terapia da parte della paziente, o dovuto all’incapacità della paziente di accettare gli obiettivi del trattamento stesso (per esempio, raggiungere un B.M.I. pari a 18, o cessare il vomito autoindotto).”
 (mia traduzione) 

Il mancato compimento fino alla fine del percorso terapeutico è un qualcosa di molto serio: la statistica dice che dal 30 al 70% delle pazienti con un DCA non completano il loro percorso terapeutico. Piuttosto che considerare queste pazienti come non complianti, a me questo sembra un chiaro segnale sia della forza dell’anoressia, sia dell’ansia estrema prodotta dall’idea di abbandonare sia i comportamenti sia il pattern mentale tipico del DCA.

I ricercatori, per studiare quali fossero i fattori che allontanavano precocemente le ragazze affette da DCA dalla terapia, hanno valutato 189 pazienti che erano seguite in regime ambulatoriale tra il 2005 e il 2010. Le pazienti in questione avevano un’età compresa tra i 16 e i 53 anni (per lo più, comunque, erano intorno ai 26 anni), e solo 4 di queste (2,1%) erano uomini. Di queste pazienti, il 18% era affetta da anoressia, il 40,2% da bulimia, e il 41,8% da DCAnas. Di ciascuna paziente sono stati valutati molteplici parametri: il peso prima dell’esordio del DCA, il peso che avevano al momento dello studio, la durata del DCA, la presenza di comorbidità (autolesionismo, DOC, disturbo bipolare, disturbo borderline, disturbo d’ansia, depressione, etc…) e così via, nonché alcune informazioni demografiche di base.

I ricercatori hanno anche valutato quanto tempo queste persone fossero state in lista d’attesa prima di accedere al loro primo appuntamento. (Il trattamento in questione consisteva nella terapia cognitive-comportamentale, 20 sedute per le persone affette da bulimia/DCAnas, e 40 – 50 sedute per le persone affette da anoressia.)

Di tutte le pazienti che avevano iniziato il trattamento, il 55% l’ha portato a termine, mentre il 45% no. È una percentuale di abbandono altissima. Le pazienti che hanno abbandonato, l’hanno fatto per lo più dopo una dozzina di sedute. Non ci sono grosse differenze nei tassi d’abbandono della terapia in persone affette da diversi tipi di DCA. 

Se non è dunque la tipologia di DCA che influisce sul tasso d’abbandono della terapia, cos’altro lo fa?

Queste le risposte dei ricercatori:

• Peso corporeo. I maggiori tassi d’abbandono della terapia sono stati riscontrati nelle pazienti che avevano un minore peso corporeo.

• Comorbidità. La concomitante presenza di altre patologie psichiatriche oltre al DCA (soprattutto i disturbi d’ansia) ha favorito l’abbandono della terapia.

• Evitamento. Le pazienti che presentavano un atteggiamento di forte evitamento nei confronti delle emozioni negative, e una minore resistenza allo stress indotto dal percorso terapeutico, abbandonavano più facilmente la terpia. E, indovinate un po’…

• Lunghezza della lista d’attesa. Tanto più le pazienti avevano aspettato il trattamento, tanto più era lunga la lista d’attesa, tanto maggiore era poi l’abbandono della terapia. Nella fattispecie, il maggiore tasso d’abbandono della terapia è stato riscontrato nelle ragazze che avevano passato più di 3 mesi in lista d’attesa.

L’importanza dell’aver individuato questi 4 punti è che, tra tutti, la lunghezza della lista d’attesa è quello (teoricamente) più facilmente modificabile. Se una paziente si rivolge all’ASL/USL solo quando il suo peso è enormemente basso, non ci si può far nulla. Ed è difficile anche agire su fattori come la comorbidità o l’evitamento, sebbene lavorare su questi fronti potrebbe rendere una paziente meggiormente capace di portare a termine la terapia. Ma questi sono fattori strettamente individuali.

Viceversa, una lista d’attesa è un fattore esterno alle pazienti stesse, un fattore che dipende dall’efficienza e dalla disponibilità del sistema sanitario nazionale, e sul quale dunque è possibile agire concretamente. Una lista d’attesa pazzescamente lunga non ha ripercussioni negative solo a breve termine (la paziente potrebbe peggiorare drasticamente o addirittura morire durante l’attesa), ma anche a lungo termine, poiché la tendenza alla cronicizzazione dei DCA è un significativo predittore della possibilità che ha una persona di non riuscire ad essere aderente alla terapia, e dunque di non riuscire ad avere una remissione. Il problema è quindi duplice.

Gli autori dello studio, infatti, concludono:

“[…] Nelle persone affette da un disturbo alimentare, la motivazione all’intraprendere un percorso terapeutico è universalmente riconosciuta come un fattore critico nell’aderenza e nella riuscita del trattamento. Nell’esatto momento in cui una persona decide di chiedere aiuto per la sua anoressia/bulimia, la sua motivazione è al massimo livello possibile. Tuttavia, detta motivazione tende ad affievolirsi col tempo se non viene rapidamente ed efficacemente sostenuta. Pertanto, una lunga lista d’attesa rappresenta senz’altro uno dei fattori che favorisce l’abbandono terapeutico, prima e dopo aver iniziato un trattamento. E’ di fondamentale importanza dunque, per il sistema sanitario nazionale, avere ben chiare quali siano le conseguenze dell’avere lunghe liste d’attesa, e di come ciò favorisca l’abbandono terapeutico, e la proliferazione dei disturbi alimentari nei singoli individui.” 
(mia traduzione)

venerdì 26 aprile 2013

Ansia, cibo e necessità di controllo

Recentemente ho letto un articolo inerente la relazione che intercorre tra fobie e la necessità di controllo. Una delle componenti-chiave della fobia è l’ansia, la paura di perdere il controllo. Cosa potrebbe succedere se fossi chiusa dentro uno spazio molto ristretto e non potessi uscire? – si chiede la persona claustrofobica. O, nel caso dell’anoressia: cosa potrebbe succedere se io non restringessi sistematicamente l’alimentazione? Cosa potrebbe succedere se non facessi sempre la stessa attività fisica tutti i giorni?, e così via…

Il controllo è in realtà un sentimento qualitativo, sì, ma attraverso il DCA lo trasformiamo in un qualcosa di quantitativo: dose di cibo assunto, entità di attività fisica svolta, B.M.I., taglia dei vestiti… Il punto è che, in realtà, la nostra spasmodica ricerca di controllo è strettamente connessa alla ricerca di un sollievo dall’ansia. Il pensiero di base è: se riesco a controllare alla perfezione tutto ciò che riguarda il cibo e l’attività fisica, allora mi sentirò come se tutto nella vita potesse andare bene. 

Salvo poi ovviamente il rendersi conto che questo “andare tutto bene” è un’utopia, e che le cose non vanno dritte a prescindere dal nostro comportamento alimentare. Ma la sensazione di controllo che l’anoressia comunque c’infonde è tale che continuiamo ad ancorarci ad essa anche quando sappiamo quanto possa essere deleteria per noi.

Io penso – per quella che è stata la mia esperienza personale, si capisce, lungi da me il voler fare di tutta l’erba un fascio – che l’aspetto fondamentale di un DCA sia proprio la mania di avere il controllo. La necessità di avere la sensazione di avere il controllo, vero o illusorio che sia, è la base di tutto. Ma non è tutto, ovviamente. Perché spesso l’anoressia non nasce soltanto come un qualcosa che si sente il bisogno di controllare, ma anche come un modo per provare a sentirci più a nostro agio con noi stesse. Il tutto diventa poi un serpente che si morde la coda: più andiamo avanti nella malattia, più sentiamo che il controllo ci sfugge, più strettamente cerchiamo di controllare l’alimentazione per evitare di essere soverchiate dall’ansia.

L’ansia è un altro elemento molto importante nel contesto di un DCA. Non è tanto correlata al cibo in sé, quanto a tutto il resto: alla vita stessa, così ansiogena che bisogna per forza ricorrere ad una strategia di coping. Occorre inoltre sempre tener presente il fatto che i DCA hanno un effetto sia psicologico, sia neurochimico: il ridurre l’introito alimentare limita la produzione di quei neurotrasmettitori che fomentano l’ansia, e i comportamenti rituali di checkup danno l’illusione di avere il pieno controllo su ogni singolo aspetto della propria vita.

Paradossalmente, più ci s’inoltra nell’anoressia, più la vita diventa difficile. Questo ci spinge a impegnarci ancora di più in questa via distruttiva per mantenere il senso di controllo che il DCA ci dà. L’avere un senso di controllo riduce lo stress.

Una delle cose che più stressa le persone è sentire di non avere il controllo. Quando perdiamo il controllo, attuiamo elaborate ginnastiche mentali per auto-convincerci che abbiamo il controllo, o per evitare di compiere azioni che potrebbero portarci a perdere il controllo. Molte di queste sono ascrivibili al “pensiero magico”: se vado sulla cyclette per mezz’ora, andrà tutto bene. Manterrò il controllo, il mio peso rimarrà stabile, e sarà tutto okay. Oppure: se riesco a restringere l'alimentazione in questo modo, posso controllare tutto e quindi niente mi coglierà impreparata. Cose del genere diventano mantra inconsci che ci ripetiamo più e più volte, arrivando ad organizzare sempre di più la nostra vita in funzione delle stesse.

Quel che dovremo fare, perciò, è imparare ad affrontare face-to-face i nostri veri problemi. Soltanto confrontandoci con quello che ci mette ansia e ci spaventa, possiamo renderci conto che il controllo è sopravvalutato. Inoltre, ironicamente, dato tutto il controllo che abbiamo dato prova di possedere con l’anoressia, possiamo utilizzare lo stesso per mantenerci dritte sulla strada del ricovero: non abbiamo forse dimostrato di avere un controllo così forte da permetterci di fare tutto ciò che vogliamo??!...

Dunque, in conclusione, l’anoressia non è una malattia del cibo, è una malattia del controllo. È anche una malattia dell’ansia, della paura, dello stress, di tutti i problemi assolutamente individuali e personali che ognuna di noi ha e che momentaneamente non riesce ad affrontare se non con quest’erronea strategia di coping. Un DCA è un insieme di tante cose, in fondo, per cui penso che l’unico semplice modo per spiegare cos’è un DCA sia il dire che è… complicato.

venerdì 21 dicembre 2012

15 idee per superare il Natale

Dato che, a dispetto delle profezie Maya, il mondo non è finito, ecco che si avvicina anche per quest'anno il Natale, una giornata non troppo facile da attraversare per chi ha un DCA. Poiché il Natale rappresenta indubbiamente un momento ansiogeno, come si può cercare di venire a patti con lo stress e con l’ansia che si prova nel dover vivere una situazione simile? Come tutti gli anni, voglio provare a darvi qualche piccolo suggerimento al riguardo, nella speranza che possa esservi anche solo un po’ utile…

1. Programmate. Se avete in programma di andare a trovare vostri amici o vostri parenti, pianificate in anticipo quella che potrebbe essere la situazione in cui andrete a trovarvi, in maniera tale da cercare di evitare stress e ansia extra. Se dovete pranzare con i vostri famigliari, potete pure far presente loro in anticipo che vi darebbe fastidio ricevere commenti sul vostro DCA o sulla vostra alimentazione durante il pranzo di Natale, e che dunque sono pregati di non farne.

2. Mangiate regolarmente. A prescindere da quello che possono fare le persone che vi stanno intorno, cercate comunque di mangiare semplicemente seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.

3. Fate una lista. Scrivete ciò che vi va/non vi va di fare durante la giornata di Natale. Mettere le cose per iscritto aiuta a chiarire le idee, e ad evitare così di fare cose che si potrebbero rivelare controproducenti perché rinforzanti il DCA stesso.

4. Parlate con il vostro psicoterapeuta. Discutete con lo psicologo/psichiatra che vi segue di quali sono le vostre difficoltà in merito alla giornata natalizia. Lui sarà certamente la persona più adatta per suggerirvi strategie di coping per far fronte alle vostre preoccupazioni e alle vostre ansie.

5. Trovate un supporto. State vicino ad una persona che sa del vostro DCA, di cui vi fidate e con cui potete liberamente parlare di quello che vi mette in difficoltà, al fine di evitare che il DCA riempia per intero la vostra testa con i suoi pensieri distorti, mettendovi ancora più in agitazione.

6. Preparatevi le risposte. Se sapete che avrete a che fare con qualcuno che farà commenti sgradevoli su cosa/quanto mangiate, o sul vostro aspetto fisico, preparatevi in anticipo un repertorio di risposte con cui ribattere a detti commenti.

7. Offritevi di cucinare qualcosa. Se vi dà fastidio l’idea che il pasto sia cucinato da qualcuno che non è a conoscenza del vostro DCA, cucinate voi qualcosa e portatelo da casa, così sarete più tranquille rispetto a ciò che dovrete mangiare.

8. Siate flessibili. È tremendamente difficile, lo so. Ma, per quanto possa essere complicato, occorre considerare che le cose non sono necessariamente bianche o nere, ma che esistono infinite sfumature in mezzo. Se anche durante il pranzo di Natale mangiate più di quanto vi eravate prefissate, non è certo il pranzo abbondante di un giorno che modificherà significativamente il vostro peso. E lo stesso vale se mangiate meno (ma questa non è una buona scusa per farlo!).

9. Fate qualcosa di divertente. Organizzate qualche gioco, qualche attività che possa coinvolgere tutti quanti in maniera divertente: anche solo il fare questo aiuta a distrarsi dai pensieri che l’anoressia mette in testa.

10. Confidate in qualcuno. Spiegate a qualcuno di cui vi fidate e che sarà insieme a voi durante il pranzo di Natale quali sono i vostri problemi, e permettetegli di darvi consigli su ciò che è appropriato o meno mangiare, dato che l’anoressia falsa queste percezioni.

11. Fate solo quello che vi sentite. Declinate con educazione gli inviti, se vi rendete conto che certe situazioni potrebbero fomentare comportamenti in linea con l’anoressia. Questo non significa trovarsi una scusa per evitare ogni interazione sociale con gli altri, ma semplicemente essere consapevoli se si è forti abbastanza per tollerare una certa situazione ansiogena, o se questa porterà ad una ricaduta.

12. Lasciate perdere i cibi ansiogeni. Anche se per Natale è tradizione mangiare il pandoro o il panettone, evitate di farlo se questo vi fa stare male, e continuate a mangiare in maniera regolare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.

13. Parlate con il vostro dietista. Chiedetegli se è possibile adattare il vostro “equilibrio alimentare” appositamente per la giornata di Natale, così da non dover mangiare in maniera differente da tutti gli altri commensali, ma inquadrando l’alimentazione di quel giorno con l’aiuto del dietista potrete comunque trovarlo meno ansiogeno.

14. Non vi focalizzate sugli errori. Situazioni particolarmente ansiogene fomentano le ricadute. E il Natale indubbiamente lo è. Perciò, non consideratevi un fallimento se non doveste riuscire a seguire il vostro “equilibrio alimentare”: è un momento difficile, nessuno vi richiede la perfezione… non chiedetevela da sole.

15. Fissate degli obiettivi. In primo luogo, in termini di positività: non concentratevi sulle ricadute, bensì su quello che siete riuscite a fare correttamente, sui progressi. In secondo luogo, in termini di progetti: anziché focalizzarvi sul cibo o sul corpo, pensate a quello che vi piacerebbe fare… e datevi la possibilità di farlo.

P.S.= Sul blog di Marta (www.spazioaiuto.it) potete trovare un post che tratta parimenti della tematica di Natale e DCA… passate a darci un’occhiata, se vi va!! ^__^

P.P.S.= Vi abbraccio strette, una ad una, e dato che credo di non aver modo di tornare su blogger prima di Natale, gli auguri ve li faccio adesso…

venerdì 23 novembre 2012

Consiglio per le evitanti

Girovagando su Internet ho trovato una frase che ha attirato la mia attenzione:

"Emotivamente, tutto quello che vuoi è scappare. Ma per quella che è la mia esperienza, se fissi il pitbull che sta nel giardino di qualcuno, è meglio che rimani immobile dove sei. Affronta il problema. In questo modo, non può darti un morso nel didietro”. 

Generalmente, chi ha un DCA tende a scappare via dai veri problemi ad esso sottesi. Lo stesso concentrare l’attenzione sulla restrizione alimentare è un modo per non fissarla su qualcos’altro. Il fatto è che i problemi non se ne vanno solo perchè ci si concentra su pensieri e si hanno una serie di comportamenti tipici del DCA. Restano lì. E, se non li affrontiamo ma continuiamo a nasconderci dietro l’anoressia, aumentano sempre di più.

La frase che ho citato all’inizio del post centra bene il concetto di che cos’è il “ricovero” dall’anoressia: imparare ad affrontare i pitbull faccia-a-faccia. L’anoressia ci permette di evitare i problemi della vita quotidiana che ci spaventano e che pensiamo di non essere capaci di affrontare. Si corre via, il che sul momento può apparire come una “liberazione”, ma poi si finisce inevitabilmente con un bel po’ di morsi nel sedere. Sebbene l’impulso sia quello di voltarsi e correre via quanto più velocemente possibile, quel che bisogna imparare a fare è rimanere ferme ed affrontare i veri problemi.

L’evitamento è, secondo me, uno dei motivi per cui è così difficile separarsi da un DCA. Nel momento in cui canalizziamo tutte le nostre energie nell’anoressia, ogni qualsiasi altro aspetto della nostra vita (problemi compresi, quindi) sfuma. Tutti i pensieri si centrano, a seconda del tipo di DCA, sulla restrizione alimentare, sulle abbuffate, sulle condotte di compensazione, e tutti gli altri problemi sembrano ben meno… problematici. Perché diventano secondari al DCA stesso. Tutti i veri problemi che abbiamo possono essere paragonati ai pitbull: ne fuggiamo via. E loro ci mordono nel didietro. E più corriamo via, più i loro denti affondano.

E non dimentichiamo che la stessa anoressia, inizialmente vista come una “soluzione”, finisce per creare essa stessa dei problemi, dei nuovi pitbull. Si cade tanto più nella spirale discendente di un DCA quanto più si cercando di evitare i problemi che il DCA stesso crea. Perché sembra più semplice evitarli ponendo il DCA stesso in qualità di schermo, che affrontare tutti i casini della nostra vita cercando di fare ordine.

Tuttavia, l’evitamento dei veri problemi dà sollievo a breve termine: sul momento si ha certamente una riduzione dell’ansia, ma quella stessa ansia continua ad accumularsi a monte, e questo innesca una sorta di circolo vizioso che rinforza il DCA per fornire uno schermo ancora maggiore all’ansia, e così via. Affrontare i problemi, quali che siano (relazionarsi con gli altri, accettare il proprio ruolo in una situazione negativa, mangiare quei particolari cibi…) è certamente molto più duro e difficile, però non è un palliativo, a differenza dell’anoressia. Sul momento si sta peggio, ma affrontare quei problemi arrecherà benessere a lungo termine.

Una delle cose più difficili da fare in un percorso di ricovero è smetterla di scappare dai problemi da cui vorremmo solo scappare. L’anoressia non è un modo per cancellare i problemi, è solo un modo per evitarli… e per evitare la vita. Eppure bisogna imparare ad affondare tutto quello che ci ha fatte ammalare. Ed è difficile. Molto difficile. Perché siamo così abituate all’evitamento, che affrontare i problemi e la vita fa un’immensa paura. Eppure, anche questo è un passo avanti sulla strada del ricovero, anche questa e una sfida. E non c’è nient’altro da dire tranne: afffrontiamola a testa alta.

venerdì 3 agosto 2012

Fatica decisionale

Ogni giorno siamo messe di fronte a milioni di decisioni da prendere, e nella maggior parte dei casi non siamo affatto sicure di ciò che scegliamo. Scarpe da ginnastica o ballerine? Calzini bianchi o rossi? Vetro o plastica? E così via. Non tutte queste decisioni sono ovviamente vere e proprie decisioni – il nostro cervello ama prendere scorciatoie. Se è nevicato, sicuramente metteremo le scarpe da ginnastica piuttosto che le ballerine. Non c’è bisogno di compiere una vera e propria scelta. Queste scorciatoie sono indispensabili per risparmiare energie – il nostro cervello è una risorsa limitata. Può pensare solo fino ad un certo punto. Dunque, per risparmiare tempo (ed energie) ciascuna di noi ha le proprie abitudini, i propri pattern. Utilizziamo sempre la stessa strada per andare al lavoro. Apparecchiamo la tavola sempre nello stesso ordine. Scegliamo più o meno sempre gli stessi gusti di gelato. Perché le decisioni sono difficili da prendere.
Ecco perché, in definitiva, siamo creature abitudinarie. Semplicemente perché è più facile.

Alcuni scienziati hanno dato un nome al perchè si è così stanche dopo aver preso una decisione importante: fatica decisionale. Che, peraltro, è stata oggetto anche di un articolo sul New York Times che ho reperito su Internet:

"[…] La fatica decisionale ci spiega perchè ordinariamente le persone sensibili si arrabbino con familiari e colleghi, ci mettano tanto a decidere come vestirsi, comprino cibo-spazzatura al supermercato, e non riescano a resistere alle offerte speciali. Non conta quanto un soggetto possa essere razionale ed intelligente, non si possono prendere decisioni su decisioni senza pagare un prezzo in termini biologici. È diverso dalla normale fatica psichica – quando non si è coscienti dell’affaticamento stesso – c’è piuttosto un abbassamento dell’energia mentale. Più scelte si fanno durante la giornata, più diventa difficile per il cervello farne di ulteriori, per cui esso cerca di ricorrere a scorciatoie che possono essere usate in due differenti modi. La prima modalità consiste nel diventare imprudenti: comportarsi impulsivamente piuttosto che spendere energie per pensare alle conseguenze delle proprie azioni. (Ma certo, adesso posto questa foto su FaceBook! Che cosa mai potrebbe andare storto, in fin dei conti?). La seconda modalità consiste nell’estremo risparmio energetico: non decidere. Non fare niente. Anzichè agonizzare nell’indecisione, evitare di prendere la decisione. Evitare di prendere una decisione in un determinato momento, spesso genera grossi problemi a lungo termine, ma per il momento allevia la stanchezza mentale. Si comincia a resistere ad ogni possibilità di cambiamento, ed il rischio di reiterare errori commessi per la mancata presa di decisione aumenta. […]"

(La traduzione ed il grassetto sono miei) 

Questo articolo descrive bene un meccanismo di default comune a tutti: quando si è stressate, quando la nostra energia mentale declina, si shifta in ansiosi rituali d’indecisione. L’anoressia è un modo per evitare ogni scelta. Se si ha un DCA non si ha bisogno da fare una scelta: tutto è ritualizzato, noto. Quando s’inizia a restringere l’alimentazione, la discesa continua. Niente che viene dall’esterno può cambiare il pattern che abbiamo adottato.

L’anoressia inoltre, secondo me, è anche un modo per evitare la fatica decisionale. Quando si è nel pieno della restrizione alimentare, le decisioni da prendere sono estremamente limitate. Cercare di ridurre poco a poco l’apporto di cibo è l’unica opzione. Dire di “no”. Pesarsi frequentemente (o non pesarsi affatto). E fare tutto questo di nuovo, giorno dopo giorno, reiterando il circolo vizioso. Nessuna decisione da prendere – solo direttive da seguire. Si è messo il pilota automatico, e questo limita sicuramente la fatica decisionale.

Non c’è più da affrontare l’ansia nel decidere cosa e quando mangiare, perchè tanto l’unica cosa che conta è restringere. Non bisogna più decidere in che posto andare a mangiare, perché tanto si può mangiare solo a casa propria. Non bisogna più decidere con chi andare a mangiare, perché tanto si può mangiare solo da sole. Ecco che la vita diventa prescritta e circoscritta dall’anoressia. È una vita del cavolo, una vita estremamente limitata… ma, indubbiamente, è una vita semplice.

Ancor prima di essere faticose, infatti, le decisioni da prendere sono ansiogene. Certo, alcune di esse sono relativamente semplici: se anche si indossassero un paio di calze che fanno a pugni col colore delle scarpe, tutt’al più sembreremmo buffe, ma questo non ci scompone più di tanto. Il problema delle decisioni – di quelle decisioni che mettono ansia, intendo – è che rappresentano un punto di svolta. Nel momento in cui si è acquistato un’automobile e la si è pagata, è difficile tornare indietro. Nel momento in cui si è deciso di traslocare e si è preparato tutti i bagagli, è difficile decidere di restare.

L’anoressia è, in definitiva, una non-decisione. Permette di evitare tutto. Certo, sul momento risparmia dall’ansia di prendere una decisione, ma anche questo ha un suo costo non indifferente. Intraprendere la strada del ricovero significa affrontare l’ansia connessa al prendere decisioni e accettarla come parte di una vita normale. Io credo che molte di noi reiterino comportamenti anoressici proprio per evitare l’ansia (e la presa di decisioni), ma la nostra vita è molto più di questo schema che preclude ogni possibilità stessa di vivere.

Vi è mai capitato di cadere in simili trabocchetti a causa del vostro DCA? Qualcuna di voi ha elaborato strategie per combattere la fatica decisionale? Fatemi sapere nei commenti!

venerdì 29 giugno 2012

Definendo la "comorbidità"

Mercoledì mi è capitato sottomano un articolo in Inglese inerente i DCA, del quale voglio riportarvi, traducendola, una parte.

“[…] Una cosa di cui molto spesso si discute nel momento in cui ad una persona viene diagnosticato un DCA, è l’eventuale presenza di comorbidità. In effetti, diverse persone anoressiche, bulimiche o con un altro DCA hanno allo stesso tempo problemi di depressione, ansia, autolesionismo, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo di personalità borderline, bipolarismo, etc. Io sono d’accordo con questo, perché numerosi studi supportano quest’ipotesi. Ma adesso le più recenti ricerche stanno dimostrando che i disordini alimentari, e fattori come la bassa autostima e l’estrema sensibilità possono avere anche radici biologiche. In altre parole, possiamo essere pre-disposti a sviluppare un DCA, ed essere predisposti ad avere quei fattori che comunemente causano lo sviluppo di un DCA (sebbene ci siano molti altri fattori strettamente individuali). C’è tuttavia una cosa su cui sono in disaccordo, ed è il fatto che i medici specializzati nel trattamento del DCA separano il vissuto del disturbo alimentare da quello di depressione, ansia, autolesionismo, DOC, etc… Da qui il termine “comorbidità”. Vorrei lanciare l’ipotesi che l’anoressia e la bulimia possano insorgere nel contesto di altre psicopatologie già presenti, in un soggetto che non è naturalmente predisposto alle stesse. Un DCA può addirittura esasperare la patologia di base, in individui che sono predisposti a sviluppare patologie mentali. Penso che le varie malattie mentali possano essere strettamente interconnesse, e che quest’ipotesi possa essere ulteriormente acclarata quando si scopriranno le basi biologiche di queste malattie. […]” 

Basilarmente, sono d’accordo.

Ci sono parecchie ricerche che correlano la personalità individuale ai DCA, e i loro risultati sembrano indicare che molti degli affetti da malattie psichiatriche hanno diversi tratti di personalità che li predispongono a sviluppare un DCA. I principali cluster di personalità che ben correlano con la comparsa di un disturbo alimentare sono le personalità iper-controllanti, ossessive, e perfezioniste per quanto riguarda l’anoressia e, dall’altra parte, impulsive, ansiose, e con scarsa autostima per quel che riguarda la bulimia. Nessuna sorpresa che queste tipologie di personalità siano anche predisponenti allo sviluppo di patologie quali depressione, autolesionismo, DOC, etc…

Io stessa sono prova del fatto che esistono persone che hanno questo tipo di comorbidità. Ho problemi di autolesionismo, e una personalità basilarmente iper-controllante. E questo al di là dell’anoressia. Ma l’anoressia ha sicuramente esasperato anche queste altre 2 condizioni, la mia ossessività, le mie manie di controllo, e non in un modo positivo. Allo stesso modo, penso che una corretta alimentazione possa aiutare non solo a migliorare sul versante del DCA, ma anche a ridurre le altre patologie, proprio per quella che è la loro stretta correlazione.

La verità è che ancora non sappiamo se affezioni come i DOC o la depressione o il disturbo bipolare siano parte di un DCA come causa o come conseguenza, o se le cose siano completamente scisse. Un esempio sciocco ma che rende l’idea: capelli castani e occhi marroni. Anche se molto spesso questi 2 tratti appaiono insieme, ci sono un sacco di persone coi capelli marroni che hanno gli occhi azzurri, o verdi, o grigi. E ci sono persone con gli occhi marroni che sono bionde, o more, o rosse.

Allo stesso modo, non si sa con esattezza quando questi tratti di personalità diventano patologici, a che punto cessano di essere semplicemente dei comportamenti un po’ spinti, e diventano comportamenti per i quali è necessario un trattamento medico. Nessuno ancora lo sa veramente.

È un qualcosa cui mi piacerebbe che più psicoterapeuti e ricercatori dedicassero tempo per studiarla e scoprirla.


P.S.= Vorrei girarvi un’idea che mi ha proposto tramite e-mail una lettrice di questo blog, Good (ricordate la ragazza del giorno 22 nel nostro calendario del 2011?... Sì, proprio lei!). L’idea consiste nel suggerirci a vicenda delle letture, dei libri, che trattino dell’argomento DCA. Perciò, se qualcuna di voi ha letto un qualche libro inerente questa tematica, e lo ha trovato particolarmente utile per il suo percorso di ricovero, fatemelo sapere nei commenti o tramite e-mail (veggie.any@gmail.com): man mano che mi arriveranno i vostri titoli, li riunirò in una lista sulla colonnina di destra del blog!

venerdì 16 marzo 2012

Prevenzione delle ricadute: Codice Giallo

Oltre ai codici identificativi del Pronto Soccorso, anche le luci del semaforo presentano i medesimi 3 colori: rosso, giallo e verde. Tecnicamente, quando si sta guidando e si vede che la luce del semaforo passa da verde a gialla, bisognerebbe rallentare per poi fermarsi. Sì, esatto. Non so voi, ma personalmente, quando sono in auto e vedo che si accende la luce gialla del semaforo, il mio impulso istintivo è quello di pigiare sull’acceleratore per cercare di passare prima che la luce diventi rossa. (Don’t try it at home, gals!)

Nella maggior parte dei casi, questo è il medesimo comportamento che si tiene anche nei confronti dell’anoressia. Si vedono i primi allarmanti segni della ricaduta, e si preme l’acceleratore del DCA rituffandoci dritte dritte nell’anoressia. Parte di questo comportamento è legato alla neurofisiologia dei disturbi alimentari – il famoso circolo vizioso – ma in parte si tende davvero a pensare che quello che facciamo non oltrepasserà certi limiti, e che saremo in grado di riprenderci non appena lo vorremo.

Purtroppo, non è così che funziona. Quando si fa un pensiero del genere, siamo di nuovo sulla strada dell’anoressia. Se si oltrepassa la linea dello stop quando la luce del semaforo passa da gialla a rossa, si rischia l’incidente. Che è esattamente quello che accade con un DCA. Non ci si ferma.

In Pronto Soccorso, un paziente “Codice Giallo” presuppone un intervento piuttosto rapido. È quindi necessario identificare con prontezza segni e sintomi, in maniera tale da poter agire nella giusta maniera, per evitare che il caso si trasformi in un “Codice Rosso”. Lo stesso vale per l’anoressia. Quando si notano segnali da “Codice Giallo”, bisogna intervenire subito per evitare le sirene dell’ambulanza e il ricovero in terapia intensiva. Questo perché, mentre la remissione dell’anoressia è incredibilmente lenta e richiede un sacco di forza di volontà e di pazienza; la velocità con cui questa torna ad impossessarsi di noi in una ricaduta è spaventosamente rapida. Erroneamente, io in certi momenti ho pensato di sapere un sacco di cose sulla mia anoressia e sul mio rapporto con essa perciò, mi dicevo, non è necessario che mi preoccupi troppo, no?!

Sottovalutare il nemico è una delle maggiori armi che l’anoressia va ad usare contro di noi.

I segnali da “Codice Giallo” presentano delle differenze rispetto a quelli da “Codice Azzurro”, perchè sono più specificatamente legati al DCA in sé. Ovviamente non consistono solo in un’acuizzazione dei pensieri e dei comportamenti connessi all’anoressia, ma molto spesso si tratta comunque di fatti che risultano essere strettamente correlati al disturbo alimentare. In parecchi casi, segnali premonitori sono l’aumento dell’ansia, il calo dell’autostima, l’irrequietezza fisica e mentale, che sono causa e conseguenza della ricaduta in sè. In tal senso, “Codice Giallo” e “Codice Azzurro” sono molto vicini tra loro.

Dunque, i segnali di “Codice Giallo” stanno a significare che bisogna decelerare e guardare a lungo e con attenzione ciò che abbiamo intorno prima di sfrecciare in avanti. Sono i segnali di ritorno dell’anoressia. Se mi perdonate l’ennesima analogia automobilistica, possono essere paragonati alla lucetta che avverte che siamo entrati in riserva di benzina. L’auto corre ancora, naturalmente, e si può anche non notare niente di diverso dal solito, ma la lucetta è un indicatore del fatto che le cose in realtà non vanno proprio così bene, e che se non facciamo rifornimento al prossimo distributore di benzina rimarremo a piedi.

Qualche esempio di segnale da “Codice Giallo”:

- Aumento delle paranoie inerenti il cibo (per esempio, il non fidarsi più dei genitori che ci preparano il pranzo, cominciando a chiederci se davvero hanno rispettato le dosi dell’ “equilibrio alimentare”, o se invece hanno aggiunto qualcosa)
- Cominciare a pensare a quali sono i nutrienti che compongono i vari alimenti
- Difficoltà pressanti a mangiare in presenza di qualsiasi altra persona
- Isolamento, riduzione dei contatti anche con gli amici più cari
- Autoinduzione del vomito (solo per chi presenta tale sintomo, ovviamente)
- Aumento marcato dell’ansia, subito seguito da una riduzione netta della stessa a seguito della messa in atto di comportamenti alimentari restrittivi
- Restringere l’alimentazione in maniera piuttosto marcata (magari saltando anche lo spuntino o la merenda)
- Rigidità ferrea in merito all’esercizio fisico che aumenta sempre più
- Accentuazione marcata della dismorfdofobia (solo in chi, ovviamente, presenta questo sintomo)
- Rarefazione o scomparsa del ciclo
- Aumento delle paranoie inerenti il proprio aspetto fisico
- Abituale ricorso al checking
- Aumento dell’irritabilità, del nervosismo
- Dubbiosità spiccate sulla nostra capacità di portare avanti il percorso di ricovero, nonché sulla necessità di farlo (è ciò che precede la fase: “Ricovero del cazzo!”…)
- Episodi di autolesionismo sempre più frequenti
- Voglia di arrendersi e di mollare per riscivolare nell’anoressia
- Comparsa della sensazione di riuscire a controllare tutto, e del pensiero che potremo fermarci non appena lo vorremo (ma non lo vorremo mai, è questo il problema…)
- Etc… (continuate voi la lista lasciando un commento!)

Quel che è difficile nell’identificare i segnali di “Codice Giallo”, è che l’anoressia ha spesso una natura di “tutto o nulla”, un’intrinseca dicotomia. I primi segni di ricaduta sfrecciano da 0 a 100 in pochissimo tempo, e non c’è neanche un pit-stop nel mezzo. Si passa dai segnali di “Codice Verde” a quelli di “Codice Rosso” anche solo in una decina di giorni. Perciò identificare i segnali di “Codice Giallo” è tanto complicato quanto cruciale. La seconda difficoltà cui si viene poste a fronte, nel momento in cui si identificano, è quella di passare all’azione. Spesso si tende a minimizzare di fronte a noi stesse la serietà dei segnali di “Codice Giallo”, si pensa che se ne andranno spontaneamente o che, comunque, possiamo farcela da sole a venirne fuori rapidamente. Bugie. Tutte bugie. È dura e difficile. È tremendamente difficile, questa è la verità. E poiché tutto si gioca nella nostra mente, NON siamo propriamente capaci di venirne fuori da sole, perché in una battaglia contro noi stesse se vinciamo perdiamo. Dobbiamo allora armarci di una buona dose di umiltà e chiedere aiuto per non sprofondare in quel principio di ricaduta, perché chiedere aiuto non è segno di debolezza, viceversa, è segno di grande intelligenza, maturità e responsabilità.

venerdì 23 dicembre 2011

Natale: soprav/vivere

Come sopravvivere al Natale quando si ha un DCA? Che tu sia anoressica, bulimica, o che tu sia un genitore/fratello/sorella/amico/amica di qualcuno che ha un DCA, DCAmocelo chiaramente, il Natale può essere fonte di complicazioni e di stress. E lo stress tende a peggiorare il quadro di chi ha un DCA, sia da un punto di vista alimentare, sia in termini di relazioni con gli altri.

Per prima cosa, perciò, se avete un DCA, è importante cercare di allentare la presa, ed essere consapevoli del fatto che ci saranno momenti in cui ci si sentirà completamente incapaci di esercitare il benché minimo controllo. Attraversare il Natale significa molto spesso sentirsi obbligate a fare cose che non ci va di fare, perciò è importante pianificare in anticipo dei getaway, in modo da non sentirci con l’acqua alla gola.

Se si ha un DCA, il Natale può essere terrorizzante. Perché si potrebbe essere costretto a viverlo lontano da un contesto casalingo e, quindi, protetto. Oppure può essere ansiogeno anche l’avere tutto il parentado riunito, e il dover fingere di essere felici, l’ostentare falsi sorrisi, desiderando soltanto scappare veloce, lontano e da qualche altra parte.

L’ansia a Natale è in definitiva una costante per chi ha un DCA, ma non deve rovinare questa giornata. Bisogna sempre ricordare che la comunicazione – come in qualsiasi altro giorno dell’anno – può aiutare a ridurre lo stress. Perciò, circondatevi di persone cui volete bene e con cui state bene, affinché esse stesse possano aiutarvi a superare le vostre difficoltà.

Consigli per chi ha un DCA:

• Telefonare al Numero Verde SOS Disturbi Alimentari: 800180969 per parlare delle proprie difficoltà. (Vi ricordo che potete rimanere anche anonime, non vi è richiesto d’identificarvi, quindi sentitevi libere di parlare di tutti i vostri timori).

• Pianificate in anticipo. Identificate una persona supportiva che possa starvi vicino durante la giornata (vuoi fisicamente, vuoi telefonicamente), e che sapete essere pronta in ogni momento ad ascoltare le vostre ansie. Parlateci immediatamente, non appena sentite che le cose si stanno mettendo male.

• Parlate con i vostri familiari (o comunque con le persone con cui trascorrete la giornata natalizia) del vostro DCA, e spiegategli cosa dovrebbero fare, come dovrebbero comportarsi, per non farvi venire troppa ansia.

• Pianificate le visite a casa di familiari e amici, e provate ad immaginare cosa potrebbe succedere in questi contesti. Pensate a cosa potrebbero dirvi, e a quali risposte potreste dargli.

• Se trascorrete il Natale a casa, pianificate il momento in cui i vostri familiari e i vostri amici possono venire a farvi visita, così sarete psicologicamente preparate al loro arrivo, e minimizzerete lo stress relativo a questi incontri. Se dovete prendere parte a un “pranzo di famiglia”, pianificate quello che mangerete magari cucinandovelo in anticipo, e se vi fa sentire più tranquille, continuate a seguire il vostro “equilibrio alimentare”.

• Se siete a mangiare a casa di amici o parenti e non avete la possibilità di seguire l’ “equilibrio alimentare”, contattate la persona incaricata di preparare il pasto, e chiedetegli cosa cucinerà, affinché possiate poi telefonare alla vostra dietista e chiedere quali quantità di questi cibi mangiare. Altrimenti, portate qualcosa di preparato da voi, che vi sentite di mangiare senza avere troppa ansia.

• Ricordate che, a differenza di ciò che potete pensare, non è vero che tutti gli occhi sono puntati su di voi, pronti a controllare cosa/quanto mangiate. Per lo più la gente pensa a ciò che c’è sul proprio piatto, e a chiacchierare con gli altri.

• Se qualcuno si mette a fare commenti su cosa quanto mangiate, ricordate che quelle parole non sono affatto importanti: voi seguite il vostro “equilibrio alimentare” e perciò sapete che state mangiando quel che è giusto mangiare, dunque i commenti degli altri sono insignificanti.

• Trovatevi un po’ di tempo per voi stesse – ascoltate il vostro CD musicale preferito, telefonate alla vostra migliore amica, andate a fare una passeggiata, andate a fare un giro in auto. È importante che facciate qualcosa che vi faccia star bene e vi rilassi.

• Fate presente quelle che sono le vostre difficoltà in maniera tranquilla e serena, senza fare scenate che fanno poi stare peggio sia voi sia chi vi sta intorno.

• Datevi la possibilità di vivere le vostre emozioni per quello che sono. Ricordate che non avete l’obbligo di essere felici e sorridere per tutto il tempo – nessuno si aspetta questo da voi.

• Se anche esagerate col cibo… il Natale dura un giorno. Un giorno in cui si mangia di più, nel computo totale dell’alimentazione, non cambia assolutamente niente.

Consigli per chi ha a che fare con chi ha un DCA:

• Pianificate in anticipo. Informate i vostri parenti e chi sarà presente al pranzo di Natale, che vi partecipa anche una persona con un DCA, e aiutateli a capire cosa è meglio fare/non fare, e in cosa consiste veramente un DCA. Purtroppo queste patologie sono spesso minimizzate o trattate in maniera superficiale dai media, e ciò non aiuta certo chi sta male.

• La tensione che si viene a generare nel periodo natalizio reduce l’effettiva capacità di comunicare tra i membri di una famiglia. Consapevoli di questo, cercate di conservare la calma e di comunicare in maniera diretta con chi vi circonda. Considerate che una persona che ha un DCA è molto sensibile ai segnali subliminali, quindi parlate con tranquillità e chiarezza.

• Se siete voi che avete il compito di occuparvi del cibo, chiedete alla persona che ha un DCA cosa preferirebbe mangiare.

• Non riponete irrealistiche aspettative su ciò che mangerà la persona che ha un DCA. Cercate di ricordare che ognuno si relaziona con le situazioni, le emozioni e i sentimenti in maniera differente, e che una persona che ha un DCA tende a scaricare tutto sul cibo. Perciò, non pressatele con commenti sull’alimentazione, magari dicendo di mangiare un po’ di più. Non dovete “salvare” nessuno.

• Non parlate di cibo o di diete durante il pasto, e non fate commenti sull’aspetto fisico di nessuno dei partecipanti al pranzo. Viceversa, se si deve fare un commento su una persona che ha un DCA, è meglio orientarsi su cose come: “E’ bello che anche tu sia qui”, “sei forte perché ce la metti tutta”, “sembri più felice, ora” o “ci sei mancata”. Insomma, messaggi d’affetto… che è ciò di cui tutti (e chi ha un DCA in particolar modo) hanno bisogno. Critiche, falsi pietismi, e commenti sull’aspetto fisico o sul tipo di alimentazione sono assolutamente improduttivi, anzi, persino dannosi.

• Il Natale è un giorno come tutti gli altri, e se ve lo aspettate “perfetto”, andrete incontro a grosse delusioni. Una persona che ha un DCA non “guarisce” perché è Natale, anzi, per Natale avrà ancora più problemi col cibo. Siate consapevoli di questo, e cercate di essere più supportavi possibile: lei non sta cercando di rovinare il vostro Natale, sta cercando di sopravvivere al Natale.

• Non vi focalizzate sul cibo, su quanto la persona col DCA mangia o meno, cercate semplicemente di apprezzare il tempo che potete trascorrere insieme.

Consigli per tutti quanti:

• Ascoltate le sensazioni trasmesse dal vostro corpo – imparate a dire “no” se una cosa non vi va, e “sì” se invece volete mangiarla. Il corpo sa molto meglio della testa ciò di cui ha bisogno.

• Imparate a riconoscere i segnali che il vostro corpo vi manda – ascoltare voi stesse, e non agite solo per ciò che gli altri si aspettano da voi.

• Comunicate le vostre emozioni e i vostri sentimenti. Non tenetevi dentro cose che vi fanno stare male. Parlatene con qualcuno di cui avete fiducia. Tenete un diario o un blog in cui sfogarvi. Buttare fuori le emozioni significa non inchiodarle più sul proprio corpo…

• Non cercate la perfezione: siate semplicemente voi stesse. Siate fiere di quello che siete, non perdete tempo a cercare di essere perfette… non ci riuscireste comunque, ed in ogni caso non ne vale la pena. Datevi la possibilità di essere voi stesse, anche in un giorno difficile come il Natale. Non c’è niente di meglio al mondo.

P.S.= Buon Natale a tutte, ragazze...

(Click sull'immagine per ingrandirla)

mercoledì 27 luglio 2011

Freni al ricovero: Il cambiamento

Concludo con questo post la serie dei freni che l’anoressia pone all’intraprendere la strada del ricovero, poiché la lista sarebbe molto più lunga, ma ho cercato di toccare quelli che per me sono i punti principali. Ne approfitto anche per ringraziare tutte quante per i commenti ai post precedenti che trattano di quest’argomento: i vostri feedback sono estremamente preziosi per me!

Comunque.

L’anoressia è familiare

Come ho scritto nel post precedente, l’anoressia per certi versi semplifica la vita; ma anche le cose difficili possono diventare relativamente più semplici se le ripetiamo abbastanza a lungo. Più che un “semplificatore”, in effetti, l’anoressia finisce per diventare familiare. Io stessa, entrata nell’anoressia quando avevo circa 14 anni, non riesco a capire come facessi, prima, a mangiare senza pensieri. Non me lo ricordo proprio. E penso che questo valga non soltanto per me. Penso che molte si chiedano come facessero a mangiare, prima. Come fosse la routine senza la restrizione alimentare o l’attività fisica compulsiva. E più che l’anoressia reitera, più diventa routinaria, più si fa difficile staccarsene. Perché, per quanto possa essere limitante, distruttiva, per quanto possa avere anche i suoi lati negativi, è un qualcosa cui siamo abituate, un qualcosa che, anche nel male, è ordinaria, abituale, la si può prevedere, e ciò che è prevedibile, in un certo senso, tranquillizza.

È un cambiamento. Il ricovero è un cambiamento. Decidere di percorrere la strada del ricovero significa fare un salto nel buio. Rompere gli schemi. Decidere di lasciare la strada vecchia per la nuova. Questo può essere terrorizzante, se paragonato a un’anoressia che, per quanto distruttiva, è comunque routinaria. Nella crisalide dell’anoressia, ogni accenno di cambiamento fa paura, è destabilizzante. Ci si rifiuta di ascoltare ogni segnale che ci può cambiare anche perché poi si ha paura di quello che dovrebbe succedere se dovessimo sentirci comunque uguali. L’anoressia è predicibile. Si sa quello che si deve dire e fare. Siamo le attrici consumate che recitano una parte sul palcoscenico del mondo. L’applauso finale ce lo facciamo da sole. Dato che programmiamo la vita minuto per minuto, l’ansia svanisce e finiamo per trovare il DCA a suo modo confortevole e familiare.

Ovviamente non è l’anoressia in sè che è un abitudine, però possono diventarlo molti degli atteggiamenti e dei comportamenti legati all’anoressia. Il checking, per esempio. Oppure lo svolgere una determinata attività fisica per un determinato lasso di tempo. Oppure il pesarsi più volte al giorno, o il non pesarsi mai. Oppure il redigere “piani di restrizione alimentare” giornalieri. E la strada del ricovero inizia proprio col rompere questi circoli viziosi: dare un taglio a tutti i comportamenti che reiterano i tipici pensieri dell’anoressia. È ben comprensibile come tutto questo possa essere terrorizzante, e come possiamo cercare scuse di fronte a noi stesse per rimandare.

Salvo gli aspetti emotivi gratificanti, alla lunga l’anoressia è un inferno. Ma è un inferno familiare. È un inferno col quale abbiamo imparato a rapportarci, con il che le fiamme non sono più poi così calde. È un inferno che ha un suo certo ritmo, una ragion d’essere e (posso dirlo?) una sua funzionalità. La restrizione alimentare non è un peso perché ci fa sentire forti e in controllo. E i deficit fisici che la restrizione comporta non sono poi così terribili quando ci abituiamo. Perché un qualcosa di obiettivamente distruttivo come l’anoressia fa provare sentimenti così positivi? Dov’è che l’ingranaggio s’incastra e comincia a girare, come impazzito, verso l’oscurità? L’oscurità fa meno paura del sole, in fin dei conti: dopo un po’ ci si abitua, anche se non si vedono le cose comunque s’intravedono le forme, e non si corre il rischio che la luce possa ferire gli occhi.

Percorrere la strada del ricovero significa intraprendere la strada della luce. Ci vuole un sacco di tempo per capire se questo sia piacevole o meno, è non è sempre facile essere positive al 100% quando si cammina su una strada così difficile. Quello che ci deve mantenere in carreggiata è la consapevolezza che l’altra strada – quella dell’anoressia – è in realtà un vicolo cieco: prima o poi si finisce comunque per sbattere contro un muro. Intraprendere la strada del ricovero significa darsi una possibilità. E nessuno può dire cosa questa possibilità ci possa riservare. Magari il tempo per dedicarci a qualcosa che ci appassiona veramente. Magari la capacità di sederci sul divano e guardare un film dall’inizio alla fine senza avere l’ansia di dover fare ancora un po’ di attività fisica.
Questo è il ricovero. Non tutto il ricovero, ovviamente, ma parte di esso.

Il cambiamento non è necessariamente un qualcosa di negativo. Siamo molto più forti di quello che crediamo, ed abbiamo tutta la capacità di affrontare a testa alta le difficoltà che la vita ci pone davanti anche senza bisogno di ricorrere all’appoggio dell’anoressia. Perché siamo più forti SENZA l’anoressia.

P.S.= E' stata istituita una petizione on-line per istituire una giornata nazionale sui DCA: per firmarla, potete andare a questo link:
Petizione DCA
Io ho già firmato... e voi che aspettate a farlo? Ogni singola firma può essere preziosa! Aggiungetevi alla lista e fate girare la notizia!
Grazie a chiunque lo farà...!

mercoledì 6 luglio 2011

Freni al ricovero: Valium virtuale

Penso che l’ansia, più o meno marcata, sia un vissuto comune a chiunque stia alle prese con l’anoressia. L’ansia rende irritabili, e peggiora ulteriormente le cose che temiamo, un po’ come un serpente che si morde la coda.

Si comincia a star meglio quando ci si rende conto di quanto l’ansia possa pervadere la vita. Questo è il primo passo. Poi però bisogna imparare a mettere in atto strategie di coping contro l’ansia. Ed è proprio questo che mette un freno al percorrere la strada del ricovero:

L’anoressia è un ansiolitico

L’anoressia è una strategia di coping che permette di limitare l’ansia grazie alla sensazione di (illusorio) controllo che fornisce. L’ansia deriva infatti per lo più dal timore che qualcosa non vada come vorremmo, che esca dalla nostra sfera di controllo. L’anoressia sembra fornire la chiave del controllo. Ecco quindi che la malattia diventa la cura. Se possiamo controllare le cose (questo è ciò che l’anoressia ci fa credere), allora possiamo farle andare come vogliamo, ed evitare sorprese indesiderate, quindi possiamo contenere l’ansia. E se proprio, pur controllando l’andamento delle cose, il risultato non fosse conforme alle nostre aspettative, poiché detto risultato deriva comunque dal nostro indirizzamento controllato dei fatti, siamo in grado successivamente di adottare un’altra strategia (sempre controllata!) che ci permetta di dirigere le cose in un’altra maniera, pervenendo ai risultati desiderati.

Se sale il controllo, cala l’ansia. In tal senso, l’anoressia è meglio del Valium. Possiamo controllare le cose, e ci sentiamo bene quando restringiamo l’alimentazione: quale migliore accoppiata potremmo desiderare?

Anche durante le ricadute, si è consapevoli che il ritorno all’anoressia non avrà un lieto fine, e che prima o poi saremo comunque costrette a ricominciare a seguire l’ “equilibrio alimentare” e a riprendere peso. Eppure, ogni volta ci sentiamo raggelate. E non soltanto per il peso da riprendere o per la paura del cambiamento, ma soprattutto per l’aumento dell’ansia che arriva spontaneo quando si rinuncia al “controllo” dell’anoressia. Ci sembra di non essere capaci di gestire quell’ansia senza ricorrere al DCA. Nel pieno dell’anoressia, ci sembra di sapere perfettamente quello che vogliamo: restringere l’alimentazione. In questo frangente, l’ansia si riduce notevolmente perché abbiamo per lo meno un’incrollabile certezza. Il fatto addizionale che l’anoressia sia un ottimo asso nella manica, riduce i livelli di ansia sostanzialmente a zero. Perché anche se tutto andasse a puttane, l’anoressia resta sempre, no?!

Iniziare il percorso di ricovero significa abbandonare tutto questo. Significa rinunciare al nostro Valium virtuale ed imparare ad adottare altre strategie di coping non disfunzionali nei confronti dell’ansia. Il ricovero di per sé – ahimè! – non riduce l’ansia. Ci si sente ansiose come prima e, anzi, forse sembra pure peggio perché siamo appena reduci da un qualcosa che aveva fatto scomparire l’ansia totalmente. Ci sono millemila strategie di coping nei confronti dell’ansia, dallo yoga, alla meditazione, al masticare chewing-gum, al prendere una camomilla, al ricamare, al cercare di distrarsi… e ce ne vogliono a milioni, di queste strategie, perché non tutte sono funzionali per le differenti situazioni. Ovviamente non posso mettermi a prendere una camomilla se sono nel bel mezzo di una gara, ma posso respirare a fondo e dire a me stessa di rimanere concentrata su ciò che sto facendo per impedire alla mia testa di divagare ed essere facile preda dell’ansia. Inoltre, bisogna imparare ad accettare il fatto che la vita non si può controllare, e che quindi l’ansia non potrà mai essere eliminata del tutto, ma che non è così insormontabile da doverla tamponare con l’anoressia. Perciò, quando vi trovate a provare particolare ansia nel percorrere la strada del ricovero e vi viene voglia di rituffarvi nell’anoressia, prendetevi un attimo per pensare: “Quest’ansia l’ho già vissuta, e non ne sono morta. L’anoressia può essere un Valium, un palliativo, ma non la risolve. Perciò, tutto quello che posso fare, è affrontare quest’ansia tal quale. L’ansia non mi ha mai uccisa, quindi ce la posso fare anche stavolta”.

domenica 16 novembre 2008

Siamo tutte speciali

Lo so che può sembrare una frase tratta da un libro di favole per bambini, ma è assolutamente vero. Perciò, ascoltatemi un attimo.

Molto spesso all’anoressia è associata la sensazione di “essere speciale”. Potrei scriverci un libro, credo. Quando si restringe ci si sente “speciali”. E questa è una delle principali ragioni per cui scegliere di ricoverarsi fa così tanta paura. Anch’io ho avuto a lungo questo timore. Anche se mi rendevo conto che, alla fin fine, l’anoressia non mi avrebbe portata da nessuna parte, restringere continuava a farmi stare bene sul momento, mi faceva sentire forte, in controllo, soddisfatta, più sicura di me stessa… sì, mi faceva sentire “speciale”. Perciò avevo paura di perdere questo mio sentirmi “speciale”, questo qualcosa che mi faceva sentire di essere davvero qualcuno, questo sentimento di onnipotenza così profondamente radicato in me.

Il punto è, ragazze, che siamo tutte speciali. Siamo sempre speciali. Siamo speciali comunque. Il nostro essere “speciali” non muore insieme al DCA, deve solo essere riapplicato, riassegnato a qualcosa che vale veramente questo sentimento.

Perchè le ossa che sporgono sono speciali? Perché la restrizione è speciale? Perché l’attività fisica compulsava è speciale? Perché sentirsi in controllo e privarci del cibo giorno dopo giorno è speciale? Perché l’auto-sabotaggio è speciale? Ma davvero distruggere noi stesse, farci del male, odiarci così, ci rende speciali?? È un inganno. Credetemi. Lo è.

Depressione. Morte. Stanchezza. Dolore. Disperazione. Confusione. Ansia. Senso di colpa. Vuoto. Tutti i tipici sentimenti legati ai DCA. Da quando queste cose sono diventate speciali? Intendo, davvero speciali? Davvero sono queste le cose che vi fanno sentire speciali?

La vostra missione, se scegliete di accettarla (così come la mia, del resto, visto che sono qui che giorno dopo giorno combatto insieme a voi) è: SCOPRIRE quello che REALMENTE ci rende speciali. Provate a scrivere, magari cominciando proprio dal commento che, se vi va, potete lasciare a questo post: “Sono speciale perché…” … e guardate cosa ne viene fuori.

Perchè, ve lo assicuro – ci sono mille e mille cose per cui potete a ragione considerarvi speciali. Ma, ragazze, non siamo speciali perchè abbiamo un disturbo alimentare.
 
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