venerdì 19 aprile 2013
Ritornando sulla prevenzione dei DCA
Prevenzione dei DCA. Ne ho già parlato in passato, in effetti, ma in questo post voglio focalizzarmi soprattutto su quello che credo tutti dovrebbero conoscere a proposito degli interventi di prevenzione per quanto, si sa, essendo i DCA delle malattie mentali, la copertura preventiva non può per forza di cose essere efficace come quella che si può mettere in atto nei confronti di una malattia fisica.
Per chi non avesse tempo di leggersi tutto questo post che, ve lo anticipo, sarà piuttosto lungo perchè ho in mente un sacco di cose, lasciate che riassuma quello che ad oggi sappiamo in merito alla prevenzione dei DCA in due parole: non molto.
Per chi vuole invece addentrarsi nel tema della prevenzione, parlando come un’epidemiologa, potrei innanzitutto dire che utilizzare il termine “prevenzione” senza alcuna specifica mi sembra quantomeno improprio. Esistono, in effetti, 3 principali tipologie di prevenzione, ovvero:
• Prevenzione Primaria: è la forma classica e principale di prevenzione, focalizzata sull'adozione di interventi e comportamenti in grado di evitare o ridurre l'insorgenza e lo sviluppo di una malattia o di un evento sfavorevole.
> Le campagne messe in atto da “Love Your Body” sono un buon esempio di prevenzione primaria.
• Prevenzione Secondaria: si tratta di una definizione tecnica che si riferisce alla diagnosi precoce di una patologia, permettendo così di intervenire precocemente sulla stessa, ma non evitando o riducendone la comparsa. La precocità di intervento aumenta le opportunità terapeutiche, migliorandone la progressione e riducendo gli effetti negativi.
> Trattare i disturbi alimentari subclinici o alle prime avvisaglie è un buon esempio di prevenzione secondaria.
• Prevenzione Terziaria: è un termine tecnico relativo non tanto alla prevenzione della malattia in sé, quanto dei suoi esiti più complessi. La prevenzione in questo caso è quella delle complicanze, delle probabilità di recidive e della morte.
> Tutti gli sforzi mirati ad incoraggiare parenti e pazienti a trattare il DCA quanto più rapidamente possibile è un buon esempio di prevenzione terziaria.
(Grazie mille a Wikipedia, dalla quale ho preso queste definizioni!)
La maggior parte della prevenzione che si può fare su anoressia/bulimia è prevenzione primaria. La campagna attuata da “Love Your Body” ne è un fantastico esempio. Il problema che secondo me però nasce quando si cerca di attuare una prevenzione primaria sui DCA, è che esiste un solo metodo basato sull’evidenza di prevenzione primaria (del quale parlerò dopo più approfonditamente) e non affronta tutti i fattori di rischio per lo sviluppo di un DCA di cui siamo ad oggi a conoscenza. L’altro problema è che, semplicemente, non se ne sa ancora abbastanza di quali siano le vere cause che portano all’insorgenza di un DCA, per poter estendere e generalizzare la prevenzione a livello di popolazione.
Se ne sa certamente di più rispetto all’importanza di affrontare e trattare i DCA quanto più precocemente possibile, e dal momento che la data odierna mi permette di rimanere in tema, do sfogo alla mia vena nerd di epidemiologia e approfondisco un po’ l’argomento.
Prevenzione Primaria
Quando ho dato un’occhiata alla letteratura in merito alla prevenzione dei DCA per poter scrivere questo post, ho scoperto che il 95% di essa è basata sulla prevenzione dell’adozione di stili alimentari scorretti, nonché sulla valorizzazione della propria immagine corporea. Ora, chi legge questo blog da un po’ di tempo, saprà benissimo che io credo che condotte alimentari erronee e distorsione dell’immagine corporea NON sono DCA. Per di più, il 100% della letteratura si focalizza su cose come l’influenza dei mass-media e l’importanza di amare il proprio corpo.
Prima di andare avanti, una precisazione: non ho niente in contrario al dare un limitato spazio all’influenza dei mass-media. Di certo questi fomentano un “mercato” dei DCA, poiché il mercato dell’'anoressia/bulimia rende moltissimo: sulle sue tragedie ingrassano enormi settori economici, da quello alimentare a quello degli integratori, a quello dei cibi ipocalorici, delle chewing-gum senza zucchero e delle Coca Cola Light, a quello delle riviste di moda e di stile e dell'inarrestabile dilagare di bisogni falsi che ne derivano, e relative pubblicità ossessive - con gli immani movimenti di denaro che tutto questo muove senza sosta. Ritengo che sarebbe certamente opportuno spiegare alle bambine (e anche a quelle che sono un po’ cresciute…) che un corpo in salute più avere taglie e forme differenti, e che l’importante è prendersi cura di sé nutrendosi propriamente e facendo cose che fanno stare bene. Tuttavia, resto dell’idea che questo tipo di messaggi non serva ad un granché nella prevenzione dell’anoressia.
Nel 2008, Eric Stice ha pubblicato i primi risultati di uno studio (Stice et al., 2008) relativo ad un programma di prevenzione dei disturbi alimentari. In breve, in questo studio sono state prese 481 ragazze adolescenti con problemi relativi alla propria immagine corporea, che sono state divise in 3 gruppi: il primo prendeva in esame rischi, costi e realtà dell’ideale di magrezza, il secondo era un gruppo sulla promozione di un peso corporeo sano, e il terzo (gruppo di controllo) un gruppo di scrittura espressiva. Le ragazze appartenenti ai 3 gruppi avevano 3 ore di tempo per svolgere l’incarico che era stato loro assegnato. In un follow-up eseguito negli anni successivi, gli autori dello studio hanno identificato 3 nuovi casi di anoressia sottosoglia, un nuovo caso di bulimia conclamata, 23 nuovi casi di bulimia sottosoglia, 1 nuovo caso di binge e 12 nuovi casi di binge sublinico. (Le ragazze che avevano già un DCA erano state escluse dallo studio). Rispetto alle ragazze inserite nel gruppo di controllo, le persone nel gruppo di decostruzione dell’ideale di magrezza hanno mostrato una riduzione del 60% della comparsa di “patologie dell’alimentazione” (6% VS 15%).
Tuttavia, nel follow-up svolto nel 2011 la discrepanza si era significativamente ridotta. Le ragazze del gruppo della decostruzione dell’ideale di magrezza mostravano una riduzione dei livelli di sintomi di DCA, ma non una riduzione della comparsa di nuovi casi di DCA. Evidentemente, dunque, l’insoddisfazione per la propria immagine corporea, a lungo termine, non è il vero motore che sostiene l’anoressia.
Il problema degli interventi di prevenzione primaria, a mio avviso, è che essi danno per scontato che i DCA siano primariamente una “malattia sociale”, senza tener conto del fatto che invece sono essenzialmente malattie psichiche. L’anoressia non è il tentativo di raggiungere un’ideale di magrezza, e il pensare che invece essa sia semplicemente legata alla voglia di dimagrire eccessivamente per aderire ad un’ideale di magrezza proposto dalla società rivela una completa ignoranza in materia. Ma se questa è l’idea che viene fatta passare dai mass-media, non posso fare a meno di pensare che non c’è da meravigliarsi che la maggior parte della gente (che non ha vissuto questa malattia sulla propria pelle) percepisca l’anoressia come una malattia legata solo al cibo e al peso, nonché come un capriccio di ragazzine vanitose, e che tenti di prevenirla al più con la settimana “Love Your Body”.
Allo stesso tempo, tralasciando la vera natura dell’anoressia, ovvero quella psicologica, non si va a mirare la prevenzione su quelle che sono le condizioni caratteriali e i backgrounds che potrebbero portare una persona a sviluppare un DCA, interventi che invece penso potrebbero essere utili ad alcuni sottoinsiemi di persone potenzialmente a rischio di sviluppare un DCA. Penso quindi che concentrarsi troppo sulla prevenzione mirata unicamente sulla fisicità, sia un qualcosa di sostanzialmente inutile.
Prevenzione Secondaria
Malgrado quanto ultimamente i mass-media abbiano detto a proposito delle bambine che cominciano a stare a dieta già dall’età di 9 – 10 anni, non tutte queste bambine hanno il medesimo rischio di ammalarsi di anoressia. In effetti, la stragrande maggioranza di queste bambine che fanno la dieta non svilupperà un DCA. Allo stesso tempo, credo che individuare tra queste bambine quelle che sono effettivamente a rischio di sviluppare un DCA, sia pressoché impossibile. Ci sono certamente dei “fattori di rischio” più generali, ma dato che poi ogni persona ha il suo carattere e il suo modo di rapportarsi agli eventi, è di fatto impossibile prevedere la possibile evoluzione di un DCA.
Alcuni anni fa, dei ricercatori dell’Università di Stanford randomizzarono 480 studentesse universitarie sovrappeso e con problemi relativi alla propria immagine corporea, con un gruppo di controllo per 8 settimane, durante le quali queste ragazze seguirono un corso CBT (Cognitive Behavioural Therapy – Terapia Cognitivo-Comportamentale) on-line con un gruppo di discussione ovviamente monitorato dai ricercatori (Taylor et al., 2006).
Queste donne vennero seguite per 2 anni, e venne data loro la possibilità di continuare a partecipare alla CBT anche al termine del periodo di follow-up. In sintesi, i ricercatori non rilevarono alcuna significativa differenza tra gruppo di controllo e gruppo di trattamento. Tuttavia, guardando ai sottogruppi di partecipanti, i ricercatori notarono che le ragazze con un BMI > 25 e quelle che mettevano in atto comportamenti di compenso, avevano tratto notevoli benefici dal seguire il programma di CBT. Mentre l’11,9% delle donne con BMI > 25 nel gruppo di controllo aveva sviluppato un DCA subclinico durante i 2 anni di follow-up, non lo aveva fatto nessuna del gruppo CBT.
Certo, i numeri su cui si basa questo studio sono piccoli, e non credo proprio che i ricercatori abbiano pensato di fare delle analisi dei sottogruppi primo e/o dopo aver testato i 2 grandi gruppi in toto. Fare statistiche è certamente complicato, ma costruire a posteriori dei sottogruppi perché i risultati ottenuti non dicono quello che si vuole sentir dire, è fin troppo semplice e matematicamente non significativo. In effetti, i ricercatori hanno iniziato a parlare di sottogruppi solo dopo aver considerato i 2 grandi gruppi in toto, ed aver visto che c’erano delle differenze tra le componenti dei singoli gruppi.
Per quanto ne so, uno studio del genere non è mai stato ripetuto, il che costituisce il maggior punto debole dello studio succitato, e anche di quello di Stice. Mi piacerebbe molto che i ricercatori (che sicuramente staranno tutti leggendo il mio blog… ^__^”) improntassero i loro prossimi studi focalizzandosi su un gruppo costituito da “adolescenti medie”, ovvero ragazze che, al momento dello studio, non hanno niente a che vedere con problemi relativi alla propria immagine corporea, e non abbiamo problemi psichici rilevanti di sorta.
Prevenzione Terziaria
La prevenzione terziaria è inerente il sospetto diagnostico precoce, la diagnosi precoce, e il trattamento precoce. A tal proposito, è stato creato un programma on-line rivolto ai genitori/familiari di quelle ragazze che aderiscono ai “criteri di rischio” per l’anoressia (Jones et al., 2012): i genitori ricevono per 6 settimane informazioni, la possibilità di chattare con gli altri genitori che consultano il programma, video, quiz, notazioni comportamentali, e sono seguiti per un anno. Delle 19 famiglie che hanno partecipato, il follow-up mostra che molte di esse hanno avuto una riduzione dei “criteri di rischio” per anoressia dopo un anno. Al solito, però, i piccoli numeri tradiscono lo studio: sui piccoli numeri non si può fare statistica.
Soprattutto, il problema con la prevenzione terziaria sta nel fatto che, ad oggi, non si sa cosa effettivamente funzioni, sia utile. È per questo che non viene sostanzialmente fatto niente al riguardo, e i DCA vengono per lo più riconosciuti quando sono conclamati. Anche i medici spesso inizialmente non riconoscono un DCA e dicono: “Non stai poi così male” o “Le cose non vanno poi così male” o “Bè, in fondo non sei [inserire qui i luoghi comuni che vi siete sentite dire millemila volte]". Ho peraltro saputo che ci sono alcune cliniche in cui viene accettato il ricovero solo se la persona ha perso un certo TOT di peso, o vomita un TOT di volte al giorno (AAAAARGH!!!!). E i genitori tendono a negare la malattia fino a che non è conclamata. Tutto questo dovrebbe essere diverso, ovviamente, perché tutto questo riduce la possibilità che una persona malata di DCA possa ricevere l’aiuto di cui necessita e incrementa la mortalità legata a queste malattie… ma tutto questo rimane così perché alla fine nessuno sa veramente come agire.
Eppure, l’importanza del trattamento quanto più precoce possibile nei DCA è sottolineato in un articolo pubblicato già nel 2003:
“[…] C’è una forte evidenza del fatto che più a lungo dura un disturbo alimentare, più è difficile uscirne. I DCA necessitano di una diagnosi precoce al fine di renderne il trattamento più efficace possibile. Tuttavia, ad oggi, nel tempo che occorre per formulare la diagnosi, la persona malata incorre in problemi biopsicosociali rilevanti. L’intervento terapeutico dovrebbe essere messo in atto alle prime avvisaglie, ai primi sintomi di anomalie nell’alimentazione. Dovrebbe essere posta più attenzione su questo punto. Un riconoscimento precoce della malattia da parte di genitori, familiari, amici, insegnanti, allenatori potrebbe facilitare e sveltire l’inizio dei trattamenti terapeutici. La popolazione dovrebbe essere sensibilizzata in merito alla problematica dei disturbi alimentari, e dovrebbe essere impartita un’educazione atta a permettere di riconoscere i sintomi dei DCA quanto più precocemente possibile. Se s’interviene precocemente, s’impedisce la consolidazione di pattern mentali caratteristici di queste malattie, che sono quelli che portano al perpetrarsi del disturbo. […]”
(mia traduzione)
Per chi non avesse tempo di leggersi tutto questo post che, ve lo anticipo, sarà piuttosto lungo perchè ho in mente un sacco di cose, lasciate che riassuma quello che ad oggi sappiamo in merito alla prevenzione dei DCA in due parole: non molto.
Per chi vuole invece addentrarsi nel tema della prevenzione, parlando come un’epidemiologa, potrei innanzitutto dire che utilizzare il termine “prevenzione” senza alcuna specifica mi sembra quantomeno improprio. Esistono, in effetti, 3 principali tipologie di prevenzione, ovvero:
• Prevenzione Primaria: è la forma classica e principale di prevenzione, focalizzata sull'adozione di interventi e comportamenti in grado di evitare o ridurre l'insorgenza e lo sviluppo di una malattia o di un evento sfavorevole.
> Le campagne messe in atto da “Love Your Body” sono un buon esempio di prevenzione primaria.
• Prevenzione Secondaria: si tratta di una definizione tecnica che si riferisce alla diagnosi precoce di una patologia, permettendo così di intervenire precocemente sulla stessa, ma non evitando o riducendone la comparsa. La precocità di intervento aumenta le opportunità terapeutiche, migliorandone la progressione e riducendo gli effetti negativi.
> Trattare i disturbi alimentari subclinici o alle prime avvisaglie è un buon esempio di prevenzione secondaria.
• Prevenzione Terziaria: è un termine tecnico relativo non tanto alla prevenzione della malattia in sé, quanto dei suoi esiti più complessi. La prevenzione in questo caso è quella delle complicanze, delle probabilità di recidive e della morte.
> Tutti gli sforzi mirati ad incoraggiare parenti e pazienti a trattare il DCA quanto più rapidamente possibile è un buon esempio di prevenzione terziaria.
(Grazie mille a Wikipedia, dalla quale ho preso queste definizioni!)
La maggior parte della prevenzione che si può fare su anoressia/bulimia è prevenzione primaria. La campagna attuata da “Love Your Body” ne è un fantastico esempio. Il problema che secondo me però nasce quando si cerca di attuare una prevenzione primaria sui DCA, è che esiste un solo metodo basato sull’evidenza di prevenzione primaria (del quale parlerò dopo più approfonditamente) e non affronta tutti i fattori di rischio per lo sviluppo di un DCA di cui siamo ad oggi a conoscenza. L’altro problema è che, semplicemente, non se ne sa ancora abbastanza di quali siano le vere cause che portano all’insorgenza di un DCA, per poter estendere e generalizzare la prevenzione a livello di popolazione.
Se ne sa certamente di più rispetto all’importanza di affrontare e trattare i DCA quanto più precocemente possibile, e dal momento che la data odierna mi permette di rimanere in tema, do sfogo alla mia vena nerd di epidemiologia e approfondisco un po’ l’argomento.
Prevenzione Primaria
Quando ho dato un’occhiata alla letteratura in merito alla prevenzione dei DCA per poter scrivere questo post, ho scoperto che il 95% di essa è basata sulla prevenzione dell’adozione di stili alimentari scorretti, nonché sulla valorizzazione della propria immagine corporea. Ora, chi legge questo blog da un po’ di tempo, saprà benissimo che io credo che condotte alimentari erronee e distorsione dell’immagine corporea NON sono DCA. Per di più, il 100% della letteratura si focalizza su cose come l’influenza dei mass-media e l’importanza di amare il proprio corpo.
Prima di andare avanti, una precisazione: non ho niente in contrario al dare un limitato spazio all’influenza dei mass-media. Di certo questi fomentano un “mercato” dei DCA, poiché il mercato dell’'anoressia/bulimia rende moltissimo: sulle sue tragedie ingrassano enormi settori economici, da quello alimentare a quello degli integratori, a quello dei cibi ipocalorici, delle chewing-gum senza zucchero e delle Coca Cola Light, a quello delle riviste di moda e di stile e dell'inarrestabile dilagare di bisogni falsi che ne derivano, e relative pubblicità ossessive - con gli immani movimenti di denaro che tutto questo muove senza sosta. Ritengo che sarebbe certamente opportuno spiegare alle bambine (e anche a quelle che sono un po’ cresciute…) che un corpo in salute più avere taglie e forme differenti, e che l’importante è prendersi cura di sé nutrendosi propriamente e facendo cose che fanno stare bene. Tuttavia, resto dell’idea che questo tipo di messaggi non serva ad un granché nella prevenzione dell’anoressia.
Nel 2008, Eric Stice ha pubblicato i primi risultati di uno studio (Stice et al., 2008) relativo ad un programma di prevenzione dei disturbi alimentari. In breve, in questo studio sono state prese 481 ragazze adolescenti con problemi relativi alla propria immagine corporea, che sono state divise in 3 gruppi: il primo prendeva in esame rischi, costi e realtà dell’ideale di magrezza, il secondo era un gruppo sulla promozione di un peso corporeo sano, e il terzo (gruppo di controllo) un gruppo di scrittura espressiva. Le ragazze appartenenti ai 3 gruppi avevano 3 ore di tempo per svolgere l’incarico che era stato loro assegnato. In un follow-up eseguito negli anni successivi, gli autori dello studio hanno identificato 3 nuovi casi di anoressia sottosoglia, un nuovo caso di bulimia conclamata, 23 nuovi casi di bulimia sottosoglia, 1 nuovo caso di binge e 12 nuovi casi di binge sublinico. (Le ragazze che avevano già un DCA erano state escluse dallo studio). Rispetto alle ragazze inserite nel gruppo di controllo, le persone nel gruppo di decostruzione dell’ideale di magrezza hanno mostrato una riduzione del 60% della comparsa di “patologie dell’alimentazione” (6% VS 15%).
Tuttavia, nel follow-up svolto nel 2011 la discrepanza si era significativamente ridotta. Le ragazze del gruppo della decostruzione dell’ideale di magrezza mostravano una riduzione dei livelli di sintomi di DCA, ma non una riduzione della comparsa di nuovi casi di DCA. Evidentemente, dunque, l’insoddisfazione per la propria immagine corporea, a lungo termine, non è il vero motore che sostiene l’anoressia.
Il problema degli interventi di prevenzione primaria, a mio avviso, è che essi danno per scontato che i DCA siano primariamente una “malattia sociale”, senza tener conto del fatto che invece sono essenzialmente malattie psichiche. L’anoressia non è il tentativo di raggiungere un’ideale di magrezza, e il pensare che invece essa sia semplicemente legata alla voglia di dimagrire eccessivamente per aderire ad un’ideale di magrezza proposto dalla società rivela una completa ignoranza in materia. Ma se questa è l’idea che viene fatta passare dai mass-media, non posso fare a meno di pensare che non c’è da meravigliarsi che la maggior parte della gente (che non ha vissuto questa malattia sulla propria pelle) percepisca l’anoressia come una malattia legata solo al cibo e al peso, nonché come un capriccio di ragazzine vanitose, e che tenti di prevenirla al più con la settimana “Love Your Body”.
Allo stesso tempo, tralasciando la vera natura dell’anoressia, ovvero quella psicologica, non si va a mirare la prevenzione su quelle che sono le condizioni caratteriali e i backgrounds che potrebbero portare una persona a sviluppare un DCA, interventi che invece penso potrebbero essere utili ad alcuni sottoinsiemi di persone potenzialmente a rischio di sviluppare un DCA. Penso quindi che concentrarsi troppo sulla prevenzione mirata unicamente sulla fisicità, sia un qualcosa di sostanzialmente inutile.
Prevenzione Secondaria
Malgrado quanto ultimamente i mass-media abbiano detto a proposito delle bambine che cominciano a stare a dieta già dall’età di 9 – 10 anni, non tutte queste bambine hanno il medesimo rischio di ammalarsi di anoressia. In effetti, la stragrande maggioranza di queste bambine che fanno la dieta non svilupperà un DCA. Allo stesso tempo, credo che individuare tra queste bambine quelle che sono effettivamente a rischio di sviluppare un DCA, sia pressoché impossibile. Ci sono certamente dei “fattori di rischio” più generali, ma dato che poi ogni persona ha il suo carattere e il suo modo di rapportarsi agli eventi, è di fatto impossibile prevedere la possibile evoluzione di un DCA.
Alcuni anni fa, dei ricercatori dell’Università di Stanford randomizzarono 480 studentesse universitarie sovrappeso e con problemi relativi alla propria immagine corporea, con un gruppo di controllo per 8 settimane, durante le quali queste ragazze seguirono un corso CBT (Cognitive Behavioural Therapy – Terapia Cognitivo-Comportamentale) on-line con un gruppo di discussione ovviamente monitorato dai ricercatori (Taylor et al., 2006).
Queste donne vennero seguite per 2 anni, e venne data loro la possibilità di continuare a partecipare alla CBT anche al termine del periodo di follow-up. In sintesi, i ricercatori non rilevarono alcuna significativa differenza tra gruppo di controllo e gruppo di trattamento. Tuttavia, guardando ai sottogruppi di partecipanti, i ricercatori notarono che le ragazze con un BMI > 25 e quelle che mettevano in atto comportamenti di compenso, avevano tratto notevoli benefici dal seguire il programma di CBT. Mentre l’11,9% delle donne con BMI > 25 nel gruppo di controllo aveva sviluppato un DCA subclinico durante i 2 anni di follow-up, non lo aveva fatto nessuna del gruppo CBT.
Certo, i numeri su cui si basa questo studio sono piccoli, e non credo proprio che i ricercatori abbiano pensato di fare delle analisi dei sottogruppi primo e/o dopo aver testato i 2 grandi gruppi in toto. Fare statistiche è certamente complicato, ma costruire a posteriori dei sottogruppi perché i risultati ottenuti non dicono quello che si vuole sentir dire, è fin troppo semplice e matematicamente non significativo. In effetti, i ricercatori hanno iniziato a parlare di sottogruppi solo dopo aver considerato i 2 grandi gruppi in toto, ed aver visto che c’erano delle differenze tra le componenti dei singoli gruppi.
Per quanto ne so, uno studio del genere non è mai stato ripetuto, il che costituisce il maggior punto debole dello studio succitato, e anche di quello di Stice. Mi piacerebbe molto che i ricercatori (che sicuramente staranno tutti leggendo il mio blog… ^__^”) improntassero i loro prossimi studi focalizzandosi su un gruppo costituito da “adolescenti medie”, ovvero ragazze che, al momento dello studio, non hanno niente a che vedere con problemi relativi alla propria immagine corporea, e non abbiamo problemi psichici rilevanti di sorta.
Prevenzione Terziaria
La prevenzione terziaria è inerente il sospetto diagnostico precoce, la diagnosi precoce, e il trattamento precoce. A tal proposito, è stato creato un programma on-line rivolto ai genitori/familiari di quelle ragazze che aderiscono ai “criteri di rischio” per l’anoressia (Jones et al., 2012): i genitori ricevono per 6 settimane informazioni, la possibilità di chattare con gli altri genitori che consultano il programma, video, quiz, notazioni comportamentali, e sono seguiti per un anno. Delle 19 famiglie che hanno partecipato, il follow-up mostra che molte di esse hanno avuto una riduzione dei “criteri di rischio” per anoressia dopo un anno. Al solito, però, i piccoli numeri tradiscono lo studio: sui piccoli numeri non si può fare statistica.
Soprattutto, il problema con la prevenzione terziaria sta nel fatto che, ad oggi, non si sa cosa effettivamente funzioni, sia utile. È per questo che non viene sostanzialmente fatto niente al riguardo, e i DCA vengono per lo più riconosciuti quando sono conclamati. Anche i medici spesso inizialmente non riconoscono un DCA e dicono: “Non stai poi così male” o “Le cose non vanno poi così male” o “Bè, in fondo non sei [inserire qui i luoghi comuni che vi siete sentite dire millemila volte]". Ho peraltro saputo che ci sono alcune cliniche in cui viene accettato il ricovero solo se la persona ha perso un certo TOT di peso, o vomita un TOT di volte al giorno (AAAAARGH!!!!). E i genitori tendono a negare la malattia fino a che non è conclamata. Tutto questo dovrebbe essere diverso, ovviamente, perché tutto questo riduce la possibilità che una persona malata di DCA possa ricevere l’aiuto di cui necessita e incrementa la mortalità legata a queste malattie… ma tutto questo rimane così perché alla fine nessuno sa veramente come agire.
Eppure, l’importanza del trattamento quanto più precoce possibile nei DCA è sottolineato in un articolo pubblicato già nel 2003:
“[…] C’è una forte evidenza del fatto che più a lungo dura un disturbo alimentare, più è difficile uscirne. I DCA necessitano di una diagnosi precoce al fine di renderne il trattamento più efficace possibile. Tuttavia, ad oggi, nel tempo che occorre per formulare la diagnosi, la persona malata incorre in problemi biopsicosociali rilevanti. L’intervento terapeutico dovrebbe essere messo in atto alle prime avvisaglie, ai primi sintomi di anomalie nell’alimentazione. Dovrebbe essere posta più attenzione su questo punto. Un riconoscimento precoce della malattia da parte di genitori, familiari, amici, insegnanti, allenatori potrebbe facilitare e sveltire l’inizio dei trattamenti terapeutici. La popolazione dovrebbe essere sensibilizzata in merito alla problematica dei disturbi alimentari, e dovrebbe essere impartita un’educazione atta a permettere di riconoscere i sintomi dei DCA quanto più precocemente possibile. Se s’interviene precocemente, s’impedisce la consolidazione di pattern mentali caratteristici di queste malattie, che sono quelli che portano al perpetrarsi del disturbo. […]”
(mia traduzione)
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venerdì 12 aprile 2013
Anoressia & Microbioma: Sentimenti viscerali
Immaginate un esperimento del genere:
Infilate una persona in un frullatore (e, dato che è tutto ipotetico, immaginate d’infilarci una persona che vi sta sul cazzo. Vi sentite meglio? Immagino di sì!). Poi, contate il numero totale di cellule che avete ottenuto. Solo una su 10 di queste cellule è una cellula umana. Il restante 90%? Tutti microbi. Se poi vi mettete a contare il numero totale di geni nel vostro frullato umano (NON lo troverete a breve nei vostri supermercati di fiducia), i numeri saranno ancora più sbilanciati: solo 1 gene su 100 è umano. Il resto sono, analogamente, geni batterici. L’insieme dei batteri che vive nel e sul nostro corpo prende il nome di microbioma.
L’idea ovviamente non è quella di capire chi è germofoba tra voi lettrici del mio blog, ma ammettiamolo: siamo tanto batteriche quanto umane. Molti di questi microbi vivono sulla nostra pelle, nei nostri polmoni, e nelle vie genitourinarie. Ma la maggior parte di essi, tuttavia, vive nei nostri visceri. La loro importanza è cruciale per estrarre energia dal cibo, e questi microbi sono estremamente sensibili a ciò che mangiamo. “Far digiunare dei topi anche solo per un giorno altera drammaticamente la composizione dei loro microbi viscerali. Specificatamente, si riduce drasticamente il numero di un tipo di batteri conosciuti come Firmicutes. Quando i ricercatori hanno trapiantato Firmicutes nelle viscere di topi magri, questi hanno rapidamente guadagnato peso.” (mia traduzione) (Crawford et al., 2009)
Quando si parla di anoressia, non c’è un granché da dire a proposito dei microbi. C’è uno studio più unico che raro condotto dal ricercatore Sergej Fetissov, che tratta della potenziale risposta autoimmune che si verifica nelle persone che hanno un DCA, e qualche sporadico lavoro in merito alla relazione tra PANDAS (Disordini Neuropsichiatrici Autoimmuni in Pediatria Associati con Infezione Streptococcica) e anoressia, ma, in generale, i ricercatori non hanno prestato molto attenzione al ruolo che il microbioma potrebbe avere nell’innescare o nel perpetrare un DCA.
Ben di più è stato fatto in merito alle ricerche relative all’obesità. Molti ricercatori hanno dimostrato che le persone con B.M.I. > 30 hanno microbi intestinali diversi rispetto alle persone che hanno un B.M.I. nel range di norma. Anche la chirurgia bariatrica cambia significativamente i microbi viscerali affinché le persone possano perdere peso, rendendoli più simili a quelli che sono i profili batterici delle persone normopeso. Uno studio più recente pubblicato in “The ISME Journal” propone una “dieta del microbioma”: mangiare cibi in grado di eliminare un tipo di batteri chiamati Enterobacter aiuta una persona ad avere una drastica perdita di peso in un lasso di tempo relaztivamente breve. (Fei & Zhao, 2012)
Dunque, com’è che questi microbi sono coinvolti nell’anoressia? Ad oggi, in realtà, nessuno lo sa. Ho letto che Cindy Bulik ha iniziato uno studio alla ricerca di queste relazioni, ma ancora non è pervenuta ad alcun risultato utile. Basandosi sugli studi che ho precedentemente citato, è ragionevole pensare che i comportamenti tipici dei DCA (restrizione alimentare, binge, vomito autoindotto…) abbiano un impatto significativo sul microbioma degli individui. È solo una mia idea, niente di dimostrato, ma sono pronta a scommetterci. Comunque, la domanda è: cos’hanno a che fare questi cambiamenti della flora micorbica con I sintomi dei DCA?
È stato osservato che squilibri nella flora microbica intestinale nei topi e nei ratti alterano i normali pattern di assunzione di rischi e comportamenti ansiosi - cosa che, in un certo senso, avviene anche nelle persone con un DCA. Questi potrebbero anche, forse, spiegare la perdita di peso non controllabile che si verifica nell’anoressia e nei DCAnas. Forse l’iniziare una restrizione alimentare induce un significativo cambiamento della flora microbica viscerale, il che va ad amplificare gli effetti della malnutrizione. Forse viene meno un gruppo di microbi che produce importanti ormoni implicati nella regolazione delle sensazioni di fame/sazietà (Leptina, Grelina, Colecistochinina, etc…). Ad oggi, nessuno lo sa veramente.
Un suggerimento in merito al potenziale ruolo del microbioma nei DCA viene da uno studio pubblicato lo scorso 30 Gennaio sulla rivista “Science” e condotto da Smith et al.
I ricercatori hanno condotto studi a proposito della relazione tra flora microbica viscerale e kwashiorkor, una forma di severa malnutrizione che si verifica quando una persona non ingerisce sufficienti proteine. Delle 317 coppie di gemelli del Malawi che i ricercatori hanno monitorato per 3 anni, la metà è andata incontro a severa malnutrizione, e il 7% ha sviluppato segni e sintomi di kwashiorkor. Ovviamente, una carenza proteica è cruciale per lo sviluppo di questa malattia, ma non è il solo fattore, visto che non tutti i gemelli con un severo deficit proteico hanno sviluppato il kwashiorkor. Quindi, dev’esserci anche qualche altra cosa.
Per prima cosa, i ricercatori hanno trattato le coppie di gemelli discordanti per il kwashiorkor (voglio dire che uno dei due gemelli si era ammalato, mentre l’altro no) con “cibo terapeutico” – basilarmente, burro di arachidi con steroidi. Il gemello con kwashiorkor ha ottenuto significative differenze rispetto all’altro gemello che aveva seguito la sua stessa dieta. I ricercatori hanno trovato significative differenze nei microbi viscerali dei bambini malati che erano stati trattati col “cibo terapeutico”. Interrompere la somministrazione del “cibo terapeutico” ha provocato una regressione nelle funzioni dei microbi viscerali.
Il punto è: quando i ricercatori inoculavano negli intestini dei topi microbi estratti dai visceri di bambini Malawiani malnutriti, questi topi perdevano rapidamente peso e sviluppavano anche loro il kwashiorkor. Questo succedeva nonostante detti topi fossero nutriti in maniera corretta, con dieta ricca e variata, e adeguato apporto calorico. Pertanto, una delle ragioni per cui i ricercatori credono che il “cibo terapeutico” sia così efficace nel trattamento dello kwashiorkor è che esso aiuta a ripristinare la normale flora batterica intestinale.
Quale effetto sortisca il ripristinare una normale flora batterica intestinale, grazie ad una dieta corretta, sui sintomi fisici e mentali dell’anoressia, rimane ancora da scoprire. I probiotici sono un tema caldo, ma gran parte della ricerca a tal proposito è abbastanza esagerata. Sicuramente questa è una strada che presenta un potenziale, una strada che merita di essere percorsa, poiché è necessario saperne di più riguardo a quale popolazione di persone con un DCA può trarre benefici dal ripristino di una normale flora batterica, e quale no. Ma mi pare un’idea interessante, e penso che dovremmo saperne di più a proposito del ruolo del microbioma nello sviluppo e nella perpetuazione di un DCA.
Per concludere, la citazione del ricercatore John Rawls in una sua intervista rilasciata allo “Scientific American” (mia traduzione):
“Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione della nostra capacità di descrivere la composizione e il potenziale fisiologico di queste comunità batteriche. […] Quello su cui possiamo iniziare a speculare, comunque, sono i diversi tipi di relazione che possono esserci. Sappiamo che il microbioma viscerale incremente la nostra capacità di estrarre calorie dai carboidrati complessi, e questa è chiaramente una relazione mutualmente benefica. Ma si sa che tutti i vertebrati hanno la capacità di digerire e assorbire autonomamente anche altri tipi di nutrienti, quali lipidi, proteine e carboidrati semplici, perciò non è perfettamente chiaro quale sia la relazione mutualmente benefica tra organismo e batteri relativamente a questi nutrienti…”
Infilate una persona in un frullatore (e, dato che è tutto ipotetico, immaginate d’infilarci una persona che vi sta sul cazzo. Vi sentite meglio? Immagino di sì!). Poi, contate il numero totale di cellule che avete ottenuto. Solo una su 10 di queste cellule è una cellula umana. Il restante 90%? Tutti microbi. Se poi vi mettete a contare il numero totale di geni nel vostro frullato umano (NON lo troverete a breve nei vostri supermercati di fiducia), i numeri saranno ancora più sbilanciati: solo 1 gene su 100 è umano. Il resto sono, analogamente, geni batterici. L’insieme dei batteri che vive nel e sul nostro corpo prende il nome di microbioma.
L’idea ovviamente non è quella di capire chi è germofoba tra voi lettrici del mio blog, ma ammettiamolo: siamo tanto batteriche quanto umane. Molti di questi microbi vivono sulla nostra pelle, nei nostri polmoni, e nelle vie genitourinarie. Ma la maggior parte di essi, tuttavia, vive nei nostri visceri. La loro importanza è cruciale per estrarre energia dal cibo, e questi microbi sono estremamente sensibili a ciò che mangiamo. “Far digiunare dei topi anche solo per un giorno altera drammaticamente la composizione dei loro microbi viscerali. Specificatamente, si riduce drasticamente il numero di un tipo di batteri conosciuti come Firmicutes. Quando i ricercatori hanno trapiantato Firmicutes nelle viscere di topi magri, questi hanno rapidamente guadagnato peso.” (mia traduzione) (Crawford et al., 2009)
Quando si parla di anoressia, non c’è un granché da dire a proposito dei microbi. C’è uno studio più unico che raro condotto dal ricercatore Sergej Fetissov, che tratta della potenziale risposta autoimmune che si verifica nelle persone che hanno un DCA, e qualche sporadico lavoro in merito alla relazione tra PANDAS (Disordini Neuropsichiatrici Autoimmuni in Pediatria Associati con Infezione Streptococcica) e anoressia, ma, in generale, i ricercatori non hanno prestato molto attenzione al ruolo che il microbioma potrebbe avere nell’innescare o nel perpetrare un DCA.
Ben di più è stato fatto in merito alle ricerche relative all’obesità. Molti ricercatori hanno dimostrato che le persone con B.M.I. > 30 hanno microbi intestinali diversi rispetto alle persone che hanno un B.M.I. nel range di norma. Anche la chirurgia bariatrica cambia significativamente i microbi viscerali affinché le persone possano perdere peso, rendendoli più simili a quelli che sono i profili batterici delle persone normopeso. Uno studio più recente pubblicato in “The ISME Journal” propone una “dieta del microbioma”: mangiare cibi in grado di eliminare un tipo di batteri chiamati Enterobacter aiuta una persona ad avere una drastica perdita di peso in un lasso di tempo relaztivamente breve. (Fei & Zhao, 2012)
Dunque, com’è che questi microbi sono coinvolti nell’anoressia? Ad oggi, in realtà, nessuno lo sa. Ho letto che Cindy Bulik ha iniziato uno studio alla ricerca di queste relazioni, ma ancora non è pervenuta ad alcun risultato utile. Basandosi sugli studi che ho precedentemente citato, è ragionevole pensare che i comportamenti tipici dei DCA (restrizione alimentare, binge, vomito autoindotto…) abbiano un impatto significativo sul microbioma degli individui. È solo una mia idea, niente di dimostrato, ma sono pronta a scommetterci. Comunque, la domanda è: cos’hanno a che fare questi cambiamenti della flora micorbica con I sintomi dei DCA?
È stato osservato che squilibri nella flora microbica intestinale nei topi e nei ratti alterano i normali pattern di assunzione di rischi e comportamenti ansiosi - cosa che, in un certo senso, avviene anche nelle persone con un DCA. Questi potrebbero anche, forse, spiegare la perdita di peso non controllabile che si verifica nell’anoressia e nei DCAnas. Forse l’iniziare una restrizione alimentare induce un significativo cambiamento della flora microbica viscerale, il che va ad amplificare gli effetti della malnutrizione. Forse viene meno un gruppo di microbi che produce importanti ormoni implicati nella regolazione delle sensazioni di fame/sazietà (Leptina, Grelina, Colecistochinina, etc…). Ad oggi, nessuno lo sa veramente.
Un suggerimento in merito al potenziale ruolo del microbioma nei DCA viene da uno studio pubblicato lo scorso 30 Gennaio sulla rivista “Science” e condotto da Smith et al.
I ricercatori hanno condotto studi a proposito della relazione tra flora microbica viscerale e kwashiorkor, una forma di severa malnutrizione che si verifica quando una persona non ingerisce sufficienti proteine. Delle 317 coppie di gemelli del Malawi che i ricercatori hanno monitorato per 3 anni, la metà è andata incontro a severa malnutrizione, e il 7% ha sviluppato segni e sintomi di kwashiorkor. Ovviamente, una carenza proteica è cruciale per lo sviluppo di questa malattia, ma non è il solo fattore, visto che non tutti i gemelli con un severo deficit proteico hanno sviluppato il kwashiorkor. Quindi, dev’esserci anche qualche altra cosa.
Per prima cosa, i ricercatori hanno trattato le coppie di gemelli discordanti per il kwashiorkor (voglio dire che uno dei due gemelli si era ammalato, mentre l’altro no) con “cibo terapeutico” – basilarmente, burro di arachidi con steroidi. Il gemello con kwashiorkor ha ottenuto significative differenze rispetto all’altro gemello che aveva seguito la sua stessa dieta. I ricercatori hanno trovato significative differenze nei microbi viscerali dei bambini malati che erano stati trattati col “cibo terapeutico”. Interrompere la somministrazione del “cibo terapeutico” ha provocato una regressione nelle funzioni dei microbi viscerali.
Il punto è: quando i ricercatori inoculavano negli intestini dei topi microbi estratti dai visceri di bambini Malawiani malnutriti, questi topi perdevano rapidamente peso e sviluppavano anche loro il kwashiorkor. Questo succedeva nonostante detti topi fossero nutriti in maniera corretta, con dieta ricca e variata, e adeguato apporto calorico. Pertanto, una delle ragioni per cui i ricercatori credono che il “cibo terapeutico” sia così efficace nel trattamento dello kwashiorkor è che esso aiuta a ripristinare la normale flora batterica intestinale.
Quale effetto sortisca il ripristinare una normale flora batterica intestinale, grazie ad una dieta corretta, sui sintomi fisici e mentali dell’anoressia, rimane ancora da scoprire. I probiotici sono un tema caldo, ma gran parte della ricerca a tal proposito è abbastanza esagerata. Sicuramente questa è una strada che presenta un potenziale, una strada che merita di essere percorsa, poiché è necessario saperne di più riguardo a quale popolazione di persone con un DCA può trarre benefici dal ripristino di una normale flora batterica, e quale no. Ma mi pare un’idea interessante, e penso che dovremmo saperne di più a proposito del ruolo del microbioma nello sviluppo e nella perpetuazione di un DCA.
Per concludere, la citazione del ricercatore John Rawls in una sua intervista rilasciata allo “Scientific American” (mia traduzione):
“Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione della nostra capacità di descrivere la composizione e il potenziale fisiologico di queste comunità batteriche. […] Quello su cui possiamo iniziare a speculare, comunque, sono i diversi tipi di relazione che possono esserci. Sappiamo che il microbioma viscerale incremente la nostra capacità di estrarre calorie dai carboidrati complessi, e questa è chiaramente una relazione mutualmente benefica. Ma si sa che tutti i vertebrati hanno la capacità di digerire e assorbire autonomamente anche altri tipi di nutrienti, quali lipidi, proteine e carboidrati semplici, perciò non è perfettamente chiaro quale sia la relazione mutualmente benefica tra organismo e batteri relativamente a questi nutrienti…”
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venerdì 5 aprile 2013
I mass-media devono fare il loro lavoro
Non tanto spesso quanto sarebbe, a mio avviso, necessario, i mass media si degnano di parlare di DCA. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, l’immagine che passa attraverso la TV o attraverso i giornali delle persone che hanno un DCA è talmente fuorviante che mi verrebbe voglia di prendere a capocciate il televisore per sfogare tutta la mia frustrazione.
Il caso di specie:
Anoressia e Bulimia sono drammaticamente in aumento
Tratto da una storia pubblicata on-line dal giornale “The Independent” relativa ad una psicologa che attraverso il suo articolo cerca di parlare ai genitori in merito al come crescere figlie adolescenti. (Dateci una lettura per farvi un'idea di dove andrò a parare, poi tornate qui a leggere quel che segue...)
"Anche l’anoressia e la bulimia sono drammaticamente in aumento: le statistiche prodotte in merito ai ricoveri ospedalieri di ragazze affette da disturbi alimentari ammontava, lo scorso Ottobre, al 16% di tutti i ricoveri, e di questi il 10% era relativo a ragazze di non più di 15 anni.
“Questa è un’ informazione molto interessante” – afferma Biddulph – “Chiunque abbia una figlia adolescente adesso penserà a questo, guardandola”. Le figure da rimproverare, afferma anche, sono soprattutto i mass-media, e la società attuale. “Stanno distorcendo la sensibilità delle ragazze, le fanno sentire come se avessero una fisicità inadeguata. Ma è tutta una strategia di marketing”. "
(mia traduzione)
L’articolo parla anche dell’“epidemia” di autolesionismo nella medesima popolazione adolescenziale. Sebbene non sappia molto sulla prevalenza dell’autolesionismo, posso con ragionevole certezza affermare che la valutazione dell’incremento del numero dei ricoveri ospedalieri di persone affette da DCA non ci dice nient’altro che il fatto che ci sia stato un aumento del numero dei ricoveri per DCA.
Quello che invece NON ci dice:
(in grassetto + corsivo, quello che afferma l'articolo. A seguito, il mio commento)
• C’è stato un aumento dei casi di DCA. No. Il numero COMPLESSIVO delle persone affette da un DCA può essere pure rimasto inalterato o diminuito. Non lo sappiamo, in realtà. L’aumento del numero dei ricoveri può essere dovuto al fatto che ci sono stati dei casi più severi di malattia, o che i DCA vengono diagnosticati più di frequente e questo comporta una più frequente ospedalizzazione. Non ci dice affatto quanti sono i casi di persone con DCA che non sono attualmente ospedalizzate.
• Un aumento del numero di ospedalizzazioni è una cosa drammatica. Se più persone affette da DCA accedono ad ospedali (o a strutture specializzate), significa che più persone ricevono le cure di cui necessitano. Mi sembra una cosa positiva.
• Le 15enni sono maggiormente a rischio DCA. Considerato che l’età di maggior incidenza dell’anoressia è quella compresa tra i 12 e i 18 anni, non sorprende che un elevato numero di persone ospedalizzate siano 15enni. Anche la persona che ha scritto l’articolo non lo troverebbe scioccante né sorprendente, se si fosse documentato un po’ al riguardo, prima di scrivere.
• C’è un epidemia di DCA. Da definizione tecnica, “Si definisce epidemia (dal greco επί + δήμος, lett.: sopra il popolo ) una malattia che colpisca quasi simultaneamente una collettività di individui con una ben delimitata diffusione nello spazio e nel tempo, e che causi un numero dei casi in aumento rispetto ai valori attesi.” (grazie, Wikipedia!) Ecco il punto: non abbiamo alcuna informazione relativamente al numero complessivo delle persone che attualmente hanno un DCA in una determinata popolazione, per cui NON POSSIAMO dire che il numero dei casi sia superiore a quelli che ci saremmo aspettati. Perché, quanti casi ci saremmo aspettati? Dire che c’è un’epidemia di DCA è gettare fumo negli occhi. Per quel che ne sappiamo, NON c’è un’epidemia di DCA, attualmente.
I DCA esistono da ben prima dell’avvento dei mass-media. E non mi risulta – consultando studi pubblicati su PubMed – che ultimamente vi sia stato un chissà quale incremento di anoressia e bulimia, e che questo presunto fatto sia ascrivibile ai mass-media. Ascoltiamo pure quello che ci viene detto in TV… ma poi documentiamoci attraverso fonti più scientifiche, perché solo così possiamo arrivare a reali conclusioni, senza farci imbonire.
Il caso di specie:
Anoressia e Bulimia sono drammaticamente in aumento
Tratto da una storia pubblicata on-line dal giornale “The Independent” relativa ad una psicologa che attraverso il suo articolo cerca di parlare ai genitori in merito al come crescere figlie adolescenti. (Dateci una lettura per farvi un'idea di dove andrò a parare, poi tornate qui a leggere quel che segue...)
"Anche l’anoressia e la bulimia sono drammaticamente in aumento: le statistiche prodotte in merito ai ricoveri ospedalieri di ragazze affette da disturbi alimentari ammontava, lo scorso Ottobre, al 16% di tutti i ricoveri, e di questi il 10% era relativo a ragazze di non più di 15 anni.
“Questa è un’ informazione molto interessante” – afferma Biddulph – “Chiunque abbia una figlia adolescente adesso penserà a questo, guardandola”. Le figure da rimproverare, afferma anche, sono soprattutto i mass-media, e la società attuale. “Stanno distorcendo la sensibilità delle ragazze, le fanno sentire come se avessero una fisicità inadeguata. Ma è tutta una strategia di marketing”. "
(mia traduzione)
L’articolo parla anche dell’“epidemia” di autolesionismo nella medesima popolazione adolescenziale. Sebbene non sappia molto sulla prevalenza dell’autolesionismo, posso con ragionevole certezza affermare che la valutazione dell’incremento del numero dei ricoveri ospedalieri di persone affette da DCA non ci dice nient’altro che il fatto che ci sia stato un aumento del numero dei ricoveri per DCA.
Quello che invece NON ci dice:
(in grassetto + corsivo, quello che afferma l'articolo. A seguito, il mio commento)
• C’è stato un aumento dei casi di DCA. No. Il numero COMPLESSIVO delle persone affette da un DCA può essere pure rimasto inalterato o diminuito. Non lo sappiamo, in realtà. L’aumento del numero dei ricoveri può essere dovuto al fatto che ci sono stati dei casi più severi di malattia, o che i DCA vengono diagnosticati più di frequente e questo comporta una più frequente ospedalizzazione. Non ci dice affatto quanti sono i casi di persone con DCA che non sono attualmente ospedalizzate.
• Un aumento del numero di ospedalizzazioni è una cosa drammatica. Se più persone affette da DCA accedono ad ospedali (o a strutture specializzate), significa che più persone ricevono le cure di cui necessitano. Mi sembra una cosa positiva.
• Le 15enni sono maggiormente a rischio DCA. Considerato che l’età di maggior incidenza dell’anoressia è quella compresa tra i 12 e i 18 anni, non sorprende che un elevato numero di persone ospedalizzate siano 15enni. Anche la persona che ha scritto l’articolo non lo troverebbe scioccante né sorprendente, se si fosse documentato un po’ al riguardo, prima di scrivere.
• C’è un epidemia di DCA. Da definizione tecnica, “Si definisce epidemia (dal greco επί + δήμος, lett.: sopra il popolo ) una malattia che colpisca quasi simultaneamente una collettività di individui con una ben delimitata diffusione nello spazio e nel tempo, e che causi un numero dei casi in aumento rispetto ai valori attesi.” (grazie, Wikipedia!) Ecco il punto: non abbiamo alcuna informazione relativamente al numero complessivo delle persone che attualmente hanno un DCA in una determinata popolazione, per cui NON POSSIAMO dire che il numero dei casi sia superiore a quelli che ci saremmo aspettati. Perché, quanti casi ci saremmo aspettati? Dire che c’è un’epidemia di DCA è gettare fumo negli occhi. Per quel che ne sappiamo, NON c’è un’epidemia di DCA, attualmente.
I DCA esistono da ben prima dell’avvento dei mass-media. E non mi risulta – consultando studi pubblicati su PubMed – che ultimamente vi sia stato un chissà quale incremento di anoressia e bulimia, e che questo presunto fatto sia ascrivibile ai mass-media. Ascoltiamo pure quello che ci viene detto in TV… ma poi documentiamoci attraverso fonti più scientifiche, perché solo così possiamo arrivare a reali conclusioni, senza farci imbonire.
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venerdì 29 marzo 2013
Suggerimenti per rendere più facile lo shopping
Talora non è facile, per chi sta combattendo contro un DCA, relazionarsi al fatto che il progressivo recupero del peso comporti il dover andare a fare shopping per compare dei vestiti che siano adatti ad un peso più salutare.
Come fare, dunque, per rendere il momento dello shopping meno difficile?
Step 1: Trovate un’amica con cui andare a fare shopping. Qualcuna che abbia la sensibilità di aiutarvi a combattere contro il vostro DCA, ovviamente.
Step 2: Prendetevi tutto il tempo di cui sentite di avere bisogno. Anche tutto il pomeriggio o tutta la giornata, se è ciò che vi occorre.
Step 3: Scegliete un negozio grande dove ci sia una grande varietà di capi d’abbigliamento. (I grandi magazzini vanno benissimo, per intenderci.)
Step 4: Pianificate un’attività divertente che tu e la tua amica potrete fare quando lo shopping si sarà concluso. (Un’attività che non preveda in alcun modo la presenza del cibo.)
• Comprate una palla e andate a giocare a calcio ai giardini pubblici.
• Andate a vedere un film divertente al cinema.
• Comprate una confezione di bolle di sapone e soffiatele mentre il vento le porta via.
• Cantate a tutto volume (e, possibilmente stonando il più possibile) mente fate un giro in macchina tenendo I finestrini aperti.
• Dipingetevi le unghie con millemila smalti colorati.
• Giocate a chi fa fare più rimbalzi ai sassi lanciati sull’acqua del fiume/lago che c’è nel vostro paese/città.
• Rotolatevi nelle pozze fangose dopo che è piovuto.
• Etc…
Okay, e adesso la cosa più importante: QUANDO STATE FACENDO SHOPPING, NON DOVETE IN ALCUN MODO GUARDARE LA TAGLIA DEI CAPI D’ABBIGLIAMENTO CHE VI PROVATE. Dovete prometterlo alla vostra amica, e MANTENERE la promessa.
Andate a fare shopping per trovare vestiti che vi piacciono e che vi stanno bene addosso, valorizzando gli aspetti positivi del vostro fisico, la taglia che hanno non è importante!
************************************************************************
Attenzione: Amica
Questa è la tua parte nel piano:
• Sii molto paziente. Ricorda che fare shopping per una persona che ha un DCA è ansiogeno.
• Accompagna la tua amica nel negozio in cui ha scelto di andare a fare acquisti.
• Se la tua amica ha rispettato le sue consegne, dovrebbe prometterti di non guardare le taglie dei capi d’abbigliamento che indosserà, e se è corretta, rispetterà la sua promessa. Ma non preoccuparti se non dovesse farlo, perché ho un piano B che potrai comunque attuare.
• PIANO B. Chiedi alla tua amica di darti le spalle dopo che ha scelto un capo d’abbigliamento che le piace, prendi differenti taglie di quel capo d’abbigliamento, e approssimagliele addosso mentre lei ti sta dando le spalle, per capire più o meno quale taglia potrebbe andarle bene.
• Ricordale che i primi capi che deve provare sono quelli che le risultano più ansiogeni. (Prima il dovere, poi il piacere!)
• Nel momento in cui la vostra amica ha scelto, per esempio, il tipo di jeans che le piacciono, prendete diverse taglie di quel tipo di jeans. (Ecco perchè è meglio andare in un negozio grande, dove c’è molto assortimento.)
• Prendete i Post-It che vi eravate portate dietro, e attaccateli sopra l’etichetta dei jeans che riporta la taglia.
• Fate entrare la vostra amica nel camerino di prova, poi passatele i jeans un paio alla volta, facendovi restituire il paio già provato quando le passate il successivo.
MOLTO IMPORTANTE: Il primo paio di jeans che dovete passare alla vostra amica nel camerino di prova è quello con la taglia MAGGIORE! Sarà così più facile per la vostra amica passare ad una taglia inferiore… mentre sarebbe molto frustrante vedere che quel paio di jeans non le sta ed ha bisogno di una taglia più alta.
• Dopo aver scelto i capi d’abbigliamento più ansiogeni, passate alle cose più easy e rilassanti, tipo le scarpe, i cerchietti per capelli, etc…
• Dopo aver completato gli acquisti ed essere uscite dal negozio… tagliate le etichette delle taglie dei capi acquistati. E gettatele via.
Bene, adesso siete pronte per divertirvi andando a soffiare bolle di sapone o rotolandovi in delle meravigliose pozze piene di fango. ^__-
Come fare, dunque, per rendere il momento dello shopping meno difficile?
Step 1: Trovate un’amica con cui andare a fare shopping. Qualcuna che abbia la sensibilità di aiutarvi a combattere contro il vostro DCA, ovviamente.
Step 2: Prendetevi tutto il tempo di cui sentite di avere bisogno. Anche tutto il pomeriggio o tutta la giornata, se è ciò che vi occorre.
Step 3: Scegliete un negozio grande dove ci sia una grande varietà di capi d’abbigliamento. (I grandi magazzini vanno benissimo, per intenderci.)
Step 4: Pianificate un’attività divertente che tu e la tua amica potrete fare quando lo shopping si sarà concluso. (Un’attività che non preveda in alcun modo la presenza del cibo.)
• Comprate una palla e andate a giocare a calcio ai giardini pubblici.
• Andate a vedere un film divertente al cinema.
• Comprate una confezione di bolle di sapone e soffiatele mentre il vento le porta via.
• Cantate a tutto volume (e, possibilmente stonando il più possibile) mente fate un giro in macchina tenendo I finestrini aperti.
• Dipingetevi le unghie con millemila smalti colorati.
• Giocate a chi fa fare più rimbalzi ai sassi lanciati sull’acqua del fiume/lago che c’è nel vostro paese/città.
• Rotolatevi nelle pozze fangose dopo che è piovuto.
• Etc…
Okay, e adesso la cosa più importante: QUANDO STATE FACENDO SHOPPING, NON DOVETE IN ALCUN MODO GUARDARE LA TAGLIA DEI CAPI D’ABBIGLIAMENTO CHE VI PROVATE. Dovete prometterlo alla vostra amica, e MANTENERE la promessa.
Andate a fare shopping per trovare vestiti che vi piacciono e che vi stanno bene addosso, valorizzando gli aspetti positivi del vostro fisico, la taglia che hanno non è importante!
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Attenzione: Amica
Questa è la tua parte nel piano:
• Sii molto paziente. Ricorda che fare shopping per una persona che ha un DCA è ansiogeno.
• Accompagna la tua amica nel negozio in cui ha scelto di andare a fare acquisti.
• Se la tua amica ha rispettato le sue consegne, dovrebbe prometterti di non guardare le taglie dei capi d’abbigliamento che indosserà, e se è corretta, rispetterà la sua promessa. Ma non preoccuparti se non dovesse farlo, perché ho un piano B che potrai comunque attuare.
• PIANO B. Chiedi alla tua amica di darti le spalle dopo che ha scelto un capo d’abbigliamento che le piace, prendi differenti taglie di quel capo d’abbigliamento, e approssimagliele addosso mentre lei ti sta dando le spalle, per capire più o meno quale taglia potrebbe andarle bene.
• Ricordale che i primi capi che deve provare sono quelli che le risultano più ansiogeni. (Prima il dovere, poi il piacere!)
• Nel momento in cui la vostra amica ha scelto, per esempio, il tipo di jeans che le piacciono, prendete diverse taglie di quel tipo di jeans. (Ecco perchè è meglio andare in un negozio grande, dove c’è molto assortimento.)
• Prendete i Post-It che vi eravate portate dietro, e attaccateli sopra l’etichetta dei jeans che riporta la taglia.
• Fate entrare la vostra amica nel camerino di prova, poi passatele i jeans un paio alla volta, facendovi restituire il paio già provato quando le passate il successivo.
MOLTO IMPORTANTE: Il primo paio di jeans che dovete passare alla vostra amica nel camerino di prova è quello con la taglia MAGGIORE! Sarà così più facile per la vostra amica passare ad una taglia inferiore… mentre sarebbe molto frustrante vedere che quel paio di jeans non le sta ed ha bisogno di una taglia più alta.
• Dopo aver scelto i capi d’abbigliamento più ansiogeni, passate alle cose più easy e rilassanti, tipo le scarpe, i cerchietti per capelli, etc…
• Dopo aver completato gli acquisti ed essere uscite dal negozio… tagliate le etichette delle taglie dei capi acquistati. E gettatele via.
Bene, adesso siete pronte per divertirvi andando a soffiare bolle di sapone o rotolandovi in delle meravigliose pozze piene di fango. ^__-
venerdì 22 marzo 2013
Lasciate che ve lo ripeta: i mass-media non causano l'anoressia
Per l’ennesima volta, ho ricevuto un’e-mail da parte di una persona che ha attribuito la colpa della comparsa dei disturbi alimentari soprattutto tra le adolescenti, alla cattiva influenza che i modelli di bellezza associata ad un’eccessiva magrezza proposti dai mass-media avrebbero sulle ragazze.
Io non sono d’accordo, e ne ho già parlato. Ma, visto che ci siamo, ne approfitto per ribadire il concetto, per come la penso io. Mi farebbe piacere se, nei commenti, mi diceste come la vedete voi.
Tutto è cominciato con gli adesivi.
Un pomeriggio del mio terzo ricovero in una clinica specializzata nel trattamento per DCA, durante il gruppo di “Immagine Corporea”, ad ogni ragazza erano stati dati due fogli con degli adesivi, delle riviste per adolescenti e delle fotografie di persone comuni. Su uno dei fogli c’erano adesivi con su scritto: “Questa promuove un’immagine corporea sana!” e con associato uno smile. Gli adesivi sull’altro foglio invece recitavano: “Questa promuove un disturbo alimentare” accompagnati da una faccina triste. Noi ragazze dovevamo associare questi adesivi alle donne delle immagini che avevamo a disposizione. L’idea di base credo fosse quella di far associare il primo foglio di adesivi alle immagini delle donne comuni, e il secondo alle immagini delle modelle pubblicate sulle riviste, al fine di dimostrare come le immagini proposte dalla stampa potessero essere causa del DCA.
Ora, l’idea che le immagini proposte dai mass-media possano spingere le ragazze verso lo sviluppo di un DCA, è un’idea che va decisamente di moda, un’idea che da anni viene propagandata come verità, ma che secondo me non lo è. L’ho sempre pensato, anche ovviamente sulla base della mia esperienza personale. Nel pomeriggio di cui vi parlavo, mi rifiutai di eseguire il compito proposto dalla psicoterapeuta. Le dissi che non era realistico, perché io credo che tutte sappiano che la stragrande maggioranza delle fotografie di modelle è fotoritoccata, e che i loro corpi – i loro corpi reali, voglio dire – non sono così “perfetti” come vengono ritratti sulle pagine patinate delle riviste.
Nei miei lunghi anni in cui sono stata nel pieno dell’anoressia, fortunatamente non ho comunque sofferto di dismorfofobia, quindi vedevo benissimo che ero così magra da essere arrivata ben oltre la definizione sociale e mediatica di “magrezza”. Ma non l’ho mai fatto per imitare le modelle, che non mi hanno benché minimamente influenzata – sono sempre stata una sportiva piuttosto che una fashionist – anzi, ero perfettamente cosciente del fatto che, quando pesavo XX chili, ero tutt’altro che attraente… ma non m’importava. Pur riconoscendo che così magra ero pure più brutta del solito, avevo comunque bisogno di continuare a restringere l’alimentazione perché questo mi faceva sentire in controllo. E quel controllo per me era tutto, era l’unica cosa che mi appagava, l’unica cosa che mi faceva sentire forte e completamente soddisfatta di me stessa, quindi per me era necessario portarlo avanti a tutti i costi, per le sensazioni positive che lì per lì mi faceva provare. L’idea di voler somigliare alle modelle non mi è mai passata neanche per l’anticamera del cervello.
Tuttavia, è facile comprendere come la maggior parte della gente pensi che i mass-media, la società odierna e le modelle possano causare un disturbo alimentare. Il timore di ingrassare penso sia comune anche alle persone che non hanno un DCA. E tutte le persone sono bombardate dai messaggi mediatici. Ecco che, se in una persona che non sviluppa comunque un disturbo alimentare, certi input fanno venire comunque il timore di prendere peso, è facile pensare che su altri soggetti più vulnerabili questi stessi stimoli possano provocare un DCA.
Ma non è così. E lo dimostrano anche degli studi scientifici che hanno proprio valutato l’assenza di connessione tra mass-media e anoressia. Uno studio pubblicato nell’ “American Journal Of Psychiatry” ha rivelato che circa l’85% delle ragioni per cui, giusto per dire, io mi sono ammalata di anoressia e la mia migliore amica no, è attribuibile al proprio background di vita individuale. Uno studio di follow-up pubblicato in “Archives Of Psychiatry” mostra che solo il 2% di questa differenza di rischio tra me e la mia migliore amica è attribuibile all’influenza dei mass-media e ai modelli proposti dalla società odierna. Questi studi confermano l’idea che i DCA siano malattie assolutamente multifattoriali e composite, che dipendono da fattori completamente individuali e variabili da persona a persona. Studi scientifici alla mano, dunque, nel causare l’anoressia il background individuale schiaccia alla stragrande l’influenza dei mass-media.
Dunque, qual è il problema? Perché è così importante individuare cosa realmente possa causare un DCA, lasciando perdere i luoghi comuni sull’influenza dei mass-media? Innanzitutto, perché l’erronea idea che i DCA possano essere provocati dalle immagini di donne trasmesse dai mass-media, fa sì che l’attenzione venga focalizzata solo sui soggetti che si ritengono a rischio sulla base di questo criterio, ovvero le ragazze adolescenti e basta. Gli uomini, le bambine, le donne adulte… bè, anche loro possono soffrire di DCA. Ma poiché non sono ragazze adolescenti, i loro sintomi sono frequentemente presi sotto gamba, ignorati, tanto dai familiari e dagli amici, quanto addirittura talora dai medici. Inoltre, il luogo comune che i DCA siano provocati dall’influenza dei mass-media, è deleterio anche perché svaluta la serietà di queste malattie. Se la gente pensa che i DCA siano solo capricci di bambine vanitose che si lasciano influenzare troppo dalle foto delle modelle, questi difficilmente saranno considerati per quello che sono veramente, ovvero serie malattie, e ci sarà una minore tendenza a pensare che chi ha un DCA abbia bisogno d’aiuto professionale, e una maggiore tendenza a incolpare chi ha un DCA della sua stessa malattia.
No, dobbiamo svincolarci da questi preconcetti. E far capire alla gente che anche le il riacquisire un regime alimentare regolare è di fondamentale importanza per percorrere la strada del ricovero, riuscire a mangiare un pasto normale non ci guarirà.
Da quando ho cominciato a scrivere su questo blog, raccontando la mia storia di anoressia, molte ragazze e donne mi hanno contattata – vuoi tramite blog, vuoi tramite e-mail – alcune dicendomi che vivevano anche loro un DCA e quindi sapevano di cosa stavo parlando, altre invece dicendomi che mi capivano perché anche loro avevano chiesto di tanto in tanto ai loro fidanzati/mariti se non avessero qualche chilo di troppo. Ora, comparare un’insoddisfazione nei confronti della propria fisicità ad un vero e proprio disturbo alimentare è come comparare un graffio ad un’amputazione. Fino a che l’idea che la fa da padrona è quella che i mass-media possono provocare un DCA, per chi non ha vissuto queste malattie sulla propria pelle è facile confondere l’insoddisfazione per il proprio peso con un disturbo alimentare. Ma sono decisamente due cose completamente diverse.
Certo, i mass-media giocano un ruolo importante rispetto ai DCA… ma non quello che si potrebbe comunemente pensare. I mass-media, infatti, hanno un profondo impatto su quello che la gente che non ha mai vissuto un DCA pensa a proposito dei DCA stessi. Nella maggior parte dei casi, sono proprio i mass-media ad auto-attribuirsi il ruolo di causa scatenante dei DCA (quanti servizi televisivi vi siete sorbite, in cui si diceva appunto che i disturbi alimentari son dovuti ai modelli irraggiungibili di donna proposti da TV e riviste??!), e questo perpetua nelle persone che sono “esterne” alla problematica l’idea che i DCA siano una moda, un capriccio, che non siano malattie serie, e che se le ragazze che ne sono affette non fossero così infantili, superficiali ed influenzabili, non ne soffrirebbero.
Vorrei solo aggiungere che anoressia e bulimia sono delle vere e proprie malattie serie, come riportato sul DSM–IV, che hanno un tasso di mortalità stimato pari al 20%. Pertanto, prima riusciremo a rimuovere l’erroneo luogo comunque relativo al fatto che i mass-media sono la principale causa di DCA, potremo focalizzare tutte le energie nello sviluppare trattamenti effettivamente efficaci nei confronti degli stessi.
Io non sono d’accordo, e ne ho già parlato. Ma, visto che ci siamo, ne approfitto per ribadire il concetto, per come la penso io. Mi farebbe piacere se, nei commenti, mi diceste come la vedete voi.
Tutto è cominciato con gli adesivi.
Un pomeriggio del mio terzo ricovero in una clinica specializzata nel trattamento per DCA, durante il gruppo di “Immagine Corporea”, ad ogni ragazza erano stati dati due fogli con degli adesivi, delle riviste per adolescenti e delle fotografie di persone comuni. Su uno dei fogli c’erano adesivi con su scritto: “Questa promuove un’immagine corporea sana!” e con associato uno smile. Gli adesivi sull’altro foglio invece recitavano: “Questa promuove un disturbo alimentare” accompagnati da una faccina triste. Noi ragazze dovevamo associare questi adesivi alle donne delle immagini che avevamo a disposizione. L’idea di base credo fosse quella di far associare il primo foglio di adesivi alle immagini delle donne comuni, e il secondo alle immagini delle modelle pubblicate sulle riviste, al fine di dimostrare come le immagini proposte dalla stampa potessero essere causa del DCA.
Ora, l’idea che le immagini proposte dai mass-media possano spingere le ragazze verso lo sviluppo di un DCA, è un’idea che va decisamente di moda, un’idea che da anni viene propagandata come verità, ma che secondo me non lo è. L’ho sempre pensato, anche ovviamente sulla base della mia esperienza personale. Nel pomeriggio di cui vi parlavo, mi rifiutai di eseguire il compito proposto dalla psicoterapeuta. Le dissi che non era realistico, perché io credo che tutte sappiano che la stragrande maggioranza delle fotografie di modelle è fotoritoccata, e che i loro corpi – i loro corpi reali, voglio dire – non sono così “perfetti” come vengono ritratti sulle pagine patinate delle riviste.
Nei miei lunghi anni in cui sono stata nel pieno dell’anoressia, fortunatamente non ho comunque sofferto di dismorfofobia, quindi vedevo benissimo che ero così magra da essere arrivata ben oltre la definizione sociale e mediatica di “magrezza”. Ma non l’ho mai fatto per imitare le modelle, che non mi hanno benché minimamente influenzata – sono sempre stata una sportiva piuttosto che una fashionist – anzi, ero perfettamente cosciente del fatto che, quando pesavo XX chili, ero tutt’altro che attraente… ma non m’importava. Pur riconoscendo che così magra ero pure più brutta del solito, avevo comunque bisogno di continuare a restringere l’alimentazione perché questo mi faceva sentire in controllo. E quel controllo per me era tutto, era l’unica cosa che mi appagava, l’unica cosa che mi faceva sentire forte e completamente soddisfatta di me stessa, quindi per me era necessario portarlo avanti a tutti i costi, per le sensazioni positive che lì per lì mi faceva provare. L’idea di voler somigliare alle modelle non mi è mai passata neanche per l’anticamera del cervello.
Tuttavia, è facile comprendere come la maggior parte della gente pensi che i mass-media, la società odierna e le modelle possano causare un disturbo alimentare. Il timore di ingrassare penso sia comune anche alle persone che non hanno un DCA. E tutte le persone sono bombardate dai messaggi mediatici. Ecco che, se in una persona che non sviluppa comunque un disturbo alimentare, certi input fanno venire comunque il timore di prendere peso, è facile pensare che su altri soggetti più vulnerabili questi stessi stimoli possano provocare un DCA.
Ma non è così. E lo dimostrano anche degli studi scientifici che hanno proprio valutato l’assenza di connessione tra mass-media e anoressia. Uno studio pubblicato nell’ “American Journal Of Psychiatry” ha rivelato che circa l’85% delle ragioni per cui, giusto per dire, io mi sono ammalata di anoressia e la mia migliore amica no, è attribuibile al proprio background di vita individuale. Uno studio di follow-up pubblicato in “Archives Of Psychiatry” mostra che solo il 2% di questa differenza di rischio tra me e la mia migliore amica è attribuibile all’influenza dei mass-media e ai modelli proposti dalla società odierna. Questi studi confermano l’idea che i DCA siano malattie assolutamente multifattoriali e composite, che dipendono da fattori completamente individuali e variabili da persona a persona. Studi scientifici alla mano, dunque, nel causare l’anoressia il background individuale schiaccia alla stragrande l’influenza dei mass-media.
Dunque, qual è il problema? Perché è così importante individuare cosa realmente possa causare un DCA, lasciando perdere i luoghi comuni sull’influenza dei mass-media? Innanzitutto, perché l’erronea idea che i DCA possano essere provocati dalle immagini di donne trasmesse dai mass-media, fa sì che l’attenzione venga focalizzata solo sui soggetti che si ritengono a rischio sulla base di questo criterio, ovvero le ragazze adolescenti e basta. Gli uomini, le bambine, le donne adulte… bè, anche loro possono soffrire di DCA. Ma poiché non sono ragazze adolescenti, i loro sintomi sono frequentemente presi sotto gamba, ignorati, tanto dai familiari e dagli amici, quanto addirittura talora dai medici. Inoltre, il luogo comune che i DCA siano provocati dall’influenza dei mass-media, è deleterio anche perché svaluta la serietà di queste malattie. Se la gente pensa che i DCA siano solo capricci di bambine vanitose che si lasciano influenzare troppo dalle foto delle modelle, questi difficilmente saranno considerati per quello che sono veramente, ovvero serie malattie, e ci sarà una minore tendenza a pensare che chi ha un DCA abbia bisogno d’aiuto professionale, e una maggiore tendenza a incolpare chi ha un DCA della sua stessa malattia.
No, dobbiamo svincolarci da questi preconcetti. E far capire alla gente che anche le il riacquisire un regime alimentare regolare è di fondamentale importanza per percorrere la strada del ricovero, riuscire a mangiare un pasto normale non ci guarirà.
Da quando ho cominciato a scrivere su questo blog, raccontando la mia storia di anoressia, molte ragazze e donne mi hanno contattata – vuoi tramite blog, vuoi tramite e-mail – alcune dicendomi che vivevano anche loro un DCA e quindi sapevano di cosa stavo parlando, altre invece dicendomi che mi capivano perché anche loro avevano chiesto di tanto in tanto ai loro fidanzati/mariti se non avessero qualche chilo di troppo. Ora, comparare un’insoddisfazione nei confronti della propria fisicità ad un vero e proprio disturbo alimentare è come comparare un graffio ad un’amputazione. Fino a che l’idea che la fa da padrona è quella che i mass-media possono provocare un DCA, per chi non ha vissuto queste malattie sulla propria pelle è facile confondere l’insoddisfazione per il proprio peso con un disturbo alimentare. Ma sono decisamente due cose completamente diverse.
Certo, i mass-media giocano un ruolo importante rispetto ai DCA… ma non quello che si potrebbe comunemente pensare. I mass-media, infatti, hanno un profondo impatto su quello che la gente che non ha mai vissuto un DCA pensa a proposito dei DCA stessi. Nella maggior parte dei casi, sono proprio i mass-media ad auto-attribuirsi il ruolo di causa scatenante dei DCA (quanti servizi televisivi vi siete sorbite, in cui si diceva appunto che i disturbi alimentari son dovuti ai modelli irraggiungibili di donna proposti da TV e riviste??!), e questo perpetua nelle persone che sono “esterne” alla problematica l’idea che i DCA siano una moda, un capriccio, che non siano malattie serie, e che se le ragazze che ne sono affette non fossero così infantili, superficiali ed influenzabili, non ne soffrirebbero.
Vorrei solo aggiungere che anoressia e bulimia sono delle vere e proprie malattie serie, come riportato sul DSM–IV, che hanno un tasso di mortalità stimato pari al 20%. Pertanto, prima riusciremo a rimuovere l’erroneo luogo comunque relativo al fatto che i mass-media sono la principale causa di DCA, potremo focalizzare tutte le energie nello sviluppare trattamenti effettivamente efficaci nei confronti degli stessi.
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venerdì 15 marzo 2013
Esattamente, se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra?
Non mi sono mai piaciuti i termini “sovrappeso” e “sottopeso”, o per lo meno non mi è mai piaciuto il modo in cui questi termini vengono utilizzati da un punto di vista medico per parlare di persone che hanno un disturbo alimentare, ma per molto tempo non avrei saputo indicare a dito il motivo per cui queste due parole mi facessero tanta antipatia. Certo, in parte questi due termini non mi sono mai andati a genio perché sono fortemente giudicanti – se il tuo peso non è “normale”, allora sta facendo qualcosa di sbagliato, e il Dottor Camicebianco ti dirà come risolvere il problema. In un certo senso è per questo, ma non è tutto.
Ultimamente, però, ho capito a pieno perchè queste due parole non mi piacciono affatto.
Sottopeso e Sovrappeso sono termini in effetti relativi, eppure molti professionisti del settore medico li utilizzano come se fossero degli assoluti.
Cosa diamine sto cercando di dire? In questo momento, mentre scrivo al computer, sono seduta sopra una sedia, e sotto il tetto della mia casa. Se prendessi la sedia e salissi sul tetto, sarei seduta sopra la sedia e sopra il tetto. Se la sedia avesse delle gambe molto lunghe e io fossi una sorta di contorsionista, potrei mettermi a scrivere sotto la sedia che sarebbe a sua volta sotto il tetto. Basilarmente, “sopra” e “sotto” descrivono semplicemente una posizione relativa a qualcos’altro.
Ma certo, cose come “il range di peso normale” potrebbero essere un qualcosa cui fare un raffronto. E questo sarebbe un utilizzo adeguato dei termini… se effettivamente venissero utilizzati in questo modo (e se “il range di peso normale” riuscire a includere in maniera un po’ migliore tutti gli aspetti della salute di un individuo). Il vostro attuale B.M.I. è inferiore/superiore a quello della media della popolazione. Il problema della “media della popolazione” è che non si tratta di misure individuali. La “media della popolazione” ci dice meramente che, su millemila persone valutate, la maggior parte di esse sono in salute quando il loro B.M.I. è compreso tra X e Y. Quello che X e Y dovrebbero essere esattamente e a tutt’oggi oggetto di dibattito nella comunità medica, ma i valori precisi non sono importanti ai fini di quel che voglio dire.
Non ho alcun problema riguardo la creazione e l’utilizzo di una misura che stima la “media della popolazione”. Ho invece ENORMI problemi riguardo a come questi range che rispecchiano la media della popolazione vengono utilizzati per determinare lo stato di salute del singolo individuo.
Immaginate di andare da un medico (o da un dietista), che vi dice che siete “sovrappeso”. Questo significa, ipso facto, che non siete in salute, che mangiate troppo e male, e che dovete assolutamente perdere peso o morirete di una di quelle terribili malattie legate all’obesità.
Avete mai pensato che, in realtà, quando un medico o un dietista vi dice che siete “sovrappeso”, lo siete semplicemente rispetto alla “media della popolazione”??!
Ergo, la domanda cui rispondere è: esattamente, se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra?
Certo, se avete un binge eating disorder e non v'importa niente di averlo, se siete completamente sedentarie, se avete del velcro sui vostri pantaloni che vi tiene incollate al sofà su cui vi sedate, e non fate assolutamente niente per tutto il giorno salvo guardare la TV, allora effettivamente avreste bisogno di cambiare un po’ il vostro stile di vita per migliorare la vostra salute. Ma se state combattendo attivamente contro il vostro DCA, quale che sia, se state seguendo correttamente l’ “equilibrio alimentare” che vi ha prescritto la vostra dietista senza restringere l’alimentazione o provocarvi il vomito, se cercate di fare attività fisica ma non più in maniera eccessiva, se avete il ciclo e, tutto sommato, le vostre condizioni di salute sono buone, allora lasciate che ve lo chieda di nuovo: se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra? Potreste essere sovrappeso rispetto alla media della popolazione, ma questo peso potrebbe comunque essere PER VOI un peso assolutamente salutare.
E anche se non siete ancora arrivate fin qui. Anche se la vostra salute non si è ancora del tutto ripristinata, anche se il DCA minaccia ancora di avere la meglio su di voi, non per questo meritate di essere giudicate ed etichettate da nessuno, né dai medici, né dai dietisti, né dagli infermieri, né dalla gente, né da nessun altro. Perché solo voi sapete meglio di chiunque altro cosa significhi vivere la vostra vita, e che momento state attraversando.
La correlazione che più precisamente c’è tra quanto ho appena scritto e i DCA – l’anoressia in particolare – è che un B.M.I. pari a 18 viene normalmente considerato come una sorta di numero magico. Solo se superate questo magico B.M.I. non siete più considerate sottopeso e, dunque, come pensa la maggior parte della gente che non ha mai avuto l’anoressia, se avete risolto il vostro problema di peso, allora vuol dire che siete guarite e non avete più bisogno d’aiuto. Naturalmente, chi vive l’anoressia sulla propria pelle sa che riprendere peso non equivale a guarire, anzi, che la malattia si gioca fondamentalmente sul piano mentale, e che quindi si può essere ancora legate all’anoressia quale che sia il proprio peso… ma vallo a dire a chi non l’ha mai vissuta! La maggior parte della gente continuerà a pensare che è solo un problema di alimentazione, e che quindi basta riprendere il peso perso per guarire.
(Tra parentesi, lo sapevate che negli Stati Uniti d’America, dove la sanità non è pubblica come qua in Italia, bensì privata, le assicurazioni sanitarie pagano le cure delle pazienti con un DCA soltanto fino a che il loro B.M.I. è inferiore a 18 o superiore a 25?!!... Come se, rientrando in questo range di B.M.I., la persona fosse guarita… Se non è assurdo questo…)
Alcune ragazze, che ho conosciuto tramite questo blog e con le quali mi tengo in contatto anche via e-mail, mi hanno riferito che gli è stato detto che non avrebbero avuto bisogno di prendere ulteriore peso nel momento in cui il loro B.M.I. fosse arrivato a 18. Perché? Perché non sarebbero più state sottopeso. Da qui l’assunto: se il vostro peso è normale, il vostro DCA è risolto.
Il problema è che soltanto una ristretta fascia della popolazione ha un B.M.I. che, fisiologicamente, sta intorno al 18. Anche se chiunque è tecnicamente nella media della popolazione quando raggiunge un B.M.I. pari a 18, ci sono persone che con un B.M.I. di 18 sono comunque sottopeso rispetto a quello che è il LORO PROPRIO standard fisiologico, il loro set-point di peso ottimale.
Il problema è, di nuovo, che la parola “sottopeso” viene considerata come una misura assoluta. Una persona può essere ad un peso normale rispetto alla media della popolazione, ma questo peso può comunque essere non salutare per quella stessa persona, perché non coincide con il suo set-point.
Il proprio set-point corrisponde a quel peso che, una volta raggiuntolo, quel che si mangia non ha alcun effetto su quanto si pesa. Questa frase manda un po’ in confusione, non è vero? Mi spiego meglio. Chiaramente se una persona restringe continuativamente l’alimentazione, perde peso. E chiaramente se poi ha una ri-alimentazione, riprende peso. La chiave per capire la frase che prima ho scritto, si ha aggiungendo una chiarificazione fondamentale: una volta che si è al proprio set-point di peso ottimale, quanto si mangia non ha assolutamente nessun effetto su quanto si pesa. Se ci si trova sotto o sopra il proprio set-point di peso ottimale allora il corpo lavorerà davvero duramente per far tornare a quel set-point. Ergo, se una persona è sottopeso causa anoressia, è possibile stabilire che è ritornata al proprio set-point di peso quando, a prescindere da quello che mangia, il suo peso continua ad oscillare intorno ad un certo numero, ma non sale più come invece ha fatto sino a quel momento. Vale anche il viceversa, ovviamente: se una persona con problemi di binge che l’hanno portata a prendere peso, comincia a togliere le abbuffate e a rialimentarsi regolarmente, comincerà a perdere progressivamente peso fino a che non avrà raggiunto il suo set-point, dopodichè tenderà a rimanere su quei valori.
Ultima precisazione: il set-point di peso ottimale è determinato geneticamente… per questo trovo assurdo valutare la “normalità” o meno del peso del singolo sulla base del B.M.I.
Penso che ci sia bisogno di smetterla di utilizzare parole come “sottopeso” e “sovrappeso” come se si parlasse di magiche misure assolute, e viceversa valutare il sovrappeso/sottopeso come relativo ad ogni singolo individuo. Ci sono persone biologicamente molto magre, che non hanno nessun disturbo alimentare, e che sono in salute anche ad un B.M.I. inferiore a 18. Ci sono persone che sono a posto quando il loro B.M.I. è intorno a 18 – 20. Ci sono persone che stanno bene quando il loro B.M.I. sta tra 22 e 24 E ci sono persone che per essere in salute hanno bisogno di stare ad un B.M.I. intorno a 25 – 27. Dipende tutto dal DNA.
Penso che, in linea generale, si migliorerebbe la salute di un sacco di persone (e, nella fattispecie, quella di chi ha un DCA) smettendola di dire che esiste un range di peso superato il quale si è necessariamente sovrappeso o sottopeso, ed iniziare a prendere queste due misure come relative non alla massa, bensì al singolo individuo.
Ultimamente, però, ho capito a pieno perchè queste due parole non mi piacciono affatto.
Sottopeso e Sovrappeso sono termini in effetti relativi, eppure molti professionisti del settore medico li utilizzano come se fossero degli assoluti.
Cosa diamine sto cercando di dire? In questo momento, mentre scrivo al computer, sono seduta sopra una sedia, e sotto il tetto della mia casa. Se prendessi la sedia e salissi sul tetto, sarei seduta sopra la sedia e sopra il tetto. Se la sedia avesse delle gambe molto lunghe e io fossi una sorta di contorsionista, potrei mettermi a scrivere sotto la sedia che sarebbe a sua volta sotto il tetto. Basilarmente, “sopra” e “sotto” descrivono semplicemente una posizione relativa a qualcos’altro.
Ma certo, cose come “il range di peso normale” potrebbero essere un qualcosa cui fare un raffronto. E questo sarebbe un utilizzo adeguato dei termini… se effettivamente venissero utilizzati in questo modo (e se “il range di peso normale” riuscire a includere in maniera un po’ migliore tutti gli aspetti della salute di un individuo). Il vostro attuale B.M.I. è inferiore/superiore a quello della media della popolazione. Il problema della “media della popolazione” è che non si tratta di misure individuali. La “media della popolazione” ci dice meramente che, su millemila persone valutate, la maggior parte di esse sono in salute quando il loro B.M.I. è compreso tra X e Y. Quello che X e Y dovrebbero essere esattamente e a tutt’oggi oggetto di dibattito nella comunità medica, ma i valori precisi non sono importanti ai fini di quel che voglio dire.
Non ho alcun problema riguardo la creazione e l’utilizzo di una misura che stima la “media della popolazione”. Ho invece ENORMI problemi riguardo a come questi range che rispecchiano la media della popolazione vengono utilizzati per determinare lo stato di salute del singolo individuo.
Immaginate di andare da un medico (o da un dietista), che vi dice che siete “sovrappeso”. Questo significa, ipso facto, che non siete in salute, che mangiate troppo e male, e che dovete assolutamente perdere peso o morirete di una di quelle terribili malattie legate all’obesità.
Avete mai pensato che, in realtà, quando un medico o un dietista vi dice che siete “sovrappeso”, lo siete semplicemente rispetto alla “media della popolazione”??!
Ergo, la domanda cui rispondere è: esattamente, se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra?
Certo, se avete un binge eating disorder e non v'importa niente di averlo, se siete completamente sedentarie, se avete del velcro sui vostri pantaloni che vi tiene incollate al sofà su cui vi sedate, e non fate assolutamente niente per tutto il giorno salvo guardare la TV, allora effettivamente avreste bisogno di cambiare un po’ il vostro stile di vita per migliorare la vostra salute. Ma se state combattendo attivamente contro il vostro DCA, quale che sia, se state seguendo correttamente l’ “equilibrio alimentare” che vi ha prescritto la vostra dietista senza restringere l’alimentazione o provocarvi il vomito, se cercate di fare attività fisica ma non più in maniera eccessiva, se avete il ciclo e, tutto sommato, le vostre condizioni di salute sono buone, allora lasciate che ve lo chieda di nuovo: se siete sovrappeso, a quale peso siete sopra? Potreste essere sovrappeso rispetto alla media della popolazione, ma questo peso potrebbe comunque essere PER VOI un peso assolutamente salutare.
E anche se non siete ancora arrivate fin qui. Anche se la vostra salute non si è ancora del tutto ripristinata, anche se il DCA minaccia ancora di avere la meglio su di voi, non per questo meritate di essere giudicate ed etichettate da nessuno, né dai medici, né dai dietisti, né dagli infermieri, né dalla gente, né da nessun altro. Perché solo voi sapete meglio di chiunque altro cosa significhi vivere la vostra vita, e che momento state attraversando.
La correlazione che più precisamente c’è tra quanto ho appena scritto e i DCA – l’anoressia in particolare – è che un B.M.I. pari a 18 viene normalmente considerato come una sorta di numero magico. Solo se superate questo magico B.M.I. non siete più considerate sottopeso e, dunque, come pensa la maggior parte della gente che non ha mai avuto l’anoressia, se avete risolto il vostro problema di peso, allora vuol dire che siete guarite e non avete più bisogno d’aiuto. Naturalmente, chi vive l’anoressia sulla propria pelle sa che riprendere peso non equivale a guarire, anzi, che la malattia si gioca fondamentalmente sul piano mentale, e che quindi si può essere ancora legate all’anoressia quale che sia il proprio peso… ma vallo a dire a chi non l’ha mai vissuta! La maggior parte della gente continuerà a pensare che è solo un problema di alimentazione, e che quindi basta riprendere il peso perso per guarire.
(Tra parentesi, lo sapevate che negli Stati Uniti d’America, dove la sanità non è pubblica come qua in Italia, bensì privata, le assicurazioni sanitarie pagano le cure delle pazienti con un DCA soltanto fino a che il loro B.M.I. è inferiore a 18 o superiore a 25?!!... Come se, rientrando in questo range di B.M.I., la persona fosse guarita… Se non è assurdo questo…)
Alcune ragazze, che ho conosciuto tramite questo blog e con le quali mi tengo in contatto anche via e-mail, mi hanno riferito che gli è stato detto che non avrebbero avuto bisogno di prendere ulteriore peso nel momento in cui il loro B.M.I. fosse arrivato a 18. Perché? Perché non sarebbero più state sottopeso. Da qui l’assunto: se il vostro peso è normale, il vostro DCA è risolto.
Il problema è che soltanto una ristretta fascia della popolazione ha un B.M.I. che, fisiologicamente, sta intorno al 18. Anche se chiunque è tecnicamente nella media della popolazione quando raggiunge un B.M.I. pari a 18, ci sono persone che con un B.M.I. di 18 sono comunque sottopeso rispetto a quello che è il LORO PROPRIO standard fisiologico, il loro set-point di peso ottimale.
Il problema è, di nuovo, che la parola “sottopeso” viene considerata come una misura assoluta. Una persona può essere ad un peso normale rispetto alla media della popolazione, ma questo peso può comunque essere non salutare per quella stessa persona, perché non coincide con il suo set-point.
Il proprio set-point corrisponde a quel peso che, una volta raggiuntolo, quel che si mangia non ha alcun effetto su quanto si pesa. Questa frase manda un po’ in confusione, non è vero? Mi spiego meglio. Chiaramente se una persona restringe continuativamente l’alimentazione, perde peso. E chiaramente se poi ha una ri-alimentazione, riprende peso. La chiave per capire la frase che prima ho scritto, si ha aggiungendo una chiarificazione fondamentale: una volta che si è al proprio set-point di peso ottimale, quanto si mangia non ha assolutamente nessun effetto su quanto si pesa. Se ci si trova sotto o sopra il proprio set-point di peso ottimale allora il corpo lavorerà davvero duramente per far tornare a quel set-point. Ergo, se una persona è sottopeso causa anoressia, è possibile stabilire che è ritornata al proprio set-point di peso quando, a prescindere da quello che mangia, il suo peso continua ad oscillare intorno ad un certo numero, ma non sale più come invece ha fatto sino a quel momento. Vale anche il viceversa, ovviamente: se una persona con problemi di binge che l’hanno portata a prendere peso, comincia a togliere le abbuffate e a rialimentarsi regolarmente, comincerà a perdere progressivamente peso fino a che non avrà raggiunto il suo set-point, dopodichè tenderà a rimanere su quei valori.
Ultima precisazione: il set-point di peso ottimale è determinato geneticamente… per questo trovo assurdo valutare la “normalità” o meno del peso del singolo sulla base del B.M.I.
Penso che ci sia bisogno di smetterla di utilizzare parole come “sottopeso” e “sovrappeso” come se si parlasse di magiche misure assolute, e viceversa valutare il sovrappeso/sottopeso come relativo ad ogni singolo individuo. Ci sono persone biologicamente molto magre, che non hanno nessun disturbo alimentare, e che sono in salute anche ad un B.M.I. inferiore a 18. Ci sono persone che sono a posto quando il loro B.M.I. è intorno a 18 – 20. Ci sono persone che stanno bene quando il loro B.M.I. sta tra 22 e 24 E ci sono persone che per essere in salute hanno bisogno di stare ad un B.M.I. intorno a 25 – 27. Dipende tutto dal DNA.
Penso che, in linea generale, si migliorerebbe la salute di un sacco di persone (e, nella fattispecie, quella di chi ha un DCA) smettendola di dire che esiste un range di peso superato il quale si è necessariamente sovrappeso o sottopeso, ed iniziare a prendere queste due misure come relative non alla massa, bensì al singolo individuo.
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venerdì 8 marzo 2013
La verità sulla strada del ricovero
Okay, riconosco che il titolo di questo post è un po’ presuntuoso. Avrei dovuto scrivere “La MIA verità sulla strada del ricovero”, perché è ovvio che quello che penso, che deriva dalla mia esperienza personale, non può avere valenza universale.
Ma, del resto, ogni qualsiasi post presente su ogni qualsiasi blog, essendo stato scritto dalla propria autrice, riflette la soggettività della stessa, e quindi ecco che, necessariamente, queste sono le mie verità.
1) Non si possono fare molti passi avanti sulla strada del ricovero dall’anoressia, se non si recupera un peso decente (non mi riferisco meramente al B.M.I., mi riferisco ad uno standard soggettivo basato sulla corporatura di ognuna), lo si mantiene, e se non si arriva a raggiungere un buono stato di salute fisica. Questo significa seguire un “equilibrio alimentare” prescritto da una dietista/nutrizionista, o comunque un’alimentazione bilanciata, corretta, ricca di tutti i nutrienti, quantitativamente adeguata alle necessità. E questo, a prescindere dal proprio peso. In alcuni casi, il recupero di un po’ del peso può essere ottenuto anche con una dieta da 1200 – 1500 calorie al giorno, e continuando a fare sport. Molte ragazze pensano che questo sia sufficiente, e pensano di poter andare avanti così perché questo sembra andar bene e non è troppo ansiogeno, ritenendo così di aver già raggiunto un buon punto nel percorso di ricovero. Ma lasciate che vi spieghi un attimo il processo metabolico sotteso. Seguire una dieta da 1200 – 1500 calorie al giorno significa seguire una dieta che ha, in realtà, un contenuto calorico decisamente basso rispetto a quello che sarebbe necessario per soddisfare il fabbisogno giornaliero delle ragazze o delle donne adulte. Ergo, per compensare, l’organismo abbassa il proprio metabolismo, il che comporta: A) l’accumulo di ogni singola caloria possibile sotto forma di lipidi, con aumento della sola massa grassa, e B) l’autocannibalismo: il corpo supplisce alla carenza di nutrienti apportati con l’alimentazione “mangiando” i propri muscoli ed organi per permettere al cuore di continuare a pompare sangue. Quindi, la situazione è: un peso vagamente accettabile sebbene sempre piuttosto basso, ottenuto a spese dei vostri muscoli, delle vostre ossa, dei vostri organi interni, con il mantenimento di un elevato rischio di morte per infarto (perché, bè, anche il cuore è un muscolo, quindi prima o poi anche lui viene “auto-mangiato”…). Vorrei sottolineare che 2 persone su 3 affette da anoressia muoiono in conseguenza della stessa anche se sono riuscite a recuperare qualche chilo rispetto al loro peso minimo raggiunto, e anche se questo recupero ha portato ad un peso vagamente accettabile.
2) Non si può percorrere efficacemente la strada del ricovero se si continua a fare attività fisica in maniera eccessiva, anche se si incrementa il quantitativo di cibo mangiato per far fronte alle calorie in più bruciate con detta attività fisica. (E questa non è una mia opinione, è un dato di fatto e, se la cosa potesse interessarvi, sono pronta a linkarvi diversi studi scientifici in cui si dimostra ciò.) Questo perché l’attività fisica avverte l’organismo che si sta utilizzando un quantitativo più elevato di calorie, e il corpo risponde, come ho già detto al punto 1, abbassando il metabolismo. E si ritorna a quello che ho scritto sopra: viene incrementato l’introito calorico, si riprende qualche chilo, viene fatta attività fisica (anche se magari non più in maniera compulsiva) e sembra che le cose vadano meglio, quando in realtà l’organismo si sta compromettendo dall’interno. Okay, mi direte voi, faccio attività fisica, ma mangio anche di più, quindi faccio pari. Eh no, non funziona così. Il nostro corpo è molto attivo quando si ha l’anoressia: cerca di concentrare le poche calorie fornitegli nelle sedi più critiche ad un solo scopo: far continuare le pulsazioni cardiache. Quando si fa attività fisica, si causa un danno minore alla muscolatura, che viene successivamente riparata dall’organismo (questo è il modo in cui gli atleti, allenandosi, incrementano la loro massa muscolare), organismo che allo stesso tempo sta cercando di tenersi in vita. Tra l’altro, spiegatemi come fate a capire esattamente quante calorie vi ci vogliono per compensare quella precisa quantità di attività fisica che fate. Il nostro corpo funziona in maniera molto più complessa di una semplice equivalenza tra calorie (che, tra l’altro, hanno “valore” differente in funzione del tipo di cibo che le fornisce), soprattutto quando, con l’anoressia, è impegnato a cercare di fare diverse cose contemporaneamente per mantenersi in vita.
3) Non è possibile decidere personalmente e a priori quale è il proprio “peso ideale”. Non lo può decidere neanche un calcolo matematico, un grafico di relazione peso/altezza, né un B.M.I., nè un medico. Questo è territorio esclusivo del proprio corpo: esso sa da solo qual è il proprio set point genetico di peso, e continuerà a usare le calorie che s’ingerisce e a “auto-fagocitarsi” fino a che non avrà raggiunto il set point riparando tutti i danni interni. Fino a che una persona decide arbitrariamente quale debba essere il proprio set point, e cerca di mangiare e di fare attività fisica per mantenere il suo peso attorno a quel valore, la sua testa in realtà continua ad essere dominata dall’anoressia, e il suo corpo continua a subire danni che possono accorciare l’aspettativa di vita anche di 20 anni. Una cosa importante per percorrere la strada del ricovero, infatti, ritengo sia lo smettere di applicare processi intellettuali a funzioni biologiche.
4) Non esiste nel DNA un “gene-anoressia”, ma penso possa esistere una predisposizione, una propensione a sviluppare l’anoressia, che si concretizza quando l’individuo viene in contatto con eventi che ne provocano l’innesco. Una volta che il grilletto viene premuto, non si può fermare la pallottola. Quale che sia l’evento che funge da detonatore determinando la comparsa dell’anoressia, l’amigdala identifica erroneamente il cibo come una fonte di ansia, e il cervello riceve un segnale che dice: “Devi restringere l’alimentazione!!”. Il corpo ovviamente non è d’accordo, quindi invia al cervello segnali che dicono: “Ho necessità di mangiare ADESSO”. Sfortunatamente, tanto l’amigdala quanto il corpo parlano un linguaggio non-verbale, perciò è impossibile parlare con essi giungendo ad un compromesso accettabile. Per cui, quando i lobi frontali si trovano a dover far fronte ad una divergenza tra i segnali che giungono dall’amigdala e quelli che giungono dal corpo, forse arrivano ad un’ovvia conclusione: c’è bisogno di perdere (ancora) peso. Quando restringo l’alimentazione mi sembra di poter controllare tutto, così non ho più ansie, mi sento forte, mi sento soddisfatta, sono fiera di me. Devo continuare così perché il controllo è la chiave di tutto. È così che si sviluppa la distorsione più caratteristica dell’anoressia, che poi si può accompagnare alla concomitante presenza di altre patologie psichiatriche: DOC, disturbo di personalità borderline, disturbo di ansia generalizzata, giusto per elencare le più frequenti comorbidità. Alcuni di essi sono conseguenti al DCA, e possono essere opportunamente trattati, ma i farmaci che agiscono su queste condizioni sono scarsamente efficaci su un organismo denutrito. Per cui, l’organismo non risponde al trattamento per le suddette malattie psichiatriche fino a che non viene recuperato un peso decente, e talvolta sono queste stesse malattie psichiatriche ad incrementare le difficoltà connesse al riprendere peso… insomma, un serpente che si morde la coda.
5) La psicoterapia non è poi molto produttiva né efficace finché il peso è ai minimi storici e non ci alimentiamo adeguatamente. Il cervello costituisce circa il 4% del peso corporeo, e utilizza circa il 20% di tutta l’energia fornita al corpo stesso. Affamare il proprio corpo significa affamare il proprio cervello. Per rendere una psicoterapia produttiva e funzionale è necessario che tutti i processi cognitivi si svolgano in maniera adeguata. Sfortunatamente, il riprendere peso comporta il vedere accrescere i propri livelli di ansia conseguenti alla sensazione di perdita di controllo, ma quello che si può fare è lavorarci su grazie alla psicoterapia stessa e cercare d’imparare altre strategie di coping diverse dalla restrizione alimentare, e questo è tanto più efficace quanto più l’alimentazione è adeguata alle necessità. So benissimo che sembra più facile continuare a restringere l’alimentazione perchè i livelli di ansia si abbassano immediatamente, essendo la sensazione di controllo preponderante, ma in realtà quell’ansia c’è sempre, la si sta solo nascondendo dietro un comportamento malato. Per questo è importante imparare, tramite la psicoterapia, a gestirla in altro modo… ed ecco perché penso che la psicoterapia (oltre che l’essere seguire da una dietista, ovviamente) sia molto importante nel percorrere la strada del ricovero.
6) Nella stragrande maggioranza dei casi, l’anoressia ha un decorso “ciclico”: ci sono momenti di remissione, in cui il peso torna ad essere accettabile e spariscono i soliti pensieri ossessivi, e momenti di ricaduta. Anche nel migliore dei casi, si rimane comunque sempre vulnerabili alle insidie dell’anoressia. Una ricaduta può iniziare in maniera subdola, una colazione saltata, un pranzo ridotto, un po’ più di attività fisica, o cose del genere. Ma nel momento in cui l’evento si verifica, si ri-stimola l’amigdala che ricomincia a mandare messaggi erronei al cervello. Il momento giusto per imparare e mettere in pratica le strategie che ci consentano di combattere la ricaduta è il momento in cui si sta fisicamente e mentalmente meglio, in cui si ha perciò maggiore lucidità, NON quando si è già ricominciata la lenta (o rapida) discesa nell’anoressia, discesa che, una volta o l’altra, potrebbe anche essere l’ultima.
Ma, del resto, ogni qualsiasi post presente su ogni qualsiasi blog, essendo stato scritto dalla propria autrice, riflette la soggettività della stessa, e quindi ecco che, necessariamente, queste sono le mie verità.
1) Non si possono fare molti passi avanti sulla strada del ricovero dall’anoressia, se non si recupera un peso decente (non mi riferisco meramente al B.M.I., mi riferisco ad uno standard soggettivo basato sulla corporatura di ognuna), lo si mantiene, e se non si arriva a raggiungere un buono stato di salute fisica. Questo significa seguire un “equilibrio alimentare” prescritto da una dietista/nutrizionista, o comunque un’alimentazione bilanciata, corretta, ricca di tutti i nutrienti, quantitativamente adeguata alle necessità. E questo, a prescindere dal proprio peso. In alcuni casi, il recupero di un po’ del peso può essere ottenuto anche con una dieta da 1200 – 1500 calorie al giorno, e continuando a fare sport. Molte ragazze pensano che questo sia sufficiente, e pensano di poter andare avanti così perché questo sembra andar bene e non è troppo ansiogeno, ritenendo così di aver già raggiunto un buon punto nel percorso di ricovero. Ma lasciate che vi spieghi un attimo il processo metabolico sotteso. Seguire una dieta da 1200 – 1500 calorie al giorno significa seguire una dieta che ha, in realtà, un contenuto calorico decisamente basso rispetto a quello che sarebbe necessario per soddisfare il fabbisogno giornaliero delle ragazze o delle donne adulte. Ergo, per compensare, l’organismo abbassa il proprio metabolismo, il che comporta: A) l’accumulo di ogni singola caloria possibile sotto forma di lipidi, con aumento della sola massa grassa, e B) l’autocannibalismo: il corpo supplisce alla carenza di nutrienti apportati con l’alimentazione “mangiando” i propri muscoli ed organi per permettere al cuore di continuare a pompare sangue. Quindi, la situazione è: un peso vagamente accettabile sebbene sempre piuttosto basso, ottenuto a spese dei vostri muscoli, delle vostre ossa, dei vostri organi interni, con il mantenimento di un elevato rischio di morte per infarto (perché, bè, anche il cuore è un muscolo, quindi prima o poi anche lui viene “auto-mangiato”…). Vorrei sottolineare che 2 persone su 3 affette da anoressia muoiono in conseguenza della stessa anche se sono riuscite a recuperare qualche chilo rispetto al loro peso minimo raggiunto, e anche se questo recupero ha portato ad un peso vagamente accettabile.
2) Non si può percorrere efficacemente la strada del ricovero se si continua a fare attività fisica in maniera eccessiva, anche se si incrementa il quantitativo di cibo mangiato per far fronte alle calorie in più bruciate con detta attività fisica. (E questa non è una mia opinione, è un dato di fatto e, se la cosa potesse interessarvi, sono pronta a linkarvi diversi studi scientifici in cui si dimostra ciò.) Questo perché l’attività fisica avverte l’organismo che si sta utilizzando un quantitativo più elevato di calorie, e il corpo risponde, come ho già detto al punto 1, abbassando il metabolismo. E si ritorna a quello che ho scritto sopra: viene incrementato l’introito calorico, si riprende qualche chilo, viene fatta attività fisica (anche se magari non più in maniera compulsiva) e sembra che le cose vadano meglio, quando in realtà l’organismo si sta compromettendo dall’interno. Okay, mi direte voi, faccio attività fisica, ma mangio anche di più, quindi faccio pari. Eh no, non funziona così. Il nostro corpo è molto attivo quando si ha l’anoressia: cerca di concentrare le poche calorie fornitegli nelle sedi più critiche ad un solo scopo: far continuare le pulsazioni cardiache. Quando si fa attività fisica, si causa un danno minore alla muscolatura, che viene successivamente riparata dall’organismo (questo è il modo in cui gli atleti, allenandosi, incrementano la loro massa muscolare), organismo che allo stesso tempo sta cercando di tenersi in vita. Tra l’altro, spiegatemi come fate a capire esattamente quante calorie vi ci vogliono per compensare quella precisa quantità di attività fisica che fate. Il nostro corpo funziona in maniera molto più complessa di una semplice equivalenza tra calorie (che, tra l’altro, hanno “valore” differente in funzione del tipo di cibo che le fornisce), soprattutto quando, con l’anoressia, è impegnato a cercare di fare diverse cose contemporaneamente per mantenersi in vita.
3) Non è possibile decidere personalmente e a priori quale è il proprio “peso ideale”. Non lo può decidere neanche un calcolo matematico, un grafico di relazione peso/altezza, né un B.M.I., nè un medico. Questo è territorio esclusivo del proprio corpo: esso sa da solo qual è il proprio set point genetico di peso, e continuerà a usare le calorie che s’ingerisce e a “auto-fagocitarsi” fino a che non avrà raggiunto il set point riparando tutti i danni interni. Fino a che una persona decide arbitrariamente quale debba essere il proprio set point, e cerca di mangiare e di fare attività fisica per mantenere il suo peso attorno a quel valore, la sua testa in realtà continua ad essere dominata dall’anoressia, e il suo corpo continua a subire danni che possono accorciare l’aspettativa di vita anche di 20 anni. Una cosa importante per percorrere la strada del ricovero, infatti, ritengo sia lo smettere di applicare processi intellettuali a funzioni biologiche.
4) Non esiste nel DNA un “gene-anoressia”, ma penso possa esistere una predisposizione, una propensione a sviluppare l’anoressia, che si concretizza quando l’individuo viene in contatto con eventi che ne provocano l’innesco. Una volta che il grilletto viene premuto, non si può fermare la pallottola. Quale che sia l’evento che funge da detonatore determinando la comparsa dell’anoressia, l’amigdala identifica erroneamente il cibo come una fonte di ansia, e il cervello riceve un segnale che dice: “Devi restringere l’alimentazione!!”. Il corpo ovviamente non è d’accordo, quindi invia al cervello segnali che dicono: “Ho necessità di mangiare ADESSO”. Sfortunatamente, tanto l’amigdala quanto il corpo parlano un linguaggio non-verbale, perciò è impossibile parlare con essi giungendo ad un compromesso accettabile. Per cui, quando i lobi frontali si trovano a dover far fronte ad una divergenza tra i segnali che giungono dall’amigdala e quelli che giungono dal corpo, forse arrivano ad un’ovvia conclusione: c’è bisogno di perdere (ancora) peso. Quando restringo l’alimentazione mi sembra di poter controllare tutto, così non ho più ansie, mi sento forte, mi sento soddisfatta, sono fiera di me. Devo continuare così perché il controllo è la chiave di tutto. È così che si sviluppa la distorsione più caratteristica dell’anoressia, che poi si può accompagnare alla concomitante presenza di altre patologie psichiatriche: DOC, disturbo di personalità borderline, disturbo di ansia generalizzata, giusto per elencare le più frequenti comorbidità. Alcuni di essi sono conseguenti al DCA, e possono essere opportunamente trattati, ma i farmaci che agiscono su queste condizioni sono scarsamente efficaci su un organismo denutrito. Per cui, l’organismo non risponde al trattamento per le suddette malattie psichiatriche fino a che non viene recuperato un peso decente, e talvolta sono queste stesse malattie psichiatriche ad incrementare le difficoltà connesse al riprendere peso… insomma, un serpente che si morde la coda.
5) La psicoterapia non è poi molto produttiva né efficace finché il peso è ai minimi storici e non ci alimentiamo adeguatamente. Il cervello costituisce circa il 4% del peso corporeo, e utilizza circa il 20% di tutta l’energia fornita al corpo stesso. Affamare il proprio corpo significa affamare il proprio cervello. Per rendere una psicoterapia produttiva e funzionale è necessario che tutti i processi cognitivi si svolgano in maniera adeguata. Sfortunatamente, il riprendere peso comporta il vedere accrescere i propri livelli di ansia conseguenti alla sensazione di perdita di controllo, ma quello che si può fare è lavorarci su grazie alla psicoterapia stessa e cercare d’imparare altre strategie di coping diverse dalla restrizione alimentare, e questo è tanto più efficace quanto più l’alimentazione è adeguata alle necessità. So benissimo che sembra più facile continuare a restringere l’alimentazione perchè i livelli di ansia si abbassano immediatamente, essendo la sensazione di controllo preponderante, ma in realtà quell’ansia c’è sempre, la si sta solo nascondendo dietro un comportamento malato. Per questo è importante imparare, tramite la psicoterapia, a gestirla in altro modo… ed ecco perché penso che la psicoterapia (oltre che l’essere seguire da una dietista, ovviamente) sia molto importante nel percorrere la strada del ricovero.
6) Nella stragrande maggioranza dei casi, l’anoressia ha un decorso “ciclico”: ci sono momenti di remissione, in cui il peso torna ad essere accettabile e spariscono i soliti pensieri ossessivi, e momenti di ricaduta. Anche nel migliore dei casi, si rimane comunque sempre vulnerabili alle insidie dell’anoressia. Una ricaduta può iniziare in maniera subdola, una colazione saltata, un pranzo ridotto, un po’ più di attività fisica, o cose del genere. Ma nel momento in cui l’evento si verifica, si ri-stimola l’amigdala che ricomincia a mandare messaggi erronei al cervello. Il momento giusto per imparare e mettere in pratica le strategie che ci consentano di combattere la ricaduta è il momento in cui si sta fisicamente e mentalmente meglio, in cui si ha perciò maggiore lucidità, NON quando si è già ricominciata la lenta (o rapida) discesa nell’anoressia, discesa che, una volta o l’altra, potrebbe anche essere l’ultima.
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venerdì 1 marzo 2013
Azioni da ricovero, pensieri da ricovero
Ho letto su un blog un post che parla di come azioni da ricovero conducano a pensieri da ricovero. Ovvero, come anche il solo cominciare a combattere contro l’anoressia, possa favorire la comparsa di pensieri combattivi nei confronti dell’anoressia stessa.
Io sono molto d’accordo con ciò. Questo, secondo me, è infatti uno dei più grandi misconcetti inerenti i DCA: molte persone che hanno un DCA pensano che nel momento in cui saranno riuscite a capire il motivo/i motivi per cui si sono ammalate, il perché tengono un comportamento alimentare erroneo, allora saranno in grado di smetterla. C’è del vero in questo, certo. Ci piace pensare di essere persone logiche e razionali e, in virtù di ciò, nel momento in cui ci rendessimo conto di cosa sta veramente alla base del nostro DCA, ne usciremmo completamente.
Qualcuna di voi ha visto il film “I segreti di Brokeback Mountain”? Ricordate la scena del “Non posso fare a meno di te”?
Ecco, vale un po’ la stessa cosa per l’anoressia.
I DCA non sono logici e razionali. La porzione del cervello che veicola l’ansia e le compulsioni per sedarla viaggia più veloce della cognizione conscia. Ci sono alcuni millisecondi di scarto: per il Tempo del Cervello, è un sacco di tempo. Perciò, anche quando la parte conscia del nostro cervello è consapevole che il DCA non è esattamente quello che ci porterà dove avremmo voluto arrivare, rimaniamo comunque attaccati ad esso. La risposta dell’anoressia è una risposta istintiva, riflessa. Ciò non significa, ovviamente, che non abbiamo assolutamente nessun controllo su quali siano i nostri comportamenti alimentari, ciò non è certo vero, però certi pattern comportamentali diventano talmente radicati, connaturati, che il pensiero razionale non riesce mai a cancellarli del tutto.
La cosa più difficile non è tanto cambiare il nostro comportamento nei confronti dell’alimentazione, quanto cambiare i nostri pensieri nei confronti di noi stesse. Nel momento in cui ci forziamo a non avere più comportamenti malati nei confronti del cibo, e manteniamo questa linea, poco a poco le ossessioni si attenuano. Più ci comportiamo come persone che stanno combattendo l’anoressia, più iniziamo a pensare come persone che stanno combattendo l’anoressia.
Ciò non significa ovviamente che tutti i pensieri indotti dal DCA spariscano – perchè non spariscono in toto, in effetti – ma che, a forza di applicarli, anche i comportamenti che ci aiutano a combattere contro l’anoressia diventano più istintivi, riflessi.
Se c’è una frase che ritengo perciò sia utile ripetere come nostro mantra conscio, è senz’altro quella che riecheggia il titolo di questo post: azioni da ricovero conducono a pensieri da ricovero.
Io sono molto d’accordo con ciò. Questo, secondo me, è infatti uno dei più grandi misconcetti inerenti i DCA: molte persone che hanno un DCA pensano che nel momento in cui saranno riuscite a capire il motivo/i motivi per cui si sono ammalate, il perché tengono un comportamento alimentare erroneo, allora saranno in grado di smetterla. C’è del vero in questo, certo. Ci piace pensare di essere persone logiche e razionali e, in virtù di ciò, nel momento in cui ci rendessimo conto di cosa sta veramente alla base del nostro DCA, ne usciremmo completamente.
Qualcuna di voi ha visto il film “I segreti di Brokeback Mountain”? Ricordate la scena del “Non posso fare a meno di te”?
Ecco, vale un po’ la stessa cosa per l’anoressia.
I DCA non sono logici e razionali. La porzione del cervello che veicola l’ansia e le compulsioni per sedarla viaggia più veloce della cognizione conscia. Ci sono alcuni millisecondi di scarto: per il Tempo del Cervello, è un sacco di tempo. Perciò, anche quando la parte conscia del nostro cervello è consapevole che il DCA non è esattamente quello che ci porterà dove avremmo voluto arrivare, rimaniamo comunque attaccati ad esso. La risposta dell’anoressia è una risposta istintiva, riflessa. Ciò non significa, ovviamente, che non abbiamo assolutamente nessun controllo su quali siano i nostri comportamenti alimentari, ciò non è certo vero, però certi pattern comportamentali diventano talmente radicati, connaturati, che il pensiero razionale non riesce mai a cancellarli del tutto.
La cosa più difficile non è tanto cambiare il nostro comportamento nei confronti dell’alimentazione, quanto cambiare i nostri pensieri nei confronti di noi stesse. Nel momento in cui ci forziamo a non avere più comportamenti malati nei confronti del cibo, e manteniamo questa linea, poco a poco le ossessioni si attenuano. Più ci comportiamo come persone che stanno combattendo l’anoressia, più iniziamo a pensare come persone che stanno combattendo l’anoressia.
Ciò non significa ovviamente che tutti i pensieri indotti dal DCA spariscano – perchè non spariscono in toto, in effetti – ma che, a forza di applicarli, anche i comportamenti che ci aiutano a combattere contro l’anoressia diventano più istintivi, riflessi.
Se c’è una frase che ritengo perciò sia utile ripetere come nostro mantra conscio, è senz’altro quella che riecheggia il titolo di questo post: azioni da ricovero conducono a pensieri da ricovero.
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venerdì 22 febbraio 2013
10 cose che le "pro ana/mia" non vi dicono: perplessità & spiegazioni
Alcuni giorni fa, Anna ha lasciato un commento al mio post “10 cose che le pro ana/mia non vi dicono”, esternando le sue perplessità relative a primi 7 punti della lista che avevo riportato in quel post.
In un primo momento, avevo pensato semplicemente di lasciarle una risposta in calce a quanto lei aveva scritto; dopodiché però mi è sovvenuto che le perplessità sollevate da Anna potrebbero essere comuni anche ad altre lettrici, quindi ho pensato che sarebbe stato meglio farne un post in maniera tale da poter approfondire le tematiche che Anna ha affrontato nel suo commento, e chiarire i dubbi sollevati. In questo modo, posso rispondere non solo ad Anna, ma anche a tutte le persone che, leggendo il post succitato, potrebbero avere i suoi stessi dubbi al riguardo, e posso farlo in maniera più estesa ed esaustiva, con le dovute spiegazioni scritte a modino, senza dovermi limitare alla brevità di un commento.
Dunque, stante le medesime premesse che avevo inserito in testa al post in questione (che vi consiglio di leggere o di rileggere, perché sennò non ci capite nulla in quello che segue), passo a riportare il commento di Anna punto per punto, cui seguiranno le mie relative risposte.
“Anna ha detto…
[…]
1) sono d accordo con l’ultima parte del tuo commento, però è vero che ci sono dei cibi ingrassanti, che non servono al nostro corpo se non a farci ingrassare; ad esempio cioccolata, caramelle e cose di questo genere (me ne vengono in mente alcuni ma non voglio scrivere marche).
2) accelerare il metabolismo no, ma far sentire pieni, o far andare spesso in bagno si...
3) il corpo, in realtà, inizia a mangiare se stesso solo a livelli avanzati, ma all’inizio soprattutto è giusto mangiare il meno possibile per perdere peso, sottolineo che il meno possibile non vuol dire digiunare, perché quello ucciderebbe il metabolismo.
4) a parte che dipende bere cosa... tipo non bere cose gassate o cose alcoliche aiuta molto a dimagrire, per quanto riguarda l’acqua se si beve troppo o troppo in fretta ci si sente gonfi e quindi "pesanti" e si può scambiare per "ingrassamento"...
5) bè dipende dalle conseguenze.
6) non aiutano a dimagrire, non in modo giusto, ma è vero che perdendo liquidi ecc si tiene, più o meno, sotto controllo il peso (più o meno).
7) quando, anni fà, vomitavo anche 8 volte al giorno, mi è capitato di vomitare sangue, non sono mai finita all’ospedale o sono morta per questo, anzi un medico mi disse che poteva dipendere da molte cose...
[…]”
E dunque, altrettanto punto per punto, le mie risposte.
1) Per quanto possa sembrare strano, anche cibi come caramelle e cioccolata, se consumati con moderazione (perché è ovvio che se una mangia 10 chili di cioccolata al giorno ingrassa, grazie al cazzo!...), hanno effetti benefici (e non ingrassanti) sul nostro organismo. Giusto per riprendere l’esempio che Anna ha citato, la cioccolata è una delle maggiori fonti di antiossidanti (soprattutto flavonoidi e catechine) di derivazione alimentare per il nostro organismo. Uno studio pubblicato nel 2012 sull’American Journal of Clinical Nutrition dimostra come assumere 28 grammi di cioccolata al giorno, in 7 giorni riduca significativamente i livelli di colesterolo senza far aumentare il peso… alla faccia del cibo ingrassante!...
2) Il fatto che una persona possa sentirsi piena o vada spesso in bagno perché ha bevuto tazze su tazze di thè verde, non smuove comunque d’una virgola il suo metabolismo… anzi, se una persona va spesso in bagno, perde un sacco di liquidi, il che è particolarmente pericoloso per il rischio di disidratazione… e tutto ciò senza che il metabolismo si sia velocizzato nemmeno un pochino.
3) E’ luogo comune che il nostro corpo inizi a “mangiare se stesso” solo a livelli di denutrizione avanzati. Ripeto: è luogo comune. Ma non è assolutamente vero. La verità è che il corpo comincia a mangiare se stesso già dopo 24 ore di digiuno o alimentazione estremamente ridotta, come mostrano degli studi condotti già negli anni ’50. A tal proposito, ecco cosa dice uno dei libri su cui ho studiato quando preparavo l’esame di Patologia Generale:
(click sull'immagine per ingrandirla)
(il libro in questione è il Walter & Israel per gli “addetti ai lavori…)
Se vi andate a leggere la parte che va sotto il titolo di “Adattamenti metabolici precoci…” vedrete che, in termini più specialistici, spiega esattamente quel che ho appena scritto.
E, a proposito del metabolismo, ciascuna di noi ha un metabolismo settato per mantenere quello che è il proprio peso biologico, il cosiddetto “set-point” di peso. Per cui, ogni qualsiasi alterazione quantitativa dell’alimentazione, ogni qualsiasi riduzione, determina in risposta automatica uno slittamento verso il basso del metabolismo stesso, il cui scopo è quello di mantenere l’omeostasi dell’organismo, ovvero il set-point ponderale.
4) Pardon, qui effettivamente sono stata imprecisa, l’ho dato per scontato, ma in effetti avrei dovuto scrivere “non bere acqua”, perché è all’acqua che mi riferivo quando ho scritto il post. In ogni caso, molto banalmente: anche se salgo sulla bilancia con un mattone in tasca peso di più. Questo non vuol dire che il mattone in tasca mi abbia fatta ingrassare. E’ ovvio che se mi peso, poi bevo 2 litri d’acqua in un minuto, e poi salgo sulla bilancia di nuovo, peserò di più… ma questo non vuol dire che sono ingrassata. Allo stesso modo, il viceversa: se sto una giornata senza bere, mi disidrato quindi peso di meno perché ho perso liquidi. Ma non sono dimagrita. Non confondete la disidratazione col dimagrimento!
5) Infatti. Io stessa ho scritto che certe conseguenze sono reversibili, ed altre no. Purtroppo, quelle irreversibili sono in genere le più gravi.
6) Tutto il contrario. Se una persona perde liquidi, si DISIDRATA. Nient’altro. La “massa grassa” rimane assolutamente invariata. In questo modo il peso non viene tenuto affatto sotto controllo, perché la persona non riesce più a capire se il suo calo è dovuto ad un’effettiva perdita di “massa grassa” conseguente alla restrizione alimentare, o se invece è dovuto semplicemente ad una perdita di liquidi. Ciò si ricollega al discorso che facevo al punto numero 4, a proposito del bere acqua: i lassativi favoriscono l’evacuazione, è l’evacuazione è sempre accompagnata da una significativa perdita di liquidi, per cui il verdetto della bilancia è effettivamente che la persona ha perso peso, ma la bilancia non è in grado di discriminare che cosa si è allontanato dall’organismo, per cui quello che succede in realtà è che la persona pesa di meno perché ha perso liquidi. Ed elettroliti. Il lassativo, al pari del vomito autoindotto, è il modo migliore per perdere elettroliti, tra l’altro, così, per la cronaca. Soprattutto il potassio. La carenza di potassio, oltre a provocare fastidiosi crampi muscolari, rappresenta la prima causa di morte per infarto nei giovani. Così, per la cronaca.
7) Se una persona ha mangiato solo pomodori e poi vomita, è ovvio che il rosso che vedrà sarà quello dei pomodori. Ma dato che è impossibile esserne sicuri al 100% (e se oltre ai pomodori si fosse procurata anche una lesione?) non lo si può dire con certezza. Ergo, una visitina in Pronto Soccorso è l’unico modo per sapere come stanno veramente le cose.
E, tra parentesi, un medico che, quando tu vomiti 8 volte al giorno, si limita a dirti che se vedi rosso nel vomito può dipendere da parecchie cose, anziché indirizzarti su un percorso di ricovero, meriterebbe come minimo di essere radiato dall’albo. (O, nella mia personale versione, pestato a morte – ma dice che non sta bene…)
Okay, spero di essere stata sufficientemente chiara ed esauriente. Ad ogni modo, per ogni qualsiasi altro chiarimento su questi punti, o per qualsiasi altra perplessità, lasciatemi pure un commento!
In un primo momento, avevo pensato semplicemente di lasciarle una risposta in calce a quanto lei aveva scritto; dopodiché però mi è sovvenuto che le perplessità sollevate da Anna potrebbero essere comuni anche ad altre lettrici, quindi ho pensato che sarebbe stato meglio farne un post in maniera tale da poter approfondire le tematiche che Anna ha affrontato nel suo commento, e chiarire i dubbi sollevati. In questo modo, posso rispondere non solo ad Anna, ma anche a tutte le persone che, leggendo il post succitato, potrebbero avere i suoi stessi dubbi al riguardo, e posso farlo in maniera più estesa ed esaustiva, con le dovute spiegazioni scritte a modino, senza dovermi limitare alla brevità di un commento.
Dunque, stante le medesime premesse che avevo inserito in testa al post in questione (che vi consiglio di leggere o di rileggere, perché sennò non ci capite nulla in quello che segue), passo a riportare il commento di Anna punto per punto, cui seguiranno le mie relative risposte.
“Anna ha detto…
[…]
1) sono d accordo con l’ultima parte del tuo commento, però è vero che ci sono dei cibi ingrassanti, che non servono al nostro corpo se non a farci ingrassare; ad esempio cioccolata, caramelle e cose di questo genere (me ne vengono in mente alcuni ma non voglio scrivere marche).
2) accelerare il metabolismo no, ma far sentire pieni, o far andare spesso in bagno si...
3) il corpo, in realtà, inizia a mangiare se stesso solo a livelli avanzati, ma all’inizio soprattutto è giusto mangiare il meno possibile per perdere peso, sottolineo che il meno possibile non vuol dire digiunare, perché quello ucciderebbe il metabolismo.
4) a parte che dipende bere cosa... tipo non bere cose gassate o cose alcoliche aiuta molto a dimagrire, per quanto riguarda l’acqua se si beve troppo o troppo in fretta ci si sente gonfi e quindi "pesanti" e si può scambiare per "ingrassamento"...
5) bè dipende dalle conseguenze.
6) non aiutano a dimagrire, non in modo giusto, ma è vero che perdendo liquidi ecc si tiene, più o meno, sotto controllo il peso (più o meno).
7) quando, anni fà, vomitavo anche 8 volte al giorno, mi è capitato di vomitare sangue, non sono mai finita all’ospedale o sono morta per questo, anzi un medico mi disse che poteva dipendere da molte cose...
[…]”
E dunque, altrettanto punto per punto, le mie risposte.
1) Per quanto possa sembrare strano, anche cibi come caramelle e cioccolata, se consumati con moderazione (perché è ovvio che se una mangia 10 chili di cioccolata al giorno ingrassa, grazie al cazzo!...), hanno effetti benefici (e non ingrassanti) sul nostro organismo. Giusto per riprendere l’esempio che Anna ha citato, la cioccolata è una delle maggiori fonti di antiossidanti (soprattutto flavonoidi e catechine) di derivazione alimentare per il nostro organismo. Uno studio pubblicato nel 2012 sull’American Journal of Clinical Nutrition dimostra come assumere 28 grammi di cioccolata al giorno, in 7 giorni riduca significativamente i livelli di colesterolo senza far aumentare il peso… alla faccia del cibo ingrassante!...
2) Il fatto che una persona possa sentirsi piena o vada spesso in bagno perché ha bevuto tazze su tazze di thè verde, non smuove comunque d’una virgola il suo metabolismo… anzi, se una persona va spesso in bagno, perde un sacco di liquidi, il che è particolarmente pericoloso per il rischio di disidratazione… e tutto ciò senza che il metabolismo si sia velocizzato nemmeno un pochino.
3) E’ luogo comune che il nostro corpo inizi a “mangiare se stesso” solo a livelli di denutrizione avanzati. Ripeto: è luogo comune. Ma non è assolutamente vero. La verità è che il corpo comincia a mangiare se stesso già dopo 24 ore di digiuno o alimentazione estremamente ridotta, come mostrano degli studi condotti già negli anni ’50. A tal proposito, ecco cosa dice uno dei libri su cui ho studiato quando preparavo l’esame di Patologia Generale:
(click sull'immagine per ingrandirla)
(il libro in questione è il Walter & Israel per gli “addetti ai lavori…)
Se vi andate a leggere la parte che va sotto il titolo di “Adattamenti metabolici precoci…” vedrete che, in termini più specialistici, spiega esattamente quel che ho appena scritto.
E, a proposito del metabolismo, ciascuna di noi ha un metabolismo settato per mantenere quello che è il proprio peso biologico, il cosiddetto “set-point” di peso. Per cui, ogni qualsiasi alterazione quantitativa dell’alimentazione, ogni qualsiasi riduzione, determina in risposta automatica uno slittamento verso il basso del metabolismo stesso, il cui scopo è quello di mantenere l’omeostasi dell’organismo, ovvero il set-point ponderale.
4) Pardon, qui effettivamente sono stata imprecisa, l’ho dato per scontato, ma in effetti avrei dovuto scrivere “non bere acqua”, perché è all’acqua che mi riferivo quando ho scritto il post. In ogni caso, molto banalmente: anche se salgo sulla bilancia con un mattone in tasca peso di più. Questo non vuol dire che il mattone in tasca mi abbia fatta ingrassare. E’ ovvio che se mi peso, poi bevo 2 litri d’acqua in un minuto, e poi salgo sulla bilancia di nuovo, peserò di più… ma questo non vuol dire che sono ingrassata. Allo stesso modo, il viceversa: se sto una giornata senza bere, mi disidrato quindi peso di meno perché ho perso liquidi. Ma non sono dimagrita. Non confondete la disidratazione col dimagrimento!
5) Infatti. Io stessa ho scritto che certe conseguenze sono reversibili, ed altre no. Purtroppo, quelle irreversibili sono in genere le più gravi.
6) Tutto il contrario. Se una persona perde liquidi, si DISIDRATA. Nient’altro. La “massa grassa” rimane assolutamente invariata. In questo modo il peso non viene tenuto affatto sotto controllo, perché la persona non riesce più a capire se il suo calo è dovuto ad un’effettiva perdita di “massa grassa” conseguente alla restrizione alimentare, o se invece è dovuto semplicemente ad una perdita di liquidi. Ciò si ricollega al discorso che facevo al punto numero 4, a proposito del bere acqua: i lassativi favoriscono l’evacuazione, è l’evacuazione è sempre accompagnata da una significativa perdita di liquidi, per cui il verdetto della bilancia è effettivamente che la persona ha perso peso, ma la bilancia non è in grado di discriminare che cosa si è allontanato dall’organismo, per cui quello che succede in realtà è che la persona pesa di meno perché ha perso liquidi. Ed elettroliti. Il lassativo, al pari del vomito autoindotto, è il modo migliore per perdere elettroliti, tra l’altro, così, per la cronaca. Soprattutto il potassio. La carenza di potassio, oltre a provocare fastidiosi crampi muscolari, rappresenta la prima causa di morte per infarto nei giovani. Così, per la cronaca.
7) Se una persona ha mangiato solo pomodori e poi vomita, è ovvio che il rosso che vedrà sarà quello dei pomodori. Ma dato che è impossibile esserne sicuri al 100% (e se oltre ai pomodori si fosse procurata anche una lesione?) non lo si può dire con certezza. Ergo, una visitina in Pronto Soccorso è l’unico modo per sapere come stanno veramente le cose.
E, tra parentesi, un medico che, quando tu vomiti 8 volte al giorno, si limita a dirti che se vedi rosso nel vomito può dipendere da parecchie cose, anziché indirizzarti su un percorso di ricovero, meriterebbe come minimo di essere radiato dall’albo. (O, nella mia personale versione, pestato a morte – ma dice che non sta bene…)
Okay, spero di essere stata sufficientemente chiara ed esauriente. Ad ogni modo, per ogni qualsiasi altro chiarimento su questi punti, o per qualsiasi altra perplessità, lasciatemi pure un commento!
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venerdì 15 febbraio 2013
Una malattia potenzialmente letale
Una domanda che mi sento spesso rivolgere da chi mi scrive via e-mail è: ma un DCA è davvero una malattia così grave? È veramente una patologia potenzialmente letale?
Quindi, ecco qui la mia risposta affinchè tutte possiate leggerla.
No, non tutte le persone che hanno un disturbo alimentare sono immediatamente a rischio di morire per le complicanze fisiche determinate da anoressia e bulimia, o per suicidio. Allo stesso modo, non tutte le persone con un DCA vanno incontro alla morte come diretto risultato del DCA. Eppure, statistiche alla mano, un’adolescente affetta da anoressia ha una probabilità di morire 12 volte maggiore rispetto alla sua compagna di banco che non ha un DCA. Questa stessa adolescente ha anche una probabilità 60 volte maggiore della compagna di banco di tentare il suicidio.
In termini prettamente medici, si utilizza la parola “life-threatening”. Tra le varie traduzioni letterali potrei metterci “che può uccidere”, “che minaccia la vita”, “potenzialmente mortale”, “molto grave, pericolosa, critica”. Si tratta, in buona sostanza, di una parola che viene associata a tutte quelle diagnosi, sindromi o condizioni patologiche in cui il rischio di mortalità è considerato elevato – soprattutto se, quando la patologia in questione non viene trattata, c’è un altissimo rischio che il paziente muoia. Non bisogna fare confusione con i cosiddetti ALTEs – apparent life threatening events (eventi che mettono apparentemente in rischio di vita). Questo temine si usa infatti per indicare quelle situazioni in cui c’è un improvviso arresto respiratorio, o un’ostruzione delle vie aeree, o anomalie a livello della funzionalità cardiaca e neurologica. Una delle cose che permette di classificare un DCA come una malattia “life-threatening” è rappresentata dal fatto che chi segue attivamente comportamenti tipici del disturbo alimentare (restrizione alimentare, vomito auto-indotto, abuso di lassativi, etc…) è sostanzialmente a rischio per un ALTEs.
E c’è da ricordare che uno dei veri problemi con un DCA e che noi (noi affette da un DCA, tanto quanto i medici, tanto quanto i genitori) non possiamo dire quando un evento ALTEs sta per accadere. Il modo in cui il nostro corpo reagisce alle modificazioni indotte dai comportamenti tipici di un DCA consiste nel cercare di mantenere l’omeostasi delle funzioni vitali quanto più a lungo possibile, prendendo le risorse necessarie dalle funzioni non vitali (ecco perché quando si scende sotto un certo peso in genere compare l’amenorrea). E continua a farlo fino a che tutte le riserve biologiche non si sono esaurite. Il che spesso non si nota, fino al momento in cui compare l’emergenza, l’ALTEs.
Gli squilibri elettrolitici acuti che fanno seguito ad un episodio di vomito auto-indotto e che possono provocare eventi sincopali o cardiopatie sono un esempio di rischio. E anche se un paziente venisse monitorato 24 ore su 24, non sempre questi eventi sono comunque prevedibili.
La potenziale letalità di un DCA è, ovviamente, relativa e soggettiva. Però, se si considera che la mortalità annua nella popolazione di affette da anoressia/bulimia è circa dell’1%, quando nella popolazione di pari ma senza un DCA è sull’ordine dello 0.012%/anno, si capisce bene che stiamo parlando di un GROSSO incremento del rischio di morte. E se infine si considera che la sopravvivenza a 15 anni dall’esordio di un DCA è inferiore rispetto a quella della maggior parte delle leucemie infantili, direi che i DCA sono decisamente malattie potenzialmente letali, “life-threatening”, appunto.
Il fatto che le persone non reagiscano ad un DCA nello stesso modo in cui reagiscono ad un tumore, rappresenta un problema non indifferente.
E’ per questo che, anche in post precedenti, ho scritto che l’anoressia e la bulimia sono patologie potenzialmente letali. Chi è “esterno” a un DCA tende a vedere alla malattia come alla scelta del singolo di non mangiare, e non si rende conto invece che i DCA sono malattie mortalmente serie.
Detto questo, vorrei fare un’ulteriore riflessione. Dire che un DCA è una malattia potenzialmente letale non rende l’enorme mole di sofferenza che il DCA provoca a chi ne soffre.
Molte persone con disturbi alimentari hanno dei sintomi che non le mettono immediatamente in pericolo di vita. Questi sintomi, a lunga gittata, possono portare a osteoporosi, disfunzioni epatiche, renali e digestive, problemi cardiaci… che sono quelle che poi mettono effettivamente a rischio di vita. Ma, per lo più, si tende ad ignorare queste cose.
Quando scrivo “si tende” mi riferisco ovviamente a chi ha un DCA, che generalmente non si sente mai malata abbastanza da giustificare una diagnosi e tanto meno la consapevolezza che il loro disturbo le sta lentamente uccidendo; ma mi riferisco anche alla comunità medica, che dimette una paziente anoressica dall’ospedale non appena i valori di Potassio rientrano nel range della normalità, o che non ricovera una persona fino a che non è oggettivamente a rischio di morte nelle successive 48 ore. Il “si tende” include inoltre anche i familiari benintenzionati che pensano che stai bene perché la tua testa non è perennemente infilata in una tazza del cesso o perché hai ripreso qualche chilo.
Volendo fare un esempio, supponiamo che una persona soffra di attacchi di panico. Quando gli attacchi di panico si sono già verificati una, due, dieci, venti volte, la persona comincia a saperli gestire con (relativa) calma. Più gli attacchi di panico si verificano, più la persona vi fa assuefazione. Ci si abitua. Ci si adatta. Sa cosa succederà, per cui questi attacchi non sono più un enorme problema come lo erano le prime volte che si presentavano. (Per lo meno, questo mi ha detto una persona che conosco e che soffre di questa problematica…) Non si può vivere in perenne allarme, quindi ci si adatta. Ecco, io penso che nel caso dei DCA accada un po’ la stessa cosa. Ci sono stati momenti, in passato, in cui mi dicevo che non potevo essere così malata per pesavo comunque X chili in più rispetto al minimo peso che avessi raggiunto. Non consideravo il fatto che la mia alimentazione aveva comunque ancora un trait restrittivo, e che il mio corpo non avrebbe potuto sopportare a lungo una situazione del genere. Dopo tanti anni di restrizione alimentare, per me la restrizione era diventata “normale”, e quando qualcuno mi faceva notare che non lo era, m’infastidivo. In fin dei conti stavo continuando a studiare, facevo sport, dunque dovevo necessariamente stare bene.
Ovviamente ci sono stati periodi in cui la restrizione alimentare era meno pressante, e non mi metteva immediatamente in pericolo di vita, fisica o psicologica. Ma la sofferenza, anche se non la vedevo, era comunque presente. La sofferenza è sempre presente. È quel tipo di sofferenza che lentamente logora il corpo e la mente. Quel tipo di quieta sofferenza attorno alla quale arriviamo ad organizzare tutta la nostra vita. Tutto comincia a ruotare attorno all’anoressia o alla bulimia: niente più amicizie, hobby, studio, lavoro… niente. Solo noi stesse e il DCA, avviluppate in un abbraccio soffocante. Quei momenti in cui il nostro peso non è così lontano dalla norma, in cui per lo più abbiamo pure il ciclo, e in cui nessuno fa più commenti circa la nostra eccessiva magrezza, ma in cui onestamente non ce ne frega un tubo: continuiamo comunque ad odiare noi stesse e la nostra vita. In cui non capiamo come fanno le persone a starci vicino senza scappare via urlando disgustate di fronte alle persone orribili che siamo.
Perciò, come si può misurare questo tipo di sofferenza? Ma si può davvero misurare?
Si possono valutare le statistiche inerenti la qualità della vita, sono chiare, semplici, è facile analizzarle. Ma sono solo numeri. Non tengono conto della soggiacente sofferenza. Si può dire che un DCA ha un impatto negativo sulla qualità della vita, ed è importante dirlo. Ma questo non è che il punto di partenza.
Citando Stalin: “Una morte è una tragedia. Un milione di morti sono una statistica”.
Io sono una sorta di nerd della statistica. Mi piacciono le schematizzazioni e la matematica. Ma è anche facile sorvolare su ciò che significano realmente queste statistiche. Si può parlare di quante persone muoiono a causa di un disturbo alimentare, ma questo dato non si avvicina neanche lontanamente a quantificare le sofferenze causate dalla malattia. E’ un dato che non tiene conto delle amicizie infrante, delle famiglie lacerate, e più in generale di quell’inferno fisico e mentale che l’anoressia genera.
E’ un pensiero che fa riflettere, davvero.
Quindi, ecco qui la mia risposta affinchè tutte possiate leggerla.
No, non tutte le persone che hanno un disturbo alimentare sono immediatamente a rischio di morire per le complicanze fisiche determinate da anoressia e bulimia, o per suicidio. Allo stesso modo, non tutte le persone con un DCA vanno incontro alla morte come diretto risultato del DCA. Eppure, statistiche alla mano, un’adolescente affetta da anoressia ha una probabilità di morire 12 volte maggiore rispetto alla sua compagna di banco che non ha un DCA. Questa stessa adolescente ha anche una probabilità 60 volte maggiore della compagna di banco di tentare il suicidio.
In termini prettamente medici, si utilizza la parola “life-threatening”. Tra le varie traduzioni letterali potrei metterci “che può uccidere”, “che minaccia la vita”, “potenzialmente mortale”, “molto grave, pericolosa, critica”. Si tratta, in buona sostanza, di una parola che viene associata a tutte quelle diagnosi, sindromi o condizioni patologiche in cui il rischio di mortalità è considerato elevato – soprattutto se, quando la patologia in questione non viene trattata, c’è un altissimo rischio che il paziente muoia. Non bisogna fare confusione con i cosiddetti ALTEs – apparent life threatening events (eventi che mettono apparentemente in rischio di vita). Questo temine si usa infatti per indicare quelle situazioni in cui c’è un improvviso arresto respiratorio, o un’ostruzione delle vie aeree, o anomalie a livello della funzionalità cardiaca e neurologica. Una delle cose che permette di classificare un DCA come una malattia “life-threatening” è rappresentata dal fatto che chi segue attivamente comportamenti tipici del disturbo alimentare (restrizione alimentare, vomito auto-indotto, abuso di lassativi, etc…) è sostanzialmente a rischio per un ALTEs.
E c’è da ricordare che uno dei veri problemi con un DCA e che noi (noi affette da un DCA, tanto quanto i medici, tanto quanto i genitori) non possiamo dire quando un evento ALTEs sta per accadere. Il modo in cui il nostro corpo reagisce alle modificazioni indotte dai comportamenti tipici di un DCA consiste nel cercare di mantenere l’omeostasi delle funzioni vitali quanto più a lungo possibile, prendendo le risorse necessarie dalle funzioni non vitali (ecco perché quando si scende sotto un certo peso in genere compare l’amenorrea). E continua a farlo fino a che tutte le riserve biologiche non si sono esaurite. Il che spesso non si nota, fino al momento in cui compare l’emergenza, l’ALTEs.
Gli squilibri elettrolitici acuti che fanno seguito ad un episodio di vomito auto-indotto e che possono provocare eventi sincopali o cardiopatie sono un esempio di rischio. E anche se un paziente venisse monitorato 24 ore su 24, non sempre questi eventi sono comunque prevedibili.
La potenziale letalità di un DCA è, ovviamente, relativa e soggettiva. Però, se si considera che la mortalità annua nella popolazione di affette da anoressia/bulimia è circa dell’1%, quando nella popolazione di pari ma senza un DCA è sull’ordine dello 0.012%/anno, si capisce bene che stiamo parlando di un GROSSO incremento del rischio di morte. E se infine si considera che la sopravvivenza a 15 anni dall’esordio di un DCA è inferiore rispetto a quella della maggior parte delle leucemie infantili, direi che i DCA sono decisamente malattie potenzialmente letali, “life-threatening”, appunto.
Il fatto che le persone non reagiscano ad un DCA nello stesso modo in cui reagiscono ad un tumore, rappresenta un problema non indifferente.
E’ per questo che, anche in post precedenti, ho scritto che l’anoressia e la bulimia sono patologie potenzialmente letali. Chi è “esterno” a un DCA tende a vedere alla malattia come alla scelta del singolo di non mangiare, e non si rende conto invece che i DCA sono malattie mortalmente serie.
Detto questo, vorrei fare un’ulteriore riflessione. Dire che un DCA è una malattia potenzialmente letale non rende l’enorme mole di sofferenza che il DCA provoca a chi ne soffre.
Molte persone con disturbi alimentari hanno dei sintomi che non le mettono immediatamente in pericolo di vita. Questi sintomi, a lunga gittata, possono portare a osteoporosi, disfunzioni epatiche, renali e digestive, problemi cardiaci… che sono quelle che poi mettono effettivamente a rischio di vita. Ma, per lo più, si tende ad ignorare queste cose.
Quando scrivo “si tende” mi riferisco ovviamente a chi ha un DCA, che generalmente non si sente mai malata abbastanza da giustificare una diagnosi e tanto meno la consapevolezza che il loro disturbo le sta lentamente uccidendo; ma mi riferisco anche alla comunità medica, che dimette una paziente anoressica dall’ospedale non appena i valori di Potassio rientrano nel range della normalità, o che non ricovera una persona fino a che non è oggettivamente a rischio di morte nelle successive 48 ore. Il “si tende” include inoltre anche i familiari benintenzionati che pensano che stai bene perché la tua testa non è perennemente infilata in una tazza del cesso o perché hai ripreso qualche chilo.
Volendo fare un esempio, supponiamo che una persona soffra di attacchi di panico. Quando gli attacchi di panico si sono già verificati una, due, dieci, venti volte, la persona comincia a saperli gestire con (relativa) calma. Più gli attacchi di panico si verificano, più la persona vi fa assuefazione. Ci si abitua. Ci si adatta. Sa cosa succederà, per cui questi attacchi non sono più un enorme problema come lo erano le prime volte che si presentavano. (Per lo meno, questo mi ha detto una persona che conosco e che soffre di questa problematica…) Non si può vivere in perenne allarme, quindi ci si adatta. Ecco, io penso che nel caso dei DCA accada un po’ la stessa cosa. Ci sono stati momenti, in passato, in cui mi dicevo che non potevo essere così malata per pesavo comunque X chili in più rispetto al minimo peso che avessi raggiunto. Non consideravo il fatto che la mia alimentazione aveva comunque ancora un trait restrittivo, e che il mio corpo non avrebbe potuto sopportare a lungo una situazione del genere. Dopo tanti anni di restrizione alimentare, per me la restrizione era diventata “normale”, e quando qualcuno mi faceva notare che non lo era, m’infastidivo. In fin dei conti stavo continuando a studiare, facevo sport, dunque dovevo necessariamente stare bene.
Ovviamente ci sono stati periodi in cui la restrizione alimentare era meno pressante, e non mi metteva immediatamente in pericolo di vita, fisica o psicologica. Ma la sofferenza, anche se non la vedevo, era comunque presente. La sofferenza è sempre presente. È quel tipo di sofferenza che lentamente logora il corpo e la mente. Quel tipo di quieta sofferenza attorno alla quale arriviamo ad organizzare tutta la nostra vita. Tutto comincia a ruotare attorno all’anoressia o alla bulimia: niente più amicizie, hobby, studio, lavoro… niente. Solo noi stesse e il DCA, avviluppate in un abbraccio soffocante. Quei momenti in cui il nostro peso non è così lontano dalla norma, in cui per lo più abbiamo pure il ciclo, e in cui nessuno fa più commenti circa la nostra eccessiva magrezza, ma in cui onestamente non ce ne frega un tubo: continuiamo comunque ad odiare noi stesse e la nostra vita. In cui non capiamo come fanno le persone a starci vicino senza scappare via urlando disgustate di fronte alle persone orribili che siamo.
Perciò, come si può misurare questo tipo di sofferenza? Ma si può davvero misurare?
Si possono valutare le statistiche inerenti la qualità della vita, sono chiare, semplici, è facile analizzarle. Ma sono solo numeri. Non tengono conto della soggiacente sofferenza. Si può dire che un DCA ha un impatto negativo sulla qualità della vita, ed è importante dirlo. Ma questo non è che il punto di partenza.
Citando Stalin: “Una morte è una tragedia. Un milione di morti sono una statistica”.
Io sono una sorta di nerd della statistica. Mi piacciono le schematizzazioni e la matematica. Ma è anche facile sorvolare su ciò che significano realmente queste statistiche. Si può parlare di quante persone muoiono a causa di un disturbo alimentare, ma questo dato non si avvicina neanche lontanamente a quantificare le sofferenze causate dalla malattia. E’ un dato che non tiene conto delle amicizie infrante, delle famiglie lacerate, e più in generale di quell’inferno fisico e mentale che l’anoressia genera.
E’ un pensiero che fa riflettere, davvero.
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venerdì 8 febbraio 2013
Modi infallibili per farmi incazzare
Come ormai saprete, andare a spulciare articoli e studi pubblicati in merito alla tematica dei DCA è un qualcosa che trovo molto interessante. Essi rappresentano l’apogeo e il perigeo di quello che ho modo di leggere in merito all’argomento “disturbi alimentari”. Alcune recenti ricerche scientifiche che sono state fatte relativamente alle valutazioni patogenetiche e terapeutiche dei DCA rappresentano sicuramente un apogeo di tutto ciò che leggo. Il perigeo? Cose come questo articolo, intitolato "Modi infallibili per far ammalare le vostre figlie di DCA".
I “suggerimenti” dati ai genitori per far ammalare di anoressia la propria figlia, redatti dall’autrice del blog in questione, Michelle Lewis, sono cose come:
• Siate sempre critici e disapprovate ogni iniziativa personale delle vostre figlie
• Abusate di loro
• Richiedete sempre la perfezione, e mostratevi delusi se le vostre figlie sono da meno
• Non lottate contro il vostro proprio DCA
• Siate distaccati e anaffettivi, evitando il dialogo, e non ascoltando mai le vostre figlie se vogliono parlarvi di qualcosa o di qualche problema
• Usate il cibo come ricompensa o punizione
• Etc…
Al contrario, ecco cosa dice la letteratura scientifica in merito ai “modi infallibili” per far ammalare vostra figlia di anoressia/bulimia:
Esatto: NIENTE. Cercate pure quanti più studi scientifici volete: tutti quanti vi diranno che non esiste una sola causa precisa e definita che è responsabile della comparsa di un DCA. Certo, certe dritte comportamentali possono aiutare a ridurre il rischio che una ragazza si ammali di anoressia… ma non lo elimineranno. Questo è vero anche per altre malattie come per esempio i tumori. Se fumate un pacchetto di sigarette al giorno per anni ed anni, certamente il vostro rischio di sviluppare un microcitoma polmonare aumenterà considerevolmente (così come l’eccessiva esposizione ai raggi solari e alle lampade abbronzanti correla positivamente con l’incremento della possibilità di sviluppo di alcuni tumori cutanei), ma comunque fumare 20 sigarette al giorno non è un “modo infallibile” per beccarsi un cancro al polmone. Un sacco di gente fuma anche per 50 anni della sua vita, e non si prende comunque un tumore… altresì, i microcitomi polmonari possono colpire anche soggetti non-fumatori.
In sua difesa, in risposta ad un commento che viene lasciato a questo suo post, Michelle Lewis dice che, in effetti, intendeva elencare atteggiamenti genitoriali che promuovono insoddisfazione relativa alla propria fisicità e alimentazione disordinata, non disordini alimentari. Ora, un’affermazione del genere è ciò che non manca mai di farmi incazzare, questa fusione tra insoddisfazione per la propria immagine corporea e DCA. La stragrande maggioranza delle persone che conosco sono insoddisfatte di qualcosa relativamente al proprio aspetto fisico (e, del resto, vi sfido a trovare qualcuno che sia pienamente soddisfatto in tutto e per tutto del proprio corpo!!), ma finchè quest’insoddisfazione non interferisce con la propria qualità della vita, non c’è ragione di considerarla patologica. Sarebbe fantastico se chiunque, guardandosi allo specchio, fosse soddisfatto in toto di ciò che vi vede riflesso, ma specchiarsi e vedere che non ci si piace non fa sì automaticamente che quella persona abbia un DCA.
Altra cosa che mi irrita a proposito di questo post scritto da Michelle Lewis è il fatto che l’autrice dà per assunto che i genitori giochino un ruolo predominante e fondamentale nel successivo sviluppo o meno di un DCA da parte della propria figlia. Cioè, se leggete il suo post che vi ho linkato, quello che si evince è che: se una ragazza ha un disturbo alimentare, allora, ipso facto, ha avuto dei “cattivi” genitori, o comunque dei genitori disfunzionali. Ora, io non voglio screditare la terapia familiare, perché credo che ci siano certe situazioni in cui lavorare su tutta la famiglia possa essere benefico per chi ha un DCA, ma attraverso la terapia familiare ci sono passata personalmente e, per quel che può valere il parere del singolo, nel mio caso di specie è stata una perdita di tempo, salute e soldi.
La verità: Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo.
La verità: Alcune ragazze che sviluppano un DCA hanno alle spalle famiglie disfunzionali.
La verità: Alcune ragazze che sviluppano un DCA hanno alle spalle famiglie veramente in gamba.
La verità: Il fatto che una ragazza sia affetta da un DCA non dice niente relativamente alla qualità della famiglia da cui essa proviene.
E’ un nonsense, è un totale nonsense dare per assunto che i genitori siano la singola o tantomeno la maggiore causa di DCA nei propri figli. Peraltro, la dottoressa Julie O’Toole, in una delle sue pubblicazioni, parla proprio del trattamento di bambine denutrite provenienti da famiglie disfunzionali (sì, genitori che trattavano le figlie proprio come dice Michelle Lewis). Nel momento in cui queste bambine venivano ospedalizzate, riprendevano a mangiare normalmente (bè, è quello che normalmente ci si aspetterebbe da bambine denutrite…). Queste bambine non avevano l’anoressia… nonostante fossero stata trattate come pezze da piedi dai loro genitori.
Post come quello di Michelle Lewis non mi piacciono affatto, insomma… e non mi piace pensare al fatto che alcuni genitori, leggendolo, possano pensare di essere loro la causa maggiore od unica del DCA delle proprie figlie. Tutt’al più, una delle millemila concause, ma non certo l’unica causa, e men che meno la causa dominante (nella stragrande maggioranza dei casi, per lo meno, non voglio fare di tutta l’erba un fascio!).
I “suggerimenti” dati ai genitori per far ammalare di anoressia la propria figlia, redatti dall’autrice del blog in questione, Michelle Lewis, sono cose come:
• Siate sempre critici e disapprovate ogni iniziativa personale delle vostre figlie
• Abusate di loro
• Richiedete sempre la perfezione, e mostratevi delusi se le vostre figlie sono da meno
• Non lottate contro il vostro proprio DCA
• Siate distaccati e anaffettivi, evitando il dialogo, e non ascoltando mai le vostre figlie se vogliono parlarvi di qualcosa o di qualche problema
• Usate il cibo come ricompensa o punizione
• Etc…
Al contrario, ecco cosa dice la letteratura scientifica in merito ai “modi infallibili” per far ammalare vostra figlia di anoressia/bulimia:
Esatto: NIENTE. Cercate pure quanti più studi scientifici volete: tutti quanti vi diranno che non esiste una sola causa precisa e definita che è responsabile della comparsa di un DCA. Certo, certe dritte comportamentali possono aiutare a ridurre il rischio che una ragazza si ammali di anoressia… ma non lo elimineranno. Questo è vero anche per altre malattie come per esempio i tumori. Se fumate un pacchetto di sigarette al giorno per anni ed anni, certamente il vostro rischio di sviluppare un microcitoma polmonare aumenterà considerevolmente (così come l’eccessiva esposizione ai raggi solari e alle lampade abbronzanti correla positivamente con l’incremento della possibilità di sviluppo di alcuni tumori cutanei), ma comunque fumare 20 sigarette al giorno non è un “modo infallibile” per beccarsi un cancro al polmone. Un sacco di gente fuma anche per 50 anni della sua vita, e non si prende comunque un tumore… altresì, i microcitomi polmonari possono colpire anche soggetti non-fumatori.
In sua difesa, in risposta ad un commento che viene lasciato a questo suo post, Michelle Lewis dice che, in effetti, intendeva elencare atteggiamenti genitoriali che promuovono insoddisfazione relativa alla propria fisicità e alimentazione disordinata, non disordini alimentari. Ora, un’affermazione del genere è ciò che non manca mai di farmi incazzare, questa fusione tra insoddisfazione per la propria immagine corporea e DCA. La stragrande maggioranza delle persone che conosco sono insoddisfatte di qualcosa relativamente al proprio aspetto fisico (e, del resto, vi sfido a trovare qualcuno che sia pienamente soddisfatto in tutto e per tutto del proprio corpo!!), ma finchè quest’insoddisfazione non interferisce con la propria qualità della vita, non c’è ragione di considerarla patologica. Sarebbe fantastico se chiunque, guardandosi allo specchio, fosse soddisfatto in toto di ciò che vi vede riflesso, ma specchiarsi e vedere che non ci si piace non fa sì automaticamente che quella persona abbia un DCA.
Altra cosa che mi irrita a proposito di questo post scritto da Michelle Lewis è il fatto che l’autrice dà per assunto che i genitori giochino un ruolo predominante e fondamentale nel successivo sviluppo o meno di un DCA da parte della propria figlia. Cioè, se leggete il suo post che vi ho linkato, quello che si evince è che: se una ragazza ha un disturbo alimentare, allora, ipso facto, ha avuto dei “cattivi” genitori, o comunque dei genitori disfunzionali. Ora, io non voglio screditare la terapia familiare, perché credo che ci siano certe situazioni in cui lavorare su tutta la famiglia possa essere benefico per chi ha un DCA, ma attraverso la terapia familiare ci sono passata personalmente e, per quel che può valere il parere del singolo, nel mio caso di specie è stata una perdita di tempo, salute e soldi.
La verità: Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo.
La verità: Alcune ragazze che sviluppano un DCA hanno alle spalle famiglie disfunzionali.
La verità: Alcune ragazze che sviluppano un DCA hanno alle spalle famiglie veramente in gamba.
La verità: Il fatto che una ragazza sia affetta da un DCA non dice niente relativamente alla qualità della famiglia da cui essa proviene.
E’ un nonsense, è un totale nonsense dare per assunto che i genitori siano la singola o tantomeno la maggiore causa di DCA nei propri figli. Peraltro, la dottoressa Julie O’Toole, in una delle sue pubblicazioni, parla proprio del trattamento di bambine denutrite provenienti da famiglie disfunzionali (sì, genitori che trattavano le figlie proprio come dice Michelle Lewis). Nel momento in cui queste bambine venivano ospedalizzate, riprendevano a mangiare normalmente (bè, è quello che normalmente ci si aspetterebbe da bambine denutrite…). Queste bambine non avevano l’anoressia… nonostante fossero stata trattate come pezze da piedi dai loro genitori.
Post come quello di Michelle Lewis non mi piacciono affatto, insomma… e non mi piace pensare al fatto che alcuni genitori, leggendolo, possano pensare di essere loro la causa maggiore od unica del DCA delle proprie figlie. Tutt’al più, una delle millemila concause, ma non certo l’unica causa, e men che meno la causa dominante (nella stragrande maggioranza dei casi, per lo meno, non voglio fare di tutta l’erba un fascio!).
venerdì 1 febbraio 2013
Comorbidità
L’idea di questo post nasce da un commento che mi ha lasciato Marcella al post “Cosa dire/non dire a una persona che ha un DCA”. Potete andare a leggere il commento e la risposta estemporanea che le ho dato, se vi va, ma oggi vorrei centrarmi su un punto in particolare, ovvero la comorbidità legata ai DCA.
Nel suo commento, Marcella parla di correlazione tra DCA e bipolarismo, accennando ad alcuni studi che sono stati condotti al riguardo. Incuriosita, mi sono armata dei miei preziosissimi Google Scholar e PubMed, e ho svolto qualche ricerca in merito.
È stato così che ho scoperto che, in realtà, ben pochi studi sono stati condotti in merito alla coesione tra DCA e altri disturbi psichiatrici, e l’unica correlazione che parrebbe essere dimostrata in termini scientifici, è la correlazione tra DCA e DOC (Disturbo Ossessivo-Compulsivo). Questi pochissimi studi che ho trovato e spulciato affermano che l’avere un DOC rende più grave il DCA, più difficile il trattamento, e più lungo il tempo necessario per avere una remissione. Un paio studi più recenti mostrano chiaramente la presenza di un significativo overlap tra DCA e DOC, e teorizzano lo sviluppo in un futuro ormai prossimo di specifici trattamenti per le persone che presentano questa comorbidità.
Entrando un po’ più nello specifico di quel poco che sono riuscita a reperire, c’è uno studio del 2004 condotto da Walter Kaye e dai suoi colleghi e pubblicato nell’ American Journal of Psychiatry, che stima quanto spesso i disturbi d’ansia (il DOC è un sottotipo di disturbo d’ansia) sono presenti in persone affette da anoressia e bulimia. Questo studio mostra che a circa il 70% delle persone con un DCA viene diagnosticato prima o poi anche un disturbo d’ansia. Molto spesso, peraltro, il disturbo d’ansia viene datato come d’esordio antecedente a quello del DCA stesso. Per inciso, tra le persone con un disturbo d’ansia il 41% è affetto da DOC, e il 20% da fobia sociale (disturbo d’ansia sociale). Date le cifre, dunque, il problema è ben rilevante. (Viene da chiedersi come mai, allora, gli studi condotti in merito siano così scarsi…)
Il gold standard nel trattamento del DOC è una forma di terapia cognitivo-comportamentale conosciuta come “Esposizione con Prevenzione della Risposta” (E/PR). L’idea è relativamente lineare: il soggetto deve creare una gerarchia delle cose che gli creano ansia e che normalmente gl’innescano una compulsione. Per esempio, per qualcuno che è ossessionato dall’idea che ci siano germi dappertutto, uno dei punti più bassi della lista potrebbe essere un qualcosa come: “Toccare un paio di guanti sterili da chirurgo non ancora stati utilizzati”. Uno dei punti più in alto, invece, potrebbe essere: “Toccare la maniglia della porta dell’ambulatorio di un medico”, oppure: “Avere accanto una persona che tossisce”. Insieme allo psicoterapeuta, la persona inizia in maniera estremamente graduale ad esporsi a questi stimoli che percepisce come ansiogeni, provando a non innescare alcuna compulsione in risposta (nell’esempio che ho fatto, correre subito a lavarsi le mani) per lenire l’ansia. Il punto è che poco a poco, così facendo, la persona impara a tollerare l’ansia e a rendersi conto che non morirà se anche viene a contatto con qualche germe.
Alcuni ricercatori hanno allora tentato di utilizzare alcune component dell’E/PR per trattare l’ansia provata nei confronti dell’alimentazione da parte dei soggetti affetti da DCA. In uno studio del 2011 pubblicato nell’ International Journal of Eating Disorders, i ricercatori dell’Università della Columbia per la prima volta hanno delineato un modello comportamentale di anoressia e bulimia guidato da ansia e ossessività.
(Date un’occhiata alla figura qui sotto, cui ho aggiunto una didascalia copiata – e poi da me tradotta – dallo studio originale.)
Figura 1. Modello dell’Anoressia Nervosa. Un trait di ansia basale elevata e ossessività interagisce con molteplici fattori ambientali, cosicché le pazienti sviluppano comportamenti maladattativi, tra cui l’evitamento di alcuni cibi, e rigidi schemi di restrizione alimentare, e sperimentano elevati livelli di ansia nella loro interazione col cibo. Questi comportamenti interconnessi alla restrizione alimentare conducono ad un incremento dell’ansia relativa all’alimentazione, e viceversa. Questi comportamenti compaiono in chiunque si sottoponga ad una dieta povera di lipidi (a bassa densità energetica), e poco variata. Questo, ovviamente, promuove la perdita di peso. Il basso peso si ripercuote sulle caratteristiche di base e porta a un aumento dei livelli di ansia e ossessività.
L’ansia correlata al dover incrementare le razioni alimentari giornaliere e al progressivo recupero del peso, interferisce costantemente con il recupero di peso stesso in persone affette da anoressia, e con le difficoltà ad interrompere il circolo vizioso abbuffata/vomito delle persone affette da bulimia. Da qui la conclusione che non si possano fare passi avanti nella strada del ricovero fino a che questi timori non vengono affrontati. In un articolo del 2012 pubblicato in European Eating Disorders Review, alcuni psicoterapeuti ipotizzano che una delle ragioni per cui la terapia che coinvolge anche i familiari sia efficace per molte adolescenti, sia perché essa comporta l’affrontare direttamente questi timori. Fino a che le pazienti non possono (teoricamente) scegliere autonomamente cosa mangiare perché vivono in famiglia e quindi devono “sottostare” a ciò che cucina la madre, non possono scegliere di evitare cibi “ansiogeni”. Ai genitori, ovviamente, allo stesso tempo, viene insegnato come poter gradualmente agire per limitare i vari rituali connessi all’alimentazione delle proprie figlie.
Quello che mi ha colpito di più, però, è uno studio che è stato pubblicato proprio poche settimane fa, e che affronta la tematica del trattamento di DOC e DCA, questa volta proprio valutando delle ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento dei disturbi alimentari. Pubblicato su Cognitive Behaviour Therapy, in questo studio i ricercatori trattano 56 ragazze affette da anoressia, bulimia o DCAnas, seguendo uno specifico programma elaborato per persone affette contemporaneamente anche da DOC. Di queste 56 pazienti, al 41% era stata diagnosticata anoressia, al 25% bulimia, al 34% DCAnas. I tassi e i livelli di disturbo ossessivo compulsivo erano invariati a prescindere dalla diagnosi di differente DCA. Dopo il trattamento, i ricercatori hanno trovato un miglioramento significativo sui punteggi negli specifici test relativi a DOC e disturbi alimentari, come valutato da una serie di indagini e di auto-report. Peraltro, quasi tutte le pazienti con bulimia erano riuscite a spezzare il circolo vizioso abbuffata/vomito, ed alcune pazienti con anoressia erano riuscite ad aumentare il loro peso corporeo.
A questo punto, però, considerato il contenuto di quest’ultimo studio, che ad una prima lettura farebbe pensare a chiunque che effettivamente esista una comorbidità tra DCA e DOC e dunque una possibile univocità di trattamento, non posso fare a meno di esprimere la mia opinione in merito.
Questo è indubbiamente un buon risultato, ma il problema è che in questo studio (nè in altri di cui io sia a conoscenza o sia riuscita a trovare) il gruppo trattato non viene comparato a null’altro. Anche gli altri studi che ho menzionato hanno mostrato che trattare il DCA migliora anche il quadro di DOC che eventualmente è concomitantemente presente. Ma questo significa che il miglioramento evidenziato in questo studio nella fattispecie è stato determinato esclusivamente grazie ad un’alimentazione più regolare e all’assenza di comportamenti di compenso? E che ruolo ha svolto il fatto che questo studio fosse stato specificatamente condotto su un peculiare gruppo, ovvero su ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento di DCA? Il risultato sul trattamento del DCA sarebbe stato differente se le ragazze non avessero ricevuto in contempo un trattamento per il DOC? E cosa sarebbe successo se avessero seguito una terapia specificatamente mirata sul trattamento del DOC, e non avessero invece trattato il DCA? Certo, mi rendo conto che non sarebbe etico dividere le ragazze in 3 gruppi e trattare il primo gruppo solo per il DCA, il secondo solo per il DOC, e il terzo per entrambi, e vedere quali sarebbero le differenze… ma penso che renderebbe lo studio più attendibile.
Un altro fattore di cui i ricercatori non hanno tenuto conto in questo studio è l’uso di psicofarmaci, che viene solo menzionato ma di fatto non considerato ai fini dei risultati stilati. Come avrete letto dal relativo link, l’89% delle 56 pazienti esaminate assumevano psicofarmaci al momento in cui lo studio è stato realizzato. Gli sperimentatori giustificano la mancata tenuta in considerazione di questo fatto precisando che solo il 7% delle ragazze aveva iniziato a prendere psicofarmaci durante quel ricovero. Ma non viene detto niente a proposito del trattamento delle altre pazienti, che già prendevano psicofarmaci prima di essere ricoverate: in seguito al ricovero queste ragazze hanno aumentato o diminuito le dosi dei farmaci che già prendevano? O hanno cambiato tipo di farmaco assunto? Questi interrogativi cui lo studio non risponde, secondo me invece sono importanti, in quanto la variazione di dose o di tipo di farmaco influenzano significativamente la sintomatologia del DOC.
(Sebbene un altro recente studio che ho letto indichi che nessuno psicofarmaco è in realtà effettivamente efficace nel trattamento dell’anoressia.)
Peraltro, se ci avete fatto caso leggendo l'articolo al link, uno dei ricercatori che ha elaborato questo studio è il direttore sanitario della clinica dove lo studio è stato condotto. Questo mi rende un po’ scettica in merito ai risultati ottenuti, penso sia naturale.
I ricercatori concludono che (mia traduzione): “Il trattamento simultaneo di DOC e disturbi alimentari condotto utilizzando un approccio multimodale che utilizza la tecnica dell’E/PR per l’approccio ad entrambe le patologie, può rappresentare un’efficace strategia terapeutica per le persone che presentano questa comorbidità”. Ma quanto efficace? Migliore di ogni qualsiasi altra modalità di trattamento? Quanto migliore? Per quanto tempo durano i risultati? È un miglioramento effettivo e duraturo, permanente, o dopo una prima fase di miglioramento le 56 ragazze esaminate sono tornate al punto di partenza o sono comunque ri-peggiorate? Su nessuna di queste pazienti è stato condotto un follow-up a distanza di tempo. Migliorare durante un ricovero in una clinica è una cosa certamente positiva… ma il vero e proprio rodaggio alla vita esterna non avviene fino al momento della dimissione.
In ogni caso, penso che questo studio possa essere un punto di partenza. Se effettivamente c’è una comorbidità tra DCA e DOC, trattare persone che presentano entrambe le patologie può essere veramente difficile, ma questo non significa che queste persone, col tempo, non possano arrivare comunque a condurre una vita più sana e produttiva.
Penso che ci sia disperatamente bisogno che vengano condotti molteplici nuovi studi in questa direzione, e che, contemporaneamente, nel compiere questi studi sia necessario prendere in esame quante più variabili possibile (per quanto, mi rendo conto, sia difficile) per poter successivamente sviluppare il trattamento migliore, quanto più efficace possibile.
Nel suo commento, Marcella parla di correlazione tra DCA e bipolarismo, accennando ad alcuni studi che sono stati condotti al riguardo. Incuriosita, mi sono armata dei miei preziosissimi Google Scholar e PubMed, e ho svolto qualche ricerca in merito.
È stato così che ho scoperto che, in realtà, ben pochi studi sono stati condotti in merito alla coesione tra DCA e altri disturbi psichiatrici, e l’unica correlazione che parrebbe essere dimostrata in termini scientifici, è la correlazione tra DCA e DOC (Disturbo Ossessivo-Compulsivo). Questi pochissimi studi che ho trovato e spulciato affermano che l’avere un DOC rende più grave il DCA, più difficile il trattamento, e più lungo il tempo necessario per avere una remissione. Un paio studi più recenti mostrano chiaramente la presenza di un significativo overlap tra DCA e DOC, e teorizzano lo sviluppo in un futuro ormai prossimo di specifici trattamenti per le persone che presentano questa comorbidità.
Entrando un po’ più nello specifico di quel poco che sono riuscita a reperire, c’è uno studio del 2004 condotto da Walter Kaye e dai suoi colleghi e pubblicato nell’ American Journal of Psychiatry, che stima quanto spesso i disturbi d’ansia (il DOC è un sottotipo di disturbo d’ansia) sono presenti in persone affette da anoressia e bulimia. Questo studio mostra che a circa il 70% delle persone con un DCA viene diagnosticato prima o poi anche un disturbo d’ansia. Molto spesso, peraltro, il disturbo d’ansia viene datato come d’esordio antecedente a quello del DCA stesso. Per inciso, tra le persone con un disturbo d’ansia il 41% è affetto da DOC, e il 20% da fobia sociale (disturbo d’ansia sociale). Date le cifre, dunque, il problema è ben rilevante. (Viene da chiedersi come mai, allora, gli studi condotti in merito siano così scarsi…)
Il gold standard nel trattamento del DOC è una forma di terapia cognitivo-comportamentale conosciuta come “Esposizione con Prevenzione della Risposta” (E/PR). L’idea è relativamente lineare: il soggetto deve creare una gerarchia delle cose che gli creano ansia e che normalmente gl’innescano una compulsione. Per esempio, per qualcuno che è ossessionato dall’idea che ci siano germi dappertutto, uno dei punti più bassi della lista potrebbe essere un qualcosa come: “Toccare un paio di guanti sterili da chirurgo non ancora stati utilizzati”. Uno dei punti più in alto, invece, potrebbe essere: “Toccare la maniglia della porta dell’ambulatorio di un medico”, oppure: “Avere accanto una persona che tossisce”. Insieme allo psicoterapeuta, la persona inizia in maniera estremamente graduale ad esporsi a questi stimoli che percepisce come ansiogeni, provando a non innescare alcuna compulsione in risposta (nell’esempio che ho fatto, correre subito a lavarsi le mani) per lenire l’ansia. Il punto è che poco a poco, così facendo, la persona impara a tollerare l’ansia e a rendersi conto che non morirà se anche viene a contatto con qualche germe.
Alcuni ricercatori hanno allora tentato di utilizzare alcune component dell’E/PR per trattare l’ansia provata nei confronti dell’alimentazione da parte dei soggetti affetti da DCA. In uno studio del 2011 pubblicato nell’ International Journal of Eating Disorders, i ricercatori dell’Università della Columbia per la prima volta hanno delineato un modello comportamentale di anoressia e bulimia guidato da ansia e ossessività.
(Date un’occhiata alla figura qui sotto, cui ho aggiunto una didascalia copiata – e poi da me tradotta – dallo studio originale.)
Figura 1. Modello dell’Anoressia Nervosa. Un trait di ansia basale elevata e ossessività interagisce con molteplici fattori ambientali, cosicché le pazienti sviluppano comportamenti maladattativi, tra cui l’evitamento di alcuni cibi, e rigidi schemi di restrizione alimentare, e sperimentano elevati livelli di ansia nella loro interazione col cibo. Questi comportamenti interconnessi alla restrizione alimentare conducono ad un incremento dell’ansia relativa all’alimentazione, e viceversa. Questi comportamenti compaiono in chiunque si sottoponga ad una dieta povera di lipidi (a bassa densità energetica), e poco variata. Questo, ovviamente, promuove la perdita di peso. Il basso peso si ripercuote sulle caratteristiche di base e porta a un aumento dei livelli di ansia e ossessività.
L’ansia correlata al dover incrementare le razioni alimentari giornaliere e al progressivo recupero del peso, interferisce costantemente con il recupero di peso stesso in persone affette da anoressia, e con le difficoltà ad interrompere il circolo vizioso abbuffata/vomito delle persone affette da bulimia. Da qui la conclusione che non si possano fare passi avanti nella strada del ricovero fino a che questi timori non vengono affrontati. In un articolo del 2012 pubblicato in European Eating Disorders Review, alcuni psicoterapeuti ipotizzano che una delle ragioni per cui la terapia che coinvolge anche i familiari sia efficace per molte adolescenti, sia perché essa comporta l’affrontare direttamente questi timori. Fino a che le pazienti non possono (teoricamente) scegliere autonomamente cosa mangiare perché vivono in famiglia e quindi devono “sottostare” a ciò che cucina la madre, non possono scegliere di evitare cibi “ansiogeni”. Ai genitori, ovviamente, allo stesso tempo, viene insegnato come poter gradualmente agire per limitare i vari rituali connessi all’alimentazione delle proprie figlie.
Quello che mi ha colpito di più, però, è uno studio che è stato pubblicato proprio poche settimane fa, e che affronta la tematica del trattamento di DOC e DCA, questa volta proprio valutando delle ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento dei disturbi alimentari. Pubblicato su Cognitive Behaviour Therapy, in questo studio i ricercatori trattano 56 ragazze affette da anoressia, bulimia o DCAnas, seguendo uno specifico programma elaborato per persone affette contemporaneamente anche da DOC. Di queste 56 pazienti, al 41% era stata diagnosticata anoressia, al 25% bulimia, al 34% DCAnas. I tassi e i livelli di disturbo ossessivo compulsivo erano invariati a prescindere dalla diagnosi di differente DCA. Dopo il trattamento, i ricercatori hanno trovato un miglioramento significativo sui punteggi negli specifici test relativi a DOC e disturbi alimentari, come valutato da una serie di indagini e di auto-report. Peraltro, quasi tutte le pazienti con bulimia erano riuscite a spezzare il circolo vizioso abbuffata/vomito, ed alcune pazienti con anoressia erano riuscite ad aumentare il loro peso corporeo.
A questo punto, però, considerato il contenuto di quest’ultimo studio, che ad una prima lettura farebbe pensare a chiunque che effettivamente esista una comorbidità tra DCA e DOC e dunque una possibile univocità di trattamento, non posso fare a meno di esprimere la mia opinione in merito.
Questo è indubbiamente un buon risultato, ma il problema è che in questo studio (nè in altri di cui io sia a conoscenza o sia riuscita a trovare) il gruppo trattato non viene comparato a null’altro. Anche gli altri studi che ho menzionato hanno mostrato che trattare il DCA migliora anche il quadro di DOC che eventualmente è concomitantemente presente. Ma questo significa che il miglioramento evidenziato in questo studio nella fattispecie è stato determinato esclusivamente grazie ad un’alimentazione più regolare e all’assenza di comportamenti di compenso? E che ruolo ha svolto il fatto che questo studio fosse stato specificatamente condotto su un peculiare gruppo, ovvero su ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento di DCA? Il risultato sul trattamento del DCA sarebbe stato differente se le ragazze non avessero ricevuto in contempo un trattamento per il DOC? E cosa sarebbe successo se avessero seguito una terapia specificatamente mirata sul trattamento del DOC, e non avessero invece trattato il DCA? Certo, mi rendo conto che non sarebbe etico dividere le ragazze in 3 gruppi e trattare il primo gruppo solo per il DCA, il secondo solo per il DOC, e il terzo per entrambi, e vedere quali sarebbero le differenze… ma penso che renderebbe lo studio più attendibile.
Un altro fattore di cui i ricercatori non hanno tenuto conto in questo studio è l’uso di psicofarmaci, che viene solo menzionato ma di fatto non considerato ai fini dei risultati stilati. Come avrete letto dal relativo link, l’89% delle 56 pazienti esaminate assumevano psicofarmaci al momento in cui lo studio è stato realizzato. Gli sperimentatori giustificano la mancata tenuta in considerazione di questo fatto precisando che solo il 7% delle ragazze aveva iniziato a prendere psicofarmaci durante quel ricovero. Ma non viene detto niente a proposito del trattamento delle altre pazienti, che già prendevano psicofarmaci prima di essere ricoverate: in seguito al ricovero queste ragazze hanno aumentato o diminuito le dosi dei farmaci che già prendevano? O hanno cambiato tipo di farmaco assunto? Questi interrogativi cui lo studio non risponde, secondo me invece sono importanti, in quanto la variazione di dose o di tipo di farmaco influenzano significativamente la sintomatologia del DOC.
(Sebbene un altro recente studio che ho letto indichi che nessuno psicofarmaco è in realtà effettivamente efficace nel trattamento dell’anoressia.)
Peraltro, se ci avete fatto caso leggendo l'articolo al link, uno dei ricercatori che ha elaborato questo studio è il direttore sanitario della clinica dove lo studio è stato condotto. Questo mi rende un po’ scettica in merito ai risultati ottenuti, penso sia naturale.
I ricercatori concludono che (mia traduzione): “Il trattamento simultaneo di DOC e disturbi alimentari condotto utilizzando un approccio multimodale che utilizza la tecnica dell’E/PR per l’approccio ad entrambe le patologie, può rappresentare un’efficace strategia terapeutica per le persone che presentano questa comorbidità”. Ma quanto efficace? Migliore di ogni qualsiasi altra modalità di trattamento? Quanto migliore? Per quanto tempo durano i risultati? È un miglioramento effettivo e duraturo, permanente, o dopo una prima fase di miglioramento le 56 ragazze esaminate sono tornate al punto di partenza o sono comunque ri-peggiorate? Su nessuna di queste pazienti è stato condotto un follow-up a distanza di tempo. Migliorare durante un ricovero in una clinica è una cosa certamente positiva… ma il vero e proprio rodaggio alla vita esterna non avviene fino al momento della dimissione.
In ogni caso, penso che questo studio possa essere un punto di partenza. Se effettivamente c’è una comorbidità tra DCA e DOC, trattare persone che presentano entrambe le patologie può essere veramente difficile, ma questo non significa che queste persone, col tempo, non possano arrivare comunque a condurre una vita più sana e produttiva.
Penso che ci sia disperatamente bisogno che vengano condotti molteplici nuovi studi in questa direzione, e che, contemporaneamente, nel compiere questi studi sia necessario prendere in esame quante più variabili possibile (per quanto, mi rendo conto, sia difficile) per poter successivamente sviluppare il trattamento migliore, quanto più efficace possibile.
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