venerdì 26 luglio 2013
Ansia, anoressia ed estrogeni: uno studio da prendere con le pinzze
Recentemente – stranamente attraverso Twitter! – ho scoperto un report su una recente scoperta che parrebbe mostrare come un incremento della concentrazione ematica di estrogeni riduca i livelli di ansia nelle persone affette da disturbi alimentari. A primo acchito, sembra una scoperta grandiosa: l’ansia è senz’altro un fattore molto importante nello sviluppo e nella perpetuazione dell’anoressia/bulimia, per cui riuscire a trovare qualcosa che la riduce sarebbe tanta roba!
Di per sè, il discorso non fa una piega.
Il problema è che, indagando un po’ più a fondo, salta fuori che questo studio ha poche e punte basi scientifiche, ed è viceversa molto empirico. Spiacente, ma devo rompere le uova nel paniere di chi, dopo aver letto le prime righe di questo post, si era già precipitata dal medico a farsi prescrivere millemila chili di estrogeni.
Ma lasciate che approfondisca un attimo cos’è saltato fuori da questa ricerca, cos’hanno trovato i ricercatori e (cosa più importante) cosa NON hanno trovato.
Primi due punti, giusto note a margine che mi sono venute in mente non appena ho letto l’abstract di questo “studio” (sono mie considerazioni, non hanno valenza oggettiva, prendetele per quello che sono, ma magari qualcosa di sensato c'è...):
1) Questo studio non è stato pubblicato in nessuna rivista scientifica. Sembra una sottigliezza, ed invece è importantissimo per diverse ragioni: personalmente non conosco tutti i dettagli riguardo a ciò che hanno fatto gli autori dello “studio”, quindi la mia analisi non sarà buona né completa come potrebbe essere se fossi a conoscenza di tutti i particolari. Certo è che parla di endocrinologia, quindi sarà senz’altro stato fatto valutare da degli endocrinologi: se questi ultimi non hanno dato il “via libera” alla pubblicazione, evidentemente vi hanno trovato delle cose non attendibili o comunque stonate.
2) La terapia con estrogeni e la pillola anticoncezionale non sono la stessa cosa. Leggendo alcuni dei commenti pubblicati dagli utenti di Internet in merito a questo “studio”, ho visto che alcune donne affermavano che effettivamente da quando prendevano la pillola anticoncezionale si sentivano meno ansiose. Eh certo, perché da quando prendete la pillola potete chiavare da mane a sera senza correre il rischio di restare incinta, lo credo che siete meno in ansia! (Perdonate la schiettezza, ma talvolta la gente scrive cose che mi fanno cascare le p… braccia). Vorrei peraltro far notare alle ragazzuole pronte ad affermare che da quando prendono la pillola si sentono meno in ansia, che i contraccettivi orali sono una combinazione di estrogeni + progesterone, oppure, nella maggior parte dei casi, progesterone e basta.
Detto questo, ecco come è stato condotto lo “studio”.
Un team guidato da Madhusmita Misra (medico del Massachusetts General Hospital), ha raccolto un gruppo costituito da 72 ragazze di età compresa tra i 13 e i 18 anni, cui era stata diagnosticata anoressia. Metà di queste ragazze hanno ricevuto una terapia con estrogeni, l’altra metà una terapia con placebo. Le partecipanti sono state seguite per 18 mesi. Sia all’inizio che alla fine della ricerca sono stati dati alle ragazze dei questionari da compilare per valutare le cosiddette “state and trait anxiety” (in mancanza di una traduzione letterale che renda bene in Italiano, direi che si definisce “state anxiety” quanto una persona è ansiosa di fronte ad un evento specifico, e “trait anxiety” quanto una persona è caratterialmente ed in generale ansiosa), nonché la loro percezione della propria immagine corporea.
Da notare che metà delle partecipanti hanno abbandonato lo “studio” prima della fine. Non è insolito che una certa quota delle persone con anoressia/bulimia che vengono coinvolte in degli studi scientifici inerenti la loro malattia decida di uscirne prima della conclusione per svariate ragioni (è per questo che è così difficile trovare studi scientifici completi su malattie come i DCA – i campioni che completano lo studio sono piccoli e quindi statisticamente poco significativi), ma in questo “studio” ha mollato quasi il 50% delle persone coinvolte, che già erano poche, e penso che chiunque capisca che un studio condotto su 37 persone ha una valenza ESTREMAMENTE limitata. Comunque… alla fine dello studio erano rimaste 20 ragazze trattate con estrogeni, e 17 ragazze trattate con placebo. Dunque, numero di persone più o meno equivalente in ambo i gruppi.
Dalle conclusioni tratte da coloro che hanno condotto lo “studio”, pare che le ragazze che sono state trattate con estrogeni abbiano avuto una riduzione dell’ansia maggiore rispetto a quelle trattate col placebo. Anche se, mi verrebbe da aggiungere, dato l’esiguo numero di ragazze residue, penso che non ci siano state abbastanza parteciparti per capire se sia stato un caso fortuito, o se effettivamente gli estrogeni avevano fatto effetto.
È peraltro abbastanza interessante notare come, pur teoricamente riducendo i livelli di ansia, la terapia con estrogeni NON abbia cambiato in alcun modo i comportamenti alimentari, i comportamenti in generale, o la percezione dell’immagine corporea di queste ragazze. I ricercatori sostengono che la terapia estrogenica abbia prevenuto un peggioramento della percezione dell’immagine corporea associato al recupero del peso. Però non specificano quante delle partecipanti abbiano effettivamente ripreso peso (e quanto) durante i 18 mesi dell’esperimento, e non specificano neanche quali psicoterapia e/o terapia di riabilitazione nutrizionale queste ragazze abbiano concomitantemente seguito.
“L’identificazione delle terapie che riducono l’ansia e l’insoddisfazione per il proprio corpo con l’aumento del peso, possono avere un forte impatto in merito alla riduzione delle ricadute” afferma Misra in un’intervista che ha rilasciato QUI. “Queste scoperte hanno un forte impatto sulla terapia dell’anoressia nervosa, perché è possibile iniziare una terapia ormonale con estrogeni fin da subito in ragazze che ne sono carenti”.
(mia traduzione)
[Nota a margine. TUTTE le donne con anoressia sono carenti di estrogeni: è uno dei principali motivi per cui a un certo punto sparisce il ciclo, e talora non torna neanche dopo aver recuperato peso.]
Certo, una riduzione dell’ansia può essere importante, ed è senz’altro positiva Il problema è che questo “studio” non dimostra in alcun modo che la riduzione dell’ansia sia efficace nel guarire dall’anoressia, che era l’obiettivo che lo “studio” si poneva di dimostrare. Se si riuscisse veramente a dimostrare che una riduzione dei livelli di ansia migliora anche l’aspetto DCA, sarebbe veramente una gran cosa. Bisognerebbe quantomeno ripetere lo studio su un gruppo numericamente molto più ampio, e fare un follow-up più prolungato, anche per vedere se questo presunto abbassamento del livello di ansia si traduce anche in una riduzione dei comportamenti e dei pensieri tipici del DCA. Anche l’idea che una terapia estrogenica possa ridurre numericamente le ricadute è interessante ma, di nuovo, è necessario un lungo follow-up per vedere se questo sia effettivamente vero, o soltanto un’ipotesi.
È interessante, presumibilmente anche promettente, ma per ora, a mio parere, non credo possa essere considerato un significativo passo avanti.
Di per sè, il discorso non fa una piega.
Il problema è che, indagando un po’ più a fondo, salta fuori che questo studio ha poche e punte basi scientifiche, ed è viceversa molto empirico. Spiacente, ma devo rompere le uova nel paniere di chi, dopo aver letto le prime righe di questo post, si era già precipitata dal medico a farsi prescrivere millemila chili di estrogeni.
Ma lasciate che approfondisca un attimo cos’è saltato fuori da questa ricerca, cos’hanno trovato i ricercatori e (cosa più importante) cosa NON hanno trovato.
Primi due punti, giusto note a margine che mi sono venute in mente non appena ho letto l’abstract di questo “studio” (sono mie considerazioni, non hanno valenza oggettiva, prendetele per quello che sono, ma magari qualcosa di sensato c'è...):
1) Questo studio non è stato pubblicato in nessuna rivista scientifica. Sembra una sottigliezza, ed invece è importantissimo per diverse ragioni: personalmente non conosco tutti i dettagli riguardo a ciò che hanno fatto gli autori dello “studio”, quindi la mia analisi non sarà buona né completa come potrebbe essere se fossi a conoscenza di tutti i particolari. Certo è che parla di endocrinologia, quindi sarà senz’altro stato fatto valutare da degli endocrinologi: se questi ultimi non hanno dato il “via libera” alla pubblicazione, evidentemente vi hanno trovato delle cose non attendibili o comunque stonate.
2) La terapia con estrogeni e la pillola anticoncezionale non sono la stessa cosa. Leggendo alcuni dei commenti pubblicati dagli utenti di Internet in merito a questo “studio”, ho visto che alcune donne affermavano che effettivamente da quando prendevano la pillola anticoncezionale si sentivano meno ansiose. Eh certo, perché da quando prendete la pillola potete chiavare da mane a sera senza correre il rischio di restare incinta, lo credo che siete meno in ansia! (Perdonate la schiettezza, ma talvolta la gente scrive cose che mi fanno cascare le p… braccia). Vorrei peraltro far notare alle ragazzuole pronte ad affermare che da quando prendono la pillola si sentono meno in ansia, che i contraccettivi orali sono una combinazione di estrogeni + progesterone, oppure, nella maggior parte dei casi, progesterone e basta.
Detto questo, ecco come è stato condotto lo “studio”.
Un team guidato da Madhusmita Misra (medico del Massachusetts General Hospital), ha raccolto un gruppo costituito da 72 ragazze di età compresa tra i 13 e i 18 anni, cui era stata diagnosticata anoressia. Metà di queste ragazze hanno ricevuto una terapia con estrogeni, l’altra metà una terapia con placebo. Le partecipanti sono state seguite per 18 mesi. Sia all’inizio che alla fine della ricerca sono stati dati alle ragazze dei questionari da compilare per valutare le cosiddette “state and trait anxiety” (in mancanza di una traduzione letterale che renda bene in Italiano, direi che si definisce “state anxiety” quanto una persona è ansiosa di fronte ad un evento specifico, e “trait anxiety” quanto una persona è caratterialmente ed in generale ansiosa), nonché la loro percezione della propria immagine corporea.
Da notare che metà delle partecipanti hanno abbandonato lo “studio” prima della fine. Non è insolito che una certa quota delle persone con anoressia/bulimia che vengono coinvolte in degli studi scientifici inerenti la loro malattia decida di uscirne prima della conclusione per svariate ragioni (è per questo che è così difficile trovare studi scientifici completi su malattie come i DCA – i campioni che completano lo studio sono piccoli e quindi statisticamente poco significativi), ma in questo “studio” ha mollato quasi il 50% delle persone coinvolte, che già erano poche, e penso che chiunque capisca che un studio condotto su 37 persone ha una valenza ESTREMAMENTE limitata. Comunque… alla fine dello studio erano rimaste 20 ragazze trattate con estrogeni, e 17 ragazze trattate con placebo. Dunque, numero di persone più o meno equivalente in ambo i gruppi.
Dalle conclusioni tratte da coloro che hanno condotto lo “studio”, pare che le ragazze che sono state trattate con estrogeni abbiano avuto una riduzione dell’ansia maggiore rispetto a quelle trattate col placebo. Anche se, mi verrebbe da aggiungere, dato l’esiguo numero di ragazze residue, penso che non ci siano state abbastanza parteciparti per capire se sia stato un caso fortuito, o se effettivamente gli estrogeni avevano fatto effetto.
È peraltro abbastanza interessante notare come, pur teoricamente riducendo i livelli di ansia, la terapia con estrogeni NON abbia cambiato in alcun modo i comportamenti alimentari, i comportamenti in generale, o la percezione dell’immagine corporea di queste ragazze. I ricercatori sostengono che la terapia estrogenica abbia prevenuto un peggioramento della percezione dell’immagine corporea associato al recupero del peso. Però non specificano quante delle partecipanti abbiano effettivamente ripreso peso (e quanto) durante i 18 mesi dell’esperimento, e non specificano neanche quali psicoterapia e/o terapia di riabilitazione nutrizionale queste ragazze abbiano concomitantemente seguito.
“L’identificazione delle terapie che riducono l’ansia e l’insoddisfazione per il proprio corpo con l’aumento del peso, possono avere un forte impatto in merito alla riduzione delle ricadute” afferma Misra in un’intervista che ha rilasciato QUI. “Queste scoperte hanno un forte impatto sulla terapia dell’anoressia nervosa, perché è possibile iniziare una terapia ormonale con estrogeni fin da subito in ragazze che ne sono carenti”.
(mia traduzione)
[Nota a margine. TUTTE le donne con anoressia sono carenti di estrogeni: è uno dei principali motivi per cui a un certo punto sparisce il ciclo, e talora non torna neanche dopo aver recuperato peso.]
Certo, una riduzione dell’ansia può essere importante, ed è senz’altro positiva Il problema è che questo “studio” non dimostra in alcun modo che la riduzione dell’ansia sia efficace nel guarire dall’anoressia, che era l’obiettivo che lo “studio” si poneva di dimostrare. Se si riuscisse veramente a dimostrare che una riduzione dei livelli di ansia migliora anche l’aspetto DCA, sarebbe veramente una gran cosa. Bisognerebbe quantomeno ripetere lo studio su un gruppo numericamente molto più ampio, e fare un follow-up più prolungato, anche per vedere se questo presunto abbassamento del livello di ansia si traduce anche in una riduzione dei comportamenti e dei pensieri tipici del DCA. Anche l’idea che una terapia estrogenica possa ridurre numericamente le ricadute è interessante ma, di nuovo, è necessario un lungo follow-up per vedere se questo sia effettivamente vero, o soltanto un’ipotesi.
È interessante, presumibilmente anche promettente, ma per ora, a mio parere, non credo possa essere considerato un significativo passo avanti.
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venerdì 19 luglio 2013
Alla ricerca dei geni: La "Anorexia Nervosa Genetic Initiative"
Recentemente, il centro per DCA dell’Università del Nord Carolina ha annnunciato l’esordio dell’ANGI, acronimo che sta per Anorexia Nervosa Genetic Initative. L’obiettivo del progetto è quello di cercare di capire se e come sono coinvolti i geni nella comparsa dell’anoressia.
Quando ho letto questa cosa, mi è immediatamente venuta voglia di saperne di più. Così ho letto tutto il materiale contenuto nel sito, e penso che questo possa essere riassunto in una serie di interessantissimi punti.
1) Cos’è l’ANGI? Perchè c’è bisogno di uno studio di questo tipo?
ANGI sta per Anorexia Nervosa Genetic Initiative. Si tratta di una collaborazione internazionale volta ad identificare l’eventuale presenza di geni che possono incrementare il rischio d’insorgenza dell’anoressia, che coinvolge ricercatori americani, australiani, svedesi e danesi.
È noto che l’anoressia è caratterizzata da una severa restrizione alimentare che porta ad una drastica perdita di peso, e che può essere letale. È noto anche che colpisce circa l’1% della popolazione, soprattutto di sesso femminile, ma non si sa propriamente il perché. Poiché non abbiamo una completa conoscenza dell’eziologia dell’anoressia, è difficile elaborare nuove terapie effettivamente efficaci. I ricercatori aderenti a questo progetto ritengono che se si riuscisse ad identificare l’eventuale presenza di geni che aumentano il rischio di comparsa dell’anoressia, si potrebbe capire meglio perché questa malattia si sviluppa, quali potrebbero essere le strategie di prevenzione più efficaci, quali le terapie più mirate.
Per rendere questo studio statisticamente attendibile, i ricercatori hanno deciso di avviare questo progetto quando avranno raggiunto circa 16.000 partecipanti, sia con anoressia, sia senza anoressia (in maniera tale da poter avere un gruppo di controllo, per raffronto.).
2) A quali domande potrebbe rispondere lo studio ANGI?
Il principale obiettivo di questo studio è quello di identificare aree nel genoma che potrebbero contribuire ad aumentare il rischio d’insorgenza dell’anoressia. Questa è già un’enorme domanda a cui rispondere! Quando questi geni saranno stati eventualmente scoperti, i ricercatori potranno approfondire in merito alla biologia dei DCA esaminando le modalità con cui questi geni interagiscono tra di loro e con i fattori ambientali. Potranno anche cercare di valutare in quali periodi della vita questi geni si esprimono maggiormente, che saranno poi quelli sui quali sarà opportuno focalizzare eventuali interventi di prevenzione.
3) Perchè sono necessarie così tante partecipanti?
Per l’accuratezza statistica dello studio. Quando si esaminano un numero estremamente elevato di geni contemporaneamente, può capitare che l’associazione tra 2 o più geni e una patologia sembri avere una qualche ricorrenza, ma può essere anche un fatto banalmente casuale. Per cui, tanto maggiore è il numero delle partecipanti, tanto più si aumenta la possibilità che l’associazione tra geni e patologia, se costantemente presente, sia reale. È stato fatto uno studio simile sulla schizofrenia circa 6 anni fa, ed è stato notato che tanto più si ampliava numericamente il campione studiato, tanto più si scoprivano varianti di geni che contribuivano alla comparsa della malattia. Per questo potrebbe essere molto interessante e promettente uno studio del genere condotto su larghi numeri a proposito dei DCA.
4) La maggior parte della gente non crede che i DCA possano avere influenze genetiche perché non esiste un “gene-anoressia”.
Il progetto si propone di spiegare come non debba necessariamente esistere un gene-anoressia per avere comunque delle influenze genetiche sulla comparsa dei DCA.
Durante gli ultimi 20 anni, sono stati condotti numerosissimi studi miranti a dimostrare che l’anoressia fosse una malattia ereditaria. Alcuni di questi studi facevano vedere come il rischio di una persona con anoressia di avere parenti di primo grado affette da questa malattia fosse molto più elevato rispetto a quello della popolazione generale. Il che significa, in parole povere, che se una persona ha una mamma/sorella/fratello affetta da anoressia, ha un rischio di contrarre a sua volta l’anoressia molto maggiore rispetto a chi non ha nessun familiare con questa malattia. Anche le coppie di gemelle sono state utilizzate per cercare di avvalorare quest’ipotesi. Gemelle omozigotiche (omologia genetica del 100%) sono state comparate a gemelle dizigotiche (omologia genetica del 50%). È stato visto che la possibilità che ambo le gemelle si ammalino di un DCA è maggiore nelle coppie di gemelle omozigotiche, nella fattispecie, se di 2 gemelle omozigotiche una si ammalava di anoressia, lo faceva anche l’altra nel 60% dei casi. Ma le gemelle omozigotiche hanno un DNA assolutamente uguale… e dunque, che fine fa l’altro 40%? Questa è una domanda cui gli studi fatti finora non sono riusciti a rispondere.
L’unica spiegazione plausibile è che, di fatto, non esista un “gene-anoressia” (sennò in TUTTE le coppie di gemelle omozigotiche in cui una si ammala, anche l’altra dovrebbe ammalarsi). Però si suppone che, come tutte le malattie psichiatriche, anche i DCA siano influenzati da molteplici geni, forse persino centinaia, che interagiscono in maniera complessa gli uni con gli altri, ciascuno dando il suo piccolo apporto. Riunendo tutti questi geni, ed aggiungendo l’effetto che su di essi possono avere i fattori ambientali, ci può essere un incremento significativo del rischio di comparsa dei DCA.
5) Avere delle informazioni genetiche più dettagliate può portare a migliori terapie? Se sì, come?
Ovviamente non è un qualcosa che succederà dall’oggi al domani, ma di certo avere più competenze da un punto di vista genetico permetterà di trattare i DCA in maniera migliore. Le informazioni genetiche eventualmente evinte da questo studio, potrebbero aiutare a capire chi è più a rischio di sviluppare un DCA, e di conseguenza permettere una migliore prevenzione e diagnosi precoce. Questo è un primo passo critico nella comprensione della biologia dell’anoressia. Però potrebbe essere molto utile per i futuri ricercatori nell’ambito delle neuroscienze, per sviluppare terapie più efficaci, farmacologiche e non. Sarà uno studio lungo, ma chiunque parteciperà darà sicuramente un grande contributo alla comunità scientifica.
6) Come potranno i risultati di questo studio aiutare nella prevenzione dei DCA?
I risultati di questo studio rappresenteranno una base per le future ricerche. La prevenzione è il primo passo, ed ogni passo è comunque un progresso. Se i ricercatori riusciranno ad identificare geni eventualmente connessi ad un aumento del rischio di sviluppare un DCA, sarà possibile creare un profilo di rischio genetico che può aiutare a capire chi (geneticamente parlando) ha maggiore possibilità di ammalarsi di anoressia/bulimia.
Quando ho letto questa cosa, mi è immediatamente venuta voglia di saperne di più. Così ho letto tutto il materiale contenuto nel sito, e penso che questo possa essere riassunto in una serie di interessantissimi punti.
1) Cos’è l’ANGI? Perchè c’è bisogno di uno studio di questo tipo?
ANGI sta per Anorexia Nervosa Genetic Initiative. Si tratta di una collaborazione internazionale volta ad identificare l’eventuale presenza di geni che possono incrementare il rischio d’insorgenza dell’anoressia, che coinvolge ricercatori americani, australiani, svedesi e danesi.
È noto che l’anoressia è caratterizzata da una severa restrizione alimentare che porta ad una drastica perdita di peso, e che può essere letale. È noto anche che colpisce circa l’1% della popolazione, soprattutto di sesso femminile, ma non si sa propriamente il perché. Poiché non abbiamo una completa conoscenza dell’eziologia dell’anoressia, è difficile elaborare nuove terapie effettivamente efficaci. I ricercatori aderenti a questo progetto ritengono che se si riuscisse ad identificare l’eventuale presenza di geni che aumentano il rischio di comparsa dell’anoressia, si potrebbe capire meglio perché questa malattia si sviluppa, quali potrebbero essere le strategie di prevenzione più efficaci, quali le terapie più mirate.
Per rendere questo studio statisticamente attendibile, i ricercatori hanno deciso di avviare questo progetto quando avranno raggiunto circa 16.000 partecipanti, sia con anoressia, sia senza anoressia (in maniera tale da poter avere un gruppo di controllo, per raffronto.).
2) A quali domande potrebbe rispondere lo studio ANGI?
Il principale obiettivo di questo studio è quello di identificare aree nel genoma che potrebbero contribuire ad aumentare il rischio d’insorgenza dell’anoressia. Questa è già un’enorme domanda a cui rispondere! Quando questi geni saranno stati eventualmente scoperti, i ricercatori potranno approfondire in merito alla biologia dei DCA esaminando le modalità con cui questi geni interagiscono tra di loro e con i fattori ambientali. Potranno anche cercare di valutare in quali periodi della vita questi geni si esprimono maggiormente, che saranno poi quelli sui quali sarà opportuno focalizzare eventuali interventi di prevenzione.
3) Perchè sono necessarie così tante partecipanti?
Per l’accuratezza statistica dello studio. Quando si esaminano un numero estremamente elevato di geni contemporaneamente, può capitare che l’associazione tra 2 o più geni e una patologia sembri avere una qualche ricorrenza, ma può essere anche un fatto banalmente casuale. Per cui, tanto maggiore è il numero delle partecipanti, tanto più si aumenta la possibilità che l’associazione tra geni e patologia, se costantemente presente, sia reale. È stato fatto uno studio simile sulla schizofrenia circa 6 anni fa, ed è stato notato che tanto più si ampliava numericamente il campione studiato, tanto più si scoprivano varianti di geni che contribuivano alla comparsa della malattia. Per questo potrebbe essere molto interessante e promettente uno studio del genere condotto su larghi numeri a proposito dei DCA.
4) La maggior parte della gente non crede che i DCA possano avere influenze genetiche perché non esiste un “gene-anoressia”.
Il progetto si propone di spiegare come non debba necessariamente esistere un gene-anoressia per avere comunque delle influenze genetiche sulla comparsa dei DCA.
Durante gli ultimi 20 anni, sono stati condotti numerosissimi studi miranti a dimostrare che l’anoressia fosse una malattia ereditaria. Alcuni di questi studi facevano vedere come il rischio di una persona con anoressia di avere parenti di primo grado affette da questa malattia fosse molto più elevato rispetto a quello della popolazione generale. Il che significa, in parole povere, che se una persona ha una mamma/sorella/fratello affetta da anoressia, ha un rischio di contrarre a sua volta l’anoressia molto maggiore rispetto a chi non ha nessun familiare con questa malattia. Anche le coppie di gemelle sono state utilizzate per cercare di avvalorare quest’ipotesi. Gemelle omozigotiche (omologia genetica del 100%) sono state comparate a gemelle dizigotiche (omologia genetica del 50%). È stato visto che la possibilità che ambo le gemelle si ammalino di un DCA è maggiore nelle coppie di gemelle omozigotiche, nella fattispecie, se di 2 gemelle omozigotiche una si ammalava di anoressia, lo faceva anche l’altra nel 60% dei casi. Ma le gemelle omozigotiche hanno un DNA assolutamente uguale… e dunque, che fine fa l’altro 40%? Questa è una domanda cui gli studi fatti finora non sono riusciti a rispondere.
L’unica spiegazione plausibile è che, di fatto, non esista un “gene-anoressia” (sennò in TUTTE le coppie di gemelle omozigotiche in cui una si ammala, anche l’altra dovrebbe ammalarsi). Però si suppone che, come tutte le malattie psichiatriche, anche i DCA siano influenzati da molteplici geni, forse persino centinaia, che interagiscono in maniera complessa gli uni con gli altri, ciascuno dando il suo piccolo apporto. Riunendo tutti questi geni, ed aggiungendo l’effetto che su di essi possono avere i fattori ambientali, ci può essere un incremento significativo del rischio di comparsa dei DCA.
5) Avere delle informazioni genetiche più dettagliate può portare a migliori terapie? Se sì, come?
Ovviamente non è un qualcosa che succederà dall’oggi al domani, ma di certo avere più competenze da un punto di vista genetico permetterà di trattare i DCA in maniera migliore. Le informazioni genetiche eventualmente evinte da questo studio, potrebbero aiutare a capire chi è più a rischio di sviluppare un DCA, e di conseguenza permettere una migliore prevenzione e diagnosi precoce. Questo è un primo passo critico nella comprensione della biologia dell’anoressia. Però potrebbe essere molto utile per i futuri ricercatori nell’ambito delle neuroscienze, per sviluppare terapie più efficaci, farmacologiche e non. Sarà uno studio lungo, ma chiunque parteciperà darà sicuramente un grande contributo alla comunità scientifica.
6) Come potranno i risultati di questo studio aiutare nella prevenzione dei DCA?
I risultati di questo studio rappresenteranno una base per le future ricerche. La prevenzione è il primo passo, ed ogni passo è comunque un progresso. Se i ricercatori riusciranno ad identificare geni eventualmente connessi ad un aumento del rischio di sviluppare un DCA, sarà possibile creare un profilo di rischio genetico che può aiutare a capire chi (geneticamente parlando) ha maggiore possibilità di ammalarsi di anoressia/bulimia.
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venerdì 12 luglio 2013
A proposito del Mindfulness nel trattamento dei DCA
Sapete cos’è il “Mindfulness”? Wikipedia lo definisce come: “modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc, intenzionalmente e in modo non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.” È una modalità terapeutica di cui ho sentito molto parlare, ultimamente. Sta prendendo sempre più campo, e ci sono molteplici ricerche che cercano di dimostrare quanto questa sia utile nel trattamento di disturbi d’ansia, depressione, DOC, somatizzazioni e patologie correlate. Nessuna sorpresa dunque che il Mindfulness sia diventato popolare anche nel campo dei disturbi alimentari. Secondo questa tecnica terapeutica dovremmo cercare di imparare a “vivere il momento” e cercare di essere delle osservatrici neutre della nostra stessa vita. Personalmente (mia opinione, e dunque opinabile per antonomasia) su di me NON ho trovato utile l’applicare questa metodica terapeutica. C’è chi dice che invece sia utile eccome, sicuramente è molto utilizzata, ma gli studi scientifici che cercando di dimostrare l’efficacia di questa terapia nel trattamento dei DCA, soprattutto anoressia, sono numericamente molto limitati, condotti su piccoli campioni, e comunque parziali. Cionnonostante, sono a conoscenza del fatto (riferitomi da alcune lettrici di questo blog) che alcune cliniche utilizzano il Mindfulness come un qualcosa di perfettamente integrato al loro protocollo terapeutico. Nell’ambito dei DCA, infatti, questa tecnica consiste nel cercare di non “fuggire” mentalmente dal cibo, ma concentrarsi su quello che si ha nel piatto, senza pensare ad altro, e cercando di tenere bassi i livelli di ansia nella consapevolezza che quello che si mangia è quanto previsto dal proprio “equilibrio alimentare”.
La domanda da porsi, dunque, è: il Mindfulness funziona? E, se sì, chi può trarne beneficio?
Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda, ed hanno impostato uno studio cercando di valutare l’efficacia delle tecniche del Mindfulness attuate sia prima che durante i pasti, su un gruppo di pazienti affette da DCA ricoverate in una clinica. In breve, hanno scoperto che il Mindfulness non è sempre una modalità efficace (né tantomeno la migliore) per aiutare le persone con un DCA durante la fase di ri-alimentazione. (Marek et al., 2013)
Spesso il termine Mindfulness viene utilizzato come se fosse un qualcosa che tutti conoscono, un qualcosa di ovvio. Non lo è, naturalmente. L’utilizzo colloquiale del termine Mindfulness non rispecchia esattamente quello che gli psicologi intendono quando utilizzano questo termine. In una non recentissima dichiarazione consensuale (Bishop et al., 2004), gli psicologi scrivono che il Mindfulness è:
“un processo che permette di regolare la propria attenzione, al fine di ottenere una consapevolezza non elaborativa dell’evento corrente, e la capacità di relazionarsi all’evento in questione con un orientamento di curiosità, apertura mentale, e accettazione. Il Mindfulness è inoltre un processo di approfondimento della conoscenza sulla natura della propria mente, e l’adozione di una prospettiva decentrata sui pensieri e sui sentimenti, in maniera tale che possano essere vissuti per quella che è la loro soggettività (VS la loro necessaria validazione) e la loro natura transitoria (VS la loro permanenza).”
(mia traduzione)
Considerato che la maggior parte delle persone con un DCA tendono fortemente a giudicare se stesse (penso di essere il CEO di questo club!) nonché tentano disperatamente di controllare i propri sentimenti e il modo in cui gli eventi esterni le influenzano (perché c’è quella sensazione che se si riesce a controllare allora non succederà niente di male, o di ansiogeno... di questo club sono il CEO dei CEO!!), il Mindfulness teoricamente potrebbe essere visto come un ottimo modo per arginare questi sintomi. Finora, la maggior parte del lavoro che è stato fatto col Mindfulness si è concentrato sulla bulimia e sul binge. Immagino che questo sia successo perché credo che (ma vado a naso, perché non mi è mai successo, quindi se a qualcuna è successo ed è diverso da quello che sto per scrivere, mi smentisca pure!) durante un’abbuffata la persona bulimica/con binge non è concentrata e lucidamente consapevole di quello che sta mangiando e delle sensazioni che sta provando (giusto??). E immagino che questo sia un punto molto importante per chi ha questo tipo di DCA.
Sempre in linea teorica, se una persona con bulimia/binge attuasse il Mindfulness, sarebbe meno propensa ad abbuffarsi, e forse non si sentirebbe troppo in colpa dopo averlo fatto (immagino, poi non so). Anche se gli studi scientifici al riguardo forniscono dati imprecisi, e spesso i campioni utilizzati sono troppo piccoli per poter parlare di statistica efficace, pare che i trattamenti in cui è integrato il Mindfulness siano promettenti soprattutto per la bulimia e il binge. Pare che questa metodica terapeutica sia efficace anche per persone con problemi di obesità. Ma i risultati ottenuti non ci dicono comunque che il Mindfulness sia assolutamente sempre efficace per ogni qualsiasi tipo di DCA, e per ogni qualsiasi persona.
Cos’hanno trovato i ricercatori?
In uno studio coinvolgente 17 donne affette da DCA ricoverate in una clinica, e 23 donne-controllo, ovvero donne senza DCA, Ryan Marek e i suoi colleghi hanno diviso ciascun gruppo circa a metà. Metà delle persone di ciascun gruppo è stata sottoposta a distrazioni durante il pasto. L’altra metà invece è stata sottoposta a Mindfulness. Alle partecipanti allo studio è stato anche chiesto di rispondere ad un questionario relativo al proprio umore (per esempio: tristezza, paura, vergogna, serenità, disgusto, depressione, ansia, rabbia, emozione) e alle proprie sensazioni di fame/sazietà. Inoltre, dovevano scrivere delle annotazioni relativamente a cosa ne pensassero (quanto gradissero o meno) quel tipo di trattamento.
Delle 17 pazienti affette da DCA, una aveva l’anoressia, 8 la bulimia, e 8 dei DCAnas. A tutte le partecipanti allo studio è stata fatta mangiare una fetta di torta ai mirtilli e al caffè, e gli è stato fatto compilare il questionario sull’umore prima e dopo averla mangiata. Questo è stato fatto per due volte.
Per il gruppo di controllo (quello formato da ragazze senza DCA) il Mindfulness riduceva significativamente le eventuali sensazioni negative post-pasto. Per il gruppo delle ragazze con DCA, invece, l’effetto era più scarso: coloro che erano state sottoposte a Mindfulness provavano più ansia, tristezza, depressione e senso di colpa post-pasto rispetto a quelle che erano state sottoposte a distrazioni. Le ragazze con DCA, inoltre, scrivevano di aver gradito il Mindfulness molto meno rispetto a quanto fosse stato gradito dalle ragazze senza DCA.
Gli autori hanno scritto:
“Dato che il Mindfulness è stato applicato su pazienti che hanno una forte ansia a fronte dell’idea di dover mangiare, nonché alterate sensazioni di fame/sazietà, quello che è venuto fuori forse non è sorprendente. Poiché molte delle pazienti affette da DCA sono malnutrite da molto tempo, le loro sensazioni di fame/sazietà non sono più biologiche. Consequenzialmente, esse riferiscono eccessiva pienezza, gonfiore, dolore addominale anche dopo aver consumato piccole quantità di cibo. Per cui, non si può dire che il Mindfulness sia inefficace nelle pazienti che hanno un DCA, ma semplicemente che dovrebbe essere una tecnica applicata più a lungo, affinchè le pazienti possano padroneggiarla, e quindi trovarla funzionale.”
(mia traduzione)
Come la penso io?
Per quello che mi riguarda personalmente, le distrazioni sono sempre state e sono tuttora un toccasana quando devo mangiare. Più mi concentro su quello che sto mangiando e sulle sensazioni che sto provando, più mi si chiude lo stomaco e non riesco più a mangiare. Se mi ci dovessi concentrare ad ogni pasto per prenderci l’abitudine, comincerei immediatamente di nuovo a restringere. Per questo mentre mangio preferisco leggere un libro o guardare la TV.
Ovviamente, la distrazione durante il pasto non dev’essere considerata una stampella perenne e assoluta. Non c’è niente di sbagliato nel pensare a quello che si sta mangiando, magari per qualcuna di voi può essere anche utile per sapere che sta mangiando quanto deve, e non si sta abbuffando. Ma se il pensiero dev’essere puntato su quante calorie contiene l’alimento che si ha nel piatto, su quanta attività fisica dovrebbe essere fatta per smaltirlo, su quanto sarebbe bello poter restringere, allora il rimedio diventa peggiore del male. Meglio allora lasciar perdere il Mindfulness, e invitare a pranzo un amico con cui fare due chiacchiere.
E voi, come la pensate?
La domanda da porsi, dunque, è: il Mindfulness funziona? E, se sì, chi può trarne beneficio?
Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda, ed hanno impostato uno studio cercando di valutare l’efficacia delle tecniche del Mindfulness attuate sia prima che durante i pasti, su un gruppo di pazienti affette da DCA ricoverate in una clinica. In breve, hanno scoperto che il Mindfulness non è sempre una modalità efficace (né tantomeno la migliore) per aiutare le persone con un DCA durante la fase di ri-alimentazione. (Marek et al., 2013)
Spesso il termine Mindfulness viene utilizzato come se fosse un qualcosa che tutti conoscono, un qualcosa di ovvio. Non lo è, naturalmente. L’utilizzo colloquiale del termine Mindfulness non rispecchia esattamente quello che gli psicologi intendono quando utilizzano questo termine. In una non recentissima dichiarazione consensuale (Bishop et al., 2004), gli psicologi scrivono che il Mindfulness è:
“un processo che permette di regolare la propria attenzione, al fine di ottenere una consapevolezza non elaborativa dell’evento corrente, e la capacità di relazionarsi all’evento in questione con un orientamento di curiosità, apertura mentale, e accettazione. Il Mindfulness è inoltre un processo di approfondimento della conoscenza sulla natura della propria mente, e l’adozione di una prospettiva decentrata sui pensieri e sui sentimenti, in maniera tale che possano essere vissuti per quella che è la loro soggettività (VS la loro necessaria validazione) e la loro natura transitoria (VS la loro permanenza).”
(mia traduzione)
Considerato che la maggior parte delle persone con un DCA tendono fortemente a giudicare se stesse (penso di essere il CEO di questo club!) nonché tentano disperatamente di controllare i propri sentimenti e il modo in cui gli eventi esterni le influenzano (perché c’è quella sensazione che se si riesce a controllare allora non succederà niente di male, o di ansiogeno... di questo club sono il CEO dei CEO!!), il Mindfulness teoricamente potrebbe essere visto come un ottimo modo per arginare questi sintomi. Finora, la maggior parte del lavoro che è stato fatto col Mindfulness si è concentrato sulla bulimia e sul binge. Immagino che questo sia successo perché credo che (ma vado a naso, perché non mi è mai successo, quindi se a qualcuna è successo ed è diverso da quello che sto per scrivere, mi smentisca pure!) durante un’abbuffata la persona bulimica/con binge non è concentrata e lucidamente consapevole di quello che sta mangiando e delle sensazioni che sta provando (giusto??). E immagino che questo sia un punto molto importante per chi ha questo tipo di DCA.
Sempre in linea teorica, se una persona con bulimia/binge attuasse il Mindfulness, sarebbe meno propensa ad abbuffarsi, e forse non si sentirebbe troppo in colpa dopo averlo fatto (immagino, poi non so). Anche se gli studi scientifici al riguardo forniscono dati imprecisi, e spesso i campioni utilizzati sono troppo piccoli per poter parlare di statistica efficace, pare che i trattamenti in cui è integrato il Mindfulness siano promettenti soprattutto per la bulimia e il binge. Pare che questa metodica terapeutica sia efficace anche per persone con problemi di obesità. Ma i risultati ottenuti non ci dicono comunque che il Mindfulness sia assolutamente sempre efficace per ogni qualsiasi tipo di DCA, e per ogni qualsiasi persona.
Cos’hanno trovato i ricercatori?
In uno studio coinvolgente 17 donne affette da DCA ricoverate in una clinica, e 23 donne-controllo, ovvero donne senza DCA, Ryan Marek e i suoi colleghi hanno diviso ciascun gruppo circa a metà. Metà delle persone di ciascun gruppo è stata sottoposta a distrazioni durante il pasto. L’altra metà invece è stata sottoposta a Mindfulness. Alle partecipanti allo studio è stato anche chiesto di rispondere ad un questionario relativo al proprio umore (per esempio: tristezza, paura, vergogna, serenità, disgusto, depressione, ansia, rabbia, emozione) e alle proprie sensazioni di fame/sazietà. Inoltre, dovevano scrivere delle annotazioni relativamente a cosa ne pensassero (quanto gradissero o meno) quel tipo di trattamento.
Delle 17 pazienti affette da DCA, una aveva l’anoressia, 8 la bulimia, e 8 dei DCAnas. A tutte le partecipanti allo studio è stata fatta mangiare una fetta di torta ai mirtilli e al caffè, e gli è stato fatto compilare il questionario sull’umore prima e dopo averla mangiata. Questo è stato fatto per due volte.
Per il gruppo di controllo (quello formato da ragazze senza DCA) il Mindfulness riduceva significativamente le eventuali sensazioni negative post-pasto. Per il gruppo delle ragazze con DCA, invece, l’effetto era più scarso: coloro che erano state sottoposte a Mindfulness provavano più ansia, tristezza, depressione e senso di colpa post-pasto rispetto a quelle che erano state sottoposte a distrazioni. Le ragazze con DCA, inoltre, scrivevano di aver gradito il Mindfulness molto meno rispetto a quanto fosse stato gradito dalle ragazze senza DCA.
Gli autori hanno scritto:
“Dato che il Mindfulness è stato applicato su pazienti che hanno una forte ansia a fronte dell’idea di dover mangiare, nonché alterate sensazioni di fame/sazietà, quello che è venuto fuori forse non è sorprendente. Poiché molte delle pazienti affette da DCA sono malnutrite da molto tempo, le loro sensazioni di fame/sazietà non sono più biologiche. Consequenzialmente, esse riferiscono eccessiva pienezza, gonfiore, dolore addominale anche dopo aver consumato piccole quantità di cibo. Per cui, non si può dire che il Mindfulness sia inefficace nelle pazienti che hanno un DCA, ma semplicemente che dovrebbe essere una tecnica applicata più a lungo, affinchè le pazienti possano padroneggiarla, e quindi trovarla funzionale.”
(mia traduzione)
Come la penso io?
Per quello che mi riguarda personalmente, le distrazioni sono sempre state e sono tuttora un toccasana quando devo mangiare. Più mi concentro su quello che sto mangiando e sulle sensazioni che sto provando, più mi si chiude lo stomaco e non riesco più a mangiare. Se mi ci dovessi concentrare ad ogni pasto per prenderci l’abitudine, comincerei immediatamente di nuovo a restringere. Per questo mentre mangio preferisco leggere un libro o guardare la TV.
Ovviamente, la distrazione durante il pasto non dev’essere considerata una stampella perenne e assoluta. Non c’è niente di sbagliato nel pensare a quello che si sta mangiando, magari per qualcuna di voi può essere anche utile per sapere che sta mangiando quanto deve, e non si sta abbuffando. Ma se il pensiero dev’essere puntato su quante calorie contiene l’alimento che si ha nel piatto, su quanta attività fisica dovrebbe essere fatta per smaltirlo, su quanto sarebbe bello poter restringere, allora il rimedio diventa peggiore del male. Meglio allora lasciar perdere il Mindfulness, e invitare a pranzo un amico con cui fare due chiacchiere.
E voi, come la pensate?
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venerdì 5 luglio 2013
ACT: una nuova possibile terapia per l'anoressia
[Innanzitutto, vi ringrazio per aver risposto al P.S. del mio post precedente. Riassumendo per grandi linee, le tematiche che più v’interessano sono relative alle nuove scoperte e ai nuovi studi (anche relativamente all’aspetto genetico) che vengono fatti sull’anoressia, alle novità terapeutiche per i DCA, alle strategie di auto-aiuto, agli adattamenti del nostro organismo alla restrizione alimentare, nonché alla mia esperienza personale. Okay, prometto che toccherò tutti questi punti nei prossimi post… cominciando da quello che mi sta più a cuore, ovvero le novità relativamente alla terapia dei DCA. (Dato che fare prevenzione è d’estrema difficoltà, diagnosi precoce e terapia sono le principali armi che dovrebbero essere affinate contro i DCA…)]
Per molte malattie – fisiche e psichiche – ad oggi esiste una terapia ben precisa e validata da tutto il mondo scientifico. Ciò non vale per l’anoressia: attualmente non si conosce alcuna terapia (né farmacologica ne psicologica) che permetta in maniera mirata di guarire dall’anoressia. Esistono molti approcci differenti, che consentono di fare dei passi avanti sulla strada del ricovero, ma nessuna terapia univocamente efficace. Pertanto, numerose sono le ricerche tuttora in atto per cercare di trovare approcci terapeutici sempre più efficaci ai DCA. Tra quelle che ho letto, la prospettiva terapeutica che mi pare più promettente ed interessante è la cosiddetta “AC-Therapy” (Acceptance and Commitment Therapy). Come la DBT (Dialectical Behavioral Therapy), anche la ACT è in un certo senso un derivato della terapia cognitivo-comportamentale (che, a me personalmente, non piace granchè come approccio ai DCA – mia opinione personale), rispetto alla quale presenta però diverse importanti differenze.
Sono da poco usciti 2 nuovi studi (uno pubblicato in una rivista scientifica americana, l’altro presentato alla “London Conference on Eating Disorders") che comparano la ACT ai più comuni approcci terapeutici all’anoressia. Nessuno dei 2 studi rivela che la ACT porti ad una significativa riduzione dei pensieri e di comportamenti tipici dei DCA, sebbene venga evidenziato che la ACT riduce significativamente le ricadute durante i 6 mesi successivi ad un ricovero.
Okay, ma in che cosa consiste questa ACT?, vi starete chiedendo.
La ACT è una terapia il cui obiettivo primario, diversamente dalle terapie più frequentemente applicate, non è quello di ridurre i sintomi dell’anoressia/bulimia. Piuttosto che ridurre i sintomi in se, la ACT ritiene che la riduzione dei comportamenti patologici possa essere la conseguenza spontanea dell’essere riusciti a ridurre l’ansia sottostante. Come? Accettando le cose che non possiamo controllare, e cercando di cambiare quello che possiamo cambiare. Osservare e considerare se stesse e il mondo circostante nel presente è uno degli elementi-chiave di questo tipo di terapia, che si basa sul dare priorità a ciò che per la persona è veramente importante nella vita, a prescindere da ciò che l’anoressia le suggerisce. Per esempio, se noi consideriamo l’amicizia come una priorità nella nostra vita, e un amico c’invita ad andare a mangiare una pizza insieme, noi dovremmo andarci, senza validare la voce dell’anoressia che ci dice di restare a casa per poter continuare a restringere l’alimentazione, o per non derogare dall’ “equilibrio alimentare”. Questo significa accettare il fatto che andare a mangiare quella pizza ci farà sentire in ansia e sarà psicologicamente stressante, ma validare l’importanza dell’amicizia. Scrivono gli autori dello studio che ho menzionato prima e che è stato pubblicato poche settimane fa su “Behavior Modification” (Juarascio et al., 2013)
“L’evitamento, ovvero il cercare di negare e rimuovere le esperienze dolore vissute, nonché il sottrarsi a certe situazioni, anche quando il farlo è inefficace o riduce la capacità d’impegnarsi in comportamenti desiderati, si pensa stia alla base di molta sofferenza psicologica (Hayes et al., 2004). In definitiva, la priorità di evitare pensieri angoscianti, sentimenti ansiogeni, o eventi che mettono in difficoltà, riduce la capacità di adottare misure comportamentali che sono necessarie per vivere una vita degna. Pertanto, la ACT insegna alle pazienti come ottenere distanza psicologica da esperienze dolorose interne, chiarire quali sono veramente le cose che ognuno considera come prioritarie nella propria vita oltre il DCA, e creare obiettivi che possono aiutare le pazienti a vivere la propria vita più appagante, ad avere una vita piena di significato, e aumentare la volontà di sperimentare esperienze interne negative al fine di ottenere risultati che possono comunque migliorare la qualità della vita.
Poichè l’evitamento (di persone, situazioni, cibi, etc…) è un qualcosa con cui le persone affette da anoressia hanno frequentemente a che fare (è uno dei nodi focali dei DCA, in effetti), questo spiega come mai la ACT possa essere una buona terapia per i disturbi alimentari.”
(mia traduzione)
Cos’hanno scoperto i ricercatori?
In breve, i ricercatori hanno reclutato 140 donne affette da DCA, che erano state ricoverate al “The Renfrew Center” di Philadelphia, e hanno comparato il normale trattamento ricevuto in questo centro, con lo stesso normale trattamento a cui erano state aggiunti 2 incontri ogni settimana di terapia ACT di gruppo. Circa metà delle donne erano affette da anoressia, l’altra metà da bulimia. Età per lo più intorno ai 26 – 27 anni, la più giovane una 18enne, la più grande una 55enne. I ricercatori hanno valutato le variazioni del B.M.I. tanto quanto le variazioni dei comportamenti e dei pensieri tipici dei DCA, nonché la capacità di riuscire a prendere le distanze dai pensieri ansiogeni, l’accettazione del venir meno del senso di controllo, e la regolarizzazione delle emozioni.
Le donne che erano state sottoposte alla terapia ACT, avevano fatto 6 incontri di gruppo (per un totale di 3 settimane di durata della terapia, facendo 2 incontri ogni settimana). Il che mi fa pensare ad un uso non particolarmente forte di questa terapia. 6 incontri? Tutto qui? Secondo me non si può neanche propriamente parlare di terapia, se il tutto si riduce a 6 incontri. È come guardare uno spot pubblicitario sulle vacanze alle Bahamas, e poi dire che ci si è state.
Comunque, al di là della mia opinione personale sulla durata della terapia, entrambi i gruppi (sia quello che non era stato sottoposto alla ACT, sia quello che c’era stato sottoposto) avevano mostrato miglioramenti significativi rispetto alla patologia. Questo però non sorprende, visto che la valutazione era stata fatta rispetto ai comportamenti che queste donne presentavano al momento dell’ingresso in clinica, per cui è abbastanza ovvio che dopo il ricovero ci fosse stata una riduzione della restrizione alimentare, del vomito auto-indotto, delle abbuffate, anche se la terapia in se fosse stata inefficace. Non c’era stata una riduzione superiore di questi comportamenti nelle donne che avevano seguito anche la ACT. Tuttavia, queste ultime riuscivano a gestire meglio la propria alimentazione dopo la dimissione dalla clinica, e avevano un tasso di ricadute decisamente inferiore (3,5% contro il 18%). E questo mi sembra un dato decisamente importante e significativo.
Altri aspetti sono stati considerati “trending towards statistical significance”, il che significa che hanno avuto una certa rilevanza, ma statisticamente parlando non abbastanza. Questo potrebbe voler dire sia che lo studio dovrebbe essere ripetuto su un numero maggiore di partecipanti per incrementarne la rilevanza statistica, sia che i ricercatori hanno cercato di glissare su dati che non corrispondevano propriamente alle loro aspettative.
Nell’altro studio, quello presentato alla “London Eating Disorder Conference” diretta da Ata Ghaderi, i ricercatori hanno randomizzato 43 donne affette da anoressia sottoponendole o a terapia tradizionale, o ad ACT, in ambo i casi facendo 19 sedute, e affiancandole con psicoterapia settimanale, corretto regime alimentare, e controlli medici occasionali. I ricercatori hanno poi comparato B.M.I., qualità della vita, strategie di coping, e pensieri e comportamenti tipici del DCA tra i 2 gruppi al termine del trattamento. (Piccola precisazione: solo il 58% delle partecipanti ha portato a termine lo studio.)
Entrambi i gruppi hanno mostrato un più o meno equivalente incremento del B.M.I. durante il trattamento, ma la frequenza delle ricadute post-trattamento è stata un po’ inferiore nelle donne che avevano seguito la ACT.
In conclusione, mi sa tanto che la ACT non è la terapia rivoluzionaria e risolutiva per guarire sempre e definitivamente dall’anoressia… del resto, ma quale terapia lo è? Penso però che sia un buon punto di partenza, la trovo una terapia valida, e credo che dovrebbe essere condotto un maggior numero di studi scientifici al riguardo, più che altro per capire quale tipologia di pazienti potrebbero giovare maggiormente di questo tipo di terapia, e se potesse essere utile l’impiegarla in associazione ad altri tipi di terapia tuttora già in uso per il trattamento dei DCA.
Per molte malattie – fisiche e psichiche – ad oggi esiste una terapia ben precisa e validata da tutto il mondo scientifico. Ciò non vale per l’anoressia: attualmente non si conosce alcuna terapia (né farmacologica ne psicologica) che permetta in maniera mirata di guarire dall’anoressia. Esistono molti approcci differenti, che consentono di fare dei passi avanti sulla strada del ricovero, ma nessuna terapia univocamente efficace. Pertanto, numerose sono le ricerche tuttora in atto per cercare di trovare approcci terapeutici sempre più efficaci ai DCA. Tra quelle che ho letto, la prospettiva terapeutica che mi pare più promettente ed interessante è la cosiddetta “AC-Therapy” (Acceptance and Commitment Therapy). Come la DBT (Dialectical Behavioral Therapy), anche la ACT è in un certo senso un derivato della terapia cognitivo-comportamentale (che, a me personalmente, non piace granchè come approccio ai DCA – mia opinione personale), rispetto alla quale presenta però diverse importanti differenze.
Sono da poco usciti 2 nuovi studi (uno pubblicato in una rivista scientifica americana, l’altro presentato alla “London Conference on Eating Disorders") che comparano la ACT ai più comuni approcci terapeutici all’anoressia. Nessuno dei 2 studi rivela che la ACT porti ad una significativa riduzione dei pensieri e di comportamenti tipici dei DCA, sebbene venga evidenziato che la ACT riduce significativamente le ricadute durante i 6 mesi successivi ad un ricovero.
Okay, ma in che cosa consiste questa ACT?, vi starete chiedendo.
La ACT è una terapia il cui obiettivo primario, diversamente dalle terapie più frequentemente applicate, non è quello di ridurre i sintomi dell’anoressia/bulimia. Piuttosto che ridurre i sintomi in se, la ACT ritiene che la riduzione dei comportamenti patologici possa essere la conseguenza spontanea dell’essere riusciti a ridurre l’ansia sottostante. Come? Accettando le cose che non possiamo controllare, e cercando di cambiare quello che possiamo cambiare. Osservare e considerare se stesse e il mondo circostante nel presente è uno degli elementi-chiave di questo tipo di terapia, che si basa sul dare priorità a ciò che per la persona è veramente importante nella vita, a prescindere da ciò che l’anoressia le suggerisce. Per esempio, se noi consideriamo l’amicizia come una priorità nella nostra vita, e un amico c’invita ad andare a mangiare una pizza insieme, noi dovremmo andarci, senza validare la voce dell’anoressia che ci dice di restare a casa per poter continuare a restringere l’alimentazione, o per non derogare dall’ “equilibrio alimentare”. Questo significa accettare il fatto che andare a mangiare quella pizza ci farà sentire in ansia e sarà psicologicamente stressante, ma validare l’importanza dell’amicizia. Scrivono gli autori dello studio che ho menzionato prima e che è stato pubblicato poche settimane fa su “Behavior Modification” (Juarascio et al., 2013)
“L’evitamento, ovvero il cercare di negare e rimuovere le esperienze dolore vissute, nonché il sottrarsi a certe situazioni, anche quando il farlo è inefficace o riduce la capacità d’impegnarsi in comportamenti desiderati, si pensa stia alla base di molta sofferenza psicologica (Hayes et al., 2004). In definitiva, la priorità di evitare pensieri angoscianti, sentimenti ansiogeni, o eventi che mettono in difficoltà, riduce la capacità di adottare misure comportamentali che sono necessarie per vivere una vita degna. Pertanto, la ACT insegna alle pazienti come ottenere distanza psicologica da esperienze dolorose interne, chiarire quali sono veramente le cose che ognuno considera come prioritarie nella propria vita oltre il DCA, e creare obiettivi che possono aiutare le pazienti a vivere la propria vita più appagante, ad avere una vita piena di significato, e aumentare la volontà di sperimentare esperienze interne negative al fine di ottenere risultati che possono comunque migliorare la qualità della vita.
Poichè l’evitamento (di persone, situazioni, cibi, etc…) è un qualcosa con cui le persone affette da anoressia hanno frequentemente a che fare (è uno dei nodi focali dei DCA, in effetti), questo spiega come mai la ACT possa essere una buona terapia per i disturbi alimentari.”
(mia traduzione)
Cos’hanno scoperto i ricercatori?
In breve, i ricercatori hanno reclutato 140 donne affette da DCA, che erano state ricoverate al “The Renfrew Center” di Philadelphia, e hanno comparato il normale trattamento ricevuto in questo centro, con lo stesso normale trattamento a cui erano state aggiunti 2 incontri ogni settimana di terapia ACT di gruppo. Circa metà delle donne erano affette da anoressia, l’altra metà da bulimia. Età per lo più intorno ai 26 – 27 anni, la più giovane una 18enne, la più grande una 55enne. I ricercatori hanno valutato le variazioni del B.M.I. tanto quanto le variazioni dei comportamenti e dei pensieri tipici dei DCA, nonché la capacità di riuscire a prendere le distanze dai pensieri ansiogeni, l’accettazione del venir meno del senso di controllo, e la regolarizzazione delle emozioni.
Le donne che erano state sottoposte alla terapia ACT, avevano fatto 6 incontri di gruppo (per un totale di 3 settimane di durata della terapia, facendo 2 incontri ogni settimana). Il che mi fa pensare ad un uso non particolarmente forte di questa terapia. 6 incontri? Tutto qui? Secondo me non si può neanche propriamente parlare di terapia, se il tutto si riduce a 6 incontri. È come guardare uno spot pubblicitario sulle vacanze alle Bahamas, e poi dire che ci si è state.
Comunque, al di là della mia opinione personale sulla durata della terapia, entrambi i gruppi (sia quello che non era stato sottoposto alla ACT, sia quello che c’era stato sottoposto) avevano mostrato miglioramenti significativi rispetto alla patologia. Questo però non sorprende, visto che la valutazione era stata fatta rispetto ai comportamenti che queste donne presentavano al momento dell’ingresso in clinica, per cui è abbastanza ovvio che dopo il ricovero ci fosse stata una riduzione della restrizione alimentare, del vomito auto-indotto, delle abbuffate, anche se la terapia in se fosse stata inefficace. Non c’era stata una riduzione superiore di questi comportamenti nelle donne che avevano seguito anche la ACT. Tuttavia, queste ultime riuscivano a gestire meglio la propria alimentazione dopo la dimissione dalla clinica, e avevano un tasso di ricadute decisamente inferiore (3,5% contro il 18%). E questo mi sembra un dato decisamente importante e significativo.
Altri aspetti sono stati considerati “trending towards statistical significance”, il che significa che hanno avuto una certa rilevanza, ma statisticamente parlando non abbastanza. Questo potrebbe voler dire sia che lo studio dovrebbe essere ripetuto su un numero maggiore di partecipanti per incrementarne la rilevanza statistica, sia che i ricercatori hanno cercato di glissare su dati che non corrispondevano propriamente alle loro aspettative.
Nell’altro studio, quello presentato alla “London Eating Disorder Conference” diretta da Ata Ghaderi, i ricercatori hanno randomizzato 43 donne affette da anoressia sottoponendole o a terapia tradizionale, o ad ACT, in ambo i casi facendo 19 sedute, e affiancandole con psicoterapia settimanale, corretto regime alimentare, e controlli medici occasionali. I ricercatori hanno poi comparato B.M.I., qualità della vita, strategie di coping, e pensieri e comportamenti tipici del DCA tra i 2 gruppi al termine del trattamento. (Piccola precisazione: solo il 58% delle partecipanti ha portato a termine lo studio.)
Entrambi i gruppi hanno mostrato un più o meno equivalente incremento del B.M.I. durante il trattamento, ma la frequenza delle ricadute post-trattamento è stata un po’ inferiore nelle donne che avevano seguito la ACT.
In conclusione, mi sa tanto che la ACT non è la terapia rivoluzionaria e risolutiva per guarire sempre e definitivamente dall’anoressia… del resto, ma quale terapia lo è? Penso però che sia un buon punto di partenza, la trovo una terapia valida, e credo che dovrebbe essere condotto un maggior numero di studi scientifici al riguardo, più che altro per capire quale tipologia di pazienti potrebbero giovare maggiormente di questo tipo di terapia, e se potesse essere utile l’impiegarla in associazione ad altri tipi di terapia tuttora già in uso per il trattamento dei DCA.
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venerdì 28 giugno 2013
Allenare i muscoli anti-DCA
Karate è lo sport che pratico da quando ero poco più che una bambina.
Recentemente, parlando col mio maestro Carlo, che ha avuto dei problemi muscolo-scheletrici, mi ha detto:
“Penso che trovarsi di fronte ad una qualsiasi difficoltà inizialmente sia come flettere un muscoletto che è molto affaticato. Il medico ti dice ti fare degli esercizi per rafforzarlo, ma all’inizio riesci a fare pochissime ripetizioni, poi devi subito smettere. Però, dopo un mese di esercizio, le cose vanno meglio e sei in grado di fare un numero di ripetizioni decisamente maggiore. Dopo due mesi le cose vanno ancora meglio, ma non alla perfezione. Sembra di stare meglio, però ci sono momenti in cui le cose peggiorano. E quando succede non è facile, perché ti sembra che tutto l’allenamento che hai fatto fino a quel momento sia andato sprecato, per cui ti scoraggi, però poi ti fai forza e ricominci ad allenarti. Non sai se quel peggioramento è momentaneo o permanente, ma comunque il ricominciare ad allenarti ti permette di cercare di fare un lavoro ancora migliore. Se oggi riesci a fare 49 ripetizioni, e domani arrivi a 50, sembra un piccolo passo, invece per me è una grande cosa”.
Dopo aver sentito questo discorso, ho pensato che, in un certo senso, si può applicare anche alla nostra lotta contro l’anoressia/la bulimia. Spesso, durante la psicoterapia, i medici parlano di “guarigione” dal DCA, come se il ricovero fosse un evento, non un processo. Il che, secondo me, è errato, perché un evento è un qualcosa di passivo. Voglio dire, un evento è un qualcosa che succede quando meno te lo aspetti, un qualcosa su cui tutto quello che fai non ha influenza. Se una persona decide di andare in vacanza, che so, a Parigi, l’evento è rappresentato dall’arrivo in Parigi. Ma per arrivare in questa città è necessario un viaggio. Per il teletrasporto non siamo ancora attrezzati. Ed il viaggio è fondamentale, perché senza di esso nessun turista potrebbe mai arrivare a Parigi.
Concepire il ricovero da un DCA come un viaggio piuttosto che come una meta è di grande importanza: perché implica il fatto che dobbiamo lavorare sul ricovero, non accade così, ad uno schiocco di dita, ce lo dobbiamo costruire quotidianamente. Che poi, a voler essere ancora più precise, il ricovero non è un evento, e non è neanche soltanto un processo: è un insieme di abilità che a poco a poco dobbiamo diventare capaci di gestire e padroneggiare. Personalmente, sono piuttosto brava ad imparare nuove cose. Come per imparare qualsiasi cosa, c’è sempre bisogno d’iniziare dalle basi e padroneggiarle, per poter poi procedere e fare le cose veramente più ganze. Quando facevo le scuole superiori, la materia in cui andavo meglio – e che mi piaceva molto – era la Matematica. (Okay, questo mi rende piuttosto una nerd…) Ma ho iniziato a studiarla in prima elementare. Ho dovuto imparare a fare le quattro operazioni, l’algebra, la geometria e la trigonometria prima d’iniziare a fare cose veramente fighe come lo studio di funzioni, o gli integrali di secondo grado.
Direi che vale un po’ la stessa cosa anche quando ci apprestiamo a combattere contro un DCA: inizialmente riusciremo ad opporci alla voce del disturbo alimentare soltanto un numero limitato di volte al giorno, e solo col tempo, sforzandoci di ignorare quello che ci suggerisce il DCA quanto più possibile, si riesce ad opporci allo stesso per lassi di tempo più lunghi. E questo è un tipo d’apprendimento tutt’altro che rapido. Perché c’è un sacco di ansia da sopportare quando non si restringe l’alimentazione come l’anoressia ci suggerirebbe di fare. E perché ci sono un sacco di abitudini malate indotte dal DCA, un sacco di schemi mentali malati da rompere.
Una volta ho letto su una rivista che in psicologia 10.000 ore sono il numero magico di ore che è necessario svolgere per una determinata attività, per potersi considerare esperti nella stessa. È il numero di ore in cui è necessario fare partica per diventare veramente efficienti e produttivi in un certa attività. Ora, io non sono sicura che questo dato empirico sia mai stato testato scientificamente, ma quel che conta è l’idea che dà: ovvero, l’idea che per diventare veramente in gamba in una certa attività, c’è bisogno di esercitarsi su quell’attività per un lasso di tempo molto lungo. Non è il talento innato che rende una superstar. Ci vuole un sacco di olio di gomito.
Per cui, nel momento in cui si cominciano ad allenare i muscoli anti-DCA, inizialmente non saremo in grado di utilizzarli molto efficacemente e/o molto a lungo. E va bene così. È quel che ci si aspetta quando una persona che ha vissuto per tanti anni nel pieno del disturbo alimentare prova ad allontanarsi da esso. Ma, proprio come nell’allenamento muscolare, si comincia col sollevare i pesi più leggeri per poi aumentare progressivamente, lo stesso bisogna fare col DCA. Continuare a combattere giorno dopo giorno: all’inizio sarà parecchio difficile e non riusciremo a fare molto, ma a poco a poco, se continuiamo comunque costantemente a cercare di opporci ai pensieri indotti dall’anoressia, il farlo diventerà un po’ meno faticoso, e i risultati saranno progressivamente migliori. È così che il fare cose che quando eravamo nel pieno dell’anoressia ci parevano inimmaginabili, diventa poco a poco sempre più tangibile e meno tosto.
P.S.= Essendo questo il mio blog, posso scriverci quello che mi pare e piace. Però, in realtà, questo blog è tanto mio quanto di tutte voi che lo leggete e lo commentate, perciò… Io ho un sacco di idee su ciò che vorrei scrivere in questo blog, ma non sono nella vostra testa, quindi non so cosa voi vorreste leggere.
Per cui, se vi va, lasciatemi nei commenti (o mandatemi tramite mail: veggie.any@gmail.com) un appunto su ciò che vi farebbe piacere leggere su questo blog. Siete interessate a come vengono trattati i DCA a Timbuctù? Alle nuove ricerche sulla genetica dell’anoressia? Alle nuove frontiere terapeutiche per i DCA? Ai consigli su come riuscire a magiare tutto quello che vi ha prescritto la dietista? Agli aneddoti sui casini che si combinano noi protomedici quando siamo di turno? (Vi assicuro che non abbiamo niente di che invidiare a “Scrubs” in quanto a surrealismo!)
Mi farebbe molto piacere se mi diceste cosa vi piacerebbe leggere qui!
Non vi prometto che scriverò post su ogni qualsiasi cosa mi venga suggerita, né che saranno i migliori post che abbiate mai letto. Quel che prometto è che presterò attenzione ai vostri suggerimenti, e cercherò per quanto possibile di attenermi alle vostre richieste.
Fatemi sapere: è l’unico modo che ho per conoscere ciò che state pensando, e per cercare di rendere questo blog più vicino a quello che v’interessa!
Recentemente, parlando col mio maestro Carlo, che ha avuto dei problemi muscolo-scheletrici, mi ha detto:
“Penso che trovarsi di fronte ad una qualsiasi difficoltà inizialmente sia come flettere un muscoletto che è molto affaticato. Il medico ti dice ti fare degli esercizi per rafforzarlo, ma all’inizio riesci a fare pochissime ripetizioni, poi devi subito smettere. Però, dopo un mese di esercizio, le cose vanno meglio e sei in grado di fare un numero di ripetizioni decisamente maggiore. Dopo due mesi le cose vanno ancora meglio, ma non alla perfezione. Sembra di stare meglio, però ci sono momenti in cui le cose peggiorano. E quando succede non è facile, perché ti sembra che tutto l’allenamento che hai fatto fino a quel momento sia andato sprecato, per cui ti scoraggi, però poi ti fai forza e ricominci ad allenarti. Non sai se quel peggioramento è momentaneo o permanente, ma comunque il ricominciare ad allenarti ti permette di cercare di fare un lavoro ancora migliore. Se oggi riesci a fare 49 ripetizioni, e domani arrivi a 50, sembra un piccolo passo, invece per me è una grande cosa”.
Dopo aver sentito questo discorso, ho pensato che, in un certo senso, si può applicare anche alla nostra lotta contro l’anoressia/la bulimia. Spesso, durante la psicoterapia, i medici parlano di “guarigione” dal DCA, come se il ricovero fosse un evento, non un processo. Il che, secondo me, è errato, perché un evento è un qualcosa di passivo. Voglio dire, un evento è un qualcosa che succede quando meno te lo aspetti, un qualcosa su cui tutto quello che fai non ha influenza. Se una persona decide di andare in vacanza, che so, a Parigi, l’evento è rappresentato dall’arrivo in Parigi. Ma per arrivare in questa città è necessario un viaggio. Per il teletrasporto non siamo ancora attrezzati. Ed il viaggio è fondamentale, perché senza di esso nessun turista potrebbe mai arrivare a Parigi.
Concepire il ricovero da un DCA come un viaggio piuttosto che come una meta è di grande importanza: perché implica il fatto che dobbiamo lavorare sul ricovero, non accade così, ad uno schiocco di dita, ce lo dobbiamo costruire quotidianamente. Che poi, a voler essere ancora più precise, il ricovero non è un evento, e non è neanche soltanto un processo: è un insieme di abilità che a poco a poco dobbiamo diventare capaci di gestire e padroneggiare. Personalmente, sono piuttosto brava ad imparare nuove cose. Come per imparare qualsiasi cosa, c’è sempre bisogno d’iniziare dalle basi e padroneggiarle, per poter poi procedere e fare le cose veramente più ganze. Quando facevo le scuole superiori, la materia in cui andavo meglio – e che mi piaceva molto – era la Matematica. (Okay, questo mi rende piuttosto una nerd…) Ma ho iniziato a studiarla in prima elementare. Ho dovuto imparare a fare le quattro operazioni, l’algebra, la geometria e la trigonometria prima d’iniziare a fare cose veramente fighe come lo studio di funzioni, o gli integrali di secondo grado.
Direi che vale un po’ la stessa cosa anche quando ci apprestiamo a combattere contro un DCA: inizialmente riusciremo ad opporci alla voce del disturbo alimentare soltanto un numero limitato di volte al giorno, e solo col tempo, sforzandoci di ignorare quello che ci suggerisce il DCA quanto più possibile, si riesce ad opporci allo stesso per lassi di tempo più lunghi. E questo è un tipo d’apprendimento tutt’altro che rapido. Perché c’è un sacco di ansia da sopportare quando non si restringe l’alimentazione come l’anoressia ci suggerirebbe di fare. E perché ci sono un sacco di abitudini malate indotte dal DCA, un sacco di schemi mentali malati da rompere.
Una volta ho letto su una rivista che in psicologia 10.000 ore sono il numero magico di ore che è necessario svolgere per una determinata attività, per potersi considerare esperti nella stessa. È il numero di ore in cui è necessario fare partica per diventare veramente efficienti e produttivi in un certa attività. Ora, io non sono sicura che questo dato empirico sia mai stato testato scientificamente, ma quel che conta è l’idea che dà: ovvero, l’idea che per diventare veramente in gamba in una certa attività, c’è bisogno di esercitarsi su quell’attività per un lasso di tempo molto lungo. Non è il talento innato che rende una superstar. Ci vuole un sacco di olio di gomito.
Per cui, nel momento in cui si cominciano ad allenare i muscoli anti-DCA, inizialmente non saremo in grado di utilizzarli molto efficacemente e/o molto a lungo. E va bene così. È quel che ci si aspetta quando una persona che ha vissuto per tanti anni nel pieno del disturbo alimentare prova ad allontanarsi da esso. Ma, proprio come nell’allenamento muscolare, si comincia col sollevare i pesi più leggeri per poi aumentare progressivamente, lo stesso bisogna fare col DCA. Continuare a combattere giorno dopo giorno: all’inizio sarà parecchio difficile e non riusciremo a fare molto, ma a poco a poco, se continuiamo comunque costantemente a cercare di opporci ai pensieri indotti dall’anoressia, il farlo diventerà un po’ meno faticoso, e i risultati saranno progressivamente migliori. È così che il fare cose che quando eravamo nel pieno dell’anoressia ci parevano inimmaginabili, diventa poco a poco sempre più tangibile e meno tosto.
P.S.= Essendo questo il mio blog, posso scriverci quello che mi pare e piace. Però, in realtà, questo blog è tanto mio quanto di tutte voi che lo leggete e lo commentate, perciò… Io ho un sacco di idee su ciò che vorrei scrivere in questo blog, ma non sono nella vostra testa, quindi non so cosa voi vorreste leggere.
Per cui, se vi va, lasciatemi nei commenti (o mandatemi tramite mail: veggie.any@gmail.com) un appunto su ciò che vi farebbe piacere leggere su questo blog. Siete interessate a come vengono trattati i DCA a Timbuctù? Alle nuove ricerche sulla genetica dell’anoressia? Alle nuove frontiere terapeutiche per i DCA? Ai consigli su come riuscire a magiare tutto quello che vi ha prescritto la dietista? Agli aneddoti sui casini che si combinano noi protomedici quando siamo di turno? (Vi assicuro che non abbiamo niente di che invidiare a “Scrubs” in quanto a surrealismo!)
Mi farebbe molto piacere se mi diceste cosa vi piacerebbe leggere qui!
Non vi prometto che scriverò post su ogni qualsiasi cosa mi venga suggerita, né che saranno i migliori post che abbiate mai letto. Quel che prometto è che presterò attenzione ai vostri suggerimenti, e cercherò per quanto possibile di attenermi alle vostre richieste.
Fatemi sapere: è l’unico modo che ho per conoscere ciò che state pensando, e per cercare di rendere questo blog più vicino a quello che v’interessa!
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venerdì 21 giugno 2013
Le cose buone (NON) arrivano per chi sa aspettare: I veri danni delle lunghe liste d'attesa
Chiedere aiuto quando si ha un DCA, è sempre un qualcosa di estremamente difficile per chiunque si trovi in questa situazione. Le motivazioni per cui è difficile possono essere molteplici, e variabili da persona a persona. Per alcune rivelare il proprio DCA può suscitare sentimenti d’intensa vergona. Per altre chiedere aiuto è umiliante. Per altre ancora c’è la difficoltà di abbandonare una strategia di coping che, per quanto patologica, è comunque assolutamente funzionale. E così via. Per non parlare delle difficoltà che s’incontrano nel parlare del proprio DCA a degli psicoterapeutici che potrebbero non essere in sintonia con la nostra personalità, o scarsamente provvisti d’empatia.
Comunque, in genere, quando proprio non se ne può veramente più del disturbo alimentare, quando stiamo veramente male e ci rendiamo conto che non abbiamo più niente da perdere, ci si decide a rivolgersi alla ASL/USL richiedendo di essere prese in carico e seguite per il nostro DCA. Cosa succede? Succede che nella maggior parte dei casi si riesce ad avere un appuntamento, ma le liste d’attesa sono spaventosamente lunghe. È l’altra faccia della medaglia dell’avere una sanità pubblica: la cosa estremamente positiva è che chiunque, a prescindere dal proprio status economico, può accedere alle cure. La cosa negativa è che questo crea liste d’attesa veramente lunghissime. La cosa è naturalmente variabile da regione a regione: qui dove vivo io le cose vanno relativamente bene, ma parlando con altre ragazze che hanno un DCA e che hanno chiesto aiuto in regioni differenti da quella in cui abito io, mi sono sentita dire che anche solo per avere un primo appuntamento c’è da aspettare 3 – 4 mesi.
In quale magico mondo una lista d’attesa di 4 mesi può essere considerate accettabile? (E non mi riferisco solo ai DCA, ma a tutte le malattie, comprese quelle più letali.)
Se una ragazza sottopeso causa anoressia si rivolge alla propria ASL/USL, e le viene detto che prima di avere un appuntamento dovrà attendere 4 mesi, il messaggio subliminale che passa è: non sei abbastanza malata. Non hai bisogno di essere visitata con urgenza. Non meriti medici che ti seguano. Non sei abbastanza importante da essere aiutata. Smettila di essere così infantile. Ripigliati.
Questo è il motivo per cui molte ragazze che soffrono d’anoressia/bulimia vanno incontro a problemi di salute anche gravi (e, purtroppo, in alcuni casi letali) mentre sono in lista d’attesa. Tuttavia, la maggior parte delle ragazze riesce in qualche modo a farcela e a rimanere relativamente stabile fino a che non arriva il giorno dell’appuntamento. Che cosa succede poi?
Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda e hanno provato a capire in che modo una lunga attesa possa influenzare la successiva risposta al trattamento da parte di una malata di DCA. I risultati cui sono giunti paiono tutt’altro che incoraggianti.
Uno studio a tal proposito è stato pubblicato lo scorso anno su “Behaviour Research and Therapy”, ed i ricercatori hanno valutato i fattori che hanno portato le pazienti affette da un DCA ad abbandonare la terapia ambulatoriale. Alcuni di questi fattori sono strettamente individuali, ma uno dei più importanti predittori di abbandono della terapia è rappresentato proprio dalla lunghezza della lista d’attesa prima di avere un appuntamento (Carter et al., 2012).
Esaminiamo quindi un po’ i dati, e vediamo cosa hanno trovato questi ricercatori. Per prima cosa, la definizione di “abbandono”.
“L’ “abbandono” della terapia viene comunemente definito come una cessazione non consensuale della terapia da parte della paziente, o dovuto all’incapacità della paziente di accettare gli obiettivi del trattamento stesso (per esempio, raggiungere un B.M.I. pari a 18, o cessare il vomito autoindotto).”
(mia traduzione)
Il mancato compimento fino alla fine del percorso terapeutico è un qualcosa di molto serio: la statistica dice che dal 30 al 70% delle pazienti con un DCA non completano il loro percorso terapeutico. Piuttosto che considerare queste pazienti come non complianti, a me questo sembra un chiaro segnale sia della forza dell’anoressia, sia dell’ansia estrema prodotta dall’idea di abbandonare sia i comportamenti sia il pattern mentale tipico del DCA.
I ricercatori, per studiare quali fossero i fattori che allontanavano precocemente le ragazze affette da DCA dalla terapia, hanno valutato 189 pazienti che erano seguite in regime ambulatoriale tra il 2005 e il 2010. Le pazienti in questione avevano un’età compresa tra i 16 e i 53 anni (per lo più, comunque, erano intorno ai 26 anni), e solo 4 di queste (2,1%) erano uomini. Di queste pazienti, il 18% era affetta da anoressia, il 40,2% da bulimia, e il 41,8% da DCAnas. Di ciascuna paziente sono stati valutati molteplici parametri: il peso prima dell’esordio del DCA, il peso che avevano al momento dello studio, la durata del DCA, la presenza di comorbidità (autolesionismo, DOC, disturbo bipolare, disturbo borderline, disturbo d’ansia, depressione, etc…) e così via, nonché alcune informazioni demografiche di base.
I ricercatori hanno anche valutato quanto tempo queste persone fossero state in lista d’attesa prima di accedere al loro primo appuntamento. (Il trattamento in questione consisteva nella terapia cognitive-comportamentale, 20 sedute per le persone affette da bulimia/DCAnas, e 40 – 50 sedute per le persone affette da anoressia.)
Di tutte le pazienti che avevano iniziato il trattamento, il 55% l’ha portato a termine, mentre il 45% no. È una percentuale di abbandono altissima. Le pazienti che hanno abbandonato, l’hanno fatto per lo più dopo una dozzina di sedute. Non ci sono grosse differenze nei tassi d’abbandono della terapia in persone affette da diversi tipi di DCA.
Se non è dunque la tipologia di DCA che influisce sul tasso d’abbandono della terapia, cos’altro lo fa?
Queste le risposte dei ricercatori:
• Peso corporeo. I maggiori tassi d’abbandono della terapia sono stati riscontrati nelle pazienti che avevano un minore peso corporeo.
• Comorbidità. La concomitante presenza di altre patologie psichiatriche oltre al DCA (soprattutto i disturbi d’ansia) ha favorito l’abbandono della terapia.
• Evitamento. Le pazienti che presentavano un atteggiamento di forte evitamento nei confronti delle emozioni negative, e una minore resistenza allo stress indotto dal percorso terapeutico, abbandonavano più facilmente la terpia. E, indovinate un po’…
• Lunghezza della lista d’attesa. Tanto più le pazienti avevano aspettato il trattamento, tanto più era lunga la lista d’attesa, tanto maggiore era poi l’abbandono della terapia. Nella fattispecie, il maggiore tasso d’abbandono della terapia è stato riscontrato nelle ragazze che avevano passato più di 3 mesi in lista d’attesa.
L’importanza dell’aver individuato questi 4 punti è che, tra tutti, la lunghezza della lista d’attesa è quello (teoricamente) più facilmente modificabile. Se una paziente si rivolge all’ASL/USL solo quando il suo peso è enormemente basso, non ci si può far nulla. Ed è difficile anche agire su fattori come la comorbidità o l’evitamento, sebbene lavorare su questi fronti potrebbe rendere una paziente meggiormente capace di portare a termine la terapia. Ma questi sono fattori strettamente individuali.
Viceversa, una lista d’attesa è un fattore esterno alle pazienti stesse, un fattore che dipende dall’efficienza e dalla disponibilità del sistema sanitario nazionale, e sul quale dunque è possibile agire concretamente. Una lista d’attesa pazzescamente lunga non ha ripercussioni negative solo a breve termine (la paziente potrebbe peggiorare drasticamente o addirittura morire durante l’attesa), ma anche a lungo termine, poiché la tendenza alla cronicizzazione dei DCA è un significativo predittore della possibilità che ha una persona di non riuscire ad essere aderente alla terapia, e dunque di non riuscire ad avere una remissione. Il problema è quindi duplice.
Gli autori dello studio, infatti, concludono:
“[…] Nelle persone affette da un disturbo alimentare, la motivazione all’intraprendere un percorso terapeutico è universalmente riconosciuta come un fattore critico nell’aderenza e nella riuscita del trattamento. Nell’esatto momento in cui una persona decide di chiedere aiuto per la sua anoressia/bulimia, la sua motivazione è al massimo livello possibile. Tuttavia, detta motivazione tende ad affievolirsi col tempo se non viene rapidamente ed efficacemente sostenuta. Pertanto, una lunga lista d’attesa rappresenta senz’altro uno dei fattori che favorisce l’abbandono terapeutico, prima e dopo aver iniziato un trattamento. E’ di fondamentale importanza dunque, per il sistema sanitario nazionale, avere ben chiare quali siano le conseguenze dell’avere lunghe liste d’attesa, e di come ciò favorisca l’abbandono terapeutico, e la proliferazione dei disturbi alimentari nei singoli individui.”
(mia traduzione)
Comunque, in genere, quando proprio non se ne può veramente più del disturbo alimentare, quando stiamo veramente male e ci rendiamo conto che non abbiamo più niente da perdere, ci si decide a rivolgersi alla ASL/USL richiedendo di essere prese in carico e seguite per il nostro DCA. Cosa succede? Succede che nella maggior parte dei casi si riesce ad avere un appuntamento, ma le liste d’attesa sono spaventosamente lunghe. È l’altra faccia della medaglia dell’avere una sanità pubblica: la cosa estremamente positiva è che chiunque, a prescindere dal proprio status economico, può accedere alle cure. La cosa negativa è che questo crea liste d’attesa veramente lunghissime. La cosa è naturalmente variabile da regione a regione: qui dove vivo io le cose vanno relativamente bene, ma parlando con altre ragazze che hanno un DCA e che hanno chiesto aiuto in regioni differenti da quella in cui abito io, mi sono sentita dire che anche solo per avere un primo appuntamento c’è da aspettare 3 – 4 mesi.
In quale magico mondo una lista d’attesa di 4 mesi può essere considerate accettabile? (E non mi riferisco solo ai DCA, ma a tutte le malattie, comprese quelle più letali.)
Se una ragazza sottopeso causa anoressia si rivolge alla propria ASL/USL, e le viene detto che prima di avere un appuntamento dovrà attendere 4 mesi, il messaggio subliminale che passa è: non sei abbastanza malata. Non hai bisogno di essere visitata con urgenza. Non meriti medici che ti seguano. Non sei abbastanza importante da essere aiutata. Smettila di essere così infantile. Ripigliati.
Questo è il motivo per cui molte ragazze che soffrono d’anoressia/bulimia vanno incontro a problemi di salute anche gravi (e, purtroppo, in alcuni casi letali) mentre sono in lista d’attesa. Tuttavia, la maggior parte delle ragazze riesce in qualche modo a farcela e a rimanere relativamente stabile fino a che non arriva il giorno dell’appuntamento. Che cosa succede poi?
Alcuni ricercatori si sono posti questa domanda e hanno provato a capire in che modo una lunga attesa possa influenzare la successiva risposta al trattamento da parte di una malata di DCA. I risultati cui sono giunti paiono tutt’altro che incoraggianti.
Uno studio a tal proposito è stato pubblicato lo scorso anno su “Behaviour Research and Therapy”, ed i ricercatori hanno valutato i fattori che hanno portato le pazienti affette da un DCA ad abbandonare la terapia ambulatoriale. Alcuni di questi fattori sono strettamente individuali, ma uno dei più importanti predittori di abbandono della terapia è rappresentato proprio dalla lunghezza della lista d’attesa prima di avere un appuntamento (Carter et al., 2012).
Esaminiamo quindi un po’ i dati, e vediamo cosa hanno trovato questi ricercatori. Per prima cosa, la definizione di “abbandono”.
“L’ “abbandono” della terapia viene comunemente definito come una cessazione non consensuale della terapia da parte della paziente, o dovuto all’incapacità della paziente di accettare gli obiettivi del trattamento stesso (per esempio, raggiungere un B.M.I. pari a 18, o cessare il vomito autoindotto).”
(mia traduzione)
Il mancato compimento fino alla fine del percorso terapeutico è un qualcosa di molto serio: la statistica dice che dal 30 al 70% delle pazienti con un DCA non completano il loro percorso terapeutico. Piuttosto che considerare queste pazienti come non complianti, a me questo sembra un chiaro segnale sia della forza dell’anoressia, sia dell’ansia estrema prodotta dall’idea di abbandonare sia i comportamenti sia il pattern mentale tipico del DCA.
I ricercatori, per studiare quali fossero i fattori che allontanavano precocemente le ragazze affette da DCA dalla terapia, hanno valutato 189 pazienti che erano seguite in regime ambulatoriale tra il 2005 e il 2010. Le pazienti in questione avevano un’età compresa tra i 16 e i 53 anni (per lo più, comunque, erano intorno ai 26 anni), e solo 4 di queste (2,1%) erano uomini. Di queste pazienti, il 18% era affetta da anoressia, il 40,2% da bulimia, e il 41,8% da DCAnas. Di ciascuna paziente sono stati valutati molteplici parametri: il peso prima dell’esordio del DCA, il peso che avevano al momento dello studio, la durata del DCA, la presenza di comorbidità (autolesionismo, DOC, disturbo bipolare, disturbo borderline, disturbo d’ansia, depressione, etc…) e così via, nonché alcune informazioni demografiche di base.
I ricercatori hanno anche valutato quanto tempo queste persone fossero state in lista d’attesa prima di accedere al loro primo appuntamento. (Il trattamento in questione consisteva nella terapia cognitive-comportamentale, 20 sedute per le persone affette da bulimia/DCAnas, e 40 – 50 sedute per le persone affette da anoressia.)
Di tutte le pazienti che avevano iniziato il trattamento, il 55% l’ha portato a termine, mentre il 45% no. È una percentuale di abbandono altissima. Le pazienti che hanno abbandonato, l’hanno fatto per lo più dopo una dozzina di sedute. Non ci sono grosse differenze nei tassi d’abbandono della terapia in persone affette da diversi tipi di DCA.
Se non è dunque la tipologia di DCA che influisce sul tasso d’abbandono della terapia, cos’altro lo fa?
Queste le risposte dei ricercatori:
• Peso corporeo. I maggiori tassi d’abbandono della terapia sono stati riscontrati nelle pazienti che avevano un minore peso corporeo.
• Comorbidità. La concomitante presenza di altre patologie psichiatriche oltre al DCA (soprattutto i disturbi d’ansia) ha favorito l’abbandono della terapia.
• Evitamento. Le pazienti che presentavano un atteggiamento di forte evitamento nei confronti delle emozioni negative, e una minore resistenza allo stress indotto dal percorso terapeutico, abbandonavano più facilmente la terpia. E, indovinate un po’…
• Lunghezza della lista d’attesa. Tanto più le pazienti avevano aspettato il trattamento, tanto più era lunga la lista d’attesa, tanto maggiore era poi l’abbandono della terapia. Nella fattispecie, il maggiore tasso d’abbandono della terapia è stato riscontrato nelle ragazze che avevano passato più di 3 mesi in lista d’attesa.
L’importanza dell’aver individuato questi 4 punti è che, tra tutti, la lunghezza della lista d’attesa è quello (teoricamente) più facilmente modificabile. Se una paziente si rivolge all’ASL/USL solo quando il suo peso è enormemente basso, non ci si può far nulla. Ed è difficile anche agire su fattori come la comorbidità o l’evitamento, sebbene lavorare su questi fronti potrebbe rendere una paziente meggiormente capace di portare a termine la terapia. Ma questi sono fattori strettamente individuali.
Viceversa, una lista d’attesa è un fattore esterno alle pazienti stesse, un fattore che dipende dall’efficienza e dalla disponibilità del sistema sanitario nazionale, e sul quale dunque è possibile agire concretamente. Una lista d’attesa pazzescamente lunga non ha ripercussioni negative solo a breve termine (la paziente potrebbe peggiorare drasticamente o addirittura morire durante l’attesa), ma anche a lungo termine, poiché la tendenza alla cronicizzazione dei DCA è un significativo predittore della possibilità che ha una persona di non riuscire ad essere aderente alla terapia, e dunque di non riuscire ad avere una remissione. Il problema è quindi duplice.
Gli autori dello studio, infatti, concludono:
“[…] Nelle persone affette da un disturbo alimentare, la motivazione all’intraprendere un percorso terapeutico è universalmente riconosciuta come un fattore critico nell’aderenza e nella riuscita del trattamento. Nell’esatto momento in cui una persona decide di chiedere aiuto per la sua anoressia/bulimia, la sua motivazione è al massimo livello possibile. Tuttavia, detta motivazione tende ad affievolirsi col tempo se non viene rapidamente ed efficacemente sostenuta. Pertanto, una lunga lista d’attesa rappresenta senz’altro uno dei fattori che favorisce l’abbandono terapeutico, prima e dopo aver iniziato un trattamento. E’ di fondamentale importanza dunque, per il sistema sanitario nazionale, avere ben chiare quali siano le conseguenze dell’avere lunghe liste d’attesa, e di come ciò favorisca l’abbandono terapeutico, e la proliferazione dei disturbi alimentari nei singoli individui.”
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venerdì 14 giugno 2013
Anoressia e metabolismo
Disclaimer:
1) Non sono una dietista né una dietologa. Non studio Dietistica all’università, e non ho frequentato alcun corso specialistico in Scienze della Nutrizione Umana. Sono una laureanda in Medicina, e le mie conoscenze in merito all’alimentazione e al metabolismo derivano dall’esame di Nutrizione, che ho sostenuto nel contesto del corso integrato di Fisiologia.
2) Questo blog, per quanto ne so basandomi sulle e-mail che ricevo, è letto anche da ragazze di 12 – 13 anni. Quello che scriverò in questo post vuol essere perciò fruibile anche per coloro che non hanno particolari competenze. Ergo, cercherò di esprimermi in maniera non troppo complicata, ed inevitabilmente dovrò ricorrere a delle semplificazioni. Chiedo scusa in anticipo a tutti i professionisti del settore sanitario che leggeranno questo post, che inevitabilmente presenterà delle imprecisioni e delle facilonerie; d’altronde l’obiettivo non è quello di scrivere un trattato medico, ma un qualcosa che possa essere letto e compreso anche da chi ha fatto tutt’altro genere di studi. (Se poi c’è qualche medico o qualche dietologo/dietista/nutrizionista che mi legge – bè, almeno una dietista so per certo che c’è, vero Ilaria?! – e vuol fare qualche precisazione senza scendere in tecnicismi comprensibili solo agli “addetti ai lavori”, è assolutamente benaccetto!)
3) Quello che scriverò in questo post ha carattere assolutamente GENERALE. Nessuna mi lasci commenti chiedendomi consigli sul suo caso specifico, perché NON sono una professionista del settore, quindi NON sono in grado di darvene. L’unico consiglio che do vivamente a tutte quante è quello di lasciar perdere i fai-da-te o i consigli chiesti a chi non se ne intende veramente, e rivolgersi invece appunto ad una figura professionale che possa aiutarvi ad impostare un piano alimentare personalizzato, perché credo che questo sia un elemento fondamentale per combattere contro l’anoressia.
Dopo questa doverosa premessa, arriviamo al post vero e proprio. L’argomento che sto per trattare l’avrete già capito dal titolo. Ne parlavo anche con justvicky qualche giorno fa, e molte di voi mi hanno scritto chiedendomi informazioni in merito al metabolismo, e ai cambiamenti ad esso indotti dall’anoressia. Effettivamente, la restrizione alimentare che accompagna l’anoressia altera tantissimo il metabolismo, e questo rappresenta uno dei fattori che, all’inizio di un percorso di ricovero, complica le cose, perché a fronte di piccoli introiti alimentari ci sono significativi aumenti di peso, che “spaventano” la persona e che le fanno venir voglia di mollare tutto.
La bella notizia, comunque, è che le alterazioni metaboliche indotte dall’anoressia sono col tempo reversibili. La brutta notizia è che per saperne di più dovrete sorbirvi tutto questo mio post.
Cominciamo dalle basi… ovvero dal metabolismo basale, appunto. Il metabolismo basale rappresenta il dispendio energetico che ha ogni qualsiasi organismo a riposo, ovvero l’energia che è necessaria a svolgere le funzioni metaboliche vitali (attività del sistema nervoso, circolazione sanguigna, contrazioni cardiache, attività respiratoria, etc…).
Data questa definizione, evidenziamo un dato di fatto: nelle 24 ore giornaliere, una persona completamente a riposo, che non si alza neanche da letto ma sta lì dormendo tutto il giorno, brucia più di 1000 Kcal. Ne siete sorprese? Pensate che lo stia inventando io? Ebbene, lasciate allora che ve lo dimostri matematicamente, con una formula che si chiama RMR (Resting Metabolic Rate):
RMR= (10 x peso in Kg) + (6.25 x altezza in cm) - (5 x età) - 161
Grazie a questa formula chiunque può avere una stima piuttosto fedele di quante calorie brucerebbe se dormisse h 24.
Vi vedo già, lì, che state facendo i calcoli con i vostri dati: scommetto che nessuna di voi ha ottenuto un risultato minore di 1000, ci ho dato?
Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che la restrizione alimentare che si porta avanti con l’anoressia è inutile e deleteria proprio perché troppo restrittiva. E poiché un’alimentazione troppo restrittiva altera il metabolismo basale (ancora un attimo di pazienza, e ve ne spiegherò i perché e i percome), chiunque si rivolge ad una dietista per iniziare un percorso di ricovero, si vede proposta una dieta iniziale da 900 - 1000 Kcal/die, e fugge a gambe levate perché pensa che siano esagerate e la faranno ingrassare a dismisura e senza fine, si ricreda: la matematica non è un’opinione.
Com’è dunque che la restrizione alimentare dell’anoressia determina un abbassamento del metabolismo? Considerate che l’obiettivo primario del nostro corpo è quello di mantenersi in vita. Se perciò gli vengono fornite calorie inferiori a quelle che, in condizioni normali, gli sarebbero necessarie, l’organismo instaura dei meccanismi biologici adattativi che consentono comunque una discreta efficienza di tutte le funzioni primarie legate alla sopravvivenza. La presenza di questi meccanismi adattativi del dispendio energetico atti a preservare la sopravvivenza dell’ organismo in condizioni anche molto sfavorevoli, si traduce appunto nella diminuzione generalizzata delle attività metaboliche e quindi sia nella sospensione di alcune attività non ritenute dal corpo essenziali alla sopravvivenza (ecco perché sparisce il ciclo o, comunque, diventa irregolare), sia in una minore utilizzazione di energia da parte dei diversi tessuti e organi. L’abbassamento del metabolismo basale si accompagna peraltro ad una variazione nell’utilizzo dei substrati energetici: il glucosio (primaria fonte die energia per il nostro organismo), non più introdotto in quantità sufficiente con l’alimentazione ed esaurite le riserve epatiche di glicogeno (forma di stoccaggio del glucosio all’interno del fegato), viene prodotto a partire da substrati non glucidici tramite un processo biochimico chiamato gluconeogenesi: i substrati più utilizzati sono gli aminoacidi (i principali costituenti delle proteine) ed è per questo che il peso che si perde con la restrizione alimentare è dovuto principalmente alla perdita della massa muscolare. La massa grassa – salvo i casi di sottopeso più estremo – si riduce molto meno rispetto alla massa muscolare, perché la gluconeogenesi condotta a partire dagli acidi grassi è più tardiva rispetto a quella condotta a partire dagli aminoacidi.
La restrizione alimentare comporta inoltre una riduzione della cosiddetta termogenesi post prandiale, ovvero l’ aumento immediato del dispendio energetico che si osserva dopo l’ assunzione di un pasto o di singoli nutrienti. La termogenesi post prandiale è dovuta ai processi di assorbimento, metabolizzazione e deposito dei diversi substrati ma è anche sottoposta a meccanismi di regolazione più complessi e ancora non ben conosciuti. Nell’ anoressia, a fronte di una scarsa disponibilità di energia, la termogenesi post prandiale si riduce in accordo con un concetto generale di “risparmio metabolico” da parte dell’organismo (un’altra forma, quindi, di adattamento).
La riduzione del metabolismo basale e della termogenesi post prandiale sono adattamenti biologici piuttosto precoci quando s’inizia a restringere l’alimentazione. Ecco perché teoricamente ci sarebbe bisogno di mangiare sempre di meno per continuare a perdere peso: perché, abbassandosi il metabolismo, è sufficiente un introito alimentare sempre minore per soddisfare le esigenze dell’organismo (nei casi più estremi, il metabolismo si può abbassare anche a 500 Kcal/die). Questo spiega perché è inutile che, se dopo un periodo di restrizione alimentare il vostro peso smette di scendere, restringiate ulteriormente l’introito di cibo: con un metabolismo così ridotto, basta mangiare un’inezia per fare pari (o, addirittura, per dare sopra), per cui la discesa del peso si blocca (e, a volte, il peso ri-aumenta). È normale che sia così. Per cui, lasciate perdere scene da drama-queen stile: “OMG, ho mangiato 600 Kcal e il mio peso non è sceso di un grammo, sono disperata, è la tragedia più grande dell’umanità, altro che tsunami, terremoti, tornadi!... È quasi grave come quando Pikachu perde una battle contro un altro pokémon!” … è ovvio che se avete seguito un regime alimentare così distruttivamente restrittivo da portare il vostro metabolismo ai minimi storici, riprendete peso anche solo mangiando mezzo yogurt magro. Non sperate di continuare a dimagrire ancora restringendo ulteriormente l’alimentazione: il risultato migliore che potrete ottenere, praticamente, in questo modo sarà un collasso. Perché sotto un certo TOT minimo di calorie, l’organismo stacca la spina a intermittenza.
Il fatto che però il peso possa stabilizzarsi ad un livello più o meno basso proprio perché, mangiando di meno, il metabolismo basale si è ridotto, non significa che le cose stanno andando meglio, anzi. Vorrei farvi notare che si può morire a causa di un DCA anche se si è normopeso secondo il range stabilito dal B.M.I.. Questo perché, a prescindere al peso, la restrizione alimentare comporta comunque un danno a tutti i nostri organi. Se non introduciamo con l’alimentazione i nutrienti in maniera adeguata, il cervello, il cuore, i polmoni, il fegato, i reni, l’apparato digerente… ogni qualsiasi porzione del nostro organismo non lavora in maniera appropriata. La continua e progressiva perdita di peso che spesso è tipica dell’anoressia, è solo un sintomo fisico del danno che è stato prodotto con la restrizione alimentare. Il sintomo è sempre posteriore rispetto al danno. Quindi, se anche una persona non ha ancora una perdita di peso particolarmente significativa, questo non significa che il suo corpo non stia vivendo uno stato di deprivazione, e quindi di sofferenza. Il peso corporeo non è strettamente correlato con lo stato di salute. Questa è un’estrema semplificazione assolutamente fuorviante. Spesso è il motivo per cui persone con DCA non ricercano aiuto se non hanno perso TOT chili, perché pensano di non essere “abbastanza malate” per aver bisogno dell’intervento medico. Ma questo è sbagliato. Perché la compromissione della salute corporea data dalla restrizione alimentare, è molto più precoce rispetto al sintomo fisico della perdita di peso. Se ci pensate, questo è un concetto valido per tutte le malattie: sareste capaci di riconoscere una persona diabetica unicamente sulla base del suo aspetto fisico? No, perché è una malattia che si manifesta fisicamente solo quando è avanzata e non trattata. Ma il fatto che una persona diabetica sembri in perfetta salute, non significa che non abbia bisogno delle sue iniezioni di insulina. Per cui, la restrizione alimentare è pericolosa anche solo per il semplice fatto che l’organismo non riesce ad avere quello di cui necessita. E gli adattamenti metabolici sono proprio un tentativo di rispondere a quest’insufficienza. Ma il fatto che entri in azione un adattamento, è già indicativo del fatto che c’è qualcosa che non va.
In virtù di quanto ho appena scritto, una prima ovvia conclusione: a discapito di tutti i luoghi comuni che si trovano facilmente su Internet, relativi a cibi/bevande che dovrebbero fungere da acceleratori del metabolismo, quest’ultimo è accelerato/rallentato solo dalla QUANTITA’ di cibo che viene mangiato, poiché l’obiettivo finale del nostro organismo è sempre quello di mantenere quello che sarebbe il proprio set-point di peso corporeo. Non esiste un singolo magico cibo o una singola magica bevanda che accelera il metabolismo: per cui, voi che vi fate flebo di thé verde o cospargete ogni qualsiasi cosa commestibile di spezie, rassegnatevi. Nonostante questo, il vostro metabolismo non accelererà d’una virgola. (Anche perché, banalmente: se ci fosse un cibo/bevanda capace di accelerare il metabolismo, chiunque potrebbe consumare 10.000 Kcal al giorno di qualsiasi cosa, e poi mangiare/bere costantemente quel cibo/bevanda, e dato che esso accelererebbe il metabolismo, nessuno aumenterebbe d’un grammo. Dato che questa è fantascienza, è palesemente evidente che nessun cibo/bevanda ha simili proprietà magiche.)
Che cosa succede poi ad una persona che per tanto tempo ha ristretto l’alimentazione (e che, quindi, ha un metabolismo basale bassissimo), nel momento in cui inizia un percorso di ricovero e viene rialimentata? Succede quello che molte di voi già sanno benissimo, avendolo vissuto sulla propria pelle: un significativo aumento di peso in un lasso di tempo estremamente breve, che è fortemente ansiogeno e che rappresenta uno dei principali fattori trigger per ricadute nell’anoressia e/o abbandono della terapia nutrizionale e psicologica. Questo accade perché, se in un metabolismo fiaccato dalla restrizione alimentare, viene proposto un introito calorico superiore al livello cui il metabolismo si è assestato, tutto l’eccesso viene immediatamente tradotto in un aumento di peso da parte di un corpo che, in quel momento, è “avido” di calorie perché ne è stato privato per molto tempo, per cui tende ad “immagazzinare” tutto quello che c’è in più.
Tuttavia, quello che bisogna fare nella prima fase della rialimentazione, è avere pazienza: le modificazioni metaboliche dovute all’anoressia, infatti, NON sono irreversibili. Il metabolismo basale che ciascuna di noi aveva prima di entrare nell’anoressia, viene infatti a ripristinarsi nel giro di alcuni mesi… ma solo se si tiene duro nel primo momento di difficoltà, quando si vede risalire significativamente il peso, e si continua ad alimentarsi in maniera regolare. La chiave per normalizzare il metabolismo è infatti proprio quella di mangiare regolarmente tutti i giorni, seguendo l’ “equilibrio alimentare” che la dietista ci prescrive. È il tenere un regime alimentare regolare a lungo, che riporta infatti il metabolismo ai suoi livelli ottimali. Per cui, la rapida impennata del peso che si nota nelle prime settimane di rialimentazione, viene successivamente a ridursi poco a poco, man mano che il metabolismo si normalizza, perché a quel punto il corpo “si accorge” che gli vengono forniti tutti i nutrienti di cui ha bisogno nelle giuste quantità, e quindi vengono meno i meccanismi di adattamento metabolico che erano stati messi in atto con la restrizione alimentare. Quel che succede, quindi, è che al primo rapido recupero del peso segue un incremento molto più lento e graduale, uno stazionamento, o addirittura una diminuzione nel momento in cui il normale metabolismo è ripristinato. Questa progressiva normalizzazione del metabolismo, con le conseguenti oscillazioni di peso, proseguirà fino a che non avrete raggiunto il vostro set-point fisiologico di peso: a quel punto, il vostro peso si stabilizzerà, e rimarrete più o meno su quei valori, come avevo già spiegato nella seconda parte di QUESTO POST.
Okay, questo per dirla nella maniera più breve (si fa per dire… ^^” ) e più semplice possibile. Spero che adesso possiate sentirvi anche solo un pochino meno in ansia quando vi siederete di fronte al tavolo, e dovrete seguire il vostro “equilibrio alimentare”.
Se mi sono espressa in maniera comunque poco chiara fatemelo sapere, che cercherò di spiegarmi meglio, e se avete delle domande, fatemele pure. Cercherò di rispondervi nella maniera più esauriente possibile, con gli ovvi limiti elencati a inizio post.
1) Non sono una dietista né una dietologa. Non studio Dietistica all’università, e non ho frequentato alcun corso specialistico in Scienze della Nutrizione Umana. Sono una laureanda in Medicina, e le mie conoscenze in merito all’alimentazione e al metabolismo derivano dall’esame di Nutrizione, che ho sostenuto nel contesto del corso integrato di Fisiologia.
2) Questo blog, per quanto ne so basandomi sulle e-mail che ricevo, è letto anche da ragazze di 12 – 13 anni. Quello che scriverò in questo post vuol essere perciò fruibile anche per coloro che non hanno particolari competenze. Ergo, cercherò di esprimermi in maniera non troppo complicata, ed inevitabilmente dovrò ricorrere a delle semplificazioni. Chiedo scusa in anticipo a tutti i professionisti del settore sanitario che leggeranno questo post, che inevitabilmente presenterà delle imprecisioni e delle facilonerie; d’altronde l’obiettivo non è quello di scrivere un trattato medico, ma un qualcosa che possa essere letto e compreso anche da chi ha fatto tutt’altro genere di studi. (Se poi c’è qualche medico o qualche dietologo/dietista/nutrizionista che mi legge – bè, almeno una dietista so per certo che c’è, vero Ilaria?! – e vuol fare qualche precisazione senza scendere in tecnicismi comprensibili solo agli “addetti ai lavori”, è assolutamente benaccetto!)
3) Quello che scriverò in questo post ha carattere assolutamente GENERALE. Nessuna mi lasci commenti chiedendomi consigli sul suo caso specifico, perché NON sono una professionista del settore, quindi NON sono in grado di darvene. L’unico consiglio che do vivamente a tutte quante è quello di lasciar perdere i fai-da-te o i consigli chiesti a chi non se ne intende veramente, e rivolgersi invece appunto ad una figura professionale che possa aiutarvi ad impostare un piano alimentare personalizzato, perché credo che questo sia un elemento fondamentale per combattere contro l’anoressia.
Dopo questa doverosa premessa, arriviamo al post vero e proprio. L’argomento che sto per trattare l’avrete già capito dal titolo. Ne parlavo anche con justvicky qualche giorno fa, e molte di voi mi hanno scritto chiedendomi informazioni in merito al metabolismo, e ai cambiamenti ad esso indotti dall’anoressia. Effettivamente, la restrizione alimentare che accompagna l’anoressia altera tantissimo il metabolismo, e questo rappresenta uno dei fattori che, all’inizio di un percorso di ricovero, complica le cose, perché a fronte di piccoli introiti alimentari ci sono significativi aumenti di peso, che “spaventano” la persona e che le fanno venir voglia di mollare tutto.
La bella notizia, comunque, è che le alterazioni metaboliche indotte dall’anoressia sono col tempo reversibili. La brutta notizia è che per saperne di più dovrete sorbirvi tutto questo mio post.
Cominciamo dalle basi… ovvero dal metabolismo basale, appunto. Il metabolismo basale rappresenta il dispendio energetico che ha ogni qualsiasi organismo a riposo, ovvero l’energia che è necessaria a svolgere le funzioni metaboliche vitali (attività del sistema nervoso, circolazione sanguigna, contrazioni cardiache, attività respiratoria, etc…).
Data questa definizione, evidenziamo un dato di fatto: nelle 24 ore giornaliere, una persona completamente a riposo, che non si alza neanche da letto ma sta lì dormendo tutto il giorno, brucia più di 1000 Kcal. Ne siete sorprese? Pensate che lo stia inventando io? Ebbene, lasciate allora che ve lo dimostri matematicamente, con una formula che si chiama RMR (Resting Metabolic Rate):
RMR= (10 x peso in Kg) + (6.25 x altezza in cm) - (5 x età) - 161
Grazie a questa formula chiunque può avere una stima piuttosto fedele di quante calorie brucerebbe se dormisse h 24.
Vi vedo già, lì, che state facendo i calcoli con i vostri dati: scommetto che nessuna di voi ha ottenuto un risultato minore di 1000, ci ho dato?
Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che la restrizione alimentare che si porta avanti con l’anoressia è inutile e deleteria proprio perché troppo restrittiva. E poiché un’alimentazione troppo restrittiva altera il metabolismo basale (ancora un attimo di pazienza, e ve ne spiegherò i perché e i percome), chiunque si rivolge ad una dietista per iniziare un percorso di ricovero, si vede proposta una dieta iniziale da 900 - 1000 Kcal/die, e fugge a gambe levate perché pensa che siano esagerate e la faranno ingrassare a dismisura e senza fine, si ricreda: la matematica non è un’opinione.
Com’è dunque che la restrizione alimentare dell’anoressia determina un abbassamento del metabolismo? Considerate che l’obiettivo primario del nostro corpo è quello di mantenersi in vita. Se perciò gli vengono fornite calorie inferiori a quelle che, in condizioni normali, gli sarebbero necessarie, l’organismo instaura dei meccanismi biologici adattativi che consentono comunque una discreta efficienza di tutte le funzioni primarie legate alla sopravvivenza. La presenza di questi meccanismi adattativi del dispendio energetico atti a preservare la sopravvivenza dell’ organismo in condizioni anche molto sfavorevoli, si traduce appunto nella diminuzione generalizzata delle attività metaboliche e quindi sia nella sospensione di alcune attività non ritenute dal corpo essenziali alla sopravvivenza (ecco perché sparisce il ciclo o, comunque, diventa irregolare), sia in una minore utilizzazione di energia da parte dei diversi tessuti e organi. L’abbassamento del metabolismo basale si accompagna peraltro ad una variazione nell’utilizzo dei substrati energetici: il glucosio (primaria fonte die energia per il nostro organismo), non più introdotto in quantità sufficiente con l’alimentazione ed esaurite le riserve epatiche di glicogeno (forma di stoccaggio del glucosio all’interno del fegato), viene prodotto a partire da substrati non glucidici tramite un processo biochimico chiamato gluconeogenesi: i substrati più utilizzati sono gli aminoacidi (i principali costituenti delle proteine) ed è per questo che il peso che si perde con la restrizione alimentare è dovuto principalmente alla perdita della massa muscolare. La massa grassa – salvo i casi di sottopeso più estremo – si riduce molto meno rispetto alla massa muscolare, perché la gluconeogenesi condotta a partire dagli acidi grassi è più tardiva rispetto a quella condotta a partire dagli aminoacidi.
La restrizione alimentare comporta inoltre una riduzione della cosiddetta termogenesi post prandiale, ovvero l’ aumento immediato del dispendio energetico che si osserva dopo l’ assunzione di un pasto o di singoli nutrienti. La termogenesi post prandiale è dovuta ai processi di assorbimento, metabolizzazione e deposito dei diversi substrati ma è anche sottoposta a meccanismi di regolazione più complessi e ancora non ben conosciuti. Nell’ anoressia, a fronte di una scarsa disponibilità di energia, la termogenesi post prandiale si riduce in accordo con un concetto generale di “risparmio metabolico” da parte dell’organismo (un’altra forma, quindi, di adattamento).
La riduzione del metabolismo basale e della termogenesi post prandiale sono adattamenti biologici piuttosto precoci quando s’inizia a restringere l’alimentazione. Ecco perché teoricamente ci sarebbe bisogno di mangiare sempre di meno per continuare a perdere peso: perché, abbassandosi il metabolismo, è sufficiente un introito alimentare sempre minore per soddisfare le esigenze dell’organismo (nei casi più estremi, il metabolismo si può abbassare anche a 500 Kcal/die). Questo spiega perché è inutile che, se dopo un periodo di restrizione alimentare il vostro peso smette di scendere, restringiate ulteriormente l’introito di cibo: con un metabolismo così ridotto, basta mangiare un’inezia per fare pari (o, addirittura, per dare sopra), per cui la discesa del peso si blocca (e, a volte, il peso ri-aumenta). È normale che sia così. Per cui, lasciate perdere scene da drama-queen stile: “OMG, ho mangiato 600 Kcal e il mio peso non è sceso di un grammo, sono disperata, è la tragedia più grande dell’umanità, altro che tsunami, terremoti, tornadi!... È quasi grave come quando Pikachu perde una battle contro un altro pokémon!” … è ovvio che se avete seguito un regime alimentare così distruttivamente restrittivo da portare il vostro metabolismo ai minimi storici, riprendete peso anche solo mangiando mezzo yogurt magro. Non sperate di continuare a dimagrire ancora restringendo ulteriormente l’alimentazione: il risultato migliore che potrete ottenere, praticamente, in questo modo sarà un collasso. Perché sotto un certo TOT minimo di calorie, l’organismo stacca la spina a intermittenza.
Il fatto che però il peso possa stabilizzarsi ad un livello più o meno basso proprio perché, mangiando di meno, il metabolismo basale si è ridotto, non significa che le cose stanno andando meglio, anzi. Vorrei farvi notare che si può morire a causa di un DCA anche se si è normopeso secondo il range stabilito dal B.M.I.. Questo perché, a prescindere al peso, la restrizione alimentare comporta comunque un danno a tutti i nostri organi. Se non introduciamo con l’alimentazione i nutrienti in maniera adeguata, il cervello, il cuore, i polmoni, il fegato, i reni, l’apparato digerente… ogni qualsiasi porzione del nostro organismo non lavora in maniera appropriata. La continua e progressiva perdita di peso che spesso è tipica dell’anoressia, è solo un sintomo fisico del danno che è stato prodotto con la restrizione alimentare. Il sintomo è sempre posteriore rispetto al danno. Quindi, se anche una persona non ha ancora una perdita di peso particolarmente significativa, questo non significa che il suo corpo non stia vivendo uno stato di deprivazione, e quindi di sofferenza. Il peso corporeo non è strettamente correlato con lo stato di salute. Questa è un’estrema semplificazione assolutamente fuorviante. Spesso è il motivo per cui persone con DCA non ricercano aiuto se non hanno perso TOT chili, perché pensano di non essere “abbastanza malate” per aver bisogno dell’intervento medico. Ma questo è sbagliato. Perché la compromissione della salute corporea data dalla restrizione alimentare, è molto più precoce rispetto al sintomo fisico della perdita di peso. Se ci pensate, questo è un concetto valido per tutte le malattie: sareste capaci di riconoscere una persona diabetica unicamente sulla base del suo aspetto fisico? No, perché è una malattia che si manifesta fisicamente solo quando è avanzata e non trattata. Ma il fatto che una persona diabetica sembri in perfetta salute, non significa che non abbia bisogno delle sue iniezioni di insulina. Per cui, la restrizione alimentare è pericolosa anche solo per il semplice fatto che l’organismo non riesce ad avere quello di cui necessita. E gli adattamenti metabolici sono proprio un tentativo di rispondere a quest’insufficienza. Ma il fatto che entri in azione un adattamento, è già indicativo del fatto che c’è qualcosa che non va.
In virtù di quanto ho appena scritto, una prima ovvia conclusione: a discapito di tutti i luoghi comuni che si trovano facilmente su Internet, relativi a cibi/bevande che dovrebbero fungere da acceleratori del metabolismo, quest’ultimo è accelerato/rallentato solo dalla QUANTITA’ di cibo che viene mangiato, poiché l’obiettivo finale del nostro organismo è sempre quello di mantenere quello che sarebbe il proprio set-point di peso corporeo. Non esiste un singolo magico cibo o una singola magica bevanda che accelera il metabolismo: per cui, voi che vi fate flebo di thé verde o cospargete ogni qualsiasi cosa commestibile di spezie, rassegnatevi. Nonostante questo, il vostro metabolismo non accelererà d’una virgola. (Anche perché, banalmente: se ci fosse un cibo/bevanda capace di accelerare il metabolismo, chiunque potrebbe consumare 10.000 Kcal al giorno di qualsiasi cosa, e poi mangiare/bere costantemente quel cibo/bevanda, e dato che esso accelererebbe il metabolismo, nessuno aumenterebbe d’un grammo. Dato che questa è fantascienza, è palesemente evidente che nessun cibo/bevanda ha simili proprietà magiche.)
Che cosa succede poi ad una persona che per tanto tempo ha ristretto l’alimentazione (e che, quindi, ha un metabolismo basale bassissimo), nel momento in cui inizia un percorso di ricovero e viene rialimentata? Succede quello che molte di voi già sanno benissimo, avendolo vissuto sulla propria pelle: un significativo aumento di peso in un lasso di tempo estremamente breve, che è fortemente ansiogeno e che rappresenta uno dei principali fattori trigger per ricadute nell’anoressia e/o abbandono della terapia nutrizionale e psicologica. Questo accade perché, se in un metabolismo fiaccato dalla restrizione alimentare, viene proposto un introito calorico superiore al livello cui il metabolismo si è assestato, tutto l’eccesso viene immediatamente tradotto in un aumento di peso da parte di un corpo che, in quel momento, è “avido” di calorie perché ne è stato privato per molto tempo, per cui tende ad “immagazzinare” tutto quello che c’è in più.
Tuttavia, quello che bisogna fare nella prima fase della rialimentazione, è avere pazienza: le modificazioni metaboliche dovute all’anoressia, infatti, NON sono irreversibili. Il metabolismo basale che ciascuna di noi aveva prima di entrare nell’anoressia, viene infatti a ripristinarsi nel giro di alcuni mesi… ma solo se si tiene duro nel primo momento di difficoltà, quando si vede risalire significativamente il peso, e si continua ad alimentarsi in maniera regolare. La chiave per normalizzare il metabolismo è infatti proprio quella di mangiare regolarmente tutti i giorni, seguendo l’ “equilibrio alimentare” che la dietista ci prescrive. È il tenere un regime alimentare regolare a lungo, che riporta infatti il metabolismo ai suoi livelli ottimali. Per cui, la rapida impennata del peso che si nota nelle prime settimane di rialimentazione, viene successivamente a ridursi poco a poco, man mano che il metabolismo si normalizza, perché a quel punto il corpo “si accorge” che gli vengono forniti tutti i nutrienti di cui ha bisogno nelle giuste quantità, e quindi vengono meno i meccanismi di adattamento metabolico che erano stati messi in atto con la restrizione alimentare. Quel che succede, quindi, è che al primo rapido recupero del peso segue un incremento molto più lento e graduale, uno stazionamento, o addirittura una diminuzione nel momento in cui il normale metabolismo è ripristinato. Questa progressiva normalizzazione del metabolismo, con le conseguenti oscillazioni di peso, proseguirà fino a che non avrete raggiunto il vostro set-point fisiologico di peso: a quel punto, il vostro peso si stabilizzerà, e rimarrete più o meno su quei valori, come avevo già spiegato nella seconda parte di QUESTO POST.
Okay, questo per dirla nella maniera più breve (si fa per dire… ^^” ) e più semplice possibile. Spero che adesso possiate sentirvi anche solo un pochino meno in ansia quando vi siederete di fronte al tavolo, e dovrete seguire il vostro “equilibrio alimentare”.
Se mi sono espressa in maniera comunque poco chiara fatemelo sapere, che cercherò di spiegarmi meglio, e se avete delle domande, fatemele pure. Cercherò di rispondervi nella maniera più esauriente possibile, con gli ovvi limiti elencati a inizio post.
venerdì 7 giugno 2013
Cosa significa scegliere la strada del ricovero
Quando avevo più o meno sui 18 – 19 anni, nessuno sapeva cosa fare con me. Tutta la schiera di psicologi, dietisti, psichiatri, medici con cui avevo avuto a che fare, avevano di fatto alzato bandiera bianca. Dovevo essere io a scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero, dicevano loro, e questo era un qualcosa che io chiaramente non stavo facendo. Fino a che io non l’avessi fatto, non c’era niente che loro potessero fare per me. Avrei cominciato a percorrere la strada del ricovero quando sarei stata pronta.
Ovviamente, ho qualche problemuccio con questo modo di vedere la cosa. Non dico che sia una visione sbagliata, ma è quantomeno una visione molto semplicistica e riduttiva. Prima cosa, dà per scontato che una persona che è nel pieno dell’anoressia sia lucidamente e decisamente capace di scegliere di combattervi contro. Seconda cosa, fa sembrare il ricovero come una scelta sciente, un’unica e ben precisa scelta che una persona compie, e quando lo fa allora magicamente guarisce dall’anoressia.
Il problema è che la strada del ricovero non si sceglie lucidamente e scientemente una volta per tutte. Occorre scegliere di percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, ogni mattina quando ci svegliamo e ci apprestiamo ad affrontare un’altra giornata, e bisogna rimarcare a noi stesse questa scelta ogni 5 – 6 volte al giorno. Occorre fare questa scelta anche quando proprio non vorremmo. Non è dunque una singola scelta che si fa una volta per tutte, e non è affatto semplice.
Se ci pensate, la stragrande maggioranza dei protocolli terapeutici per i DCA sono fatti per persone che cercano e vogliono (o, tutt’al più, accettano) seguire un protocollo terapeutico. E, insomma, è relativamente facile fare una psicoterapia e una riabilitazione nutrizionale ad una persona che è consenziente, vuole percorrere la strada del ricovero, e ce la mette tutta per essere aderente alle indicazioni mediche. Ma quando si parla di persone nel pieno dell’anoressia, laddove non è infrequente una spiccata difficoltà a comprendere quanto i propri pensieri e i propri comportamenti siano deviati, è veramente difficile riuscire ad intraprendere un percorso di ricovero, perché i medici non sanno come far fronte ad una paziente che non ha nessun interesse a staccarsi dall’anoressia. Per cui, piuttosto che cercare di elaborare nuove strategie terapeutiche per rendere più compliante una paziente che è ancora molto dentro il DCA, è decisamente più facile, economico e conveniente dire alla paziente che “noi ti potremo aiutare solo e soltanto quando tu sarai pronta a percorrere la strada del ricovero”.
Il problema principale di questa concezione medica – e della sua applicazione alle pazienti che hanno un DCA – è che una delle caratteristiche che più frequentemente s’incontrano nelle persone che hanno un DCA (anoressia in particolare) è che non c’è nessuna voglia d’iniziare un percorso di ricovero. Le motivazioni che rendono le persone affette da DCA estremamente restie ad iniziare un percorso di ricovero sono molteplici, e variano a persona a persona: solo per fare qualche esempio, le difficoltà a staccarsi dall’anoressia possono essere legate al fatto che essa rappresenta un’ottima strategia di coping, che fornisce un’illusoria sensazione di controllo, che la persona non si sente “abbastanza malata” da meritare di ricevere aiuto terapeutico, e così via. Ovviamente sarebbe cosa buona e giusta che ogni persona malata di DCA fosse in grado di prendere una decisione riflessiva e razionale in merito alla necessità di curarsi, ma spesso e volentieri le cose non stanno così.
Così tutti i medici si rintanano nei loro uffici, ed aspettano che la ragazza sia “pronta” a percorrere la strada del ricovero. Il problema è che più a lungo una persona viene lasciata in balìa del DCA, più sarà difficile che essa possa scegliere autonomamente di percorrere la strada del ricovero. Più una persona perde peso, minore è la produzione neurotrasmettitoriale, minore è la lucidità, più è difficile rendersi conto dello stato patologico in cui si verte, e scegliere un percorso di ricovero.
Tra l’altro, tutti i comportamenti tipici del DCA diventano molto rapidamente delle abitudini. Si restringe quando ci si trova davanti un piatto col Cibo X, perché è semplicemente quello che ci abituiamo a fare di fronte al Cibo X. Facciamo sempre lo stesso tipo di attività fisica per lo stesso lasso di tempo e nello stesso momento della giornata, perché è nel nostro programma mentale, che diventa un’abitudine. Mangiamo solo determinate quantità di determinati cibi in un certo ordine e ad una certa ora. Il cervello è un organo estremamente abitudinario e reiterativo. Poco a poco, aderisce sempre di più a quelle che sono delle “regole” che inconsciamente stabiliamo quando abbiamo un DCA.
Ecco che l’anoressia diventa la nostra nuova normalità.
Ben presto, tutto si appiattisce. Ci si dimentica com’era quando avevamo più energia. Si tralasciano hobby, interessi, studio, lavoro, perché l'anoressia occupa gran parte della nostra mente e della nostra giornata. Si allontanano gli amici perché non vogliamo che sappiano del nostro DCA. Ci si dimentica di come si faceva a mangiare senza farci problemi prima che l'anoressia esordisse. Ci si dimentica… tutto. Inizialmente, si ricorda ancora com’era la nostra vita in quando l’anoressia non la faceva da padrona. Ma poco a poco, anche questi ricordi s’indeboliscono, e comincia a parerci che in tutta la nostra vita non ci sia mai stato altro che l’anoressia. Si dimentica.
La frase “scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero” mi irrita per varie ragioni, soprattutto perché fa pensare che la strada del ricovero sia una tantum, una scelta che si fa una volta per tutte e poi non ci si pensa più. Come se io oggi scegliessi d’indossare un paio di jeans e una camicia bianca. Faccio questa scelta, indosso questi indumenti, ed è finta qui. Combattere contro l’anoressia non è così semplice. Non è in alcun modo una singola scelta.
Fare colazione. Io mi ricordo quando la mattina mi alzavo da letto e m’intrippavo in pensieri Shakespeariani del tipo “restringere a colazione o non restringere a colazione? Questo è il problema”. E anche quando decidi che, diamine, niente seghe mentali, quella cavolo di colazione la devi proprio fare senza restringere, allora devi decidere se prendere il latte coi biscotti e, nel caso, quali biscotti. Quanti biscotti. E, tra l’altro, quale tipo di latte. Intero? Parzialmente scremato? Scremato? E poi, nient’altro oltre a latte e biscotti? Succo di frutta o no. Qualcos’altro al posto del succo di frutta. Caffè o no (a me il caffè non piace, quindi un problema in meno… almeno questo!). E questo è solo il primo pasto della giornata. E cosa succede quei giorni in cui non si ha proprio per niente voglia di fare colazione? Che si fa, allora? Come si fa ad obbligarsi a mangiare comunque?
Io credo che scegliere la strada del ricovero non è come una lampadina che si accende di punto in bianco. Credo che per scegliere la strada del ricovero sia necessario un supporto medico anche quando non siamo ancora propriamente complianti, e anche quando lo siamo occorre comunque rinnovare questa scelta giorno dopo giorno. Perché è solo così che l’anoressia che è diventata col tempo la nostra normalità, può lasciare il posto al percorrere la strada del ricovero, che col tempo deve diventare la nostra nuova normalità. Più si sceglie la strada del ricovero, più sceglierla risulta essere meno faticoso. Ma per arrivare a questo, occorre imporsi di fare cose che ci danno discomfort, fare comunque cose che non vorremmo fare, cose che allontanano il (fasullo) senso di controllo che ci faceva provare l’anoressia, per lasciarci nell’incertezza di affrontare le sfide della vita senza più ricorrere ad una strategia di coping malata quale è il DCA. Significa che, anche nei momenti in cui non siamo propriamente ancora in grado di percorrere la strada del ricovero perché ancora troppo dentro all’anoressia, c’è bisogno di un supporto nutrizionale e psicoterapeutico che ci fornisca strategie di coping alternative, onde evitare il dilagare dell’ansia che ci riporterebbe immediatamente ad avere una ricaduta. Scegliere di percorrere la strada del ricovero è una scelta che, secondo me, dovremmo rinnovare giorno dopo giorno per tutta la nostra vita. Ma quando il percorrere la strada del ricovero diventa un’abitudine esattamente come lo era diventata l’anoressia, allora non sarà comunque facile e divertente, ma non sarà neanche più così dura come lo è nei primi tempi.
Ovviamente, ho qualche problemuccio con questo modo di vedere la cosa. Non dico che sia una visione sbagliata, ma è quantomeno una visione molto semplicistica e riduttiva. Prima cosa, dà per scontato che una persona che è nel pieno dell’anoressia sia lucidamente e decisamente capace di scegliere di combattervi contro. Seconda cosa, fa sembrare il ricovero come una scelta sciente, un’unica e ben precisa scelta che una persona compie, e quando lo fa allora magicamente guarisce dall’anoressia.
Il problema è che la strada del ricovero non si sceglie lucidamente e scientemente una volta per tutte. Occorre scegliere di percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, ogni mattina quando ci svegliamo e ci apprestiamo ad affrontare un’altra giornata, e bisogna rimarcare a noi stesse questa scelta ogni 5 – 6 volte al giorno. Occorre fare questa scelta anche quando proprio non vorremmo. Non è dunque una singola scelta che si fa una volta per tutte, e non è affatto semplice.
Se ci pensate, la stragrande maggioranza dei protocolli terapeutici per i DCA sono fatti per persone che cercano e vogliono (o, tutt’al più, accettano) seguire un protocollo terapeutico. E, insomma, è relativamente facile fare una psicoterapia e una riabilitazione nutrizionale ad una persona che è consenziente, vuole percorrere la strada del ricovero, e ce la mette tutta per essere aderente alle indicazioni mediche. Ma quando si parla di persone nel pieno dell’anoressia, laddove non è infrequente una spiccata difficoltà a comprendere quanto i propri pensieri e i propri comportamenti siano deviati, è veramente difficile riuscire ad intraprendere un percorso di ricovero, perché i medici non sanno come far fronte ad una paziente che non ha nessun interesse a staccarsi dall’anoressia. Per cui, piuttosto che cercare di elaborare nuove strategie terapeutiche per rendere più compliante una paziente che è ancora molto dentro il DCA, è decisamente più facile, economico e conveniente dire alla paziente che “noi ti potremo aiutare solo e soltanto quando tu sarai pronta a percorrere la strada del ricovero”.
Il problema principale di questa concezione medica – e della sua applicazione alle pazienti che hanno un DCA – è che una delle caratteristiche che più frequentemente s’incontrano nelle persone che hanno un DCA (anoressia in particolare) è che non c’è nessuna voglia d’iniziare un percorso di ricovero. Le motivazioni che rendono le persone affette da DCA estremamente restie ad iniziare un percorso di ricovero sono molteplici, e variano a persona a persona: solo per fare qualche esempio, le difficoltà a staccarsi dall’anoressia possono essere legate al fatto che essa rappresenta un’ottima strategia di coping, che fornisce un’illusoria sensazione di controllo, che la persona non si sente “abbastanza malata” da meritare di ricevere aiuto terapeutico, e così via. Ovviamente sarebbe cosa buona e giusta che ogni persona malata di DCA fosse in grado di prendere una decisione riflessiva e razionale in merito alla necessità di curarsi, ma spesso e volentieri le cose non stanno così.
Così tutti i medici si rintanano nei loro uffici, ed aspettano che la ragazza sia “pronta” a percorrere la strada del ricovero. Il problema è che più a lungo una persona viene lasciata in balìa del DCA, più sarà difficile che essa possa scegliere autonomamente di percorrere la strada del ricovero. Più una persona perde peso, minore è la produzione neurotrasmettitoriale, minore è la lucidità, più è difficile rendersi conto dello stato patologico in cui si verte, e scegliere un percorso di ricovero.
Tra l’altro, tutti i comportamenti tipici del DCA diventano molto rapidamente delle abitudini. Si restringe quando ci si trova davanti un piatto col Cibo X, perché è semplicemente quello che ci abituiamo a fare di fronte al Cibo X. Facciamo sempre lo stesso tipo di attività fisica per lo stesso lasso di tempo e nello stesso momento della giornata, perché è nel nostro programma mentale, che diventa un’abitudine. Mangiamo solo determinate quantità di determinati cibi in un certo ordine e ad una certa ora. Il cervello è un organo estremamente abitudinario e reiterativo. Poco a poco, aderisce sempre di più a quelle che sono delle “regole” che inconsciamente stabiliamo quando abbiamo un DCA.
Ecco che l’anoressia diventa la nostra nuova normalità.
Ben presto, tutto si appiattisce. Ci si dimentica com’era quando avevamo più energia. Si tralasciano hobby, interessi, studio, lavoro, perché l'anoressia occupa gran parte della nostra mente e della nostra giornata. Si allontanano gli amici perché non vogliamo che sappiano del nostro DCA. Ci si dimentica di come si faceva a mangiare senza farci problemi prima che l'anoressia esordisse. Ci si dimentica… tutto. Inizialmente, si ricorda ancora com’era la nostra vita in quando l’anoressia non la faceva da padrona. Ma poco a poco, anche questi ricordi s’indeboliscono, e comincia a parerci che in tutta la nostra vita non ci sia mai stato altro che l’anoressia. Si dimentica.
La frase “scegliere scientemente, razionalmente e lucidamente di percorrere la strada del ricovero” mi irrita per varie ragioni, soprattutto perché fa pensare che la strada del ricovero sia una tantum, una scelta che si fa una volta per tutte e poi non ci si pensa più. Come se io oggi scegliessi d’indossare un paio di jeans e una camicia bianca. Faccio questa scelta, indosso questi indumenti, ed è finta qui. Combattere contro l’anoressia non è così semplice. Non è in alcun modo una singola scelta.
Fare colazione. Io mi ricordo quando la mattina mi alzavo da letto e m’intrippavo in pensieri Shakespeariani del tipo “restringere a colazione o non restringere a colazione? Questo è il problema”. E anche quando decidi che, diamine, niente seghe mentali, quella cavolo di colazione la devi proprio fare senza restringere, allora devi decidere se prendere il latte coi biscotti e, nel caso, quali biscotti. Quanti biscotti. E, tra l’altro, quale tipo di latte. Intero? Parzialmente scremato? Scremato? E poi, nient’altro oltre a latte e biscotti? Succo di frutta o no. Qualcos’altro al posto del succo di frutta. Caffè o no (a me il caffè non piace, quindi un problema in meno… almeno questo!). E questo è solo il primo pasto della giornata. E cosa succede quei giorni in cui non si ha proprio per niente voglia di fare colazione? Che si fa, allora? Come si fa ad obbligarsi a mangiare comunque?
Io credo che scegliere la strada del ricovero non è come una lampadina che si accende di punto in bianco. Credo che per scegliere la strada del ricovero sia necessario un supporto medico anche quando non siamo ancora propriamente complianti, e anche quando lo siamo occorre comunque rinnovare questa scelta giorno dopo giorno. Perché è solo così che l’anoressia che è diventata col tempo la nostra normalità, può lasciare il posto al percorrere la strada del ricovero, che col tempo deve diventare la nostra nuova normalità. Più si sceglie la strada del ricovero, più sceglierla risulta essere meno faticoso. Ma per arrivare a questo, occorre imporsi di fare cose che ci danno discomfort, fare comunque cose che non vorremmo fare, cose che allontanano il (fasullo) senso di controllo che ci faceva provare l’anoressia, per lasciarci nell’incertezza di affrontare le sfide della vita senza più ricorrere ad una strategia di coping malata quale è il DCA. Significa che, anche nei momenti in cui non siamo propriamente ancora in grado di percorrere la strada del ricovero perché ancora troppo dentro all’anoressia, c’è bisogno di un supporto nutrizionale e psicoterapeutico che ci fornisca strategie di coping alternative, onde evitare il dilagare dell’ansia che ci riporterebbe immediatamente ad avere una ricaduta. Scegliere di percorrere la strada del ricovero è una scelta che, secondo me, dovremmo rinnovare giorno dopo giorno per tutta la nostra vita. Ma quando il percorrere la strada del ricovero diventa un’abitudine esattamente come lo era diventata l’anoressia, allora non sarà comunque facile e divertente, ma non sarà neanche più così dura come lo è nei primi tempi.
venerdì 31 maggio 2013
Quando gli amici non capiscono il tuo DCA
I rapporti con gli amici sono così carichi di emozioni, che spesso rendono impossibile il riuscire a vedere la persona che si ha di fronte in maniera del tutto oggettiva. E, come molte di noi ben sanno, spesso l’anoressia intorbida ancora di più le acqua dell’amicizia.
C’è una bella differenza tra il rimanere a guardare qualcuno che si auto-distrugge, e il provare a supportare una persona che decide di percorrere la strada del ricovero. Il fatto è che è molto difficile per un sacco di gente comprendere un DCA o la lotta contro di esso, per il semplice fatto che non l’hanno provato sulla propria pelle, e quindi non riescono a percepire fino in fondo le mille e poi mille sfumature correlate a queste malattie. È per questo che, in certi casi, capita che gli amici diano una sorta di ultimatum: o ci decidiamo a stare meglio, preservando così l’amicizia, o continuiamo a stare male, e gli amici se ne andranno per la loro strada. Non perché siano persone cattive o perché non ci vogliano bene, ma per il semplice fatto che si trovano posti di fronte ad una situazione che non conoscono, e quindi ad una situazione difficile da gestire, che li fa sentire incapaci di rimanere nel rapporto.
È impossibile far capire ad un amico cosa significhi veramente avere un DCA, perchè si capiace solo quello che si è provato sulla propria pelle, per il resto si può solo provare ad empatizzare; quindi tutto quello che possiamo fare è cercare di spiegarglielo come meglio riusciamo (se proprio dobbiamo), e sperare che la persona che abbiamo di fronte sia abbastanza empatica da comprendere, e sufficientemente supportiva da poterci stare vicino e darci una mano. Molto spesso è l’anoressia stessa che ci spinge ad allontanare tutti gli amici che avevamo, perciò, prima di assecondarla, e prima di guardare agli amici che non capiscono il DCA come a persone che non ci vengono incontro e che quindi non s’interessano di noi, sarebbe opportuno cercare di metterci nei loro panni: non si allontanano perché non ci vogliono bene o perché non vogliono che abbiamo un DCA, ma perché siamo noi stesse a mettere dei paletti, a erigere dei muri, ad essere scostanti nei loro confronti, a trasmettergli la sensazione che non li vogliamo vicini e che l’anoressia la farà da padrona in eterno. Questo è frustrante per chiunque, anche per gli amici che ci vogliono più bene. Inoltre, anche loro ci stanno male se vedono che noi stiamo male, e poiché, come si suol dire, “non guardare e non soffrirai”, per loro può essere emotivamente più facile prendere le distanze. È un loro diritto.
Questo, ovviamente, non significa giustificare gli amici in tutto quello che fanno: può capitare che gli amici abbiano aspettative non realistiche sul nostro percorso di ricovero proprio perché non conoscono adeguatamente l’anoressia, e che se noi non siamo aderenti si allontanino perché non sono più in grado di gestire la situazione. Questo può far star male, ma ciò non significa necessariamente che voi abbiate fatto qualcosa di sbagliato, né che non vi state impegnando abbastanza nel vostro percorso di ricovero.
Un amico non può chiedervi di promettergli che non avrete più comportamenti alimentari erronei, e che non permetterete più alla malattia di avere la meglio su di voi. È vero, molti aspetti della strada del ricovero sono sotto il vostro controllo, ma non tutte le cose della vita lo sono. Nessuna può fare promesse così grosse, anche perché l’amicizia non può essere basata su obiettivi da raggiungere.
Ad ogni modo, se un amico decide di voltarvi le spalle mentre voi siete alle prese con un DCA, è un suo diritto. Non tutti sono in grado di gestire la difficile relazione d’amicizia che si viene a creare con una persona che ha un DCA. Non è colpa loro. Ma non è neanche interamente colpa vostra.
Provate ad immaginare questo. Ci sono un ragazzo ed una ragazza che sono sposati da alcuni anni, stanno bene insieme, e non hanno particolari problemi. Ad un certo punto, a poco a poco la ragazza diventa tossicodipendente, e per il ragazzo diventa difficile gestire la situazione. Ad ogni modo, continua a volerle bene e a supportarla nel suo tentativo di fare a meno della droga giorno dopo giorno. Lei magari chiede aiuto ad un Se.R.T., e lui continua a volerle bene e a starle vicino. Forse le cose le vanno bene per un po’, poi ha una ricaduta. Questo diventa ancora più difficile da gestire, per il ragazzo. La cosa si ripercuote anche nella sua vita. Magari la ragazza vuole fare davvero a meno della droga e continua a cercare di combattere, tenta nuovamente d’intraprendere la strada del ricovero, le cose migliorano un’altra volta, ma ha anche le sue giornate-NO. Ogni tanto ha delle ricadute. Si rialza, e poi ricade. Ogni singola ricaduta è sempre più difficile da gestire per il suo ragazzo. Alla fine, dopo anni in cui si trascina questa situazione di alti e bassi, anche se il ragazzo sa che la ragazza sta continuando a cercare di lasciarsi alle spalle la sua tossicodipendenza, non ce la fa più a tenere duro, a resistere. Così vuole che la ragazza gli prometta di non assumere droga nuovamente, o lui se ne andrà una volta per tutte. Lei non riesce a fare questa promessa, perché è terrorizzata dall’idea di poterla infrangere. Tutto quello che può fare è provare a fare del suo meglio giorno dopo giorno e a chiedergli di supportarla ancora. Ma lui non riesce più a stare nella situazione, perché ha anche la sua vita da vivere e non riesce più a gestire i suoi sentimenti, così decide di lasciarla.
Nessuna delle due persone, in questa situazione, è colpevole. Una ha un serio problema, che tenta costantemente di combattere. L’altro può dare affetto e supporto, ma solo fino ad un certo punto, perché poi deve anche pensare a preservare se stesso e la sua vita. La ragazza ha tutto il diritto di dire che tutto ciò che può fare è cercare di fare del suo meglio per percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, perché non vuole più essere schiava della tossicodipendenza. Il ragazzo ha tutto il diritto di dire che non riesce più a reggere una situazione così difficile, e non ce la fa a starle dietro perché ne va della sua qualità della vita. È un bivio.
Rapportate questa storiella alla vostra relazione con i vostri amici ed amiche. I ruoli sono essenzialmente gli stessi. Arriva un momento in cui l’anoressia porta inevitabilmente un’amicizia alla chiusura. Forse l’amico che oggi vi sbatte la porta in faccia, un domani vedrà i vostri cambiamenti, i vostri progressi, il vostro impegno, e capirà che tutto quello che potete fare è combattere un giorno alla volta, e deciderà di rientrare nella vostra vita. Forse deciderà di staccare per un po’, di prendere le distanze per un po’, per poter tornare da voi con rinnovata speranza, aspettative più ragionevoli, e consapevolezza della necessità di supportarvi nonostante la scostanza che produce l’anoressia.
Combattere contro l’anoressia e, allo stesso tempo, mantenere un’amicizia è un duro lavoro. L’amicizia richiede tempo, emozioni, dedizione, fiducia e comunicazione. Spesso gli strappi che si vengono a creare tra chi ha un DCA e i suoi amici non dipendono dal fatto che una ha un DCA e l’altro no, ma perché entrambi si vogliono bene, ed è difficile gestire l’affetto quando c’è l’anoressia di mezzo.
Ci sono passata, perciò so quanto sia brutto perdere degli amici a causa dell’anoressia, anche perché percorrere la strada del ricovero è già abbastanza difficile anche senza perdere un amico durante il percorso, ma tutto quello che si può fare è prendere ogni giorno come viene, e lavorarci su. In ogni caso, qualsiasi cosa succeda, sappiate che fintanto che sceglierete ogni giorno la strada del ricovero, starete facendo la cosa più importante. Quello che gli amici fanno e pensano, esce dalla sfera delle cose che è possibile controllare. Potete certamente provare a parlare con loro, se sono persone a cui davvero tenete, e provare a spiegare cosa significhi avere un DCA e cosa comporti ma, alla fine, la persona che avrete di fronte farà comunque la sua scelta. Ma percorrere la strada del ricovero da sole è ancora più difficile, perciò… quale che sia la sua scelta, mettetecela tutta per cercare di avere un futuro insieme… perché io davvero credo che l’amicizia (oltre la salute, ovviamente) sia la cosa più bella ed importante della vita.
C’è una bella differenza tra il rimanere a guardare qualcuno che si auto-distrugge, e il provare a supportare una persona che decide di percorrere la strada del ricovero. Il fatto è che è molto difficile per un sacco di gente comprendere un DCA o la lotta contro di esso, per il semplice fatto che non l’hanno provato sulla propria pelle, e quindi non riescono a percepire fino in fondo le mille e poi mille sfumature correlate a queste malattie. È per questo che, in certi casi, capita che gli amici diano una sorta di ultimatum: o ci decidiamo a stare meglio, preservando così l’amicizia, o continuiamo a stare male, e gli amici se ne andranno per la loro strada. Non perché siano persone cattive o perché non ci vogliano bene, ma per il semplice fatto che si trovano posti di fronte ad una situazione che non conoscono, e quindi ad una situazione difficile da gestire, che li fa sentire incapaci di rimanere nel rapporto.
È impossibile far capire ad un amico cosa significhi veramente avere un DCA, perchè si capiace solo quello che si è provato sulla propria pelle, per il resto si può solo provare ad empatizzare; quindi tutto quello che possiamo fare è cercare di spiegarglielo come meglio riusciamo (se proprio dobbiamo), e sperare che la persona che abbiamo di fronte sia abbastanza empatica da comprendere, e sufficientemente supportiva da poterci stare vicino e darci una mano. Molto spesso è l’anoressia stessa che ci spinge ad allontanare tutti gli amici che avevamo, perciò, prima di assecondarla, e prima di guardare agli amici che non capiscono il DCA come a persone che non ci vengono incontro e che quindi non s’interessano di noi, sarebbe opportuno cercare di metterci nei loro panni: non si allontanano perché non ci vogliono bene o perché non vogliono che abbiamo un DCA, ma perché siamo noi stesse a mettere dei paletti, a erigere dei muri, ad essere scostanti nei loro confronti, a trasmettergli la sensazione che non li vogliamo vicini e che l’anoressia la farà da padrona in eterno. Questo è frustrante per chiunque, anche per gli amici che ci vogliono più bene. Inoltre, anche loro ci stanno male se vedono che noi stiamo male, e poiché, come si suol dire, “non guardare e non soffrirai”, per loro può essere emotivamente più facile prendere le distanze. È un loro diritto.
Questo, ovviamente, non significa giustificare gli amici in tutto quello che fanno: può capitare che gli amici abbiano aspettative non realistiche sul nostro percorso di ricovero proprio perché non conoscono adeguatamente l’anoressia, e che se noi non siamo aderenti si allontanino perché non sono più in grado di gestire la situazione. Questo può far star male, ma ciò non significa necessariamente che voi abbiate fatto qualcosa di sbagliato, né che non vi state impegnando abbastanza nel vostro percorso di ricovero.
Un amico non può chiedervi di promettergli che non avrete più comportamenti alimentari erronei, e che non permetterete più alla malattia di avere la meglio su di voi. È vero, molti aspetti della strada del ricovero sono sotto il vostro controllo, ma non tutte le cose della vita lo sono. Nessuna può fare promesse così grosse, anche perché l’amicizia non può essere basata su obiettivi da raggiungere.
Ad ogni modo, se un amico decide di voltarvi le spalle mentre voi siete alle prese con un DCA, è un suo diritto. Non tutti sono in grado di gestire la difficile relazione d’amicizia che si viene a creare con una persona che ha un DCA. Non è colpa loro. Ma non è neanche interamente colpa vostra.
Provate ad immaginare questo. Ci sono un ragazzo ed una ragazza che sono sposati da alcuni anni, stanno bene insieme, e non hanno particolari problemi. Ad un certo punto, a poco a poco la ragazza diventa tossicodipendente, e per il ragazzo diventa difficile gestire la situazione. Ad ogni modo, continua a volerle bene e a supportarla nel suo tentativo di fare a meno della droga giorno dopo giorno. Lei magari chiede aiuto ad un Se.R.T., e lui continua a volerle bene e a starle vicino. Forse le cose le vanno bene per un po’, poi ha una ricaduta. Questo diventa ancora più difficile da gestire, per il ragazzo. La cosa si ripercuote anche nella sua vita. Magari la ragazza vuole fare davvero a meno della droga e continua a cercare di combattere, tenta nuovamente d’intraprendere la strada del ricovero, le cose migliorano un’altra volta, ma ha anche le sue giornate-NO. Ogni tanto ha delle ricadute. Si rialza, e poi ricade. Ogni singola ricaduta è sempre più difficile da gestire per il suo ragazzo. Alla fine, dopo anni in cui si trascina questa situazione di alti e bassi, anche se il ragazzo sa che la ragazza sta continuando a cercare di lasciarsi alle spalle la sua tossicodipendenza, non ce la fa più a tenere duro, a resistere. Così vuole che la ragazza gli prometta di non assumere droga nuovamente, o lui se ne andrà una volta per tutte. Lei non riesce a fare questa promessa, perché è terrorizzata dall’idea di poterla infrangere. Tutto quello che può fare è provare a fare del suo meglio giorno dopo giorno e a chiedergli di supportarla ancora. Ma lui non riesce più a stare nella situazione, perché ha anche la sua vita da vivere e non riesce più a gestire i suoi sentimenti, così decide di lasciarla.
Nessuna delle due persone, in questa situazione, è colpevole. Una ha un serio problema, che tenta costantemente di combattere. L’altro può dare affetto e supporto, ma solo fino ad un certo punto, perché poi deve anche pensare a preservare se stesso e la sua vita. La ragazza ha tutto il diritto di dire che tutto ciò che può fare è cercare di fare del suo meglio per percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, perché non vuole più essere schiava della tossicodipendenza. Il ragazzo ha tutto il diritto di dire che non riesce più a reggere una situazione così difficile, e non ce la fa a starle dietro perché ne va della sua qualità della vita. È un bivio.
Rapportate questa storiella alla vostra relazione con i vostri amici ed amiche. I ruoli sono essenzialmente gli stessi. Arriva un momento in cui l’anoressia porta inevitabilmente un’amicizia alla chiusura. Forse l’amico che oggi vi sbatte la porta in faccia, un domani vedrà i vostri cambiamenti, i vostri progressi, il vostro impegno, e capirà che tutto quello che potete fare è combattere un giorno alla volta, e deciderà di rientrare nella vostra vita. Forse deciderà di staccare per un po’, di prendere le distanze per un po’, per poter tornare da voi con rinnovata speranza, aspettative più ragionevoli, e consapevolezza della necessità di supportarvi nonostante la scostanza che produce l’anoressia.
Combattere contro l’anoressia e, allo stesso tempo, mantenere un’amicizia è un duro lavoro. L’amicizia richiede tempo, emozioni, dedizione, fiducia e comunicazione. Spesso gli strappi che si vengono a creare tra chi ha un DCA e i suoi amici non dipendono dal fatto che una ha un DCA e l’altro no, ma perché entrambi si vogliono bene, ed è difficile gestire l’affetto quando c’è l’anoressia di mezzo.
Ci sono passata, perciò so quanto sia brutto perdere degli amici a causa dell’anoressia, anche perché percorrere la strada del ricovero è già abbastanza difficile anche senza perdere un amico durante il percorso, ma tutto quello che si può fare è prendere ogni giorno come viene, e lavorarci su. In ogni caso, qualsiasi cosa succeda, sappiate che fintanto che sceglierete ogni giorno la strada del ricovero, starete facendo la cosa più importante. Quello che gli amici fanno e pensano, esce dalla sfera delle cose che è possibile controllare. Potete certamente provare a parlare con loro, se sono persone a cui davvero tenete, e provare a spiegare cosa significhi avere un DCA e cosa comporti ma, alla fine, la persona che avrete di fronte farà comunque la sua scelta. Ma percorrere la strada del ricovero da sole è ancora più difficile, perciò… quale che sia la sua scelta, mettetecela tutta per cercare di avere un futuro insieme… perché io davvero credo che l’amicizia (oltre la salute, ovviamente) sia la cosa più bella ed importante della vita.
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venerdì 24 maggio 2013
"Quando tutto il resto fallisce, è colpa della paziente"
Oggi vorrei riportarvi un articolo che ho trovato su Internet, che mi ha lasciata piuttosto perplessa, e decisamente discorde.
Si tratta del risultato di un’inchiesta qui riportata, relativa ai casi di morte in giovani donne affette da anoressia, che fa sì che il medico esaminatore concluda:
In conseguenza di ciò che è successo, Mr Hinchliff afferma: “Lei [la paziente in questione affetta da anoressia - nda] non era mai stata completamente compliante alla terapia di rialimentazione, e questo ha causato ripercussioni negative sulla sua salute fisica, che l’hanno condotta alla morte.”
(mia traduzione)
Perchè, certo, è tutta e solo colpa della paziente se è morta, vero?!
Chi ha steso tali conclusioni non ha pensato che se la paziente non è stata compliante, è perchè non riusciva ad essere compliante. Quando sei sottopeso, malnutrita e con una mentalità che è ancora completamente in balia dell’anoressia, affrontare una cosa ansiogena come un regime alimentare regolare scandito da 5 pasti quotidiani è un qualcosa che più di una persona non sarebbe in grado di tollerare. Nella stragrande maggioranza dei casi, le ragazze affette da un DCA vorrebbero veramente stare meglio, solo che non riescono a tollerare l’ansia che il distaccarsi dall’anoressia comporta inevitabilmente. Il DCA, perciò, continua ad apparire preferibile di fronte dall’ansia innescata dall’idea di dover affrontare la vita senza mettere in atto questa strategia di coping.
Il problema è che purtroppo è ancora molto diffuso, “grazie” anche a quest’informazione a mio avviso scorretta derivante dai mass-media, il preconcetto che recuperare il peso perso significhi “guarire” dall’anoressia. Certamente la riabilitazione nutrizionale è fondamentale per fare passi avanti sulla strada del ricovero, ma il fatto che una paziente abbia recuperato il peso perso non significa che il DCA è svanito dalla sua mente, anzi, tutt’altro. È per questo che poi si hanno le ricadute, tante ricadute, e la gente che guarda dall’esterno pronta a dire che se non c’è compliance terapeutica non è possibile avere un aiuto. Mah.
Nella stragrande maggioranza dei casi, rimanere vincolate a un DCA anche dopo averne scoperti i lati negativi, non è una scelta. È una necessità di coping. Per cui la gente dovrebbe smetterla di aspettarsi che una paziente affetta da un DCA possa essere completamente compliante a seguire un regime alimentare equilibrato in ogni qualsiasi momento. L’abilità dei terapeuti che si relazionano con persone che hanno un DCA, secondo me, dovrebbe stare nella capacità di capire in quale particolare momento del percorso di ricovero si trova la ragazza, ed agire di conseguenza: giusto per fare un esempio, inutile dare una dieta ipercalorica a una ragazza che fino al giorno prima restringeva l’alimentazione da far paura, e pretendere che la segua per filo e per segno (etichettandola poi come “non compliante” se non lo fa). Meglio provvedere a graduali incrementi calorici, affinché la paziente possa abituarsi poco a poco, e non opporre eccessiva resistenza. È solo così che si possono avere pazienti complianti.
Non è – e non deve essere – un lavoro (e men che mai una colpa!) della paziente.
Voi cosa ne pensate?
Si tratta del risultato di un’inchiesta qui riportata, relativa ai casi di morte in giovani donne affette da anoressia, che fa sì che il medico esaminatore concluda:
In conseguenza di ciò che è successo, Mr Hinchliff afferma: “Lei [la paziente in questione affetta da anoressia - nda] non era mai stata completamente compliante alla terapia di rialimentazione, e questo ha causato ripercussioni negative sulla sua salute fisica, che l’hanno condotta alla morte.”
(mia traduzione)
Perchè, certo, è tutta e solo colpa della paziente se è morta, vero?!
Chi ha steso tali conclusioni non ha pensato che se la paziente non è stata compliante, è perchè non riusciva ad essere compliante. Quando sei sottopeso, malnutrita e con una mentalità che è ancora completamente in balia dell’anoressia, affrontare una cosa ansiogena come un regime alimentare regolare scandito da 5 pasti quotidiani è un qualcosa che più di una persona non sarebbe in grado di tollerare. Nella stragrande maggioranza dei casi, le ragazze affette da un DCA vorrebbero veramente stare meglio, solo che non riescono a tollerare l’ansia che il distaccarsi dall’anoressia comporta inevitabilmente. Il DCA, perciò, continua ad apparire preferibile di fronte dall’ansia innescata dall’idea di dover affrontare la vita senza mettere in atto questa strategia di coping.
Il problema è che purtroppo è ancora molto diffuso, “grazie” anche a quest’informazione a mio avviso scorretta derivante dai mass-media, il preconcetto che recuperare il peso perso significhi “guarire” dall’anoressia. Certamente la riabilitazione nutrizionale è fondamentale per fare passi avanti sulla strada del ricovero, ma il fatto che una paziente abbia recuperato il peso perso non significa che il DCA è svanito dalla sua mente, anzi, tutt’altro. È per questo che poi si hanno le ricadute, tante ricadute, e la gente che guarda dall’esterno pronta a dire che se non c’è compliance terapeutica non è possibile avere un aiuto. Mah.
Nella stragrande maggioranza dei casi, rimanere vincolate a un DCA anche dopo averne scoperti i lati negativi, non è una scelta. È una necessità di coping. Per cui la gente dovrebbe smetterla di aspettarsi che una paziente affetta da un DCA possa essere completamente compliante a seguire un regime alimentare equilibrato in ogni qualsiasi momento. L’abilità dei terapeuti che si relazionano con persone che hanno un DCA, secondo me, dovrebbe stare nella capacità di capire in quale particolare momento del percorso di ricovero si trova la ragazza, ed agire di conseguenza: giusto per fare un esempio, inutile dare una dieta ipercalorica a una ragazza che fino al giorno prima restringeva l’alimentazione da far paura, e pretendere che la segua per filo e per segno (etichettandola poi come “non compliante” se non lo fa). Meglio provvedere a graduali incrementi calorici, affinché la paziente possa abituarsi poco a poco, e non opporre eccessiva resistenza. È solo così che si possono avere pazienti complianti.
Non è – e non deve essere – un lavoro (e men che mai una colpa!) della paziente.
Voi cosa ne pensate?
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venerdì 17 maggio 2013
La strategia del derby perpetuo
[Premessa: Questo post, tra il serio (nella prima parte) e il faceto (nella seconda) si propone semplicemente d’ironizzare sulla difficoltà che quotidianamente incontra chi ha un DCA nel tentativo di sfuggire dai pettegolezzi della gente relativi alla propria malattia. Perché per combattere contro l’anoressia c’è bisogno anche di tanta (auto)ironia. Buona lettura, e… spero di riuscire a strapparvi almeno un sorriso.]
“Il cuore dei disturbi alimentari è il silenzio. Rompi il silenzio” – recita uno dei messaggi positivi che ho riportato nella colonnina di destra di questo blog. Sono in accordo con quest’affermazione, perché credo che il non tenersi tutto dentro sia il primo passo per spezzare il circolo vizioso del DCA, che si alimenta anche del nostro silenzio, dando a noi stesse il permesso di cominciare a combattere chiedendo aiuto. Rimanere in silenzio significa infatti cercare di negare a noi stesse per prime che abbiamo un problema, nella puerile auto-convinzione che i panni sporchi si lavino in casa, salvo poi scoprire che le macchie che l’anoressia/la bulimia lasciano nella nostra vita sono un qualcosa che va ben oltre le nostre capacità di operare un auto-sbiancamento. Penso perciò che sia importante, nonché grande atto di coraggio e responsabilità verso noi stesse, il riuscire a tirare fuori il DCA, cominciando così ad impedirgli di fungere da padrone incontrastato dei nostri pensieri.
Tuttavia, ritengo che questa frase debba anche essere opportunamente interpretata: rompere il silenzio, infatti, non deve essere inteso come sinonimo di prendere un megafono ed andare a spiattellare il nostro DCA in pubblica piazza. È ottimo il riuscire a parlarne con dietisti e psicoterapeuti, perché sono persone professionalmente preparate ed in grado di darci una mano in maniera concreta per combattere contro l’anoressia. Va benissimo anche il riuscire a parlarne con familiari e amici veramente fidati, perché credo che comunque un percorso di ricovero affrontato avendo accanto persone supportive possa essere almeno un pochino più facile. Sì, okay, “facile” per modo di dire, credo che sappiamo tutte benissimo quanto sia dura percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, inutile che mi ripeta, però, a parità di lotta da sostenere, magari se ci affianca qualcuno che fa il tifo per noi e che tenta nel suo piccolo di darci una mano quando siamo più in difficoltà, male non fa.
Penso però che sia opportuno non allargare ulteriormente la cerchia. Soprattutto, penso sia importante non diffondere la notizia che abbiamo un DCA tra i nostri colleghi di lavoro/colleghi universitari/compagni di classe/compagne di squadra. Questo non perché il DCA sia un qualcosa di cui dobbiamo vergognarci, ma semplicemente perché, purtroppo, la maggior parte delle persone è estremamente disinformata e tenacemente ancorata ad una montagna di luoghi comuni quando si parla di disturbi alimentari. Per cui, se nel vostro ambiente lavorativo/universitario/scolastico/sportivo viene fuori che avete un DCA, sarete inesorabilmente vittime di un’etichettatura che non vi gioverà affatto. Sarete immediatamente schedate come la “Jessica l’anoressica” della scuola/dell’ufficio, vi sparleranno alle spalle, diventerete “quella matta”, infantile, viziata, a causa di tutti i luoghi comuni che girano sui DCA, e sarà molto difficile recuperare un briciolo di considerazione. Verrete ostracizzate e stigmatizzate. Lo dico sia per esperienza personale, sia per cose che mi sono state raccontate.
Ovviamente immagino che nessuna di voi abbia la benché minima intenzione di raccontare ai quattro venti del proprio DCA, tuttavia a volte la fisicità e i comportamenti che si tengono nei confronti del cibo sono tali per cui chiunque ci sta intorno capisce comunque che abbiamo un problema dell’alimentazione.
Se ripenso a me stessa quando facevo il 1° anno di Università, vedo uno scheletrino che a mensa mangiava a malapena un paio di bocconi di pasta, una sottiletta di carne, una mela e uno yogurt. Scontato che chiunque mi abbia vista in quel periodo abbia capito quale fosse il mio problema.
La gente non è cieca, certe cose sono talmente palesi che anche chi non è esperto in DCA le capisce. Se si è fortunate, le persone che hanno capito tutto si terranno per sé questa consapevolezza, e tireranno avanti facendo finta di niente. Se si è un po’ meno fortunate, le persone che hanno capito tutto si metteranno a starnazzare in giro relativamente al nostro DCA. Arriviamo dunque al punto di questo post: come mettere a tacere i colleghi/i compagni che hanno capito che abbiamo un DCA e sono pronti a diffondere la notizia in mondovisione? Scommetto che molte di voi stanno già rispondendo mentalmente con un qualcosa come: bisogna negare. Negare anche l’evidenza. Negare sempre, tutto e comunque. Okay, basilarmente è corretto. Solo che a volte non basta. Perché le rivelazioni dei nostri colleghi/compagni relativamente al fatto che noi abbiamo un DCA spesso e volentieri ci piombano addosso all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo, per esempio mentre stiamo facendo il riscaldamento con tutta la nostra squadra di [inserire sport] in attesa dell’allenamento, e allora, colte totalmente alla sprovvista, è difficile avere la freddezza di negare tutto come se niente fosse, e molto più probabilmente ci ritroveremo incerte a balbettare qualcosa come: “Ma, no, veramente io… bè, ultimamente mi è capitato qualche volta di mangiare un po’ meno, ma non vuol dire niente, è solo che avevo meno fame del solito… e poi non sono mica dimagrita, forse è la maglietta nera che mi snellisce…”. Mettere in piedi una difesa incerta così equivale al firmare la vostra condanna a morte. La persona che ha lanciato l’esca avrà la certezza che state nascondendo qualcosa, e non ci penserà due volte a diffondere lo scoop di cui è appena venuta a conoscenza.
Come riuscire dunque a gestire situazioni spinose di questo tipo?
A mio avviso, per pararsi il culo in maniera efficace quando qualcuno tira fuori l’alzata d’ingegno relativamente al fatto che noi potremmo avere un DCA, occorre mettere in atto quella tattica comunicativa che può essere definita come “teoria del derby perpetuo” o “strategia delle scimmie urlatrici”. È in effetti un qualcosa che tutte noi conosciamo molto bene, poiché è entrato a far parte del vivere quotidiano, in particolare tra i mass-media (TV in primis).
Vorrei quindi spiegarvi un po’ come funziona. Il meccanismo è semplicissimo: alzare immediatamente il livello dello scontro. Anzi, di fatto si fa ben più di questo: si rende impossibile lo scontro prendendo la realtà e rivoltandola come un calzino, usando toni eccessivi e sbalorditivi allo scopo di lasciare completamente interdetto il vostro interlocutore. È una tattica comunicativa ad oggi decisamente in auge.
Vi faccio un esempio che possa aiutarvi a comprendere meglio il meccanismo.
È l’ora di pranzo e tu, mia cara lettrice, sei seduta ad un tavolo della mensa universitaria/scolastica/lavorativa. “Grazie” al tuo DCA il tuo peso è decisamente molto basso, e tutto quello che hai nel tuo vassoietto è un’insalatina scondita ed uno yogurt magro. È un pasto assolutamente insufficiente rispetto al tuo fabbisogno, e tu lo sai benissimo (chiunque abbia un DCA sa benissimo che mangia in maniera scorretta, così come gli allenatori sanno benissimo quando la loro squadra ha fatto cagare), tuttavia non aggiungi altro al tuo pranzo, perché la voce dell’anoressia che ti rimbomba sempre in testa non te lo permette.
Poniamo che di fronte a te sia seduta la tua compagna/collega Pinca Pallina, che vede il tuo pallore cadaverico, il tuo fisico emaciato, il tuo vassoietto semivuoto, e ti faccia un’osservazione ponderata, diciamo più o meno sulla falsariga di: “Ma hai qualche problema? Ti vedo così deperita, e non mangi mai niente, anche oggi hai preso solo quest’insalata e lo yogurt, mi sembra un po’ pochino. Sono preoccupata, perché qualche tempo fa ho letto un articolo al riguardo, e mi viene da pensare che anche tu possa essere anoressica”. Le altre persone sedute allo stesso tavolo si girano e ti fissano, perché hanno subito captato il potenziale pettegolezzo. A questo punto, tu potresti rispondere in diversi modi – non ultimo, ringraziando Pinca Pallina per il suo interessamento, e cercando di spiegarle che è solo un periodo in cui non hai molto appetito – ma potresti anche risponderle così: “Ma te un mazzetto di cazzi tuoi non te li fai mai, eh?! Che diamine ne sai di anoressia e di articoli che parlano di anoressia, tu, che sei un’illetterata analfabeta, come tutte le terrone, del resto, perciò non mi sembra proprio il caso di accettare illazioni da chi in vita sua ha letto probabilmente soltanto la biografia di Francesco Totti e fa addirittura fatica a leggere la composizione chimica sul fustino del Dash le poche volte che sta seduta sul cesso senza aver vicino una copia di "Top Girl"”. Una risposta di una violenza verbale tale, contiene insulti gratuiti tanto fastidiosi e provocatori che rende impossibile una replica che non sia un’accorata, indignata – o magari persino sconcertata e balbettante – difesa.
Hai costretto Pinca Pallina ad incazzarsi per l’orrenda generalizzazione sui meridionali e, al contempo, la costringi anche a difendersi dall’accusa di leggere soltanto "Top Girl" e i fustini del Dash. Inoltre, se hai la possibilità di amplificare ulteriormente la tua invettiva coinvolgendo le altre persone che sono sedute al vostro stesso tavolo, puoi recitare la parte della vittima (“Pinca Pallina mi sta dando dell’anoressica solo perché lei non è riuscita a seguire la sua dieta!”) inducendo gli altri a schierarsi dalla tua parte, e ottenendo così il risultato desiderato: della tua presunta anoressia non parlerà più nessuno. Ci saranno i pro-Pinca Pallina e quelli che si schiereranno dalla tua parte, gli anti-terroni e i meridionali orgogliosi, e tutto finirebbe in una caciara facendo svanire completamente l’originale motivo del discutere.
Poi, in un secondo momento, puoi anche modificare la tua versione dei fatti. Puoi benissimo ritrattare la tua stupida frase sui meridionali. Ci si mette a posto la coscienza (in realtà no, diciamo che si sistemano eventuali pendenze future), ma intanto l’obiettivo è stato raggiunto. E le smentite, in questo Paese, stanno solitamente in un trafiletto a margine a pagina 25, mentre gli insulti e le diffamazioni occupano 9 colonne in prima.
Il meccanismo è semplice: prendete la realtà, stravolgetela il più possibile, usate toni offensivi e smaccatamente sopra le righe.
Se qualcuno vi dice: “Mi sembri decisamente troppo magra”, tirategli un cazzotto da muratore in faccia all’improvviso. Se la volta successiva, invece di tirargli una cartella nei denti, gli dite soltanto: “Vaffanculo, demente”, quasi quasi vi ringrazierà.
Alzare i toni dello scontro per rendere il confronto e le spiegazioni impossibili.
Funziona.
(La nostra classe politica ne è il più fulgido esempio.)
“Il cuore dei disturbi alimentari è il silenzio. Rompi il silenzio” – recita uno dei messaggi positivi che ho riportato nella colonnina di destra di questo blog. Sono in accordo con quest’affermazione, perché credo che il non tenersi tutto dentro sia il primo passo per spezzare il circolo vizioso del DCA, che si alimenta anche del nostro silenzio, dando a noi stesse il permesso di cominciare a combattere chiedendo aiuto. Rimanere in silenzio significa infatti cercare di negare a noi stesse per prime che abbiamo un problema, nella puerile auto-convinzione che i panni sporchi si lavino in casa, salvo poi scoprire che le macchie che l’anoressia/la bulimia lasciano nella nostra vita sono un qualcosa che va ben oltre le nostre capacità di operare un auto-sbiancamento. Penso perciò che sia importante, nonché grande atto di coraggio e responsabilità verso noi stesse, il riuscire a tirare fuori il DCA, cominciando così ad impedirgli di fungere da padrone incontrastato dei nostri pensieri.
Tuttavia, ritengo che questa frase debba anche essere opportunamente interpretata: rompere il silenzio, infatti, non deve essere inteso come sinonimo di prendere un megafono ed andare a spiattellare il nostro DCA in pubblica piazza. È ottimo il riuscire a parlarne con dietisti e psicoterapeuti, perché sono persone professionalmente preparate ed in grado di darci una mano in maniera concreta per combattere contro l’anoressia. Va benissimo anche il riuscire a parlarne con familiari e amici veramente fidati, perché credo che comunque un percorso di ricovero affrontato avendo accanto persone supportive possa essere almeno un pochino più facile. Sì, okay, “facile” per modo di dire, credo che sappiamo tutte benissimo quanto sia dura percorrere la strada del ricovero giorno dopo giorno, inutile che mi ripeta, però, a parità di lotta da sostenere, magari se ci affianca qualcuno che fa il tifo per noi e che tenta nel suo piccolo di darci una mano quando siamo più in difficoltà, male non fa.
Penso però che sia opportuno non allargare ulteriormente la cerchia. Soprattutto, penso sia importante non diffondere la notizia che abbiamo un DCA tra i nostri colleghi di lavoro/colleghi universitari/compagni di classe/compagne di squadra. Questo non perché il DCA sia un qualcosa di cui dobbiamo vergognarci, ma semplicemente perché, purtroppo, la maggior parte delle persone è estremamente disinformata e tenacemente ancorata ad una montagna di luoghi comuni quando si parla di disturbi alimentari. Per cui, se nel vostro ambiente lavorativo/universitario/scolastico/sportivo viene fuori che avete un DCA, sarete inesorabilmente vittime di un’etichettatura che non vi gioverà affatto. Sarete immediatamente schedate come la “Jessica l’anoressica” della scuola/dell’ufficio, vi sparleranno alle spalle, diventerete “quella matta”, infantile, viziata, a causa di tutti i luoghi comuni che girano sui DCA, e sarà molto difficile recuperare un briciolo di considerazione. Verrete ostracizzate e stigmatizzate. Lo dico sia per esperienza personale, sia per cose che mi sono state raccontate.
Ovviamente immagino che nessuna di voi abbia la benché minima intenzione di raccontare ai quattro venti del proprio DCA, tuttavia a volte la fisicità e i comportamenti che si tengono nei confronti del cibo sono tali per cui chiunque ci sta intorno capisce comunque che abbiamo un problema dell’alimentazione.
Se ripenso a me stessa quando facevo il 1° anno di Università, vedo uno scheletrino che a mensa mangiava a malapena un paio di bocconi di pasta, una sottiletta di carne, una mela e uno yogurt. Scontato che chiunque mi abbia vista in quel periodo abbia capito quale fosse il mio problema.
La gente non è cieca, certe cose sono talmente palesi che anche chi non è esperto in DCA le capisce. Se si è fortunate, le persone che hanno capito tutto si terranno per sé questa consapevolezza, e tireranno avanti facendo finta di niente. Se si è un po’ meno fortunate, le persone che hanno capito tutto si metteranno a starnazzare in giro relativamente al nostro DCA. Arriviamo dunque al punto di questo post: come mettere a tacere i colleghi/i compagni che hanno capito che abbiamo un DCA e sono pronti a diffondere la notizia in mondovisione? Scommetto che molte di voi stanno già rispondendo mentalmente con un qualcosa come: bisogna negare. Negare anche l’evidenza. Negare sempre, tutto e comunque. Okay, basilarmente è corretto. Solo che a volte non basta. Perché le rivelazioni dei nostri colleghi/compagni relativamente al fatto che noi abbiamo un DCA spesso e volentieri ci piombano addosso all’improvviso, quando meno ce l’aspettiamo, per esempio mentre stiamo facendo il riscaldamento con tutta la nostra squadra di [inserire sport] in attesa dell’allenamento, e allora, colte totalmente alla sprovvista, è difficile avere la freddezza di negare tutto come se niente fosse, e molto più probabilmente ci ritroveremo incerte a balbettare qualcosa come: “Ma, no, veramente io… bè, ultimamente mi è capitato qualche volta di mangiare un po’ meno, ma non vuol dire niente, è solo che avevo meno fame del solito… e poi non sono mica dimagrita, forse è la maglietta nera che mi snellisce…”. Mettere in piedi una difesa incerta così equivale al firmare la vostra condanna a morte. La persona che ha lanciato l’esca avrà la certezza che state nascondendo qualcosa, e non ci penserà due volte a diffondere lo scoop di cui è appena venuta a conoscenza.
Come riuscire dunque a gestire situazioni spinose di questo tipo?
A mio avviso, per pararsi il culo in maniera efficace quando qualcuno tira fuori l’alzata d’ingegno relativamente al fatto che noi potremmo avere un DCA, occorre mettere in atto quella tattica comunicativa che può essere definita come “teoria del derby perpetuo” o “strategia delle scimmie urlatrici”. È in effetti un qualcosa che tutte noi conosciamo molto bene, poiché è entrato a far parte del vivere quotidiano, in particolare tra i mass-media (TV in primis).
Vorrei quindi spiegarvi un po’ come funziona. Il meccanismo è semplicissimo: alzare immediatamente il livello dello scontro. Anzi, di fatto si fa ben più di questo: si rende impossibile lo scontro prendendo la realtà e rivoltandola come un calzino, usando toni eccessivi e sbalorditivi allo scopo di lasciare completamente interdetto il vostro interlocutore. È una tattica comunicativa ad oggi decisamente in auge.
Vi faccio un esempio che possa aiutarvi a comprendere meglio il meccanismo.
È l’ora di pranzo e tu, mia cara lettrice, sei seduta ad un tavolo della mensa universitaria/scolastica/lavorativa. “Grazie” al tuo DCA il tuo peso è decisamente molto basso, e tutto quello che hai nel tuo vassoietto è un’insalatina scondita ed uno yogurt magro. È un pasto assolutamente insufficiente rispetto al tuo fabbisogno, e tu lo sai benissimo (chiunque abbia un DCA sa benissimo che mangia in maniera scorretta, così come gli allenatori sanno benissimo quando la loro squadra ha fatto cagare), tuttavia non aggiungi altro al tuo pranzo, perché la voce dell’anoressia che ti rimbomba sempre in testa non te lo permette.
Poniamo che di fronte a te sia seduta la tua compagna/collega Pinca Pallina, che vede il tuo pallore cadaverico, il tuo fisico emaciato, il tuo vassoietto semivuoto, e ti faccia un’osservazione ponderata, diciamo più o meno sulla falsariga di: “Ma hai qualche problema? Ti vedo così deperita, e non mangi mai niente, anche oggi hai preso solo quest’insalata e lo yogurt, mi sembra un po’ pochino. Sono preoccupata, perché qualche tempo fa ho letto un articolo al riguardo, e mi viene da pensare che anche tu possa essere anoressica”. Le altre persone sedute allo stesso tavolo si girano e ti fissano, perché hanno subito captato il potenziale pettegolezzo. A questo punto, tu potresti rispondere in diversi modi – non ultimo, ringraziando Pinca Pallina per il suo interessamento, e cercando di spiegarle che è solo un periodo in cui non hai molto appetito – ma potresti anche risponderle così: “Ma te un mazzetto di cazzi tuoi non te li fai mai, eh?! Che diamine ne sai di anoressia e di articoli che parlano di anoressia, tu, che sei un’illetterata analfabeta, come tutte le terrone, del resto, perciò non mi sembra proprio il caso di accettare illazioni da chi in vita sua ha letto probabilmente soltanto la biografia di Francesco Totti e fa addirittura fatica a leggere la composizione chimica sul fustino del Dash le poche volte che sta seduta sul cesso senza aver vicino una copia di "Top Girl"”. Una risposta di una violenza verbale tale, contiene insulti gratuiti tanto fastidiosi e provocatori che rende impossibile una replica che non sia un’accorata, indignata – o magari persino sconcertata e balbettante – difesa.
Hai costretto Pinca Pallina ad incazzarsi per l’orrenda generalizzazione sui meridionali e, al contempo, la costringi anche a difendersi dall’accusa di leggere soltanto "Top Girl" e i fustini del Dash. Inoltre, se hai la possibilità di amplificare ulteriormente la tua invettiva coinvolgendo le altre persone che sono sedute al vostro stesso tavolo, puoi recitare la parte della vittima (“Pinca Pallina mi sta dando dell’anoressica solo perché lei non è riuscita a seguire la sua dieta!”) inducendo gli altri a schierarsi dalla tua parte, e ottenendo così il risultato desiderato: della tua presunta anoressia non parlerà più nessuno. Ci saranno i pro-Pinca Pallina e quelli che si schiereranno dalla tua parte, gli anti-terroni e i meridionali orgogliosi, e tutto finirebbe in una caciara facendo svanire completamente l’originale motivo del discutere.
Poi, in un secondo momento, puoi anche modificare la tua versione dei fatti. Puoi benissimo ritrattare la tua stupida frase sui meridionali. Ci si mette a posto la coscienza (in realtà no, diciamo che si sistemano eventuali pendenze future), ma intanto l’obiettivo è stato raggiunto. E le smentite, in questo Paese, stanno solitamente in un trafiletto a margine a pagina 25, mentre gli insulti e le diffamazioni occupano 9 colonne in prima.
Il meccanismo è semplice: prendete la realtà, stravolgetela il più possibile, usate toni offensivi e smaccatamente sopra le righe.
Se qualcuno vi dice: “Mi sembri decisamente troppo magra”, tirategli un cazzotto da muratore in faccia all’improvviso. Se la volta successiva, invece di tirargli una cartella nei denti, gli dite soltanto: “Vaffanculo, demente”, quasi quasi vi ringrazierà.
Alzare i toni dello scontro per rendere il confronto e le spiegazioni impossibili.
Funziona.
(La nostra classe politica ne è il più fulgido esempio.)
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venerdì 10 maggio 2013
Il fenomeno "pro Ana" su Twitter
Non faro nomi qui. Non voglio dare soddisfazione. Ma ho letto su Internet un articolo in cui si diceva che una persona del mondo dello spettacolo americano ha aperto su Twitter un account dichiaratamente pro ana. Così sono andata a verificare se quanto riportato da questo articolo fosse vero ed ho scoperto che, purtroppo, lo è.
Insomma, secondo quanto riportato dall’articolo che ho letto, questa persona qualche settimana fa ha cambiato look del suo account di Twitter, e l’ha impostato sulla promozione della cosiddetta “size 0” (che, in italiano, corrisponderebbe alla 36), incoraggiando tutti i suoi followers a non mangiare, saltare i pasti, vomitarli e cercare di dimagrire quanto più possibile. La cosa che mi ha lasciata più allibita è che questa persona crede in quella che chiama “gestione dell’anoressia”. Ma su questo ci tornerò dopo.
Dunque, come dicevo, dopo aver letto l’articolo, sono andata a controllare su Twitter e, sì, effettivamente è tutto proprio come l’articolo lo descrive. Ora, io non ho la più pallida idea se questa persona crede effettivamente a tutte le cazzate che ha scritto, o se lo fa solo per fomentare il gossip (cose tipo “o bene o male, l’importante è che si parli di me, così rimango sulla cresta dell’onda”) e sentirsi al centro dell’attenzione. Non lo so e non è di questo che voglio parlare, anche perché probabilmente è proprio ciò che questa persona vuole – che si parli di lei – quindi mi limito semplicemente ad alcune osservazioni in merito al fatto, e ad esprimere la mia opinione personale.
La cosa che mi lascia più interdetta è che la sua “iniziativa” ha avuto un discreto successo. Quando ho dato un’occhiata per la prima volta al suo disgustoso account di Twitter, questa persona del mondo dello spettacolo statunitense aveva circa 10.000 followers. In meno di una settimana, il numero è pressoché raddoppiato. Io spero che la maggior parte di questi followers siano fake o siano comunque persone che ne sono state attratte semplicemente perché il suo nome è stato uno degli hashtag di maggior trend della scorsa settimana, e quindi si siano chieste: “Chi? Cosa? Perché?” e abbiano volute curiosare e seguire questa bizzarra vicenda. Purtroppo, dando una scorsa rapida ai profili dei followers, è innegabile che molti siano di ragazze giovani e vulnerabili a certi tipi di stimoli, persone che hanno già un DCA che viene senza dubbio alimentato e stimolato dalle thinspiration linkate da questa persona, persone che stanno cercando di combattere contro l’anoressia nelle quali leggere e vedere cose del genere può facilmente innescare una ricaduta. Ma non sono le sole persone malate, naturalmente. La cosa va oltre l’ovvio. Nessuno è soddisfatto al 100% del proprio aspetto fisico, ma questo non significa che svilupperà necessariamente un disturbo alimentare, e certo non sarà un account di Twitter pro ana a determinare il suo ingresso nella malattia. Ma immaginatevi un’adolescente insicura, insoddisfatta sia del proprio aspetto che della propria personalità, sulla quale magari già gravano fattori predisponenti allo sviluppo dell’anoressia… quale pensate possa essere l’effetto su una persona del genere di un tale account?
Giusto per darvi un’idea, ecco il contenuto di alcuni dei tweet pubblicati da questa persona (mia traduzione):
“Non ascoltare quello che ti dicono. Stanno solo cercando di farti ingrassare. Ti vogliono mandare in confusione, non cascarci. Rifiuta il cibo. Così sarai molto più felice.”
“[Nome], ciò che lo rende accettabile per le persone magre a livello globale è chiamare le persone grasse quello che sono: disgustose.”
“Tutte voi ragazze che non indossate ancora una taglia zero dovete tenere un diario alimentare, scrivendoci su tutto quello che mangiate & bevete – rileggetelo tutti i giorni per vedere quanto siete imperfette.”
Okay, mi sembra abbastanza.
Ora, sono consapevole che qualcuno può saltarmi addosso e dirmi che chi ascolta o prende atto di quello che dice è una persona che gioca al suo gioco, che la vede esattamente per come si vuol far vedere, e che quindi gli sto dando corda nel momento in cui scrivo questo post. Se solo fosse così facile da ignorare. Se siete una di quelle persone che non riescono a capire come questa persona potrebbe essere dannosa, piuttosto che commentare dicendo che chiunque si lasci traviare da una persona del genere è debole e stupida, per favore, siatene semplicemente grati.
A prescindere da che questa persona creda o meno in ciò che scrive, quello che fa è stupido, irresponsabile e, soprattutto, potenzialmente pericoloso. Questa persona fa passare l’idea che la taglia zero sia l’unica cosa veramente positiva, e che l’avere una taglia superiore significhi essere grasse e, conseguentemente, inaccettabili. In uno dei suoi tweet afferma che mangiare è un segno di debolezza. Dice che l’anoressia è ciò a cui si dovrebbe puntare – e, tra l’altro, GESTIRLA. Immagino che con il termine “gestire”, questa persona intendesse “controllare”. Okay, lasciate che vi dica che questo è assolutamente l’opposto di ciò che è l’anoressia. Certo, inizialmente la restrizione alimentare trasmette un incredibile senso di controllo… ma, a poco a poco, è l’anoressia che incomincia a controllare spietatamente la vita di chi ne è affetta. L’anoressia non può essere gestita, lei stessa ti porta alla fine fuori controllo, non è un qualcosa di maneggevole, ma un qualcosa che ti porta via tutto quello che prima faceva parte della tua vita… e, in certi casi, anche la vita stessa. Una persona che dice che l’anoressia si può gestire è dunque, a tutti gli effetti, una persona che sta promuovendo un comportamento assolutamente dannoso per la salute e la sopravvivenza.
Comunque, tornando all’articolo che ho letto e che mi ha fatto scoprire questa cosa…
Cos’è successo dopo? Che molti utenti di Twitter, sdegnati per questa cosa, hanno fatto una petizione sul social network stesso, per far sapere agli amministratori cosa stava succedendo. La petizione è stata “firmata” da migliaia di utenti, che hanno rapidamente creato hashtags quali #IsWhatsInsideThatCounts e #CurvesAreSexy. Anche alcune celebrità come Rihanna e Simon Cowell si sono uniti a questo “movimento anti-pro ana su Twitter”. Questo, però, ha creato anche tanto clamore intorno al suo nome, che presumibilmente è ciò che la persona in questione voleva sin dall’inizio – ha vinto il premio “chi-attira-di-più-l’attenzione”, il suo piano del cazzo ha funzionato. Questo l’ha sottolineato anche in alcuni dei suoi tweet. Per questo motivo all’inizio, dopo aver finito di leggere l’articolo, pensavo di non parlarne affatto. Il punto è che adesso, nonostante abbia già destato una massiva attenzione, continua a scrivere i suoi dannosi messaggini. E mi fa rabbia stare qui a leggere e non poter fare niente di concreto, e vedere che nessuno fa niente per fermarla. Certo, so perfettamente che anche questo mio post è fine a se stesso e non cambierà niente. Però non posso stare con le mani in mano, a vedere qualcuno che fa cose dannose consapevolmente, senza dire neanche niente.
Io sono dell’idea che, nella propria quotidianità, ogni singola persona è liberissima di scegliere cosa fare/non fare della propria vita. Se decide di rovinarsela inneggiando ad un’anoressia che desidera solo perché non la conosce, o osannando l’emesi violenta come forma di dimagrimento, sono affari suoi. Non sarà una gran perdita per nessuno, se non per se stessa. Quel che non mi piace, è quando le proprie paturnie vengono gettate in pubblica piazza, alla mercè di chiunque passi di lì. Anche di persone che non sono psicologicamente in grado di rispondere in maniera adeguata a certe sollecitazioni. Perché se una si vuole rovinare la vita di per sé, okay, sono fatti suoi. Ma che eviti di cercare di coinvolgere altre persone nella medesima dannazione, perché questo lo ritengo per lo meno di cattivo gusto (per non usare un’altra parola che inizia per S e finisce per tronzo).
Per cui, ciò che vorrei dire a questa persona del mondo dello spettacolo made in U.S.A. è: Vuoi essere un mostro anoressico, bruciare tutti i tuoi problemi in una fiamma di folle autocontrollo malindirizzato che potenzialmente, nella migliore delle ipotesi, rischia di farti morire, e nella peggiore rischia di farti continuare a vivere per il resto dei tuoi giorni in balìa di un DCA? Se sei così stupida da non capire che quello di cui hai bisogno è uno psicologo, e così ignorante da non capire i principi della nutrizione del corpo umano, e non hai nessuno vicino che possa darti una svegliata allora mi dispiace per te, non posso certo essere io la persona che ti farà cambiare idea, non sarò mica la prima idiota che ci prova… ed evidentemente non funziona. Ma dannati per conto tuo, chiudi questo account disgustoso e evita di impressionare ragazzine a disagio con se stesse, invischiate in chissà quali problemi familiari/scolastici/relazionali, che a 13 - 14 anni finiscono qui e per colpa tua credono di essere grasse e finiscono come te: in questo limbo di disperazione e di ossessione.
Io sono dell’idea che ciascuno debba avere il libero arbitrio sulla propria vita, senza però coinvolgere gli altri nelle proprie scelte.
Infine, avrei qualcosa da dire anche agli admin di Twitter, chiunque essi siano.
Sono consapevole dell’esistenza della libertà di pensiero e di parola, e trovo che sia un diritto di tutti. Ma anche quando questa libertà viene utilizzata per arrecare danno agli altri? E se questo account desse la spinta finale ad una persona che è già sull’orlo dell’abisso dell’anoressia?... E se anziché essere pro ana questo account fosse stato pro-autolesionismo?... O se ci fossero stati scritti consigli per suicidarsi? Avreste comunque evitato di oscurare l’account, in nome della libertà d’espressione? Perché, no, tra l’altro, se non l’aveste notato, incitare le persone a saltare pasti su pasti è una forma di autolesionismo e può, eventualmente, portare alla morte. Permettere a una persona del genere di continuare a scrivere questi tweet non vi sembra un po’ irresponsabile, da parte vostra? Un account del genere è irrispettoso nei confronti delle persone “sovrappeso”, e spinge verso una malattia. È giusto permettere l’esistenza di cose di questo tipo, in nome della cosiddetta “libertà di parola”, pur non potendone negare l’eventuale potenziale nocivo? Posso sembrare eccessiva, lo so. Ma basta un solo account per far sì che ne nascano molti altri sulla falsariga. Perché molto probabilmente la persona in questione non se ne rende conto, ma di anoressia si può morire. Si può morire anche ben prima di essere riuscite a raggiungere un peso da taglia zero, semplicemente perché i nostri corpi non sono progettati per andare avanti senza cibo. Se solo questa persona avesse vissuto un DCA sulla sua pelle, si renderebbe ben conto dell’entità della stronzata che sta facendo… ma dubito fortemente che una persona che fa una cosa del genere abbia la benché minima conoscenza di ciò che è l’anoressia, e men che meno abbia un paio di neuroni dentro quella cosa che c’ha piazzata sopra il collo, ma che probabilmente gli serve solo per controbilanciare il culo.
Voi come la pensate?
P.S.= Per chi ancora mi chiede se io sono su Twitter, sì, ci sono, e mi trovate QUI.
Insomma, secondo quanto riportato dall’articolo che ho letto, questa persona qualche settimana fa ha cambiato look del suo account di Twitter, e l’ha impostato sulla promozione della cosiddetta “size 0” (che, in italiano, corrisponderebbe alla 36), incoraggiando tutti i suoi followers a non mangiare, saltare i pasti, vomitarli e cercare di dimagrire quanto più possibile. La cosa che mi ha lasciata più allibita è che questa persona crede in quella che chiama “gestione dell’anoressia”. Ma su questo ci tornerò dopo.
Dunque, come dicevo, dopo aver letto l’articolo, sono andata a controllare su Twitter e, sì, effettivamente è tutto proprio come l’articolo lo descrive. Ora, io non ho la più pallida idea se questa persona crede effettivamente a tutte le cazzate che ha scritto, o se lo fa solo per fomentare il gossip (cose tipo “o bene o male, l’importante è che si parli di me, così rimango sulla cresta dell’onda”) e sentirsi al centro dell’attenzione. Non lo so e non è di questo che voglio parlare, anche perché probabilmente è proprio ciò che questa persona vuole – che si parli di lei – quindi mi limito semplicemente ad alcune osservazioni in merito al fatto, e ad esprimere la mia opinione personale.
La cosa che mi lascia più interdetta è che la sua “iniziativa” ha avuto un discreto successo. Quando ho dato un’occhiata per la prima volta al suo disgustoso account di Twitter, questa persona del mondo dello spettacolo statunitense aveva circa 10.000 followers. In meno di una settimana, il numero è pressoché raddoppiato. Io spero che la maggior parte di questi followers siano fake o siano comunque persone che ne sono state attratte semplicemente perché il suo nome è stato uno degli hashtag di maggior trend della scorsa settimana, e quindi si siano chieste: “Chi? Cosa? Perché?” e abbiano volute curiosare e seguire questa bizzarra vicenda. Purtroppo, dando una scorsa rapida ai profili dei followers, è innegabile che molti siano di ragazze giovani e vulnerabili a certi tipi di stimoli, persone che hanno già un DCA che viene senza dubbio alimentato e stimolato dalle thinspiration linkate da questa persona, persone che stanno cercando di combattere contro l’anoressia nelle quali leggere e vedere cose del genere può facilmente innescare una ricaduta. Ma non sono le sole persone malate, naturalmente. La cosa va oltre l’ovvio. Nessuno è soddisfatto al 100% del proprio aspetto fisico, ma questo non significa che svilupperà necessariamente un disturbo alimentare, e certo non sarà un account di Twitter pro ana a determinare il suo ingresso nella malattia. Ma immaginatevi un’adolescente insicura, insoddisfatta sia del proprio aspetto che della propria personalità, sulla quale magari già gravano fattori predisponenti allo sviluppo dell’anoressia… quale pensate possa essere l’effetto su una persona del genere di un tale account?
Giusto per darvi un’idea, ecco il contenuto di alcuni dei tweet pubblicati da questa persona (mia traduzione):
“Non ascoltare quello che ti dicono. Stanno solo cercando di farti ingrassare. Ti vogliono mandare in confusione, non cascarci. Rifiuta il cibo. Così sarai molto più felice.”
“[Nome], ciò che lo rende accettabile per le persone magre a livello globale è chiamare le persone grasse quello che sono: disgustose.”
“Tutte voi ragazze che non indossate ancora una taglia zero dovete tenere un diario alimentare, scrivendoci su tutto quello che mangiate & bevete – rileggetelo tutti i giorni per vedere quanto siete imperfette.”
Okay, mi sembra abbastanza.
Ora, sono consapevole che qualcuno può saltarmi addosso e dirmi che chi ascolta o prende atto di quello che dice è una persona che gioca al suo gioco, che la vede esattamente per come si vuol far vedere, e che quindi gli sto dando corda nel momento in cui scrivo questo post. Se solo fosse così facile da ignorare. Se siete una di quelle persone che non riescono a capire come questa persona potrebbe essere dannosa, piuttosto che commentare dicendo che chiunque si lasci traviare da una persona del genere è debole e stupida, per favore, siatene semplicemente grati.
A prescindere da che questa persona creda o meno in ciò che scrive, quello che fa è stupido, irresponsabile e, soprattutto, potenzialmente pericoloso. Questa persona fa passare l’idea che la taglia zero sia l’unica cosa veramente positiva, e che l’avere una taglia superiore significhi essere grasse e, conseguentemente, inaccettabili. In uno dei suoi tweet afferma che mangiare è un segno di debolezza. Dice che l’anoressia è ciò a cui si dovrebbe puntare – e, tra l’altro, GESTIRLA. Immagino che con il termine “gestire”, questa persona intendesse “controllare”. Okay, lasciate che vi dica che questo è assolutamente l’opposto di ciò che è l’anoressia. Certo, inizialmente la restrizione alimentare trasmette un incredibile senso di controllo… ma, a poco a poco, è l’anoressia che incomincia a controllare spietatamente la vita di chi ne è affetta. L’anoressia non può essere gestita, lei stessa ti porta alla fine fuori controllo, non è un qualcosa di maneggevole, ma un qualcosa che ti porta via tutto quello che prima faceva parte della tua vita… e, in certi casi, anche la vita stessa. Una persona che dice che l’anoressia si può gestire è dunque, a tutti gli effetti, una persona che sta promuovendo un comportamento assolutamente dannoso per la salute e la sopravvivenza.
Comunque, tornando all’articolo che ho letto e che mi ha fatto scoprire questa cosa…
Cos’è successo dopo? Che molti utenti di Twitter, sdegnati per questa cosa, hanno fatto una petizione sul social network stesso, per far sapere agli amministratori cosa stava succedendo. La petizione è stata “firmata” da migliaia di utenti, che hanno rapidamente creato hashtags quali #IsWhatsInsideThatCounts e #CurvesAreSexy. Anche alcune celebrità come Rihanna e Simon Cowell si sono uniti a questo “movimento anti-pro ana su Twitter”. Questo, però, ha creato anche tanto clamore intorno al suo nome, che presumibilmente è ciò che la persona in questione voleva sin dall’inizio – ha vinto il premio “chi-attira-di-più-l’attenzione”, il suo piano del cazzo ha funzionato. Questo l’ha sottolineato anche in alcuni dei suoi tweet. Per questo motivo all’inizio, dopo aver finito di leggere l’articolo, pensavo di non parlarne affatto. Il punto è che adesso, nonostante abbia già destato una massiva attenzione, continua a scrivere i suoi dannosi messaggini. E mi fa rabbia stare qui a leggere e non poter fare niente di concreto, e vedere che nessuno fa niente per fermarla. Certo, so perfettamente che anche questo mio post è fine a se stesso e non cambierà niente. Però non posso stare con le mani in mano, a vedere qualcuno che fa cose dannose consapevolmente, senza dire neanche niente.
Io sono dell’idea che, nella propria quotidianità, ogni singola persona è liberissima di scegliere cosa fare/non fare della propria vita. Se decide di rovinarsela inneggiando ad un’anoressia che desidera solo perché non la conosce, o osannando l’emesi violenta come forma di dimagrimento, sono affari suoi. Non sarà una gran perdita per nessuno, se non per se stessa. Quel che non mi piace, è quando le proprie paturnie vengono gettate in pubblica piazza, alla mercè di chiunque passi di lì. Anche di persone che non sono psicologicamente in grado di rispondere in maniera adeguata a certe sollecitazioni. Perché se una si vuole rovinare la vita di per sé, okay, sono fatti suoi. Ma che eviti di cercare di coinvolgere altre persone nella medesima dannazione, perché questo lo ritengo per lo meno di cattivo gusto (per non usare un’altra parola che inizia per S e finisce per tronzo).
Per cui, ciò che vorrei dire a questa persona del mondo dello spettacolo made in U.S.A. è: Vuoi essere un mostro anoressico, bruciare tutti i tuoi problemi in una fiamma di folle autocontrollo malindirizzato che potenzialmente, nella migliore delle ipotesi, rischia di farti morire, e nella peggiore rischia di farti continuare a vivere per il resto dei tuoi giorni in balìa di un DCA? Se sei così stupida da non capire che quello di cui hai bisogno è uno psicologo, e così ignorante da non capire i principi della nutrizione del corpo umano, e non hai nessuno vicino che possa darti una svegliata allora mi dispiace per te, non posso certo essere io la persona che ti farà cambiare idea, non sarò mica la prima idiota che ci prova… ed evidentemente non funziona. Ma dannati per conto tuo, chiudi questo account disgustoso e evita di impressionare ragazzine a disagio con se stesse, invischiate in chissà quali problemi familiari/scolastici/relazionali, che a 13 - 14 anni finiscono qui e per colpa tua credono di essere grasse e finiscono come te: in questo limbo di disperazione e di ossessione.
Io sono dell’idea che ciascuno debba avere il libero arbitrio sulla propria vita, senza però coinvolgere gli altri nelle proprie scelte.
Infine, avrei qualcosa da dire anche agli admin di Twitter, chiunque essi siano.
Sono consapevole dell’esistenza della libertà di pensiero e di parola, e trovo che sia un diritto di tutti. Ma anche quando questa libertà viene utilizzata per arrecare danno agli altri? E se questo account desse la spinta finale ad una persona che è già sull’orlo dell’abisso dell’anoressia?... E se anziché essere pro ana questo account fosse stato pro-autolesionismo?... O se ci fossero stati scritti consigli per suicidarsi? Avreste comunque evitato di oscurare l’account, in nome della libertà d’espressione? Perché, no, tra l’altro, se non l’aveste notato, incitare le persone a saltare pasti su pasti è una forma di autolesionismo e può, eventualmente, portare alla morte. Permettere a una persona del genere di continuare a scrivere questi tweet non vi sembra un po’ irresponsabile, da parte vostra? Un account del genere è irrispettoso nei confronti delle persone “sovrappeso”, e spinge verso una malattia. È giusto permettere l’esistenza di cose di questo tipo, in nome della cosiddetta “libertà di parola”, pur non potendone negare l’eventuale potenziale nocivo? Posso sembrare eccessiva, lo so. Ma basta un solo account per far sì che ne nascano molti altri sulla falsariga. Perché molto probabilmente la persona in questione non se ne rende conto, ma di anoressia si può morire. Si può morire anche ben prima di essere riuscite a raggiungere un peso da taglia zero, semplicemente perché i nostri corpi non sono progettati per andare avanti senza cibo. Se solo questa persona avesse vissuto un DCA sulla sua pelle, si renderebbe ben conto dell’entità della stronzata che sta facendo… ma dubito fortemente che una persona che fa una cosa del genere abbia la benché minima conoscenza di ciò che è l’anoressia, e men che meno abbia un paio di neuroni dentro quella cosa che c’ha piazzata sopra il collo, ma che probabilmente gli serve solo per controbilanciare il culo.
Voi come la pensate?
P.S.= Per chi ancora mi chiede se io sono su Twitter, sì, ci sono, e mi trovate QUI.
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