venerdì 28 novembre 2014
Sentirsi/essere "pronte"
Un post che ho recentemente letto nel blog di una ragazza Americana (che si firma Sarah Ravin) che soffre di DCA mi ha dato molto da pensare.
Questa ragazza infatti scrive:
“[…] Come molte malattie psichiatriche, i disordini alimentari sono spesso caratterizzati da periodi di esacerbazione e periodi di remissione – una generale riacutizzazione e riduzione dei sintomi in maniera ciclica col passare del tempo. La sintomatologia può essere anche completamente regredita in un certo periodo della vita, ma la predisposizione ad adottare comportamenti alimentari erronei rimane per tutta la vita. Lo stress di qualsiasi tipo rappresenta un significativo detonatore per le ricadute del DCA.
Tutte abbiamo dei momenti di particolare stress nella nostra vita. In parte lo stress è inevitabile, talvolta viene dall’esterno, talvolta siamo noi stesse che ci auto-stressiamo. Ovviamente non possiamo predire o controllare alcuni grossi stress della vita, come per esempio lo stress che può comparire a seguito della morte di una persona cara, o in caso di catastrofi naturali, etc. Ma possiamo comunque controllare parte dello stress della nostra vita: possiamo decidere come e quando fare dei cambiamenti nella nostra vita. […]”
(mia traduzione)
Io sono d’accordo con ciò che questa ragazza ha scritto. Ed è un qualcosa che gli altri non sono mai stati capaci di spiegarmi veramente quando ero nel pieno dell’anoressia.
Al termine del mio primo (e decisamente disastroso) ricovero in una clinica specializzata nel trattamento di DCA, quando ero ancora estremamente sottopeso e basilarmente con una mentalità ancora totalmente immersa nella malattia, venni incoraggiata a ritornare immediatamente a frequentare la scuola poiché, a detta degli altri, “mi avrebbe fatto bene ri-immergermi tra i miei coetanei e dedicarmi ai miei impegni scolastici per non rischiare di perdere l’anno”. Dopo circa tre settimane il preside mandò una lettera a casa chiedendo per me accertamenti medici visto che ero svenuta 3 volte a scuola nel giro di 20 giorni. (Abbastanza ironico, no?!)
Insomma, dopo aver comunque perso un anno di scuola, dopo aver fatto un secondo ricovero nello stesso centro, ed aver finalmente recuperato qualche chilo (pur restando comunque molto sottopeso), ritornai di nuovo a scuola, e poiché l’anno scolastico era già iniziato da un pezzo, m’impegnai con le unghie e con i denti per non perdere un secondo anno di scuola. Anziché cercare di consolidare i primi esitanti passi che avevo mosso sulla strada del ricovero, mi sottoposi ad un forte stress a causa della scuola. Stavolta fui più resistente, mesi anziché settimane, ma poi l’anoressia ebbe di nuovo la meglio su di me, ricominciai molto gradualmente a restringere l’alimentazione, e la malattia mi catturò di nuovo.
Ad ogni modo, dall’esterno la maggior parte della gente mi giudicava “pronta”. Il mio peso era un po’ risalito, e riuscivo sempre a conseguire dei discreti voti a scuola. Mi comportavo in maniera normale di fronte agli occhi di tutti, avevo ricominciato a fare karate, ero di nuovo in pista. Per lo più, io stessa pensavo di essere pronta. La pazienza non è la mia dote migliore – non lo è mai stata, temo non lo sarà mai.
Il problema ovviamente stava nel modo in cui io valutavo il mio “essere pronta”. Confrontando come stavo in quel periodo rispetto a come stavo quando ero nel pieno dell’anoressia ed avevo toccato il mio peso più basso in assoluto, sicuramente avevo fatto dei passi avanti. Ma se si misura l’ “essere pronta” rispetto a quanto fossi in quel momento in grado di affrontare la vita quando le cose si scostavano anche solo di poco dall’orinaria routine, la valutazione sarebbe stata ben diversa. Avere recupero e poi stabilità ponderale ed emotiva è importante, certo, su questo non si discute. Ma non si può dire che una persona con un DCA sia “pronta” ad affrontare le sfide della vita valutando soltanto questi due parametri.
La cosa più difficile per me, dato che sono una persona basilarmente orgogliosa, è stata l’imparare a chiedere aiuto nei momenti di difficoltà, nonché il capire che la mia anoressia era in sè un problema, e non la strategia di coping giusta da utilizzare di fronte ad ogni qualsiasi altro problema della mia vita. Ho dovuto prendermi calci su calci nel mio arrogante culetto prima di rendermi finalmente conto che avrei potuto solo fingere di stare meglio per un lasso di tempo più o meno lungo, prima che qualcuno non avesse sgamato le mie balle. Dovevo rischiare di apparire inizialmente un po’ stupida per evitare di sembrare una completa idiota parecchi anni più tardi.
L’altra cosa che mi c’è voluto un sacco di tempo per capire, è stata quanto tempo ci voglia per costruire nuovi pathway neurali e nuove risposte, quanto tempo ci voglia per cominciare ad allontanarsi effettivamente dall’anoressia. L’avevo seriamente sottovalutato. La gente credeva che nel momento in cui riuscivo a mangiare normalmente, allora ero guarita! In realtà, mi ci sono voluti anni ed anni ed anni di severissima auto-imposizione nel consumare quotidianamente l’ “equilibrio alimentare” per acquisire un pochina di flessibilità rispetto alla mia alimentazione. In realtà, sono tuttora molto poco flessibile sia da un punto di vista comportamentale che cognitivo.
Quel che voglio dire è che, fintanto che non succede niente, fintanto che la mia vita è routinaria, me la cavo abbastanza bene. Se non sono particolarmente stressata per un qualche motivo, posso tranquillamente sembrare “normale”, per lo meno ad un’osservazione superficiale. Stress, cambiamenti, e tutte quelle cose incerte di cui la vita è piena, ed ecco che tendo a riscivolare verso la mia strategia di coping preferenziale. Poiché lo stress non era costantemente presente nella mia vita, anche nei periodi in cui ero più legata all’anoressia pensavo che sarei riuscita a gestire tutto. Ma non ci sono poi mai riuscita veramente. Tutte le volte che le cose si facevano più difficili, l’anoressia tornava a fare da padrona nella mia testa, e disconnettere le due cose – stress e anoressia – prima che la seconda avesse di nuovo la meglio su di me, è una cosa che mi ha richiesto anni su anni, ed altri 3 ricoveri. Tuttora devo fare molta attenzione. Sono certamente più brava rispetto a prima, più brava rispetto a quanto non lo sia mai stata finora, ma l’anoressia è ancora lì che mi tenta, e probabilmente ci resterà sempre, in agguato, in attesa che io compia un passo falso.
La morale della storia è: percorrere la strada del ricovero è un incredibile stress. Ma non abbiamo niente da dimostrare a nessuno, e non dobbiamo metterci fretta, bensì prenderci tutto il tempo di cui crediamo di aver bisogno se non ci sentiamo “pronte”. E non preoccuparci di tutto il resto: staccarsi dall’anoressia ora è la priorità. Una volta fatto questo, una volta rotto lo strettissimo legame che ci ancora all’anoressia, l’affrontare tutti gli altri problemi ci sembrerà molto più semplice.
Questa ragazza infatti scrive:
“[…] Come molte malattie psichiatriche, i disordini alimentari sono spesso caratterizzati da periodi di esacerbazione e periodi di remissione – una generale riacutizzazione e riduzione dei sintomi in maniera ciclica col passare del tempo. La sintomatologia può essere anche completamente regredita in un certo periodo della vita, ma la predisposizione ad adottare comportamenti alimentari erronei rimane per tutta la vita. Lo stress di qualsiasi tipo rappresenta un significativo detonatore per le ricadute del DCA.
Tutte abbiamo dei momenti di particolare stress nella nostra vita. In parte lo stress è inevitabile, talvolta viene dall’esterno, talvolta siamo noi stesse che ci auto-stressiamo. Ovviamente non possiamo predire o controllare alcuni grossi stress della vita, come per esempio lo stress che può comparire a seguito della morte di una persona cara, o in caso di catastrofi naturali, etc. Ma possiamo comunque controllare parte dello stress della nostra vita: possiamo decidere come e quando fare dei cambiamenti nella nostra vita. […]”
(mia traduzione)
Io sono d’accordo con ciò che questa ragazza ha scritto. Ed è un qualcosa che gli altri non sono mai stati capaci di spiegarmi veramente quando ero nel pieno dell’anoressia.
Al termine del mio primo (e decisamente disastroso) ricovero in una clinica specializzata nel trattamento di DCA, quando ero ancora estremamente sottopeso e basilarmente con una mentalità ancora totalmente immersa nella malattia, venni incoraggiata a ritornare immediatamente a frequentare la scuola poiché, a detta degli altri, “mi avrebbe fatto bene ri-immergermi tra i miei coetanei e dedicarmi ai miei impegni scolastici per non rischiare di perdere l’anno”. Dopo circa tre settimane il preside mandò una lettera a casa chiedendo per me accertamenti medici visto che ero svenuta 3 volte a scuola nel giro di 20 giorni. (Abbastanza ironico, no?!)
Insomma, dopo aver comunque perso un anno di scuola, dopo aver fatto un secondo ricovero nello stesso centro, ed aver finalmente recuperato qualche chilo (pur restando comunque molto sottopeso), ritornai di nuovo a scuola, e poiché l’anno scolastico era già iniziato da un pezzo, m’impegnai con le unghie e con i denti per non perdere un secondo anno di scuola. Anziché cercare di consolidare i primi esitanti passi che avevo mosso sulla strada del ricovero, mi sottoposi ad un forte stress a causa della scuola. Stavolta fui più resistente, mesi anziché settimane, ma poi l’anoressia ebbe di nuovo la meglio su di me, ricominciai molto gradualmente a restringere l’alimentazione, e la malattia mi catturò di nuovo.
Ad ogni modo, dall’esterno la maggior parte della gente mi giudicava “pronta”. Il mio peso era un po’ risalito, e riuscivo sempre a conseguire dei discreti voti a scuola. Mi comportavo in maniera normale di fronte agli occhi di tutti, avevo ricominciato a fare karate, ero di nuovo in pista. Per lo più, io stessa pensavo di essere pronta. La pazienza non è la mia dote migliore – non lo è mai stata, temo non lo sarà mai.
Il problema ovviamente stava nel modo in cui io valutavo il mio “essere pronta”. Confrontando come stavo in quel periodo rispetto a come stavo quando ero nel pieno dell’anoressia ed avevo toccato il mio peso più basso in assoluto, sicuramente avevo fatto dei passi avanti. Ma se si misura l’ “essere pronta” rispetto a quanto fossi in quel momento in grado di affrontare la vita quando le cose si scostavano anche solo di poco dall’orinaria routine, la valutazione sarebbe stata ben diversa. Avere recupero e poi stabilità ponderale ed emotiva è importante, certo, su questo non si discute. Ma non si può dire che una persona con un DCA sia “pronta” ad affrontare le sfide della vita valutando soltanto questi due parametri.
La cosa più difficile per me, dato che sono una persona basilarmente orgogliosa, è stata l’imparare a chiedere aiuto nei momenti di difficoltà, nonché il capire che la mia anoressia era in sè un problema, e non la strategia di coping giusta da utilizzare di fronte ad ogni qualsiasi altro problema della mia vita. Ho dovuto prendermi calci su calci nel mio arrogante culetto prima di rendermi finalmente conto che avrei potuto solo fingere di stare meglio per un lasso di tempo più o meno lungo, prima che qualcuno non avesse sgamato le mie balle. Dovevo rischiare di apparire inizialmente un po’ stupida per evitare di sembrare una completa idiota parecchi anni più tardi.
L’altra cosa che mi c’è voluto un sacco di tempo per capire, è stata quanto tempo ci voglia per costruire nuovi pathway neurali e nuove risposte, quanto tempo ci voglia per cominciare ad allontanarsi effettivamente dall’anoressia. L’avevo seriamente sottovalutato. La gente credeva che nel momento in cui riuscivo a mangiare normalmente, allora ero guarita! In realtà, mi ci sono voluti anni ed anni ed anni di severissima auto-imposizione nel consumare quotidianamente l’ “equilibrio alimentare” per acquisire un pochina di flessibilità rispetto alla mia alimentazione. In realtà, sono tuttora molto poco flessibile sia da un punto di vista comportamentale che cognitivo.
Quel che voglio dire è che, fintanto che non succede niente, fintanto che la mia vita è routinaria, me la cavo abbastanza bene. Se non sono particolarmente stressata per un qualche motivo, posso tranquillamente sembrare “normale”, per lo meno ad un’osservazione superficiale. Stress, cambiamenti, e tutte quelle cose incerte di cui la vita è piena, ed ecco che tendo a riscivolare verso la mia strategia di coping preferenziale. Poiché lo stress non era costantemente presente nella mia vita, anche nei periodi in cui ero più legata all’anoressia pensavo che sarei riuscita a gestire tutto. Ma non ci sono poi mai riuscita veramente. Tutte le volte che le cose si facevano più difficili, l’anoressia tornava a fare da padrona nella mia testa, e disconnettere le due cose – stress e anoressia – prima che la seconda avesse di nuovo la meglio su di me, è una cosa che mi ha richiesto anni su anni, ed altri 3 ricoveri. Tuttora devo fare molta attenzione. Sono certamente più brava rispetto a prima, più brava rispetto a quanto non lo sia mai stata finora, ma l’anoressia è ancora lì che mi tenta, e probabilmente ci resterà sempre, in agguato, in attesa che io compia un passo falso.
La morale della storia è: percorrere la strada del ricovero è un incredibile stress. Ma non abbiamo niente da dimostrare a nessuno, e non dobbiamo metterci fretta, bensì prenderci tutto il tempo di cui crediamo di aver bisogno se non ci sentiamo “pronte”. E non preoccuparci di tutto il resto: staccarsi dall’anoressia ora è la priorità. Una volta fatto questo, una volta rotto lo strettissimo legame che ci ancora all’anoressia, l’affrontare tutti gli altri problemi ci sembrerà molto più semplice.
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venerdì 21 novembre 2014
Forza e ricovero: L'altra faccia dei messaggi positivi
Non è un segreto che io usi Twitter molto spesso. Tutti i giorni faccio un salto sul mio account, e lascio un tweet. È un po’ come la mia seconda casa virtuale, subito dopo il blog.
Alcuni giorni fa, tuttavia, mi sono imbattuta in questo tweet:
[Traduzione: Avere un DCA non è una dimostrazione di “forza”. È forte chi ha la capacità di superare i propri demoni dopo essere stata malata per tanto tempo.]
Ora, generalmente io sono molto a favore delle frasi positive: io stessa spesso e volentieri le posto su Twitter. Non penso ovviamente che queste frasi possano far “guarire” (e sennò si sarebbe trovata la magica medicina per i DCA, e tante grazie…) nessuno, però penso che possano servire da spunto di riflessione. Se non le si lasciano essere fini a se stesse, ma si agiscono, possono condizionare positivamente il nostro comportamento. Anche perché i nostri neuroni sono coazioni a ripetere, per cui fisiologicamente più ci si concentra su quello che c’è di positivo, più il cervello impara a vedere il positivo. Ma il mio gradire le frasi positive è solo la mia opinione. Ci sono persone a cui
queste frasi positive non piacciono, e va bene ugualmente.
Ci sono parimenti senza dubbio un sacco di persone cui piace Demi Lovato ma, forse per la differenza di età, a me questa ragazza non dice granché, e certo non la prenderei a modello. Per carità, mi sembra una brava ragazza, ha fatto un sacco di cose, e sono felice per lei che abbia ottenuto del successo. Se la conoscessi di persona, probabilmente sarebbe una persona che mi piacerebbe pure.
Tuttavia, il tweet sovramensionato che lei hai scritto non mi piace.
Prima di calamitare tutte le peggiori infamate da parte delle fan di Demi Lovato che leggono questo blog, ci tengo a precisare: sono sicura che l’obiettivo di Demi Lovato quando ha scritto questo tweet fosse quello di essere fonte di ispirazione, ed incoraggiare le persone a combattere per superare la malattia. E non c’è niente di male né di sbagliato in questo.
Il mio storcere il naso di fronte a queste parole prende in considerazione l’altra faccia della medaglia: e se una persona, in un determinato momento della sua vita, non riesce a combattere contro l’anoressia per superarla, vuol dire che è una debole?
Conosco diverse persone che si sono fatte culi come rosoni per combattere contro il proprio DCA, ma che ancora non l’hanno superato e non vivono dunque attualmente una fase di remissione. Talvolta queste persone non sono riuscite a ricevere il supporto terapeutico di cui avrebbero avuto bisogno. Talvolta il percorso terapeutico intrapreso non ha funzionato. I DCA sono malattie estremamente difficili da affrontare e da trattare. No, avere l’anoressia non significa in alcun modo essere forti, così come non significa essere forti l’avere ogni qualsiasi malattia. Significa semmai avere erroneamente scelto una strategia di coping patologica, in un momento della vita in cui la sua erroneità non è stata correttamente percepita. Ma non riuscire a superare un DCA non significa che quella persona non ce la stia comunque mettendo tutta nel combattere. Significa solo che in quel momento non riesce a stare meglio.
Quello che non mi piace del tweet di Demi Lovato, è la sua potenziale estrema negatività se si guarda l’altra faccia della medaglia. Di fronte ad una frase apparentemente positiva di questo tipo, è difficile guardare oltre perché queste parole sembrano così, appunto, positive. Il problema nasce nel momento in cui si prende in considerazione il messaggio subliminale che passa alle persone che stanno ancora combattendo contro l’anoressia e non riescono, sul momento, ad avere la meglio. È come dire ad un paziente malato di diabete che non riesce ad avere un buon controllo della propria glicemia, che non si sta impegnando abbastanza a combattere contro la sua malattia. È sciocco. Le persone che combattono contro un DCA e cominciano a stare meglio, possono comunque avere delle ricadute, e devono ricominciare a combattere per riportarsi in una condizione di remissione… ma questo non ha niente a che vedere con la loro forza interiore. Non dice niente in merito a che tipo di persone siano. Ma dice tutto in merito a cosa possa essere l’anoressia/la bulimia/il binge/il DCAnas.
Il mio timore è che qualcuna che sta ancora combattendo contro la fase più acuta dell’anoressia, e sta ancora male, possa leggere la frase di Demi Lovarto e pensare che, poiché è ancora prigioniera dell’anoressia, allora questo significa che non è forte abbastanza per superarla… il che la farebbe soltanto sentire ancora peggio. Questo, per lo meno, è quello che io percepisco.
Forse la mia può sembrare mera pignoleria, ma penso che ci sia un luogo comune diffuso proprio tra le persone che hanno un DCA: il fatto che, se tenti abbastanza volte, tu, sì, proprio TU, puoi superare l’anoressia. Mi dispiace, ma io non credo sia così. Non è la “quantità” di tentativi che permette di arrivare ad una remissione dell’anoressia. Non è così semplice. Ed ho letto peraltro altri tweet che dicono che guarire completamente dall’anoressia è possibile, se si tenta abbastanza. Di nuovo, non credo che sia possibile, e comunque non credo sia una mera questione di numero di tentativi fatti. Io credo che quel che conta sia la “qualità” dei tentativi fatti.
In ogni caso, ripeto: io sono assolutamente a favore dei messaggi positivi come fonte di auto-aiuto nella lotta quotidiana contro l’anoressia, quindi continuate pure a circondarvi di messaggi di questo tipo… semplicemente, tenete a mente il fatto che superare un DCA arrivando ad una remissione non significa che voi siete forti e che chi invece in questo momento non ci riesce non lo è, perché non è segno di debolezza il continuare a combattere, anzi, io credo che il combattere in sé sia già una vittoria.
Alcuni giorni fa, tuttavia, mi sono imbattuta in questo tweet:
[Traduzione: Avere un DCA non è una dimostrazione di “forza”. È forte chi ha la capacità di superare i propri demoni dopo essere stata malata per tanto tempo.]
Ora, generalmente io sono molto a favore delle frasi positive: io stessa spesso e volentieri le posto su Twitter. Non penso ovviamente che queste frasi possano far “guarire” (e sennò si sarebbe trovata la magica medicina per i DCA, e tante grazie…) nessuno, però penso che possano servire da spunto di riflessione. Se non le si lasciano essere fini a se stesse, ma si agiscono, possono condizionare positivamente il nostro comportamento. Anche perché i nostri neuroni sono coazioni a ripetere, per cui fisiologicamente più ci si concentra su quello che c’è di positivo, più il cervello impara a vedere il positivo. Ma il mio gradire le frasi positive è solo la mia opinione. Ci sono persone a cui
queste frasi positive non piacciono, e va bene ugualmente.
Ci sono parimenti senza dubbio un sacco di persone cui piace Demi Lovato ma, forse per la differenza di età, a me questa ragazza non dice granché, e certo non la prenderei a modello. Per carità, mi sembra una brava ragazza, ha fatto un sacco di cose, e sono felice per lei che abbia ottenuto del successo. Se la conoscessi di persona, probabilmente sarebbe una persona che mi piacerebbe pure.
Tuttavia, il tweet sovramensionato che lei hai scritto non mi piace.
Prima di calamitare tutte le peggiori infamate da parte delle fan di Demi Lovato che leggono questo blog, ci tengo a precisare: sono sicura che l’obiettivo di Demi Lovato quando ha scritto questo tweet fosse quello di essere fonte di ispirazione, ed incoraggiare le persone a combattere per superare la malattia. E non c’è niente di male né di sbagliato in questo.
Il mio storcere il naso di fronte a queste parole prende in considerazione l’altra faccia della medaglia: e se una persona, in un determinato momento della sua vita, non riesce a combattere contro l’anoressia per superarla, vuol dire che è una debole?
Conosco diverse persone che si sono fatte culi come rosoni per combattere contro il proprio DCA, ma che ancora non l’hanno superato e non vivono dunque attualmente una fase di remissione. Talvolta queste persone non sono riuscite a ricevere il supporto terapeutico di cui avrebbero avuto bisogno. Talvolta il percorso terapeutico intrapreso non ha funzionato. I DCA sono malattie estremamente difficili da affrontare e da trattare. No, avere l’anoressia non significa in alcun modo essere forti, così come non significa essere forti l’avere ogni qualsiasi malattia. Significa semmai avere erroneamente scelto una strategia di coping patologica, in un momento della vita in cui la sua erroneità non è stata correttamente percepita. Ma non riuscire a superare un DCA non significa che quella persona non ce la stia comunque mettendo tutta nel combattere. Significa solo che in quel momento non riesce a stare meglio.
Quello che non mi piace del tweet di Demi Lovato, è la sua potenziale estrema negatività se si guarda l’altra faccia della medaglia. Di fronte ad una frase apparentemente positiva di questo tipo, è difficile guardare oltre perché queste parole sembrano così, appunto, positive. Il problema nasce nel momento in cui si prende in considerazione il messaggio subliminale che passa alle persone che stanno ancora combattendo contro l’anoressia e non riescono, sul momento, ad avere la meglio. È come dire ad un paziente malato di diabete che non riesce ad avere un buon controllo della propria glicemia, che non si sta impegnando abbastanza a combattere contro la sua malattia. È sciocco. Le persone che combattono contro un DCA e cominciano a stare meglio, possono comunque avere delle ricadute, e devono ricominciare a combattere per riportarsi in una condizione di remissione… ma questo non ha niente a che vedere con la loro forza interiore. Non dice niente in merito a che tipo di persone siano. Ma dice tutto in merito a cosa possa essere l’anoressia/la bulimia/il binge/il DCAnas.
Il mio timore è che qualcuna che sta ancora combattendo contro la fase più acuta dell’anoressia, e sta ancora male, possa leggere la frase di Demi Lovarto e pensare che, poiché è ancora prigioniera dell’anoressia, allora questo significa che non è forte abbastanza per superarla… il che la farebbe soltanto sentire ancora peggio. Questo, per lo meno, è quello che io percepisco.
Forse la mia può sembrare mera pignoleria, ma penso che ci sia un luogo comune diffuso proprio tra le persone che hanno un DCA: il fatto che, se tenti abbastanza volte, tu, sì, proprio TU, puoi superare l’anoressia. Mi dispiace, ma io non credo sia così. Non è la “quantità” di tentativi che permette di arrivare ad una remissione dell’anoressia. Non è così semplice. Ed ho letto peraltro altri tweet che dicono che guarire completamente dall’anoressia è possibile, se si tenta abbastanza. Di nuovo, non credo che sia possibile, e comunque non credo sia una mera questione di numero di tentativi fatti. Io credo che quel che conta sia la “qualità” dei tentativi fatti.
In ogni caso, ripeto: io sono assolutamente a favore dei messaggi positivi come fonte di auto-aiuto nella lotta quotidiana contro l’anoressia, quindi continuate pure a circondarvi di messaggi di questo tipo… semplicemente, tenete a mente il fatto che superare un DCA arrivando ad una remissione non significa che voi siete forti e che chi invece in questo momento non ci riesce non lo è, perché non è segno di debolezza il continuare a combattere, anzi, io credo che il combattere in sé sia già una vittoria.
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venerdì 14 novembre 2014
R: Cosa si cerca con l'anoressia + varie & eventuali
Il post di oggi prende spunto da un commento che mi ha lasciato ButterflyAnna nel post di Venerdì scorso. Volevo risponderle direttamente nel format dei commenti come generalmente faccio con chiunque scriva su questo blog, ma poi mi sono resa conto che ne sarebbe venuto fuori un mezzo poema, quindi ho deciso di trasformarlo in un post… anche perché tratta la quantomai controversa tematica del peso inteso come parametro di malattia/guarigione dall’anoressia, che è inevitabilmente oggetto di innumerevoli discussioni, per cui colgo la palla al balzo per dire la mia e condividere con voi la mia esperienza.
Nel suo commento, ButterflyAnna scrive: “sfido chiunque di voi a dire che all'inizio di questa malattia non avete pensato che perdere chili su chili e non mangiare fosse la cosa più giusta del mondo […] era solo voler dimagrire e voler restringere a tutti i costi […]Perché il pensiero era quello e i comportamenti erano quelli di una ragazza che voleva diventare sempre più magra a ogni costo […]Poi a quei 36 chili ci sono arrivata e non mi hanno portato felicità solo a quel punto ho capito di essere malata”.
In rigoroso ordine random, partiamo da valle per arrivare a monte.
Io credo che la fisicità non sia un parametro poi così strettamente attendibile per valutare la “malattia”/“guarigione” da un DCA. Anche perché sono dell’idea che ciò che rende una persona affetta da anoressia non è il peso ma i pensieri, cioè il pattern mentale – essendo l’anoressia malattia mentale per psichiatrica definizione. Per cui, come ho già scritto altrove, ritengo che una persona possa essere malata di anoressia anche se pesa 150 Kg, se la sua forma mentis è quella propria dell’anoressia, perché è il quadro mentale che connota l’anoressia, non la fisicità.
È ovvio, e lo capisce anche un bambino, che ci sono certi livelli di sottopeso che per forza non sono compatibili con la salute. Riprendendo l’esperienza raccontata da ButterflyAnna, è palese che una donna che pesa 36 Kg (a meno che non sia alta un metro e un cavolo) non può essere in salute e deve recuperare, su questo credo non ci sia neanche da discutere.
Per il resto, il termine “sottopeso” (come il termine “sovrappeso”, del resto) è molto generico, e pertanto di pressoché impossibile applicazione su vasta scala, data l’estrema soggettività di ognuna di noi. Quello che andrebbe considerato – e che sarebbe in effetti scientificamente corretto considerare, come dimostrano diversi studi recentemente condotti – è il Set-Point di peso corporeo fisiologico, che è un qualcosa di individualizzato per ciascuna di noi, e non risponde propriamente al canonico concetto di “normopeso secondo il B.M.I.” (sebbene sia vero che molte persone hanno un proprio Set-Point che corrisponde ad un valore di B.M.I. compreso nel range del normopeso). Il Set-Point è una sorta di “termostato del peso corporeo” che viene geneticamente determinato, ed è regolato per essere mantenuto intorno ad un punto fisso da complessi meccanismi di feedback (omeostasi). Questi meccanismi di equilibrio tendono a mantenere il valore di peso preimpostato dal Set-Point relativamente costante.
Il peso ovviamente sballa di molto quando, con un DCA, ci alimentiamo in maniera del tutto anomala e pieghiamo l’organismo alterando il metabolismo e dunque perdendo/prendendo peso. Tuttavia, poiché il Set-Point di peso corporeo fisiologico è appunto geneticamente determinato, nel momento in cui si riprende ad alimentarci regolarmente e correttamente, dopo il tempo necessario al metabolismo per riattivarsi e ricominciare a lavorare a regime, il nostro organismo tenderà a riportare il peso ai valori originari.
E questo giusto per chiarire da un punto di vista prettamente medico i discorsi sul sottopeso/sovrappeso.
Per quanto riguarda il concetto di “guarigione”, purtroppo è vero che molte persone che non hanno vissuto un DCA sulla propria pelle si fermano all’esteriorità, che è l’unica cosa che riescono a vedere e quindi a concepire, e pensano che il peso corporeo sia l’unico parametro che possa decretare lo stato di “guarigione” o meno di una persona. Ovviamente chiunque abbia avuto/abbia un DCA credo sappia bene che non è semplicemente così che stanno le cose.
Io penso che si dovrebbe focalizzare un po’ meno l’attenzione sul peso, e concentrarla maggiormente sulla qualità della vita. Quando si parla di “qualità della vita”, infatti, si fa contemporaneamente riferimento sia al campo fisico che a quello psicologico: è indubbio che non si possa avere una buona qualità della vita con un corpo fisicamente non in salute (vuoi per il sottopeso eccessivo in chi è affetta da anoressia, vuoi per i danni prodotti dalle condotte di compensazione in chi è affetta da bulimia, vuoi per le abbuffate in chi soffre di binge, vuoi per l’alimentazione altalenante in chi ha un DCAnas, etc…), e allo stesso tempo è indubbio che non si possa avere una buona qualità della vita con una mentalità pervasa dal DCA... perché tanto più esso è presente nella nostra testa, tanto più si perde in vita sociale, lavoro, studio, sport, e tutte quelle cose che rendono la nostra vita appunto una vita di qualità.
Ergo, secondo me è la qualità della vita che va a valutare quanto una persona sia “guarita” o meno da un DCA, compendiando sia gli aspetti fisici che quelli mentali… ammesso e non concesso che per malattie come i DCA si possa parlare di “guarigione”. Io infatti preferisco il termine “remissione” e sottolineo che, personalmente, non sono “guarita” dall’anoressia nel senso canonico del termine, perché mi capita tuttora di avere talvolta dei pensieri, che però riconosco come malati, e dunque non agisco. So che ci sono, ma li lascio lì, confinati in quell’angolino della mia testa, e non mi condizionano più nè comportamentalmente né mentalmente. È proprio per questo che ormai fortunatamente da diversi anni sto vivendo una remissione della malattia.
Tornando invece a monte, e dunque facendo riferimento alla prima parte del commento di ButterflyAnna, premetto che: quello che sto per scrivere fa parte della mia esperienza personale, ergo non ha alcun valore a carattere generale. Ciò significa che probabilmente alcune di voi si rispecchieranno comunque in ciò che scrivo, ed altre no. In ogni caso, nessuna pretesa di verità assoluta: semplicemente quello che ho vissuto io, e dunque la MIA personale verità, più o meno estendibile agli altri.
Nelle parole di ButterflyAnna, io NON mi ritrovo PER NIENTE.
Se vogliamo considerare il B.M.I. come riferimento, allora è tutta la vita che io sono “sottopeso”. Giusto per dire, se vogliamo considerare il B.M.I. come riferimento, allora tutti i membri della mia famiglia sono “sottopeso” da tutta la vita (eppure nessuno di loro ha un DCA). Sono sempre stata magra (e bassa) credo semplicemente perché, geneticamente, provengo da una famiglia in cui siamo tutti magri (e bassi): se di “sottopeso” vogliamo parlare, è un “sottopeso” del tutto fisiologico, che ci caratterizza tutti quanti. Poi, personalmente, con l’anoressia, ho ovviamente trasceso ogni limite di peso e sono arrivata ad una magrezza assolutamente patologica e del tutto incompatibile con la salute. Tuttavia attualmente, grazie all’aiuto della dietista che tuttora mi segue, ho recuperato il mio Set-Point di peso fisiologico, sto pertanto seguendo un “equilibrio alimentare” mirato proprio al mantenimento di questo peso e naturalmente all’evitamento della riadozione di comportamenti alimentari restrittivi e, salvo i danni permanenti che l’anoressia ha prodotto al mio corpo e che purtroppo mi dovrò portare dietro vita natural durante (mi riferisco a osteopenia e infertilità), sono perfettamente in salute e posso senza alcun problema fare sport, lavorare come istruttrice ed arbitro di karate, lavorare come medico, e se mi avanza un po’ di tempo nelle mie incasinatissime giornate anche prendermi un attimo di pausa per dedicarmi alle cose che mi piacciono come per esempio leggere e disegnare.
Essere perfettamente in salute da un punto di vista prettamente fisico non significa appunto, come dicevo, essere del tutto “guarita” dall’anoressia, perché se così fosse immagino che certi pensieri non mi passerebbero più neanche per l’anticamera del cervello. Ma significa che attualmente ho un corpo in salute e del tutto funzionale che mi permette di vivere a 360°, e che mi ha consentito di tornare ad avere un’ottima qualità della vita.
Io non ho mai avuto dunque il desiderio di essere magra poiché, banalmente, sono sempre stata magra.
Per quanto attiene la mia personale esperienza, il bisogno di controllo è stato il punto focale di tutto il disturbo alimentare. Io volevo avere il controllo assoluto. Su tutto. Su ogni singolo aspetto della mia vita. La cosa è partita da ambiti diversi dall’alimentazione e poi, in un formidabile colpo di coda, anche il versante alimentare è stato tirato dentro questo mio bisogno di programmare – e dunque controllare – ogni singolo secondo delle mie giornate.
Volevo “semplicemente” avere sotto controllo ogni singolo respiro della mia vita, e questo controllo che già mettevo in atto su altre cose, ad un certo punto ha iniziato a passare anche attraverso il canale alimentare. L’obiettivo della mia restrizione, in effetti era proprio questo: elaborare una forma di controllo su quello che mangiavo. Il dimagrimento è stata l’ovvia conseguenza, ma non mi ha mai fatto piacere, anzi, mi metteva a disagio, non avrei voluto (anche perché comprometteva le mie prestazioni sportive, e al tempo facevo agonismo ed ero a buon livello), ma avevo bisogno del controllo, e se “il prezzo da pagare” era quello di perdere chili, allora andava bene tutto, allora accettavo il compromesso, pur di non abbandonare la sensazione di sicurezza e di forza che quel (l’illusorio) controllo mi faceva provare.
Non ho mai avuto, dunque, l’obiettivo di restringere l’alimentazione per dimagrire (difatti non mi sono mai pesata, neanche nella fase più acuta dell’anoressia, proprio perché del peso in sé non me ne poteva fregare di meno, né ho mai contato le calorie o cose del genere), il mio unico pensiero era incentrato sul desiderio di avere il controllo su tutto. Ogni altra cosa era mera conseguenza.
Mai voluto diventare più magra… ma sempre voluto esercitare un controllo sempre più totale.
Salvo poi rendermi conto, ovviamente, che quell’anoressia che credevo di controllare, era proprio ciò che mi controllava in misura spietata.
Nel suo commento, ButterflyAnna scrive: “sfido chiunque di voi a dire che all'inizio di questa malattia non avete pensato che perdere chili su chili e non mangiare fosse la cosa più giusta del mondo […] era solo voler dimagrire e voler restringere a tutti i costi […]Perché il pensiero era quello e i comportamenti erano quelli di una ragazza che voleva diventare sempre più magra a ogni costo […]Poi a quei 36 chili ci sono arrivata e non mi hanno portato felicità solo a quel punto ho capito di essere malata”.
In rigoroso ordine random, partiamo da valle per arrivare a monte.
Io credo che la fisicità non sia un parametro poi così strettamente attendibile per valutare la “malattia”/“guarigione” da un DCA. Anche perché sono dell’idea che ciò che rende una persona affetta da anoressia non è il peso ma i pensieri, cioè il pattern mentale – essendo l’anoressia malattia mentale per psichiatrica definizione. Per cui, come ho già scritto altrove, ritengo che una persona possa essere malata di anoressia anche se pesa 150 Kg, se la sua forma mentis è quella propria dell’anoressia, perché è il quadro mentale che connota l’anoressia, non la fisicità.
È ovvio, e lo capisce anche un bambino, che ci sono certi livelli di sottopeso che per forza non sono compatibili con la salute. Riprendendo l’esperienza raccontata da ButterflyAnna, è palese che una donna che pesa 36 Kg (a meno che non sia alta un metro e un cavolo) non può essere in salute e deve recuperare, su questo credo non ci sia neanche da discutere.
Per il resto, il termine “sottopeso” (come il termine “sovrappeso”, del resto) è molto generico, e pertanto di pressoché impossibile applicazione su vasta scala, data l’estrema soggettività di ognuna di noi. Quello che andrebbe considerato – e che sarebbe in effetti scientificamente corretto considerare, come dimostrano diversi studi recentemente condotti – è il Set-Point di peso corporeo fisiologico, che è un qualcosa di individualizzato per ciascuna di noi, e non risponde propriamente al canonico concetto di “normopeso secondo il B.M.I.” (sebbene sia vero che molte persone hanno un proprio Set-Point che corrisponde ad un valore di B.M.I. compreso nel range del normopeso). Il Set-Point è una sorta di “termostato del peso corporeo” che viene geneticamente determinato, ed è regolato per essere mantenuto intorno ad un punto fisso da complessi meccanismi di feedback (omeostasi). Questi meccanismi di equilibrio tendono a mantenere il valore di peso preimpostato dal Set-Point relativamente costante.
Il peso ovviamente sballa di molto quando, con un DCA, ci alimentiamo in maniera del tutto anomala e pieghiamo l’organismo alterando il metabolismo e dunque perdendo/prendendo peso. Tuttavia, poiché il Set-Point di peso corporeo fisiologico è appunto geneticamente determinato, nel momento in cui si riprende ad alimentarci regolarmente e correttamente, dopo il tempo necessario al metabolismo per riattivarsi e ricominciare a lavorare a regime, il nostro organismo tenderà a riportare il peso ai valori originari.
E questo giusto per chiarire da un punto di vista prettamente medico i discorsi sul sottopeso/sovrappeso.
Per quanto riguarda il concetto di “guarigione”, purtroppo è vero che molte persone che non hanno vissuto un DCA sulla propria pelle si fermano all’esteriorità, che è l’unica cosa che riescono a vedere e quindi a concepire, e pensano che il peso corporeo sia l’unico parametro che possa decretare lo stato di “guarigione” o meno di una persona. Ovviamente chiunque abbia avuto/abbia un DCA credo sappia bene che non è semplicemente così che stanno le cose.
Io penso che si dovrebbe focalizzare un po’ meno l’attenzione sul peso, e concentrarla maggiormente sulla qualità della vita. Quando si parla di “qualità della vita”, infatti, si fa contemporaneamente riferimento sia al campo fisico che a quello psicologico: è indubbio che non si possa avere una buona qualità della vita con un corpo fisicamente non in salute (vuoi per il sottopeso eccessivo in chi è affetta da anoressia, vuoi per i danni prodotti dalle condotte di compensazione in chi è affetta da bulimia, vuoi per le abbuffate in chi soffre di binge, vuoi per l’alimentazione altalenante in chi ha un DCAnas, etc…), e allo stesso tempo è indubbio che non si possa avere una buona qualità della vita con una mentalità pervasa dal DCA... perché tanto più esso è presente nella nostra testa, tanto più si perde in vita sociale, lavoro, studio, sport, e tutte quelle cose che rendono la nostra vita appunto una vita di qualità.
Ergo, secondo me è la qualità della vita che va a valutare quanto una persona sia “guarita” o meno da un DCA, compendiando sia gli aspetti fisici che quelli mentali… ammesso e non concesso che per malattie come i DCA si possa parlare di “guarigione”. Io infatti preferisco il termine “remissione” e sottolineo che, personalmente, non sono “guarita” dall’anoressia nel senso canonico del termine, perché mi capita tuttora di avere talvolta dei pensieri, che però riconosco come malati, e dunque non agisco. So che ci sono, ma li lascio lì, confinati in quell’angolino della mia testa, e non mi condizionano più nè comportamentalmente né mentalmente. È proprio per questo che ormai fortunatamente da diversi anni sto vivendo una remissione della malattia.
Tornando invece a monte, e dunque facendo riferimento alla prima parte del commento di ButterflyAnna, premetto che: quello che sto per scrivere fa parte della mia esperienza personale, ergo non ha alcun valore a carattere generale. Ciò significa che probabilmente alcune di voi si rispecchieranno comunque in ciò che scrivo, ed altre no. In ogni caso, nessuna pretesa di verità assoluta: semplicemente quello che ho vissuto io, e dunque la MIA personale verità, più o meno estendibile agli altri.
Nelle parole di ButterflyAnna, io NON mi ritrovo PER NIENTE
Se vogliamo considerare il B.M.I. come riferimento, allora è tutta la vita che io sono “sottopeso”. Giusto per dire, se vogliamo considerare il B.M.I. come riferimento, allora tutti i membri della mia famiglia sono “sottopeso” da tutta la vita (eppure nessuno di loro ha un DCA). Sono sempre stata magra (e bassa) credo semplicemente perché, geneticamente, provengo da una famiglia in cui siamo tutti magri (e bassi): se di “sottopeso” vogliamo parlare, è un “sottopeso” del tutto fisiologico, che ci caratterizza tutti quanti. Poi, personalmente, con l’anoressia, ho ovviamente trasceso ogni limite di peso e sono arrivata ad una magrezza assolutamente patologica e del tutto incompatibile con la salute. Tuttavia attualmente, grazie all’aiuto della dietista che tuttora mi segue, ho recuperato il mio Set-Point di peso fisiologico, sto pertanto seguendo un “equilibrio alimentare” mirato proprio al mantenimento di questo peso e naturalmente all’evitamento della riadozione di comportamenti alimentari restrittivi e, salvo i danni permanenti che l’anoressia ha prodotto al mio corpo e che purtroppo mi dovrò portare dietro vita natural durante (mi riferisco a osteopenia e infertilità), sono perfettamente in salute e posso senza alcun problema fare sport, lavorare come istruttrice ed arbitro di karate, lavorare come medico, e se mi avanza un po’ di tempo nelle mie incasinatissime giornate anche prendermi un attimo di pausa per dedicarmi alle cose che mi piacciono come per esempio leggere e disegnare.
Essere perfettamente in salute da un punto di vista prettamente fisico non significa appunto, come dicevo, essere del tutto “guarita” dall’anoressia, perché se così fosse immagino che certi pensieri non mi passerebbero più neanche per l’anticamera del cervello. Ma significa che attualmente ho un corpo in salute e del tutto funzionale che mi permette di vivere a 360°, e che mi ha consentito di tornare ad avere un’ottima qualità della vita.
Io non ho mai avuto dunque il desiderio di essere magra poiché, banalmente, sono sempre stata magra.
Per quanto attiene la mia personale esperienza, il bisogno di controllo è stato il punto focale di tutto il disturbo alimentare. Io volevo avere il controllo assoluto. Su tutto. Su ogni singolo aspetto della mia vita. La cosa è partita da ambiti diversi dall’alimentazione e poi, in un formidabile colpo di coda, anche il versante alimentare è stato tirato dentro questo mio bisogno di programmare – e dunque controllare – ogni singolo secondo delle mie giornate.
Volevo “semplicemente” avere sotto controllo ogni singolo respiro della mia vita, e questo controllo che già mettevo in atto su altre cose, ad un certo punto ha iniziato a passare anche attraverso il canale alimentare. L’obiettivo della mia restrizione, in effetti era proprio questo: elaborare una forma di controllo su quello che mangiavo. Il dimagrimento è stata l’ovvia conseguenza, ma non mi ha mai fatto piacere, anzi, mi metteva a disagio, non avrei voluto (anche perché comprometteva le mie prestazioni sportive, e al tempo facevo agonismo ed ero a buon livello), ma avevo bisogno del controllo, e se “il prezzo da pagare” era quello di perdere chili, allora andava bene tutto, allora accettavo il compromesso, pur di non abbandonare la sensazione di sicurezza e di forza che quel (l’illusorio) controllo mi faceva provare.
Non ho mai avuto, dunque, l’obiettivo di restringere l’alimentazione per dimagrire (difatti non mi sono mai pesata, neanche nella fase più acuta dell’anoressia, proprio perché del peso in sé non me ne poteva fregare di meno, né ho mai contato le calorie o cose del genere), il mio unico pensiero era incentrato sul desiderio di avere il controllo su tutto. Ogni altra cosa era mera conseguenza.
Mai voluto diventare più magra… ma sempre voluto esercitare un controllo sempre più totale.
Salvo poi rendermi conto, ovviamente, che quell’anoressia che credevo di controllare, era proprio ciò che mi controllava in misura spietata.
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venerdì 7 novembre 2014
Lettera aperta per le "Pro Ana/Mia"
Mie care ragazze che vi auto-definite storpiando il nome di malattie letali delle quali parodicamente imitate comportamenti puramente esteriori,
può la perdita di peso risolvere problemi? Certo, può risolvere alcuni problemi molto specifici (vedi per esempio Diabete Mellito II o ipertensione arteriosa giovanile) in alcuni casi particolari. Ma il pesare di meno non vi renderà necessariamente più belle, più intelligenti, più simpatiche, più spigliate, più sicure di voi stesse o più brillanti nelle relazioni interpersonali. Non vi renderà più apprezzate nel lavoro/nello studio, o più attraenti agli occhi del ragazzo che vi piace (sfido qualsiasi uomo a dire che, per esempio, Isabelle Caro era sexy). Inoltre, se la perdita di peso avviene sulla base di un fai-da-te, senza essere seguite da uno specialista, non vi renderà neanche più toniche, e peggiorerà significativamente la vostra salute.
Vi spiego una cosa che voi che anelate l’anoressia solo perché non avete la più pallida idea di quanto devasti la vita certo non potete sapere: l’anoressia non c’entra una pippa col voler dimagrire. Il dimagrimento è la mera conseguenza di una malattia mentale che ha tutt’altra natura. L’anoressia è solo una strategia di coping che viene messa in atto a fronte di veri e ben più profondi problemi presenti nella vita. L’anoressia è solo la punta di un iceberg che affonda le sue radici in problematiche ben più complesse e molteplici. E, soprattutto, l’anoressia col tempo diventa anche un comodo capro espiatorio che permette di non affrontare la vita. Quando puntiamo il dito contro l’anoressia, ma nonostante tutto vi rimaniamo impantanate, facciamo di una malattia capro espiatorio di tutti i nostri problemi e difficoltà. È come se semplificassimo all’estremo dicendo: l’anoressia mi dà la sensazione di poter controllare tutto, per cui ho bisogno di averla nella mia quotidianità, tuttavia se non riesco a fare tutto quello che vorrei nella vita, è colpa del fatto che ho l’anoressia.
Se non riusciamo a trovare/mantenere un lavoro, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non riusciamo a fare carriera, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non riusciamo a concentrarci nello studio, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non abbiamo amici perché abbiamo allontanato tutti, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se sportivamente rendiamo poco e perdiamo gare su gare, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se ci sentiamo insicure ed inadeguate nelle situazioni sociali, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non siamo sicure di riuscire a combinare qualcosa di buono nella vita, è colpa dell’anoressia, e quando saremo riuscite a mettere l’anoressia da parte ci riusciremo senz’altro, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Avete capito dove sta il gap? È un circolo vizioso, un cane che si morde la coda, una contraddizione in termini… un paradosso. Voi potete anche pensare che il dimagrimento sia la soluzione ai vostri problemi, ma non sarà così. Il non aver perso TOT chili non può essere una scusa per non vivere la vita e non affrontare problemi. Perché è un dato di fatto che, per quanto peso possiate perdere, questo non cambia la persona che siete. Se non avete particolari problemi, state bene con voi stesse, e la vita che state vivendo tutto sommato vi piace, a prescindere dal vostro peso, starete comunque bene.
Ma se non siete soddisfatte della persona che siete, se i problemi vi affogano, se quello che state facendo nella vostra vita non vi piace, la perdita di peso non cambierà niente di tutto ciò. Non vi rinnoverà la vita. Se state di merda continuerete a sentirvi di merda, a prescindere dalla taglia che indosserete. Forse vi illudete che una significativa perdita di peso possa risolvere tutti i vostri problemi, ma in realtà ve ne creerà solo uno ulteriore. Quelle parti della vostra personalità che non vi piacciono, le vostre insicurezze e difficoltà, e quelle problematiche che avete nella vostra quotidianità, rimarranno sempre dove sono, fino a che non vi deciderete ad affrontarle di petto – l’unica cosa che cambierà è che dovrete affrontare quelle stesse problematiche con un corpo malsano e con una mente non lucida, rendendo il tutto significativamente più duro e difficile.
Dunque, le domande che dovete porre a voi stesse sono: quali sono i vostri veri problemi, le cose che non vi piacciono nella vostra vita, e che vorreste cambiare? Cosa vi aspettate che cambi realmente quando avrete soltanto perso peso, senza affrontare nessuna di quelle problematiche? Credete seriamente che perdere peso rappresenti una panacea? Cosa potreste fare per cambiare davvero le cose che volete che cambino nella vostra vita?
Lasciate perdere una malattia che dite di desiderare solo perchè non la conoscete, e il tempo che sprecate su determinati blog impegatelo per affrontare con una psicoterapia le vere problematiche che vi affliggono, perchè di certo qualcosa che nella vostra vita non va c'è, di certo state soffrendo e siete in difficoltà, se arrivate al punto di desiderare un qualcosa di devastante come l'anoressia.
Tutto il mio affetto,
Veggie
può la perdita di peso risolvere problemi? Certo, può risolvere alcuni problemi molto specifici (vedi per esempio Diabete Mellito II o ipertensione arteriosa giovanile) in alcuni casi particolari. Ma il pesare di meno non vi renderà necessariamente più belle, più intelligenti, più simpatiche, più spigliate, più sicure di voi stesse o più brillanti nelle relazioni interpersonali. Non vi renderà più apprezzate nel lavoro/nello studio, o più attraenti agli occhi del ragazzo che vi piace (sfido qualsiasi uomo a dire che, per esempio, Isabelle Caro era sexy). Inoltre, se la perdita di peso avviene sulla base di un fai-da-te, senza essere seguite da uno specialista, non vi renderà neanche più toniche, e peggiorerà significativamente la vostra salute.
Vi spiego una cosa che voi che anelate l’anoressia solo perché non avete la più pallida idea di quanto devasti la vita certo non potete sapere: l’anoressia non c’entra una pippa col voler dimagrire. Il dimagrimento è la mera conseguenza di una malattia mentale che ha tutt’altra natura. L’anoressia è solo una strategia di coping che viene messa in atto a fronte di veri e ben più profondi problemi presenti nella vita. L’anoressia è solo la punta di un iceberg che affonda le sue radici in problematiche ben più complesse e molteplici. E, soprattutto, l’anoressia col tempo diventa anche un comodo capro espiatorio che permette di non affrontare la vita. Quando puntiamo il dito contro l’anoressia, ma nonostante tutto vi rimaniamo impantanate, facciamo di una malattia capro espiatorio di tutti i nostri problemi e difficoltà. È come se semplificassimo all’estremo dicendo: l’anoressia mi dà la sensazione di poter controllare tutto, per cui ho bisogno di averla nella mia quotidianità, tuttavia se non riesco a fare tutto quello che vorrei nella vita, è colpa del fatto che ho l’anoressia.
Se non riusciamo a trovare/mantenere un lavoro, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non riusciamo a fare carriera, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non riusciamo a concentrarci nello studio, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non abbiamo amici perché abbiamo allontanato tutti, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se sportivamente rendiamo poco e perdiamo gare su gare, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se ci sentiamo insicure ed inadeguate nelle situazioni sociali, è colpa dell’anoressia, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Se non siamo sicure di riuscire a combinare qualcosa di buono nella vita, è colpa dell’anoressia, e quando saremo riuscite a mettere l’anoressia da parte ci riusciremo senz’altro, però poiché l’anoressia c’è noi abbiamo il controllo, quindi si rimane in stallo.
Avete capito dove sta il gap? È un circolo vizioso, un cane che si morde la coda, una contraddizione in termini… un paradosso. Voi potete anche pensare che il dimagrimento sia la soluzione ai vostri problemi, ma non sarà così. Il non aver perso TOT chili non può essere una scusa per non vivere la vita e non affrontare problemi. Perché è un dato di fatto che, per quanto peso possiate perdere, questo non cambia la persona che siete. Se non avete particolari problemi, state bene con voi stesse, e la vita che state vivendo tutto sommato vi piace, a prescindere dal vostro peso, starete comunque bene.
Ma se non siete soddisfatte della persona che siete, se i problemi vi affogano, se quello che state facendo nella vostra vita non vi piace, la perdita di peso non cambierà niente di tutto ciò. Non vi rinnoverà la vita. Se state di merda continuerete a sentirvi di merda, a prescindere dalla taglia che indosserete. Forse vi illudete che una significativa perdita di peso possa risolvere tutti i vostri problemi, ma in realtà ve ne creerà solo uno ulteriore. Quelle parti della vostra personalità che non vi piacciono, le vostre insicurezze e difficoltà, e quelle problematiche che avete nella vostra quotidianità, rimarranno sempre dove sono, fino a che non vi deciderete ad affrontarle di petto – l’unica cosa che cambierà è che dovrete affrontare quelle stesse problematiche con un corpo malsano e con una mente non lucida, rendendo il tutto significativamente più duro e difficile.
Dunque, le domande che dovete porre a voi stesse sono: quali sono i vostri veri problemi, le cose che non vi piacciono nella vostra vita, e che vorreste cambiare? Cosa vi aspettate che cambi realmente quando avrete soltanto perso peso, senza affrontare nessuna di quelle problematiche? Credete seriamente che perdere peso rappresenti una panacea? Cosa potreste fare per cambiare davvero le cose che volete che cambino nella vostra vita?
Lasciate perdere una malattia che dite di desiderare solo perchè non la conoscete, e il tempo che sprecate su determinati blog impegatelo per affrontare con una psicoterapia le vere problematiche che vi affliggono, perchè di certo qualcosa che nella vostra vita non va c'è, di certo state soffrendo e siete in difficoltà, se arrivate al punto di desiderare un qualcosa di devastante come l'anoressia.
Tutto il mio affetto,
Veggie
venerdì 31 ottobre 2014
La ricetta della positività
“Essere positivi è un’arte.” (cit.) dice qualcuno. Io invece credo che la positività, un’arma estremamente importante quando si decide di combattere contro l’anoressia, non sia un qualcosa che cade dal cielo, e che viceversa sia necessario imparare ad essere positive.
A volte, guardandosi intorno, può sembrare che ci siano delle persone che sono spontaneamente dei veri e propri artisti della positività, sanno affrontare tutte le sfide con un sorriso, e rendono la loro vita serena, ottimistica, e persino un po’ magica. Sono le persone di cui tutti vorrebbero circondarsi, che emanano una luce che attira gli altri come falene, che rappresentano una fonte di ispirazione. Magari in questo momento avete vicino a voi qualche persona del genere, e gli volete bene, e siete curiose di capire come riescono a vivere la loro vita, e forse talvolta cercate anche di essere come loro.
Bè, io credo che la positività sia un gioco aperto a tutti. Non è riservato ad un ristretto manipolo di persone, anzi, io penso che la tela per l’arte della positività sia rappresentata dal mondo intero, e che dunque chiunque possa fruirne, a maggior ragione se si sta cercando di tenere testa all’anoressia. Per trovare la positività occorre cominciare a cercare dentro di noi, per poi portare quello che troviamo verso l’esterno… e ci accorgeremmo che, in realtà, non è esattamente un gioco da ragazzi. Io credo che la positività sia come una ricetta che contempla:
Un pizzico di elasticità mentale
Una manciata di fiducia in se stesse
Un bel po’ di auto-ironia
Una goccia di accettazione
Un sacco di occhi nuovi con cui guardare le stesse cose
Un cucchiaio di determinazione
Gratitudine q.b.
Quando si segue la ricetta della felicità, si produce una monoporzione: cibo per noi stesse, e solo per noi stesse. Ma se si tiene fede al programma dell’intero pasto, possiamo essere in grado di alimentare anche gli altri.
Splittiamo dunque la ricetta nei suoi singoli ingredienti.
“Un pizzico di elasticità mentale” è il primo ingrediente perché senza di esso finiremmo inevitabilmente per essere giudicanti, o comunque prive di empatia. Anche se l’elasticità mentale può sembrare non correlata alla positività necessaria per combattere l’anoressia, io credo che sia uno dei componenti-chiave. Ritengo sia impossibile avere una visione positiva del mondo e delle persone che ci circondano senza quel pizzico di elasticità mentale. Pensate a chi non ha vissuto un DCA sulla propria pelle: guardandoci potrebbe pensare che siamo solo delle ragazzine superficiali che vogliono dimagrire per fare le modelle. Una visione di questo tipo, rigidamente aggrappata a falsi stereotipi, senza il benché minimo accenno di elasticità mentale, fa sì che le persone saltino a conclusioni affrettate, e che se la prendano con noi senza neanche un briciolo di positività. Possono riversarci addosso miriadi di falsi luoghi comuni sull’anoressia, fare commenti inappropriati, scaricare su di noi la loro frustrazione di fronte a un qualcosa che non capiscono… e di tutto ciò ne risentiamo negativamente anche noi, che accumuliamo rabbia e sentimenti negativi verso chi si comporta così.
Però, metteteci dentro un pizzico di elasticità mentale, e vedrete quando meno influente sarà sul vostro umore l’opinione che la gente ha sui DCA, e i commenti che ricevete. Se vi fermate a mettere in atto l’elasticità mentale necessaria per pensarci, infatti, vi renderete conto che chi dice cose del genere parla per cliché, non ha alcuna esperienza diretta e dunque, in sostanza, non sa cosa sta dicendo. E chi parla per sentito dire, necessariamente è di una superficialità estrema. Per cui, quanto può buttarvi davvero giù il commento di una persona che parla perché ha la bocca, ma non sa niente? E lo stesso vale per la frustrazione altrui. Forse coloro che vi si rivolgono scortesemente e fanno commenti impropri sul vostro DCA stanno vivendo una giornataccia. Magari hanno avuto problemi sul lavoro, o non hanno proprio un lavoro. Magari hanno qualcuno che sta male in famiglia. Magari hanno litigato con un caro amico. Magari hanno perso una competizione sportiva. Magari sono bocciati ad un esame universitario, o hanno preso un brutto voto ad un compito in classe. Queste persone saranno comunque scortesi con voi, e vi faranno dei commenti sgradevoli, ma un pizzico di elasticità mentale cambia VOI, ragazze, non queste persone. Quando c’è l’elasticità mentale di comprendere che dietro ad un luogo comunque che vi viene sbattuto addosso o dietro ad un commento inappropriato c’è superficialità, ignoranza, o problemi personali, si smette di dare tanto peso a determinate parole, e così non si lascia spazio alla negatività che quelle parole potrebbero ingenerare. Rimane la positività. E, se siete fortunate, la vostra positività potrebbe anche trasmettersi alla persona che vi ha giudicate con superficialità.
“Una manciata di fiducia in se stesse” è il secondo ingrediente, perché credere nelle proprie capacità è il modo migliore per trovare il coraggio di iniziare a fare le cose, di iniziare a combattere contro l’anoressia, e di proseguire conseguendo pregevoli risultati. La fiducia in se stesse rende l’impasto più forte, perché non importa se nella vita ci si pongono di fronte delle difficoltà: se abbiamo fiducia in noi stesse, possiamo superarle mantenendo la positività. Pensateci: se la fiducia in sé non esistesse nella ricetta, tutte le difficoltà che inevitabilmente si presentano nel corso della vita finirebbero per sommergerci, e la negatività regnerebbe sovrana.
“Un bel po’ di auto-ironia” è il terzo ingrediente, perché se non riuscite a sorridere di voi stesse la positività non può attecchire. Gli artisti della positività lo sanno: per loro tutto è divertente. Può essere divertente svegliarsi la mattina e pensare alla giornata che stiamo per affrontare, possiamo trovare il lato divertente in tantissime piccole cose, e il divertimento rappresenta una grade sorgente di positività. La capacità di fare auto-ironia non è un qualcosa di superficiale, ma scava molto a fondo dentro di noi. Ci insegna che la vita non è meramente un gioco cui giocare, ma un regalo da assaporare a fondo.
L’auto-ironia è quello che ci fa sorridere anche quando apparentemente non c’è proprio niente di cui sorridere. La vita non è un qualcosa che va tollerato, è un qualcosa di cui va goduto. Non sarà mai tutto rose e fiori, momenti difficili accadranno e non potremo farci niente, ma l’ironia rimarrà sempre lì, pronta a togliere il pungiglione che sta iniettando veleno. Talvolta dobbiamo solo cercarla. L’ironia, il divertimento non sono semplicemente un qualcosa che si apprezza all’esterno, ma stanno anche dentro di noi. Le cose spiacevoli che ci succedono nella vita possono provocarci una di queste 3 reazioni: sconvolgerci lasciandoci impotenti, affogarci nella negatività e nell’autocommiserazione, o cercare il lato ironico della situazione. Solo coloro che hanno la terza reazione scelgono di mantenere una visione positiva, per cui la positività è un’arte che può risollevare anche nei momenti più difficili – risollevare voi stesse in prima battuta, e magari anche qualcun altro. Citando: “Il domani può arrecare dolore, ma non può rubare la tua gioia”. Si tratta di trovare le rose che crescono dal letame, anche quando quel letame sembra solo merda.
“Una goccia di accettazione” è l’ingrediente successivo, e non può essere sostituito. Penso che vada a braccetto con l’auto-ironia, peraltro. Riuscire ad ironizzare su tutto è una gran cosa, in teoria, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E, allora, ecco che arriva l’accettazione a giocare la sua parte. Per poter vivere con positività, occorre accettare il fatto che, a differenza di quanto l’anoressia vorrebbe farci credere, non possiamo controllare i tornadi che si abbattono nella nostra vita. Spesso e volentieri, non possiamo neanche prevenirli. Di conseguenza, non possiamo essere preparate ad affrontarli. Accettare che i momenti difficili esistono significa non focalizzarsi sulla loro negatività e cercare ogni risorsa possibile per superarli ed andare avanti. L’accettazione è quel che aiuta ad attraversare il peggio puntando verso il meglio. L’accettazione può essere molto difficile. È una parola correlata alla pazienza, un altro concetto non molto maneggevole.
Accettazione significa che non dobbiamo rimanere impotenti, impantanate nella negatività di una situazione. Non possiamo cambiare il vento, è vero, ma possiamo dirigere le vele. Non possiamo scegliere cosa ci accade nella cita, ma abbiamo tutta la possibilità di scegliere come reagire a ciò che ci accade nella vita. E questo è parte della positività. Possiamo scegliere di rimanere positive alla faccia delle difficoltà, del dolore, della tristezza, ed è molto difficile il farlo – ma se davvero lo vogliamo, abbiamo tutte le capacità per farlo. E le cose andranno veramente meglio, se siamo in grado di scegliere di reagire, e come farlo.
“Un sacco di occhi nuovi con cui guardare le stesse cose” continua la lista degli ingredienti. Perché la vita non cambia, però possiamo cambiare noi. Fino a che continueremo a guardare le cose sotto l’ottica malata dell’anoressia, avremo in punto di vista del tutto parziale nonché patologico. Ed è perciò estremamente difficile essere positive quando tutta la nostra vita è condizionata da una malattia. Però, se anche le cose non cambiano, noi possiamo scegliere il punto di vista da cui guardarle, ed influenzare così la visione che abbiamo di esse. Si tratta di imparare a guardare ambo le facce di una stessa medaglia, in maniera tale da potersi focalizzare sull’alternativa più sana e più positiva.
“Un cucchiaio di determinazione” è il sesto ingrediente, perché quando si decide di combattere contro l’anoressia è molto importante avere la possibilità di essere seguite da specialisti, psicologi e dietisti, per combattere efficacemente contro la malattia. Ma tutti gli specialisti più quotati del mondo non potranno fare un bel niente per noi, se noi per prime non decidiamo di voler tenere testa all’anoressia. E la decisione di combattere contro l’anoressia è un qualcosa che va rinnovato giorno dopo giorno. Per cui sta a noi decidere se continuare a combattere. E più combattiamo, più ci allontaniamo dall’anoressia, più riscopriamo di poter avere una vita di qualità. E questo indirettamente aumenta la nostra positività, perché vivere sempre più a pieno ci permette di vedere quante cose che valgono sono presenti nella nostra esistenza.
“Gratitudine q.b.” è l’ultimo ingrediente della ricetta della positività. Non avremo mai troppa gratitudine, per cui non c’è bisogno di misurarla. Basta mettercela dentro. La gratitudine cambia un sacco la prospettiva. Trasforma i disastri in opportunità, le perdite in guadagni, e i sogni in realtà. Coltivare la gratitudine dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere, e quando ci riusciamo è tangibile il modo in cui cambia la vita.
La gratitudine fa la differenza in una prospettiva positiva, è rende più solida la positività. Chiunque avrà eventi spiacevoli nel corso della propria vita, ma l’attitudine alla gratitudine è quello che può tenere lontane dalla negatività. Se vi alzate una mattina, con l’intenzione di prendere la vostra automobile per andare al lavoro/a scuola perché piove stile remake del diluvio universale, e appena arrivate di fronte alla vostra macchina vi accorgete che qualche cretino vi ha rotto uno specchietto laterale, anziché incavolarvi come scimmie, la gratitudine vi permette di vedere l’accaduto sotto un altro punto di vista: “Il cretino che mi ha rotto lo specchietto merita tutte le infamate del mondo… ma, per lo meno, ho comunque un’auto funzionante che mi permetterà di arrivare a lavoro/a scuola senza bagnarmi da capo a piedi”.
Un altro modo per alimentare la gratitudine è non dare mai niente per scontato. Avete parcheggiato l’auto mezza storta nell’unico buchetto di mezzo parcheggio che siete riuscite a trovare? Siate grate del fatto che avete trovato comunque da parcheggiare. Avete un giorno di ferie in pieno Agosto in cui avevate programmato di andare in piscina, e piove con tanto di tuoni e fulmini per tutto il giorno? Siate grate che non dovete lavorare all’aperto con quel maltempo. Vi sembra di non riuscire più a controllare la vostra vita come invece illusoriamente vi sembrava di essere capaci di farlo con l’anoressia? Siate grate per aver recuperato salute psicofisica. Vi siete svegliate anche stamattina? Siate grate per avere di fronte a voi un giorno da riempire con tutti i colori della vita. E questi sono solo dei banali esempi, ovviamente, delle cose che possiamo dare per scontato nella vita di tutti i giorni. Ci dà subito fastidio il naso chiuso quando ci prende il raffreddore, e la febbre quando abbiamo l’influenza, ma forse non ci eravamo ricordate di essere grate quando stavamo bene ed eravamo piene di energia.
La ricetta della positività è relativamente semplice e non necessita di niente che la insaporisca. Non va mai fuori moda, e non perde mai il suo appeal. È una ricetta per una sola persona – ciascuna di voi, singolarmente – che può però anche nutrire chi vi sta intorno. Con la positività diventate luce, e potete illuminare anche qualcun altro. Sì, la positività a suo modo è un’arte… perciò, quando la utilizzate, fate in modo che diventi il vostro capolavoro.
Bè, io credo che la positività sia un gioco aperto a tutti. Non è riservato ad un ristretto manipolo di persone, anzi, io penso che la tela per l’arte della positività sia rappresentata dal mondo intero, e che dunque chiunque possa fruirne, a maggior ragione se si sta cercando di tenere testa all’anoressia. Per trovare la positività occorre cominciare a cercare dentro di noi, per poi portare quello che troviamo verso l’esterno… e ci accorgeremmo che, in realtà, non è esattamente un gioco da ragazzi. Io credo che la positività sia come una ricetta che contempla:
Un pizzico di elasticità mentale
Una manciata di fiducia in se stesse
Un bel po’ di auto-ironia
Una goccia di accettazione
Un sacco di occhi nuovi con cui guardare le stesse cose
Un cucchiaio di determinazione
Gratitudine q.b.
Quando si segue la ricetta della felicità, si produce una monoporzione: cibo per noi stesse, e solo per noi stesse. Ma se si tiene fede al programma dell’intero pasto, possiamo essere in grado di alimentare anche gli altri.
Splittiamo dunque la ricetta nei suoi singoli ingredienti.
“Un pizzico di elasticità mentale” è il primo ingrediente perché senza di esso finiremmo inevitabilmente per essere giudicanti, o comunque prive di empatia. Anche se l’elasticità mentale può sembrare non correlata alla positività necessaria per combattere l’anoressia, io credo che sia uno dei componenti-chiave. Ritengo sia impossibile avere una visione positiva del mondo e delle persone che ci circondano senza quel pizzico di elasticità mentale. Pensate a chi non ha vissuto un DCA sulla propria pelle: guardandoci potrebbe pensare che siamo solo delle ragazzine superficiali che vogliono dimagrire per fare le modelle. Una visione di questo tipo, rigidamente aggrappata a falsi stereotipi, senza il benché minimo accenno di elasticità mentale, fa sì che le persone saltino a conclusioni affrettate, e che se la prendano con noi senza neanche un briciolo di positività. Possono riversarci addosso miriadi di falsi luoghi comuni sull’anoressia, fare commenti inappropriati, scaricare su di noi la loro frustrazione di fronte a un qualcosa che non capiscono… e di tutto ciò ne risentiamo negativamente anche noi, che accumuliamo rabbia e sentimenti negativi verso chi si comporta così.
Però, metteteci dentro un pizzico di elasticità mentale, e vedrete quando meno influente sarà sul vostro umore l’opinione che la gente ha sui DCA, e i commenti che ricevete. Se vi fermate a mettere in atto l’elasticità mentale necessaria per pensarci, infatti, vi renderete conto che chi dice cose del genere parla per cliché, non ha alcuna esperienza diretta e dunque, in sostanza, non sa cosa sta dicendo. E chi parla per sentito dire, necessariamente è di una superficialità estrema. Per cui, quanto può buttarvi davvero giù il commento di una persona che parla perché ha la bocca, ma non sa niente? E lo stesso vale per la frustrazione altrui. Forse coloro che vi si rivolgono scortesemente e fanno commenti impropri sul vostro DCA stanno vivendo una giornataccia. Magari hanno avuto problemi sul lavoro, o non hanno proprio un lavoro. Magari hanno qualcuno che sta male in famiglia. Magari hanno litigato con un caro amico. Magari hanno perso una competizione sportiva. Magari sono bocciati ad un esame universitario, o hanno preso un brutto voto ad un compito in classe. Queste persone saranno comunque scortesi con voi, e vi faranno dei commenti sgradevoli, ma un pizzico di elasticità mentale cambia VOI, ragazze, non queste persone. Quando c’è l’elasticità mentale di comprendere che dietro ad un luogo comunque che vi viene sbattuto addosso o dietro ad un commento inappropriato c’è superficialità, ignoranza, o problemi personali, si smette di dare tanto peso a determinate parole, e così non si lascia spazio alla negatività che quelle parole potrebbero ingenerare. Rimane la positività. E, se siete fortunate, la vostra positività potrebbe anche trasmettersi alla persona che vi ha giudicate con superficialità.
“Una manciata di fiducia in se stesse” è il secondo ingrediente, perché credere nelle proprie capacità è il modo migliore per trovare il coraggio di iniziare a fare le cose, di iniziare a combattere contro l’anoressia, e di proseguire conseguendo pregevoli risultati. La fiducia in se stesse rende l’impasto più forte, perché non importa se nella vita ci si pongono di fronte delle difficoltà: se abbiamo fiducia in noi stesse, possiamo superarle mantenendo la positività. Pensateci: se la fiducia in sé non esistesse nella ricetta, tutte le difficoltà che inevitabilmente si presentano nel corso della vita finirebbero per sommergerci, e la negatività regnerebbe sovrana.
“Un bel po’ di auto-ironia” è il terzo ingrediente, perché se non riuscite a sorridere di voi stesse la positività non può attecchire. Gli artisti della positività lo sanno: per loro tutto è divertente. Può essere divertente svegliarsi la mattina e pensare alla giornata che stiamo per affrontare, possiamo trovare il lato divertente in tantissime piccole cose, e il divertimento rappresenta una grade sorgente di positività. La capacità di fare auto-ironia non è un qualcosa di superficiale, ma scava molto a fondo dentro di noi. Ci insegna che la vita non è meramente un gioco cui giocare, ma un regalo da assaporare a fondo.
L’auto-ironia è quello che ci fa sorridere anche quando apparentemente non c’è proprio niente di cui sorridere. La vita non è un qualcosa che va tollerato, è un qualcosa di cui va goduto. Non sarà mai tutto rose e fiori, momenti difficili accadranno e non potremo farci niente, ma l’ironia rimarrà sempre lì, pronta a togliere il pungiglione che sta iniettando veleno. Talvolta dobbiamo solo cercarla. L’ironia, il divertimento non sono semplicemente un qualcosa che si apprezza all’esterno, ma stanno anche dentro di noi. Le cose spiacevoli che ci succedono nella vita possono provocarci una di queste 3 reazioni: sconvolgerci lasciandoci impotenti, affogarci nella negatività e nell’autocommiserazione, o cercare il lato ironico della situazione. Solo coloro che hanno la terza reazione scelgono di mantenere una visione positiva, per cui la positività è un’arte che può risollevare anche nei momenti più difficili – risollevare voi stesse in prima battuta, e magari anche qualcun altro. Citando: “Il domani può arrecare dolore, ma non può rubare la tua gioia”. Si tratta di trovare le rose che crescono dal letame, anche quando quel letame sembra solo merda.
“Una goccia di accettazione” è l’ingrediente successivo, e non può essere sostituito. Penso che vada a braccetto con l’auto-ironia, peraltro. Riuscire ad ironizzare su tutto è una gran cosa, in teoria, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E, allora, ecco che arriva l’accettazione a giocare la sua parte. Per poter vivere con positività, occorre accettare il fatto che, a differenza di quanto l’anoressia vorrebbe farci credere, non possiamo controllare i tornadi che si abbattono nella nostra vita. Spesso e volentieri, non possiamo neanche prevenirli. Di conseguenza, non possiamo essere preparate ad affrontarli. Accettare che i momenti difficili esistono significa non focalizzarsi sulla loro negatività e cercare ogni risorsa possibile per superarli ed andare avanti. L’accettazione è quel che aiuta ad attraversare il peggio puntando verso il meglio. L’accettazione può essere molto difficile. È una parola correlata alla pazienza, un altro concetto non molto maneggevole.
Accettazione significa che non dobbiamo rimanere impotenti, impantanate nella negatività di una situazione. Non possiamo cambiare il vento, è vero, ma possiamo dirigere le vele. Non possiamo scegliere cosa ci accade nella cita, ma abbiamo tutta la possibilità di scegliere come reagire a ciò che ci accade nella vita. E questo è parte della positività. Possiamo scegliere di rimanere positive alla faccia delle difficoltà, del dolore, della tristezza, ed è molto difficile il farlo – ma se davvero lo vogliamo, abbiamo tutte le capacità per farlo. E le cose andranno veramente meglio, se siamo in grado di scegliere di reagire, e come farlo.
“Un sacco di occhi nuovi con cui guardare le stesse cose” continua la lista degli ingredienti. Perché la vita non cambia, però possiamo cambiare noi. Fino a che continueremo a guardare le cose sotto l’ottica malata dell’anoressia, avremo in punto di vista del tutto parziale nonché patologico. Ed è perciò estremamente difficile essere positive quando tutta la nostra vita è condizionata da una malattia. Però, se anche le cose non cambiano, noi possiamo scegliere il punto di vista da cui guardarle, ed influenzare così la visione che abbiamo di esse. Si tratta di imparare a guardare ambo le facce di una stessa medaglia, in maniera tale da potersi focalizzare sull’alternativa più sana e più positiva.
“Un cucchiaio di determinazione” è il sesto ingrediente, perché quando si decide di combattere contro l’anoressia è molto importante avere la possibilità di essere seguite da specialisti, psicologi e dietisti, per combattere efficacemente contro la malattia. Ma tutti gli specialisti più quotati del mondo non potranno fare un bel niente per noi, se noi per prime non decidiamo di voler tenere testa all’anoressia. E la decisione di combattere contro l’anoressia è un qualcosa che va rinnovato giorno dopo giorno. Per cui sta a noi decidere se continuare a combattere. E più combattiamo, più ci allontaniamo dall’anoressia, più riscopriamo di poter avere una vita di qualità. E questo indirettamente aumenta la nostra positività, perché vivere sempre più a pieno ci permette di vedere quante cose che valgono sono presenti nella nostra esistenza.
“Gratitudine q.b.” è l’ultimo ingrediente della ricetta della positività. Non avremo mai troppa gratitudine, per cui non c’è bisogno di misurarla. Basta mettercela dentro. La gratitudine cambia un sacco la prospettiva. Trasforma i disastri in opportunità, le perdite in guadagni, e i sogni in realtà. Coltivare la gratitudine dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere, e quando ci riusciamo è tangibile il modo in cui cambia la vita.
La gratitudine fa la differenza in una prospettiva positiva, è rende più solida la positività. Chiunque avrà eventi spiacevoli nel corso della propria vita, ma l’attitudine alla gratitudine è quello che può tenere lontane dalla negatività. Se vi alzate una mattina, con l’intenzione di prendere la vostra automobile per andare al lavoro/a scuola perché piove stile remake del diluvio universale, e appena arrivate di fronte alla vostra macchina vi accorgete che qualche cretino vi ha rotto uno specchietto laterale, anziché incavolarvi come scimmie, la gratitudine vi permette di vedere l’accaduto sotto un altro punto di vista: “Il cretino che mi ha rotto lo specchietto merita tutte le infamate del mondo… ma, per lo meno, ho comunque un’auto funzionante che mi permetterà di arrivare a lavoro/a scuola senza bagnarmi da capo a piedi”.
Un altro modo per alimentare la gratitudine è non dare mai niente per scontato. Avete parcheggiato l’auto mezza storta nell’unico buchetto di mezzo parcheggio che siete riuscite a trovare? Siate grate del fatto che avete trovato comunque da parcheggiare. Avete un giorno di ferie in pieno Agosto in cui avevate programmato di andare in piscina, e piove con tanto di tuoni e fulmini per tutto il giorno? Siate grate che non dovete lavorare all’aperto con quel maltempo. Vi sembra di non riuscire più a controllare la vostra vita come invece illusoriamente vi sembrava di essere capaci di farlo con l’anoressia? Siate grate per aver recuperato salute psicofisica. Vi siete svegliate anche stamattina? Siate grate per avere di fronte a voi un giorno da riempire con tutti i colori della vita. E questi sono solo dei banali esempi, ovviamente, delle cose che possiamo dare per scontato nella vita di tutti i giorni. Ci dà subito fastidio il naso chiuso quando ci prende il raffreddore, e la febbre quando abbiamo l’influenza, ma forse non ci eravamo ricordate di essere grate quando stavamo bene ed eravamo piene di energia.
La ricetta della positività è relativamente semplice e non necessita di niente che la insaporisca. Non va mai fuori moda, e non perde mai il suo appeal. È una ricetta per una sola persona – ciascuna di voi, singolarmente – che può però anche nutrire chi vi sta intorno. Con la positività diventate luce, e potete illuminare anche qualcun altro. Sì, la positività a suo modo è un’arte… perciò, quando la utilizzate, fate in modo che diventi il vostro capolavoro.
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venerdì 24 ottobre 2014
Cosa raccontano le testate giornalistiche
Poiché leggo molto spesso articoli scientifici, una delle cose che trovo più interessanti e rivelatrici è il vedere come testate giornalistiche diverse raccontano la stessa storia. Alcune si limitano a riportare lo studio in questione parola per parola, mentre altre ne danno una rielaborazione. In quest’ultimo caso, ogni testata ha un differente focus, ed enfatizza diverse parti dello studio.
Ma non è di questo che volevo parlare.
Quel che trovo più interessante è il vedere come certi studi scientifici vengono maneggiati e modellati dai mezzi di comunicazione di massa per essere dati in pasto al cittadino medio.
Nella fattispecie, mi riferisco allo studio di Guido Frank, recentemente pubblicato sulla rivista “Neuropsychopharmacology”: Anorexia Nervosa and Obesity are Associated with Opposite Brain Reward Response.
Questo studio è stato oggetto di un sacco di recensioni, tra le quali:
Brain Reward Systems Of Obese Women Different From Those Of Women With Anorexia: Study (Huffington Post)
Brain Circuits Differ in Women with Anorexia vs. Obesity (PsychCentral)
L’articolo presente sul PsychCentral si apre dicendo: “Perché una persona diventa anoressica e un’altra obesa? Colpa del cervello”. Il problema è che un’affermazione del genere non ha niente a che vedere con l’originario studio. I ricercatori hanno esaminato l’attività cerebrale in donne che erano già anoressiche o obese. Non uno studio pregresso, mi spiego? Nessuno ha monitorato l’attività cerebrale prima che queste donne diventassero anoressiche o obese, e il monitoraggio è avvenuto solo nel corso della condizione già conclamata. È il cervello che causa l’anoressia? È il cervello che causa l’obesità? Ancora non si sa. Le alterazioni mentali possono essere tanto la cause quanto la conseguenza del DCA stesso.
Per non dire come l’affermazione “Colpa del cervello” sia un’enorme semplificazione. Io credo che moltissimi differenti circuiti neurali rendano una persona più o meno predisposta a sviluppare un DCA, e penso che tutto quello (di bello e di brutto) che accade nella vita accresce o riduce questa predisposizione naturale. Il cervello svolge un importantissimo ruolo nello sviluppo dell’anoressia, nessun dubbio su ciò. Svolge un ruolo molto importante rispetto a chi si ammala e perché si ammala. Ma non è il solo ed esclusivo fattore. Quindi incolpate pure il cervello se vi va, ma state certi che c’è anche ben altro.
Quel che l’originario studio afferma è molto più significativo e profondo di ciò che la recensione del PsychCentral racconta. Basilarmente, quel che i ricercatori hanno scoperto è che il cervello di una donna anoressica e quello di una donna obesa rispondono in maniera diversa quando queste bevono acqua zuccherata. La donna anoressica ha un forte incremento del livello cerebrale di dopamina quando beve acqua e zucchero, la donna obesa ha un incremento molto minore, se comparate con il gruppo di controllo (donne normopeso e normoalimentate). Hmmm… bè, che pensarne?!?... Non voglio dire che l’aver scoperto questo non sia importante, ma l’idea che l’anoressia possa essere dovuta ad un’anomalia nella risposta cerebrale all’assunzione di cibo mi sembra, più che scienza, fanta-scienza.
Quel che non mi torna delle conclusioni che trae questo studio è il fatto che, secondo me, il gruppo di controllo non è attendibile. Non potrebbe essere che le donne anoressiche hanno avuto una secrezione di dopamina particolarmente abbondante per il semplice fatto che quando si sono sottoposte al test erano malnutrite? Perché non monitorare queste donne nel tempo, e vedere se la loro secrezione di dopamina si sarebbe normalizzata non appena avessero ricominciato ad alimentarsi normalmente e ripreso almeno un po’ del peso perso? E perché non sono state incluse nello studio anche donne che si considerano “guarite” dall’anoressia, e dicono che non hanno più segni fisici, psicologici, o emozionali del DCA?
Le neuroscienze sono ancora una sorta di campo minato, è difficile fare studi in questo ambito e riportare risultati attendibili e comprovati. Per ogni piccola novità, è facile sensazionalizzare. Ma trovo comunque al contempo affascinante e rivelatore il modo in cui questi studi vengono riportati al cittadino medio. Il titolo del Press Release è molto meno interessante rispetto agli altri, ma il contenuto è più aderente alla realtà dello studio: Brain circuitry is different for women with anorexia and obesity.
Nella parte conclusiva dello studio, ci sono molte più incertezze di quello che le varie testate giornalistiche vogliono far sembrare. “E’ chiaro che nel cervello umano ci sono dei sistemi neuronali che regolano l’introito di cibo” dice Frank. “Il ruolo specifico di queste reti neuronali nei disturbi alimentari come l’anoressia nervosa e, il suo contrario, l’obesità*, rimane tuttavia non chiaro”. (mia traduzione)
*La mia personale opinione, invece, è che la parola “anoressia” non sia affatto il contrario di “obesità”. Parole come “sottopeso” e “malnutrizione” possono essere, a mio avviso, considerate il contrario di chi giornalmente assume un quantitativo eccessivo di calorie, ma l’obesità in sé non è un DCA. Può essere la conseguenza di un DCA, per esempio di una bulimia senza condotte di eliminazione, o di un binge eating disorder, ma di per sé l’obesità non è un DCA. I due gruppi confrontati, secondo me, quindi, non erano proprio idonei allo studio.
Ma non è di questo che volevo parlare.
Quel che trovo più interessante è il vedere come certi studi scientifici vengono maneggiati e modellati dai mezzi di comunicazione di massa per essere dati in pasto al cittadino medio.
Nella fattispecie, mi riferisco allo studio di Guido Frank, recentemente pubblicato sulla rivista “Neuropsychopharmacology”: Anorexia Nervosa and Obesity are Associated with Opposite Brain Reward Response.
Questo studio è stato oggetto di un sacco di recensioni, tra le quali:
Brain Reward Systems Of Obese Women Different From Those Of Women With Anorexia: Study (Huffington Post)
Brain Circuits Differ in Women with Anorexia vs. Obesity (PsychCentral)
L’articolo presente sul PsychCentral si apre dicendo: “Perché una persona diventa anoressica e un’altra obesa? Colpa del cervello”. Il problema è che un’affermazione del genere non ha niente a che vedere con l’originario studio. I ricercatori hanno esaminato l’attività cerebrale in donne che erano già anoressiche o obese. Non uno studio pregresso, mi spiego? Nessuno ha monitorato l’attività cerebrale prima che queste donne diventassero anoressiche o obese, e il monitoraggio è avvenuto solo nel corso della condizione già conclamata. È il cervello che causa l’anoressia? È il cervello che causa l’obesità? Ancora non si sa. Le alterazioni mentali possono essere tanto la cause quanto la conseguenza del DCA stesso.
Per non dire come l’affermazione “Colpa del cervello” sia un’enorme semplificazione. Io credo che moltissimi differenti circuiti neurali rendano una persona più o meno predisposta a sviluppare un DCA, e penso che tutto quello (di bello e di brutto) che accade nella vita accresce o riduce questa predisposizione naturale. Il cervello svolge un importantissimo ruolo nello sviluppo dell’anoressia, nessun dubbio su ciò. Svolge un ruolo molto importante rispetto a chi si ammala e perché si ammala. Ma non è il solo ed esclusivo fattore. Quindi incolpate pure il cervello se vi va, ma state certi che c’è anche ben altro.
Quel che l’originario studio afferma è molto più significativo e profondo di ciò che la recensione del PsychCentral racconta. Basilarmente, quel che i ricercatori hanno scoperto è che il cervello di una donna anoressica e quello di una donna obesa rispondono in maniera diversa quando queste bevono acqua zuccherata. La donna anoressica ha un forte incremento del livello cerebrale di dopamina quando beve acqua e zucchero, la donna obesa ha un incremento molto minore, se comparate con il gruppo di controllo (donne normopeso e normoalimentate). Hmmm… bè, che pensarne?!?... Non voglio dire che l’aver scoperto questo non sia importante, ma l’idea che l’anoressia possa essere dovuta ad un’anomalia nella risposta cerebrale all’assunzione di cibo mi sembra, più che scienza, fanta-scienza.
Quel che non mi torna delle conclusioni che trae questo studio è il fatto che, secondo me, il gruppo di controllo non è attendibile. Non potrebbe essere che le donne anoressiche hanno avuto una secrezione di dopamina particolarmente abbondante per il semplice fatto che quando si sono sottoposte al test erano malnutrite? Perché non monitorare queste donne nel tempo, e vedere se la loro secrezione di dopamina si sarebbe normalizzata non appena avessero ricominciato ad alimentarsi normalmente e ripreso almeno un po’ del peso perso? E perché non sono state incluse nello studio anche donne che si considerano “guarite” dall’anoressia, e dicono che non hanno più segni fisici, psicologici, o emozionali del DCA?
Le neuroscienze sono ancora una sorta di campo minato, è difficile fare studi in questo ambito e riportare risultati attendibili e comprovati. Per ogni piccola novità, è facile sensazionalizzare. Ma trovo comunque al contempo affascinante e rivelatore il modo in cui questi studi vengono riportati al cittadino medio. Il titolo del Press Release è molto meno interessante rispetto agli altri, ma il contenuto è più aderente alla realtà dello studio: Brain circuitry is different for women with anorexia and obesity.
Nella parte conclusiva dello studio, ci sono molte più incertezze di quello che le varie testate giornalistiche vogliono far sembrare. “E’ chiaro che nel cervello umano ci sono dei sistemi neuronali che regolano l’introito di cibo” dice Frank. “Il ruolo specifico di queste reti neuronali nei disturbi alimentari come l’anoressia nervosa e, il suo contrario, l’obesità*, rimane tuttavia non chiaro”. (mia traduzione)
*La mia personale opinione, invece, è che la parola “anoressia” non sia affatto il contrario di “obesità”. Parole come “sottopeso” e “malnutrizione” possono essere, a mio avviso, considerate il contrario di chi giornalmente assume un quantitativo eccessivo di calorie, ma l’obesità in sé non è un DCA. Può essere la conseguenza di un DCA, per esempio di una bulimia senza condotte di eliminazione, o di un binge eating disorder, ma di per sé l’obesità non è un DCA. I due gruppi confrontati, secondo me, quindi, non erano proprio idonei allo studio.
venerdì 17 ottobre 2014
Diagnosi di DCA nelle giovanissime: è davvero così terribile?
È difficile ignorare la nuova moda ultimamente lanciata dai Mass Media: i DCA che colpiscono le giovanissime, bambine che frequentano ancora le scuole elementari. Le storie che vengono raccontante s’incentrano spesso sul crescente numero di bambine (generalmente pre-adolescenti) che si presentano all’osservazione medica con un disturbo alimentare. Questi articoli/servizi televisivi consistono per lo più in asserzioni strappalacrime di quanto la situazione sia terribile, senza ovviamente trascurare il classico cliché dell’incolpare il mondo della moda e dello spettacolo per la crescente esposizione delle bambine ad immagini di modelle/attrici/cantanti magrissime.
Prendete, per esempio, QUESTO.
Alcune delle affermazioni ivi contenute recitano:
“Solo nell’ultimo anno, 42 bambine sotto i 10 anni sono state portate in ospedale e ricoverate.”
“Sconvolgentemente nuove statistiche rivelano che la “diagnosi primaria” era DCA.”
“Molti enti ritengono che i social media siano una delle maggiori cause, con molte giovani vittime della malattia che pubblicano selfie dei loro corpi emaciati su Twitter.”
(mia traduzione)
Bene, prima di rabbrividire di fronte a queste frasi roboanti, facciamo innanzitutto un attimo mente locale su quella che è la fonte di tali affermazioni: un giornale on-line in cerca di lettori. Secondariamente: dov’è la ricerca scientifica su cui si basano le affermazioni fatte dall’articolo in questione? In terzo luogo: cosa succederebbe se una maggiore attenzione nel diagnosticare i DCA anche nelle bambine non fosse una notizia così terribile come i Mass Media vorrebbero far credere?
Okay, non fraintendetemi: per me è orribile quando vengo a sapere che una qualsiasi persona si è ammalata di DCA. Proprio perché, avendolo vissuto sulla mia pelle, so quanto un DCA sia devastante. Per cui, non sto assolutamente dicendo che un DCA a qualsiasi età, inclusa l’infanzia, sia una cosa positiva. Proprio per niente. Detto questo, ciò che sappiamo è che:
Tanto più precoce è la diagnosi di DCA, tanto minore è la durata della fase acuta della malattia, e tanto più precoce è l’intervento sia sul piano psichico che su quello alimentare, tanto più facile è allontanarsi dal DCA stesso. [Fonte]
Per molti anni i medici hanno ritenuto che i DCA fossero “roba da adolescenti”. Se ci pensate, è anche un luogo comune piuttosto diffuso quello dell’adolescente malata di anoressia: sei non sei un’adolescente, non puoi avere un DCA. Quest’asserzione è, ovviamente, del tutto sbagliata. È sbagliata perchè non prende in considerazione il fatto che chi si ammala di DCA durante l’adolescenza può trascinarsi dietro brandelli più o meno ampi di malattia anche crescendo, e questo fa sì che le donne adulte malate abbiano maggiori difficoltà a veder riconosciuta la loro patologia e a chiedere e a ricevere aiuto, e allo stesso tempo incide negativamente sulle bambine e sulle pre-adolescenti che vengono considerate “troppo giovani per avere una malattia del genere”.
Pertanto, bambine malate di anoressia/bulimia possono non ricevere un’opportuna diagnosi, e non essere trattate adeguatamente. Se questo succede, quando diventano delle adolescenti, il loro DCA è ancora presente. Per cui, se anche poteva esserci, una diagnosi precoce è venuta meno. E questo fa sì che queste persone abbiano poi maggiori difficoltà nel percorrere la strada del ricovero. Per cui, se ad oggi i DCA vengono riconosciuti, diagnosticati e rapidamente trattati anche nelle giovanissime, non è forse una buona cosa?
Inoltre, sebbene certi articoli vogliano dare a credere che i DCA compaiono nelle bambine prima di quanto non sia mai successo sinora, in realtà non sono stati condotti dei veri e propri studi scientifici al riguardo, per cui non lo sappiamo per certo. Sappiamo solo che a più bambine viene diagnosticato un DCA, ma questo non significa che, in assoluto, ci siano più bambine malate di DCA, significa solo che i DCA vengono diagnosticati con più frequenza.
Invece di considerare l’incremento delle diagnosi di DCA nelle bambine universalmente come una Cosa Negativa, guardiamo al fatto che non è una cosa negativa come potrebbe sembrare a primo acchito, perché significa che più bambine ricevono aiuto psichico ed alimentare proprio nel momento in cui in DCA esordisce, e dunque nel momento più opportuno per avere maggiori possibilità di successo terapeutico. Questo non lo dico solo io, ma viene affermato anche da alcuni ricercatori, Dominique Meilleur ed i suoi colleghi. che hanno recentemente presentato il progetto della loro ricerca ad una conferenza che si è tenuta a Vancouver (Canada).
Nella loro ricerca, hanno creato dei dettagliati profili biologici, psicologici e sociali di 215 bambine/i di età compresa tra gli 8 e i 12 anni (campione piccolo, è vero, ma per lo meno è un inizio...) che hanno presentato dei “problemi alimentari” senza una specifica malattia fisica che li inducesse. I ricercatori hanno trovato che:
• Il 95% di queste/i bambine/i avevano dei comportamenti alimentari restrittivi
• Il 69,4% era a disagio con il proprio corpo
• Il 46,6% riteneva di essere sovrappeso
• Il 15,5% si induceva il vomito occasionalmente
• Il 13,3% metteva in atto dei veri e propri comportamenti bulimici
Nello studio in questione Meilleur afferma:
“Questi risultati sono molto sconcertanti, ma possono aiutare i medici a fare diagnosi precoce nel momento in cui prendano in considerazione questi aspetti. […] Molti medici ritengono che la bulimia sia una malattia che compare solo durante l’adolescenza, ma il nostro studio indica che il problema può comparire anche prima. […] E’ perciò possibile che i DCA siano attualmente sotto-diagnosticati per carenza di consapevolezze e di competenze.”
(mia traduzione)
Non solo, lo studio in questione mostra anche che i DCA non sono una prerogativa femminile. Sostiene Meilleur:
“Le profonde similitudini tra bambini e bambine nell’infanzia supporta, a nostro avviso, l’ipotesi che fattori comuni sia fisici che psichici presenti, insieme ovviamente a molte altre concause, nel periodo dello sviluppo, possano favorire la comparsa di DCA in ambo i sessi.”
(mia traduzione)
Io ritengo, molto semplicemente, che ricevere aiuto iniziando un percorso di ricovero sia millemila volte meglio che soffrire in silenzio. Certo, il considerare che anche i giovanissimi possano soffrire di DCA può inizialmente scombinare statistiche e conoscenze, e può far sembrare la situazione più complicata e tragica di prima. Ma se la consapevolezza che anche le bambine si ammalano di DCA significa diagnosi precoce e dunque trattamento più precoce, allora io la ritengo una cosa positiva.
Prendete, per esempio, QUESTO.
Alcune delle affermazioni ivi contenute recitano:
“Solo nell’ultimo anno, 42 bambine sotto i 10 anni sono state portate in ospedale e ricoverate.”
“Sconvolgentemente nuove statistiche rivelano che la “diagnosi primaria” era DCA.”
“Molti enti ritengono che i social media siano una delle maggiori cause, con molte giovani vittime della malattia che pubblicano selfie dei loro corpi emaciati su Twitter.”
(mia traduzione)
Bene, prima di rabbrividire di fronte a queste frasi roboanti, facciamo innanzitutto un attimo mente locale su quella che è la fonte di tali affermazioni: un giornale on-line in cerca di lettori. Secondariamente: dov’è la ricerca scientifica su cui si basano le affermazioni fatte dall’articolo in questione? In terzo luogo: cosa succederebbe se una maggiore attenzione nel diagnosticare i DCA anche nelle bambine non fosse una notizia così terribile come i Mass Media vorrebbero far credere?
Okay, non fraintendetemi: per me è orribile quando vengo a sapere che una qualsiasi persona si è ammalata di DCA. Proprio perché, avendolo vissuto sulla mia pelle, so quanto un DCA sia devastante. Per cui, non sto assolutamente dicendo che un DCA a qualsiasi età, inclusa l’infanzia, sia una cosa positiva. Proprio per niente. Detto questo, ciò che sappiamo è che:
Tanto più precoce è la diagnosi di DCA, tanto minore è la durata della fase acuta della malattia, e tanto più precoce è l’intervento sia sul piano psichico che su quello alimentare, tanto più facile è allontanarsi dal DCA stesso. [Fonte]
Per molti anni i medici hanno ritenuto che i DCA fossero “roba da adolescenti”. Se ci pensate, è anche un luogo comune piuttosto diffuso quello dell’adolescente malata di anoressia: sei non sei un’adolescente, non puoi avere un DCA. Quest’asserzione è, ovviamente, del tutto sbagliata. È sbagliata perchè non prende in considerazione il fatto che chi si ammala di DCA durante l’adolescenza può trascinarsi dietro brandelli più o meno ampi di malattia anche crescendo, e questo fa sì che le donne adulte malate abbiano maggiori difficoltà a veder riconosciuta la loro patologia e a chiedere e a ricevere aiuto, e allo stesso tempo incide negativamente sulle bambine e sulle pre-adolescenti che vengono considerate “troppo giovani per avere una malattia del genere”.
Pertanto, bambine malate di anoressia/bulimia possono non ricevere un’opportuna diagnosi, e non essere trattate adeguatamente. Se questo succede, quando diventano delle adolescenti, il loro DCA è ancora presente. Per cui, se anche poteva esserci, una diagnosi precoce è venuta meno. E questo fa sì che queste persone abbiano poi maggiori difficoltà nel percorrere la strada del ricovero. Per cui, se ad oggi i DCA vengono riconosciuti, diagnosticati e rapidamente trattati anche nelle giovanissime, non è forse una buona cosa?
Inoltre, sebbene certi articoli vogliano dare a credere che i DCA compaiono nelle bambine prima di quanto non sia mai successo sinora, in realtà non sono stati condotti dei veri e propri studi scientifici al riguardo, per cui non lo sappiamo per certo. Sappiamo solo che a più bambine viene diagnosticato un DCA, ma questo non significa che, in assoluto, ci siano più bambine malate di DCA, significa solo che i DCA vengono diagnosticati con più frequenza.
Invece di considerare l’incremento delle diagnosi di DCA nelle bambine universalmente come una Cosa Negativa, guardiamo al fatto che non è una cosa negativa come potrebbe sembrare a primo acchito, perché significa che più bambine ricevono aiuto psichico ed alimentare proprio nel momento in cui in DCA esordisce, e dunque nel momento più opportuno per avere maggiori possibilità di successo terapeutico. Questo non lo dico solo io, ma viene affermato anche da alcuni ricercatori, Dominique Meilleur ed i suoi colleghi. che hanno recentemente presentato il progetto della loro ricerca ad una conferenza che si è tenuta a Vancouver (Canada).
Nella loro ricerca, hanno creato dei dettagliati profili biologici, psicologici e sociali di 215 bambine/i di età compresa tra gli 8 e i 12 anni (campione piccolo, è vero, ma per lo meno è un inizio...) che hanno presentato dei “problemi alimentari” senza una specifica malattia fisica che li inducesse. I ricercatori hanno trovato che:
• Il 95% di queste/i bambine/i avevano dei comportamenti alimentari restrittivi
• Il 69,4% era a disagio con il proprio corpo
• Il 46,6% riteneva di essere sovrappeso
• Il 15,5% si induceva il vomito occasionalmente
• Il 13,3% metteva in atto dei veri e propri comportamenti bulimici
Nello studio in questione Meilleur afferma:
“Questi risultati sono molto sconcertanti, ma possono aiutare i medici a fare diagnosi precoce nel momento in cui prendano in considerazione questi aspetti. […] Molti medici ritengono che la bulimia sia una malattia che compare solo durante l’adolescenza, ma il nostro studio indica che il problema può comparire anche prima. […] E’ perciò possibile che i DCA siano attualmente sotto-diagnosticati per carenza di consapevolezze e di competenze.”
(mia traduzione)
Non solo, lo studio in questione mostra anche che i DCA non sono una prerogativa femminile. Sostiene Meilleur:
“Le profonde similitudini tra bambini e bambine nell’infanzia supporta, a nostro avviso, l’ipotesi che fattori comuni sia fisici che psichici presenti, insieme ovviamente a molte altre concause, nel periodo dello sviluppo, possano favorire la comparsa di DCA in ambo i sessi.”
(mia traduzione)
Io ritengo, molto semplicemente, che ricevere aiuto iniziando un percorso di ricovero sia millemila volte meglio che soffrire in silenzio. Certo, il considerare che anche i giovanissimi possano soffrire di DCA può inizialmente scombinare statistiche e conoscenze, e può far sembrare la situazione più complicata e tragica di prima. Ma se la consapevolezza che anche le bambine si ammalano di DCA significa diagnosi precoce e dunque trattamento più precoce, allora io la ritengo una cosa positiva.
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venerdì 10 ottobre 2014
Le nostre infographic (1)
Chiedo venia per l’attesa, ragazze, ma finalmente sono riuscita a rimettere insieme tutti i frammenti che mi avete inviato e chiesto di realizzare… E dunque ecco a voi quello che spero possa essere solo il primo di una (lunga) serie di post costituito dalle infographic da noi realizzate. (click su ogni immagine per ingrandirla)
Apriamo le danze con l’infographic di Raffa, che illustra cosa veramente significa vivere prima-durante-dopo un DCA.
Quindi Wolfie, che parla di psicoterapia… sotto 2 diversi punti di vista.
È il turno di Vale, che contrappone le bugie che il DCA ci racconta alle nostre verità.
Il testimone passa poi alle bellissime infographic realizzate da Christiane.
A questo punto arriva Charlie, che ci fa vedere un confronto diretto tra vita con e senza DCA, ad ogni età.
E ora la simpaticissima infographic di Stella, che ci mostra la verità sul percorrere la strada del ricovero.
Ovviamente anch’io mi sono data da fare per realizzare le infographic che mi avevate richiesto, e dunque ecco la prima, che mi è stata richiesta sia da Connie che da Raffa, relativa alle attività alternative, ovvero alle strategie di coping che possiamo mettere in atto quando si combatte contro un DCA. Ho voluto illustrare, per ogni strategia, i suoi pro e i suoi contro affinché ognuna di noi possa scegliere l’attività più giusta per il momento che sta vivendo, soppesandone pregi e difetti. (Scontato a dirsi, ma comunque: queste sono solo strategie di auto-aiuto… NON sostituiscono in alcun modo la psicoterapia!)
Quest’altra mi è stata invece richiesta da Lexie, che mi aveva proposto di realizzare un’infographic per “chi non si sente abbastanza malata per chiedere aiuto”.
Infine, chiude questa prima serie l’infographic che mi è stata suggerita da Jonny, che ha come destinatarie le ragazze che tengono blog pro ana/mia. (L’ho dovuta spezzare in 3 per ragioni di spazio, ma le tre colonnine sono da considerarsi come se fossero tutt’uno, e da leggersi una in fina all’altra.) Jonny, forse non è esattamente quel che tu avevi in mente, ma spero che il risultato possa essere ugualmente efficace!
Bè, ragazze, spero che queste infographic vi piacciano e vi sembrino efficaci. Cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti, se vi va!
P.S.= Continuate ad inviarmi le vostre infographic o a suggerirmi idee per realizzarne di nuove: non appena ne avrò raccolte altre, realizzerò un nuovo post condividendole!
P.P.S.= Dalla seconda infographic di Christiane vorrei trarne un video, ma ho bisogno della vostra collaborazione. Vi chiedo pertanto di rispondere (nei commenti o via email – veggie.any@gmail.com – come preferite) a questa domanda: qual è la cosa che più vi aiuta nella vostra quotidianità a combattere contro l’anoressa/la bulimia/il DCAnas? Niente risposte filosofiche, solo cose semplici e concrete, che io possa inserire nel video. Esempio banale: la cosa che più mi aiuta è giocare a calcio. Se poi trovate un’immagine che rappresenta la vostra risposta (nell’esempio citato, un pallone da calcio), inviatemela tramite email, affinché io possa raccoglierle tutte ed inserirle nel video, che conterrà tutto ciò che ci aiuta quotidianamente a combattere contro l’anoressia e a ricostruire una vita fuori dall’ombra della malattia.
Apriamo le danze con l’infographic di Raffa, che illustra cosa veramente significa vivere prima-durante-dopo un DCA.
Quindi Wolfie, che parla di psicoterapia… sotto 2 diversi punti di vista.
È il turno di Vale, che contrappone le bugie che il DCA ci racconta alle nostre verità.
Il testimone passa poi alle bellissime infographic realizzate da Christiane.
A questo punto arriva Charlie, che ci fa vedere un confronto diretto tra vita con e senza DCA, ad ogni età.
E ora la simpaticissima infographic di Stella, che ci mostra la verità sul percorrere la strada del ricovero.
Ovviamente anch’io mi sono data da fare per realizzare le infographic che mi avevate richiesto, e dunque ecco la prima, che mi è stata richiesta sia da Connie che da Raffa, relativa alle attività alternative, ovvero alle strategie di coping che possiamo mettere in atto quando si combatte contro un DCA. Ho voluto illustrare, per ogni strategia, i suoi pro e i suoi contro affinché ognuna di noi possa scegliere l’attività più giusta per il momento che sta vivendo, soppesandone pregi e difetti. (Scontato a dirsi, ma comunque: queste sono solo strategie di auto-aiuto… NON sostituiscono in alcun modo la psicoterapia!)
Quest’altra mi è stata invece richiesta da Lexie, che mi aveva proposto di realizzare un’infographic per “chi non si sente abbastanza malata per chiedere aiuto”.
Infine, chiude questa prima serie l’infographic che mi è stata suggerita da Jonny, che ha come destinatarie le ragazze che tengono blog pro ana/mia. (L’ho dovuta spezzare in 3 per ragioni di spazio, ma le tre colonnine sono da considerarsi come se fossero tutt’uno, e da leggersi una in fina all’altra.) Jonny, forse non è esattamente quel che tu avevi in mente, ma spero che il risultato possa essere ugualmente efficace!
Bè, ragazze, spero che queste infographic vi piacciano e vi sembrino efficaci. Cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti, se vi va!
P.S.= Continuate ad inviarmi le vostre infographic o a suggerirmi idee per realizzarne di nuove: non appena ne avrò raccolte altre, realizzerò un nuovo post condividendole!
P.P.S.= Dalla seconda infographic di Christiane vorrei trarne un video, ma ho bisogno della vostra collaborazione. Vi chiedo pertanto di rispondere (nei commenti o via email – veggie.any@gmail.com – come preferite) a questa domanda: qual è la cosa che più vi aiuta nella vostra quotidianità a combattere contro l’anoressa/la bulimia/il DCAnas? Niente risposte filosofiche, solo cose semplici e concrete, che io possa inserire nel video. Esempio banale: la cosa che più mi aiuta è giocare a calcio. Se poi trovate un’immagine che rappresenta la vostra risposta (nell’esempio citato, un pallone da calcio), inviatemela tramite email, affinché io possa raccoglierle tutte ed inserirle nel video, che conterrà tutto ciò che ci aiuta quotidianamente a combattere contro l’anoressia e a ricostruire una vita fuori dall’ombra della malattia.
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venerdì 3 ottobre 2014
Immagine corporea: è un concetto utile? (Ma anche no!)
In un articolo di PubMed che ho letto qualche giorno fa, veniva menzionato uno studio condotto abbastanza recentemente in merito alla percezione della propria immagine corporea in chi ha un DCA. Mi sono incuriosita, e così ho deciso di scaricare l’articolo in questione, scritto da Kate Gleeson e Hannah Frith nel 2006. Il punto focale di questo studio infatti è proprio il cercare di rispondere alla domanda: il concetto di “immagine corporea”, per com’è attualmente articolato, è effettivamente utile per valutare chi ha un DCA?
Questa apparentemente semplice domanda cela in realtà una questione piuttosto controversa: dopotutto, all’immagine corporea viene ascritta una significativa centralità in molti studi (e strategie terapeutiche) relativi ai DCA. Credo che chiunque di noi che abbia un DCA si sia sentita dire almeno una volta nella propria vita, da un qualche medico/psichiatra/psicologo/dietista/nutrizionista che è importante migliorare la percezione della propria immagine corporea, che così facendo si può riuscire a far pace col cibo, con l’esercizio fisico, con gli altri, col DCA. Insomma, per come la mettono alcuni specialisti, sembrerebbe che lavorare sulla propria immagine corporea rappresenti la panacea per la guarigione dall’anoressia, che imparare ad amare il proprio corpo per com’è costituisca la chiave di volta per vincere i DCA.
Mi perdonino suddetti specialisti, ma io non sono d’accordo. Voglio mettere in chiaro che io penso che le intenzioni che stanno dietro la retorica dell’ “immagine corporea positiva” siano fondamentalmente buone, forse persino ammirevoli (sebbene un tantinello utopiche, a mio avviso). Tuttavia, mi ha colpito molto il modo in cui le autrici del suddetto studio hanno esplicitato che le ipotesi che stanno alla base della corrente concettualizzazione dell’ “immagine corporea” possono limitare la comprensione di come gli individui vi si relaziono, e di come agiscono con e sul proprio corpo.
Quali sono i postulati che stanno alla base dell’attuale concetto di “immagine corporea”?
1 - Che l’immagine corporea “esiste”.
2 – Che l’immagine corporea è un prodotto (socialmente mediato) della percezione.
3 – Che l’immagine corporea è un qualcosa di interiore.
4 – Che l’immagine corporea può essere trattata come se fosse reale, ed accuratamente valutata.
5 – Che le persone forniscano risposte neutre in merito all’immagine corporea di sé che hanno nella propria testa.
1. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA “ESISTE”
Pensateci bene: questo in realtà non è così strano come potrebbe sembrare. Poiché l’immagine corporea è compresa e studiata, si presume che sia una “cosa” che tutti gli individui possiedono e cui si relazionano. Che questa “immagine” sia accurata o meno, i ricercatori danno per scontato che ogni singola persona ce l’abbia. Altrimenti, che senso avrebbe valutare l’immagine corporea?
Tradizionalmente, l’immagine corporea viene definita come: “l'immagine del nostro corpo che formiamo nella nostra mente, vale a dire, il modo in cui il corpo appare a noi stessi” (Schilder, 1950). Rudd & Lennon (2000), espandono questa definizione includendo le percezioni e gli atteggiamenti tenuti verso il proprio corpo.
Proprio come altri costrutti, questo postulato (l’esistenza dell’immagine corporea) rende l’immagine corporea misurabile, valutabile, e idealmente ci permettono di spiegare perché le persone si comportano in un certo modo nei confronti del proprio corpo. Per esempio, alcuni ricercatori avevano ipotizzato che una sostanziale inaccuratezza della percezione dell’immagine corporea fosse ciò che spingeva le persone con un DCA a cercare di dimagrire costantemente, a prescindere dal loro peso reale. (Non è in realtà così.)
2. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN PRODOTTO (SOCIALMENTE MEDIATO) DELLA PERCEZIONE
Se si parte dall’assunto che l’immagine corporea è una “cosa” che si genera nella mente umana, ecco che viene spontaneo concludere che allora essa è creata attraverso la nostra percezione. Delle vecchissime ricerche sui DCA erano innamorate dell’idea dell’esistenza di una discrepanza nella percezione dell’immagine corporea. Mi riferisco agli studi di psicologi quali Bruch (1962) e Slade & Russell (1973), che non la smettevano più di insistere su quanto le persone malate di anoressia non riuscissero a vedere il proprio corpo per quello che realmente era. (L’anoressia non è una malattia della vista, buongiorno!) Questi sono meramente 2 esempi del modo in cui la psicologia si è sempre concentrata (eccessivamente!) sulla percezione dell’immagine corporea.
Nonostante tutti questi tentativi di mettere ampiamente in risalto la centralità dell’immagine corporea nei DCA, nessuno degli studi di questo tipo è mai riuscito a trovare una relazione statisticamente significativa tra stima delle proprie dimensioni corporee ed insoddisfazione per il proprio aspetto. Nessuno. L'attenzione percettiva pone anche l'accento sulle cose che "distorcono" la percezione, come le pressioni culturali e psicologiche. Ricerche più recenti si sono concentrate sulle discrepanze nella percezione dell’immagine corporea, per esempio chiedendo a delle donne di scegliere quale corpo tra vari esempi mostrati sarebbe stato il loro "ideale", trovando spesso che le donne scelgono corpi più magri del proprio; ma nessuna di queste ricerche riesce a dimostrare se e quanto questo abbia un impatto sui pensieri, comportamenti e relazioni.
3. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN QUALCOSA DI INTERIORE
L’immagine corporea viene spesso descritta come un qualcosa che “appartiene” all’individuo. Gli individui, naturalmente, agiscono ed impattano nel mondo che li circonda. Tuttavia, alla fine della fiera, ci sono una serie di forze che vengono viste come agenti sull’individuo, ed influenzanti l’immagine mentale che essi hanno sul proprio corpo. Nonostante la raffica di ricerche mirate a valutare l’influenza dei fattori esterni sull’immagine corporea, non abbiamo in realtà alcuna certezza o conferma su come esattamente le immagini proposte dai Mass Media, possano impattare sulla percezione dell’immagine corporea.
4. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA PUO’ ESSERE TRATTATA COME SE FOSSE REALE, ED ACCURATAMENTE VALUTATA
Questo postulato riecheggia il primo della lista, e fa fiorire una marea di critiche sulle modalità con cui l’immagine corporea viene valutata.
• L’immagine corporea dev’essere semplificata per poter essere valutata: per esempio, con gli studi che chiedono alle partecipanti di scegliere il proprio corpo ideale tra 9 diverse shilouettes proposte, che possono o meno includere l’immagine corporea “ideale” presente nella testa delle partecipati.
• Le risposte differenti e di un numero limitatissimo di donne vengono considerate rappresentative delle differenze percettive “reali”.
• Queste diverse risposte vengono trattate come se fossero intrinsecamente significative: ogni discrepanza da esse viene valutata come “insoddisfazione”.
5. POSTULATO: LE PERSONE FORNISCONO RIPOSTE NEUTRE IN MERITO ALL’IMMAGINE CORPOREA DI SE’ CHE HANNO NELLA PROPRIA TESTA
Le persone sono generalmente consapevoli che la loro esistenza è inscritta in un particolare ambiente culturale. Se anche un individuo può rispondere ad un questionario affermando che la sua immagine corporea “ideale” è più magra del loro corpo ideale, questo non dice sostanzialmente niente su quanto questo incida nella lista delle priorità di vita dell’individuo.
La maggior parte delle donne potrebbe dire di voler essere, in misura più o meno ampia, più magra di quello che è, ma solo un’irrisoria percentuale di esse si ammala di anoressia. Ergo, non esiste alcuna correlazione diretta tra le 2 cose, perché se ci fosse una reazione causa-effetto, tutte quelle donne si ammalerebbero. E questa è la dimostrazione del fatto che i DCA sono malattie multifattoriali determinate da così tante cause che eventuali discrepanze sulla percezione dell’immagine corporea possono avere un ruolo minimale o addirittura nullo sullo sviluppo di un DCA.
Quello che secondo me dovremmo fare, perciò, è ri-concettualizzare i problemi.
1. Focus di ricerca ristretto
L’immagine corporea è un qualcosa di estremamente complesso e variegato. Se diamo per scontato che l’immagine corporea sia semplicemente il mediatore tra pensiero ed azione, tagliamo fuori moltissime importanti domande, quali per esempio:
• Com’è che la percezione dell’immagine corporea è diversa in persone diverse?
• Come si può capire quale sia l’influenza che ha la percezione della propria immagine corporea sul singolo individuo, e come questa moduli la vita quotidiana e le interazioni con gli altri?
• Ci sono altre modalità d’interpretare le problematiche comportamentali, al di là del banale scaricare la colpa sull’immagine corporea?
2. Sottovalutazione del contesto
Come precedentemente detto, le persone sono immerse nell’ambiente esterno che le circonda. Ma finora, tutte le indagini sono state solo ed esclusivamente mirate a valutare come le immagini proposte dai Mass Media potessero influenzare la percezione della propria immagine corporea.
Fortunatamente, sembra che alcuni recentissimi studi stanno cercando di mettere in relazione come l’immagine corporea del singolo possa condizionare di partenza la sua relazione con mondo circostante, ancor prima di ricevere input esterni. Questi studi stanno mettendo in evidenza il fatto che la percezione dell’immagine corporea del singolo individuo non è univoca ed unitaria, ma varia in base al contesto in cui il soggetto si trova (se è in giro con gli amici, se a al lavoro/a scuola, etc…) e in base alle persone con cui interagisce.
3. De-enfatizzare la produzione discorsiva dell’immagine corporea
Quando consideriamo l’immagine corporea come una “cosa reale”, dimentichiamo che c’è un divario tra il modo in cui essa viene percepita, e il modo in cui viene esplicitata. Per cui, anche il fatto che i Mass Media propongano certi tipi di immagine, non ha per tutti la stessa risonanza, e non necessariamente scalfisce la percezione del singolo.
4. Ignorare la natura sociale della percezione
La percezione dei corpi, e del proprio corpo in particolare, può essere valutata comparandola a corpi altrui o al proprio. Inoltre, piuttosto che essere un tutto unitario, l’immagine corporea può concentrarsi su singole parti del corpo.
Dentro uno “schema dell’immagine corporea” i singoli individui possono concentrarsi su certi aspetti, che possono essere diversi da persona a persona. Una persona può anche accettare di avere dei fianchi più ampi, purchè questo comporti l’avere un seno più grosso, se quella è una parte del corpo su cui centra particolarmente la sua attenzione.
5. Distrazione dalla natura dialogica dell’immagine corporea
E’ opinione erronea ma comune che l’influenza dei Mass Media sull’immagine corporea sia unidirezionale. Quest’erronea convinzione sottovaluta significativamente la capacità delle persone di essere senzienti e critiche nei confronti delle immagini trasmesse dai Mass Media.
Lo studio di cui vi parlavo mette in evidenza come le adolescenti, leggendo una rivista modaiola, possano allo stesso tempo gradirla, comparare il proprio corpo a quello delle cover girl, e allo stesso tempo essere consapevoli dell’esistenza del fotoritocco, e criticare quella bellezza del tutto artificiosa. Il che è decisamente il prodotto di una mente senziente.
6. Individuazione delle preoccupazioni per il proprio corpo
Di nuovo, occorre considerare il fatto che noi interagiamo con altre persone. Noi non siamo affatto dei burattini, dei corpi passivi: ci impegnamo nelle relazioni con gli altri, e ci chiediamo cosa loro pensino di noi.
Inoltre, le modalità con cui le persone si relazionano alla propria immagine corporea, variano da individuo ad individuo. Non tutti recepiscono uno stesso messaggio allo stesso modo, e questa è una verità che molto spesso viene considerata ovvia, scontata, e quindi viene sottovalutata.
Dopo tutto ciò con cui vi ho tediato finora, tiriamo le somme: in che modo possiamo relazionarci all’immagine corporea, e rendere questo costrutto più utile? Le autrici dello studio suggeriscono che l’immagine corporea potrebbe essere compresa in maniera migliore se considerata come un attivo, variegato e continuo processo di raffigurazione di se stessi. Tant’è che preferiscono utilizzare il termine “body imaging” anziché “body image”, perché cattura splendidamente la fluidità e la continuatività della costruzione/decostruzione dell’immagine corporea.
Per concettualizzare l’immagine corporea in questo modo, bisogna intenderla come “un processo attivo che l'individuo si impegna a modificare, migliorare, e venire a patti con il proprio corpo in specifici contesti temporali, vitali e relazionali”.
Anziché essere un “prodotto”, l’immagine corporea viene considerate come un’ “attività”, una distinzione che le autrici sottolineano perchè può aiutare a catturare l’esperienza complessissima e riflessiva di essere nel proprio corpo.
Devo dire che il modo in cui quest’articolo reinterpreta l’immagine corporea non mi dispiace affatto. Quel che penso sia particolarmente importante in questo approccio è che, nonostante la resistente retorica dell’ "immagine corporea positiva", quest’articolo sembra fare piccoli progressi in merito alle modalità in cui gli individui che hanno un DCA si possono relazionare al proprio corpo. Questo mi porta a credere che manchi decisamente qualcosa in merito alla comprensione di come ogni singolo individuo si relazioni al proprio corpo, e se, in effetti, l’ “immagine corporea” sia un concetto che è universalmente e uniformemente rilevante per tutte coloro che hanno un DCA.
Questa apparentemente semplice domanda cela in realtà una questione piuttosto controversa: dopotutto, all’immagine corporea viene ascritta una significativa centralità in molti studi (e strategie terapeutiche) relativi ai DCA. Credo che chiunque di noi che abbia un DCA si sia sentita dire almeno una volta nella propria vita, da un qualche medico/psichiatra/psicologo/dietista/nutrizionista che è importante migliorare la percezione della propria immagine corporea, che così facendo si può riuscire a far pace col cibo, con l’esercizio fisico, con gli altri, col DCA. Insomma, per come la mettono alcuni specialisti, sembrerebbe che lavorare sulla propria immagine corporea rappresenti la panacea per la guarigione dall’anoressia, che imparare ad amare il proprio corpo per com’è costituisca la chiave di volta per vincere i DCA.
Mi perdonino suddetti specialisti, ma io non sono d’accordo. Voglio mettere in chiaro che io penso che le intenzioni che stanno dietro la retorica dell’ “immagine corporea positiva” siano fondamentalmente buone, forse persino ammirevoli (sebbene un tantinello utopiche, a mio avviso). Tuttavia, mi ha colpito molto il modo in cui le autrici del suddetto studio hanno esplicitato che le ipotesi che stanno alla base della corrente concettualizzazione dell’ “immagine corporea” possono limitare la comprensione di come gli individui vi si relaziono, e di come agiscono con e sul proprio corpo.
Quali sono i postulati che stanno alla base dell’attuale concetto di “immagine corporea”?
1 - Che l’immagine corporea “esiste”.
2 – Che l’immagine corporea è un prodotto (socialmente mediato) della percezione.
3 – Che l’immagine corporea è un qualcosa di interiore.
4 – Che l’immagine corporea può essere trattata come se fosse reale, ed accuratamente valutata.
5 – Che le persone forniscano risposte neutre in merito all’immagine corporea di sé che hanno nella propria testa.
1. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA “ESISTE”
Pensateci bene: questo in realtà non è così strano come potrebbe sembrare. Poiché l’immagine corporea è compresa e studiata, si presume che sia una “cosa” che tutti gli individui possiedono e cui si relazionano. Che questa “immagine” sia accurata o meno, i ricercatori danno per scontato che ogni singola persona ce l’abbia. Altrimenti, che senso avrebbe valutare l’immagine corporea?
Tradizionalmente, l’immagine corporea viene definita come: “l'immagine del nostro corpo che formiamo nella nostra mente, vale a dire, il modo in cui il corpo appare a noi stessi” (Schilder, 1950). Rudd & Lennon (2000), espandono questa definizione includendo le percezioni e gli atteggiamenti tenuti verso il proprio corpo.
Proprio come altri costrutti, questo postulato (l’esistenza dell’immagine corporea) rende l’immagine corporea misurabile, valutabile, e idealmente ci permettono di spiegare perché le persone si comportano in un certo modo nei confronti del proprio corpo. Per esempio, alcuni ricercatori avevano ipotizzato che una sostanziale inaccuratezza della percezione dell’immagine corporea fosse ciò che spingeva le persone con un DCA a cercare di dimagrire costantemente, a prescindere dal loro peso reale. (Non è in realtà così.)
2. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN PRODOTTO (SOCIALMENTE MEDIATO) DELLA PERCEZIONE
Se si parte dall’assunto che l’immagine corporea è una “cosa” che si genera nella mente umana, ecco che viene spontaneo concludere che allora essa è creata attraverso la nostra percezione. Delle vecchissime ricerche sui DCA erano innamorate dell’idea dell’esistenza di una discrepanza nella percezione dell’immagine corporea. Mi riferisco agli studi di psicologi quali Bruch (1962) e Slade & Russell (1973), che non la smettevano più di insistere su quanto le persone malate di anoressia non riuscissero a vedere il proprio corpo per quello che realmente era. (L’anoressia non è una malattia della vista, buongiorno!) Questi sono meramente 2 esempi del modo in cui la psicologia si è sempre concentrata (eccessivamente!) sulla percezione dell’immagine corporea.
Nonostante tutti questi tentativi di mettere ampiamente in risalto la centralità dell’immagine corporea nei DCA, nessuno degli studi di questo tipo è mai riuscito a trovare una relazione statisticamente significativa tra stima delle proprie dimensioni corporee ed insoddisfazione per il proprio aspetto. Nessuno. L'attenzione percettiva pone anche l'accento sulle cose che "distorcono" la percezione, come le pressioni culturali e psicologiche. Ricerche più recenti si sono concentrate sulle discrepanze nella percezione dell’immagine corporea, per esempio chiedendo a delle donne di scegliere quale corpo tra vari esempi mostrati sarebbe stato il loro "ideale", trovando spesso che le donne scelgono corpi più magri del proprio; ma nessuna di queste ricerche riesce a dimostrare se e quanto questo abbia un impatto sui pensieri, comportamenti e relazioni.
3. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA E’ UN QUALCOSA DI INTERIORE
L’immagine corporea viene spesso descritta come un qualcosa che “appartiene” all’individuo. Gli individui, naturalmente, agiscono ed impattano nel mondo che li circonda. Tuttavia, alla fine della fiera, ci sono una serie di forze che vengono viste come agenti sull’individuo, ed influenzanti l’immagine mentale che essi hanno sul proprio corpo. Nonostante la raffica di ricerche mirate a valutare l’influenza dei fattori esterni sull’immagine corporea, non abbiamo in realtà alcuna certezza o conferma su come esattamente le immagini proposte dai Mass Media, possano impattare sulla percezione dell’immagine corporea.
4. POSTULATO: L’IMMAGINE CORPOREA PUO’ ESSERE TRATTATA COME SE FOSSE REALE, ED ACCURATAMENTE VALUTATA
Questo postulato riecheggia il primo della lista, e fa fiorire una marea di critiche sulle modalità con cui l’immagine corporea viene valutata.
• L’immagine corporea dev’essere semplificata per poter essere valutata: per esempio, con gli studi che chiedono alle partecipanti di scegliere il proprio corpo ideale tra 9 diverse shilouettes proposte, che possono o meno includere l’immagine corporea “ideale” presente nella testa delle partecipati.
• Le risposte differenti e di un numero limitatissimo di donne vengono considerate rappresentative delle differenze percettive “reali”.
• Queste diverse risposte vengono trattate come se fossero intrinsecamente significative: ogni discrepanza da esse viene valutata come “insoddisfazione”.
5. POSTULATO: LE PERSONE FORNISCONO RIPOSTE NEUTRE IN MERITO ALL’IMMAGINE CORPOREA DI SE’ CHE HANNO NELLA PROPRIA TESTA
Le persone sono generalmente consapevoli che la loro esistenza è inscritta in un particolare ambiente culturale. Se anche un individuo può rispondere ad un questionario affermando che la sua immagine corporea “ideale” è più magra del loro corpo ideale, questo non dice sostanzialmente niente su quanto questo incida nella lista delle priorità di vita dell’individuo.
La maggior parte delle donne potrebbe dire di voler essere, in misura più o meno ampia, più magra di quello che è, ma solo un’irrisoria percentuale di esse si ammala di anoressia. Ergo, non esiste alcuna correlazione diretta tra le 2 cose, perché se ci fosse una reazione causa-effetto, tutte quelle donne si ammalerebbero. E questa è la dimostrazione del fatto che i DCA sono malattie multifattoriali determinate da così tante cause che eventuali discrepanze sulla percezione dell’immagine corporea possono avere un ruolo minimale o addirittura nullo sullo sviluppo di un DCA.
Quello che secondo me dovremmo fare, perciò, è ri-concettualizzare i problemi.
1. Focus di ricerca ristretto
L’immagine corporea è un qualcosa di estremamente complesso e variegato. Se diamo per scontato che l’immagine corporea sia semplicemente il mediatore tra pensiero ed azione, tagliamo fuori moltissime importanti domande, quali per esempio:
• Com’è che la percezione dell’immagine corporea è diversa in persone diverse?
• Come si può capire quale sia l’influenza che ha la percezione della propria immagine corporea sul singolo individuo, e come questa moduli la vita quotidiana e le interazioni con gli altri?
• Ci sono altre modalità d’interpretare le problematiche comportamentali, al di là del banale scaricare la colpa sull’immagine corporea?
2. Sottovalutazione del contesto
Come precedentemente detto, le persone sono immerse nell’ambiente esterno che le circonda. Ma finora, tutte le indagini sono state solo ed esclusivamente mirate a valutare come le immagini proposte dai Mass Media potessero influenzare la percezione della propria immagine corporea.
Fortunatamente, sembra che alcuni recentissimi studi stanno cercando di mettere in relazione come l’immagine corporea del singolo possa condizionare di partenza la sua relazione con mondo circostante, ancor prima di ricevere input esterni. Questi studi stanno mettendo in evidenza il fatto che la percezione dell’immagine corporea del singolo individuo non è univoca ed unitaria, ma varia in base al contesto in cui il soggetto si trova (se è in giro con gli amici, se a al lavoro/a scuola, etc…) e in base alle persone con cui interagisce.
3. De-enfatizzare la produzione discorsiva dell’immagine corporea
Quando consideriamo l’immagine corporea come una “cosa reale”, dimentichiamo che c’è un divario tra il modo in cui essa viene percepita, e il modo in cui viene esplicitata. Per cui, anche il fatto che i Mass Media propongano certi tipi di immagine, non ha per tutti la stessa risonanza, e non necessariamente scalfisce la percezione del singolo.
4. Ignorare la natura sociale della percezione
La percezione dei corpi, e del proprio corpo in particolare, può essere valutata comparandola a corpi altrui o al proprio. Inoltre, piuttosto che essere un tutto unitario, l’immagine corporea può concentrarsi su singole parti del corpo.
Dentro uno “schema dell’immagine corporea” i singoli individui possono concentrarsi su certi aspetti, che possono essere diversi da persona a persona. Una persona può anche accettare di avere dei fianchi più ampi, purchè questo comporti l’avere un seno più grosso, se quella è una parte del corpo su cui centra particolarmente la sua attenzione.
5. Distrazione dalla natura dialogica dell’immagine corporea
E’ opinione erronea ma comune che l’influenza dei Mass Media sull’immagine corporea sia unidirezionale. Quest’erronea convinzione sottovaluta significativamente la capacità delle persone di essere senzienti e critiche nei confronti delle immagini trasmesse dai Mass Media.
Lo studio di cui vi parlavo mette in evidenza come le adolescenti, leggendo una rivista modaiola, possano allo stesso tempo gradirla, comparare il proprio corpo a quello delle cover girl, e allo stesso tempo essere consapevoli dell’esistenza del fotoritocco, e criticare quella bellezza del tutto artificiosa. Il che è decisamente il prodotto di una mente senziente.
6. Individuazione delle preoccupazioni per il proprio corpo
Di nuovo, occorre considerare il fatto che noi interagiamo con altre persone. Noi non siamo affatto dei burattini, dei corpi passivi: ci impegnamo nelle relazioni con gli altri, e ci chiediamo cosa loro pensino di noi.
Inoltre, le modalità con cui le persone si relazionano alla propria immagine corporea, variano da individuo ad individuo. Non tutti recepiscono uno stesso messaggio allo stesso modo, e questa è una verità che molto spesso viene considerata ovvia, scontata, e quindi viene sottovalutata.
Dopo tutto ciò con cui vi ho tediato finora, tiriamo le somme: in che modo possiamo relazionarci all’immagine corporea, e rendere questo costrutto più utile? Le autrici dello studio suggeriscono che l’immagine corporea potrebbe essere compresa in maniera migliore se considerata come un attivo, variegato e continuo processo di raffigurazione di se stessi. Tant’è che preferiscono utilizzare il termine “body imaging” anziché “body image”, perché cattura splendidamente la fluidità e la continuatività della costruzione/decostruzione dell’immagine corporea.
Per concettualizzare l’immagine corporea in questo modo, bisogna intenderla come “un processo attivo che l'individuo si impegna a modificare, migliorare, e venire a patti con il proprio corpo in specifici contesti temporali, vitali e relazionali”.
Anziché essere un “prodotto”, l’immagine corporea viene considerate come un’ “attività”, una distinzione che le autrici sottolineano perchè può aiutare a catturare l’esperienza complessissima e riflessiva di essere nel proprio corpo.
Devo dire che il modo in cui quest’articolo reinterpreta l’immagine corporea non mi dispiace affatto. Quel che penso sia particolarmente importante in questo approccio è che, nonostante la resistente retorica dell’ "immagine corporea positiva", quest’articolo sembra fare piccoli progressi in merito alle modalità in cui gli individui che hanno un DCA si possono relazionare al proprio corpo. Questo mi porta a credere che manchi decisamente qualcosa in merito alla comprensione di come ogni singolo individuo si relazioni al proprio corpo, e se, in effetti, l’ “immagine corporea” sia un concetto che è universalmente e uniformemente rilevante per tutte coloro che hanno un DCA.
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venerdì 26 settembre 2014
On the other side of the fence
On the other side of the fence. 2008 – 2014. Perché gli anni passano, ma le emozioni rimangono. E quelle sì che sono indelebili. Più provi a cancellarle, più ti restano dentro.
È la milionesima volta che provo a scrivere questo post: arrivo più o meno alla terza frase, poi cancello tutto perché mi sembra che non vada bene. Sto scoprendo che nel provare a raccontarvi quello che mi è successo la parte più difficile – una delle parti più difficili, per lo meno – non è tanto riuscire a metterci tutto, quanto mettere tutto al posto giusto.
Uno degli incarichi che i medici del 118 devono ricoprire è quello di fare assistenza medica alle gare sportive di ogni qualsiasi tipo. L’ultimo weekend mi è dunque capitato di essere assegnata come medico per la 7^ edizione del Rally di R. Questo è stato per me un incarico strano ed emozionante allo stesso tempo, dal momento che, prima di passare “dall’altra parte” e di prendere parte a questa gara in qualità di medico d’emergenza, vi avevo preso parte come pilota.
Il potente mezzo – Giugno 2008
(Questa foto è c/o i fotografi di IdeaImmagine (e potete trovarla anche sul loro sito), fotografi ufficiali del Rally di R., che realizzarono questa bellissima foto della “mia”* altrettanto bellissima auto durante la corsa.)
*[“mia” tra le dovute virgolette, poiché in realtà l’auto era di proprietà del mio navigatore, io ne ero solo la pilota.]
Il potente mezzo – Settembre 2014
E mi è venuto da pensare che questo mio “stare dall’altra parte” non vale solo per il Rally, ma anche per l’anoressia. Mentre stavo sull’ambulanza a guardare le automobili sfrecciare su strada, dicevo a me stessa: “Quest’anno sto dall’altra parte”, ed immediatamente il pensiero dell’anoressia mi si è piantato in testa. Ognuna di noi si sveglia ogni mattina e ce la mette tutta per affrontare la giornata che la attende e andare avanti, un giorno alla volta, un passo dopo l’altro… e questa successione di giorni si trasforma in una vita. Gli eventi accadono, le interazioni con gli altri si realizzano, si incontrano persone, si fanno esperienze, e il mondo continua a ruotare intorno al proprio asse. Poi un giorno ci si guarda indietro, e si capiscono tutte quelle cose che era impossibile comprendere nel momento in cui sono accadute.
“Adesso gira a sinistra!”
“Quale delle due sinistre?”
La bega di fare da navigatore ad una pilota ambidestra.
Io sono sempre stata una fautrice dell’idea “se potessi tornare indietro cambierei”. Non sono una stoica, e non vedo perché dovrei esserlo. Io ho sempre detto che, se potessi tornare indietro nel tempo mantenendo però le consapevolezze attuali, non risceglierei mai la restrizione alimentare, per come mi ha devastato la vita. C’è chi dice invece che comunque rifarebbe anche l’esperienza del DCA perché, nonostante tutto il dolore arrecatole, se è diventata quella che è, è anche merito del fatto che ha vissuto questo tipo di esperienza, che ha contribuito a farla maturare sotto ogni punto di vista, e a renderla sotto certi aspetti una persona migliore, più empatica. Bene, tutto il rispetto per chi la pensa così, ma io sono sempre appartenuta all’altra fazione, ed ho sempre in fondo creduto che chi la pensava altrimenti volesse solo giustificare (ed autogiustificarsi) un proprio errore. Eppure, quest’esperienza del Rally vissuto sotto 2 differenti punti di vista, mi ha fatto capire che anche nell’altra posizione qualcosa di sottilmente vero c’è.
Rabbia. Tranquillità. Terrore. Coraggio. Dolore. Indifferenza. Vuoto. Ribellione. Felicità. Tristezza. Completezza. Lacerazione. Realtà. Simulazione. Forza. Volitività. Amicizia. Odio. Dietro una porta sbarrata ai ricordi che s’insinuano tra le fessure… si ritrovano tutti i sentimenti.
Ho imparato a guidare quando avevo poco più di 15 anni. Sono andata avanti, a 18 anni ho preso ufficialmente la patente, ed ho scoperto la possibilità di fare la pilota nei rally. Non me la sono mai cavata male, ma non sono neanche mai salita sul gradino più alto del podio. Però mi piaceva quello che facevo, era bello correre. Neanche tanto arrivare: era proprio bello il correre in sé. Poi gli impegni col karate e con l’Università mi hanno portato a smettere di partecipare ai rally, ed io mi sono sentita come un uccellino cui avevano tarpato le ali. Eppure sono andata avanti.
Ho fatto per la prima volta il medico in una gara sportiva per un piccolo campionato di ciclismo locale. È stata la prima di tutta una serie di gare sportive di diverso tipo. Adesso ogni tanto vengo chiamata quando ce n’è bisogno, come al Rally di R. E guardo da spettatrice quelle corse cui avevo preso parte. Magari un po’ di rammarico c’è, a fronte di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Eppure, sto andando avanti.
Quando avevo circa 14 – 15 anni, ho sviluppato un disturbo alimentare che i medici hanno definito come “Anoressia Nervosa – Sottotipo 1”. Sono andata avanti, sono passati anni, ho vissuto diversi ricoveri in clinica, ho perso anni di scuola, mi sono alimentata seguendo un “equilibrio alimentare”, ho fatto tanta psicoterapia, a tratti sono stata meglio e poi ho avuto delle ricadute e poi mi sono rialzata, e adesso sono arrivata fin qua. In remissione da circa 6 anni, tengo un blog di lotta contro l’anoressia, realizzo video su YouTube, scrivo frasi positive su Twitter, mi sono laureata, lavoro come arbitro ed istruttrice di karate nonché come medico, e cerco nel mio piccolo di supportare chiunque stia lottando contro il proprio DCA. Insomma, sono passata da una parte all’altra. E sto andando avanti.
“Tutti quelli che corrono in macchina sotto sotto cercano quella cosa lì.”
“Quale cosa lì?”
“Morire.”
“Se pensassi al peggio dovrei smettere di correre.”
(Eppure ho sempre corso come se non ci dovesse essere un domani.)
Se tento di comprendere la mia vita a ritroso, non posso che sorridere di fronte alle realizzazioni che si sono presentate. Se penso ai momenti difficili, a quelli dolosi, a tutti i disagi, mi rendo conto che stavo percorrendo una strada che mi ha portata dritta fino ad oggi. Adesso riesco a vedere le opportunità che brillavano attraverso le avversità.
Se non avessi imparato a guidare in anticipo sui tempi, forse una volta 18enne non sarei mai stata capace di fare la pilota. Se non avessi studiato Medicina, forse non averi avuto la possibilità di lavorare per il 118. Se non mi fossi ammalata di anoressia – con tutto che mi ha devastato la vita, e che desidererei non ci fosse mai stata, e che se per assurdo potessi tornare indietro nel tempo la cancellerei dalla mia vita – forse il mio carattere non si sarebbe forgiato come ha fatto. Sono sempre andata avanti… e adesso, a ritroso, mi accorgo di ciò che sul momento mi era impossibile vedere.
Forse tutto quello che mi è successo, nel bene e nel male, ha il suo senso. E io devo solo viverlo per scoprirlo ed attribuirgli il mio significato. Forse c’è qualcosa che deve ancora succedere. Un giorno. In qualche modo. Dopo anni trascorsi da pilota, adesso ho un futuro da medico. Dopo anni di anoressia, adesso ho un futuro di remissione. Perché è possibile fondere passato e futuro. Dunque, magari arriverà ancora qualcosa di positivo. Suppongo che lo saprò solo vivendo.
P.S.= Chiedo scusa a tutti i miei amici, quelli attuali e quelli che avevo quando ero pilota: in un modo o nell’altro, vuoi correndo vuoi come medico, ho sottratto alle nostre vite un sacco di weekend per colpa dei rally. Ma ho sempre pensato di vincerlo insieme a voi, ragazzi, il rally della vita.
È la milionesima volta che provo a scrivere questo post: arrivo più o meno alla terza frase, poi cancello tutto perché mi sembra che non vada bene. Sto scoprendo che nel provare a raccontarvi quello che mi è successo la parte più difficile – una delle parti più difficili, per lo meno – non è tanto riuscire a metterci tutto, quanto mettere tutto al posto giusto.
Uno degli incarichi che i medici del 118 devono ricoprire è quello di fare assistenza medica alle gare sportive di ogni qualsiasi tipo. L’ultimo weekend mi è dunque capitato di essere assegnata come medico per la 7^ edizione del Rally di R. Questo è stato per me un incarico strano ed emozionante allo stesso tempo, dal momento che, prima di passare “dall’altra parte” e di prendere parte a questa gara in qualità di medico d’emergenza, vi avevo preso parte come pilota.
Il potente mezzo – Giugno 2008
(Questa foto è c/o i fotografi di IdeaImmagine (e potete trovarla anche sul loro sito), fotografi ufficiali del Rally di R., che realizzarono questa bellissima foto della “mia”* altrettanto bellissima auto durante la corsa.)
*[“mia” tra le dovute virgolette, poiché in realtà l’auto era di proprietà del mio navigatore, io ne ero solo la pilota.]
Il potente mezzo – Settembre 2014
E mi è venuto da pensare che questo mio “stare dall’altra parte” non vale solo per il Rally, ma anche per l’anoressia. Mentre stavo sull’ambulanza a guardare le automobili sfrecciare su strada, dicevo a me stessa: “Quest’anno sto dall’altra parte”, ed immediatamente il pensiero dell’anoressia mi si è piantato in testa. Ognuna di noi si sveglia ogni mattina e ce la mette tutta per affrontare la giornata che la attende e andare avanti, un giorno alla volta, un passo dopo l’altro… e questa successione di giorni si trasforma in una vita. Gli eventi accadono, le interazioni con gli altri si realizzano, si incontrano persone, si fanno esperienze, e il mondo continua a ruotare intorno al proprio asse. Poi un giorno ci si guarda indietro, e si capiscono tutte quelle cose che era impossibile comprendere nel momento in cui sono accadute.
“Adesso gira a sinistra!”
“Quale delle due sinistre?”
La bega di fare da navigatore ad una pilota ambidestra.
Io sono sempre stata una fautrice dell’idea “se potessi tornare indietro cambierei”. Non sono una stoica, e non vedo perché dovrei esserlo. Io ho sempre detto che, se potessi tornare indietro nel tempo mantenendo però le consapevolezze attuali, non risceglierei mai la restrizione alimentare, per come mi ha devastato la vita. C’è chi dice invece che comunque rifarebbe anche l’esperienza del DCA perché, nonostante tutto il dolore arrecatole, se è diventata quella che è, è anche merito del fatto che ha vissuto questo tipo di esperienza, che ha contribuito a farla maturare sotto ogni punto di vista, e a renderla sotto certi aspetti una persona migliore, più empatica. Bene, tutto il rispetto per chi la pensa così, ma io sono sempre appartenuta all’altra fazione, ed ho sempre in fondo creduto che chi la pensava altrimenti volesse solo giustificare (ed autogiustificarsi) un proprio errore. Eppure, quest’esperienza del Rally vissuto sotto 2 differenti punti di vista, mi ha fatto capire che anche nell’altra posizione qualcosa di sottilmente vero c’è.
Rabbia. Tranquillità. Terrore. Coraggio. Dolore. Indifferenza. Vuoto. Ribellione. Felicità. Tristezza. Completezza. Lacerazione. Realtà. Simulazione. Forza. Volitività. Amicizia. Odio. Dietro una porta sbarrata ai ricordi che s’insinuano tra le fessure… si ritrovano tutti i sentimenti.
Ho imparato a guidare quando avevo poco più di 15 anni. Sono andata avanti, a 18 anni ho preso ufficialmente la patente, ed ho scoperto la possibilità di fare la pilota nei rally. Non me la sono mai cavata male, ma non sono neanche mai salita sul gradino più alto del podio. Però mi piaceva quello che facevo, era bello correre. Neanche tanto arrivare: era proprio bello il correre in sé. Poi gli impegni col karate e con l’Università mi hanno portato a smettere di partecipare ai rally, ed io mi sono sentita come un uccellino cui avevano tarpato le ali. Eppure sono andata avanti.
Ho fatto per la prima volta il medico in una gara sportiva per un piccolo campionato di ciclismo locale. È stata la prima di tutta una serie di gare sportive di diverso tipo. Adesso ogni tanto vengo chiamata quando ce n’è bisogno, come al Rally di R. E guardo da spettatrice quelle corse cui avevo preso parte. Magari un po’ di rammarico c’è, a fronte di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Eppure, sto andando avanti.
Quando avevo circa 14 – 15 anni, ho sviluppato un disturbo alimentare che i medici hanno definito come “Anoressia Nervosa – Sottotipo 1”. Sono andata avanti, sono passati anni, ho vissuto diversi ricoveri in clinica, ho perso anni di scuola, mi sono alimentata seguendo un “equilibrio alimentare”, ho fatto tanta psicoterapia, a tratti sono stata meglio e poi ho avuto delle ricadute e poi mi sono rialzata, e adesso sono arrivata fin qua. In remissione da circa 6 anni, tengo un blog di lotta contro l’anoressia, realizzo video su YouTube, scrivo frasi positive su Twitter, mi sono laureata, lavoro come arbitro ed istruttrice di karate nonché come medico, e cerco nel mio piccolo di supportare chiunque stia lottando contro il proprio DCA. Insomma, sono passata da una parte all’altra. E sto andando avanti.
“Tutti quelli che corrono in macchina sotto sotto cercano quella cosa lì.”
“Quale cosa lì?”
“Morire.”
“Se pensassi al peggio dovrei smettere di correre.”
(Eppure ho sempre corso come se non ci dovesse essere un domani.)
Se tento di comprendere la mia vita a ritroso, non posso che sorridere di fronte alle realizzazioni che si sono presentate. Se penso ai momenti difficili, a quelli dolosi, a tutti i disagi, mi rendo conto che stavo percorrendo una strada che mi ha portata dritta fino ad oggi. Adesso riesco a vedere le opportunità che brillavano attraverso le avversità.
Se non avessi imparato a guidare in anticipo sui tempi, forse una volta 18enne non sarei mai stata capace di fare la pilota. Se non avessi studiato Medicina, forse non averi avuto la possibilità di lavorare per il 118. Se non mi fossi ammalata di anoressia – con tutto che mi ha devastato la vita, e che desidererei non ci fosse mai stata, e che se per assurdo potessi tornare indietro nel tempo la cancellerei dalla mia vita – forse il mio carattere non si sarebbe forgiato come ha fatto. Sono sempre andata avanti… e adesso, a ritroso, mi accorgo di ciò che sul momento mi era impossibile vedere.
Forse tutto quello che mi è successo, nel bene e nel male, ha il suo senso. E io devo solo viverlo per scoprirlo ed attribuirgli il mio significato. Forse c’è qualcosa che deve ancora succedere. Un giorno. In qualche modo. Dopo anni trascorsi da pilota, adesso ho un futuro da medico. Dopo anni di anoressia, adesso ho un futuro di remissione. Perché è possibile fondere passato e futuro. Dunque, magari arriverà ancora qualcosa di positivo. Suppongo che lo saprò solo vivendo.
P.S.= Chiedo scusa a tutti i miei amici, quelli attuali e quelli che avevo quando ero pilota: in un modo o nell’altro, vuoi correndo vuoi come medico, ho sottratto alle nostre vite un sacco di weekend per colpa dei rally. Ma ho sempre pensato di vincerlo insieme a voi, ragazzi, il rally della vita.
venerdì 12 settembre 2014
Sfuggire al cibo: Migliorare la qualità della vita nell'anoressia
Qualche tempo fa ho letto un articolo relativo ad uno studio mirato a valutare come evitare che le persone affette da anoressia da molti anni abbandonassero il proprio precorso terapeutico. In effetti questo è un problema spinoso nel campo dei DCA, perché l’abbandono della terapia è un grosso problema, tanto nella ricerca scientifica quanto nella pratica clinica. Che le persone affette da anoressia abbiano paura di chiedere aiuto, che pensino di non averne bisogno, od entrambe le cose, è sempre e comunque difficile convincere qualcuno a presentarsi presso l'ufficio di un terapeuta, settimana dopo settimana, apportare modifiche come mangiare di più e aumentare di peso, per non parlare dell’introspezione che è necessario fare e di quanto si può essere restie ad abbandonare comportamenti e convinzioni che, seppur patologiche, costituivano a loro modo un’efficace strategia di coping.
Personalmente, non ho avuto granché problemi da un punto di vista strettamente alimentare (visto, gente? Sto facendo qualcosa per contrastare l’anoressia!), ma per molto tempo non volevo avere niente a che fare con l’introspezione. Andavo in terapia, ma era una sorta di pro-forma: non avevo nessuna intenzione di abbandonare il controllo in ogni ambito della mia vita. E questo mi conduceva a frequenti ricadute nell’anoressia stessa.
Dunque, nonostante i colloqui psicoterapeutici, e le relative spese, la mia anoressia rimaneva radicata e io stagnavo nell’impasse. La mia qualità della vita non era un granché. Sì, studiavo e lavoravo, e questo era già qualcosa… ma mi fermavo lì. Facevo comunque una fatica bestiale con lo studio e con il lavoro, lo sport era limitato a quel poco che potevo permettermi, ero completamente isolata dagli altri, e la mia salute era comunque precaria. Tuttavia, ero determinata a lavorare su me stessa: ero convinta che se avessi risolto i miei veri problemi, sarei stata anche più motivata a combattere contro l’anoressia, perché sarebbe venuto meno il vero substrato che l’alimentava.
La psicologa che mi seguiva in quel periodo era basilarmente d’accordo con questa mia linea di pensiero, e la supportava. In particolare mi spronava ad allargare le mie conoscenze sia in ambito universitario che lavorativo, a stringere nuove amicizie, a frequentare nuovi ambienti. Frequentare nuove persone avrebbe potuto permettermi di rompere un po’ il mio rigido controllo, cosa che ovviamente non successe.
Tentai più volte di agire in maniera analoga, con risultati pressoché equivalenti. Quel genio di terapeuta allora mi disse che ero io che non ne volevo proprio sapere di abbandonare il controllo e di ammorbidirmi un po’ lasciandomi un po’ andare, e quindi non c’era nulla da fare.
Migliorare la propria qualità della vita credo sia l’obiettivo più grande e più importante da raggiungere per chiunque abbia un DCA, ma come riuscirci è materia di ampio dibattito, soprattutto per quel che concerne le persone che hanno un DCA da molti anni. Sebbene le persone abbiano lentamente accettato l’idea che ridurre i sintomi propri del DCA sia in effetti la prima linea di trattamento, non c’è altrettanta chiarezza per quanto riguarda i DCA di lunga durata. Spesso i terapeuti non sono granché ottimisti in merito alle donne che hanno un DCA da tanti anni, e allo stesso modo l’idea che queste donne possano migliorare la propria qualità della vita è vista come una sorta di utopia.
Mettere il carro davanti ai buoi?
Nello studio di cui vi parlavo ad inizio post, i ricercatori specificavano che l’obiettivo non era quello di focalizzarsi sul peso guadagnato, ma piuttosto sulla qualità della vita. Ed in effetti, tramite questo loro studio hanno dimostrato alcuni piccoli miglioramenti della qualità della vita, e alcuni piccoli miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA. La domanda cui non hanno risposto, tuttavia, è: i miglioramenti della qualità della vita hanno portato a miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA? O viceversa? (La versione DCA di “è nato prima l’uovo o la gallina?”, insomma…)
Un nuovo studio pubblicato sull’ “International Journal of Eating Disorders” risponde proprio a questa domanda. Sebbene le pazienti implicate nello studio (ed affette da DCA da molti anni) non fossero particolarmente focalizzate sul cibo o sui cambiamenti comportamentali, quanto piuttosto sul miglioramento della qualità della vita, è emerso che miglioramenti nelle abitudini alimentari e recupero del proprio set-point di peso corporeo erano in effetti gli unici predittori di miglioramento della qualità della vita.
Brevemente, le partecipanti a questo studio erano donne di età compresa tra i 20 e i 62 anni, tutte affette da anoressia da almeno 7 anni. La maggior parte di queste donne non avevano figli, ed erano marcatamente sottopeso. Le partecipanti sono state valutate all’inizio del trattamento terapeutico, alla fine del trattamento, e 1 anno dopo la fine del trattamento. Sono state prese in considerazione le variazioni dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, le ripercussioni fisiche ed emotive che il DCA aveva sulla loro vita, l’eventuale presenza di comorbidità, e la loro complessiva qualità della vita legata al DCA.
I ricercatori hanno scoperto che il peso influenzava significativamente la qualità della vita delle donne affette da anoressia: quelle che erano più vicine al proprio set-point avevano una qualità della vita migliore rispetto a quelle che ne erano più lontane. Sebbene le variazioni di peso non siano state particolarmente prese in considerazione in questo studio (come secondo me è giusto che sia, perché i DCA sono malattie mentali), esse sono comunque ovviamente avvenute nel corso del percorso terapeutico. Nel momento in cui i ricercatori sono andati a valutare quali fattori fossero implicati nel miglioramento della qualità della vita, ne hanno immediatamente riscontrati 2: ritorno del peso al proprio set-point e regressione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA.
Gli autori concludono:
“Queste scoperte ci suggeriscono che i miglioramenti [nella qualità della vita] sono associate – e forse interdipendenti – alla riduzione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, e al ripristino del corretto peso corporeo. […] I risultati di questo studio ci suggeriscono inoltre che dovrebbe essere posta più enfasi nel miglioramento della qualità della vita, soprattutto quando si parla di persone che soffrono di anoressia da molti anni, piuttosto che concentrarsi meramente sul peso o sui sintomi: poiché un miglioramento della qualità della vita può indirettamente determinare un miglioramento del peso e una riduzione di pensieri e comportamenti tipici dell’anoressia. Ovviamente dovranno essere condotti altri trials clinici per confermare questi risultati, ma se questi venissero effettivamente confermati, allora avremmo la certezza che il miglioramento della qualità della vita è strettamente correlato al ritorno al proprio set-point di peso corporeo, e all’allontanamento di pensieri e comportamenti tipici del DCA, e che dunque non si può avere un effettivo miglioramento della qualità della vita se si mantiene un peso lontano dal proprio set-point, e se non si fanno entrare nella vita altre cose che allontano i pensieri tipici dell’anoressia.”
(mia traduzione)
Cosa significa tutto questo in merito al trattamento dei DCA? Convincere qualcuno che ha un DCA, soprattutto se è malato da molti anni, che deve cambiare la propria alimentazione e i propri comportamenti è dura*. Convincere qualcuno che ha un DCA, anche se da molti anni, che può comunque significativamente migliorare la propria qualità della vita è un po’ più semplice. In effetti, l’idea che avrei potuto, alla lunga, migliorare la mia qualità della vita, è proprio quello che mi ha spinto a non mollare nella mia lotta contro l’anoressia. Per chi ha un DCA da tanti anni, pertanto, potrebbe essere più semplice pensare di poter migliorare a piccoli passi la propria qualità della vita, piuttosto che stravolgere da un punto di vista strettamente comportamentale la propria routine (non me ne vogliano i fans della terapia cognitivo-comportamentale, ma per il trattamento dei DCA la trovo veramente inefficace).
Far sì che una persona si mantenga costante nel proprio percorso di ricovero è una vittoria. Perché quella contro l’anoressia è una lotta che dura una vita. Ma man mano che la qualità della vita migliora, tener testa all’anoressia diventa sempre meno faticoso. E così l’avere una migliore qualità della vita diventa l’obiettivo – e la vittoria – di chiunque abbia un DCA. Certo, siamo tutte persone diverse, perciò è normale che ognuna di noi possa aver bisogno di strade differenti su cui procedere per raggiungere il miglioramento della propria qualità della vita. Però, a prescindere dalle modalità, credo sia importante pensare a come la terapia di un DCA possa essere più efficace a fare sì che questo accada. Pur essendo ognuna fatta a proprio modo, la ricerca ci dimostra che indubbiamente per migliorare la qualità della vita bisogna spezzare l’isolamento in cui l’anoressia ci vincola, provare a conoscere persone e a fare cose, e focalizzarsi su quello che di bello può esserci nella nostra vita, piuttosto che limitarsi meramente a mangiare di più o a cercare meramente da un punto di vista comportamentale di abolire gli atteggiamenti ed i pensieri tipici dell’anoressia.
*ove per “è dura” intendo “eufemismo del secolo”.
P.S. = Vi ricordo il “P.S.” del post che ho scritto 2 settimane fa!... Aspetto le vostre infographics, non c’è nessuna fretta!
P.P.S. = Venerdì 19 non potrò aggiornare il blog, per cui il prossimo post lo pubblicherò Venerdì 26 Settembre. Ci rileggiamo tra 2 settimane! Stay tuned, gals!
Personalmente, non ho avuto granché problemi da un punto di vista strettamente alimentare (visto, gente? Sto facendo qualcosa per contrastare l’anoressia!), ma per molto tempo non volevo avere niente a che fare con l’introspezione. Andavo in terapia, ma era una sorta di pro-forma: non avevo nessuna intenzione di abbandonare il controllo in ogni ambito della mia vita. E questo mi conduceva a frequenti ricadute nell’anoressia stessa.
Dunque, nonostante i colloqui psicoterapeutici, e le relative spese, la mia anoressia rimaneva radicata e io stagnavo nell’impasse. La mia qualità della vita non era un granché. Sì, studiavo e lavoravo, e questo era già qualcosa… ma mi fermavo lì. Facevo comunque una fatica bestiale con lo studio e con il lavoro, lo sport era limitato a quel poco che potevo permettermi, ero completamente isolata dagli altri, e la mia salute era comunque precaria. Tuttavia, ero determinata a lavorare su me stessa: ero convinta che se avessi risolto i miei veri problemi, sarei stata anche più motivata a combattere contro l’anoressia, perché sarebbe venuto meno il vero substrato che l’alimentava.
La psicologa che mi seguiva in quel periodo era basilarmente d’accordo con questa mia linea di pensiero, e la supportava. In particolare mi spronava ad allargare le mie conoscenze sia in ambito universitario che lavorativo, a stringere nuove amicizie, a frequentare nuovi ambienti. Frequentare nuove persone avrebbe potuto permettermi di rompere un po’ il mio rigido controllo, cosa che ovviamente non successe.
Tentai più volte di agire in maniera analoga, con risultati pressoché equivalenti. Quel genio di terapeuta allora mi disse che ero io che non ne volevo proprio sapere di abbandonare il controllo e di ammorbidirmi un po’ lasciandomi un po’ andare, e quindi non c’era nulla da fare.
Migliorare la propria qualità della vita credo sia l’obiettivo più grande e più importante da raggiungere per chiunque abbia un DCA, ma come riuscirci è materia di ampio dibattito, soprattutto per quel che concerne le persone che hanno un DCA da molti anni. Sebbene le persone abbiano lentamente accettato l’idea che ridurre i sintomi propri del DCA sia in effetti la prima linea di trattamento, non c’è altrettanta chiarezza per quanto riguarda i DCA di lunga durata. Spesso i terapeuti non sono granché ottimisti in merito alle donne che hanno un DCA da tanti anni, e allo stesso modo l’idea che queste donne possano migliorare la propria qualità della vita è vista come una sorta di utopia.
Mettere il carro davanti ai buoi?
Nello studio di cui vi parlavo ad inizio post, i ricercatori specificavano che l’obiettivo non era quello di focalizzarsi sul peso guadagnato, ma piuttosto sulla qualità della vita. Ed in effetti, tramite questo loro studio hanno dimostrato alcuni piccoli miglioramenti della qualità della vita, e alcuni piccoli miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA. La domanda cui non hanno risposto, tuttavia, è: i miglioramenti della qualità della vita hanno portato a miglioramenti nei pensieri e nei comportamenti tipici del DCA? O viceversa? (La versione DCA di “è nato prima l’uovo o la gallina?”, insomma…)
Un nuovo studio pubblicato sull’ “International Journal of Eating Disorders” risponde proprio a questa domanda. Sebbene le pazienti implicate nello studio (ed affette da DCA da molti anni) non fossero particolarmente focalizzate sul cibo o sui cambiamenti comportamentali, quanto piuttosto sul miglioramento della qualità della vita, è emerso che miglioramenti nelle abitudini alimentari e recupero del proprio set-point di peso corporeo erano in effetti gli unici predittori di miglioramento della qualità della vita.
Brevemente, le partecipanti a questo studio erano donne di età compresa tra i 20 e i 62 anni, tutte affette da anoressia da almeno 7 anni. La maggior parte di queste donne non avevano figli, ed erano marcatamente sottopeso. Le partecipanti sono state valutate all’inizio del trattamento terapeutico, alla fine del trattamento, e 1 anno dopo la fine del trattamento. Sono state prese in considerazione le variazioni dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, le ripercussioni fisiche ed emotive che il DCA aveva sulla loro vita, l’eventuale presenza di comorbidità, e la loro complessiva qualità della vita legata al DCA.
I ricercatori hanno scoperto che il peso influenzava significativamente la qualità della vita delle donne affette da anoressia: quelle che erano più vicine al proprio set-point avevano una qualità della vita migliore rispetto a quelle che ne erano più lontane. Sebbene le variazioni di peso non siano state particolarmente prese in considerazione in questo studio (come secondo me è giusto che sia, perché i DCA sono malattie mentali), esse sono comunque ovviamente avvenute nel corso del percorso terapeutico. Nel momento in cui i ricercatori sono andati a valutare quali fattori fossero implicati nel miglioramento della qualità della vita, ne hanno immediatamente riscontrati 2: ritorno del peso al proprio set-point e regressione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA.
Gli autori concludono:
“Queste scoperte ci suggeriscono che i miglioramenti [nella qualità della vita] sono associate – e forse interdipendenti – alla riduzione dei pensieri e dei comportamenti tipici del DCA, e al ripristino del corretto peso corporeo. […] I risultati di questo studio ci suggeriscono inoltre che dovrebbe essere posta più enfasi nel miglioramento della qualità della vita, soprattutto quando si parla di persone che soffrono di anoressia da molti anni, piuttosto che concentrarsi meramente sul peso o sui sintomi: poiché un miglioramento della qualità della vita può indirettamente determinare un miglioramento del peso e una riduzione di pensieri e comportamenti tipici dell’anoressia. Ovviamente dovranno essere condotti altri trials clinici per confermare questi risultati, ma se questi venissero effettivamente confermati, allora avremmo la certezza che il miglioramento della qualità della vita è strettamente correlato al ritorno al proprio set-point di peso corporeo, e all’allontanamento di pensieri e comportamenti tipici del DCA, e che dunque non si può avere un effettivo miglioramento della qualità della vita se si mantiene un peso lontano dal proprio set-point, e se non si fanno entrare nella vita altre cose che allontano i pensieri tipici dell’anoressia.”
(mia traduzione)
Cosa significa tutto questo in merito al trattamento dei DCA? Convincere qualcuno che ha un DCA, soprattutto se è malato da molti anni, che deve cambiare la propria alimentazione e i propri comportamenti è dura*. Convincere qualcuno che ha un DCA, anche se da molti anni, che può comunque significativamente migliorare la propria qualità della vita è un po’ più semplice. In effetti, l’idea che avrei potuto, alla lunga, migliorare la mia qualità della vita, è proprio quello che mi ha spinto a non mollare nella mia lotta contro l’anoressia. Per chi ha un DCA da tanti anni, pertanto, potrebbe essere più semplice pensare di poter migliorare a piccoli passi la propria qualità della vita, piuttosto che stravolgere da un punto di vista strettamente comportamentale la propria routine (non me ne vogliano i fans della terapia cognitivo-comportamentale, ma per il trattamento dei DCA la trovo veramente inefficace).
Far sì che una persona si mantenga costante nel proprio percorso di ricovero è una vittoria. Perché quella contro l’anoressia è una lotta che dura una vita. Ma man mano che la qualità della vita migliora, tener testa all’anoressia diventa sempre meno faticoso. E così l’avere una migliore qualità della vita diventa l’obiettivo – e la vittoria – di chiunque abbia un DCA. Certo, siamo tutte persone diverse, perciò è normale che ognuna di noi possa aver bisogno di strade differenti su cui procedere per raggiungere il miglioramento della propria qualità della vita. Però, a prescindere dalle modalità, credo sia importante pensare a come la terapia di un DCA possa essere più efficace a fare sì che questo accada. Pur essendo ognuna fatta a proprio modo, la ricerca ci dimostra che indubbiamente per migliorare la qualità della vita bisogna spezzare l’isolamento in cui l’anoressia ci vincola, provare a conoscere persone e a fare cose, e focalizzarsi su quello che di bello può esserci nella nostra vita, piuttosto che limitarsi meramente a mangiare di più o a cercare meramente da un punto di vista comportamentale di abolire gli atteggiamenti ed i pensieri tipici dell’anoressia.
*ove per “è dura” intendo “eufemismo del secolo”.
P.S. = Vi ricordo il “P.S.” del post che ho scritto 2 settimane fa!... Aspetto le vostre infographics, non c’è nessuna fretta!
P.P.S. = Venerdì 19 non potrò aggiornare il blog, per cui il prossimo post lo pubblicherò Venerdì 26 Settembre. Ci rileggiamo tra 2 settimane! Stay tuned, gals!
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