venerdì 1 febbraio 2013
Comorbidità
L’idea di questo post nasce da un commento che mi ha lasciato Marcella al post “Cosa dire/non dire a una persona che ha un DCA”. Potete andare a leggere il commento e la risposta estemporanea che le ho dato, se vi va, ma oggi vorrei centrarmi su un punto in particolare, ovvero la comorbidità legata ai DCA.
Nel suo commento, Marcella parla di correlazione tra DCA e bipolarismo, accennando ad alcuni studi che sono stati condotti al riguardo. Incuriosita, mi sono armata dei miei preziosissimi Google Scholar e PubMed, e ho svolto qualche ricerca in merito.
È stato così che ho scoperto che, in realtà, ben pochi studi sono stati condotti in merito alla coesione tra DCA e altri disturbi psichiatrici, e l’unica correlazione che parrebbe essere dimostrata in termini scientifici, è la correlazione tra DCA e DOC (Disturbo Ossessivo-Compulsivo). Questi pochissimi studi che ho trovato e spulciato affermano che l’avere un DOC rende più grave il DCA, più difficile il trattamento, e più lungo il tempo necessario per avere una remissione. Un paio studi più recenti mostrano chiaramente la presenza di un significativo overlap tra DCA e DOC, e teorizzano lo sviluppo in un futuro ormai prossimo di specifici trattamenti per le persone che presentano questa comorbidità.
Entrando un po’ più nello specifico di quel poco che sono riuscita a reperire, c’è uno studio del 2004 condotto da Walter Kaye e dai suoi colleghi e pubblicato nell’ American Journal of Psychiatry, che stima quanto spesso i disturbi d’ansia (il DOC è un sottotipo di disturbo d’ansia) sono presenti in persone affette da anoressia e bulimia. Questo studio mostra che a circa il 70% delle persone con un DCA viene diagnosticato prima o poi anche un disturbo d’ansia. Molto spesso, peraltro, il disturbo d’ansia viene datato come d’esordio antecedente a quello del DCA stesso. Per inciso, tra le persone con un disturbo d’ansia il 41% è affetto da DOC, e il 20% da fobia sociale (disturbo d’ansia sociale). Date le cifre, dunque, il problema è ben rilevante. (Viene da chiedersi come mai, allora, gli studi condotti in merito siano così scarsi…)
Il gold standard nel trattamento del DOC è una forma di terapia cognitivo-comportamentale conosciuta come “Esposizione con Prevenzione della Risposta” (E/PR). L’idea è relativamente lineare: il soggetto deve creare una gerarchia delle cose che gli creano ansia e che normalmente gl’innescano una compulsione. Per esempio, per qualcuno che è ossessionato dall’idea che ci siano germi dappertutto, uno dei punti più bassi della lista potrebbe essere un qualcosa come: “Toccare un paio di guanti sterili da chirurgo non ancora stati utilizzati”. Uno dei punti più in alto, invece, potrebbe essere: “Toccare la maniglia della porta dell’ambulatorio di un medico”, oppure: “Avere accanto una persona che tossisce”. Insieme allo psicoterapeuta, la persona inizia in maniera estremamente graduale ad esporsi a questi stimoli che percepisce come ansiogeni, provando a non innescare alcuna compulsione in risposta (nell’esempio che ho fatto, correre subito a lavarsi le mani) per lenire l’ansia. Il punto è che poco a poco, così facendo, la persona impara a tollerare l’ansia e a rendersi conto che non morirà se anche viene a contatto con qualche germe.
Alcuni ricercatori hanno allora tentato di utilizzare alcune component dell’E/PR per trattare l’ansia provata nei confronti dell’alimentazione da parte dei soggetti affetti da DCA. In uno studio del 2011 pubblicato nell’ International Journal of Eating Disorders, i ricercatori dell’Università della Columbia per la prima volta hanno delineato un modello comportamentale di anoressia e bulimia guidato da ansia e ossessività.
(Date un’occhiata alla figura qui sotto, cui ho aggiunto una didascalia copiata – e poi da me tradotta – dallo studio originale.)
Figura 1. Modello dell’Anoressia Nervosa. Un trait di ansia basale elevata e ossessività interagisce con molteplici fattori ambientali, cosicché le pazienti sviluppano comportamenti maladattativi, tra cui l’evitamento di alcuni cibi, e rigidi schemi di restrizione alimentare, e sperimentano elevati livelli di ansia nella loro interazione col cibo. Questi comportamenti interconnessi alla restrizione alimentare conducono ad un incremento dell’ansia relativa all’alimentazione, e viceversa. Questi comportamenti compaiono in chiunque si sottoponga ad una dieta povera di lipidi (a bassa densità energetica), e poco variata. Questo, ovviamente, promuove la perdita di peso. Il basso peso si ripercuote sulle caratteristiche di base e porta a un aumento dei livelli di ansia e ossessività.
L’ansia correlata al dover incrementare le razioni alimentari giornaliere e al progressivo recupero del peso, interferisce costantemente con il recupero di peso stesso in persone affette da anoressia, e con le difficoltà ad interrompere il circolo vizioso abbuffata/vomito delle persone affette da bulimia. Da qui la conclusione che non si possano fare passi avanti nella strada del ricovero fino a che questi timori non vengono affrontati. In un articolo del 2012 pubblicato in European Eating Disorders Review, alcuni psicoterapeuti ipotizzano che una delle ragioni per cui la terapia che coinvolge anche i familiari sia efficace per molte adolescenti, sia perché essa comporta l’affrontare direttamente questi timori. Fino a che le pazienti non possono (teoricamente) scegliere autonomamente cosa mangiare perché vivono in famiglia e quindi devono “sottostare” a ciò che cucina la madre, non possono scegliere di evitare cibi “ansiogeni”. Ai genitori, ovviamente, allo stesso tempo, viene insegnato come poter gradualmente agire per limitare i vari rituali connessi all’alimentazione delle proprie figlie.
Quello che mi ha colpito di più, però, è uno studio che è stato pubblicato proprio poche settimane fa, e che affronta la tematica del trattamento di DOC e DCA, questa volta proprio valutando delle ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento dei disturbi alimentari. Pubblicato su Cognitive Behaviour Therapy, in questo studio i ricercatori trattano 56 ragazze affette da anoressia, bulimia o DCAnas, seguendo uno specifico programma elaborato per persone affette contemporaneamente anche da DOC. Di queste 56 pazienti, al 41% era stata diagnosticata anoressia, al 25% bulimia, al 34% DCAnas. I tassi e i livelli di disturbo ossessivo compulsivo erano invariati a prescindere dalla diagnosi di differente DCA. Dopo il trattamento, i ricercatori hanno trovato un miglioramento significativo sui punteggi negli specifici test relativi a DOC e disturbi alimentari, come valutato da una serie di indagini e di auto-report. Peraltro, quasi tutte le pazienti con bulimia erano riuscite a spezzare il circolo vizioso abbuffata/vomito, ed alcune pazienti con anoressia erano riuscite ad aumentare il loro peso corporeo.
A questo punto, però, considerato il contenuto di quest’ultimo studio, che ad una prima lettura farebbe pensare a chiunque che effettivamente esista una comorbidità tra DCA e DOC e dunque una possibile univocità di trattamento, non posso fare a meno di esprimere la mia opinione in merito.
Questo è indubbiamente un buon risultato, ma il problema è che in questo studio (nè in altri di cui io sia a conoscenza o sia riuscita a trovare) il gruppo trattato non viene comparato a null’altro. Anche gli altri studi che ho menzionato hanno mostrato che trattare il DCA migliora anche il quadro di DOC che eventualmente è concomitantemente presente. Ma questo significa che il miglioramento evidenziato in questo studio nella fattispecie è stato determinato esclusivamente grazie ad un’alimentazione più regolare e all’assenza di comportamenti di compenso? E che ruolo ha svolto il fatto che questo studio fosse stato specificatamente condotto su un peculiare gruppo, ovvero su ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento di DCA? Il risultato sul trattamento del DCA sarebbe stato differente se le ragazze non avessero ricevuto in contempo un trattamento per il DOC? E cosa sarebbe successo se avessero seguito una terapia specificatamente mirata sul trattamento del DOC, e non avessero invece trattato il DCA? Certo, mi rendo conto che non sarebbe etico dividere le ragazze in 3 gruppi e trattare il primo gruppo solo per il DCA, il secondo solo per il DOC, e il terzo per entrambi, e vedere quali sarebbero le differenze… ma penso che renderebbe lo studio più attendibile.
Un altro fattore di cui i ricercatori non hanno tenuto conto in questo studio è l’uso di psicofarmaci, che viene solo menzionato ma di fatto non considerato ai fini dei risultati stilati. Come avrete letto dal relativo link, l’89% delle 56 pazienti esaminate assumevano psicofarmaci al momento in cui lo studio è stato realizzato. Gli sperimentatori giustificano la mancata tenuta in considerazione di questo fatto precisando che solo il 7% delle ragazze aveva iniziato a prendere psicofarmaci durante quel ricovero. Ma non viene detto niente a proposito del trattamento delle altre pazienti, che già prendevano psicofarmaci prima di essere ricoverate: in seguito al ricovero queste ragazze hanno aumentato o diminuito le dosi dei farmaci che già prendevano? O hanno cambiato tipo di farmaco assunto? Questi interrogativi cui lo studio non risponde, secondo me invece sono importanti, in quanto la variazione di dose o di tipo di farmaco influenzano significativamente la sintomatologia del DOC.
(Sebbene un altro recente studio che ho letto indichi che nessuno psicofarmaco è in realtà effettivamente efficace nel trattamento dell’anoressia.)
Peraltro, se ci avete fatto caso leggendo l'articolo al link, uno dei ricercatori che ha elaborato questo studio è il direttore sanitario della clinica dove lo studio è stato condotto. Questo mi rende un po’ scettica in merito ai risultati ottenuti, penso sia naturale.
I ricercatori concludono che (mia traduzione): “Il trattamento simultaneo di DOC e disturbi alimentari condotto utilizzando un approccio multimodale che utilizza la tecnica dell’E/PR per l’approccio ad entrambe le patologie, può rappresentare un’efficace strategia terapeutica per le persone che presentano questa comorbidità”. Ma quanto efficace? Migliore di ogni qualsiasi altra modalità di trattamento? Quanto migliore? Per quanto tempo durano i risultati? È un miglioramento effettivo e duraturo, permanente, o dopo una prima fase di miglioramento le 56 ragazze esaminate sono tornate al punto di partenza o sono comunque ri-peggiorate? Su nessuna di queste pazienti è stato condotto un follow-up a distanza di tempo. Migliorare durante un ricovero in una clinica è una cosa certamente positiva… ma il vero e proprio rodaggio alla vita esterna non avviene fino al momento della dimissione.
In ogni caso, penso che questo studio possa essere un punto di partenza. Se effettivamente c’è una comorbidità tra DCA e DOC, trattare persone che presentano entrambe le patologie può essere veramente difficile, ma questo non significa che queste persone, col tempo, non possano arrivare comunque a condurre una vita più sana e produttiva.
Penso che ci sia disperatamente bisogno che vengano condotti molteplici nuovi studi in questa direzione, e che, contemporaneamente, nel compiere questi studi sia necessario prendere in esame quante più variabili possibile (per quanto, mi rendo conto, sia difficile) per poter successivamente sviluppare il trattamento migliore, quanto più efficace possibile.
Nel suo commento, Marcella parla di correlazione tra DCA e bipolarismo, accennando ad alcuni studi che sono stati condotti al riguardo. Incuriosita, mi sono armata dei miei preziosissimi Google Scholar e PubMed, e ho svolto qualche ricerca in merito.
È stato così che ho scoperto che, in realtà, ben pochi studi sono stati condotti in merito alla coesione tra DCA e altri disturbi psichiatrici, e l’unica correlazione che parrebbe essere dimostrata in termini scientifici, è la correlazione tra DCA e DOC (Disturbo Ossessivo-Compulsivo). Questi pochissimi studi che ho trovato e spulciato affermano che l’avere un DOC rende più grave il DCA, più difficile il trattamento, e più lungo il tempo necessario per avere una remissione. Un paio studi più recenti mostrano chiaramente la presenza di un significativo overlap tra DCA e DOC, e teorizzano lo sviluppo in un futuro ormai prossimo di specifici trattamenti per le persone che presentano questa comorbidità.
Entrando un po’ più nello specifico di quel poco che sono riuscita a reperire, c’è uno studio del 2004 condotto da Walter Kaye e dai suoi colleghi e pubblicato nell’ American Journal of Psychiatry, che stima quanto spesso i disturbi d’ansia (il DOC è un sottotipo di disturbo d’ansia) sono presenti in persone affette da anoressia e bulimia. Questo studio mostra che a circa il 70% delle persone con un DCA viene diagnosticato prima o poi anche un disturbo d’ansia. Molto spesso, peraltro, il disturbo d’ansia viene datato come d’esordio antecedente a quello del DCA stesso. Per inciso, tra le persone con un disturbo d’ansia il 41% è affetto da DOC, e il 20% da fobia sociale (disturbo d’ansia sociale). Date le cifre, dunque, il problema è ben rilevante. (Viene da chiedersi come mai, allora, gli studi condotti in merito siano così scarsi…)
Il gold standard nel trattamento del DOC è una forma di terapia cognitivo-comportamentale conosciuta come “Esposizione con Prevenzione della Risposta” (E/PR). L’idea è relativamente lineare: il soggetto deve creare una gerarchia delle cose che gli creano ansia e che normalmente gl’innescano una compulsione. Per esempio, per qualcuno che è ossessionato dall’idea che ci siano germi dappertutto, uno dei punti più bassi della lista potrebbe essere un qualcosa come: “Toccare un paio di guanti sterili da chirurgo non ancora stati utilizzati”. Uno dei punti più in alto, invece, potrebbe essere: “Toccare la maniglia della porta dell’ambulatorio di un medico”, oppure: “Avere accanto una persona che tossisce”. Insieme allo psicoterapeuta, la persona inizia in maniera estremamente graduale ad esporsi a questi stimoli che percepisce come ansiogeni, provando a non innescare alcuna compulsione in risposta (nell’esempio che ho fatto, correre subito a lavarsi le mani) per lenire l’ansia. Il punto è che poco a poco, così facendo, la persona impara a tollerare l’ansia e a rendersi conto che non morirà se anche viene a contatto con qualche germe.
Alcuni ricercatori hanno allora tentato di utilizzare alcune component dell’E/PR per trattare l’ansia provata nei confronti dell’alimentazione da parte dei soggetti affetti da DCA. In uno studio del 2011 pubblicato nell’ International Journal of Eating Disorders, i ricercatori dell’Università della Columbia per la prima volta hanno delineato un modello comportamentale di anoressia e bulimia guidato da ansia e ossessività.
(Date un’occhiata alla figura qui sotto, cui ho aggiunto una didascalia copiata – e poi da me tradotta – dallo studio originale.)
Figura 1. Modello dell’Anoressia Nervosa. Un trait di ansia basale elevata e ossessività interagisce con molteplici fattori ambientali, cosicché le pazienti sviluppano comportamenti maladattativi, tra cui l’evitamento di alcuni cibi, e rigidi schemi di restrizione alimentare, e sperimentano elevati livelli di ansia nella loro interazione col cibo. Questi comportamenti interconnessi alla restrizione alimentare conducono ad un incremento dell’ansia relativa all’alimentazione, e viceversa. Questi comportamenti compaiono in chiunque si sottoponga ad una dieta povera di lipidi (a bassa densità energetica), e poco variata. Questo, ovviamente, promuove la perdita di peso. Il basso peso si ripercuote sulle caratteristiche di base e porta a un aumento dei livelli di ansia e ossessività.
L’ansia correlata al dover incrementare le razioni alimentari giornaliere e al progressivo recupero del peso, interferisce costantemente con il recupero di peso stesso in persone affette da anoressia, e con le difficoltà ad interrompere il circolo vizioso abbuffata/vomito delle persone affette da bulimia. Da qui la conclusione che non si possano fare passi avanti nella strada del ricovero fino a che questi timori non vengono affrontati. In un articolo del 2012 pubblicato in European Eating Disorders Review, alcuni psicoterapeuti ipotizzano che una delle ragioni per cui la terapia che coinvolge anche i familiari sia efficace per molte adolescenti, sia perché essa comporta l’affrontare direttamente questi timori. Fino a che le pazienti non possono (teoricamente) scegliere autonomamente cosa mangiare perché vivono in famiglia e quindi devono “sottostare” a ciò che cucina la madre, non possono scegliere di evitare cibi “ansiogeni”. Ai genitori, ovviamente, allo stesso tempo, viene insegnato come poter gradualmente agire per limitare i vari rituali connessi all’alimentazione delle proprie figlie.
Quello che mi ha colpito di più, però, è uno studio che è stato pubblicato proprio poche settimane fa, e che affronta la tematica del trattamento di DOC e DCA, questa volta proprio valutando delle ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento dei disturbi alimentari. Pubblicato su Cognitive Behaviour Therapy, in questo studio i ricercatori trattano 56 ragazze affette da anoressia, bulimia o DCAnas, seguendo uno specifico programma elaborato per persone affette contemporaneamente anche da DOC. Di queste 56 pazienti, al 41% era stata diagnosticata anoressia, al 25% bulimia, al 34% DCAnas. I tassi e i livelli di disturbo ossessivo compulsivo erano invariati a prescindere dalla diagnosi di differente DCA. Dopo il trattamento, i ricercatori hanno trovato un miglioramento significativo sui punteggi negli specifici test relativi a DOC e disturbi alimentari, come valutato da una serie di indagini e di auto-report. Peraltro, quasi tutte le pazienti con bulimia erano riuscite a spezzare il circolo vizioso abbuffata/vomito, ed alcune pazienti con anoressia erano riuscite ad aumentare il loro peso corporeo.
A questo punto, però, considerato il contenuto di quest’ultimo studio, che ad una prima lettura farebbe pensare a chiunque che effettivamente esista una comorbidità tra DCA e DOC e dunque una possibile univocità di trattamento, non posso fare a meno di esprimere la mia opinione in merito.
Questo è indubbiamente un buon risultato, ma il problema è che in questo studio (nè in altri di cui io sia a conoscenza o sia riuscita a trovare) il gruppo trattato non viene comparato a null’altro. Anche gli altri studi che ho menzionato hanno mostrato che trattare il DCA migliora anche il quadro di DOC che eventualmente è concomitantemente presente. Ma questo significa che il miglioramento evidenziato in questo studio nella fattispecie è stato determinato esclusivamente grazie ad un’alimentazione più regolare e all’assenza di comportamenti di compenso? E che ruolo ha svolto il fatto che questo studio fosse stato specificatamente condotto su un peculiare gruppo, ovvero su ragazze ricoverate in una clinica specializzata per il trattamento di DCA? Il risultato sul trattamento del DCA sarebbe stato differente se le ragazze non avessero ricevuto in contempo un trattamento per il DOC? E cosa sarebbe successo se avessero seguito una terapia specificatamente mirata sul trattamento del DOC, e non avessero invece trattato il DCA? Certo, mi rendo conto che non sarebbe etico dividere le ragazze in 3 gruppi e trattare il primo gruppo solo per il DCA, il secondo solo per il DOC, e il terzo per entrambi, e vedere quali sarebbero le differenze… ma penso che renderebbe lo studio più attendibile.
Un altro fattore di cui i ricercatori non hanno tenuto conto in questo studio è l’uso di psicofarmaci, che viene solo menzionato ma di fatto non considerato ai fini dei risultati stilati. Come avrete letto dal relativo link, l’89% delle 56 pazienti esaminate assumevano psicofarmaci al momento in cui lo studio è stato realizzato. Gli sperimentatori giustificano la mancata tenuta in considerazione di questo fatto precisando che solo il 7% delle ragazze aveva iniziato a prendere psicofarmaci durante quel ricovero. Ma non viene detto niente a proposito del trattamento delle altre pazienti, che già prendevano psicofarmaci prima di essere ricoverate: in seguito al ricovero queste ragazze hanno aumentato o diminuito le dosi dei farmaci che già prendevano? O hanno cambiato tipo di farmaco assunto? Questi interrogativi cui lo studio non risponde, secondo me invece sono importanti, in quanto la variazione di dose o di tipo di farmaco influenzano significativamente la sintomatologia del DOC.
(Sebbene un altro recente studio che ho letto indichi che nessuno psicofarmaco è in realtà effettivamente efficace nel trattamento dell’anoressia.)
Peraltro, se ci avete fatto caso leggendo l'articolo al link, uno dei ricercatori che ha elaborato questo studio è il direttore sanitario della clinica dove lo studio è stato condotto. Questo mi rende un po’ scettica in merito ai risultati ottenuti, penso sia naturale.
I ricercatori concludono che (mia traduzione): “Il trattamento simultaneo di DOC e disturbi alimentari condotto utilizzando un approccio multimodale che utilizza la tecnica dell’E/PR per l’approccio ad entrambe le patologie, può rappresentare un’efficace strategia terapeutica per le persone che presentano questa comorbidità”. Ma quanto efficace? Migliore di ogni qualsiasi altra modalità di trattamento? Quanto migliore? Per quanto tempo durano i risultati? È un miglioramento effettivo e duraturo, permanente, o dopo una prima fase di miglioramento le 56 ragazze esaminate sono tornate al punto di partenza o sono comunque ri-peggiorate? Su nessuna di queste pazienti è stato condotto un follow-up a distanza di tempo. Migliorare durante un ricovero in una clinica è una cosa certamente positiva… ma il vero e proprio rodaggio alla vita esterna non avviene fino al momento della dimissione.
In ogni caso, penso che questo studio possa essere un punto di partenza. Se effettivamente c’è una comorbidità tra DCA e DOC, trattare persone che presentano entrambe le patologie può essere veramente difficile, ma questo non significa che queste persone, col tempo, non possano arrivare comunque a condurre una vita più sana e produttiva.
Penso che ci sia disperatamente bisogno che vengano condotti molteplici nuovi studi in questa direzione, e che, contemporaneamente, nel compiere questi studi sia necessario prendere in esame quante più variabili possibile (per quanto, mi rendo conto, sia difficile) per poter successivamente sviluppare il trattamento migliore, quanto più efficace possibile.
Etichette:
anoressia,
binge,
bulimia,
clinica,
comorbidità,
DCAnas,
disturbo ossessivo compulsivo,
DOC,
no pro ana,
psicofarmaci,
ricerche,
ricovero,
studi scientifici,
Walter Kaye
venerdì 25 gennaio 2013
Provare ad accettare il cambiamento
La maggior parte delle persone con un DCA non va poi così matta per i cambiamenti. Anzi, i cambiamenti non piacciono proprio. Per quanto una situazione possa essere difficile e dolorosa, talora si continua comunque a preferirla, per il semplice fatto che è nota. Che sappiamo cosa aspettarci e come gestirla. Si possono tutt’al più accettare piccoli cambiamenti, ma per lo più nei termini da noi stesse scelti, altresì è inevitabile sclerare e, spesso, rifugiarsi ancor di più nel DCA.
Giusto un esempio: nella palestra dove faccio karate da quando avevo 13 anni, col tempo sono arrivati dei nuovi atleti. All’inizio, io non ero molto per la quale. Certo, c’erano e ci sono sempre i miei soliti compagni di squadra, ma ero circondata anche da persone che non avevo mai visto prima. Considerato che questo è sinonimo di cambiamento e di conoscere nuove persone, e che io sono refrattaria a tutto ciò, il primo impulso è stato quello di tornarmene a casa. Ma insieme ad altri 2 miei compagni di squadra stavamo preparando una gara di kata a squadre, e non potevo andarmene lasciandoli nelle peste, quindi sono rimasta.
In ogni caso, col passare degli allenamenti ho cominciato a rilassarmi. A non pensare al fatto che ci fossero in palestra persone nuove. A ricordare che anche io e i miei soliti compagni di squadra un giorno, parecchi anni fa, eravamo stati “persone nuove” per quella palestra, e che col tempo siamo diventati un gruppo forte e coeso. Ho provato a pensare che eravamo tutti in quella palestra semplicemente perché ci piace fare karate, che avevamo tutti lo stesso obiettivo.
Conclusione? Alla fine non è stato poi così terribile. Certo i nuovi ragazzi non prenderanno mai il posto di quelli che ormai conosco da parecchio tempo, perché non è così che va, e perché sono persone diverse, e ognuno mi arricchisce con la sua amicizia in maniera diversa. Ma, allo stesso tempo, avere nuove persone intorno può essere anche divertente, e che è tutto quello che deve essere.
Mi viene da pensare ad ogni volta che Twitter cambia il layout delle pagine. All’inizio tutti si lamentano e dicono “Ridateci indietro il VECCHIO Twitter!”. Quel che c’è d’ironico è che prima o poi il layout cambierà nuovamente, e tutti si arrabbieranno e richiederanno il “vecchio” layout che in un primo momento avevano tanto biasimato. Perché questo, col tempo, era diventato la nuova normalità. Tutti ci si erano abituati. E tutti si abitueranno ai cambiamenti che verranno fatti in futuro.
Ecco, pensate allora che la stessa cosa può valere quando si percorre la strada del ricovero combattendo contro l’anoressia: non tutti I cambiamenti sono poi così terribili. Sono inevitabili, e non necessariamente si presentano come cose meravigliose e fantastiche – anzi, al contrario, all’inizio sono sempre faticosissimi – però, alla fin fine, possono non essere così malvagi. L’anoressia è una condizione che vincola alla staticità, ergo molto probabilmente non ci sentiremo mai totalmente a nostro agio con i cambiamenti. Del resto, non penso che sentirsi completamente a proprio agio con i cambiamenti sia un aspetto fondamentale del percorso di ricovero. Ci sono un sacco di cose nella vita che non ci piacciono, ma sappiamo che dobbiamo averci a che fare, e in qualche modo le affrontiamo. Quello che conta è il modo in cui le affrontiamo, e dunque il modo in cui ci relazioniamo al cambiamento. Perché possiamo non amarlo, ma possiamo imparare a gestirlo senza che questo diventi paralizzante e ci riscaraventi nelle braccia del DCA. Per progredire sulla strada del ricovero dobbiamo necessariamente affrontare più o meno grossi cambiamenti… quel che dobbiamo imparare a fare, perciò, è viverli nella maniera giusta, prendendo il buono che c’è in loro, e accettandoli come parte integrante di ciò che un domani potrà permetterci di stare almeno un po’ meglio.
Giusto un esempio: nella palestra dove faccio karate da quando avevo 13 anni, col tempo sono arrivati dei nuovi atleti. All’inizio, io non ero molto per la quale. Certo, c’erano e ci sono sempre i miei soliti compagni di squadra, ma ero circondata anche da persone che non avevo mai visto prima. Considerato che questo è sinonimo di cambiamento e di conoscere nuove persone, e che io sono refrattaria a tutto ciò, il primo impulso è stato quello di tornarmene a casa. Ma insieme ad altri 2 miei compagni di squadra stavamo preparando una gara di kata a squadre, e non potevo andarmene lasciandoli nelle peste, quindi sono rimasta.
In ogni caso, col passare degli allenamenti ho cominciato a rilassarmi. A non pensare al fatto che ci fossero in palestra persone nuove. A ricordare che anche io e i miei soliti compagni di squadra un giorno, parecchi anni fa, eravamo stati “persone nuove” per quella palestra, e che col tempo siamo diventati un gruppo forte e coeso. Ho provato a pensare che eravamo tutti in quella palestra semplicemente perché ci piace fare karate, che avevamo tutti lo stesso obiettivo.
Conclusione? Alla fine non è stato poi così terribile. Certo i nuovi ragazzi non prenderanno mai il posto di quelli che ormai conosco da parecchio tempo, perché non è così che va, e perché sono persone diverse, e ognuno mi arricchisce con la sua amicizia in maniera diversa. Ma, allo stesso tempo, avere nuove persone intorno può essere anche divertente, e che è tutto quello che deve essere.
Mi viene da pensare ad ogni volta che Twitter cambia il layout delle pagine. All’inizio tutti si lamentano e dicono “Ridateci indietro il VECCHIO Twitter!”. Quel che c’è d’ironico è che prima o poi il layout cambierà nuovamente, e tutti si arrabbieranno e richiederanno il “vecchio” layout che in un primo momento avevano tanto biasimato. Perché questo, col tempo, era diventato la nuova normalità. Tutti ci si erano abituati. E tutti si abitueranno ai cambiamenti che verranno fatti in futuro.
Ecco, pensate allora che la stessa cosa può valere quando si percorre la strada del ricovero combattendo contro l’anoressia: non tutti I cambiamenti sono poi così terribili. Sono inevitabili, e non necessariamente si presentano come cose meravigliose e fantastiche – anzi, al contrario, all’inizio sono sempre faticosissimi – però, alla fin fine, possono non essere così malvagi. L’anoressia è una condizione che vincola alla staticità, ergo molto probabilmente non ci sentiremo mai totalmente a nostro agio con i cambiamenti. Del resto, non penso che sentirsi completamente a proprio agio con i cambiamenti sia un aspetto fondamentale del percorso di ricovero. Ci sono un sacco di cose nella vita che non ci piacciono, ma sappiamo che dobbiamo averci a che fare, e in qualche modo le affrontiamo. Quello che conta è il modo in cui le affrontiamo, e dunque il modo in cui ci relazioniamo al cambiamento. Perché possiamo non amarlo, ma possiamo imparare a gestirlo senza che questo diventi paralizzante e ci riscaraventi nelle braccia del DCA. Per progredire sulla strada del ricovero dobbiamo necessariamente affrontare più o meno grossi cambiamenti… quel che dobbiamo imparare a fare, perciò, è viverli nella maniera giusta, prendendo il buono che c’è in loro, e accettandoli come parte integrante di ciò che un domani potrà permetterci di stare almeno un po’ meglio.
Etichette:
anoressia,
binge,
bulimia,
cambiamenti,
combattere,
dca,
karate,
no pro ana,
ricovero
venerdì 18 gennaio 2013
Cosa dire/non dire a una persona che ha un DCA
Questo post è rivolto soprattutto a genitori, parenti, amici, conoscenti, chiunque abbia a che fare con una persona affetta da anoressia/bulimia/binge/DCAnas. Credo che tutti coloro che hanno a che fare con una persona che ha un DCA si chiedano come poter dosare le parole, cosa poter dire o meno a suddetta persona, senza correre il rischio di peggiorare una situazione già precaria. Il fatto è che, molto spesso, nonostante tutte le migliori intenzioni, le cose che vengono dette sono decisamente sbagliate.
Questo penso dipenda in larga parte dal fatto che chi sta vicino ad una persona con un DCA non ha vissuto a sua volta quest'esperienza, conseguentemente non sa esattamente cosa significhi avere un DCA, ne ha un'idea che molto spesso è lontana dalla realtà.
Mi è capitato di sentir dire: "Ah, sei anoressica? Anch'io ho avuto un periodo in cui ho fatto una dieta perchè volevo dimagrire"... e chi c'è passato ovviamente capisce che si tratta di tutt'altra cosa. Provare a fare una dieta è un qualcosa che moltissime persone fanno, ma questo non significa che, automaticamente, si ammalino di anoressia.
Quindi, ho pensato di fare una lista di quelle che, secondo me, sono cose che potrebbe essere utile o meno dire ad una persona che sta combattendo contro un DCA.
1 - Cosa dire: "Non sei sola. Se hai voglia di parlarne, io sono qui per te"
In questo modo la persona non viene messa alle strette nel dover necessariamente dire qualcosa, ma sa che, in qualsiasi momento dovesse averne bisogno, ha qualcuno su cui poter contare.
Cosa NON dire: "C'è sempre qualcuno che sta peggio di te"
E' ovvio che sia così. Ma il fatto che qualcuno stia peggio di noi, non significa comunque che noi non stiamo male, o che il nostro male ha meno valore di quello altrui... perchè non è una gara a chi sta peggio, quando si sta male si sta male e basta.
2 - Cosa dire: "Continua a combattere: per me è importante che tu lo faccia, perchè tu per me sei importante"
Sapere di avere il supporto di chi ci sta vicino può essere una buona spinta per rinsaldare la motivazione in una battaglia che è sicuramente dura e difficile.
Cosa NON dire: "Guarda che la vita non è facile per nessuno"
Appunto... grazie, Capitan Ovvio. Perciò, perchè complicare la vita di una persona che sta già combattendo una battaglia così ardua con commenti del genere, che magari vorrebbero provocare/spronare, ma servono solo a sortire l'effetto opposto?!
3 - Cosa dire: "Pensi che io possa esserti d'aiuto in qualche modo?"
Quasi sicuramente la persona anoressica/bulimica risponderà di no. In un certo senso è vero, perchè siamo solo noi a poter salvare noi stesse. Però fa sempre piacere sapere che ci sarebbe qualcuno disposto a dare una mano.
Cosa non dire: "Smettila di piangerti addosso"
Okay, c'è chi si piange addosso, e questa non è certamente una cosa utile, anzi. Ma una frase così non aiuta. Piuttosto che limitarsi a lanciare lì la critica distruttiva, sarebbe opportuno aggiungere consigli relativi al come fare a smettere di tenere un atteggiamento autocommiserante, così la critica diventa costruttiva ed utile.
4 - Cosa dire: "Lo so che l'anoressia/la bulimia è una malattia. Non sei matta"
Perchè è la verità. Anoressia e bulimia sono malattie psichiatriche anche molto gravi (basti pensare a tutti i danni fisici che comportano come conseguenze, e all’alto tasso di suicidi ad esse correlato...), e come tali devono essere trattate ed affrontate.
Cosa NON dire: "Smettila di fare i capricci, cosa ti costa mangiare un po' di più?"
Costa. Costa molto più di quello che chi non c'è passato potrà mai immaginare. Non per quello che è, ma per quello che rappresenta. Il problema non è la quantità di cibo, il problema è la sensazione di perdita di controllo che arriva quando non possiamo più autonomamente decidere cosa e quanto mangiare. E, tra parentesi, i DCA non sono un capriccio: vedi sopra, sono malattie.
5 - Cosa dire: "Ce la puoi fare a stare meglio, non arrenderti"
Perchè combattere è già una vittoria... e avere qualcuno che crede nella nostra possibilità di farcela è un buon incentivo.
Cosa NON dire: "Prova a non vomitare"/"Prova a mangiare normalmente"
Se fosse così facile, non ci sarebbero tante persone bulimiche e anoressiche al mondo, vi pare?!
6 - Cosa dire: "Non permettere all'anoressia/alla bulimia di avere la meglio su di te. Per quanto possa essere difficile, se t'impegni quotidianamente hai concretamente la possibilità di poter stare meglio"
Poichè noi possiamo davvero essere le fautrici del nostro cambiamento, se ce la mettiamo tutta per. Cosa NON dire: "E' colpa tua, chi è causa del suo mal pianga se stessa"
E' vero, si sceglie un sintomo, ma non si sceglie una malattia. Quando si entra in un DCA siamo per lo più inconsapevoli dei danni fisici e mentali che esso ci comporterà. Non si sceglie mai un male sapendolo tale, ma solo se per sbaglio lo si considera un bene rispetto a qualcos'altro che viene percepito come un male maggiore. E dunque non ha senso parlare di colpe, è una perdita di tempo: impieghiamo costruttivamente quel tempo per trovare soluzioni.
7 - Cosa dire: "So che non posso capire quello che stai passando, ma cercherò di fare del mio meglio per riuscire a comprendere"
Per capire bisogna aver vissuto. Per comprendere basta un po' d'ascolto e di empatia. Piccole cose, che pure possono fare tantissimo.
Cosa NON dire: "Credimi, lo so come ti senti. Anch'io a volte sono insoddisfatta del mio aspetto fisico"
Il fatto è che l'insoddisfazione di chi ha un DCA è molto più un'insoddisfazione interiore che esteriore, è del tipo "non mi piaccio come persona, non valgo niente", solo successivamente si riflette sul corpo. E, no, se non ci siete passati non lo potete capire: dire una cosa del genere può portare l'altra persona a pensare che pecchiate di presunzione, e quindi a mettervi muro ancora di più.
8 - Cosa dire: "Non ti lascerò sola in questo"
Perchè c'è sempre bisogno di supporto esterno, facilita almeno un pochino le cose, sebbene poi sia ovvio che l'impegno a combattere dev'essere il nostro.
Cosa NON dire: "Ti rendi conto di quanto ci fai stare male con la tua anoressia/bulimia?!!"
E voi vi rendete conto di quanto sta soffrendo la ragazza anoressica/bulimica??!...
9 - Cosa dire: "Ti voglio bene"
E ho già detto tutto.
Cosa NON dire: "Lo fai solo per attirare l'attenzione"
Non è così. Perchè è vero, paradossalmente più una dimagrisce più viene guardata. Ma essere guardata non significa essere vista. Questo lo si sa bene anche noi. Non lo si fa per attirare l'attenzione, è solo un modo sbagliato per cercare di stare meglio con noi stesse.
10 - Cosa dire: "Mi dispiace per quello che stai passando. Non posso capirlo, ma posso starti vicino. Non devi sentirti in colpa, so che stai male. E farò quello che mi sarà possibile per esserci sempre per te".
Perchè a volte c'è solo bisogno di questo. Di una mano tesa. Di qualcuno che dica che andrà tutto bene.
Cosa NON dire: "Hai provato un ricostituente? Un integratore vitaminico?"
Hai provato ad accendere il cervello prima di aprire quel buco dentato?
(Se avete qualche aggiunta da fare a questa lista, lasciatela nei commenti, se vi va!!)
Mi è capitato di sentir dire: "Ah, sei anoressica? Anch'io ho avuto un periodo in cui ho fatto una dieta perchè volevo dimagrire"... e chi c'è passato ovviamente capisce che si tratta di tutt'altra cosa. Provare a fare una dieta è un qualcosa che moltissime persone fanno, ma questo non significa che, automaticamente, si ammalino di anoressia.
Quindi, ho pensato di fare una lista di quelle che, secondo me, sono cose che potrebbe essere utile o meno dire ad una persona che sta combattendo contro un DCA.
1 - Cosa dire: "Non sei sola. Se hai voglia di parlarne, io sono qui per te"
In questo modo la persona non viene messa alle strette nel dover necessariamente dire qualcosa, ma sa che, in qualsiasi momento dovesse averne bisogno, ha qualcuno su cui poter contare.
Cosa NON dire: "C'è sempre qualcuno che sta peggio di te"
E' ovvio che sia così. Ma il fatto che qualcuno stia peggio di noi, non significa comunque che noi non stiamo male, o che il nostro male ha meno valore di quello altrui... perchè non è una gara a chi sta peggio, quando si sta male si sta male e basta.
2 - Cosa dire: "Continua a combattere: per me è importante che tu lo faccia, perchè tu per me sei importante"
Sapere di avere il supporto di chi ci sta vicino può essere una buona spinta per rinsaldare la motivazione in una battaglia che è sicuramente dura e difficile.
Cosa NON dire: "Guarda che la vita non è facile per nessuno"
Appunto... grazie, Capitan Ovvio. Perciò, perchè complicare la vita di una persona che sta già combattendo una battaglia così ardua con commenti del genere, che magari vorrebbero provocare/spronare, ma servono solo a sortire l'effetto opposto?!
3 - Cosa dire: "Pensi che io possa esserti d'aiuto in qualche modo?"
Quasi sicuramente la persona anoressica/bulimica risponderà di no. In un certo senso è vero, perchè siamo solo noi a poter salvare noi stesse. Però fa sempre piacere sapere che ci sarebbe qualcuno disposto a dare una mano.
Cosa non dire: "Smettila di piangerti addosso"
Okay, c'è chi si piange addosso, e questa non è certamente una cosa utile, anzi. Ma una frase così non aiuta. Piuttosto che limitarsi a lanciare lì la critica distruttiva, sarebbe opportuno aggiungere consigli relativi al come fare a smettere di tenere un atteggiamento autocommiserante, così la critica diventa costruttiva ed utile.
4 - Cosa dire: "Lo so che l'anoressia/la bulimia è una malattia. Non sei matta"
Perchè è la verità. Anoressia e bulimia sono malattie psichiatriche anche molto gravi (basti pensare a tutti i danni fisici che comportano come conseguenze, e all’alto tasso di suicidi ad esse correlato...), e come tali devono essere trattate ed affrontate.
Cosa NON dire: "Smettila di fare i capricci, cosa ti costa mangiare un po' di più?"
Costa. Costa molto più di quello che chi non c'è passato potrà mai immaginare. Non per quello che è, ma per quello che rappresenta. Il problema non è la quantità di cibo, il problema è la sensazione di perdita di controllo che arriva quando non possiamo più autonomamente decidere cosa e quanto mangiare. E, tra parentesi, i DCA non sono un capriccio: vedi sopra, sono malattie.
5 - Cosa dire: "Ce la puoi fare a stare meglio, non arrenderti"
Perchè combattere è già una vittoria... e avere qualcuno che crede nella nostra possibilità di farcela è un buon incentivo.
Cosa NON dire: "Prova a non vomitare"/"Prova a mangiare normalmente"
Se fosse così facile, non ci sarebbero tante persone bulimiche e anoressiche al mondo, vi pare?!
6 - Cosa dire: "Non permettere all'anoressia/alla bulimia di avere la meglio su di te. Per quanto possa essere difficile, se t'impegni quotidianamente hai concretamente la possibilità di poter stare meglio"
Poichè noi possiamo davvero essere le fautrici del nostro cambiamento, se ce la mettiamo tutta per. Cosa NON dire: "E' colpa tua, chi è causa del suo mal pianga se stessa"
E' vero, si sceglie un sintomo, ma non si sceglie una malattia. Quando si entra in un DCA siamo per lo più inconsapevoli dei danni fisici e mentali che esso ci comporterà. Non si sceglie mai un male sapendolo tale, ma solo se per sbaglio lo si considera un bene rispetto a qualcos'altro che viene percepito come un male maggiore. E dunque non ha senso parlare di colpe, è una perdita di tempo: impieghiamo costruttivamente quel tempo per trovare soluzioni.
7 - Cosa dire: "So che non posso capire quello che stai passando, ma cercherò di fare del mio meglio per riuscire a comprendere"
Per capire bisogna aver vissuto. Per comprendere basta un po' d'ascolto e di empatia. Piccole cose, che pure possono fare tantissimo.
Cosa NON dire: "Credimi, lo so come ti senti. Anch'io a volte sono insoddisfatta del mio aspetto fisico"
Il fatto è che l'insoddisfazione di chi ha un DCA è molto più un'insoddisfazione interiore che esteriore, è del tipo "non mi piaccio come persona, non valgo niente", solo successivamente si riflette sul corpo. E, no, se non ci siete passati non lo potete capire: dire una cosa del genere può portare l'altra persona a pensare che pecchiate di presunzione, e quindi a mettervi muro ancora di più.
8 - Cosa dire: "Non ti lascerò sola in questo"
Perchè c'è sempre bisogno di supporto esterno, facilita almeno un pochino le cose, sebbene poi sia ovvio che l'impegno a combattere dev'essere il nostro.
Cosa NON dire: "Ti rendi conto di quanto ci fai stare male con la tua anoressia/bulimia?!!"
E voi vi rendete conto di quanto sta soffrendo la ragazza anoressica/bulimica??!...
9 - Cosa dire: "Ti voglio bene"
E ho già detto tutto.
Cosa NON dire: "Lo fai solo per attirare l'attenzione"
Non è così. Perchè è vero, paradossalmente più una dimagrisce più viene guardata. Ma essere guardata non significa essere vista. Questo lo si sa bene anche noi. Non lo si fa per attirare l'attenzione, è solo un modo sbagliato per cercare di stare meglio con noi stesse.
10 - Cosa dire: "Mi dispiace per quello che stai passando. Non posso capirlo, ma posso starti vicino. Non devi sentirti in colpa, so che stai male. E farò quello che mi sarà possibile per esserci sempre per te".
Perchè a volte c'è solo bisogno di questo. Di una mano tesa. Di qualcuno che dica che andrà tutto bene.
Cosa NON dire: "Hai provato un ricostituente? Un integratore vitaminico?"
Hai provato ad accendere il cervello prima di aprire quel buco dentato?
(Se avete qualche aggiunta da fare a questa lista, lasciatela nei commenti, se vi va!!)
Etichette:
anoressia,
bulimia,
combattere,
consigli,
cose da dire,
cose da non dire,
dca,
dialogo,
no pro-ana,
ricovero
sabato 12 gennaio 2013
"Future Me"
Nel 2002 è stato aperto un sito chiamato “Future Me”. Questo sito permette di auto-scriversi una e-mail, che verrà poi letta in un futuro più o meno lontano, una mail che viene memorizzata dal sito e recapitata al proprio indirizzo e-mail dopo mesi od anni. Con questo sito è possibile scrivere a se stesse e ricevere quello che ci siamo scritte in un futuro imprecisato che possiamo decidere.
Proprio poco dopo la sua nascita, vi sono incappata in maniera del tutto casuale. Era il 12 Gennaio del 2003, ero in procinto di affrontare il mio primo ricovero in una clinica specializzata per il trattamento dei DCA, causa anoressia, ed ho deciso di scrivermi una e-mail da rileggere dopo 10 anni. Una e-mail che mi sarebbe stata recapitata il 12 Gennaio 2013. Una e-mail che avevo completamente dimenticato e che mi è arrivata oggi.
È una e-mail relativamente breve ed anche piuttosto semplice eppure, nel suo piccolo, mi ha fatta rabbrividire. Mi ha fatta rabbrividire al ricordo di quello che ero nel momento in cui l’ho scritta, e nella consapevolezza di quello che sono adesso.
Che poi, per la cronaca, no, ad oggi le cose non sono come le avevo speranzosamente pronosticate quando mi ero scritta questa e-mail 10 anni fa. Non proprio, per lo meno. Perciò, mi sono ri-spedita questa stessa e-mail. La riceverò un giorno in cui mi sarò nuovamente dimenticata di tutto, il 12 Gennaio 2023, e spero che mi potrà strappare lo stesso brivido.
Ma anche lo stesso sorriso.
"Cara Me Stessa del Futuro,
come va?...
Spero che adesso questa domanda non ti dia più così tanto fastidio da volerla convertire nell’attualmente perenne “Ti disturbo?”… e spero che la tua risposta possa essere “Bene”, ma non quel “bene” che dici oggi a chiunque come pro-forma ostentando un sorriso di circostanza… Soprattutto, a prescindere da quel che rispondi, spero che tu stia bene davvero. Bene dentro, intendo.
Spero che tu abbia sciolto i nodi ad oggi ancora irrisolti, e che tu abbia ancora voglia di lavorare su te stessa per sciogliere quello che è rimasto ingarbugliato. Spero che tu abbia buttato quello che c’era da gettare, e tenuto quello che c’era da salvare – e non viceversa.
A cos’è che pensi quando ti svegli ogni mattina? Spero che sia un qualcosa come: “Chissà cosa mi aspetta oggi?!”, o: “Ma che bel sole che c’è!”, oppure: “Non vedo l’ora di vivermi anche questa giornata”, anziché il solito: “Quanto manca per tornare a dormire?”.
Ce l’hai adesso una macchina tutta tua su cui correre a tutta velocità per non andare da nessuna parte, solo per il gusto di sentire il fascino del pedale dell'acceleratore spinto a tavoletta? Spero di sì. Se poi hai anche un posto dove andare, forse è pure meglio.
Spero che tu legga sempre i manga e ascolti sempre le canzoni delle t.A.T.u., e che tu abbia un lavoro che non ti schifa e anche il tempo per continuare a fare sport. Spero che tu non ti senta sempre in colpa per tutto, e immeritevole se le cose vanno bene, e scontata se le cose vanno male. Spero che le cose storte facciano pari con quelle giuste, e che tutto sommato senti che è okay.
Ma soprattutto, comunque tu sia, ovunque tu sia e qualsiasi cosa tu faccia, e qualsiasi bivio della strada della vita tu imbocchi, soprattutto spero che tu adesso sia serena. Tutto qui, ecco. Spero semplicemente che tu sia serena. Qualsiasi cosa ciò possa significare ora per te. Le sere fuori in giro solo perché ti va di fare una passeggiata, la doccia perché hai da lavarti e non lacrime da nascondere, niente più storie mentali da immaginare perché tutto sommato la realtà che stai vivendo è una storia non malaccio.
E spero che adesso che rileggi questa lettera che forse non ricordavi neanche più di avere scritto, ti venga da sorridere nel ripensare alla persona incasinatissima che eri, e che tu abbia l’indulgenza di abbracciare la bambina che non hai mai saputo essere.
Scriverai una lettera alla Te Stessa del Passato? Cosa mi dirai? Mi manderai a fanculo? Spero proprio di sì… ^_^” A tra 10 anni, allora!...
E, tra l’altro, ti voglio bene.
Qualsiasi cosa tu sia, tu sia diventata, anche se non sei orgogliosa di te o ti fa ancora schifo tutto, sappi che ti voglio bene ugualmente.
Puoi sempre contare su di me. Cioè, su di te. E quindi, su di me.
Tua
Me Stessa del Presente"
Proprio poco dopo la sua nascita, vi sono incappata in maniera del tutto casuale. Era il 12 Gennaio del 2003, ero in procinto di affrontare il mio primo ricovero in una clinica specializzata per il trattamento dei DCA, causa anoressia, ed ho deciso di scrivermi una e-mail da rileggere dopo 10 anni. Una e-mail che mi sarebbe stata recapitata il 12 Gennaio 2013. Una e-mail che avevo completamente dimenticato e che mi è arrivata oggi.
È una e-mail relativamente breve ed anche piuttosto semplice eppure, nel suo piccolo, mi ha fatta rabbrividire. Mi ha fatta rabbrividire al ricordo di quello che ero nel momento in cui l’ho scritta, e nella consapevolezza di quello che sono adesso.
Che poi, per la cronaca, no, ad oggi le cose non sono come le avevo speranzosamente pronosticate quando mi ero scritta questa e-mail 10 anni fa. Non proprio, per lo meno. Perciò, mi sono ri-spedita questa stessa e-mail. La riceverò un giorno in cui mi sarò nuovamente dimenticata di tutto, il 12 Gennaio 2023, e spero che mi potrà strappare lo stesso brivido.
Ma anche lo stesso sorriso.
"Cara Me Stessa del Futuro,
come va?...
Spero che adesso questa domanda non ti dia più così tanto fastidio da volerla convertire nell’attualmente perenne “Ti disturbo?”… e spero che la tua risposta possa essere “Bene”, ma non quel “bene” che dici oggi a chiunque come pro-forma ostentando un sorriso di circostanza… Soprattutto, a prescindere da quel che rispondi, spero che tu stia bene davvero. Bene dentro, intendo.
Spero che tu abbia sciolto i nodi ad oggi ancora irrisolti, e che tu abbia ancora voglia di lavorare su te stessa per sciogliere quello che è rimasto ingarbugliato. Spero che tu abbia buttato quello che c’era da gettare, e tenuto quello che c’era da salvare – e non viceversa.
A cos’è che pensi quando ti svegli ogni mattina? Spero che sia un qualcosa come: “Chissà cosa mi aspetta oggi?!”, o: “Ma che bel sole che c’è!”, oppure: “Non vedo l’ora di vivermi anche questa giornata”, anziché il solito: “Quanto manca per tornare a dormire?”.
Ce l’hai adesso una macchina tutta tua su cui correre a tutta velocità per non andare da nessuna parte, solo per il gusto di sentire il fascino del pedale dell'acceleratore spinto a tavoletta? Spero di sì. Se poi hai anche un posto dove andare, forse è pure meglio.
Spero che tu legga sempre i manga e ascolti sempre le canzoni delle t.A.T.u., e che tu abbia un lavoro che non ti schifa e anche il tempo per continuare a fare sport. Spero che tu non ti senta sempre in colpa per tutto, e immeritevole se le cose vanno bene, e scontata se le cose vanno male. Spero che le cose storte facciano pari con quelle giuste, e che tutto sommato senti che è okay.
Ma soprattutto, comunque tu sia, ovunque tu sia e qualsiasi cosa tu faccia, e qualsiasi bivio della strada della vita tu imbocchi, soprattutto spero che tu adesso sia serena. Tutto qui, ecco. Spero semplicemente che tu sia serena. Qualsiasi cosa ciò possa significare ora per te. Le sere fuori in giro solo perché ti va di fare una passeggiata, la doccia perché hai da lavarti e non lacrime da nascondere, niente più storie mentali da immaginare perché tutto sommato la realtà che stai vivendo è una storia non malaccio.
E spero che adesso che rileggi questa lettera che forse non ricordavi neanche più di avere scritto, ti venga da sorridere nel ripensare alla persona incasinatissima che eri, e che tu abbia l’indulgenza di abbracciare la bambina che non hai mai saputo essere.
Scriverai una lettera alla Te Stessa del Passato? Cosa mi dirai? Mi manderai a fanculo? Spero proprio di sì… ^_^” A tra 10 anni, allora!...
E, tra l’altro, ti voglio bene.
Qualsiasi cosa tu sia, tu sia diventata, anche se non sei orgogliosa di te o ti fa ancora schifo tutto, sappi che ti voglio bene ugualmente.
Puoi sempre contare su di me. Cioè, su di te. E quindi, su di me.
Tua
Me Stessa del Presente"
venerdì 4 gennaio 2013
Il fascino seducente dello psicoterapeuta "comprensivo e gentile"
Dato che ho appena ricominciato a fare psicoterapia, mi è venuto da pensare che più volte ho ricevuto e-mail da parte di persone che avevano deciso d’intraprendere un percorso di ricovero dall’anoressia, che mi chiedevano come poter fare per trovare uno psicoterapeuta, e/o come capire se lo psicoterapeuta che avevano di fronte fosse stato quello giusto o meno per loro. Altre persone mi hanno scritto parlandomi delle loro psicoterapie, commentando i propri progressi (o la mancanza di progressi) e valutando se continuare od interrompere la terapia, cercando un altro specialista.
Una delle motivazioni a favore del continuare la terapia con un determinato specialista – o, comunque, quello che chi mi scrive dice di cercare in un terapeuta – è che questa persona sia “comprensiva e gentile”.
Credetemi: capisco benissimo questa motivazione. Ci sono passata anch’io. Anch’io volevo qualcuno che fosse comprensivo, gentile, non giudicante, qualcuno con cui poter parlare di cuore. Anch’io volevo qualcuno cui poter confessare I miei pensieri più distorti senza essere etichettata come la pazza di turno. E anch’io pensavo che questa persona potesse essere uno psicoterapeuta. In tutta onestà? Avrei potuto semplicemente adottare un cagnolino.
Il punto è: indubbiamente avere uno psicoterapeuta con cui poter parlare del proprio DCA è d’importanza fondamentale per prendere le distanze dalla malattia e poter iniziare a combattere. Come ho sempre detto, il cuore dei DCA è il silenzio, ed è perciò estremamente importante romperlo. Se ne parliamo con qualcuno, (e a maggior ragione con qualcuno che è uno specialista in materia), la persona che ci sta di fronte certamente ci restituirà un input, e noi potremo trasformare questo input in un insight. Ma un insight non comporta un cambiamento nel nostro erroneo comportamento alimentare. È solo un concreto cambiamento del nostro erroneo comportamento alimentare che comporta un cambiamento del nostro erroneo comportamento alimentare. Il voler essere comprese e non giudicate dalla persona che ci sta davanti non è assolutamente un qualcosa di negativo. Ma spesso la frase “comprensivo e gentile” è una sorta di frase in codice che significa “non mi spinge in realtà ad apportare cambiamenti significativi alla mia vita”.
Con questo non voglio assolutamente dire che un buon terapeuta per essere tale dev’essere un completo stronzo. Ma essere un completo stronzo, per uno psicoterapeuta, non è comunque peggio dell’essere una persona unicamente “comprensiva”, “gentile”, “dolce” e “carina”. Non sto sostenendo – ripeto – che si debba scegliere come psicoterapeuta una testa di cazzo priva del benché minimo tatto e calore umano. Sto sostenendo che, prima di scegliere uno psicoterapeuta, è bene che pensiate a lungo a quello che state veramente cercando da una psicoterapia. Presumibilmente, voi avete un problema. Se state leggendo questo blog, scommetto che questo problema implica anche che voi abbiate un DCA. Perciò, prima di cercare un determinato tipo di psicoterapeuta, potrebbe essere utile che pensiate a cosa volete ottenere dalla psicoterapia in sé.
Forse è un qualcosa come: “Vorrei sentirmi meglio con me stessa”. Ottimo obiettivo. Ora provate a pensare a come, concretamente, questo potrebbe accadere. Combattere contro l’anoressia implica momenti in cui si sta veramente di merda, prima di poter ricominciare a sentirci un pochino meglio. Sentirci un pochino meglio significa che alcune delle ossessioni si smussano, che si ricomincia ad avere degli interessi al di là dell’anoressia, che non si è più eccessivamente perfezioniste ed esigenti con noi stesse. Riuscire ad arrivare a questo, nella stragrande maggioranza dei casi, comporta un lavoro di distacco dal DCA che è durissimo, difficile, e ci fa stare tremendamente male. Ho avuto degli psicoterapeuti così “carini” e “comprensivi” e "gentili" che non mi hanno spinta a questo perché sapevano, in un certo senso, che questo mi avrebbe fatta stare male.
Questo mi fa venire in mente una cosa che mi è successa nel 2008. Era Estate, ed un mio collega doveva partire per le vacanze, e mi affidò il suo gatto affinché me ne prendessi cura nel mese in cui lui non sarebbe stato a casa. Così portai questo gattino a casa mia, e dopo pochi giorni lui scoprì il frigorifero. Gli piaceva saltare sopra il frigorifero. Il problema era che poi non riusciva a scendere. Così iniziava a miagolare a tutto spiano, fino a che io non prendevo lo scaleo e lo tiravo giù. Ma lui dopo pochi minuti risaliva sopra, ed eravamo punto e da capo. Così, a un certo punto, io mi ero veramente rotta di riportarlo giù da quel dannato frigorifero. Perciò, decisi di lasciarlo cuocere nel suo brodo, di sopportare i suoi miagolii e di tirarlo giù solo dopo un ventina di minuti. Il gattino non era affatto felice della mia risoluzione. Anche a me, in fondo, dispiaceva di lasciarlo lassù a miagolare, ma d’altronde io non stavo chiusa in casa 24 ore su 24, e se lui fosse salito sul frigo in mia assenza, non sarebbe stato capace di scendere da solo se io non ci fossi stata, e quindi avrebbe potuto dover rimanere lassù anche per ore. Così, lo lasciavo sul frigorifero per un po’, per fargli capire che, certo, puoi benissimo arrampicarti dove ti pare, ma poi devi anche imparare a scendere. Passati quei 20 minuti, prendevo lo scaleo e lo riportavo a terra.
Ma non ho dovuto farlo per molto. Non mi ricordo neanche se è stato il gatto a smetterla di salire sul frigo o se (più probabilmente) alla fine ha imparato a scendere da solo. Lasciarlo lì sul frigo a miagolare non è stata una cosa “carina” né “comprensiva” nè "gentile" da fare, ma ha funzionato.
Ecco, è un po’ la stessa cosa di quando ci si trova di fronte uno psicoterapeuta “comprensivo e gentile”. Parliamo con lui dei nostri problemi. Gli raccontiamo di quanto l’anoressia ci ha incasinato la vita, e di come ci fa sentire adesso. E lui annuisce, e ci ascolta con studiata attenzione, ed ha l’aria comprensiva, e sembra che empatizzi davvero, e non ci giudica. Poi usciamo dal suo studio, ci reimmergiamo nei nostri casini, e non è cambiato un bel niente. Può sembrare in realtà una buona cosa, perché ci dà l’idea che stiamo lavorando sul nostro percorso di ricovero dal momento che parliamo con uno psicoterapeuta per 60 minuti ogni settimana, e il nostro terapeuta sembra proprio essere comprensivo, si prende cura di noi, e costruisce con noi un rapporto positivo.
Ma il ricovero, in realtà, rimane stagnante. Non si fanno effettivi passi avanti, così.
Mi viene da pensare ad una frase che ho letto in un libro qualche tempo fa: “People don't change when they see the light, they change when they feel the heat”. Sentire il calore è spiacevole. Può sembrare stronzo insistere affinchè una persona affronti certi aspetti di sè o della propria vita, quando il rivangare certe parti del passato o il far fronte a certi aspetti della propria personalità le fa stare malissimo, e preferirebbero ammazzarsi piuttosto che parlare e lavorare su certe cose. Però lavorare su certe cose serve per progredire.
Questo non vuol dire che essere un bastardo cagacazzi farà di te un buon psicoterapeuta, perché non è affatto vero. Un buon psicoterapeuta è una persona che sa ascoltare veramente, fornisce input che permettano di costruirci con le nostre mani delle strategie funzionali per far fronte ai nostri problemi, è scevro di ogni forma di giudizio, conosce a fondo ciò di cui stiamo parlando, offre una panoramica su dove la terapia andrà a parare, illustra quali sono gli obiettivi, etc… Essere “comprensivo” e “gentile” non è una cattiva cosa, anzi, certamente aiuta a stabilire un buon feeling con i pazienti, ma non è questo che fa si un medico un buon psicoterapeuta.
Io stessa non ho cominciato a combattere veramente contro l’anoressia fino a che non mi sono trovata di fronte ad una psicoterapeuta che mi ha detto chiaro e tondo che non era lì per assecondare le mie stronzate. Mi ha spiegato molto bene quali fossero le “regole del gioco”, e mi ha sempre stimolata ad affrontare quello che mi faceva più male senza più scappare. Lo ha fatto certamente con correttezza, con professionalità, e in un certo senso anche con gentilezza, ma credetemi, non era molto gentile e comprensiva con l’anoressia. Allo stesso tempo, io l’ho rispettata tantissimo. Ho avuto moltissimo rispetto per chi non assecondava la mia “parte anoressica” per comprensione delle mie difficoltà, e mi trattava come una persona intelligente ma in quel momento anche malata, e quindi non in grado di vedere lucidamente determinate cose e, perciò, di gestire adeguatamente certi aspetti della mia vita. Quello che lei mi ha sempre detto è stato: “Tu hai bisogno di regolarizzare la tua alimentazione, e soprattutto di affrontare tutto quello da cui adesso stai fuggendo, e io cercherò di aiutarti a farlo. Non ti piacerà affatto, lo odierai, e in certi momenti odierai anche me, ma è giusto così.”
Dopodichè ho smesso di cercare psicoterapeuti che fossero semplicemente “comprensivi” e “gentili”, e ho cominciato a cercare persone che mi potessero materialmente aiutare a stare meglio. Alcune di queste erano gentili e comprensive – ma non è stato questo che mi ha fatta stare meglio.
In conclusione: ogni persona è una storia a sé, e quello che per me è un buon psicoterapeuta magari può non esserlo per qualcun’altra. Ma, in ogni caso, quando cercate uno psicoterapeuta, non concentratevi solo sulla persona in sé, ma soprattutto su quelli che sono gli obiettivi che volete raggiungere, valutando se la persona che avete di fronte può essere in grado di condurvi ad essi. E arrivarci sarà comunque difficile e doloroso, ragazze, ci vuole tanto olio di gomito. Ma è una qualcosa che tutte voi potete fare. Assolutamente.
Una delle motivazioni a favore del continuare la terapia con un determinato specialista – o, comunque, quello che chi mi scrive dice di cercare in un terapeuta – è che questa persona sia “comprensiva e gentile”.
Credetemi: capisco benissimo questa motivazione. Ci sono passata anch’io. Anch’io volevo qualcuno che fosse comprensivo, gentile, non giudicante, qualcuno con cui poter parlare di cuore. Anch’io volevo qualcuno cui poter confessare I miei pensieri più distorti senza essere etichettata come la pazza di turno. E anch’io pensavo che questa persona potesse essere uno psicoterapeuta. In tutta onestà? Avrei potuto semplicemente adottare un cagnolino.
Il punto è: indubbiamente avere uno psicoterapeuta con cui poter parlare del proprio DCA è d’importanza fondamentale per prendere le distanze dalla malattia e poter iniziare a combattere. Come ho sempre detto, il cuore dei DCA è il silenzio, ed è perciò estremamente importante romperlo. Se ne parliamo con qualcuno, (e a maggior ragione con qualcuno che è uno specialista in materia), la persona che ci sta di fronte certamente ci restituirà un input, e noi potremo trasformare questo input in un insight. Ma un insight non comporta un cambiamento nel nostro erroneo comportamento alimentare. È solo un concreto cambiamento del nostro erroneo comportamento alimentare che comporta un cambiamento del nostro erroneo comportamento alimentare. Il voler essere comprese e non giudicate dalla persona che ci sta davanti non è assolutamente un qualcosa di negativo. Ma spesso la frase “comprensivo e gentile” è una sorta di frase in codice che significa “non mi spinge in realtà ad apportare cambiamenti significativi alla mia vita”.
Con questo non voglio assolutamente dire che un buon terapeuta per essere tale dev’essere un completo stronzo. Ma essere un completo stronzo, per uno psicoterapeuta, non è comunque peggio dell’essere una persona unicamente “comprensiva”, “gentile”, “dolce” e “carina”. Non sto sostenendo – ripeto – che si debba scegliere come psicoterapeuta una testa di cazzo priva del benché minimo tatto e calore umano. Sto sostenendo che, prima di scegliere uno psicoterapeuta, è bene che pensiate a lungo a quello che state veramente cercando da una psicoterapia. Presumibilmente, voi avete un problema. Se state leggendo questo blog, scommetto che questo problema implica anche che voi abbiate un DCA. Perciò, prima di cercare un determinato tipo di psicoterapeuta, potrebbe essere utile che pensiate a cosa volete ottenere dalla psicoterapia in sé.
Forse è un qualcosa come: “Vorrei sentirmi meglio con me stessa”. Ottimo obiettivo. Ora provate a pensare a come, concretamente, questo potrebbe accadere. Combattere contro l’anoressia implica momenti in cui si sta veramente di merda, prima di poter ricominciare a sentirci un pochino meglio. Sentirci un pochino meglio significa che alcune delle ossessioni si smussano, che si ricomincia ad avere degli interessi al di là dell’anoressia, che non si è più eccessivamente perfezioniste ed esigenti con noi stesse. Riuscire ad arrivare a questo, nella stragrande maggioranza dei casi, comporta un lavoro di distacco dal DCA che è durissimo, difficile, e ci fa stare tremendamente male. Ho avuto degli psicoterapeuti così “carini” e “comprensivi” e "gentili" che non mi hanno spinta a questo perché sapevano, in un certo senso, che questo mi avrebbe fatta stare male.
Questo mi fa venire in mente una cosa che mi è successa nel 2008. Era Estate, ed un mio collega doveva partire per le vacanze, e mi affidò il suo gatto affinché me ne prendessi cura nel mese in cui lui non sarebbe stato a casa. Così portai questo gattino a casa mia, e dopo pochi giorni lui scoprì il frigorifero. Gli piaceva saltare sopra il frigorifero. Il problema era che poi non riusciva a scendere. Così iniziava a miagolare a tutto spiano, fino a che io non prendevo lo scaleo e lo tiravo giù. Ma lui dopo pochi minuti risaliva sopra, ed eravamo punto e da capo. Così, a un certo punto, io mi ero veramente rotta di riportarlo giù da quel dannato frigorifero. Perciò, decisi di lasciarlo cuocere nel suo brodo, di sopportare i suoi miagolii e di tirarlo giù solo dopo un ventina di minuti. Il gattino non era affatto felice della mia risoluzione. Anche a me, in fondo, dispiaceva di lasciarlo lassù a miagolare, ma d’altronde io non stavo chiusa in casa 24 ore su 24, e se lui fosse salito sul frigo in mia assenza, non sarebbe stato capace di scendere da solo se io non ci fossi stata, e quindi avrebbe potuto dover rimanere lassù anche per ore. Così, lo lasciavo sul frigorifero per un po’, per fargli capire che, certo, puoi benissimo arrampicarti dove ti pare, ma poi devi anche imparare a scendere. Passati quei 20 minuti, prendevo lo scaleo e lo riportavo a terra.
Ma non ho dovuto farlo per molto. Non mi ricordo neanche se è stato il gatto a smetterla di salire sul frigo o se (più probabilmente) alla fine ha imparato a scendere da solo. Lasciarlo lì sul frigo a miagolare non è stata una cosa “carina” né “comprensiva” nè "gentile" da fare, ma ha funzionato.
Ecco, è un po’ la stessa cosa di quando ci si trova di fronte uno psicoterapeuta “comprensivo e gentile”. Parliamo con lui dei nostri problemi. Gli raccontiamo di quanto l’anoressia ci ha incasinato la vita, e di come ci fa sentire adesso. E lui annuisce, e ci ascolta con studiata attenzione, ed ha l’aria comprensiva, e sembra che empatizzi davvero, e non ci giudica. Poi usciamo dal suo studio, ci reimmergiamo nei nostri casini, e non è cambiato un bel niente. Può sembrare in realtà una buona cosa, perché ci dà l’idea che stiamo lavorando sul nostro percorso di ricovero dal momento che parliamo con uno psicoterapeuta per 60 minuti ogni settimana, e il nostro terapeuta sembra proprio essere comprensivo, si prende cura di noi, e costruisce con noi un rapporto positivo.
Ma il ricovero, in realtà, rimane stagnante. Non si fanno effettivi passi avanti, così.
Mi viene da pensare ad una frase che ho letto in un libro qualche tempo fa: “People don't change when they see the light, they change when they feel the heat”. Sentire il calore è spiacevole. Può sembrare stronzo insistere affinchè una persona affronti certi aspetti di sè o della propria vita, quando il rivangare certe parti del passato o il far fronte a certi aspetti della propria personalità le fa stare malissimo, e preferirebbero ammazzarsi piuttosto che parlare e lavorare su certe cose. Però lavorare su certe cose serve per progredire.
Questo non vuol dire che essere un bastardo cagacazzi farà di te un buon psicoterapeuta, perché non è affatto vero. Un buon psicoterapeuta è una persona che sa ascoltare veramente, fornisce input che permettano di costruirci con le nostre mani delle strategie funzionali per far fronte ai nostri problemi, è scevro di ogni forma di giudizio, conosce a fondo ciò di cui stiamo parlando, offre una panoramica su dove la terapia andrà a parare, illustra quali sono gli obiettivi, etc… Essere “comprensivo” e “gentile” non è una cattiva cosa, anzi, certamente aiuta a stabilire un buon feeling con i pazienti, ma non è questo che fa si un medico un buon psicoterapeuta.
Io stessa non ho cominciato a combattere veramente contro l’anoressia fino a che non mi sono trovata di fronte ad una psicoterapeuta che mi ha detto chiaro e tondo che non era lì per assecondare le mie stronzate. Mi ha spiegato molto bene quali fossero le “regole del gioco”, e mi ha sempre stimolata ad affrontare quello che mi faceva più male senza più scappare. Lo ha fatto certamente con correttezza, con professionalità, e in un certo senso anche con gentilezza, ma credetemi, non era molto gentile e comprensiva con l’anoressia. Allo stesso tempo, io l’ho rispettata tantissimo. Ho avuto moltissimo rispetto per chi non assecondava la mia “parte anoressica” per comprensione delle mie difficoltà, e mi trattava come una persona intelligente ma in quel momento anche malata, e quindi non in grado di vedere lucidamente determinate cose e, perciò, di gestire adeguatamente certi aspetti della mia vita. Quello che lei mi ha sempre detto è stato: “Tu hai bisogno di regolarizzare la tua alimentazione, e soprattutto di affrontare tutto quello da cui adesso stai fuggendo, e io cercherò di aiutarti a farlo. Non ti piacerà affatto, lo odierai, e in certi momenti odierai anche me, ma è giusto così.”
Dopodichè ho smesso di cercare psicoterapeuti che fossero semplicemente “comprensivi” e “gentili”, e ho cominciato a cercare persone che mi potessero materialmente aiutare a stare meglio. Alcune di queste erano gentili e comprensive – ma non è stato questo che mi ha fatta stare meglio.
In conclusione: ogni persona è una storia a sé, e quello che per me è un buon psicoterapeuta magari può non esserlo per qualcun’altra. Ma, in ogni caso, quando cercate uno psicoterapeuta, non concentratevi solo sulla persona in sé, ma soprattutto su quelli che sono gli obiettivi che volete raggiungere, valutando se la persona che avete di fronte può essere in grado di condurvi ad essi. E arrivarci sarà comunque difficile e doloroso, ragazze, ci vuole tanto olio di gomito. Ma è una qualcosa che tutte voi potete fare. Assolutamente.
Etichette:
alimentazione,
anoressia,
binge,
bulimia,
combattere,
dca,
dieta,
no pro ana,
psichiatra,
psicologo,
psicoterapia,
ricovero,
scelte
venerdì 28 dicembre 2012
Titoli di coda
Quante di voi si sono mai trattenute a veder scorrere i titoli di coda alla fine di un film, al cinema? Se stavate pomiciando non vale, ovviamente. Io, onestamente, poche volte. Ma ogni volta che lo faccio, avverto una sensazione molto particolare, perché nei titoli di coda c'è l'intero film… e molto di più. I titoli di coda sono la celebrazione di tutto il lavoro che sta dietro alla realizzazione di un capolavoro, o semplicemente di un lungometraggio che non sarà da oscar ma che almeno ha dato lavoro ed esperienze a decine di persone. In ogni realizzazione, io credo, non conta tanto il momento dell'esplosione del risultato, quello che veramente fa la differenza e cambia per sempre le persone sono le esperienze che si fanno mentre si sta lavorando duramente fianco a fianco con altri esseri umani per raggiungere insieme un obiettivo, grande o piccolo che sia. E i titoli di coda mi affascinano, perché celebrano esattamente questo: anche il più sfigato assistente dell'assistente dell'assistente dell'aiuto-regista vi compare. Perché ci ha lavorato e ha partecipato alla costruzione dell'opera.
In fondo, credo che ognuna di noi viva la propria vita come una sorta di film di cui è protagonista, e il risultato è che il consorzio umano è un'intersezione di film, un palcoscenico di coprotagonisti che incrociano i propri destini con quelli altrui, in un'interminabile serie di scene, spin-off, prequel, sequel…
E dunque, dato che – come ormai avrete ben capito anche solo dall’impostazione del mio blog – mi piace molto la visione dei gruppi umani come team che collaborano per costruire qualcosa (o, nel caso di questo blog, per combattere contro qualcosa), quest'anno ho deciso di concludere i post del 2012 con i miei personalissimi titoli di coda. La cosa che più mi entusiasma è notare come il mio film di quest'anno sia molto intenso, movimentato, popolato da un gran numero di persone, amici vecchi e, soprattutto, nuovi. E' bello anche pensare che, in fondo, questo blog ha giocato un ruolo non indifferente nella costruzione di una trama che, se la guardo nel suo insieme, mi pare promettere bene.
Magari ci scappa un oscar.
E quindi, un GRAZIE DI CUORE a:
Alex. Il migliore amico che chiunque vorrebbe avere. Più che un amico: un fratello. Senz’altro una delle persone più importanti della mia vita. A lui va il primo pensiero perché effettivamente è il primo che sento ogni mattina e, spesso, l'ultimo che sento quando vado a letto. Non mi dilungo oltre perché gli ho già dedicato un intero post che riassume più che bene il suo ruolo. Grazie di esistere, di esserci sempre, di starmi vicino nonostante tutto. Sei meraviglioso. M’illumini la vita. Momenti più belli? Vale se dico “tutti quelli che trascorriamo insieme!”?! Vabbè, dai, diciamo il tirocinio all’ambulatorio proctologico, i mega-ripassoni pre-esame, e le serate che passiamo insieme. O, più semplicemente, le chiacchiere e le risate che facciamo insieme. Insomma, basta, sennò davvero con lui non finirei più... perché le parole non sono sufficienti ad esprimere il bene che gli voglio.
Duccia. La mia amica “storica” (ci conosciamo dalla 1^ media!), l’unica che mi è stata vicino anche nei miei momenti peggiori, quando l’anoressia la faceva da padrona. Quest’anno, causa i reciproci impegni universitari (e anche lavorativi, nel mio caso), ci siamo potute vedere meno, ma quando Duccia c’è lascia sempre il segno. Ma anche se riusciamo ad incontrarci solo poche ore per volta, quelle ore sono come tesori preziosi, come visioni panoramiche, vedute crepuscolari. Lei è un pezzo importantissimo della mia vita, e lo sarà sempre.
I miei compagni di squadra di karate. Grazie, ragazzi. Quest’anno era partito in sordina con Aldo che aveva cambiato palestra e lo scazzo ultrapeso tra me e Alby, ma sta finendo sotto i migliori auspici. Grande Luca che si sta facendo il culo per imparare i kata, grande Cosi che ce la mette sempre tutta e che nonostante quel che c’è stato in mezzo è tornato ad essere il mio amico di due anni fa. Grazie a Giovanni perché è davvero il nostro collant(e) e devo ancora vedergli fare una cazzata. Grazie a Lory che continua ad essere il nostro Lory, pur essendo diventato nel frattempo un patetico ragioniere (^__^”) Infine, un grazie a Robi per essere sempre disposto a tappare qualsiasi buco ci sia da tappare – e non è un’allusione sconcia.
Il team della Medicina d’Urgenza, in toto, perché siete gente coi controcazzi.
Tutte voi, ragazze, che state leggendo il mio blog in questo momento. Non mi metto ad elencarvi una per una, perché sennò le prossime millemila righe di questo post conterranno solo i vostri nomi e non si finisce più, ma sappiate che sono estremamente grata a tutte e a ciascuna di voi in particolare. Grazie a voi che mi leggete abitualmente ormai da tanto e lasciate i vostri commenti che sono per me sempre importante spunto di riflessione, grazie a voi che commentate in maniera anonima ma pure riuscite a trovare il coraggio per rompere il silenzio che il DCA impone, e questo vi fa veramente onore, grazie a voi che mi scrivete tramite e-mail (e scusate se sono sempre così lenta nel rispondervi!...), e grazie a voi che mi leggete in silenzio, perché la vostra presenza è comunque palpabile. Insomma, grazie a tutte voi per stare combattendo questa battaglia contro l’anoressia insieme a me… fisicamente lontane, ma virtualmente tutte una a fianco dell’altra. Perché siamo più forti se combattiamo insieme. Perciò, continuiamo a farlo. Grazie di cuore, davvero. Questo blog è ciò che è solo perché ci siete voi. GRAZIE.
La mia dietista, che mi segue ormai da tempo immemore e mi sopporta sempre. Tranquilla, ancora un paio d’anni e ce la fai ad entrare nel guinness dei primati!
Il mio tutor, il dottor Mirco D., per avermi detto: "Ma vuoi davvero diventare una che va in giro a pensare di salvare le vite? Nè per colpa mia, nè per merito mio.". Mirco, ti voglio bene. Sei il miglior tutor che avrei mai potuto sperare di avere. Grazie per aver fatto le due di notte con me per discutere di un caso clinico. Grazie per la fiducia che mi dai, grazie per le potenzialità che vedi in me, anche se continuo a pensare che ti sia preso un abbaglio.
Ogni ora di affiancamento che facciamo, con tutti gli insegnamenti che mi dà, è preziosa, e in quello che mi spiega c'è sempre una tensione artistica, piena di passione e di autentico ardore per la professione che fa e per quello che mi insegna. Anche Mirco è un regalo che è entrato inaspettatamente nella mia vita.
Il mio sensei di karate, Carlo, per tutte le volte che mi ha fatto il culo. Perché solo così ho potuto conquistare quel podio. E per avermi detto che sono io il vero maschio alfa della palestra ^__^”
La cassiera della mensa, perché dopo aver insinuato che la sottoscritta utilizzi le banane (sono parte integrante del mio “equilibrio alimentare”, anche quando vado a mangiare a mensa mi porto sempre il mio pranzo da casa) per fini diversi da quelli della nutrizione, mi saluta ogni giorno e ha sempre una parolina dolce per me. Grazie! Anche io ti voglio bene cassiera della mensa!
Il professor R. L., perché per la prima volta ho imparato a fare i grafici per registrare l'andamento dei suoi "in questo senso" e "in questo modo qui". Facendo un breve calcolo, stimo che durante il semestre il simpatico omino ne abbia pronunciati circa 600 - 700. Lo ringrazio anche per avermi insegnato un nuovo e più disinvolto uso dell'aggettivo dimostrativo "quel". Quell'ammonio. Poesia.
Il professor P. U., principalmente perché da quando ha fatto un disegno alla lavagna e l'ha firmato “P. U. – 2012” ho finalmente avuto la certezza di trovarmi di fronte ad un pazzo megalomane.
Il professor G. C., perché oltre ad essere un "rigoverna cappelle" (cit.), è riuscito ad infamarmi all'esame più della professoressa A. M. Lurido montevarchino.
Tutti i miei colleghi dello CSEN, ovvero gli altri arbitri di karate. Perché siamo una forza quando siamo tutti insieme. Il nostro prossimo obiettivo dev’essere il far diventare il karate un sport olimpico, okay??!
Il dottor Alberto C., primario della Medicina d’Urgenza. E qui non ci sono cazzi. E' un GRANDE uomo, uno che si fa il culo dalla mattina alla sera, che lavora con una passione che io ammiro profondamente. E poi è simpatico, come del resto lo sono generalmente le persone che nella vita hanno raggiunto obiettivi di rilievo grazie ai propri sforzi. Un giorno sarò come lui, con qualcosa in meno tra le gambe, ovviamente.
Il relatore della mia tesi, il professor Andreas R. F.. Lui è un pazzo, uno che parla al telefono a velocità supersonica, e può essere un problema quando devo riuscire ad estrapolare metodiche, nomi, orari, numeri di telefono. Ma è un ganzo e un grande. Lo ringrazio perché sta credendo moltissimo in me e mi ha permesso di scrivere una tesi strafiga. Rivoluzioniamo il sistema delle tesi tradizionali, mi raccomando! (E anche quello della Medicina, magari… ^^”) Grazie per avermi permesso di fare la presentazione della tesi con Windows Movie Maker anziché con quella tristezza di Power Point… cercherò di fare un buon lavoro, promesso.
E adesso, un attimo di attenzione. Ora voglio ringraziare le new entries.
Sara. Come ti ringrazio? E soprattutto, forse, non ho nemmeno niente per cui esserti grata. Però ormai nella mia vita ci sei entrata, e volentieri ti ci lascio. Non so se sei davvero riuscita a capirmi, in realtà ne dubito, anche perché io per prima non mi sono veramente mai aperta con te e non ti ho mai detto dei miei problemi di anoressia e di tutto il resto. Però mi tieni a chiacchierare, a ridere, a dire cazzate, a consultarmi per i tuoi casi clinici (ma se ci metto le mani meno di te!?!), mi dai continuamente input per osservarmi dall'esterno e tentare di migliorarmi. E so che hai tanta paura, tanta quanta ne ho io. Sei molto intelligente, sarai un ottimo medico, te lo assicuro. E per quanto mi riguarda, non ti abbandono.
I ragazzi del “team tirocinio” (tra cui soprattutto Cosi, che oltre a fare karate con me da un sacco di tempo, quest’anno ha pure iniziato Medicina). Ragazzi, voi siete un qualcosa d’incredibile. Siete un po’ come 5 fratellini minori, ma come medici sento già che sarete dei grandi. Per me rappresentate la potenza delle cose nuove che iniziano in tutto il loro splendore e con quella forza misteriosa che spinge le cose che nascono dall'ispirazione. Sono orgogliosa di essere la vostra tutor. Voi del 1° anno, io del 6°… eppure sono certa che ne faremo di strada insieme.
Lexy. Lexy è il caos. Siamo stati dei mesi a guardarci in cagnesco, più per scherzo che sul serio però, perché in fondo c’ispiravamo simpatia a pelle. E alla fine abbiamo rotto il ghiaccio. Gli voglio bene perché lui, giustamente, mi venera come Dea Onnipotente della Medicina e del Karate. Scherzi a parte, lui è un elemento completamente libero e sciolto da ogni catena, è impossibile non volergli bene quando ti arriva davanti a casa con un carrello rubato. Peccato che te l'abbiano fottuto, Lexy, un giro ce lo facevo volentieri. Tra l'altro sembra che sia anche diventato un bravo studente... Mah... La faccenda mi puzza, ma per adesso si starà a vedere. Grandissimo!
Wolfie. Che avevo fugacemente conosciuto già nel 2011, ma che ho rivisto più volte quest’anno con estremo piacere. Sei una ragazza stupendissima. Ti ringrazio per ogni singolo commento che lasci su questo blog (a proposito, ma tu ne terrai mai uno?), e che ispira sempre tanta positività e voglia di combattere contro i DCA. Fai venire voglia di combattere e non mollare, fai venire voglia di vivere. Sono felice di aver avuto modo di conoscere più a fondo una persona deliziosa come lei, e spero che continueremo a combattere insieme, fianco a fianco, e, magari, spero che riusciremo a vederci più spesso, nonostante la distanza fisica che ci separa, perché Wolfie è veramente una forza della natura.
Phagosome. Che ha un blog e un account di twitter che sono positività allo stato puro, che convincerebbero a combattere contro l’anoressia anche una pro ana sfegatata. Torna presto a scrivere, perché senza i tuoi post mi manca un pezzo! E continua sempre a combattere, anche se sono certa che con la tua forza interiore potrai fare tutti i passi avanti che vorrai, senza mai perderti d’animo. Ti stimo, ragazza!
Michela, Stefano, e tutto MNV. Il vostro impegno nella lotta contro i DCA è un qualcosa di eccezionale. Continuate sempre così. Al mondo c’è tanto bisogno di gente come voi.
Vicky. Perché credo in lei, la ammiro profondamente per il coraggio che ha. So che dovrà probabilmente soffrire ancora molto (bisogna essere realiste), ma è mia profonda convinzione che riuscirà a sconfiggere i suoi demoni perché è forte, cocciuta, determinata, dolce, e profondamente intelligente. Poi è capace di fare delle fotografie fichissime, quindi non può non essere ganza. Sei grandissima, e ce la farai, come tu ispiri me col tuo sorriso, adesso che stai attraversando un momento difficile vorrei essere io a darti un po' di carica in più!
Il dottor Tommaso B.. Tommaso è il mio naturale amplificatore. Io e lui siamo un ripetitore di cazzate ad azione altamente teratogena. Mi mancava qualcuno con cui fare assurde e deprimenti battute a sfondo neurologico, o con cui esaltare la bellezza del viscerum inversus o del "distinto inginocchiamento" dell'uretere sui vasi iliaci. Da dieci.
Lorenzo. Qui non basterebbe un post intero, forse neppure un blog. E' possibile conoscere una persona e dopo solo pochi giorni ritenere che sia il proprio fratello separato alla nascita? Evidentemente sì. Lori mi emoziona perché mi mette costantemente alla prova, e perché per me è un esempio di umiltà - cosa che a me manca assai - e di forza d'animo. Crede di non valere niente, ma lo adorano tutti. E io non credo nelle coincidenze pure e semplici. Poi se Giovedì si taglia davvero i capelli diventerà un figo della madonna e con tutte le donne che gli gireranno intorno non avrà più tempo per chiacchierare con sua sorella, ma intanto mi godo la nostra amicizia.
Jonny. Conoscenza molto recente, ma di sicuro impatto! Già che fa un certo effetto sentirla parlare in perfetto aretino, ma poi viene fuori che pure lei c'ha davvero i controcazzi. Finalmente ho avuto l’onore di conoscerti di persona. E, hai ragione, le foto non rendono, neanche quelle photoshoppate… ma in positivo, però. E non mi rompere, che sei decisamente più gnocca della media delle ragazze che posso aver mai visto in vita mia. Anche se ci siamo viste solo un paio di volte, ci siamo sviscerate a vicenda ed abbiamo commentato fino alla nausea la nostra lotta sempre più convinta contro l’anoressia. Ha un’intelligenza e un’acuità fuori dal comune. Le voglio bene soprattutto perché è un po’ come Fonzie, fa la dura, ma ha un cuore d’oro. (E ora infamami pure, a questo punto non ho più scusanti, me la sono cercata… ^^”) Se la smette di fare battutacce circa la mia fratta di capelli perennemente spettinati, forse le vorrò ancora più bene (e tanto ha poco da stare tranquilla, perché prima o poi qualsiasi strafica diventa storpia e/o demente e/o pazza).
Ringrazio anche tutte le persone false ed ipocrite che sono uscite dalla mia vita. Chi è andato è andato, e spero a fanculo. Il passato lo rimpiange chi non ha futuro.
Infine, un grazie più speciale degli altri. Ringrazio l’anoressia. Sì, proprio così. Grazie, anoressia. Mi hai fatto parecchio dannare e tuttora non molli la presa, ma grazie a te mi conosco meglio e costruisco la mia forza. Ma non ti preoccupare, perché l’idillio simbiotico che credevi di poter costruire cibandoti di me ormai l’ho sgamato da un pezzo. Continuerò a combattere contro di te, cercherò di stare ogni giorno un po’ meglio, e prima o poi dovrai andare incontro ad una remissione completa.
Cazzo che anno.
E dunque, dato che – come ormai avrete ben capito anche solo dall’impostazione del mio blog – mi piace molto la visione dei gruppi umani come team che collaborano per costruire qualcosa (o, nel caso di questo blog, per combattere contro qualcosa), quest'anno ho deciso di concludere i post del 2012 con i miei personalissimi titoli di coda. La cosa che più mi entusiasma è notare come il mio film di quest'anno sia molto intenso, movimentato, popolato da un gran numero di persone, amici vecchi e, soprattutto, nuovi. E' bello anche pensare che, in fondo, questo blog ha giocato un ruolo non indifferente nella costruzione di una trama che, se la guardo nel suo insieme, mi pare promettere bene.
Magari ci scappa un oscar.
E quindi, un GRAZIE DI CUORE a:
Alex. Il migliore amico che chiunque vorrebbe avere. Più che un amico: un fratello. Senz’altro una delle persone più importanti della mia vita. A lui va il primo pensiero perché effettivamente è il primo che sento ogni mattina e, spesso, l'ultimo che sento quando vado a letto. Non mi dilungo oltre perché gli ho già dedicato un intero post che riassume più che bene il suo ruolo. Grazie di esistere, di esserci sempre, di starmi vicino nonostante tutto. Sei meraviglioso. M’illumini la vita. Momenti più belli? Vale se dico “tutti quelli che trascorriamo insieme!”?! Vabbè, dai, diciamo il tirocinio all’ambulatorio proctologico, i mega-ripassoni pre-esame, e le serate che passiamo insieme. O, più semplicemente, le chiacchiere e le risate che facciamo insieme. Insomma, basta, sennò davvero con lui non finirei più... perché le parole non sono sufficienti ad esprimere il bene che gli voglio.
Duccia. La mia amica “storica” (ci conosciamo dalla 1^ media!), l’unica che mi è stata vicino anche nei miei momenti peggiori, quando l’anoressia la faceva da padrona. Quest’anno, causa i reciproci impegni universitari (e anche lavorativi, nel mio caso), ci siamo potute vedere meno, ma quando Duccia c’è lascia sempre il segno. Ma anche se riusciamo ad incontrarci solo poche ore per volta, quelle ore sono come tesori preziosi, come visioni panoramiche, vedute crepuscolari. Lei è un pezzo importantissimo della mia vita, e lo sarà sempre.
I miei compagni di squadra di karate. Grazie, ragazzi. Quest’anno era partito in sordina con Aldo che aveva cambiato palestra e lo scazzo ultrapeso tra me e Alby, ma sta finendo sotto i migliori auspici. Grande Luca che si sta facendo il culo per imparare i kata, grande Cosi che ce la mette sempre tutta e che nonostante quel che c’è stato in mezzo è tornato ad essere il mio amico di due anni fa. Grazie a Giovanni perché è davvero il nostro collant(e) e devo ancora vedergli fare una cazzata. Grazie a Lory che continua ad essere il nostro Lory, pur essendo diventato nel frattempo un patetico ragioniere (^__^”) Infine, un grazie a Robi per essere sempre disposto a tappare qualsiasi buco ci sia da tappare – e non è un’allusione sconcia.
Il team della Medicina d’Urgenza, in toto, perché siete gente coi controcazzi.
Tutte voi, ragazze, che state leggendo il mio blog in questo momento. Non mi metto ad elencarvi una per una, perché sennò le prossime millemila righe di questo post conterranno solo i vostri nomi e non si finisce più, ma sappiate che sono estremamente grata a tutte e a ciascuna di voi in particolare. Grazie a voi che mi leggete abitualmente ormai da tanto e lasciate i vostri commenti che sono per me sempre importante spunto di riflessione, grazie a voi che commentate in maniera anonima ma pure riuscite a trovare il coraggio per rompere il silenzio che il DCA impone, e questo vi fa veramente onore, grazie a voi che mi scrivete tramite e-mail (e scusate se sono sempre così lenta nel rispondervi!...), e grazie a voi che mi leggete in silenzio, perché la vostra presenza è comunque palpabile. Insomma, grazie a tutte voi per stare combattendo questa battaglia contro l’anoressia insieme a me… fisicamente lontane, ma virtualmente tutte una a fianco dell’altra. Perché siamo più forti se combattiamo insieme. Perciò, continuiamo a farlo. Grazie di cuore, davvero. Questo blog è ciò che è solo perché ci siete voi. GRAZIE.
La mia dietista, che mi segue ormai da tempo immemore e mi sopporta sempre. Tranquilla, ancora un paio d’anni e ce la fai ad entrare nel guinness dei primati!
Il mio tutor, il dottor Mirco D., per avermi detto: "Ma vuoi davvero diventare una che va in giro a pensare di salvare le vite? Nè per colpa mia, nè per merito mio.". Mirco, ti voglio bene. Sei il miglior tutor che avrei mai potuto sperare di avere. Grazie per aver fatto le due di notte con me per discutere di un caso clinico. Grazie per la fiducia che mi dai, grazie per le potenzialità che vedi in me, anche se continuo a pensare che ti sia preso un abbaglio.
Ogni ora di affiancamento che facciamo, con tutti gli insegnamenti che mi dà, è preziosa, e in quello che mi spiega c'è sempre una tensione artistica, piena di passione e di autentico ardore per la professione che fa e per quello che mi insegna. Anche Mirco è un regalo che è entrato inaspettatamente nella mia vita.
Il mio sensei di karate, Carlo, per tutte le volte che mi ha fatto il culo. Perché solo così ho potuto conquistare quel podio. E per avermi detto che sono io il vero maschio alfa della palestra ^__^”
La cassiera della mensa, perché dopo aver insinuato che la sottoscritta utilizzi le banane (sono parte integrante del mio “equilibrio alimentare”, anche quando vado a mangiare a mensa mi porto sempre il mio pranzo da casa) per fini diversi da quelli della nutrizione, mi saluta ogni giorno e ha sempre una parolina dolce per me. Grazie! Anche io ti voglio bene cassiera della mensa!
Il professor R. L., perché per la prima volta ho imparato a fare i grafici per registrare l'andamento dei suoi "in questo senso" e "in questo modo qui". Facendo un breve calcolo, stimo che durante il semestre il simpatico omino ne abbia pronunciati circa 600 - 700. Lo ringrazio anche per avermi insegnato un nuovo e più disinvolto uso dell'aggettivo dimostrativo "quel". Quell'ammonio. Poesia.
Il professor P. U., principalmente perché da quando ha fatto un disegno alla lavagna e l'ha firmato “P. U. – 2012” ho finalmente avuto la certezza di trovarmi di fronte ad un pazzo megalomane.
Il professor G. C., perché oltre ad essere un "rigoverna cappelle" (cit.), è riuscito ad infamarmi all'esame più della professoressa A. M. Lurido montevarchino.
Tutti i miei colleghi dello CSEN, ovvero gli altri arbitri di karate. Perché siamo una forza quando siamo tutti insieme. Il nostro prossimo obiettivo dev’essere il far diventare il karate un sport olimpico, okay??!
Il dottor Alberto C., primario della Medicina d’Urgenza. E qui non ci sono cazzi. E' un GRANDE uomo, uno che si fa il culo dalla mattina alla sera, che lavora con una passione che io ammiro profondamente. E poi è simpatico, come del resto lo sono generalmente le persone che nella vita hanno raggiunto obiettivi di rilievo grazie ai propri sforzi. Un giorno sarò come lui, con qualcosa in meno tra le gambe, ovviamente.
Il relatore della mia tesi, il professor Andreas R. F.. Lui è un pazzo, uno che parla al telefono a velocità supersonica, e può essere un problema quando devo riuscire ad estrapolare metodiche, nomi, orari, numeri di telefono. Ma è un ganzo e un grande. Lo ringrazio perché sta credendo moltissimo in me e mi ha permesso di scrivere una tesi strafiga. Rivoluzioniamo il sistema delle tesi tradizionali, mi raccomando! (E anche quello della Medicina, magari… ^^”) Grazie per avermi permesso di fare la presentazione della tesi con Windows Movie Maker anziché con quella tristezza di Power Point… cercherò di fare un buon lavoro, promesso.
E adesso, un attimo di attenzione. Ora voglio ringraziare le new entries.
Sara. Come ti ringrazio? E soprattutto, forse, non ho nemmeno niente per cui esserti grata. Però ormai nella mia vita ci sei entrata, e volentieri ti ci lascio. Non so se sei davvero riuscita a capirmi, in realtà ne dubito, anche perché io per prima non mi sono veramente mai aperta con te e non ti ho mai detto dei miei problemi di anoressia e di tutto il resto. Però mi tieni a chiacchierare, a ridere, a dire cazzate, a consultarmi per i tuoi casi clinici (ma se ci metto le mani meno di te!?!), mi dai continuamente input per osservarmi dall'esterno e tentare di migliorarmi. E so che hai tanta paura, tanta quanta ne ho io. Sei molto intelligente, sarai un ottimo medico, te lo assicuro. E per quanto mi riguarda, non ti abbandono.
I ragazzi del “team tirocinio” (tra cui soprattutto Cosi, che oltre a fare karate con me da un sacco di tempo, quest’anno ha pure iniziato Medicina). Ragazzi, voi siete un qualcosa d’incredibile. Siete un po’ come 5 fratellini minori, ma come medici sento già che sarete dei grandi. Per me rappresentate la potenza delle cose nuove che iniziano in tutto il loro splendore e con quella forza misteriosa che spinge le cose che nascono dall'ispirazione. Sono orgogliosa di essere la vostra tutor. Voi del 1° anno, io del 6°… eppure sono certa che ne faremo di strada insieme.
Lexy. Lexy è il caos. Siamo stati dei mesi a guardarci in cagnesco, più per scherzo che sul serio però, perché in fondo c’ispiravamo simpatia a pelle. E alla fine abbiamo rotto il ghiaccio. Gli voglio bene perché lui, giustamente, mi venera come Dea Onnipotente della Medicina e del Karate. Scherzi a parte, lui è un elemento completamente libero e sciolto da ogni catena, è impossibile non volergli bene quando ti arriva davanti a casa con un carrello rubato. Peccato che te l'abbiano fottuto, Lexy, un giro ce lo facevo volentieri. Tra l'altro sembra che sia anche diventato un bravo studente... Mah... La faccenda mi puzza, ma per adesso si starà a vedere. Grandissimo!
Wolfie. Che avevo fugacemente conosciuto già nel 2011, ma che ho rivisto più volte quest’anno con estremo piacere. Sei una ragazza stupendissima. Ti ringrazio per ogni singolo commento che lasci su questo blog (a proposito, ma tu ne terrai mai uno?), e che ispira sempre tanta positività e voglia di combattere contro i DCA. Fai venire voglia di combattere e non mollare, fai venire voglia di vivere. Sono felice di aver avuto modo di conoscere più a fondo una persona deliziosa come lei, e spero che continueremo a combattere insieme, fianco a fianco, e, magari, spero che riusciremo a vederci più spesso, nonostante la distanza fisica che ci separa, perché Wolfie è veramente una forza della natura.
Phagosome. Che ha un blog e un account di twitter che sono positività allo stato puro, che convincerebbero a combattere contro l’anoressia anche una pro ana sfegatata. Torna presto a scrivere, perché senza i tuoi post mi manca un pezzo! E continua sempre a combattere, anche se sono certa che con la tua forza interiore potrai fare tutti i passi avanti che vorrai, senza mai perderti d’animo. Ti stimo, ragazza!
Michela, Stefano, e tutto MNV. Il vostro impegno nella lotta contro i DCA è un qualcosa di eccezionale. Continuate sempre così. Al mondo c’è tanto bisogno di gente come voi.
Vicky. Perché credo in lei, la ammiro profondamente per il coraggio che ha. So che dovrà probabilmente soffrire ancora molto (bisogna essere realiste), ma è mia profonda convinzione che riuscirà a sconfiggere i suoi demoni perché è forte, cocciuta, determinata, dolce, e profondamente intelligente. Poi è capace di fare delle fotografie fichissime, quindi non può non essere ganza. Sei grandissima, e ce la farai, come tu ispiri me col tuo sorriso, adesso che stai attraversando un momento difficile vorrei essere io a darti un po' di carica in più!
Il dottor Tommaso B.. Tommaso è il mio naturale amplificatore. Io e lui siamo un ripetitore di cazzate ad azione altamente teratogena. Mi mancava qualcuno con cui fare assurde e deprimenti battute a sfondo neurologico, o con cui esaltare la bellezza del viscerum inversus o del "distinto inginocchiamento" dell'uretere sui vasi iliaci. Da dieci.
Lorenzo. Qui non basterebbe un post intero, forse neppure un blog. E' possibile conoscere una persona e dopo solo pochi giorni ritenere che sia il proprio fratello separato alla nascita? Evidentemente sì. Lori mi emoziona perché mi mette costantemente alla prova, e perché per me è un esempio di umiltà - cosa che a me manca assai - e di forza d'animo. Crede di non valere niente, ma lo adorano tutti. E io non credo nelle coincidenze pure e semplici. Poi se Giovedì si taglia davvero i capelli diventerà un figo della madonna e con tutte le donne che gli gireranno intorno non avrà più tempo per chiacchierare con sua sorella, ma intanto mi godo la nostra amicizia.
Jonny. Conoscenza molto recente, ma di sicuro impatto! Già che fa un certo effetto sentirla parlare in perfetto aretino, ma poi viene fuori che pure lei c'ha davvero i controcazzi. Finalmente ho avuto l’onore di conoscerti di persona. E, hai ragione, le foto non rendono, neanche quelle photoshoppate… ma in positivo, però. E non mi rompere, che sei decisamente più gnocca della media delle ragazze che posso aver mai visto in vita mia. Anche se ci siamo viste solo un paio di volte, ci siamo sviscerate a vicenda ed abbiamo commentato fino alla nausea la nostra lotta sempre più convinta contro l’anoressia. Ha un’intelligenza e un’acuità fuori dal comune. Le voglio bene soprattutto perché è un po’ come Fonzie, fa la dura, ma ha un cuore d’oro. (E ora infamami pure, a questo punto non ho più scusanti, me la sono cercata… ^^”) Se la smette di fare battutacce circa la mia fratta di capelli perennemente spettinati, forse le vorrò ancora più bene (e tanto ha poco da stare tranquilla, perché prima o poi qualsiasi strafica diventa storpia e/o demente e/o pazza).
Ringrazio anche tutte le persone false ed ipocrite che sono uscite dalla mia vita. Chi è andato è andato, e spero a fanculo. Il passato lo rimpiange chi non ha futuro.
Infine, un grazie più speciale degli altri. Ringrazio l’anoressia. Sì, proprio così. Grazie, anoressia. Mi hai fatto parecchio dannare e tuttora non molli la presa, ma grazie a te mi conosco meglio e costruisco la mia forza. Ma non ti preoccupare, perché l’idillio simbiotico che credevi di poter costruire cibandoti di me ormai l’ho sgamato da un pezzo. Continuerò a combattere contro di te, cercherò di stare ogni giorno un po’ meglio, e prima o poi dovrai andare incontro ad una remissione completa.
Cazzo che anno.
Etichette:
2013,
amicizia,
anoressia,
binge,
blog,
bulimia,
capodanno,
combattere,
dca,
no pro ana,
nuovo anno,
ricovero,
ringraziamenti,
titoli di coda
venerdì 21 dicembre 2012
15 idee per superare il Natale
Dato che, a dispetto delle profezie Maya, il mondo non è finito, ecco che si avvicina anche per quest'anno il Natale, una giornata non troppo facile da attraversare per chi ha un DCA. Poiché il Natale rappresenta indubbiamente un momento ansiogeno, come si può cercare di venire a patti con lo stress e con l’ansia che si prova nel dover vivere una situazione simile?
Come tutti gli anni, voglio provare a darvi qualche piccolo suggerimento al riguardo, nella speranza che possa esservi anche solo un po’ utile…
1. Programmate. Se avete in programma di andare a trovare vostri amici o vostri parenti, pianificate in anticipo quella che potrebbe essere la situazione in cui andrete a trovarvi, in maniera tale da cercare di evitare stress e ansia extra. Se dovete pranzare con i vostri famigliari, potete pure far presente loro in anticipo che vi darebbe fastidio ricevere commenti sul vostro DCA o sulla vostra alimentazione durante il pranzo di Natale, e che dunque sono pregati di non farne.
2. Mangiate regolarmente. A prescindere da quello che possono fare le persone che vi stanno intorno, cercate comunque di mangiare semplicemente seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
3. Fate una lista. Scrivete ciò che vi va/non vi va di fare durante la giornata di Natale. Mettere le cose per iscritto aiuta a chiarire le idee, e ad evitare così di fare cose che si potrebbero rivelare controproducenti perché rinforzanti il DCA stesso.
4. Parlate con il vostro psicoterapeuta. Discutete con lo psicologo/psichiatra che vi segue di quali sono le vostre difficoltà in merito alla giornata natalizia. Lui sarà certamente la persona più adatta per suggerirvi strategie di coping per far fronte alle vostre preoccupazioni e alle vostre ansie.
5. Trovate un supporto. State vicino ad una persona che sa del vostro DCA, di cui vi fidate e con cui potete liberamente parlare di quello che vi mette in difficoltà, al fine di evitare che il DCA riempia per intero la vostra testa con i suoi pensieri distorti, mettendovi ancora più in agitazione.
6. Preparatevi le risposte. Se sapete che avrete a che fare con qualcuno che farà commenti sgradevoli su cosa/quanto mangiate, o sul vostro aspetto fisico, preparatevi in anticipo un repertorio di risposte con cui ribattere a detti commenti.
7. Offritevi di cucinare qualcosa. Se vi dà fastidio l’idea che il pasto sia cucinato da qualcuno che non è a conoscenza del vostro DCA, cucinate voi qualcosa e portatelo da casa, così sarete più tranquille rispetto a ciò che dovrete mangiare.
8. Siate flessibili. È tremendamente difficile, lo so. Ma, per quanto possa essere complicato, occorre considerare che le cose non sono necessariamente bianche o nere, ma che esistono infinite sfumature in mezzo. Se anche durante il pranzo di Natale mangiate più di quanto vi eravate prefissate, non è certo il pranzo abbondante di un giorno che modificherà significativamente il vostro peso. E lo stesso vale se mangiate meno (ma questa non è una buona scusa per farlo!).
9. Fate qualcosa di divertente. Organizzate qualche gioco, qualche attività che possa coinvolgere tutti quanti in maniera divertente: anche solo il fare questo aiuta a distrarsi dai pensieri che l’anoressia mette in testa.
10. Confidate in qualcuno. Spiegate a qualcuno di cui vi fidate e che sarà insieme a voi durante il pranzo di Natale quali sono i vostri problemi, e permettetegli di darvi consigli su ciò che è appropriato o meno mangiare, dato che l’anoressia falsa queste percezioni.
11. Fate solo quello che vi sentite. Declinate con educazione gli inviti, se vi rendete conto che certe situazioni potrebbero fomentare comportamenti in linea con l’anoressia. Questo non significa trovarsi una scusa per evitare ogni interazione sociale con gli altri, ma semplicemente essere consapevoli se si è forti abbastanza per tollerare una certa situazione ansiogena, o se questa porterà ad una ricaduta.
12. Lasciate perdere i cibi ansiogeni. Anche se per Natale è tradizione mangiare il pandoro o il panettone, evitate di farlo se questo vi fa stare male, e continuate a mangiare in maniera regolare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
13. Parlate con il vostro dietista. Chiedetegli se è possibile adattare il vostro “equilibrio alimentare” appositamente per la giornata di Natale, così da non dover mangiare in maniera differente da tutti gli altri commensali, ma inquadrando l’alimentazione di quel giorno con l’aiuto del dietista potrete comunque trovarlo meno ansiogeno.
14. Non vi focalizzate sugli errori. Situazioni particolarmente ansiogene fomentano le ricadute. E il Natale indubbiamente lo è. Perciò, non consideratevi un fallimento se non doveste riuscire a seguire il vostro “equilibrio alimentare”: è un momento difficile, nessuno vi richiede la perfezione… non chiedetevela da sole.
15. Fissate degli obiettivi. In primo luogo, in termini di positività: non concentratevi sulle ricadute, bensì su quello che siete riuscite a fare correttamente, sui progressi. In secondo luogo, in termini di progetti: anziché focalizzarvi sul cibo o sul corpo, pensate a quello che vi piacerebbe fare… e datevi la possibilità di farlo.
P.S.= Sul blog di Marta (www.spazioaiuto.it) potete trovare un post che tratta parimenti della tematica di Natale e DCA… passate a darci un’occhiata, se vi va!! ^__^
P.P.S.= Vi abbraccio strette, una ad una, e dato che credo di non aver modo di tornare su blogger prima di Natale, gli auguri ve li faccio adesso…
1. Programmate. Se avete in programma di andare a trovare vostri amici o vostri parenti, pianificate in anticipo quella che potrebbe essere la situazione in cui andrete a trovarvi, in maniera tale da cercare di evitare stress e ansia extra. Se dovete pranzare con i vostri famigliari, potete pure far presente loro in anticipo che vi darebbe fastidio ricevere commenti sul vostro DCA o sulla vostra alimentazione durante il pranzo di Natale, e che dunque sono pregati di non farne.
2. Mangiate regolarmente. A prescindere da quello che possono fare le persone che vi stanno intorno, cercate comunque di mangiare semplicemente seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
3. Fate una lista. Scrivete ciò che vi va/non vi va di fare durante la giornata di Natale. Mettere le cose per iscritto aiuta a chiarire le idee, e ad evitare così di fare cose che si potrebbero rivelare controproducenti perché rinforzanti il DCA stesso.
4. Parlate con il vostro psicoterapeuta. Discutete con lo psicologo/psichiatra che vi segue di quali sono le vostre difficoltà in merito alla giornata natalizia. Lui sarà certamente la persona più adatta per suggerirvi strategie di coping per far fronte alle vostre preoccupazioni e alle vostre ansie.
5. Trovate un supporto. State vicino ad una persona che sa del vostro DCA, di cui vi fidate e con cui potete liberamente parlare di quello che vi mette in difficoltà, al fine di evitare che il DCA riempia per intero la vostra testa con i suoi pensieri distorti, mettendovi ancora più in agitazione.
6. Preparatevi le risposte. Se sapete che avrete a che fare con qualcuno che farà commenti sgradevoli su cosa/quanto mangiate, o sul vostro aspetto fisico, preparatevi in anticipo un repertorio di risposte con cui ribattere a detti commenti.
7. Offritevi di cucinare qualcosa. Se vi dà fastidio l’idea che il pasto sia cucinato da qualcuno che non è a conoscenza del vostro DCA, cucinate voi qualcosa e portatelo da casa, così sarete più tranquille rispetto a ciò che dovrete mangiare.
8. Siate flessibili. È tremendamente difficile, lo so. Ma, per quanto possa essere complicato, occorre considerare che le cose non sono necessariamente bianche o nere, ma che esistono infinite sfumature in mezzo. Se anche durante il pranzo di Natale mangiate più di quanto vi eravate prefissate, non è certo il pranzo abbondante di un giorno che modificherà significativamente il vostro peso. E lo stesso vale se mangiate meno (ma questa non è una buona scusa per farlo!).
9. Fate qualcosa di divertente. Organizzate qualche gioco, qualche attività che possa coinvolgere tutti quanti in maniera divertente: anche solo il fare questo aiuta a distrarsi dai pensieri che l’anoressia mette in testa.
10. Confidate in qualcuno. Spiegate a qualcuno di cui vi fidate e che sarà insieme a voi durante il pranzo di Natale quali sono i vostri problemi, e permettetegli di darvi consigli su ciò che è appropriato o meno mangiare, dato che l’anoressia falsa queste percezioni.
11. Fate solo quello che vi sentite. Declinate con educazione gli inviti, se vi rendete conto che certe situazioni potrebbero fomentare comportamenti in linea con l’anoressia. Questo non significa trovarsi una scusa per evitare ogni interazione sociale con gli altri, ma semplicemente essere consapevoli se si è forti abbastanza per tollerare una certa situazione ansiogena, o se questa porterà ad una ricaduta.
12. Lasciate perdere i cibi ansiogeni. Anche se per Natale è tradizione mangiare il pandoro o il panettone, evitate di farlo se questo vi fa stare male, e continuate a mangiare in maniera regolare seguendo il vostro “equilibrio alimentare”.
13. Parlate con il vostro dietista. Chiedetegli se è possibile adattare il vostro “equilibrio alimentare” appositamente per la giornata di Natale, così da non dover mangiare in maniera differente da tutti gli altri commensali, ma inquadrando l’alimentazione di quel giorno con l’aiuto del dietista potrete comunque trovarlo meno ansiogeno.
14. Non vi focalizzate sugli errori. Situazioni particolarmente ansiogene fomentano le ricadute. E il Natale indubbiamente lo è. Perciò, non consideratevi un fallimento se non doveste riuscire a seguire il vostro “equilibrio alimentare”: è un momento difficile, nessuno vi richiede la perfezione… non chiedetevela da sole.
15. Fissate degli obiettivi. In primo luogo, in termini di positività: non concentratevi sulle ricadute, bensì su quello che siete riuscite a fare correttamente, sui progressi. In secondo luogo, in termini di progetti: anziché focalizzarvi sul cibo o sul corpo, pensate a quello che vi piacerebbe fare… e datevi la possibilità di farlo.
P.S.= Sul blog di Marta (www.spazioaiuto.it) potete trovare un post che tratta parimenti della tematica di Natale e DCA… passate a darci un’occhiata, se vi va!! ^__^
P.P.S.= Vi abbraccio strette, una ad una, e dato che credo di non aver modo di tornare su blogger prima di Natale, gli auguri ve li faccio adesso…
Etichette:
anoressia,
ansia,
auto-aiuto,
bulimia,
cenone,
cibo,
combattere,
consigli,
coping,
dca,
dieta,
feste,
Natale,
no pro ana,
pranzo e cena in famiglia,
ricovero,
stress,
suggerimenti
venerdì 14 dicembre 2012
A te, che vuoi assolutamente diventare anoressica
Nel post precedente ho utilizzato un tono ironico, per cui forse alcune delle cose che ho scritto sono passate sotto la luce di iperboli tirate all’estremo per mettere in ridicolo certi comportamenti e per lanciare provocazioni.
Perciò, stavolta in tono più realistico, ecco quello che vorrei dire non semplicemente alle ragazze pro ana/pro mia, ma anche e soprattutto a tutte quelle ragazze che si sentono sull’orlo dell’abisso, e che intravedono nella restrizione alimentare una possibile soluzione ai loro problemi, o comunque un qualcosa che potrà aiutarle a stare meglio.
Se stai pensando che se inizi a restringere l’alimentazione sia comunque possibile smettere in ogni qualsiasi momento, e tornare a com’era prima che tutto ciò iniziasse, alla tua consueta (e forse un po’ anche sottovalutata) “normalità”, sappi che non è così che stanno le cose.
Se stai pensando che tu sei veramente in grado di controllare la situazione, e che perciò non succederà mai e poi mai che tu possa perdere il controllo, se stai pensando che ogni tua scelta, alimentare e non, sarà sempre e solo una tua libera scelta, se pensi che puoi smettere quando vuoi e che il tuo corpo a quel punto tornerà a mandarti normali segnali di fame/sazietà, se pensi che certe cose non possono certamente accaderti… sappi che ciò è quello che tutte abbiamo pensato, prima. Tutte. Nessuna esclusa.
Se credi che dimagrire sia l’unica cosa che possa farti sentire meglio con te stessa, sappi che non è così che stanno le cose. Sappi che non sarai mai abbastanza magra da trovare te stessa, ma solo abbastanza magra da perderti.
Se ti sembra che controllare quello che mangi ti faccia sentire in grado di controllare ogni singolo aspetto, ogni singola piega della tua vita, ci sei già dentro.
Perciò, se sei sul punto di scegliere il sintomo anoressico, pensaci bene. Perché a prescindere da ciò che ti ha guidato in questa direzione, ci sarai dentro fino al collo ancor prima che tu te ne renda conto.
Inizialmente sarà la cosa più strafiga del mondo: ti sentirai forte, soddisfatta, più sicura di te stessa, ti sembrerà di poter controllare tutto, e questo ti farà sentire una gran ganza, ti farà stare di un bene senza precedenti, e desidererai non staccarti mai da tutto questo… ma è proprio nelle prime fasi che, se ti rendi conto che queste sono tutte solo illusioni ed intervieni rapidamente per stroncarle sul nascere, avrai le maggiori possibilità di arrivare ad una remissione stabile e completa. Ma quando avrai le maggiori possibilità di arrivare ad una remissione stabile e completa, non ti renderai neanche conto di essere incappata nella malattia.
L’anoressia non è semplicemente restringere l’alimentazione e sentirsi in controllo per questo, e la bulimia non è solo mettersi un dito in gola e sospirare di sollievo per aver eliminato il contenuto di un’abbuffata.
Avere un DCA non è solo il compendio delle sensazioni positive che si provano nella “fase luna di miele”, nella fase iniziale del disturbo.
Avere un DCA significa non voler uscire più di casa perché sei così magra che la gente non la smette di guardarti lanciandoti occhiate di biasimo, pena o preoccupazione, perché pensa che sei un’idiota esibizionista o una malata terminale. Non voler più uscire di casa perché sei ossessionata all’idea che tutti possano guardarti. Non poter uscire più di casa perché non hai neanche le energie fisiche per farlo.
Avere un DCA significa uscire di casa e fare camminate chilometriche a ritmo serrato, senza neanche vedere quello che ti sta intorno perché la tua testa è fogata a pensare al fatto che questo ti aiuterà a perdere peso più rapidamente e, soprattutto, la ritualità della cosa ti trasmetterà quel controllo che tanto vuoi sentire. Uscire di casa e sentirti peggiore di ogni singola persona che incrocerai, sentirti inferiore, sentirti non abbastanza, e trovarti la sera a tagliarti perché l’anoressia prevaricherà del tutto il raziocinio.
Avere un DCA significa che non ti potrai vivere più un’Estate decente, perché girerai comunque in felpa e pantaloni lunghi per cercare di nascondere la perdita di peso e proteggerti dal freddo che sentirai anche sotto il sole a picco, e non indosserai mai più un costume da bagno, perché ti sentirai assolutamente inadatta e magari ti vergognerai pure delle cicatrici che ti sei inferta dappertutto. Quelle cicatrici che ti porterai fuori e dentro. Per sempre.
Avere un DCA significa perdere anni di scuola e/o di lavoro perché non riesci ad essere più produttiva, perché la carenza alimentare comporta una carenza nella sintesi di neurotrasmettitori che non ti renderanno in grado di concentrarti adeguatamente su quello che dovresti fare, e tutto il tempo che avresti dovuto dedicare allo studio/al lavoro, sarà riempito da ansie e paranoie. Perdere anni di scuola e/o lavoro significa precludersi tantissime possibilità per il futuro.
Avere un DCA significa non poter più fare sport perché avrai un rendimento così basso che non sarai più in grado di conseguire risultati che ti permettano di rimanere nel mondo dell’agonismo. E significa che col tempo addirittura odierai lo sport, perché lo inquadrerai solo come un dovere che è necessario espletare per raggiungere un peso inferiore quanto più rapidamente possibile, e perderai tutto il piacere degli allenamenti o del condividere quel tempo con i tuoi compagni di squadra.
Avere un DCA significa non andare più in vacanza con gli amici, non andare più a mangiare una pizza con gli amici, non avere più amici.
Avere un DCA significa perdere la salute, perché sebbene ci siano modificazioni fisiche che rientrano nella norma se riprenderai un regime alimentare adeguato al tuo fabbisogno giornaliero, ci sono alcuni danni irreversibili: osteoporosi, danni dentali, danni renali, infertilità e così via.
Avere un DCA significa estraniarsi da qualsiasi cosa e persona al mondo, perché poco a poco cominceranno ad esistere solo te stessa e i tuoi pensieri ossessivi. E i pensieri ossessivi prevarranno su tutto: lavoro, scuola, sport, hobby, amici… su tutto il tuo mondo. E allora trascorrerai giornate su giornate chiusa in casa, ad ammazzarti sulla cyclette o sul tapis-roulant se sei entrata nella spirale anoressica, oppure ad abbuffarti e vomitare se sei entrata nella spirale bulimica, e più passerà il tempo, più rompere il circolo vizioso diventerà difficile. E poiché a questo punto quello che ti sembrava di poter controllare è in realtà ciò che ti controlla spietatamente, e poiché da sola sarai incapace di toglierti da quest’impasse, ti sentirai talmente rassegnata che penserai di non meritarti neanche di ricevere aiuto.
Non riuscirai più a dormire bene, vuoi perché il sottopeso altera il regolare ritmo sonno-veglia, vuoi perché arriverai addirittura a pensare che durante le ore di sonno il metabolismo si abbassa, e questo è un rallentamento al tuo processo di dimagrimento che non puoi assolutamente permettere.
Ti specchierai e non t’identificherai neanche più in quel riflesso, perché sarai sempre più spaesata, sempre più persa dentro i meandri dell’anoressia.
Quieterai la tua perenne ansia solo carezzando le creste iliache sporgenti prima di addormentarti, ma non durerà che per pochi minuti, perché poi verrai presa dal panico per non essere ancora magra abbastanza, ovvero essenzialmente per non essere ancora in controllo abbastanza, e seppure consapevole della tua magrezza inestetica e non salutare, seppure tu stessa più o meno inconsciamente preoccupata per le tue condizioni di salute, continuerai a restringere l’alimentazione perché la sensazione di controllo che sul momento ne deriva sarà diventata la droga di cui non riuscirai a fare a meno.
Non avrai più amici, progetti, sogni, aspettative, perderai la speranza nel futuro; tutto si ridurrà a un perenne senso di vuoto e a paranoie che ossessionano la tua mente ma che non riesci ad allontanare, e alla spasmodica brama di percepire quell’illusorio controllo che è l’unica cosa che riesce a farti sentire patologicamente bene.
Tutto diventerà insopportabile, e desidererai solo quella “normalità” che all’inizio rifuggivi tanto in nome dell’illusoria e transitoria sensazione di “specialità” che pareva trasmettere l’anoressia, e desidererai non aver mai cominciato.
Ma, inizialmente, nessuna credeva di entrarci. Perché, figuriamoci, un disturbo alimentare è un qualcosa che succede agli altri. Si pensa sempre che succeda tutto agli altri.
Perciò, non è importante se inizi a restringere l’alimentazione perché hai dei problemi in famiglia, perché hai una bassa autostima, perché non vuoi più sentirti mediocre, perché senti il bisogno di avere la sensazione di controllare almeno una cosa nella tua vita, o perché hai un malessere interiore che non riesci a sfogare altrimenti.
Sappi che, mentre stai già pensando che per te è impossibile cadere nell’anoressia, che restringerai l’alimentazione solo per poco tempo, e che potrai smettere quando ti pare, ti sta già succedendo. Ti stai già dannando.
Salvati.
Sei meravigliosa.
Perciò, stavolta in tono più realistico, ecco quello che vorrei dire non semplicemente alle ragazze pro ana/pro mia, ma anche e soprattutto a tutte quelle ragazze che si sentono sull’orlo dell’abisso, e che intravedono nella restrizione alimentare una possibile soluzione ai loro problemi, o comunque un qualcosa che potrà aiutarle a stare meglio.
Se stai pensando che se inizi a restringere l’alimentazione sia comunque possibile smettere in ogni qualsiasi momento, e tornare a com’era prima che tutto ciò iniziasse, alla tua consueta (e forse un po’ anche sottovalutata) “normalità”, sappi che non è così che stanno le cose.
Se stai pensando che tu sei veramente in grado di controllare la situazione, e che perciò non succederà mai e poi mai che tu possa perdere il controllo, se stai pensando che ogni tua scelta, alimentare e non, sarà sempre e solo una tua libera scelta, se pensi che puoi smettere quando vuoi e che il tuo corpo a quel punto tornerà a mandarti normali segnali di fame/sazietà, se pensi che certe cose non possono certamente accaderti… sappi che ciò è quello che tutte abbiamo pensato, prima. Tutte. Nessuna esclusa.
Se credi che dimagrire sia l’unica cosa che possa farti sentire meglio con te stessa, sappi che non è così che stanno le cose. Sappi che non sarai mai abbastanza magra da trovare te stessa, ma solo abbastanza magra da perderti.
Se ti sembra che controllare quello che mangi ti faccia sentire in grado di controllare ogni singolo aspetto, ogni singola piega della tua vita, ci sei già dentro.
Perciò, se sei sul punto di scegliere il sintomo anoressico, pensaci bene. Perché a prescindere da ciò che ti ha guidato in questa direzione, ci sarai dentro fino al collo ancor prima che tu te ne renda conto.
Inizialmente sarà la cosa più strafiga del mondo: ti sentirai forte, soddisfatta, più sicura di te stessa, ti sembrerà di poter controllare tutto, e questo ti farà sentire una gran ganza, ti farà stare di un bene senza precedenti, e desidererai non staccarti mai da tutto questo… ma è proprio nelle prime fasi che, se ti rendi conto che queste sono tutte solo illusioni ed intervieni rapidamente per stroncarle sul nascere, avrai le maggiori possibilità di arrivare ad una remissione stabile e completa. Ma quando avrai le maggiori possibilità di arrivare ad una remissione stabile e completa, non ti renderai neanche conto di essere incappata nella malattia.
L’anoressia non è semplicemente restringere l’alimentazione e sentirsi in controllo per questo, e la bulimia non è solo mettersi un dito in gola e sospirare di sollievo per aver eliminato il contenuto di un’abbuffata.
Avere un DCA non è solo il compendio delle sensazioni positive che si provano nella “fase luna di miele”, nella fase iniziale del disturbo.
Avere un DCA significa non voler uscire più di casa perché sei così magra che la gente non la smette di guardarti lanciandoti occhiate di biasimo, pena o preoccupazione, perché pensa che sei un’idiota esibizionista o una malata terminale. Non voler più uscire di casa perché sei ossessionata all’idea che tutti possano guardarti. Non poter uscire più di casa perché non hai neanche le energie fisiche per farlo.
Avere un DCA significa uscire di casa e fare camminate chilometriche a ritmo serrato, senza neanche vedere quello che ti sta intorno perché la tua testa è fogata a pensare al fatto che questo ti aiuterà a perdere peso più rapidamente e, soprattutto, la ritualità della cosa ti trasmetterà quel controllo che tanto vuoi sentire. Uscire di casa e sentirti peggiore di ogni singola persona che incrocerai, sentirti inferiore, sentirti non abbastanza, e trovarti la sera a tagliarti perché l’anoressia prevaricherà del tutto il raziocinio.
Avere un DCA significa che non ti potrai vivere più un’Estate decente, perché girerai comunque in felpa e pantaloni lunghi per cercare di nascondere la perdita di peso e proteggerti dal freddo che sentirai anche sotto il sole a picco, e non indosserai mai più un costume da bagno, perché ti sentirai assolutamente inadatta e magari ti vergognerai pure delle cicatrici che ti sei inferta dappertutto. Quelle cicatrici che ti porterai fuori e dentro. Per sempre.
Avere un DCA significa perdere anni di scuola e/o di lavoro perché non riesci ad essere più produttiva, perché la carenza alimentare comporta una carenza nella sintesi di neurotrasmettitori che non ti renderanno in grado di concentrarti adeguatamente su quello che dovresti fare, e tutto il tempo che avresti dovuto dedicare allo studio/al lavoro, sarà riempito da ansie e paranoie. Perdere anni di scuola e/o lavoro significa precludersi tantissime possibilità per il futuro.
Avere un DCA significa non poter più fare sport perché avrai un rendimento così basso che non sarai più in grado di conseguire risultati che ti permettano di rimanere nel mondo dell’agonismo. E significa che col tempo addirittura odierai lo sport, perché lo inquadrerai solo come un dovere che è necessario espletare per raggiungere un peso inferiore quanto più rapidamente possibile, e perderai tutto il piacere degli allenamenti o del condividere quel tempo con i tuoi compagni di squadra.
Avere un DCA significa non andare più in vacanza con gli amici, non andare più a mangiare una pizza con gli amici, non avere più amici.
Avere un DCA significa perdere la salute, perché sebbene ci siano modificazioni fisiche che rientrano nella norma se riprenderai un regime alimentare adeguato al tuo fabbisogno giornaliero, ci sono alcuni danni irreversibili: osteoporosi, danni dentali, danni renali, infertilità e così via.
Avere un DCA significa estraniarsi da qualsiasi cosa e persona al mondo, perché poco a poco cominceranno ad esistere solo te stessa e i tuoi pensieri ossessivi. E i pensieri ossessivi prevarranno su tutto: lavoro, scuola, sport, hobby, amici… su tutto il tuo mondo. E allora trascorrerai giornate su giornate chiusa in casa, ad ammazzarti sulla cyclette o sul tapis-roulant se sei entrata nella spirale anoressica, oppure ad abbuffarti e vomitare se sei entrata nella spirale bulimica, e più passerà il tempo, più rompere il circolo vizioso diventerà difficile. E poiché a questo punto quello che ti sembrava di poter controllare è in realtà ciò che ti controlla spietatamente, e poiché da sola sarai incapace di toglierti da quest’impasse, ti sentirai talmente rassegnata che penserai di non meritarti neanche di ricevere aiuto.
Non riuscirai più a dormire bene, vuoi perché il sottopeso altera il regolare ritmo sonno-veglia, vuoi perché arriverai addirittura a pensare che durante le ore di sonno il metabolismo si abbassa, e questo è un rallentamento al tuo processo di dimagrimento che non puoi assolutamente permettere.
Ti specchierai e non t’identificherai neanche più in quel riflesso, perché sarai sempre più spaesata, sempre più persa dentro i meandri dell’anoressia.
Quieterai la tua perenne ansia solo carezzando le creste iliache sporgenti prima di addormentarti, ma non durerà che per pochi minuti, perché poi verrai presa dal panico per non essere ancora magra abbastanza, ovvero essenzialmente per non essere ancora in controllo abbastanza, e seppure consapevole della tua magrezza inestetica e non salutare, seppure tu stessa più o meno inconsciamente preoccupata per le tue condizioni di salute, continuerai a restringere l’alimentazione perché la sensazione di controllo che sul momento ne deriva sarà diventata la droga di cui non riuscirai a fare a meno.
Non avrai più amici, progetti, sogni, aspettative, perderai la speranza nel futuro; tutto si ridurrà a un perenne senso di vuoto e a paranoie che ossessionano la tua mente ma che non riesci ad allontanare, e alla spasmodica brama di percepire quell’illusorio controllo che è l’unica cosa che riesce a farti sentire patologicamente bene.
Tutto diventerà insopportabile, e desidererai solo quella “normalità” che all’inizio rifuggivi tanto in nome dell’illusoria e transitoria sensazione di “specialità” che pareva trasmettere l’anoressia, e desidererai non aver mai cominciato.
Ma, inizialmente, nessuna credeva di entrarci. Perché, figuriamoci, un disturbo alimentare è un qualcosa che succede agli altri. Si pensa sempre che succeda tutto agli altri.
Perciò, non è importante se inizi a restringere l’alimentazione perché hai dei problemi in famiglia, perché hai una bassa autostima, perché non vuoi più sentirti mediocre, perché senti il bisogno di avere la sensazione di controllare almeno una cosa nella tua vita, o perché hai un malessere interiore che non riesci a sfogare altrimenti.
Sappi che, mentre stai già pensando che per te è impossibile cadere nell’anoressia, che restringerai l’alimentazione solo per poco tempo, e che potrai smettere quando ti pare, ti sta già succedendo. Ti stai già dannando.
Salvati.
Sei meravigliosa.
Etichette:
anoressia,
auto-aiuto,
bulimia,
conseguenze,
consigli,
dca,
lettera,
no pro-ana,
ricovero,
voglio diventare anoressica
venerdì 7 dicembre 2012
Perchè l'anoressia è meravigliosa
Questo è un post dichiaratamente ad elevato tasso d’ironia... se non condividete questo modo di scrivere siete gentilmente pregate di abbandonare immediatamente il blog.
Questo post spiega perché l’anoressia è estremamente strafiga e dunque perché dovete assolutamente provare ad averla.
Se siete pro ana/pro mia dovete leggere questo post ad ogni costo!!
Le malattie mentali sono una ganzata totale. Se non ne avete una, non siete alla moda! Questo spiega perché su blogspot ci siano un sacco di blog pro depressione e pro disturbo bipolare, giusto??!
Okay, allora immaginate questo.
Sei una stereotipata ragazzetta adolescente o poco più che vuole perdere qualche chilo per non sfigurare d’Estate quando andrai al mare e ti metterai in costume. OVVIAMENTE c’è una e una sola cosa da poter fare: affamarsi, digiunare il più possibile, e cercare di avere una malattia che per pura sfiga non avevi già. Così cerchi di mangiare meno di 500 Kcal al giorno, apri un blog pro ana/pro mia, posti thinspiration, diari alimentari, e incoraggi tutti quanti a non mangiare.
Ora, immaginate questo.
Hai un blog pro ana, e ci capita per caso una quattordicenne. E’ una ragazzina insicura, che non si piace molto, con poca autostima, con problemi familiari e scolastici, magari vittima di bullismo o qualcosa del genere, con poche e punte amicizie, e si mette a leggere il tuo blog. Dato che tu presenti l’anoressia come un qualcosa di totalmente accattivante, un qualcosa che fa diventare belle e magre, insomma, praticamente prive di ogni qualsiasi altro problema e quindi perfette, la quattordicenne decide che non avere problemi è proprio quello che vorrebbe. Così inizia a restringere l’alimentazione. CONGRATULAZIONI! Sei una delle tante concause che ha portato una quattordicenne a sviluppare l’anoressia, una malattia psicofisica che è estremamente difficile da combattere, e della quale si porterà dietro gli strascichi vita natural durante. Una malattia che comprometterà ulteriormente i suoi rapporti coi familiari, con quei pochi amici, la sua carriera, la sua mente, il suo fisico, il suo futuro, la sua vita. Ma chi se ne importa, no?! In fin dei conti, non è come se l’avessi aiutata ad ammalarsi di cancro!
Quindi, torniamo a te, la ragazzetta stereotipata. Fai la fame, magari girando per blog impari anche qualche trucco su come fare a vomitare se si presenta un’abbuffata e cerchi di sfinirti di attività fisica. Hai perso qualche chilo, WOW!
Vai avanti così per un po’, poi una mattina ti alzi da letto e, oh, che cos’è questa? Ah, una bella gumea di capelli che son caduti. Ti tocchi la testa e, ehi, i capelli sono più radi e sottili. Meglio: consumerai meno shampoo quando dovrai lavarteli.
Ancora avanti con la restrizione alimentare e quant’altro, e un giorno stai facendo un compito in classe, tutto attorno a te è silenzio, tranne il tuo stomaco che brontola così forte da far girare tutti nella tua direzione. Tu fai finta di niente, tutt’al più accusi la motosega che stanno sicuramente utilizzando nell’aula a fianco, e continui a fare il tuo compito sul quale non riesci a concentrarti perché hai una fame dannata ma poco glucosio al cervello per produrre idee senzienti. Però, ehi, hai perso almeno 10 chili da quando hai iniziato a digiunare, quindi che cos’è un’insufficienza di fronte a 10 chili?! Alla fine della giornata, la professoressa ti chiama da parte e ti dice che è preoccupata per te. Sei pallida, hai le occhiaie, la tua pelle è secca (ma che splendore che sei, ragazza mia!), hai i capelli sfibrati e ridotti numericamente ai minimi termini (ma tanto tu mica volevi i capelli lunghi, vero?!), e le dita delle mani sono gelide e livide. Ma tu rassicurerai la tua insegnante dicendole che stai bene, fino a che avrai la possibilità di appiccicarti al tuo computer, di scrivere sul tuo blog, e di incoraggiare tutte le tue followers a stay strongare e continuare a digiunare e dimagrire.
Ad un certo punto, ovviamente, ti sparisce il ciclo. Ma tu sei ben lungi dal preoccuparti, anzi, è un altro segno del fatto che sei effettivamente dimagrita, quindi non stai certo a pensare al fatto che la scomparsa del ciclo sia un meccanismo di difesa che il corpo attua per cercare di risparmiare quante più calorie possibile, visto che non gli vengono adeguatamente fornite. Dunque esulti perché adesso non c’è più quel fastidio mensile di doversi cambiare un assorbente ogni 3 ore, ma soprattutto puoi trombare come un riccio senza neanche più doverti preoccupare di prendere la pillola del giorno dopo. (*)(vedi nota a fondo post)
Vai avanti a non mangiare e a perdere peso, ed ecco che vieni esclusa dalla squadra dello sport che pratichi. “E’ ridicolo! Nessuno può permettersi di buttar fuori qualcuna dalla squadra solo perché pensa che sia anoressica!”, dirai tu. Ma, indovina un po’? Con quel peso irrisorio le tue prestazioni fisico-sportive sono così scadenti che l’intera squadra ne risente negativamente. Ma tanto tu non avevi certo intenzione di andare alle Olimpiadi, quindi che importa?
Dunque, adesso non hai neanche più lo sport a cui dover badare. Ma, ehi, c’è sempre la scuola. È l’ora di Chimica, e tu stai seduta al tuo banco e cerchi di concentrarti sulla lezione, su quello che la professoressa sta dicendo, ma tutto ciò cui riesci a pensare riguarda il tuo corpo e l’alimentazione. Calorie. Peso. Attività fisica compulsiva. Insomma, perché pensare alla Chimica, che è pure una materia un po’ pallosa? Prima che tu te ne renda conto, arriva il giorno del compito di Chimica, i tuoi compagni di classe sono ben preparati, ma tu non riesci a concentrarti adeguatamente. E lo stesso vale per ogni qualsiasi altro compito. Così i tuoi voti prima magari anche brillanti, cominciano a poco a poco inevitabilmente a calare.
E calano anche le tue relazioni sociali, perché accidenti, tu tutto il pomeriggio lo devi passare sulla cyclette, per essere sicura di bruciare quelle 300 Kcal scarse che hai assunto, e questo è ben più importante che andare in giro con gli amici, mi pare ovvio! Magari succede che i tuoi amici si preoccupano per te, cercando di capire cosa c’è che non va, al che tu passi sulla difensiva e gli svendi un mare di balle, perché è risaputo che raccontare bugie stimola la fantasia, dopodiché li chiudi fuori dalla tua vita perché cominciano a fare troppe domande e, insomma, ma la gente un po’ di affari suoi mai, eh?! Alla fine, insomma, i tuoi amici si sdanno e si allontanano perché non ce la fanno più a rimanere a guardare il modo in cui hai scelto di suicidarti lentamente.
I tuoi genitori cercano di fare qualcosa per te, ma non sanno esattamente come comportarsi, perché tu anziché parlare con loro ti chiudi in camera tua e ti piazzi davanti al computer per scrivere un post sul tuo blog nel quale frigni su quanto siano cagacazzo i tuoi familiari che non ti lasciano essere anoressica in pace, e già che ci sei esasperi e drammatizzi pure la narrazione al fine di ricevere una serie di commenti-fotocopia a base di “ti capisco”, “i genitori non capiscono niente, ma tu continua a seguire Ana” e “stay strong”. Le lotte intestine con i tuoi genitori continuano per un bel po’, ma è colpa loro perché sono dei gran rompicoglioni. I rapporti tra tutti i membri della famiglia peggiorano nettamente, ma è colpa loro perché non ti lasciano in pace.
E, ovviamente, non avrai mai un fidanzato. Non perché sei “grassa”, ma perché sei piena di fisse e paranoie, ossessioni, problemi, priva di emozioni, un guscio vuoto, l’ombra di una ragazza. E nessuno che può avere una ragazza “normale” sceglierebbe di stare vicino ad un coacervo di problemi psichiatrici. Ma a te che importa, oggi il dire che sei “single” va così di moda!
E infine, parliamo del suicidio. No, è ovvio che tu non vuoi ammazzarti, ci mancherebbe!! Vuoi soltanto raggiungere la perfezione perdendo qualche chiletto.
Notizia divertente: dati estrapolati da studi scientifici alla mano, l’anoressia riduce di circa 30 anni la spettanza media di vita di chi ne è affetta.
Per tirare le fila: perdi tutti i tuoi amici, ti allontani dai tuoi genitori, la scuola/il lavoro va da schifo, e molto probabilmente perderai anni di scuola o verrai licenziata perché non più adeguatamente produttiva, e presumibilmente non riuscirai a concludere niente. Non avrai un fidanzato, non potrai avere figli per quella che è la compromissione fisica conseguente una restrizione alimentare che si protrae molto a lungo, compromissione fisica che farà malfunzionare anche molti altri organi e ti darà un sacco di problemi. Restringerai l’alimentazione come forma di coping contro qualsiasi cosa, perché non avendoli mai affrontati non saprai come gestire altrimenti nessuno dei tuoi problemi, avrai la mente devastata dalle solite fisse e ossessioni, ed infine, chiusa nel tuo appartamento, distante dal resto del mondo, morirai.
Ma, meravigliose ragazze pro ana/mia, continuate a desiderare l’anoressia e a scambiarvi consigli sui vostri blog su come fare a non mangiare, d’accordo??!...
(*) Giusto per mettere i puntini sulle “i”… (e, al di là del post ironico, in questa nota sono seria) Il fatto che ci sia l’amenorrea che comunemente accompagna il sottopeso marcato, non significa che non si possa rimanere comunque incinta dopo un rapporto sessuale. L’amenorrea, infatti, è l’assenza di mestruazioni… non l’assenza di ovulazione! Ergo, se anche non avete il ciclo, potreste comunque essere ancora in grado di ovulare, e dunque un rapporto sessuale compiuto senza prendere le dovute precauzioni può comunque determinare una gravidanza. E, naturalmente, al di là del discorso della gravidanza, non occorre certo che vi dica io quant’è importante, per ovvi motivi di malattie sessualmente trasmissibili, prendere le dovute precauzioni ogni qualvolta si ha un rapporto sessuale, vero??!...
Questo post spiega perché l’anoressia è estremamente strafiga e dunque perché dovete assolutamente provare ad averla.
Se siete pro ana/pro mia dovete leggere questo post ad ogni costo!!
Le malattie mentali sono una ganzata totale. Se non ne avete una, non siete alla moda! Questo spiega perché su blogspot ci siano un sacco di blog pro depressione e pro disturbo bipolare, giusto??!
Okay, allora immaginate questo.
Sei una stereotipata ragazzetta adolescente o poco più che vuole perdere qualche chilo per non sfigurare d’Estate quando andrai al mare e ti metterai in costume. OVVIAMENTE c’è una e una sola cosa da poter fare: affamarsi, digiunare il più possibile, e cercare di avere una malattia che per pura sfiga non avevi già. Così cerchi di mangiare meno di 500 Kcal al giorno, apri un blog pro ana/pro mia, posti thinspiration, diari alimentari, e incoraggi tutti quanti a non mangiare.
Ora, immaginate questo.
Hai un blog pro ana, e ci capita per caso una quattordicenne. E’ una ragazzina insicura, che non si piace molto, con poca autostima, con problemi familiari e scolastici, magari vittima di bullismo o qualcosa del genere, con poche e punte amicizie, e si mette a leggere il tuo blog. Dato che tu presenti l’anoressia come un qualcosa di totalmente accattivante, un qualcosa che fa diventare belle e magre, insomma, praticamente prive di ogni qualsiasi altro problema e quindi perfette, la quattordicenne decide che non avere problemi è proprio quello che vorrebbe. Così inizia a restringere l’alimentazione. CONGRATULAZIONI! Sei una delle tante concause che ha portato una quattordicenne a sviluppare l’anoressia, una malattia psicofisica che è estremamente difficile da combattere, e della quale si porterà dietro gli strascichi vita natural durante. Una malattia che comprometterà ulteriormente i suoi rapporti coi familiari, con quei pochi amici, la sua carriera, la sua mente, il suo fisico, il suo futuro, la sua vita. Ma chi se ne importa, no?! In fin dei conti, non è come se l’avessi aiutata ad ammalarsi di cancro!
Quindi, torniamo a te, la ragazzetta stereotipata. Fai la fame, magari girando per blog impari anche qualche trucco su come fare a vomitare se si presenta un’abbuffata e cerchi di sfinirti di attività fisica. Hai perso qualche chilo, WOW!
Vai avanti così per un po’, poi una mattina ti alzi da letto e, oh, che cos’è questa? Ah, una bella gumea di capelli che son caduti. Ti tocchi la testa e, ehi, i capelli sono più radi e sottili. Meglio: consumerai meno shampoo quando dovrai lavarteli.
Ancora avanti con la restrizione alimentare e quant’altro, e un giorno stai facendo un compito in classe, tutto attorno a te è silenzio, tranne il tuo stomaco che brontola così forte da far girare tutti nella tua direzione. Tu fai finta di niente, tutt’al più accusi la motosega che stanno sicuramente utilizzando nell’aula a fianco, e continui a fare il tuo compito sul quale non riesci a concentrarti perché hai una fame dannata ma poco glucosio al cervello per produrre idee senzienti. Però, ehi, hai perso almeno 10 chili da quando hai iniziato a digiunare, quindi che cos’è un’insufficienza di fronte a 10 chili?! Alla fine della giornata, la professoressa ti chiama da parte e ti dice che è preoccupata per te. Sei pallida, hai le occhiaie, la tua pelle è secca (ma che splendore che sei, ragazza mia!), hai i capelli sfibrati e ridotti numericamente ai minimi termini (ma tanto tu mica volevi i capelli lunghi, vero?!), e le dita delle mani sono gelide e livide. Ma tu rassicurerai la tua insegnante dicendole che stai bene, fino a che avrai la possibilità di appiccicarti al tuo computer, di scrivere sul tuo blog, e di incoraggiare tutte le tue followers a stay strongare e continuare a digiunare e dimagrire.
Ad un certo punto, ovviamente, ti sparisce il ciclo. Ma tu sei ben lungi dal preoccuparti, anzi, è un altro segno del fatto che sei effettivamente dimagrita, quindi non stai certo a pensare al fatto che la scomparsa del ciclo sia un meccanismo di difesa che il corpo attua per cercare di risparmiare quante più calorie possibile, visto che non gli vengono adeguatamente fornite. Dunque esulti perché adesso non c’è più quel fastidio mensile di doversi cambiare un assorbente ogni 3 ore, ma soprattutto puoi trombare come un riccio senza neanche più doverti preoccupare di prendere la pillola del giorno dopo. (*)(vedi nota a fondo post)
Vai avanti a non mangiare e a perdere peso, ed ecco che vieni esclusa dalla squadra dello sport che pratichi. “E’ ridicolo! Nessuno può permettersi di buttar fuori qualcuna dalla squadra solo perché pensa che sia anoressica!”, dirai tu. Ma, indovina un po’? Con quel peso irrisorio le tue prestazioni fisico-sportive sono così scadenti che l’intera squadra ne risente negativamente. Ma tanto tu non avevi certo intenzione di andare alle Olimpiadi, quindi che importa?
Dunque, adesso non hai neanche più lo sport a cui dover badare. Ma, ehi, c’è sempre la scuola. È l’ora di Chimica, e tu stai seduta al tuo banco e cerchi di concentrarti sulla lezione, su quello che la professoressa sta dicendo, ma tutto ciò cui riesci a pensare riguarda il tuo corpo e l’alimentazione. Calorie. Peso. Attività fisica compulsiva. Insomma, perché pensare alla Chimica, che è pure una materia un po’ pallosa? Prima che tu te ne renda conto, arriva il giorno del compito di Chimica, i tuoi compagni di classe sono ben preparati, ma tu non riesci a concentrarti adeguatamente. E lo stesso vale per ogni qualsiasi altro compito. Così i tuoi voti prima magari anche brillanti, cominciano a poco a poco inevitabilmente a calare.
E calano anche le tue relazioni sociali, perché accidenti, tu tutto il pomeriggio lo devi passare sulla cyclette, per essere sicura di bruciare quelle 300 Kcal scarse che hai assunto, e questo è ben più importante che andare in giro con gli amici, mi pare ovvio! Magari succede che i tuoi amici si preoccupano per te, cercando di capire cosa c’è che non va, al che tu passi sulla difensiva e gli svendi un mare di balle, perché è risaputo che raccontare bugie stimola la fantasia, dopodiché li chiudi fuori dalla tua vita perché cominciano a fare troppe domande e, insomma, ma la gente un po’ di affari suoi mai, eh?! Alla fine, insomma, i tuoi amici si sdanno e si allontanano perché non ce la fanno più a rimanere a guardare il modo in cui hai scelto di suicidarti lentamente.
I tuoi genitori cercano di fare qualcosa per te, ma non sanno esattamente come comportarsi, perché tu anziché parlare con loro ti chiudi in camera tua e ti piazzi davanti al computer per scrivere un post sul tuo blog nel quale frigni su quanto siano cagacazzo i tuoi familiari che non ti lasciano essere anoressica in pace, e già che ci sei esasperi e drammatizzi pure la narrazione al fine di ricevere una serie di commenti-fotocopia a base di “ti capisco”, “i genitori non capiscono niente, ma tu continua a seguire Ana” e “stay strong”. Le lotte intestine con i tuoi genitori continuano per un bel po’, ma è colpa loro perché sono dei gran rompicoglioni. I rapporti tra tutti i membri della famiglia peggiorano nettamente, ma è colpa loro perché non ti lasciano in pace.
E, ovviamente, non avrai mai un fidanzato. Non perché sei “grassa”, ma perché sei piena di fisse e paranoie, ossessioni, problemi, priva di emozioni, un guscio vuoto, l’ombra di una ragazza. E nessuno che può avere una ragazza “normale” sceglierebbe di stare vicino ad un coacervo di problemi psichiatrici. Ma a te che importa, oggi il dire che sei “single” va così di moda!
E infine, parliamo del suicidio. No, è ovvio che tu non vuoi ammazzarti, ci mancherebbe!! Vuoi soltanto raggiungere la perfezione perdendo qualche chiletto.
Notizia divertente: dati estrapolati da studi scientifici alla mano, l’anoressia riduce di circa 30 anni la spettanza media di vita di chi ne è affetta.
Per tirare le fila: perdi tutti i tuoi amici, ti allontani dai tuoi genitori, la scuola/il lavoro va da schifo, e molto probabilmente perderai anni di scuola o verrai licenziata perché non più adeguatamente produttiva, e presumibilmente non riuscirai a concludere niente. Non avrai un fidanzato, non potrai avere figli per quella che è la compromissione fisica conseguente una restrizione alimentare che si protrae molto a lungo, compromissione fisica che farà malfunzionare anche molti altri organi e ti darà un sacco di problemi. Restringerai l’alimentazione come forma di coping contro qualsiasi cosa, perché non avendoli mai affrontati non saprai come gestire altrimenti nessuno dei tuoi problemi, avrai la mente devastata dalle solite fisse e ossessioni, ed infine, chiusa nel tuo appartamento, distante dal resto del mondo, morirai.
Ma, meravigliose ragazze pro ana/mia, continuate a desiderare l’anoressia e a scambiarvi consigli sui vostri blog su come fare a non mangiare, d’accordo??!...
(*) Giusto per mettere i puntini sulle “i”… (e, al di là del post ironico, in questa nota sono seria) Il fatto che ci sia l’amenorrea che comunemente accompagna il sottopeso marcato, non significa che non si possa rimanere comunque incinta dopo un rapporto sessuale. L’amenorrea, infatti, è l’assenza di mestruazioni… non l’assenza di ovulazione! Ergo, se anche non avete il ciclo, potreste comunque essere ancora in grado di ovulare, e dunque un rapporto sessuale compiuto senza prendere le dovute precauzioni può comunque determinare una gravidanza. E, naturalmente, al di là del discorso della gravidanza, non occorre certo che vi dica io quant’è importante, per ovvi motivi di malattie sessualmente trasmissibili, prendere le dovute precauzioni ogni qualvolta si ha un rapporto sessuale, vero??!...
Etichette:
anoressia,
bulimia,
combattere,
dca,
dieta,
ironia,
no pro ana,
no thinspo,
perdere peso,
ricovero,
voglio diventare anoressica
venerdì 30 novembre 2012
L' "okay plateau"
In questi giorni ho finito di leggere un libro intitolato “Moonwalking with Einstein”. È un libro che parla della scienza della memoria e di come un giornalista è riuscito a diventare il campione statunitense di memorizzazione. L’autore, Joshua Foer, menziona una cosa che chiama l’ “okay plateau”. Riferisce questo plateau alle proprie capacità di memorizzazione. Dice che l’allentamento continuo nella memorizzazione ha migliorato enormemente le sue capacità in tal senso, ma non abbastanza da competere a livello nazionale.
(Ebbene sì, negli U.S.A. esistono delle gare di memorizzazione…per quanto a noi possa sembrare assurdo, per loro fare queste gare è una cosa assolutamente usuale.)
Dunque, l’ “okay plateau” è una sorta di punto di stallo tra il punto in cui siamo e quello in cui si vorrebbe arrivare. Vai bene, ma non sei eccezionale. Puoi farlo a livello amatoriale, ma non a livello agonistico. Una via di mezzo.
Ecco, secondo me in questo c’è una forte analogia col percorso di ricovero da un DCA. Si possono migliorare molto i nostri comportamenti più esteriori nei confronti del cibo e del corpo, e così molte persone possono pensare che siamo “guarite”. Ma noi in realtà sappiamo di non esserlo… siamo ancora nella via di mezzo. Abbiamo ancora certi pensieri distorti e certe fisse, sebbene la nostra salute fisica non sia più nell’immediato pericolo. Si può funzionare, anche se non in maniera ottimale. Se le persone vi stanno intorno solo per un lasso di tempo non molto lungo, in genere non si rendono conto del vostro DCA. Abbiamo raggiunto l’ “okay plateau”.
Per quelli che sanno la verità, invece, è più facile cogliere i segnali del DCA stesso. La lentezza nel finire i pasti, il non indossare determinati capi d’abbigliamento, la necessità di avere comunque altri tipi di “rituali di controllo”. Forse per qualcuno tutte queste sono cose insignificanti, e se si comporta così una persona che non ha mai avuto un disordine alimentare, il suo comportamento può essere a tutti gli effetti normale, semplice conseguenza della sua caratterialità. Ma questi non sono comportamenti “normali”… non per chi ha e sta combattendo un DCA.
Disconnettere noi stesse dall’ “okay plateau” è difficile. Foer dice: perché esso dà sicurezza. Perché sappiamo come starci, quale precario equilibrio tenere. Chi si sposta da una posizione per raggiungerne un’altra, si espone ad un rischio. Questo fa paura. Quindi si rimane bloccate nell’ “okay plateau” molto a lungo.
È proprio così che va il percorso di ricovero dall’anoressia. Riprendere peso è decisamente difficile, ma non è la cosa peggiore. Nutrendosi in maniera corretta, l’aumento di peso è fisiologico e molto graduale, dunque un qualcosa con cui possiamo tutto sommato relazionarci. I progressi che facciamo in tal senso possono essere facilmente misurati, quantificati. Ma uscire dall’ “okay plateau” a livello mentale, è incredibilmente molto, molto più difficile. Non si tratta semplicemente di seguire l’ “equilibrio alimentare” prescritto dalla dottoressa di turno, ma di lavorare su noi stesse, sulla nostra mentalità, sulla nostra personalità. Occorre sviluppare maggiore flessibilità mentale. Occorre imparare a gestire l’ansia. E, soprattutto, occorre scavare dentro noi stesse per capire quali sono i nostri veri problemi, quelli per i quali abbiamo avuto bisogno di un tampone come l’anoressia. Cose che non hanno niente a che vedere con il cibo, ma che rappresentano i nostri più veri e profondi problemi, ciò che ci ha fatto usare l’anoressia come strategia di coping.
Averne abbastanza – ovvero segnale di pericolo “sto-per-gettare-la-spugna-e-smettere-di-combattere-contro-il-DCA” – è molto facile non solo perchè spostarsi dall’ “okay plateau” richiede una fatica pazzesca, ma anche perchè può subentrare il pensiero scoraggiante che siamo lì bloccate senza possibilità di miglioramento. Ma non è così. Arrivare all’ “okay plateau” è un passo cruciale, ma ciò non significa che siamo arrivate. Ci vuole tanto, ma è possibile renderci pienamente conto di questo, e comprendere la differenza tra dove siamo adesso, e dove potremo essere. Se solo continuiamo a combattere.
(Ebbene sì, negli U.S.A. esistono delle gare di memorizzazione…per quanto a noi possa sembrare assurdo, per loro fare queste gare è una cosa assolutamente usuale.)
Dunque, l’ “okay plateau” è una sorta di punto di stallo tra il punto in cui siamo e quello in cui si vorrebbe arrivare. Vai bene, ma non sei eccezionale. Puoi farlo a livello amatoriale, ma non a livello agonistico. Una via di mezzo.
Ecco, secondo me in questo c’è una forte analogia col percorso di ricovero da un DCA. Si possono migliorare molto i nostri comportamenti più esteriori nei confronti del cibo e del corpo, e così molte persone possono pensare che siamo “guarite”. Ma noi in realtà sappiamo di non esserlo… siamo ancora nella via di mezzo. Abbiamo ancora certi pensieri distorti e certe fisse, sebbene la nostra salute fisica non sia più nell’immediato pericolo. Si può funzionare, anche se non in maniera ottimale. Se le persone vi stanno intorno solo per un lasso di tempo non molto lungo, in genere non si rendono conto del vostro DCA. Abbiamo raggiunto l’ “okay plateau”.
Per quelli che sanno la verità, invece, è più facile cogliere i segnali del DCA stesso. La lentezza nel finire i pasti, il non indossare determinati capi d’abbigliamento, la necessità di avere comunque altri tipi di “rituali di controllo”. Forse per qualcuno tutte queste sono cose insignificanti, e se si comporta così una persona che non ha mai avuto un disordine alimentare, il suo comportamento può essere a tutti gli effetti normale, semplice conseguenza della sua caratterialità. Ma questi non sono comportamenti “normali”… non per chi ha e sta combattendo un DCA.
Disconnettere noi stesse dall’ “okay plateau” è difficile. Foer dice: perché esso dà sicurezza. Perché sappiamo come starci, quale precario equilibrio tenere. Chi si sposta da una posizione per raggiungerne un’altra, si espone ad un rischio. Questo fa paura. Quindi si rimane bloccate nell’ “okay plateau” molto a lungo.
È proprio così che va il percorso di ricovero dall’anoressia. Riprendere peso è decisamente difficile, ma non è la cosa peggiore. Nutrendosi in maniera corretta, l’aumento di peso è fisiologico e molto graduale, dunque un qualcosa con cui possiamo tutto sommato relazionarci. I progressi che facciamo in tal senso possono essere facilmente misurati, quantificati. Ma uscire dall’ “okay plateau” a livello mentale, è incredibilmente molto, molto più difficile. Non si tratta semplicemente di seguire l’ “equilibrio alimentare” prescritto dalla dottoressa di turno, ma di lavorare su noi stesse, sulla nostra mentalità, sulla nostra personalità. Occorre sviluppare maggiore flessibilità mentale. Occorre imparare a gestire l’ansia. E, soprattutto, occorre scavare dentro noi stesse per capire quali sono i nostri veri problemi, quelli per i quali abbiamo avuto bisogno di un tampone come l’anoressia. Cose che non hanno niente a che vedere con il cibo, ma che rappresentano i nostri più veri e profondi problemi, ciò che ci ha fatto usare l’anoressia come strategia di coping.
Averne abbastanza – ovvero segnale di pericolo “sto-per-gettare-la-spugna-e-smettere-di-combattere-contro-il-DCA” – è molto facile non solo perchè spostarsi dall’ “okay plateau” richiede una fatica pazzesca, ma anche perchè può subentrare il pensiero scoraggiante che siamo lì bloccate senza possibilità di miglioramento. Ma non è così. Arrivare all’ “okay plateau” è un passo cruciale, ma ciò non significa che siamo arrivate. Ci vuole tanto, ma è possibile renderci pienamente conto di questo, e comprendere la differenza tra dove siamo adesso, e dove potremo essere. Se solo continuiamo a combattere.
Etichette:
anoressia,
bulimia,
combattere,
dca,
Joshua Foer,
Moonwalking with Einstein,
no pro-ana,
okay plateau,
ricovero
venerdì 23 novembre 2012
Consiglio per le evitanti
Girovagando su Internet ho trovato una frase che ha attirato la mia attenzione:
"Emotivamente, tutto quello che vuoi è scappare. Ma per quella che è la mia esperienza, se fissi il pitbull che sta nel giardino di qualcuno, è meglio che rimani immobile dove sei. Affronta il problema. In questo modo, non può darti un morso nel didietro”.
Generalmente, chi ha un DCA tende a scappare via dai veri problemi ad esso sottesi. Lo stesso concentrare l’attenzione sulla restrizione alimentare è un modo per non fissarla su qualcos’altro. Il fatto è che i problemi non se ne vanno solo perchè ci si concentra su pensieri e si hanno una serie di comportamenti tipici del DCA. Restano lì. E, se non li affrontiamo ma continuiamo a nasconderci dietro l’anoressia, aumentano sempre di più.
La frase che ho citato all’inizio del post centra bene il concetto di che cos’è il “ricovero” dall’anoressia: imparare ad affrontare i pitbull faccia-a-faccia. L’anoressia ci permette di evitare i problemi della vita quotidiana che ci spaventano e che pensiamo di non essere capaci di affrontare. Si corre via, il che sul momento può apparire come una “liberazione”, ma poi si finisce inevitabilmente con un bel po’ di morsi nel sedere. Sebbene l’impulso sia quello di voltarsi e correre via quanto più velocemente possibile, quel che bisogna imparare a fare è rimanere ferme ed affrontare i veri problemi.
L’evitamento è, secondo me, uno dei motivi per cui è così difficile separarsi da un DCA. Nel momento in cui canalizziamo tutte le nostre energie nell’anoressia, ogni qualsiasi altro aspetto della nostra vita (problemi compresi, quindi) sfuma. Tutti i pensieri si centrano, a seconda del tipo di DCA, sulla restrizione alimentare, sulle abbuffate, sulle condotte di compensazione, e tutti gli altri problemi sembrano ben meno… problematici. Perché diventano secondari al DCA stesso. Tutti i veri problemi che abbiamo possono essere paragonati ai pitbull: ne fuggiamo via. E loro ci mordono nel didietro. E più corriamo via, più i loro denti affondano.
E non dimentichiamo che la stessa anoressia, inizialmente vista come una “soluzione”, finisce per creare essa stessa dei problemi, dei nuovi pitbull. Si cade tanto più nella spirale discendente di un DCA quanto più si cercando di evitare i problemi che il DCA stesso crea. Perché sembra più semplice evitarli ponendo il DCA stesso in qualità di schermo, che affrontare tutti i casini della nostra vita cercando di fare ordine.
Tuttavia, l’evitamento dei veri problemi dà sollievo a breve termine: sul momento si ha certamente una riduzione dell’ansia, ma quella stessa ansia continua ad accumularsi a monte, e questo innesca una sorta di circolo vizioso che rinforza il DCA per fornire uno schermo ancora maggiore all’ansia, e così via. Affrontare i problemi, quali che siano (relazionarsi con gli altri, accettare il proprio ruolo in una situazione negativa, mangiare quei particolari cibi…) è certamente molto più duro e difficile, però non è un palliativo, a differenza dell’anoressia. Sul momento si sta peggio, ma affrontare quei problemi arrecherà benessere a lungo termine.
Una delle cose più difficili da fare in un percorso di ricovero è smetterla di scappare dai problemi da cui vorremmo solo scappare. L’anoressia non è un modo per cancellare i problemi, è solo un modo per evitarli… e per evitare la vita. Eppure bisogna imparare ad affondare tutto quello che ci ha fatte ammalare. Ed è difficile. Molto difficile. Perché siamo così abituate all’evitamento, che affrontare i problemi e la vita fa un’immensa paura. Eppure, anche questo è un passo avanti sulla strada del ricovero, anche questa e una sfida. E non c’è nient’altro da dire tranne: afffrontiamola a testa alta.
"Emotivamente, tutto quello che vuoi è scappare. Ma per quella che è la mia esperienza, se fissi il pitbull che sta nel giardino di qualcuno, è meglio che rimani immobile dove sei. Affronta il problema. In questo modo, non può darti un morso nel didietro”.
Generalmente, chi ha un DCA tende a scappare via dai veri problemi ad esso sottesi. Lo stesso concentrare l’attenzione sulla restrizione alimentare è un modo per non fissarla su qualcos’altro. Il fatto è che i problemi non se ne vanno solo perchè ci si concentra su pensieri e si hanno una serie di comportamenti tipici del DCA. Restano lì. E, se non li affrontiamo ma continuiamo a nasconderci dietro l’anoressia, aumentano sempre di più.
La frase che ho citato all’inizio del post centra bene il concetto di che cos’è il “ricovero” dall’anoressia: imparare ad affrontare i pitbull faccia-a-faccia. L’anoressia ci permette di evitare i problemi della vita quotidiana che ci spaventano e che pensiamo di non essere capaci di affrontare. Si corre via, il che sul momento può apparire come una “liberazione”, ma poi si finisce inevitabilmente con un bel po’ di morsi nel sedere. Sebbene l’impulso sia quello di voltarsi e correre via quanto più velocemente possibile, quel che bisogna imparare a fare è rimanere ferme ed affrontare i veri problemi.
L’evitamento è, secondo me, uno dei motivi per cui è così difficile separarsi da un DCA. Nel momento in cui canalizziamo tutte le nostre energie nell’anoressia, ogni qualsiasi altro aspetto della nostra vita (problemi compresi, quindi) sfuma. Tutti i pensieri si centrano, a seconda del tipo di DCA, sulla restrizione alimentare, sulle abbuffate, sulle condotte di compensazione, e tutti gli altri problemi sembrano ben meno… problematici. Perché diventano secondari al DCA stesso. Tutti i veri problemi che abbiamo possono essere paragonati ai pitbull: ne fuggiamo via. E loro ci mordono nel didietro. E più corriamo via, più i loro denti affondano.
E non dimentichiamo che la stessa anoressia, inizialmente vista come una “soluzione”, finisce per creare essa stessa dei problemi, dei nuovi pitbull. Si cade tanto più nella spirale discendente di un DCA quanto più si cercando di evitare i problemi che il DCA stesso crea. Perché sembra più semplice evitarli ponendo il DCA stesso in qualità di schermo, che affrontare tutti i casini della nostra vita cercando di fare ordine.
Tuttavia, l’evitamento dei veri problemi dà sollievo a breve termine: sul momento si ha certamente una riduzione dell’ansia, ma quella stessa ansia continua ad accumularsi a monte, e questo innesca una sorta di circolo vizioso che rinforza il DCA per fornire uno schermo ancora maggiore all’ansia, e così via. Affrontare i problemi, quali che siano (relazionarsi con gli altri, accettare il proprio ruolo in una situazione negativa, mangiare quei particolari cibi…) è certamente molto più duro e difficile, però non è un palliativo, a differenza dell’anoressia. Sul momento si sta peggio, ma affrontare quei problemi arrecherà benessere a lungo termine.
Una delle cose più difficili da fare in un percorso di ricovero è smetterla di scappare dai problemi da cui vorremmo solo scappare. L’anoressia non è un modo per cancellare i problemi, è solo un modo per evitarli… e per evitare la vita. Eppure bisogna imparare ad affondare tutto quello che ci ha fatte ammalare. Ed è difficile. Molto difficile. Perché siamo così abituate all’evitamento, che affrontare i problemi e la vita fa un’immensa paura. Eppure, anche questo è un passo avanti sulla strada del ricovero, anche questa e una sfida. E non c’è nient’altro da dire tranne: afffrontiamola a testa alta.
Etichette:
affrontare,
anoressia,
ansia,
bulimia,
citazioni,
combattere,
dca,
esitamento,
no pro-ana,
pitbull,
problemi,
ricovero,
scappare,
strategie
venerdì 16 novembre 2012
Voler vivere con l'anoressia??
Okay. Sono pronta a scommettere che chiunque legge questo mio blog, ne segue almeno un altro paio che trattano sempre di disturbi alimentari. E che, pertanto, tutte avranno notato che ci sono blog tenuti da ragazze che, pur avendo un DCA, non figurano l’idea di poterlo combattere, in quanto sostengono che il DCA sia parte integrante di se stesse e della loro vita, e/o lo considerano comunque una scelta vantaggiosa. Non sto parlando delle ragazze che si autodefiniscono “pro-ana”, "pro-mia" e cazzatelle affini, mi riferisco piuttosto a quelle persone che utilizzano i propri blog come una sorta di “valvola di sfogo” nel tentativo di buttare fuori un po’ della merda che il DCA quotidianamente riversa nelle loro vite, ma che nonostante la consapevolezza di quanto il DCA sia distruttivo, sono restie ad iniziare un percorso di ricovero. Avrete anche notato che si tratta per lo più di ragazze che hanno l’anoressia, e che invece chi soffre di bulimia o di binge non percepisce positivamente il suo DCA – cosa che trovo piuttosto interessante, ma ci tornerò più avanti.
Dunque, ricapitolando: si tratta di ragazze che hanno un DCA conclamato, diagnosticato, che in taluni casi in passato hanno anche intrapreso percorsi di ricovero che poi però hanno abbandonato, e che nonostante razionalmente si rendano conto della pericolosità dei DCA per la propria salute, per una ragione o per un’altra non si sentono pronte a staccarsi dal loro disturbo alimentare – il che, ad una lettura superficiale, può far pensare che queste ragazze vogliano rimanere malate, ma secondo me le cose non stanno proprio così… comunque, ci tornerò su tra qualche minuto.
Allo stesso tempo, ci sono il mio blog e tutta una serie di blog con contenuti affini, che potrebbero essere indicati come spiccatamente “pro-ricovero”. Insomma, tutti quei blog tenuti da ragazze che parimenti hanno un DCA, ma che sono già fermamente decise a combatterlo. E che, talvolta, rimangono (rimaniamo, mi ci metto anch’io) un po’ stizzite di fronte a quelle che dicono di voler perseverare nel loro DCA.
Osservando questa dicotomia tra blog che trovo molto interessante, mi è venuto inevitabilmente da chiedermi: cosa rende diverse le ragazze che dicono di voler vivere col DCA, da quelle che dicono di volerlo combattere? La mia risposta è stata: NIENTE. Perché sono dell’idea che chiunque scriva che non vuole combattere contro l’anoressia non significa necessariamente che quella persona voglia avere l’anoressia. Se state leggendo questo post e appartenete a coloro che sono dell’idea di voler vivere con il proprio DCA, dopo aver letto questo probabilmente starete pensando: “No no no no no. Hai torto, hai torto. Non ne sai niente di tutto questo, evidentemente non sai cosa significhi avere l’anoressia.” (E invece, purtroppo, lo so fin troppo bene.) Ma lasciate un attimo che vi spieghi. Io credo che il dire di non voler combattere contro l’anoressia non significa desiderare di avere l’anoressia in sé.
Io sono fermamente convinta che l’anoressia sia utilizzata come simbolo di tutte le cose che nella vita di una persona vanno storte. Una strategia di coping, insomma: non è importante in sé, è importante per quello che rappresenta, per quello che va a tappare.
E, ovviamente, a questo punto le persone che stanno leggendo e che non contemplano l’idea di combattere contro l’anoressia, dissentiranno con quanto ho appena scritto, e diranno: “No, ma io voglio davvero essere anoressica. Ce l’ho da così tanto tempo, che ormai fa parte di me, non mi ricordo nemmeno di com’era la mia vita prima dell’anoressia, ma ora l’anoressia è nella mia vita e mi va bene così. Voglio davvero restringere l’alimentazione, perdere peso, bruciare calorie, insomma, voglio davvero continuare a tenere questo comportamento.” Bè, poco ma sicuro, voi davvero DESIDERATE continuare a tenere questo comportamento. Lo desiderate. Lo so. Ma perchè?
Si pone dunque la questione: “Perchè qualcuna vuole davvero questo?”. E le ragioni possono essere estremamente complesse e numerose, variabili da persona a persona, ma una di queste, comune a tutte, credo che sia il fatto che c’è il bisogno di controllo. Nessuna in realtà vuole l’anoressia in sé – ma tutte si vuole la sensazione di controllo che deriva dal riuscire a restringere l’alimentazione. Ha un senso, no? Voglio dire, non penso che chiunque abbia un DCA possa essere completamente in disaccordo con questo. Chi di voi potrebbe dirmi, in onestà, che non vuole sentirsi in controllo? Che non vuole sentirsi come se, controllando l’alimentazione, potesse tenere a bada l’ansia e quindi avere la (illusoria) sensazione di poter controllare ogni ambito della propria vita e piegarlo a proprio piacimento? Chi non vuole sentirsi forte e sicura di se stessa almeno in qualcosa come la restrizione alimentare?
Chiunque, nella vita, ha piacere a sentirsi sicuro di sé in qualcosa, ha piacere a sentire che sta controllando qualcosa. È solo che le persone che hanno un DCA intraprendono una via patologica per ottenere queste sensazioni. Non è il desiderio di controllo in sé ad essere patologico – è il modo in cui esso si manifesta.
Inoltre, ho avuto modo di notare, nessuna delle persone che ha avuto un DCA lo considera come un qualcosa di assolutamente negativo perché, se non altro, è stato “grazie” al DCA che hanno ricevuto l’aiuto di cui avevano bisogno, ma che non avrebbero ottenuto altrimenti – ed è questa, secondo me, un’altra delle ragioni per cui certe ragazze si dichiarano non convinte di voler combattere contro l’anoressia. In fin dei conti, se una ragazza ha un DCA, e tutte le persone intorno sono così preoccupate per la sua perdita di peso, sono così preoccupate per la sua magrezza eccessiva, sono così preoccupate per la sua mancanza del ciclo, sono così terrorizzate all’idea che quella ragazza possa morire, e così via – ecco che vengono ottenute cose che altrimenti non si sarebbero potute avere. Questa è la triste realtà di un disturbo alimentare. Di ogni qualsiasi disturbo alimentare, anche se l’anoressia è il caso più eclatante.
Con un DCA si ottiene la possibilità di poter parlare con uno psicoterapeuta, si ottiene l’attenzione, l’ascolto e l’affetto delle persone che stanno intorno, molto più di quanto quelle persone dedicavano attenzione, ascolto ed affetto prima che il disturbo alimentare esordisse. E, allo stesso tempo, per la maggior parte del tempo, chi ha un DCA dentro di sé non vorrebbe tenere tutti i comportamenti tipici del disturbo stesso… vorrebbe solo ottenere dagli altri le cose che ottiene quando tiene quei comportamenti. E questa, per alcune, può sembrare una valida ragione per non combattere seriamente contro l’anoressia.
Voglio dire, se c’è una ragazza che non si sente presa in considerazione, che ha la sensazione che a chi le sta vicino non interessi niente di lei, che si sente messa in disparte, e poi scopre che se tiene dei comportamenti alimentari erronei allora tutti si preoccupano per lei e le stanno vicini – e lei si sente considerata, sente l’affetto altrui, la loro preoccupazione per ciò che sta facendo – perché non dovrebbe portare avanti quel comportamento alimentare erroneo? È qui che la mente s’auto-inganna.
“Qual è una buona ragione per combattere contro l’anoressia?” è dunque l’altra cosa che si chiedono queste ragazze. E questa domanda è la ragione per cui certe ragazze abbandonano la psicoterapia e si trincerano dietro il proprio disturbo alimentare. È la ragione per cui dicono di non voler intraprendere la strada del ricovero. È perché temono che, migliorando il loro stato di salute, potrebbero venir meno l’affetto e l’attenzione che l’anoressia ha calamitato su di loro. (Al solito, parlo di “anoressia” semplicemente perché si tratta del mio DCA e perciò mi viene più spontaneo, ma ovviamente quanto scritto ritengo valga per ogni qualsiasi disturbo alimentare.)
E la ragione – e qui mi riallaccio con quanto avevo scritto all’inizio del post – per cui l’atteggiamento “non voglio mollare il DCA” è più frequente in chi ha l’anoressia che non in chi ha la bulimia o il binge, è perché spesso chi ha questi ultimi due DCA è normopeso o sovrappeso. E così riceve comunque poche attenzioni da chi gli sta intorno. Inoltre, da quel che ho capito parlando con ragazze che hanno questi due DCA, l’abbuffata e il vomito auto-indotto vengono vissuti come una perdita di controllo, e questo riporta all’altro aspetto di chi ho già parlato. Comportamenti di questo tipo, peraltro, inducono da parte degli altri commenti quali: “Perché non la smetti di mangiare così tanto? Perché non provi a perdere qualche chilo?”. Il che è estremamente sciocco, perché è come dire a una persona che ha l’anoressia: “Perché mangi così poco? Perché non provi a prendere qualche chilo?”. Non è così semplice ed immediato. Non è mai così semplice ed immediato. Se lo fosse, non credete che chiunque abbia un DCA impiegherebbe straordinariamente poco per guarire?!...
Dunque, tirando le somme. Io penso che chiunque affermi di voler convivere con un DCA conclamato, in realtà vuole combatterlo, o potrebbe facilmente essere sul punto di pensare di volerlo combattere. Ha solo timore che, una volta migliorate le condizioni fisiche, tutti gli altri pensino che sta finalmente bene, e che non ha più alcun tipo di problema; visto che la maggior parte della gente che non ha vissuto un DCA tende ad associare la guarigione dall’anoressia al recupero di un peso e di un aspetto decente, e che quindi nessuno possa poi più curarsi di loro, e che quindi tornino esattamente nella situazione di partenza. Ma chi ha vissuto un disturbo alimentare, chi lo vive, sa che la fisicità è solo la cosa più superficiale. E che combattere contro l’anoressia significa molto, molto, MOLTO di più del mero recuperare qualche chilo. Perché i veri problemi che vengono esternalizzati con una strategia di coping quale l’anoressia, sono molto più profondi ed intricati della banale restrizione alimentare.
Se combattere contro l’anoressia significasse essere prese in considerazione, ascoltate, aiutate nei momenti di difficoltà anche senza avere un DCA conclamato e senza tenere i comportamenti alimentari erronei tipici del DCA stesso – avere le stesse attenzioni che si hanno quando si ha un DCA conclamato ma senza bisogno di restringere l’alimentazione/abbuffarsi/vomitare, o qualsiasi cosa ciascuna di noi faccia col cibo – nonché riuscire comunque a sentirsi forti, sicure di sé, in controllo, e speciali, io credo che chiunque vorrebbe combattere contro l’anoressia senza pensarci due volte. Io penso che le ragazze che dicono di non volersi opporre all’anoressia, temano di perdere quelle sensazioni e quelle attenzioni che l’anoressia per la prima volta nella loro vita gli permette di percepire e di ricevere, ed è per questo che dicono di non voler abbandonare la restrizione alimentare. Ma il punto è che abbiamo una voce proprio per esprimere quello che non ci va, anziché proiettarlo sul corpo e lasciare che sia lui a parlare per noi. E che possiamo essere speciali anche senza l’anoressia, perché non è una malattia che può renderci tali, ma solo la nostra personalità e il modo in cui ci rapportiamo alla vita.
Ovvio, questo è solo il mio punto di vista… In ogni caso, se siete o non siete d’accordo con quello che ho scritto, fatemelo sapere nei commenti. Questo è quel che io penso delle ragazze che tengono dei blog o che mi scrivono via e-mail dicendomi che non sono affatto convinte di voler combattere contro l’anoressia. E voi, che ne pensate? Lasciatemi il vostro feedback nei commenti, se vi va!
Dunque, ricapitolando: si tratta di ragazze che hanno un DCA conclamato, diagnosticato, che in taluni casi in passato hanno anche intrapreso percorsi di ricovero che poi però hanno abbandonato, e che nonostante razionalmente si rendano conto della pericolosità dei DCA per la propria salute, per una ragione o per un’altra non si sentono pronte a staccarsi dal loro disturbo alimentare – il che, ad una lettura superficiale, può far pensare che queste ragazze vogliano rimanere malate, ma secondo me le cose non stanno proprio così… comunque, ci tornerò su tra qualche minuto.
Allo stesso tempo, ci sono il mio blog e tutta una serie di blog con contenuti affini, che potrebbero essere indicati come spiccatamente “pro-ricovero”. Insomma, tutti quei blog tenuti da ragazze che parimenti hanno un DCA, ma che sono già fermamente decise a combatterlo. E che, talvolta, rimangono (rimaniamo, mi ci metto anch’io) un po’ stizzite di fronte a quelle che dicono di voler perseverare nel loro DCA.
Osservando questa dicotomia tra blog che trovo molto interessante, mi è venuto inevitabilmente da chiedermi: cosa rende diverse le ragazze che dicono di voler vivere col DCA, da quelle che dicono di volerlo combattere? La mia risposta è stata: NIENTE. Perché sono dell’idea che chiunque scriva che non vuole combattere contro l’anoressia non significa necessariamente che quella persona voglia avere l’anoressia. Se state leggendo questo post e appartenete a coloro che sono dell’idea di voler vivere con il proprio DCA, dopo aver letto questo probabilmente starete pensando: “No no no no no. Hai torto, hai torto. Non ne sai niente di tutto questo, evidentemente non sai cosa significhi avere l’anoressia.” (E invece, purtroppo, lo so fin troppo bene.) Ma lasciate un attimo che vi spieghi. Io credo che il dire di non voler combattere contro l’anoressia non significa desiderare di avere l’anoressia in sé.
Io sono fermamente convinta che l’anoressia sia utilizzata come simbolo di tutte le cose che nella vita di una persona vanno storte. Una strategia di coping, insomma: non è importante in sé, è importante per quello che rappresenta, per quello che va a tappare.
E, ovviamente, a questo punto le persone che stanno leggendo e che non contemplano l’idea di combattere contro l’anoressia, dissentiranno con quanto ho appena scritto, e diranno: “No, ma io voglio davvero essere anoressica. Ce l’ho da così tanto tempo, che ormai fa parte di me, non mi ricordo nemmeno di com’era la mia vita prima dell’anoressia, ma ora l’anoressia è nella mia vita e mi va bene così. Voglio davvero restringere l’alimentazione, perdere peso, bruciare calorie, insomma, voglio davvero continuare a tenere questo comportamento.” Bè, poco ma sicuro, voi davvero DESIDERATE continuare a tenere questo comportamento. Lo desiderate. Lo so. Ma perchè?
Si pone dunque la questione: “Perchè qualcuna vuole davvero questo?”. E le ragioni possono essere estremamente complesse e numerose, variabili da persona a persona, ma una di queste, comune a tutte, credo che sia il fatto che c’è il bisogno di controllo. Nessuna in realtà vuole l’anoressia in sé – ma tutte si vuole la sensazione di controllo che deriva dal riuscire a restringere l’alimentazione. Ha un senso, no? Voglio dire, non penso che chiunque abbia un DCA possa essere completamente in disaccordo con questo. Chi di voi potrebbe dirmi, in onestà, che non vuole sentirsi in controllo? Che non vuole sentirsi come se, controllando l’alimentazione, potesse tenere a bada l’ansia e quindi avere la (illusoria) sensazione di poter controllare ogni ambito della propria vita e piegarlo a proprio piacimento? Chi non vuole sentirsi forte e sicura di se stessa almeno in qualcosa come la restrizione alimentare?
Chiunque, nella vita, ha piacere a sentirsi sicuro di sé in qualcosa, ha piacere a sentire che sta controllando qualcosa. È solo che le persone che hanno un DCA intraprendono una via patologica per ottenere queste sensazioni. Non è il desiderio di controllo in sé ad essere patologico – è il modo in cui esso si manifesta.
Inoltre, ho avuto modo di notare, nessuna delle persone che ha avuto un DCA lo considera come un qualcosa di assolutamente negativo perché, se non altro, è stato “grazie” al DCA che hanno ricevuto l’aiuto di cui avevano bisogno, ma che non avrebbero ottenuto altrimenti – ed è questa, secondo me, un’altra delle ragioni per cui certe ragazze si dichiarano non convinte di voler combattere contro l’anoressia. In fin dei conti, se una ragazza ha un DCA, e tutte le persone intorno sono così preoccupate per la sua perdita di peso, sono così preoccupate per la sua magrezza eccessiva, sono così preoccupate per la sua mancanza del ciclo, sono così terrorizzate all’idea che quella ragazza possa morire, e così via – ecco che vengono ottenute cose che altrimenti non si sarebbero potute avere. Questa è la triste realtà di un disturbo alimentare. Di ogni qualsiasi disturbo alimentare, anche se l’anoressia è il caso più eclatante.
Con un DCA si ottiene la possibilità di poter parlare con uno psicoterapeuta, si ottiene l’attenzione, l’ascolto e l’affetto delle persone che stanno intorno, molto più di quanto quelle persone dedicavano attenzione, ascolto ed affetto prima che il disturbo alimentare esordisse. E, allo stesso tempo, per la maggior parte del tempo, chi ha un DCA dentro di sé non vorrebbe tenere tutti i comportamenti tipici del disturbo stesso… vorrebbe solo ottenere dagli altri le cose che ottiene quando tiene quei comportamenti. E questa, per alcune, può sembrare una valida ragione per non combattere seriamente contro l’anoressia.
Voglio dire, se c’è una ragazza che non si sente presa in considerazione, che ha la sensazione che a chi le sta vicino non interessi niente di lei, che si sente messa in disparte, e poi scopre che se tiene dei comportamenti alimentari erronei allora tutti si preoccupano per lei e le stanno vicini – e lei si sente considerata, sente l’affetto altrui, la loro preoccupazione per ciò che sta facendo – perché non dovrebbe portare avanti quel comportamento alimentare erroneo? È qui che la mente s’auto-inganna.
“Qual è una buona ragione per combattere contro l’anoressia?” è dunque l’altra cosa che si chiedono queste ragazze. E questa domanda è la ragione per cui certe ragazze abbandonano la psicoterapia e si trincerano dietro il proprio disturbo alimentare. È la ragione per cui dicono di non voler intraprendere la strada del ricovero. È perché temono che, migliorando il loro stato di salute, potrebbero venir meno l’affetto e l’attenzione che l’anoressia ha calamitato su di loro. (Al solito, parlo di “anoressia” semplicemente perché si tratta del mio DCA e perciò mi viene più spontaneo, ma ovviamente quanto scritto ritengo valga per ogni qualsiasi disturbo alimentare.)
E la ragione – e qui mi riallaccio con quanto avevo scritto all’inizio del post – per cui l’atteggiamento “non voglio mollare il DCA” è più frequente in chi ha l’anoressia che non in chi ha la bulimia o il binge, è perché spesso chi ha questi ultimi due DCA è normopeso o sovrappeso. E così riceve comunque poche attenzioni da chi gli sta intorno. Inoltre, da quel che ho capito parlando con ragazze che hanno questi due DCA, l’abbuffata e il vomito auto-indotto vengono vissuti come una perdita di controllo, e questo riporta all’altro aspetto di chi ho già parlato. Comportamenti di questo tipo, peraltro, inducono da parte degli altri commenti quali: “Perché non la smetti di mangiare così tanto? Perché non provi a perdere qualche chilo?”. Il che è estremamente sciocco, perché è come dire a una persona che ha l’anoressia: “Perché mangi così poco? Perché non provi a prendere qualche chilo?”. Non è così semplice ed immediato. Non è mai così semplice ed immediato. Se lo fosse, non credete che chiunque abbia un DCA impiegherebbe straordinariamente poco per guarire?!...
Dunque, tirando le somme. Io penso che chiunque affermi di voler convivere con un DCA conclamato, in realtà vuole combatterlo, o potrebbe facilmente essere sul punto di pensare di volerlo combattere. Ha solo timore che, una volta migliorate le condizioni fisiche, tutti gli altri pensino che sta finalmente bene, e che non ha più alcun tipo di problema; visto che la maggior parte della gente che non ha vissuto un DCA tende ad associare la guarigione dall’anoressia al recupero di un peso e di un aspetto decente, e che quindi nessuno possa poi più curarsi di loro, e che quindi tornino esattamente nella situazione di partenza. Ma chi ha vissuto un disturbo alimentare, chi lo vive, sa che la fisicità è solo la cosa più superficiale. E che combattere contro l’anoressia significa molto, molto, MOLTO di più del mero recuperare qualche chilo. Perché i veri problemi che vengono esternalizzati con una strategia di coping quale l’anoressia, sono molto più profondi ed intricati della banale restrizione alimentare.
Se combattere contro l’anoressia significasse essere prese in considerazione, ascoltate, aiutate nei momenti di difficoltà anche senza avere un DCA conclamato e senza tenere i comportamenti alimentari erronei tipici del DCA stesso – avere le stesse attenzioni che si hanno quando si ha un DCA conclamato ma senza bisogno di restringere l’alimentazione/abbuffarsi/vomitare, o qualsiasi cosa ciascuna di noi faccia col cibo – nonché riuscire comunque a sentirsi forti, sicure di sé, in controllo, e speciali, io credo che chiunque vorrebbe combattere contro l’anoressia senza pensarci due volte. Io penso che le ragazze che dicono di non volersi opporre all’anoressia, temano di perdere quelle sensazioni e quelle attenzioni che l’anoressia per la prima volta nella loro vita gli permette di percepire e di ricevere, ed è per questo che dicono di non voler abbandonare la restrizione alimentare. Ma il punto è che abbiamo una voce proprio per esprimere quello che non ci va, anziché proiettarlo sul corpo e lasciare che sia lui a parlare per noi. E che possiamo essere speciali anche senza l’anoressia, perché non è una malattia che può renderci tali, ma solo la nostra personalità e il modo in cui ci rapportiamo alla vita.
Ovvio, questo è solo il mio punto di vista… In ogni caso, se siete o non siete d’accordo con quello che ho scritto, fatemelo sapere nei commenti. Questo è quel che io penso delle ragazze che tengono dei blog o che mi scrivono via e-mail dicendomi che non sono affatto convinte di voler combattere contro l’anoressia. E voi, che ne pensate? Lasciatemi il vostro feedback nei commenti, se vi va!
Etichette:
anoressia,
binge,
blog,
bulimia,
combattere,
controllo,
dca,
no pro ana,
ricovero,
riflessioni
venerdì 9 novembre 2012
Perchè chiedersi perchè?
Se c’è una domanda che mi è stata fatta millemila volte, questa è: Perchè ti sei ammalata di anoressia?
È una domanda cui volevo conoscere la risposta sia per soddisfare la mia naturale curiosità, sia perché per molto tempo sono stata convinta che, se avessi capito questo, avrei compiuto la svolta fondamentale nel mio percorso di ricovero.
L’idea sottostante questo pensiero era il semplice assunto: Se riesco a capire perché ho iniziato a restringere l’alimentazione, allora troverei la chiave per smettere di farlo.
Il problema sta nel fatto che quest’assunto è di per sè sbagliato. In fin dei conti, ad oggi sappiamo perché il pancreas smette di produrre insulina negli individui affetti da Diabete Mellito di Tipo I, ma tale conoscenza non permette al pancreas di ricominciare magicamente a produrre quest’ormone. Allo stesso modo, comprendere quelle che sono state le nostre personali motivazioni all’anoressia, non significa che possiamo cambiare tutto di punto in bianco.
Il punto è che se si comincia ad arrovellarsi eccessivamente sulle motivazioni tali per cui, si finisce per perdersi in una marea di “perchè” inconcludenti. Anche se si riuscisse a trovare una parziale risposta, ciò non significa che questa farà d’incanto cessare il nostro comportamento alimentare scorretto. Inoltre, più si scava e più si troverà da scavare, per cui sarebbe impossibile trovare una risposta a tutti i “perché”, inutile scervellarsi all’eccesso.
Con questo non voglio assolutamente dire che non bisogna chiedersi perchè si sia sviluppato un DCA, ma voglio semplicemente dire che la domanda “perchè?” non è la più utile da farsi. Penso che sarebbe meglio impiegare il proprio tempo chiedendosi cose come:
• Quali sono i momenti/le situazioni che più facilmente possono indurmi ad avere una ricaduta?
• Come posso stare meglio? Come posso mantenermi sulla strada del ricovero?
• Quali sono I “campanelli d’allarme” che mi possono far capire che sto per avere una ricaduta?
• Quali sono i reali benefici che un DCA può darmi? E quail quelli che può darmi il percorrere la strada del ricovero?
• Quali sono le persone che possono darmi una mano mentre percorro questa strada difficile?
Non penso che comprendere i perchè nascosti dietro un DCA possa essere particolarmente doloroso. In fin dei conti, capire che il vero problema non è il cibo ma tutta una serie di problemi personali, quotidiani e relazionali che sfociano sul cibo, certamente aiuta a delocalizzare l’attenzione e concentrare le forse su ciò che bisogna davvero combattere. Il mio problema relativo al chiedersi perché stava nel fatto che credevo che conoscere la risposta significasse automaticamente avere una svolta nel mio percorso di ricovero. È una bella teoria, ma ora come ora ritengo sia anche una visione largamente ottimistica del modo in cui il nostro cervello lavora.
Inoltre una teoria di questo tipo, volendola generalizzare, presuppone l’assunto che ragazze malate di anoressia/bulimia/DCAnas siano fin dal primo momento razionalmente consapevoli della loro malattia – e questo non è sostanzialmente mai il caso. Così come inizialmente non si riescono a razionalizzare i comportamenti sbagliati che il DCA induce: sono più che altro compulsioni. Se una persona ha un OCD (DOC), se ne frega altamente del perché stia facendo una determinata cosa. Può anche comprenderlo, ma in quel momento tutto ciò che desidera è sentirsi meglio. Dover ricominciare a mangiare regolarmente seguendo un "equilibrio alimentare" prescritto da un dietista può spaventare una persona affetta da anoressia, e questa sensazione di spavento c’è e basta, sta lì, non si chiede la sua ragion d’essere. Il cervello non ragiona razionalmente di fronte ai sentimenti.
Non dobbiamo per forza conoscere ogni minimo dettaglio del perchè stiamo facendo una determinate cosa, al fine di smettere di farla. Certo, capire perché la facciamo può darci una mano, ma non è assolutamente necessario. L’importante è farla. L’importante è combattere contro il DCA. Pertanto, la domanda che vorrei fare a chi mi chiede perché io mi sia ammalata di anoressia, è: Perché un sacco di gente continua ad insistere a chiedermi il perché io mi sia ammalata di anoressia?
È una domanda cui volevo conoscere la risposta sia per soddisfare la mia naturale curiosità, sia perché per molto tempo sono stata convinta che, se avessi capito questo, avrei compiuto la svolta fondamentale nel mio percorso di ricovero.
L’idea sottostante questo pensiero era il semplice assunto: Se riesco a capire perché ho iniziato a restringere l’alimentazione, allora troverei la chiave per smettere di farlo.
Il problema sta nel fatto che quest’assunto è di per sè sbagliato. In fin dei conti, ad oggi sappiamo perché il pancreas smette di produrre insulina negli individui affetti da Diabete Mellito di Tipo I, ma tale conoscenza non permette al pancreas di ricominciare magicamente a produrre quest’ormone. Allo stesso modo, comprendere quelle che sono state le nostre personali motivazioni all’anoressia, non significa che possiamo cambiare tutto di punto in bianco.
Il punto è che se si comincia ad arrovellarsi eccessivamente sulle motivazioni tali per cui, si finisce per perdersi in una marea di “perchè” inconcludenti. Anche se si riuscisse a trovare una parziale risposta, ciò non significa che questa farà d’incanto cessare il nostro comportamento alimentare scorretto. Inoltre, più si scava e più si troverà da scavare, per cui sarebbe impossibile trovare una risposta a tutti i “perché”, inutile scervellarsi all’eccesso.
Con questo non voglio assolutamente dire che non bisogna chiedersi perchè si sia sviluppato un DCA, ma voglio semplicemente dire che la domanda “perchè?” non è la più utile da farsi. Penso che sarebbe meglio impiegare il proprio tempo chiedendosi cose come:
• Quali sono i momenti/le situazioni che più facilmente possono indurmi ad avere una ricaduta?
• Come posso stare meglio? Come posso mantenermi sulla strada del ricovero?
• Quali sono I “campanelli d’allarme” che mi possono far capire che sto per avere una ricaduta?
• Quali sono i reali benefici che un DCA può darmi? E quail quelli che può darmi il percorrere la strada del ricovero?
• Quali sono le persone che possono darmi una mano mentre percorro questa strada difficile?
Non penso che comprendere i perchè nascosti dietro un DCA possa essere particolarmente doloroso. In fin dei conti, capire che il vero problema non è il cibo ma tutta una serie di problemi personali, quotidiani e relazionali che sfociano sul cibo, certamente aiuta a delocalizzare l’attenzione e concentrare le forse su ciò che bisogna davvero combattere. Il mio problema relativo al chiedersi perché stava nel fatto che credevo che conoscere la risposta significasse automaticamente avere una svolta nel mio percorso di ricovero. È una bella teoria, ma ora come ora ritengo sia anche una visione largamente ottimistica del modo in cui il nostro cervello lavora.
Inoltre una teoria di questo tipo, volendola generalizzare, presuppone l’assunto che ragazze malate di anoressia/bulimia/DCAnas siano fin dal primo momento razionalmente consapevoli della loro malattia – e questo non è sostanzialmente mai il caso. Così come inizialmente non si riescono a razionalizzare i comportamenti sbagliati che il DCA induce: sono più che altro compulsioni. Se una persona ha un OCD (DOC), se ne frega altamente del perché stia facendo una determinata cosa. Può anche comprenderlo, ma in quel momento tutto ciò che desidera è sentirsi meglio. Dover ricominciare a mangiare regolarmente seguendo un "equilibrio alimentare" prescritto da un dietista può spaventare una persona affetta da anoressia, e questa sensazione di spavento c’è e basta, sta lì, non si chiede la sua ragion d’essere. Il cervello non ragiona razionalmente di fronte ai sentimenti.
Non dobbiamo per forza conoscere ogni minimo dettaglio del perchè stiamo facendo una determinate cosa, al fine di smettere di farla. Certo, capire perché la facciamo può darci una mano, ma non è assolutamente necessario. L’importante è farla. L’importante è combattere contro il DCA. Pertanto, la domanda che vorrei fare a chi mi chiede perché io mi sia ammalata di anoressia, è: Perché un sacco di gente continua ad insistere a chiedermi il perché io mi sia ammalata di anoressia?
Etichette:
anoressia,
auto-analisi,
bulimia,
combattere,
dca,
domande,
no pro-ana,
perchè,
ricovero,
riposte
venerdì 2 novembre 2012
Evitare la verità
Sebbene si senta frequentemente parlare del potere della conoscenza, molto spesso l’ignoranza pare comunque preferibile. Soprattutto se si ha un DCA, e si arriva al punto in cui bisogna guardarci in faccia e dirci la verità.
Mi sono chiesta perchè sia così difficile ammettere di avere un DCA e soprattutto raccontarci la verità a proposito di quelli che sono i veri problemi sottostanti che si sono concretizzati clinicamente sotto forma di disturbo alimentare. Sono arrivata alla conclusione che ci siano 3 motivi principali:
1. Ammettere che si ha un DCA richiede un cambiamento di ciò in cui si crede. A ben pensarci, infatti, si ricercano sempre input che confermino quelle che sono le nostre credenze, e si escludono automaticamente quelli che le contrastano.
2. Ammettere che si ha un DCA richiede il successivo compimento di azioni indesiderate. Poiché razionalmente si è consapevoli che il DCA è un qualcosa di pericoloso per la salute, ammetterlo significa, in coscienza, iniziare a combatterlo: andare dai medici, mettere al corrente i familiari, talora andare in clinica… tutte cose estremamente ansiogene. Allora si preferisce continuare a tenere gli occhi chiusi.
3. Ammettere che si ha un DCA ci fa provare emozioni negative. In netto contrasto con tutte le sensazioni emotivamente piacevoli che invece l’anoressia stessa ci aveva fatto provare.
Penso che questi 3 punti, per quanto semplicistici, centrino bene il motivo tale per cui è così difficile iniziare il percorso di ricovero. Per farlo, infatti, bisogna affrontare la verità ammettendo che si è malate, che non si ha il controllo del nostro DCA (e di nessun ambito della nostra vita), che bisognerà iniziare un percorso mirato a porre fine a questi comportamenti alimentari dannosi per la nostra salute. È tanta roba.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa dover accettare un sacco di verità tutt’altro che piacevoli, e non sempre si è pronte a questo. Il problema è che continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) la verità, non la rende comunque meno vera.
L’essere umano presenta una sorta di peculiare cecità selettiva verso i problemi che lo riguardano. Da tener presente, peraltro, che questa cecità è individuale, e che gli esterni vendono invece come stanno le cose. Possiamo evitare la verità creandoci il nostro universo alternativo, e talvolta le differenze sono veramente sottili. Non siamo poi così in ritardo, oh, insomma, non troppo in ritardo, oh, insomma, non quando è veramente importante arrivare in orario. E che diamine, in fin dei conti, chi non ha peculiarità riguardo la propria alimentazione? Ci sono un sacco di persone che pesano meno di noi e che sono comunque in salute…. Ma man mano che il DCA procede, l’universo alternativo comincia a diventare sempre più simile alla Zona d’Ombra. Chiunque può mangiare questo gelato senza prendere peso, tranne noi. Il thè verde potrebbe essere calorico, quindi meglio non usarlo. Se si smette adesso di correre di sicuro si prenderà un sacco di peso. E altri pensieri simili.
Se veramente iniziassimo a chiederci quanto davvero sia “normale” il comportamento alimentare di un DCA, e cosa succederebbe se decidessimo di apportarvi un reale cambiamento, dovremo affrontare il fatto che il nostro DCA è molto più problematico di quel che credevano (o volevamo ostinarci a credere) che fosse. Aggiungiamo il fatto che un DCA apporta una buona dose di anosognosia (termine medico che indica l’incapacità d’ammettere che siamo malate), e il nostro cervello potrà continuare a bersi una buona dose di bugie e mezze verità per anni ed anni.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa ammettere che per tanti anni abbiamo vissuto una bugia. Significa affrontare di petto tutti i problemi che veramente abbiamo dentro e che hanno portato all’insorgenza del disturbo alimentare, e rompere la routine che, per quanto malata, era comunque in grado di lenire l’ansia. Significa entrare nel mondo di ciò da cui per tanto tempo eravamo scappate.
È molto più semplice, perciò, evitare la verità, mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, ed continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) tutto quanto.
Certo, la verità prima o poi finisce comunque per venire a galla, quando si sta fisicamente/mentalmente troppo male per tirare avanti con l’anoressia. Ma fa così paura che si preferisce evitarla fino all’ultimo.
C’è però un qualcosa che forse molte di voi non sanno, o comunque più che non saperlo non lo concretizzano: affrontare la verità e andare avanti a testa alta non è così terribile come crediamo sia prima di farlo. Ovvio, non è certo piacevole, ma estirpare le bugie che l’anoressia ci fa raccontare agli altri e, soprattutto, a noi stesse, ci dà la possibilità di affrontare la vita per quello che è veramente. E ci fa vedere che possiamo riuscirci e che, perciò, siamo molto più forti di quel che credevamo di essere.
Mi sono chiesta perchè sia così difficile ammettere di avere un DCA e soprattutto raccontarci la verità a proposito di quelli che sono i veri problemi sottostanti che si sono concretizzati clinicamente sotto forma di disturbo alimentare. Sono arrivata alla conclusione che ci siano 3 motivi principali:
1. Ammettere che si ha un DCA richiede un cambiamento di ciò in cui si crede. A ben pensarci, infatti, si ricercano sempre input che confermino quelle che sono le nostre credenze, e si escludono automaticamente quelli che le contrastano.
2. Ammettere che si ha un DCA richiede il successivo compimento di azioni indesiderate. Poiché razionalmente si è consapevoli che il DCA è un qualcosa di pericoloso per la salute, ammetterlo significa, in coscienza, iniziare a combatterlo: andare dai medici, mettere al corrente i familiari, talora andare in clinica… tutte cose estremamente ansiogene. Allora si preferisce continuare a tenere gli occhi chiusi.
3. Ammettere che si ha un DCA ci fa provare emozioni negative. In netto contrasto con tutte le sensazioni emotivamente piacevoli che invece l’anoressia stessa ci aveva fatto provare.
Penso che questi 3 punti, per quanto semplicistici, centrino bene il motivo tale per cui è così difficile iniziare il percorso di ricovero. Per farlo, infatti, bisogna affrontare la verità ammettendo che si è malate, che non si ha il controllo del nostro DCA (e di nessun ambito della nostra vita), che bisognerà iniziare un percorso mirato a porre fine a questi comportamenti alimentari dannosi per la nostra salute. È tanta roba.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa dover accettare un sacco di verità tutt’altro che piacevoli, e non sempre si è pronte a questo. Il problema è che continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) la verità, non la rende comunque meno vera.
L’essere umano presenta una sorta di peculiare cecità selettiva verso i problemi che lo riguardano. Da tener presente, peraltro, che questa cecità è individuale, e che gli esterni vendono invece come stanno le cose. Possiamo evitare la verità creandoci il nostro universo alternativo, e talvolta le differenze sono veramente sottili. Non siamo poi così in ritardo, oh, insomma, non troppo in ritardo, oh, insomma, non quando è veramente importante arrivare in orario. E che diamine, in fin dei conti, chi non ha peculiarità riguardo la propria alimentazione? Ci sono un sacco di persone che pesano meno di noi e che sono comunque in salute…. Ma man mano che il DCA procede, l’universo alternativo comincia a diventare sempre più simile alla Zona d’Ombra. Chiunque può mangiare questo gelato senza prendere peso, tranne noi. Il thè verde potrebbe essere calorico, quindi meglio non usarlo. Se si smette adesso di correre di sicuro si prenderà un sacco di peso. E altri pensieri simili.
Se veramente iniziassimo a chiederci quanto davvero sia “normale” il comportamento alimentare di un DCA, e cosa succederebbe se decidessimo di apportarvi un reale cambiamento, dovremo affrontare il fatto che il nostro DCA è molto più problematico di quel che credevano (o volevamo ostinarci a credere) che fosse. Aggiungiamo il fatto che un DCA apporta una buona dose di anosognosia (termine medico che indica l’incapacità d’ammettere che siamo malate), e il nostro cervello potrà continuare a bersi una buona dose di bugie e mezze verità per anni ed anni.
Iniziare a percorrere la strada del ricovero significa ammettere che per tanti anni abbiamo vissuto una bugia. Significa affrontare di petto tutti i problemi che veramente abbiamo dentro e che hanno portato all’insorgenza del disturbo alimentare, e rompere la routine che, per quanto malata, era comunque in grado di lenire l’ansia. Significa entrare nel mondo di ciò da cui per tanto tempo eravamo scappate.
È molto più semplice, perciò, evitare la verità, mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, ed continuare ad ignorare (o a fingere d’ignorare) tutto quanto.
Certo, la verità prima o poi finisce comunque per venire a galla, quando si sta fisicamente/mentalmente troppo male per tirare avanti con l’anoressia. Ma fa così paura che si preferisce evitarla fino all’ultimo.
C’è però un qualcosa che forse molte di voi non sanno, o comunque più che non saperlo non lo concretizzano: affrontare la verità e andare avanti a testa alta non è così terribile come crediamo sia prima di farlo. Ovvio, non è certo piacevole, ma estirpare le bugie che l’anoressia ci fa raccontare agli altri e, soprattutto, a noi stesse, ci dà la possibilità di affrontare la vita per quello che è veramente. E ci fa vedere che possiamo riuscirci e che, perciò, siamo molto più forti di quel che credevamo di essere.
Etichette:
affrontare la realtà,
anoressia,
bugie,
bulimia,
combattere,
dca,
evitamento,
motivazioni,
no pro-ana,
ricovero,
verità
Iscriviti a:
Post (Atom)

